Tobias Harris-76ers il matrimonio giusto al momento giusto

Tobias Harris-76ers.

Tobias Harris-76ers... chi vince la trade andata in scena prima della deadline con i Los Angeles Clippers? La sessione di mercato NBA del 2019 verrà ricordata come una delle più movimentate dell’ultimo decennio infatti, abbiamo già assistito al cambio di maglia di un giocatore del calibro di Porzingis, passato dai Knicks ai Mavericks, alla richiesta di trade da parte di Anthony Davis e last but not least, come si direbbe dall’altra parte dell’oceano, allo scambio che manderà a Philadelphia Tobias Harris, Boban Marjanovic e Mike Scott in cambio di Landry Shamet, Wilson Chandler, Mike Muscala, 2 scelte future al primo giro ( 2020 via 76ers e 2021 via Miami Heat) e 2 scelte al secondo giro ( 2021 e 2023) ai Los Angeles Clippers. In questo articolo, si analizzerà inizialmente ogni asset facente parte di questo accordo e successivamente, dopo aver delineato le situazioni delle due franchigie alla luce di questa trade, cercheremo di trarre delle conclusioni specificando chi, a mio modesto parere, ha avuto i maggiori benefici dallo scambio.

God does not give us overcoming life. He gives us life as we overcome. #33 #TTP

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Tobias Harris-76ers: che innesto è il ragazzo ex Clippers?

 

I 76ers, con l’innesto di un’ala come Tobias Harris saranno in grado di schierare un quintetto da paura composto da: Simmons, Redick, Butler, Harris ed Embiid. Per quanto riguarda invece la panchina, coach Brett Brown grazie a Mike Scott, stretch four con molti punti nelle mani, e Boban Marjanovic, centro di “soli” 222 cm (!!), potrà vantare una bench unit più completa rispetto a prima che, con le consolidate presenze di McConnell,Bolden,Korkmaz e Amir Johnson oltre al fantasma di Zhaire Smith, ed il nuovo arrivato Simmons con l’ex Rockets James Ennis, sarà in grado di dare un apporto migliore.

 

Questa mossa ci fa capire la mentalità dei Sixers che, integrano ai loro Big 3 un altro giocatore che secondo il parere generale avrebbe meritato la presenza all’All Star Game di Charlotte. Prima di essere scambiato, Harris stava viaggiando con una true shooting percentage intorno al 60%, questo tipo di dato, che sta diventando uno dei più analizzati e rilevanti per gli scout, tiene conto delle percentuali di un giocatore sia per quanto riguarda il tiro da 3, il tiro da 2 ed i tiri liberi, attribuendo ovviamente maggior importanza al tiro dalla lunga distanza. Per dare un termine di paragone, possiamo confrontare le statistiche del prodotto dell’University of Tennessee con quelle registrate da LeBron James nella sua miglior annata statistica con la casacca dei Miami Heat, dal momento che The King aveva una true shooting percentage intorno al 65%, testimoniando come l’annata di Tobias sia one to remember, altro termine preso in prestito dal gergo americano. Dal punto di vista contrattuale invece, Phila scambia dei contratti in scadenza come quelli di Chandler e Muscala e si priva di un sostanziale minimo salariale di Shamet acquisendone altri 3 che termineranno quest’estate, inoltre la dirigenza 76ers da quanto trapela, ha intenzione di rifirmare sia Butler che Tobias, in modo da avere 4 giocatori di riferimento per i prossimi anni.

 

Passando alla squadra angelena invece, bisogna notare come il GM Jerry West non sia mai banale nei suoi movimenti, anche perchè nell’anno e mezzo in cui ha avuto il controllo delle operazioni di mercato dei Clippers si è “liberato” di giocatori come Griffin, DeAndre Jordan e lo stesso Tobias Harris, senza dimenticare Chris Paul. Ancora una volta mr. The Logo ( soprannome di West dal momento che è sua la sagoma raffigurata nel logo dell’NBA), ha compiuto una mossa scaltra, poichè se è vero che i Clippers si stanno preparando ad una free agency 2019 scintillante, il povero Harris non sarebbe stato rifirmato alle cifre da lui richieste e , pur di perderlo a zero, Los Angeles si è assicurata un buon giovane quale Shamet e ben 4 scelte future che non fanno mai male.

