Non solo Zion: quanti talenti usciti da Duke University…

Duke University

Il numero 1 di Duke University, Zion Williamson, sta deliziando tifosi, scout ed addetti ai lavori della pallacanestro statunitense. In effetti, le cifre del nativo di Salisbury, nei 600 minuti in cui ha messo piede in campo, sono a dir poco sorprendenti. 22.3 punti, 9 rimbalzi, 2 recuperi e 2 stoppate di media. Ma se dovessimo concentrarci solamente sui suoi numeri, staremo tralasciando un aspetto fondamentale del personaggio in questione. Con una struttura di 129 kg per 198 cm, il diciannovenne in maglia Blue Devils riesce a combinare la sua prestanza fisica ad una straordinaria esplosività. Il risultato è questo

 

Tutti gli indizi portano ad un’unica conclusione: Zion verrà scelto tra le prime chiamate al Draft del 2019 (quasi tutte le previsioni lo danno per favorito alla numero 1). D’altronde, il talento di questo ragazzo era già stato scovato alla Spartanburg Day School in South Carolina, proprio come tutte le giovani promesse. Sono molte le università che si fanno avanti per i ragazzi provenienti dalle high school statunitensi, soprattutto se nascono e crescono in uno degli stati federali limitrofi. La competizione in questo mercato è spietata, soprattutto quella tra i due più rinomati atenei dell’intero panorama cestistico americano: Duke e North Carolina. Avversarie sul campo, quanto nel recruitment dei migliori liceali nel contesto della palla a spicchi.

Williamson, come molteplici altre stelle liceali americane, ha riposto la sua scelta in Duke University. I motivi sono vari. Tra questi, di certo, vi è la presenza del noto coach Mike Krzyzewski, che ha vinto di tutto nei suoi 39 anni fin ora trascorsi con i Blue Devils. La domanda sorge spontanea. Quale sarà l’impatto di Zion Williamson nel mondo NBA? Riuscirà a lasciare il segno e diventare a tutti gli effetti un all star? Molti talenti coltivati da coach K a Durham hanno avuto un impatto più che positivo nella lega. Si sono resi protagonisti a livello personale e di squadra. Tra questi, occorre ricordare coloro che si sono distinti maggiormente negli ultimi venticinque anni a livello di performance e di vittorie. Una premessa: vengono considerati i giocatori che hanno giocano in NBA almeno 5 anni.

GRANT HILL (pick n.3 al Draft del 1994)

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L’ala piccola texana vince due tornei NCAA consecutivi con i Blue Devils (1991 e 1992) con la maglia numero 33, che verrà poi ritirata. Approda nella Lega con numerose aspettative sul suo conto: uno così avrebbe vinto sicuramente qualcosa. Eppure, tra i vari riconoscimenti ricevuti dal nativo di Dallas, manca proprio il più importante: l’anello NBA. Vince il Rookie of the Year a Detroit, dove trascorrerà sei stagioni con medie punti che si incrementano di anno in anno (dai 19.9 del primo ai 25.5 dell’ultimo). Scorer, rimbalzista, difensore: per i suoi tempi, era una pedina fondamentale da aggiungere allo scacchiere per una squadra da titolo. Passa agli Orlando nel 2000 dove trascorrerà uno dei periodi più tormentati della sua vita. I vari infortuni gli faranno saltare buona parte delle stagioni negli anni in cui avrebbe potuto maggiormente incidere. Durante il suo periodo in Florida verrà dunque etichettato come “vecchio” ed è per questo che nel 2008, da free-agent non sa se ritirarsi o provarci di nuovo. Firma un contratto da 1.97 milioni con i Phoenix Suns e decide di rimettersi in gioco. E’ la scelta giusta, sono i Phoenix di Nash e Stoudemire, quelli del seven seconds or less di D’Antoni che incantano i palcoscenici NBA, arrivando ad un passo dalla finale NBA nel 2010. Chiude la carriera ai Clippers nel 2012. I suoi numeri dicono 16 punti e 6 rimbalzi di media nelle 18 stagioni (di cui 7 da All-star e una da miglior quintetto della Lega). Entra nella Hall of Fame nel 2018.

