NBA Jersey Stories – Michael Jordan, lo sbarco dell’Alieno

MJ e Magic. ESPN e Netflix produrranno un documentario su Jordan di 10 ore

Nel 1984 la NBA era in piena fase di ‘rinascita’, dopo anni bui in cui imperversavano droga e violenza, la rivalità tra i Los Angeles Lakers di Magic Johnson e i Boston Celtics di Larry Bird stava entrando nel vivo, e la pallacanestro stava pian piano trasformandosi in uno sport globale: forse non tutti erano consapevoli del fatto che quell’estate si sarebbe abbattuto sulla lega un uragano che ne avrebbe sconvolto per sempre gli equilibri, Michael Jordan.

I Chicago Bulls navigavano in cattivissime acque. Le innumerevoli sconfitte e le troppe stagioni passate nei bassifondi della Eastern Conference avevano causato il sempre maggiore allontanamento dei tifosi dalla squadra, tanto da avere una delle più basse medie spettatori dell’intera lega.
Oltretutto, l’unico giocatore con un minimo di talento a roster, la guardia Reggie Theus (vista anche a Varese qualche anno più tardi), era stato ceduto a stagione in corso ai Kansas City Kings.
Al termine dell’ennesima stagione perdente, i Bulls si aggiudicarono la terza scelta assoluta al draft NBA 1984, che si sarebbe tenuto il 19 giugno al Madison Square Garden di New York sotto l’egida del nuovo commissioner David Stern (il quale difficilmente avrebbe potuto scegliere un momento migliore in cui iniziare il suo mandato…).

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Hakeem Olajuwon e David Stern la sera del draft NBA 1984

Quella sera, la prima scelta degli Houston Rockets (ottenuta tramite lo ‘scientifico’ sistema del lancio di una monetina) fu una delle più scontate di sempre; tutti volevano Hakeem Olajuwon.
Il fenomenale centro di origini nigeriane della University of Houston andò così a formare le cosiddette “Twin Towers” con l’altro gigante Ralph Sampson, prima scelta assoluta del draft precedente.

Arrivò il turno dei Portland Trail Blazers, che l’anno prima avevano selezionato la talentuosa guardia Clyde Drexler (compagno di college di Olajuwon, peraltro). Con il posto di guardia coperto anche dall’All-Star Jim Paxson (fratello di quel John che prenderà parte al primo three-peat di MJ e Phil Jackson), i Blazers puntarono su un altro centro, Sam Bowie, il quale aveva mostrato grandi cose nei suoi quattro anni a Kentucky.

Bowie, che dopo un buon anno da rookie ebbe una carriera rovinata da numerosi infortuni, e la franchigia dell’Oregon non si scrollarono mai di dosso la maledizione di quella scelta, dai più considerata come il peggior errore nella storia del draft NBA.

Già, perché alla chiamata successiva i Chicago Bulls fecero il nome di Michael Jeffrey Jordan, guardia proveniente dalla University of North Carolina.

Il giovane Jordan, che non si trovava nemmeno al Garden quella sera (erano decisamente altri tempi…), era salito agli onori delle cronache sportive già nel 1982, quando aveva segnato il canestro decisivo nella finale NCAA contro la Georgetown University di Patrick Ewing. All’epoca la star della squadra, guidata dal mitico coach Dean Smith, era James Worthy, futuro pilastro dei Lakers dello “Showtime”, ma nel biennio ‘83/’84 Michael attirò su di sé l’attenzione degli scout di tutta America, imponendosi come uno dei migliori prospetti del paese.

Poche settimane dopo il draft, per Jordan iniziò l’avventura delle Olimpiadi di Los Angeles, in cui Team USA avrebbe schierato, come sempre sarebbe accaduto fino al 1992, solamente giocatori non ancora professionisti.

Per la squadra allenata dal rude maestro Bobby Knight, che in campo schierava futuri Dream Teamer come Ewing e Chris Mullin, i giochi furono una ‘passeggiata di salute’ verso la medaglia d’oro, ma soprattutto rappresentarono un’importante vetrina per Michael (miglior realizzatore dei suoi) e compagni.

A questa vetrina si affacciò anche un certo Sonny Vaccaro, agente della Nike, un’emergente casa di abbigliamento sportivo. Vaccaro procurò a Michael un contratto di sponsorizzazione senza precedenti, soprattutto per un giocatore appena uscito dal college: 2 milioni di dollari in cinque anni. Il tutto prima che MJ avesse ancora indossato sul campo la nuova maglia numero 23.
Con il passare degli anni, quell’accordo avrebbe fatto la fortuna tanto di Michael quanto, soprattutto, del brand dell’Oregon, il quale presto inaugurò una linea di scarpe, indossate ancora oggi da milioni di persone in tutto il mondo, chiamata Air Jordan.

