NBA Jersey Stories – 90s’ Madness

Verso la metà degli Anni ’90 un delirio di colori e disegni stravolse completamente lo stile delle maglie di molte squadre NBA, con un look che identifica ancora oggi, più di ogni altra cosa, quell’irripetibile epoca. In questo episodio delle NBA Jersey Stories andiamo a riscoprire le divise più “sgargianti” di quel periodo… Si parte!

DENVER NUGGETS (1982 / 1993)

NuggetsI primi ad introdurre una tenuta da gioco ‘sopra le righe’ furono i Nuggets, i quali si presentarono al via della stagione 1982/83 con questa maglia blu a strisce arcobaleno con le Rocky Mountains sullo sfondo. Nome e numero erano scritti con i caratteri tipici dei videogames Anni ’80.

La franchigia del Colorado portò queste maglie fino ai primi ’90, inaugurando di fatto quella che sarà una tendenza predominante nel decennio appena iniziato.

Indossando questa maglia, Denver perse contro i Detroit Pistons la partita con il più alto punteggio nella storia della lega (186-184 dopo 3 supplementari) il 13 dicembre 1983. La stagione successiva, la squadra guidata da Alex English arrivò alle Western Conference Finals, dove si arresero ai Los Angeles Lakers dello “Showtime”.

Poco prima di abbandonare queste variopinte divise, al draft 1991 venne selezionato il centro Dikembe Mutombo, protagonista negli anni a venire della ‘rinascita’ della franchigia.

CLEVELAND CAVALIERS (1987 / 1994)

CLE 87-94
Mark Price

Altra antesignana dello stile che avrebbe imperversato nei Nineties, la maglia con il canestro al posto della “V” dei Cavs era quella indossata da Craig Ehlo il giorno in cui entrò nella storia dalla parte sbagliata.

Era il 7 maggio 1989. La serie valida per il primo turno dei playoff tra Cleveland e i Chicago Bulls era arrivata agli ultimi secondi di una combattutissima quanto decisiva gara-5, quando Ehlo vide Michael Jordan ‘galleggiare’ nell’aria davanti a lui e segnare uno dei tiri più famosi di sempre (ribattezzato per l’appunto “The Shot”).

Quella versione dei Cavs, che contava su giocatori come Mark Price e Brad Daugherty, fu senza dubbio quella più forte dell’era ‘pre-LeBron James’.

 

PHOENIX SUNS (1992 / 2000)

PHO 92-00
Charles Barkley

 La vera e propria ‘Nineties Madness’ ebbe inizio nel 1992, quando i Phoenix Suns adottarono questa maglia con il sole che diventa una palla da basket.

Il 1992 fu l’anno della svolta totale per la franchigia dell’Arizona: nuove divise, nuova arena e nuovo leader, quel Charles Barkley fresco top scorer del leggendario Dream Team alle Olimpiadi di Barcellona.

“The Round Mound Of Rebound” disputò una stagione incredibile, coronata dal titolo di MVP.

I Suns, grazie anche al contributo di grandissimi giocatori come Kevin Johnson e Dan Majerle, riuscirono ad approdare alle NBA Finals 1993, dove però si arresero allo strapotere di Michael Jordan e dei suoi Chicago Bulls, che completarono il primo dei due three-peat.

La squadra sarà ricordata come una delle grandi incompiute del decennio; anche nei due anni di ‘esilio volontario’ di Jordan, la corsa al titolo venne frenata dai futuri campioni Houston Rockets.

Con le cessioni di Majerle prima e, soprattutto, di Barkley nel 1996 (proprio ai Rockets), l’epoca d’oro finì. Negli ultimi anni di quella maglia ‘con il sole’, a Phoenix passarono grandissimi giocatori: alcuni ancora giovanissimi, come Jason Kidd e Steve Nash (che verrà ceduto a Dallas per poi tornare in Arizona nel 2004), altri, come l’ex-Magic Penny Hardaway, tormentati da una serie di infortuni.