 

La chiave di lettura secondo me è la seguente: i 76ers si assicurano un ottimo giocatore integrandolo ad una squadra già ben strutturata che , una volta rifirmato, entrerà a far parte definitivamente del Process di Philadelphia, dall’altra parte i Clippers si privano a malincuore di quello che stava mostrando a tutti gli effetti di essere il loro miglior giocatore, col solo obbiettivo di liberare ulteriore spazio salariale in modo da poter provare a firmare stelle del calibro di Leonard, Durant e compagnia ed ottengono scelte ottime per provare anche qualche trade interessante in estate. Niente male

 

Se volessimo cercare a tutti i costi una vincitrice, pesando lo scambio pound per pound (prometto che è l’ultima espressione presa dal vocabolario a stelle e strisce), alla luice del fatto che con tutta probabilità i Sixers estenderanno il contartto di Harris è palese che ne traggano loro i  maggiori vantaggi, però è anche vero che i Clippers non potranno essere definiti quali perdenti della trade qualora riuscissero ad accaparrarsi le prestazioni di Leonard piuttosto che di Thompson o altri giocatori di quello spessore.

 

Non ci resta che aspettare il 1 luglio 2019 per vedere come si svilupperà questa vicenda e, in attesa di quella data, godiamoci lo spettacolo che l’NBA è in grado di offrirci ogni giorno

76ers, nuovo stop per Markelle Fultz, trade in vista? L’agente: “Nessuna richiesta da parte nostra”

Markelle Fultz

Infortunio Markelle Fultz, la telenovela riguardo la salute dell’ex scelta numero 1 al draft 2017 pare senza fine.

Sembra, infatti, che non sia solo un problema alla spalla ciò che determina il suo modo di tirare piuttosto criticabile. Secondo quanto riportato da Sam Amick, Derek Bodner e Jared Weiss di The Athletic, un infortunio al polso impedirebbe a Fultz di riuscire persino a tenere la palla in mano.

Fultz-76ers: il sophomore di Philadelphia out a tempo indeterminato
Infortunio Markelle Fultz: trade possibile?

Fultz verrà visitato da specialisti a New York lunedì prossimo. Fino a quel giorno, per Markelle niente allenamenti e, ovviamente, partite.

Ciò a causa dell’incontro col suo avvocato, che ha deciso di far proseguire al ragazzo un processo riabilitativo.

I problemi al tiro derivano da un grande dolore alla spalla, causato anche dal semplice movimento che compie quando si prepara al tiro, con l’intento di alzare la palla sopra al petto.

Mentre sono meno chiare le circostanze in cui Fultz si sarebbe infortunato al polso, e neanche quando sia spuntato fuori tale problema.

Il dolore ha causato a Fultz continui cambiamenti nella forma di tiro, e soprattutto pessime percentuali, accompagnati da un evidente calo di fiducia.

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New free throw routine for Fultz. 👀

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Infortunio Markelle Fultz: si separano le strade con i 76ers?

Secondo  quato riportato da The Athletic, la prima scelta assoluta del draft 2017 preferirebbe un nuovo inizio con una nuova squadra. Fultz si trova da ormai un anno sotto i riflettori e sotto pressione, anche a causa delle poche partite giocate.

Il 20enne prodotto di Washington ha saltato ben 68 partite lo scorso anno.

Il malessere del giocatore sarebbe aumentato anche con l’arrivo di Jimmy Butler, che lo ha messo ancora di più in ombra. Inoltre, Brett Brown, coach dei Philadelphia 76ers, lo ha privato del suo posto in quintetto, preferendogli T.J. McConnell.

L’agente e avvocato di Fultz, Raymond Brothers, ha riferito di non aver ricevuto indicazioni dal suo cliente di volersi muovere da Philadelphia, secondo quanto riferito da Adrian Wojnarowski.

”Non ho dato nessuna indicazione ad Elton Brand (GM dei 76ers, ndr) o chi per lui, sul fatto che Markelle vorrebbe essere inserito in una trade. Il mio obiettivo è la salute Markelle. Fine della storia. Ha dichiarato Brothers.