ELTON BRAND (pick n.1 al Draft del 1999)Risultati immagini per elton brand

L’ala grande newyorkese approda ai Chicago Bulls dopo essere stato eletto il miglior giocatore collegiale nel suo anno da sophemore con i Blue Devils. Anche lui vince il premio di Rookie of the Year, con una doppia doppia di media (20.1 punti e 10 rimbalzi. Cifre che ripeterà l’anno successivo). Dopo due stagioni a Chicago, la dirigenza lo spedisce a Los Angeles, sponda Clippers. Nei suoi 7 anni trascorsi nella franchigia di Donald Sterling vanterà due apparizioni all’All-Star game (2002 e 2006) e sfiorerà il premio MVP del 2006 poi vinto da Steve Nash. Grazie ai colpi della robusta ala fabbricata dai Blue Devils, i Clippers torneranno ai playoff dopo 30 anni. Nonostante i suoi 25.4 punti e 10.3 rimbalzi di media, quell’anno, il team di Mike Dunleavy Sr. si arrenderà al secondo turno contro i Phoenix Suns, dopo un’asfissiante gara 7. Nel 2008 approda ai Philadelphia 76ers, con un quinquiennale da 82 milioni. Purtroppo, è la fase discendente della sua carriera. Una parentesi, quella della città dell’amore fraterno, da 13.3 punti e 7.4 rimbalzi con due apparizioni a playoff. Dopo una stagione ai Mavericks e due agli Hawks, firmerà di nuovo per i 76ers, dove annuncerà il suo ritiro.

COREY MAGGETTE (pick n.13 al Draft del 1999)

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La shooting guard dell’Illinois si rende eleggibile dopo un solo anno a Duke University, nello stesso Draft del suo compagno, nonché amico, Elton Brand. Il primo anno agli Orlando è sottotono e viene scambiato nel giugno del 2000, approdando così ai Los Angeles Clippers. I primi due anni nella west coast sono complicati per la guardia di Melrose Park. E’ all’arrivo del suo ex compagno ai tempi dei Blue Devils che Maggette mette in mostra la sua classe innata e il suo talento spregiudicato con un massimo di 22.2 punti nella stagione 2004-2005. Molti lo ricordano come un solista che preferiva sfidare gli avversari in uno contro uno piuttosto che passare il pallone. Forse è uno dei motivi che innesca la faida con il coach Dunleavy Sr. che lo spedirà dritto alla Baia. In due anni con i Warriors registra una media di 19.3 punti e 5.4 rimbalzi. Le ultime tre stagioni saranno continui alti e bassi tra Milwaukee, Charlotte e Detroit. Sebbene fosse disprezzato da molti per il suo modo di giocare, la spettacolarità della guardia nordamericana non è mai stata oggetto di discussione. E qui sotto trovate il perché…

 

SHANE BATTIER (pick n.6 al Draft del 2001)

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Difensore asfissiante, tiratore dall’angolo infallibile. Shane Battier aveva già lasciato degli indizi nei suoi 4 anni trascorsi con Duke University che non sarebbe stato un giocatore qualunque. Dopo aver vinto il titolo NCAA del 2001, viene scelto dai Memphis Grizzlies dove mette in mostra tutta la sua versatilità. Qualsiasi ruolo gli fosse assegnato, lui lo portava a termine. Il tipico 3 & D che occorre ad una squadra per vincere un titolo. Ne ha vinti ben due (2012 e 2013) il nativo di Birmingham (Michigan) con quei gloriosi Miami Heat guidati da Lebron James. Probabilmente, il nostro Shane ne avrebbe potuti collezionare anche di più, se Tracy McGrady e Yao Ming non fossero stati tormentati dagli infortuni durante le cinque stagioni in Texas. Registra 14.4 punti nel suo anno da rookie, che rimane il suo massimo in carriera. Non uno scorer, ma un vincente.