Per un ritorno ai piani alti, così, ci sarebbe voluto ancora parecchio tempo…

 

ALL STAR GAME 1995

ASG 95
Patrick Ewing, Dikembe Mutombo e Alonzo Mourning all’ASG 1995

 Il 1995 fu l’anno in cui questa ‘follia stilistica’ raggiunse il suo apice.

Si iniziò con l’All Star Game di Phoenix, in cui i giocatori indossarono delle vistose maglie bianche e viola ornate da un “bel” cactus, simbolo dell’Arizona.

In quella edizione, che precedeva di qualche settimana il ritorno di Michael Jordan, scesero in campo, oltre ai vari Hakeem Olajuwon, Charles Barkley e Patrick Ewing, alcune delle più celebri coppie degli Anni ’90: da una parte Stockton-Malone (Utah Jazz) e Payton-Kemp (Seattle SuperSonics), dall’altra Hardaway-O’Neal (Orlando Magic) e Johnson-Mourning (Charlotte Hornets).

Mitch Richmond dei Sacramento Kings portò a casa, grazie ai suoi 23 punti, il titolo di MVP della partita, ma, cosa per noi più imprtante, la ‘Nineties Madness’ era definitivamente esplosa.

 

ATLANTA HAWKS (1995 / 1999)

ATL 95-99
Mutombo in maglia Hawks

La stagione 1995/96 diede libero sfogo alle fantasie più estreme.

Una delle caratteristiche predominanti delle maglie di quell’epoca era la vistosa rappresentazione grafica di ciò che dava il nome alle squadre. Ecco allora il falco degli Atlanta Hawks, che comparve sulle divise di una delle squadre più mediocri della storia.

Tra il 1995 e il 1999, la formazione guidata da Steve Smith, Allan Henderson e Dikembe Mutombo (arrivato dai Nuggets) non andò mai oltre il secondo turno dei playoff, spazzata via costantemente dalla corazzata di turno (Bulls, Magic, Hornets, Knicks). Gli unici acuti di quel periodo furono i tre premi (di cui due consecutivi) come Defensive Player Of The Year di Mutombo, che ne vincerà poi un quarto con la maglia dei Philadelphia 76ers.

 

HOUSTON ROCKETS (1995 / 2003)

HOU 95-03
Hakeem Olajuwon e Clyde Drexler

Le iconiche maglie a strisce con il “razzo” furono inaugurate dopo i due titoli NBA consecutivi conquistati da Hakeem Olajuwon e compagni contro New York Knicks (1994) e Orlando Magic (1995).

Per provare a rimanere al vertice della lega, la dirigenza aggiunse il grande Charles Barkley alla collaudata coppia formata da Hakeem e da Clyde “The Glyde” Drexler. I nuovi “Big Three” però, capitarono in un periodo storico decisamente sbagliato; i padroni della Western Conference divennero gli Utah Jazz di John Stockton e Karl Malone, che eliminarono i Rockets per due anni consecutivi (nel 1997 grazie ad un’indimenticabile tripla di Stockton allo scadere di gara-6).

Nel 1999, con il ritirato Drexler sostituito nientemeno che da Scottie Pippen, Houston dovette arrendersi agli inarrivabili Los Angeles Lakers di Shaquille O’Neal, Kobe Bryant e Phil Jackson.

Seguirono anni di ricostruzione, con gli addii di Barkley e Olajuwon e l’arrivo di giovani stelle come Steve Francis e Yao Ming, che avrebbero ‘traghettato’ la squadra verso una nuova era. Nel 2003 si tornò alle classiche uniformi rosse e bianche, con buona pace del mitico “razzo” Anni ’90.

 

MILWAUKEE BUCKS (1995 / 1999)

MIL 95-99
‘Big Dog’ Glenn Robinson marcato da Michael Jordan

Nel bel mezzo di un periodo tutt’altro che esaltante per la storia della franchigia, tra continue sconfitte e minacce di trasferimento, i Bucks presentarono una alternate jersey destinata a rimanere nella memoria degli appassionati ben più che la squadra stessa.