Quale sarà il futuro di Markelle Fultz, prima scelta assoluta e talento ancora inespresso? Riuscirà a ritagliarsi il suo spazio nella NBA e, chissà, magari lontano da Philadelphia?

Markelle Fultz-Sixers: saprà essere un diesel?

Markelle Fultz, la speranza di Phila

Markelle Fultz-Sixers: saprà essere un diesel?

È appena cominciata la stagione, eppure si è già sentito parlare dei primi verdetti inaspettati che il campo avrebbe ipoteticamente dato: Markelle Fultz, al 23 giugno scorso considerato in modo unanime il miglior giocatore dell’intera classe del draft, sembra ormai sceso nelle considerazioni di tutto il panorama degli appassionati NBA.

Tutti contro Fultz: il giudizio dei GM

Sembra essere bastata la Pre-Season, dove Fultz ha giocato solamente due partite, per aver affossato i suoi sogni di gloria secondo molti. Tra questi anche coloro avrebbero voluto chiamare con la propria pick il prodotto dell’università di Washington: infatti, secondo un sondaggio condotto da NBA.com ai primi di ottobre, secondo nessun GM, Fultz potrebbe vincere il titolo di Rookie of the year, premio che i manager, prima che i semafori si spengano, attribuirebbero a Lonzo Ball.

Eppure Markelle Fultz non ha fatto nemmeno così tanto male in preseason e in Summer League. Certo, i dolori non fanno ben sperare in Pennsylvania, dal momento che al Wells Fargo Center negli ultimi tre anni hanno visto solo una volta la propria first pick debuttare nell’opening night (Jahlil Okafor, rookie che non fu certo dei migliori), lista a cui si potrebbe anche aggiungere Nerlens Noel, che rimase anch’egli un anno ai box.

Dati maligni

Su cinque match Fultz non è entrato a referto ben tre volte, e nelle altre due, solo una volta è andato in doppia cifra, quasi scontato per un play realizzatore come è lui. Ma se i 12 punti in 24 minuti contro i Celtics sono ancora accettabili, non lo sono il 2/5 ai tiri liberi di quella partita e i quattro punti in ventitré minuti con 2/13 da due punti e 0/3 da tre contro i Grizzlies.

Fultz: il diesel del Process?

Markelle Fultz, la speranza di Phila
Markelle Fultz, la speranza di Phila

C’è molta paura in quello che sembrava essere il talento più cristallino del Draft NBA, perché certamente i Sixers non vorrebbero vedere un’altra scelta altissima tramutata in un flop. Per fortuna l’allarme sul web è stato dato ‘solamente’ dal cambio di meccanica di tiro ai liberi, che gli ha causato quell’orrenda percentuale. Secondo coach Brett Brown, infatti, è dovuta al dolore che ha alla spalla e dovrebbe tornare come prima. In ogni caso l’allenatore non lo vede ancora pronto, motivo per cui non sentiremo il nome di Markelle Fultz gridato dallo speaker al Wells Fargo Center all’opening night, dal momento che partirà dalla panchina. In ogni caso, che la nuova era del Process abbia inizio!

I 76ers e la “Sindrome di Peter Pan”

Philadelphia 76ers 2018/2019

Parlare dei Philadelphia 76ers è più difficile che vedere DeAndre Jordan segnare 125 triple di fila; intendiamoci, il roster è certamente migliorabile ma è comunque di buon livello. La squadra ogni anno parte con l’obiettivo di migliorarsi ma puntualmente, nell’arco della regular season, qualcosa va storto e l’asticella delle aspettative cala drasticamente. Il motivo è sconosciuto, o meglio, è quel problema che molti chiamano “Sindrome di Peter Pan”, ovvero, la paura di diventare grandi, di assumersi le proprie responsabilità.