 

 

 

CARLOS BOOZER (pick n.35 al Draft del 2002)

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Anche la power forward di Juneau (Alaska), Carlos Boozer, conquista il titolo NCAA nel 2001. Ma, a differenza del suo compagno di squadra Shane Battier, decide di candidarsi al Draft un anno dopo e viene scelto dai Cleveland Cavaliers. Giocatore solido e affidabile, con un impeto agonistico dai pochi eguali. Proprio come tutti i migliori prospetti di Duke, mostra segnali di crescita progressivi, grazie al suo impegno e alla sua costanza. Anno dopo anno i suoi numeri crescono, le apparizioni tra gli all-star si incrementano e Carlos si afferma una delle ali grandi più complete del panorama NBA. Dai Cavs passa ai Jazz, dove formerà, assieme a Deron Williams, una delle coppie che Salt-Lake City farà fatica a dimenticare. In quei sei anni nello Utah mette a segno 19.3 PTS e 10.5 REB di media, trascinando la squadra di Jerry Sloan per quattro annate consecutive ai playoffs. Nell’estate del 2010 passa ai Bulls, dove intravede la possibilità di chiudere la sua carriera NBA con un anello al dito (Derrick Rose story though…). Anche a Chicago il suo contributo risulta vitale per le sorti del team guidato da Tom Thibodeau: difesa, tiri dalla media, solidità al

JJ REDICK (pick n.11 al Draft del 2006)

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La small guard di Cookeville (Tennesee) attrae l’attenzione di parecchi scout NBA durante il suo periodo a Durham. Vince parecchi riconoscimenti a livello personale e di squadra tant’è che la sua maglia, la numero 4, verrà ritirata da Duke University. Una promessa dal futuro prospero, dotata di talento e dedizione al miglioramento continuo. Non molti, tuttavia credono che l’NBA sarà il suo palcoscenico: il suo fisico è docile e di guardie tiratrici la Lega è piena zeppa. Ma Orlando crede in lui e per ben 7 stagioni. Sembra che i suoi detrattori non avessero poi così tanto torto: tira da distanze siderali, difende alla perfezione, ma non è abbastanza. Quando sei alto 192 cm e giochi nell’NBA devi fare ben di più. Lui non ci sta e cambia completamente contesto: i Los Angeles Clippers. Squadra con potenzialità da titolo che ha bisogno di un solido tiratore. Lui perfeziona la sua arte, la rende quasi impeccabile: 47% fuori dall’arco nelle 4 stagioni in California. Il gioco si evolve e il tiro dalla lunga distanza diventa essenziale per qualsiasi squadra. Redick ha la sua rivincita e ottiene la media punti migliore in carriera in questa sua ultima esperienza a Philadelphia (17.8 PTS), a 34 anni. E chissà, magari un titolo non tarderà ad arrivare…

 

KYRIE IRVING (pick n.1 al Draft del 2011)

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La point guard nativa di Melbourne (Australia) ancora la sua storia nella Lega la deve scrivere. Tuttavia, della breve esperienza sui campi da gioco del talento di 191 cm, qualcosa ci è già pervenuto. Nelle 11 partite giocate con i Blue Devils, Irving scrive 17.5 PTS, 1.4 STL, 4.3 AST. Movimenti armoniosi, classe innata, cambi di velocità spaventosi: se sa sfruttare le sue carte, può diventare una stella. Cleveland non ci pensa due volte e lo sceglie alla numero uno. Non sbaglia. Dipinge basket d’autore con appoggi a tabellone, crossover spezza-caviglie, canestri nel clutch time: sembra di vedere un veterano, ma è semplicemente un rookie. Lebron James capisce che è il momento giusto di tornare per poter aspirare in grande a Cleveland. Il duo Lebron-Kyrie rimane così alla storia come una delle coppie più produttive della storia NBA.

Proprio Kyrie Irving è un giocatore che non ha avuto bisogno dei primi anni di assestamento in NBA per poter mettere in mostra il suo talento. E’ quello che sta dimostrando Jayson Tatum, anche lui giovane sfornato da Duke nella classe Draft del 2017. Ed è quello che ci si aspetta da Zion Williamson, classe Draft 2019: we are waiting for you!