Three Points – Playoff edition

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Dopo qualche settimana di assenza torna ‘Three Points’, l’analisi dei tre temi caldi che vi ha accompagnato per tutta la stagione. I playoff NBA sono ormai entrati nella fase più calda: le finali di Conference. L’appuntamento di oggi è dedicato a quanto si è visto finora nella post-season. Si parte!

 

1 – No Surprises

LeBron James e Steph Curry: si ritroveranno di nuovo alle Finals?
LeBron James e Steph Curry: si ritroveranno di nuovo alle Finals?

La bellissima canzone dei Radiohead (tratta dallo storico album OK Computer del 1997) potrebbe tranquillamente essere la sigla di questi playoff 2017. Attenzione: non che siano stati noiosi, anzi; abbiamo assistito ad alcune serie davvero agguerrite ed avvincenti. Alla fine, però, le favorite della vigilia sono tutte lì, nessuna esclusa: da una parte Golden State Warriors e San Antonio Spurs, dall’altra Cleveland Cavaliers e Boston Celtics.

In particolare, le finaliste delle ultime due stagioni sono arrivate fino in fondo con una scioltezza disarmante. Gli Warriors hanno passeggiato sui cadaveri di Blazers e Jazz, i Cavs hanno fatto lo stesso con Pacers e Raptors. Entrambe hanno ‘faticato’ solo alla prima partita, con Portland e Indiana che ci hanno provato – inutilmente – fino alla fine. Per il resto, non c’è mai stata storia. Eppure, sul finire della regular season le due corazzate sembravano mostrare qualche minimo segnale di cedimento. Sulla Baia destava preoccupazione il recupero di Kevin Durant dall’infortunio al ginocchio, mentre in Ohio un evidente calo di concentrazione e intensità aveva compromesso il primato nella Eastern Conference.

D’altronde si sa, i playoff sono tutta un’altra cosa. Cleveland sta confermando quanto già mostrato nelle scorse stagioni: più alta è la posta in gioco, maggiore è il livello delle prestazioni, specialmente sul piano difensivo. Su LeBron James sembra quasi inutile aggiungere commenti. Basterebbe prendere il primo quarto di gara-1 contro i Raptors ed ergerlo a manifesto della sua ferocia, soprattutto nelle partite che contano. E dire che, un tempo, c’era chi lo definiva un perdente…

Golden State ha ritrovato Durant, e lo ha trovato in grandissime condizioni. Utilizzato con il contagocce per evitare ricadute, KD ha lasciato il suo marchio su almeno una partita per serie: 32 all’esordio contro Lillard e McCollum, 38 (e 13 rimbalzi) nel terzo atto del massacro rifilato a Utah, 34 (giocando male almeno per metà incontro) nella prima gara contro gli Spurs. La miglior notizia per i californiani, però, è che Stephen Curry si sta lentamente avvicinando ai mostruosi livelli degli scorsi anni. Già cinque volte oltre quota 30 in dieci gare, con la ciliegina sulla torta dei 40 punti decisivi per battere San Antonio in gara-1. Come contraltare, il suo ‘Splash Brother’ Klay Thompson sta parecchio faticando: a parte le statistiche, a volte bugiarde (oltre 22 di media in RS, ‘solo’ 15 nei playoff), la sensazione che spesso si prenda delle ‘pause’ si era già avvertita in entrambe le scorse edizioni delle Finals.
Il maggiore problema per GSW potrebbe essere rappresentato dalle condizioni di coach Steve Kerr, costretto lontano dalla panchina per i continui problemi alla schiena operata. Per ora Mike Brown lo sta sostituendo egregiamente, ma adesso che arriva il bello, l’apporto di Kerr su piano psicologico potrebbe fare la differenza. Del resto, sia Spurs che – eventualmente – Cavs hanno due allenatori che, in quanto a ‘entrare nella testa’ degli avversari, sono veri e propri maestri: Gregg Popovich e LeBron James… Ops!

 

2 – Crescete bene, che ripassano (i playoff)

James Harden 'difende' contro John Wall. I due hanno trascinato Rockets e Wizards al secondo turno di playoff
James Harden ‘difende’ contro John Wall. I due hanno trascinato Rockets e Wizards al secondo turno di playoff

Le ultime squadre ad arrendersi sono state Houston Rockets e Washington Wizards. Due team reduci da una grandissima stagione, preceduta da grandi cambiamenti e finita oltre le più rosee aspettative. Soprattutto, due franchigie che avranno tutto il tempo per crescere e provarci nuovamente, magari quando le corazzate di cui sopra avranno smesso di dominare. E’ per questo che le loro sconfitte al secondo turno possono benissimo essere definite ‘salutari’.

