Il curioso caso di Kyle Anderson: Semplice utilità, nulla di più, a volte basta

Il curioso caso di Kyle Anderson

Il curioso caso di Kyle Anderson

Se dovessi rispondere ad una ipotetica domanda su chi sia lo sperone che, in campo, mi faccia divertire di più, non avrei dubbi: Kyle Anderson. Nickname ‘Slow-Mo’. Azzeccatissimo. Sì, perché ciò che colpisce maggiormente di Kyle a primo impatto, è la sua incredibile lentezza. Capace di rubare un possesso, partire indisturbato verso il canestro, prepararsi per schiacciare e…niente. Stoppata dell’avversario. Forse più incredulo dello stesso Anderson nel capire come sia riuscito a recuperargli tutti quei metri di svantaggio.

Tim Duncan,dopo un’azione svoltasi esattamente in questo modo, ha comicamente commentato: “I can get Kyle in a footrace. I can get him. That’s bad.”. Ai tempi, 39 anni lui contro i 22 del nostro ‘Slow-Mo’.

Divertente, appunto. Tutto qui?

Assolutamente no. Anzi, partiamo proprio dall’anteporre il fatto che ridimensionare Kyle Anderson ad un giocatore semplicemente troppo lento, sarebbe un delitto.

Rarità. Una delle due parole chiave per descriverlo.

Origini giamaicane e cinesi. Classe 1993. Alto 2.06 m con una apertura di 2.21 m. Ruolo: tutti. Cosa?

Ebbene si. Il n#1 di San Antonio può ricoprire qualsiasi posizione indistintamente.

Nato con la palla a spicchi tra le mani, è stato cresciuto dal padre (allenatore di pallacanestro liceale) come point guard. L’obbiettivo era quello di abituarlo, fin dall’inizio, ad un approccio mentale da giocatore ‘più basso‘ in campo in modo da poterne variare le possibilità di utilizzo in partita. Difficile però, perché Kyle, in relazione alla propria età, è sempre stato molto alto. Come fare allora? Una soluzione tanto semplice quanto intelligente. Il padre infatti, lo porta a giocare nella American Athletic Union (AAU) -lega amatoriale americana- con gente più grande, sia di età che di statura, del giovane Kyle.

Ecco l’innesto. Ciò che indelebilmente marcherà il processo di maturazione di mr Slow-Mo:

la possibilità di sviluppare, sin da subito, doti di playmaking decisamente inusuali per un’ala naturale come lui. E sarà proprio questo il punto cardine di Anderson. Ciò che farà la differenza. Ciò che gli permetterà di meritare la NBA. Fisicità, intelligenza e duttilità tattica. Da Forward a Point guard. Da Point guard a forward. In qualsiasi momento.

La rarità che contraddistingue un giocatore come Kyle Anderson non è passata inosservata. La carriera al college con UCLA è stata di prim’ordine infatti. Oltre al raggiungimento di diversi riconoscimenti individuali (tra cui un All-Pac-12 first team e un All-American third-team, nel 2014, trascinerà la propria squadra a vincere il proprio primo titolo nel torneo di Pac-12 conference. Sarà votato Most Outstandig Player (MOP) della competizione e diventerà il primo giocatore nella storia della conference, a far registrare 200 rimbalzi e 200 assist in una sola stagione. Ma non finisce qui. C’è dell’altro.

Dopo la finale di titolo vinta da UCLA infatti, in cui Kyle contribuirà con 21 punti, 15 rimbalzi e 5 assist, l’allora coach di Arizona, Sean Miller, dichiarerà: ”Non so se ho mai visto un playmaker capace di realizzare questi numeri con solo una sola palla persa in tutta la partita”. Già, perché l’altro grande merito di questo ragazzo, è la capacità di congiungere una più che buona visione ad uno stile di gioco semplice. Il risultato? Una media turnovers/partita bassissima. Puro oro colato.

La totale mancanza di rapidità però, è fin troppo evidente. Ed è proprio questa la ragione per cui le previsioni, al NBA Draft del 2014, daranno Kyle al massimo tra le ultime chiamate del primo giro. E così sarà. 30° scelta, San Antonio Spurs.

Oggi, l’ex play di UCLA è alla terza stagione con i texani e con la partita di Toronto, complici i molteplici infortuni, ha già eguagliato il numero di presenze da titolare della stagione scorsa (11).Tuttavia, detto questo, non c’è nulla di particolarmente eclatante da segnalare nella sua giovane carriera da professionista. Non ci sono, infatti, partite in cui ha fatto parlare di sé. Le sue attuali cifre parlano chiaro: 2.9 punti, 1.0 assist e 2.6 rimbalzi in 14 minuti scarsi a partita. Decisamente numeri mediocri. Ma allora, cosa c’è di divertente?

Utilità. L’altra parola chiave per descriverlo.

Parliamoci chiaro. Kyle Anderson non sarà mai un All-Star o un giocatore franchigia. Non sarà mai un elemento in grado di stravolgere da sé l’andamento di una partita. Non è nelle sue corde e quasi sicuramente, non lo sarà mai. Eppure, sono sicuro che non ci sia una sola squadra nella lega a cui non tornerebbe utile un talento come il suo. Kyle Anderson ha il grande merito di aver reso della versatilità la propria arma migliore. Testimone vivente di come l’intelligenza tattica sia in grado di fare la differenza, tanto da permettere ad un giocatore come lui, completamente privo di rapidità, di giocare nella massima espressione di questo sport. Poter subentrare in qualsiasi momento al posto di un qualsiasi compagno; poter sovvertire gli equilibri fisici in gioco creando continui mismatch sia offensivi che difensivi; poter persino sfruttare la propria lentezza per rallentare il gioco quando la squadra lo necessita. Semplici esempi di come il potenziale di questo giocatore possa essere sfruttato in molteplici situazioni. Quanti sono i giocatori nella NBA con queste capacità?

23 anni. Polivalenza più che rara. Una vita davanti per migliorare tecnicamente. Come potrebbe non essere divertente? Pensiamo ad una partita a Scala 40. Peschiamo e troviamo il jolly. Ecco, quello è Kyle Anderson.

Marco Tarantino
marco511@hotmail.it

Amante del giornalismo e della palla a spicchi: seguo ogni sport, dal calcio al basket americano passando per ciclismo, football americano ma anche NCAA e college basketball. Guardo ai migliori prospetti europei e mondiali del basket ma anche calcistici, per scoprire i talenti del domani.Direttore e creatore di NBA Passion.com

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