La squadra originariamente nata nel comune di Syracuse, nello stato di New York, è una eterna promessa non mantenuta e ricorda tanto, troppo il protagonista del celebre romanzo di James Barrie: Peter infatti non voleva allontanarsi dall’ “Isola che non c’è” per paura di crescere e perdere così la fanciullezza, decidendo di passare la vita nella terra che riteneva essere la propria casa. Ecco, i 76ers sono come Peter Pan: appena sentono la parola playoff si tramutano da possibile outsider a eterna incompiuta. I playoff sono per loro ciò che è il mondo degli adulti per Peter Pan. E dire che le premesse ci sarebbero tutte e ci sono almeno tre giocatori che farebbero invidia a moltissime franchigie in tutta la lega. Andiamo a vederle:

BEN SIMMONS:

Impossibile non partire da Ben Simmons: il ventenne australiano è, senza dubbio alcuno, uno dei prospetti più attesi nella lega. La sua duttilità, che gli permette di essere impiegato anche come Guardia o Ala Grande, fornisce a Brett Brown la possibilità di effettuare più rotazioni senza però perdere l’efficacia in uno dei suoi gioielli. Il suo principale punto di forza è la qualità, la visione di gioco, il fisico e la forza fisica. Deve migliorare sicuramente nel tiro da tre punti. Ha un contratto facilmente sostenibile per le casse dei 76ers visto che è nel primo anno del contratto da rookie; guadagna infatti circa 6 milioni di dollari annui e così sarà anche per le prossime due stagioni. Sicuramente una dei talenti più promettenti di tutta la NBA.

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Ben Simmons

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Joel Embiid ha detto di “star bene” dopo la botta alla gamba

Joel Embiid Towns-Embiid

Philadelphia 76ers non smettono di stupire. Questa notte, la franchigia di coach Brett Brown ha vinto contro i Portland Trail Blazers, con un canestro pesantissimo negli ultimi secondi del match da parte di Aaron Covington, inanellando così  l’ottavo successo nelle ultime dieci gare. Questa vittoria, nel complesso, ha anche un valore maggiore. È stata ottenuta senza il solito grande apporto della stella della franchigia: Joel Embiid. 

Il #21 dei Philadelphia 76ers è uscito a causa di un apparente infortunio alla gamba sinistra, occorso dopo una schiacciata nel corso del terzo quarto.

Joel Embiid è corso direttamente negli spogliatoi per accertarsi subito delle condizioni reali dell’infortunio, ma è rientrato subito dopo in campo per incitare i compagni. E’ uscito definitivamente nel quarto quarto.

Stando a quanto riportato da Tom Moore di Calkins Media, comunque, Embiid è stato lasciato fuori da coach Brett Brown in via precauzionale, per preservarlo per i prossimi incontri.

Per precauzione, infatti, il coach dei Philadelphia 76ers ha deciso di tenere fuori Embiid per la partita di questa notte che sarà giocata contro gli Atlanta Hawks. E’ molto importante per Philadelphia non rischiarlo e non aumentare il numero di minuti a partita che dovrà giocare (attualmente sono 28).

A tranquillizzare staff tecnico e soprattutto addetti ai lavori e tifosi, però, ci ha pensato lo stesso Joel Embiid, che ai microfoni di CSN SPORTS ha dichiarato:

“Va tutto bene. Sto alla grande”.

 

Okafor-Embiid: convivenza forzata o coppia dominante?

Embiid ed Okafor

Guardando una partita NBA qualsiasi, chiunque può essere testimone di grandi giocate e momenti spettacolari. Con la forza e l’atletismo che i giocatori possiedono, giocate spettacolari, da lasciare con gli occhi sbarrati, accadono piuttosto regolarmente, diminuendo un po’ l’eccitazione che dovrebbe accompagnarle.
Vedere due giganti di 2.13 m o più in campo contemporaneamente per la stessa squadra, però, attirerà sempre l’interesse dei fans. E quando qualche giorno fa, per la precisione la scorsa Domenica, i giornalisti hanno avuto la possibilità di assistere all’allenamento nella nuova struttura di Camden, sicuramente l’esperimento di coach Brett Brown non è passato inosservato: riportare in auge le “torri gemelle”, con Embiid e Okafor in campo insieme per alcuni minuti durante la partita di fine allenamento.