I Rockets arrivavano dal fallimento dell’era Harden-Howard. C’era anche chi, fino a poco tempo fa, sosteneva che il ‘Barba’ fosse “sopravvalutato”, “perdente” e via dicendo. Un po’ la stessa etichetta affibbiata a Mike D’Antoni, soprattutto dopo le infelici esperienze con Knicks e Lakers. La risposta dei due? Harden candidato all’MVP ed inserito nel primo quintetto All-NBA, D’Antoni probabilissimo Coach Of The Year (ha già vinto l’omologo riconoscimento introdotto quest’anno dall’associazione allenatori). Houston è stata presa dall’ex ‘baffo’ e ridisegnata ad immagine e somiglianza di quei Phoenix Suns che tanto ci fecero divertire lo scorso decennio. Per tutta la regular season è stata la prima – ed unica – inseguitrice di Warriors e Spurs, nonostante i membri del suo roster senza il numero 13 sulla schiena non si chiamassero né Kevin Durant, né Kawhi Leonard. Ai playoff, la truppa dantoniana ha poi superato abbastanza agevolmente i Thunder versione ‘Russell Westbrook Show’ e ha portato a gara-6 gli Spurs di Popovich, Leonard e Aldridge. Davvero niente male, per una squadra ‘finita’…

Dopo l’eliminazione, sul banco degli imputati è finito proprio Harden, lo stesso che aveva trascinato i suoi con una fantascientifica stagione da 29.1 punti e 11.2 assist, senza la quale Houston sarebbe in vacanza da un mese abbondante. Effettivamente, ‘The Beard’ è crollato proprio nei momenti decisivi (il finale di gara-5 e l’intera gara-6), sbagliando praticamente ogni possesso. Una serie di errori dettati certamente dalla stanchezza (dopo aver ‘tirato la carretta’ per mesi), ma anche dalla poca esperienza alla guida di un gruppo dalle grandi ambizioni (nel 2012 il leader dei suoi Thunder era indubbiamente Durant). Gli sarà certamente di consolazione pensare che la stessa cosa era successa a tale LeBron James nel 2011, quando i suoi Miami Heat vennero sconfitti dai Dallas Mavericks di Dirk Nowitzki. Molto probabilmente, avrà modo di rifarsi nelle prossime stagioni.
Il principale dubbio sul possibile upgrade dei Rockets è: come possono migliorare? Il particolarissimo sistema di gioco di D’Antoni non richiede la presenza di un’altra superstar, bensì di giocatori adatti a tale sistema (peraltro già presenti in abbondanza). Trovare qualcuno che sia in grado di aiutare Harden in attacco e qualcun altro che possa dirigere la difesa (troppo spesso lacunosa) sarebbe l’ideale. Facile a dirsi…

Washington è arrivata alla gara-7 di Boston al termine di un percorso a dir poco bizzarro: secondo turno e tante belle speranze nel 2014, altro secondo turno e speranze ancora migliori nel 2015, fuori dai playoff nel 2016. Quest’anno, poi, era partita malissimo: 12 sconfitte nelle prime 18 gare. Poi, un brusco cambio di rotta, la risalita fino al quarto posto e il ritorno alla post-season, conclusasi – sempre al secondo turno – dopo l’epica battaglia contro i Celtics. Al netto dello scivolone dello scorso anno, il percorso dei Wizards è frutto della crescita continua dei giovani talenti e del graduale miglioramento dell’organico.
Se a Houston la sfida consisteva nell’adattare la squadra al nuovo allenatore, nella capitale è stato grossomodo il contrario: anche nella serie contro Boston, Scott Brooks ha orchestrato giochi più o meno basilari, atti più che altro a cavalcare le qualità dei due fenomeni John Wall e Bradley Beal. Ci vorrà almeno un’altra estate per costruire un roster adatto alle sue esigenze.

Già, Wall e Beal. L’ultima stagione è stata quella della loro consacrazione. Il primo è ormai tra i 2-3 migliori playmaker della lega, il secondo è un All-Star fatto e finito (gli manca solo la convocazione alla partita delle stelle, che probabilmente arriverà nel 2018). Le prestazioni messe in mostra dai due nelle partite importanti parlano al loro posto, anche se alcuni passaggi a vuoto ci sono stati. Specialmente da parte del numero 2, capace, contro Boston, di metterne 40 in gara-2 e di decidere gara-6 con una tripla da ricordare, ma anche di ‘sparire’ dal campo nell’ultima parte di gara-7. Per lui vale lo stesso discorso fatto in precedenza per Harden: era la prima volta che arrivava così in alto con lo status di stella assoluta, avrà tempo e modo per rifarsi.
Anche perché Washington può legittimamente ambire ad arrivare ancora più in alto. Oltre alle due guardie, anche Otto Porter è cresciuto moltissimo; dovesse la franchigia pareggiare le eventuali qualifying offers (opzione più che verosimile), potrebbe trovarsi a roster un ‘terzo violino’ di primissimo livello. Con gli altri membri del solido quintetto (Markieff Morris e Marcin Gortat) sotto contratto almeno per altri due anni, il nucleo del team resterà invariato. Ci sarà invece da rafforzare la panchina, da cui nelle ultime gare sono usciti con (moderato) profitto solo Kelly Oubre e Bojan Bogdanovic (anche per lui qualifying offer in arrivo). Con i dovuti rinforzi e con l’ulteriore crescita dei suoi leader chissà che, nel passaggio tra l’era-LeBron (che non durerà in eterno, anche se è difficile da immaginare) e quella dei giovani team in costruzione, non possa esserci spazio anche per questi Wizards.