Ad indossare la bellissima divisa con il cervo furono talenti come Vin Baker, “Big Dog” Glenn Robinson e un giovanissimo Ray Allen.

Nel 1999, negli ultimi mesi di esistenza della pittoresca maglia, i Bucks, grazie anche all’arrivo di Sam Cassell dai New Jersey Nets, tornarono ai playoff dopo otto anni di insuccessi, ma furono spazzati via dagli Indiana Pacers (poi finalisti) con un secco 3-0. Le cosiddette hunter-green jerseys, così come molte altre maglie storiche di quel decennio, furono indossate nuovamente dalla squadra per alcune partite della stagione 2012/13, nel corso delle “Hardwood Classics Nights”.

 

SEATTLE SUPERSONICS (1995 / 2001)

SEA 95-01
Gary Payton e Shawn Kemp

 Se per molte squadre incontrate finora non venne rispettata l’equazione “nuova maglia = grandi risultati”, i Sonics, con le sgargianti uniformi inaugurate nel 1995, vissero invece uno dei migliori momenti della storia della franchigia.

Indimenticabile fu proprio la stagione 1995/96, con la squadra guidata da Gary Payton e Shawn Kemp che riuscì a raggiungere le NBA Finals.

Peccato che di fronte si trovarono il più grande ostacolo del decennio; MJ e i Bulls dei record li sconfissero in sei partite e vinsero il loro quarto titolo.

Quelle del 1996 furono le ultime finali della storia dei Sonics. Negli anni successivi il livello della Western Conference salì vertiginosamente; Rockets, Jazz e Lakers si rivelarono troppo forti per una squadra che, oltretutto, vide Kemp partire in direzione Cleveland nell’estate del 1997.

Con l’arrivo del nuovo millennio si tornarono ad utilizzare i classici colori verde-oro, per quelli che saranno gli ultimi anni dell’amata franchigia della Emerald City.

 

TORONTO RAPTORS (1995 / 1999)

TOR 95-99
Vince Carter

Forse LA maglia Anni ’90 per eccellenza.

I neonati Toronto Raptors, frutto dell’espansione canadese della NBA, scelsero nome, logo e uniformi sulla scia del successo planetario del film di Steven Spielberg Jurassic Park. Vero è che i migliori risultati sarebbero arrivati nei decenni successivi, ma in quei ‘ruggenti’ (nel vero senso del termine) anni ad indossare la divisa con il Velociraptor che palleggia furono giovani di assoluto talento quali Damon Stoudamire, Marcus Camby, un giovanissimo Tracy McGrady e, soprattutto, il portentoso Vince Carter.

Furono loro a rendere quelle maglie viola e bianche le più amate e rappresentative di una NBA che non c’è più.

 

 

VANCOUVER GRIZZLIES (1996 / 2000)

VAN 95-00
I Vancouver Grizzlies

Tanto ‘tamarre’ quelle maglie, quanto sciagurata quella squadra. 

Mentre sulla costa atlantica del Canada i Raptors facevano innamorare i propri tifosi, dall’altra parte del paese, a Vancouver, i Grizzlies bruciavano a fuoco lento fino ad estinguersi completamente. Dai draft delle prime stagioni arrivarono Bryant Reeves, Shareef Abdur-Rahim, Antonio Daniels e Mike Bibby. Tutti giocatori più che onesti, per carità (soprattutto Bibby, che fece molto bene anche in seguito ai Sacramento Kings), ma questi sono alcuni dei giocatori non scelti al loro posto: Kevin Garnett, Rasheed Wallace, Stephon Marbury, Ray Allen, Kobe Bryant, Steve Nash, Tracy McGrady, Vince Carter, Dirk Nowitzki, Paul Pierce

Come direbbe Fabio De Luigi, imitando Carlo Lucarelli: “paura, eh?”… Dopo sole sei stagioni costellate di sconfitte, la franchigia venne trasferita senza troppi rimpianti a Memphis , dove incredibilmente mantenne il nome Grizzlies (nonostante il Tennesse non pulluli certo di orsi…).