L’approdo della nuova guardia dei Bulls nella NBA venne accompagnato da enorme entusiasmo dal pubblico americano, che ne aveva ammirato da vicino le prime, incredibili gesta durante le Olimpiadi ‘di casa’. Ben presto, anche lontano da Chicago, la gente riempiva le arene per veder giocare la nuova ‘sensazione’ della lega.

L’impatto del numero 23 con il basket professionistico fu sfolgorante; dopo l’esordio da 16 punti in casa contro i Washington Bullets, Michael esplose letteralmente.

37 punti nella seconda partita contro i Milwaukee Bucks, cinque gare oltre i 40 punti (di cui tre a quota 45), tripla-doppia da 35 punti, 15 assist e 14 rimbalzi contro i Denver Nuggets. L’ 8 novembre Michael festeggiò il debutto in quel Madison Square Garden in cui tutto era iniziato, la sera del draft, con una prestazione da 33 punti contro i New York Knicks del grande Bernard King.

Dopo un solo mese dall’inizio della regular season, la celebre rivista Sports Illustrated uscì con questa copertina:

In effetti, era davvero nata una stella. Anzi, un All-Star.
Lo spettacolo che Jordan metteva sul parquet ogni sera fece innamorare il pubblico, che votò in massa per la sua partecipazione, addirittura come titolare per la Eastern Conference, all’All Star Game in programma il 10 febbraio 1985 ad Indianapolis.

Durante il weekend delle stelle vennero scritte le prime pagine, seppur non (ancora) gloriose, della leggenda di MJ.

Il sabato andò in scena lo Slam Dunk Contest, in cui Michael venne sconfitto, in un’epica finale, da “The Human Highlight FilmDominique Wilkins. Jordan avrà modo di pareggiare i conti con la superstar francese due anni più tardi, nella gara passata alla storia per la Jumpman Dunk.

La domenica fu la volta della tradizionale sfida tra Est e Ovest, in cui il giovane MJ partì in quintetto con quattro assolute leggende di questo sport: Julius Erving, Larry Bird, Moses Malone e Isiah Thomas.

Secondo le storie che circolano su quella sera, a molti dei grandi campioni presenti non andava particolarmente a genio tutta l’attenzione che Jordan attirava su di sé, così come il rischio che questo nuovo astro nascente potesse oscurare le loro stelle.
Ad Indianapolis andò in scena quello che venne definito ‘freeze-out game’, ovvero l’esclusione volontaria di Michael dagli schemi offensivi. Il ‘grande burattinaio’ di questa sorta di boicottaggio, sempre secondo i complottisti (tutti i personaggi coinvolti, Jordan compreso, smentirono categoricamente nei giorni successivi) fu il playmaker dei Detroit Pistons, leader di quelli che sarebbero passati alla storia come i Bad Boys. A fine gara il numero 23 dei Bulls chiuse con soli 16 punti.

Nonostante le smentite di cui sopra, il nome di Thomas venne segnato indelebilmente sulla ‘lista nera’ di Michael.

Due giorni dopo l’ASG, Bulls e Pistons si trovarono di fronte nel vecchio Chicago Stadium. La furia di Jordan si abbattè inesorabile su Thomas e compagni: 49 punti (season high) e 15 rimbalzi, Pistons annientati.

Quei giorni segnarono l’inizio di un’agguerrita rivalità tra le due squadre (avversarie in moltissime serie di playoff negli anni a venire) e tra i due leader in particolare. Una rivalità che avrà come estrema conseguenza l’esclusione di Isiah dal mitico Dream Team di Barcellona 1992.

 

Guidati da Michael, che vinse per distacco il titolo di Rookie Of The Year, i Chicago Bulls raggiunsero i playoff dopo quattro anni dall’ultima volta. Gli avversari, i Bucks di Terry Cummings e Sidney Moncrief, si rivelarono una squadra ben più attrezzata rispetto agli uomini di coach Kevin Loughery (che sarà poi silurato a fine stagione), e si imposero per 3-1. L’unica vittoria nella serie arrivò in gara-3 grazie ai 35 punti di Jordan, incluso il canestro decisivo a 22 secondi dalla fine.

L’estate successiva a quella eliminazione portò cambiamenti importanti: la proprietà della franchigia passò a Jerry Reinsdorf, mentre un altro Jerry, Krause, fu nominato general manager. Krause nominò a sua volta come responsabile del coaching staff un certo Tex Winter, il grande stratega dei futuri trionfi dei Bulls targati Phil Jackson.

Anche le divise cambiarono: via la scritta Chicago in corsivo, simbolo di un’era destinata a concludersi, ed ecco le maglie con quel grosso BULLS sul petto che Jordan avrebbe portato nel mito negli anni a venire.

La prima stagione dell’Alieno era dunque agli archivi. Sarebbero passati ancora parecchi anni prima di alzare al cielo il tanto agognato Larry O’Brien Trophy, ma MJ aveva mosso i primi passi di una carriera leggendaria, che avrebbe portato la pallacanestro a livelli mai raggiunti prima.

O meglio, su un altro pianeta…