 

3 – Fine della corsa?

Demar DeRozan (Raptors) e Paul George (Pacers), le due vittime più illustri dei Cleveland Cavaliers
Demar DeRozan (Raptors) e Paul George (Pacers), le due vittime più illustri dei Cleveland Cavaliers

Se per Houston e Washington (ma anche per Utah o per la stessa Boston, sfavorita contro i Cavs ma forte – tra le altre cose – della prima scelta assoluta al prossimo draft) l’eliminazione dagli ultimi playoff potrebbe rappresentare solo l’inizio di una nuova era, per altre franchigie sembra invece rappresentare la fine di un ciclo.

Prendiamo i Toronto Raptors, ad esempio. I buoni innesti di Serge Ibaka e P.J. Tucker a febbraio dovevano – sulla carta – avvicinarli un minimo ai Cleveland Cavaliers. L’umiliazione subita per mano di King James e compagni, invece, ha dimostrato ancora una volta come le due squadre si trovino su due pianeti diversi, senza apparente possibilità di colmare il divario, almeno nel breve termine. Tra poche settimane Ibaka, Tucker e soprattutto Kyle Lowry saranno free-agent. Se ci sono delle probabilità che i primi due rifirmino, è altresì probabile che Lowry decida di lasciare il Canada dopo cinque anni in cui è passato da semplice role player a stabile All-Star. Considerando che la maggior parte dei giocatori sotto contratto è piuttosto giovane, la prospettiva di una ricostruzione potrebbe non essere così azzardata. Una ricostruzione che, magari, passerà anche dal ‘sacrificio’ di DeMar DeRozan, il quale altrimenti rischia di ‘sprecare’ i migliori anni della carriera ad inseguire un titolo che, a Toronto, potrebbe restare a lungo una chimera.

Situazione molto simile anche per Paul George, altra ‘vittima illustre’ dei Cavs nelle ultime settimane. I suoi Indiana Pacers erano partiti con grandi proclami, salvo poi disputare una stagione a dir poco deludente. Degli attesi protagonisti, solo Jeff Teague è stato all’altezza delle aspettative (seppur con uno zoppicante inizio di regular season). Myles Turner è cresciuto e crescerà ancora, ma ci vorrà qualche anno perché sia in grado fare la differenza. Tutti gli altri, da Monta Ellis ad Al Jefferson, non si sono dimostrati rinforzi sufficienti per puntare seriamente al titolo. Il fatto che questi giocatori siano titolari di lunghi e onerosi contratti non facilita certo, ma anche qui ripartire da zero potrebbe essere un’opzione.
Chissà che il rebuilding non sia anche tra i piani della dirigenza dei Chicago Bulls (anche se, dopo quanto visto di recente, non è facilissimo mettere le parole “piani” e “Bulls” nella stessa frase). L’idea di diventare una contender affiancando i veterani Dwyane Wade e Rajon Rondo a Jimmy Butler è naufragata presto (se poi qualcuno pensasse ancora che con Rondo sano avrebbero vinto il titolo, faccia pure; qui non abbiamo pregiudizi…) e non si poteva certo dire che fosse un progetto a medio/lungo termine.

Raptors, Pacers e Bulls hanno un denominatore comune, ovvero la presenza di una stella pronta a raggiungere l’apice della carriera. Guarda caso, si avvicina un draft molto ricco, in cui i Boston Celtics avranno la prima scelta assoluta; gli stessi Celtics sono “ad una superstar di distanza” (frase retorica, ma abbastanza centrata) dal diventare una seria pretendente al titolo. Che quella superstar possa essere proprio uno tra DeRozan (molto difficile), George e Butler? Non dovremo aspettare troppo per scoprirlo.
Per motivi diversi, i playoff 2017 potrebbero essere stati la fine della corsa anche per Los Angeles Clippers e Memphis Grizzlies. I californiani si preparano ad un’estate su cui incombe la minaccia della possibile free-agency di Chris Paul e Blake Griffin, mentre nel Tennessee, con i vari Tony Allen, Zach Randolph e Vince Carter vicini al passo d’addio, potrebbe tramontare per sempre l’epopea dei ‘bastardi senza gloria’ del ‘Grit and Grind’

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Rapito (come tanti in quegli anni) dai Bulls di MJ, perso e poi riconquistato dai Lakers del Three-Peat e dall'ascesa di D-Wade, può vantare lo stesso numero di canestri rotti di Shaq: 2, nella vecchia cameretta.

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