I Vancouver Grizzlies verranno ricordati come una delle peggiori squadre di ogni epoca, ma quelle maglie verde acqua sono senza dubbio un pezzo di storia della NBA.

 

ALL STAR GAME 1996

ASG 96
Michael Jordan a rimbalzo durante l’ASG 1996

 Maglia che vince non si cambia. Dopo i “fasti” del 1995, anche per la stagione successiva la NBA ripropose le maglie stile ‘western’ per l’ASG di San Antonio.

I roster delle due squadre furono molto simili a quelli dell’anno precedente, con le significative aggiunte di Jason Kidd, alla sua prima convocazione, e del rientrante Michael Jordan, che stava guidando i suoi Bulls verso il miglior record di ogni epoca (72 vittorie – 10 sconfitte) in regular season.

La Eastern Conference vinse 129-118 e ‘His Airness’ fu eletto MVP dell’incontro.

A partire dalla stagione successiva, per la gara delle stelle i giocatori avrebbero indossato le divise delle loro squadre di appartenenza, ponendo fine al ‘delirio cromatico’ che segnò il biennio ‘95/’96.

 

DETROIT PISTONS (1996 / 2001)

DET 96-01
Grant Hill

 La nuova tendenza stilistica continuò nel 1996, contagiando anche gli eredi dei “Bad Boys” di Detroit, i quali si presentarono al via della nuova stagione con un bel cavallo nero ‘infuocato’ sulle maglie.

Quei Pistons erano indiscutibilmente la squadra di Grant Hill, giocatore di innato talento ed enorme intelligenza cestistica la cui carriera fu pesantemente compromessa da continui e gravi infortuni.

Se per Hill fioccavano le soddisfazioni individuali (Rookie Of The Year 1994 pari merito con Jason Kidd, medaglia d’oro ad Atlanta 1996, presenza fissa agli All Star Game), la squadra non riuscì mai a fare alcun salto di qualità, fermandosi continuamente al primo turno di playoff. Dopo l’ennesima eliminazione, Detroit cedette il suo leader agli Orlando Magic.

Al termine della stagione 2000/01, dove i Pistons guidati da Jerry Stackhouse non riuscirono nemmeno a qualificarsi per la post-season, si decise (per la gioia dei tifosi e con buona pace dei ‘feticisti’ delle maglie Anni ’90) di tornare ai classici colori bianco-blu che tante gioie avevano portato ai tempi di Isiah Thomas e Joe Dumars.

 

 UTAH JAZZ (1996 / 2004)

UTA 96-04
Karl Malone e John Stockton

 L’avvento delle maglie bianche e viola con le montagne sullo sfondo coincise con l’apice della ‘golden age’ della franchigia di Salt Lake City. Guidati dalla straordinaria coppia John Stockton-Karl Malone i Jazz, che dalla stagione 1983/84 erano sempre arrivati ai playoff, raggiunsero le NBA Finals nel 1997 e nel 1998.

In entrambe le occasioni Michael Jordan, scrivendo alcune delle pagine più epiche della sua leggendaria carriera, negò alla squadra di coach Jerry Sloan la gioia di un titolo che Stockton, Malone e compagni avrebbero certo meritato. Negli anni a cavallo del nuovo millennio, la Western Conference divenne proprietà esclusiva di San Antonio Spurs e Los Angeles Lakers, così i ‘mormoni’ non ebbero più alcuna possibilità per mettere le mani sul Larry O’Brien Trophy.

Con il ritiro di Stockton e il passaggio di Malone ai Lakers (2003), nello Utah si chiuse un’era. A partire dalla stagione 2004/05 le divise con le montagne furono archiviate, entrando definitivamente nei libri di storia.