embiid
di Joel si può dire qualsiasi cosa, ma non che gli manchi il fisico

Ciò sicuramente ha portato un po’ di eccitazione e di ottimismo a una squadra che durante la preseason è stata martoriata dagli infortuni. Quello di Domenica era, infatti, il primo giorno dall’inizio del training camp in cui Okafor ha partecipato all’intera seduta, essendo in precedenza infortunato allo stesso ginocchio che da Marzo da problemi. Nel tempo limitato in cui i media hanno potuto osservare la squadra, una cosa è saltata all’occhio: nella squadra in cui Embiid e il centro di Duke giocavano insieme, la palla si muoveva velocemente e, con i due ad alternare attacchi in post e jumper dalla media distanza (nel caso di Joel anche oltre la distanza canonica da cui un uomo di 2.16 m dovrebbe poter tirare) la difesa spesso sembrava aprirsi come il Mar Rosso, creando spaziature interessanti per le penetrazioni degli esterni.

Una cosa però è certa: nonostante il potenziale in una formazione del genere sia tangibile, è tuttavia un’arma a doppio taglio. Prima di tutto, togliere un giocatore dalla zona del campo in cui preferisce operare lo limita e non poco dal punto di vista offensivo. I due insieme non sarebbero sicuramente una sentenza di morte come la coppia Noel-Okafor da quel lato del campo, ma il fatto che entrambi siano in grado di allontanarsi un po’ da canestro non vuol dire che lo debbano fare un possesso sì e l’altro pure.

Sappiamo tutti che nella NBA di oggi il prototipo di ala grande perfetta dovrebbe avere un buon tiro da fuori (diciamo almeno il 35% da 3 e il 42% dagli angoli) e essere abbastanza veloce lateralmente e forte fisicamente da poter marcare almeno 3 ruoli  dall’altro lato del campo. Si da il caso che per ora né Embiid (che certamente ha il potenziale per diventare qualunque tipo di giocatore voglia) né tantomeno Okafor possiedono queste caratteristiche. Farli giocare insieme, con uno dei due da 4, può essere una tentazione forte per i 76ers fino a Gennaio, quando presumibilmente (si spera) ritornerà dall’infortunio al piede Ben Simmons.

La fase difensiva potrebbe essere un grosso grattacapo se dovessero giocare contemporaneamente per diversi minuti ogni partita. I problemi di Okafor da quel lato del campo verrebbero ingigantiti nel caso in cui dovesse difendere le ali grandi avversarie. Poiché le altre squadre stanno puntando sempre di più verso  “shooting and spacing” da tutti e 5 i giocatori in campo, sarebbe irrealistico e ingiusto pensare che Jahlil possa inseguire per il campo i 4 moderniLo stesso problema insorgerebbe nel caso in cui i ruoli venissero invertiti, con Okafor al centro del pitturato e Embiid da ala.

Nonostante sia potenzialmente un difensore fenomenale, in grado di cambiare pure con le guardie ( qui per esempio resta incollato a Wall, non proprio l’ultimo arrivato), farlo allontanare dal canestro minimizzerebbe l’impatto che può avere come stoppatore e rimbalzista. La ragione per cui è considerato un talento così cristallino è proprio la capacità di mescolare incredibili istinti offensivi (venerdì notte contro Miami ha collezionato ben 18 punti e 9 rimbalzi in 18 minuti di gioco. D I C I O T T O) con giocate difensive fuori dal comune. Toglierlo dalla sua “comfort zone” per coprire le lacune difensive di Okafor o di qualunque altro giocatore sarebbe semplicemente senza senso.

Nonostante il roster dei Sixers non sia particolarmente competitivo al momento, gettare tra le fiamme due dei migliori giocatori in squadra, con il rischio che, dovendo stare al passo con giocatori più leggeri e veloci, si possano infortunare nuovamente non sarebbe una mossa delle migliori. Per quanto i tifosi di Philadelphia possano essere eccitati per la stagione imminente (d’altronde hanno buona ragione di esserlo ), quest’anno sarà ancora di transizione, in cui il front office e i coach dovranno concentrarsi sul miglioramento e sulla comprensione del gioco dei vari Embiid, Okafor, Simmons, Saric e Noel (se rimarrà in squadra, ed è un grosso se) più che sulle vitt0rie.