 

 GOLDEN STATE WARRIORS (1997 / 2002)

GSW 97-02
Jason Richardson, Antawn Jamison e Larry Hughs

Dimenticatevi di Stephen Curry, Klay Thompson e Steve Kerr; la versione dei Warriors che indossò queste maglie con il fulmine sul petto fu una delle peggiori di ogni epoca.

Archiviati i fasti dell’era Chris Mullin-Tim Hardaway-Mitch Richmond, la squadra della baia finì nei bassifondi della Western Conference per più di un decennio, tornando ai playoff solamente nella stagione 2006/07.

L’unico aspetto positivo di quel periodo fu il passaggio in California di alcuni scintillanti talenti, come ad esempio Antawn Jamison, Latrell Sprewell e Jason Richardson. Per vedere una squadra rispettabile, però, ne passerà di acqua sotto i ponti…

Nel 2002 il logo sulle divise venne leggermente modificato, togliendo quel fulmine forse troppo ‘Nineties’.

 

PHILADELPHIA 76ERS (1997 / 2009)

PHI 97-09
Allen Iverson

Come accaduto, per esempio, ai Phoenix Suns con l’arrivo di Charles Barkley, il cambio di maglia per i Sixers coincise con l’inizio di una nuova era. Dopo aver appurato che quell’Allen Iverson selezionato al draft 1996 era davvero qualcosa di speciale, si partì con un restyling che non sfuggì alle influenze di quel periodo.

Niente razzi, cervi o cavalli, sia chiaro, ma un logo sicuramente più ‘variopinto’ del solito, che accompagnò la squadra nella scalata ai vertici della Eastern Conference.

Una scalata che raggiunse il suo apice nella stagione 2000/01, quando il team di Larry Brown, guidato in campo da Iverson (MVP stagionale a dell’ASG) e Dikembe Mutombo (Defensive Player Of The Year) arrivò ad uno Shaquille O’Neal e ad un Kobe Bryant di distanza dal titolo NBA.

I Sixers di Iverson sono uno degli innumerevoli esempi (molti dei quali analizzati nelle righe precedenti) di squadre piene di talento ma rimaste incompiute, causa avversari ogni volta più quotati (come furono in quegli anni, oltre ai Lakers, New Jersey Nets, Detroit Pistons e Miami Heat).

Nel 2006 “The Answer” fu ceduto ai Denver Nuggets e la squadra, guidata dal giovane Andre Iguodala, non andò mai oltre il primo turno dei playoff. L’era-Iverson fu messa definitivamente alle spalle nel 2009, quando si tornò alle ‘vecchie’ (e decisamente più anonime) divise bianco-rosse.

 

WASHINGTON WIZARDS (1997 / 2011)

WAS 97-07
MJ in versione Wizards

Gli strascichi della ‘90s’ Madness’ durarono fino al 2011, quando i Washington Wizards abbandonarono questa uniforme azzurra adottata nel 1997, dopo il cambio di nome da Bullets (non proprio il massimo per una città con un tasso di criminalità molto elevato come la capitale USA) a, per l’appunto, Wizards.

Questa maglia verrà principalmente ricordata per essere l’ultima indossata in carriera da sua maestà Michael Jordan, che nel 2001 tornò sul parquet per due anni di passerella finale.

Se i primi anni di questa divisa furono tutt’altro che memorabili, nel decennio successivo, grazie a Jordan e, in seguito, a Gilbert “Agent Zero” Arenas, la squadra assunse una certa credibilità, tornando a disputare i playoff dopo diverse stagioni di oblio. La storia di questa ‘magica’ divisa finì con la stagione di debutto in NBA di John Wall, colui che oggi è il leader dei nuovi Wizards.

L’arrivo del giovane e talentuoso playmaker da Kentucky e il quasi contemporaneo abbandono di quelle maglie sono il ponte perfetto tra la vecchia e la nuova era. Non solo per Washington, ma per l’intera NBA.