In definitiva, Okafor e Embiid potrebbero giocare in modo efficace qualche minuto sporadico insieme questa stagione, grazie al loro talento sconfinato e alle mani da pianista che entrambi i giocatori possiedono, e dalle prime dichiarazioni sembrano stimarsi molto (cosa molto sottovalutata da chi guarda da fuori la lega) e non vedono l’ora di condividere il campo insieme. Sarà sicuramente una stagione interessante per Philadelphia, e chissà che in futuro un ritorno al  “tall ball” non possa soppiantare la “small ball” che recentemente ha portato successo in quel della Baia e dell’Ohio.

L’insostenibile leggerezza di Allen Iverson

L’insostenibile leggerezza di Allen Iverson

Questa è una storia terminata il 30 Ottobre del 2013. Ovviamente la vita del protagonista va avanti, anche oggi. Quello che è successo dopo e quello che sta succedendo, però, non è importante.
È un storia che, se ci limitiamo al cliché stereotipato dell’ “get the job done”, si è conclusa con un happy ending. Se però non ci fermiamo alla fama, al denaro, alle donne e a tutto ciò che viene riconosciuto alle celebrità e, soprattutto, avendo ammirato per anni il protagonista e conoscendolo, scopriamo che questa è una fiaba in cui il principe, alla fine, non bacia la bella addormentata.

Il finale di questa magica ma incompleta storia viene annunciato da un uomo, vestito come un cantante hip-hop. È un uomo che, a vederlo, sembra più un rapper, un artista di strada e, tra l’altro, il suo modo di vestire è stata una critica costante da parte dei giornalisti. Quello che sembra evidente è che quell’uomo sembra tutto tranne un giocatore di basket, d’altronde la pallacanestro, in teoria, richiede altezza e questo sarà alto un metro e ottanta. È seduto davanti ad un microfono ed ha la sua famiglia accanto. Dopo poche parole si ferma, ha la voce

strozzata. Ricomincia e si prende un’altra pausa: l’emozione è evidente. Gli occhi sono fissi su di un punto, le palpebre immobili. Poi, molto lentamente, inizia con i ringraziamenti e subito si capisce perché questa fiaba non ha il bel finale: “I wanna thank God for just give the opportunity to, not really accomplish all I have accomplished, but to give me the opportunity to get drafted”. I ringraziamenti proseguono, si va da Jordan ai coach che lo hanno accompagnato. E alla fine c’è quello più atteso: “Thank you Philadelphia, I love you”.
Questa è una storia che, per circa 17 anni, un po’ meno quelli effettivi, ha accompagnato tutti gli appassionati a questo meraviglioso sport, è la storia di un uomo che è dovuto diventare tale troppo in fretta, di un ragazzo sempre al limite e di uno sportivo che rimarrà per sempre impresso nella pallacanestro: questa è la storia di Allen Ezail Iverson.

 

 

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La sua esultanza tipica.
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La famosa “Iverson over Lue”.

Cercate bene le parole, dovete sceglierle. A volte ci vogliono 8 mesi per trovare una parola.”, così diceva Benigni nel film del 2005 “La tigre e la neve”. Trovare una parola che descriva Allen Iverson è, invece, molto più semplice, basta attingere dal suo soprannome: “The Answer”, “la risposta”. Quale parola può imprigionare e descrivere al meglio questo eccezionale giocatore? Il monologo di Benigni continuava con la celebre frase: “Innamoratevi! Se non v’innamorate è tutto morto.” Beh io penso che guardando AI3 giocare innamorarsi sia stato facile. Si pensi a gara 1 delle NBA Finals del 2001: Los Angeles, i Sixers hanno portato la gara ai supplementari andando contro ogni pronostico. Iverson sta giocando una partita sontuosa. Sta giocando benissimo anche il playmaker dei Lakers, Tyronn Lue. A dire la verità Lue sta giocando fin troppo bene: Iverson capisce che bisogna abbassargli le ali. Palla al numero 3 di Philly, lato destro del campo. Iverson cerca di liberarsi per un tiro ma la difesa di Lue è estenuante. AI3 inizia il palleggio, si crea lo spazio per il tiro: solo retina, settimo punto consecutivo. Nel tentativo di stoppata, Lue cade, proprio davanti ad Iverson. The Answer non si prende certo la briga di circumnavigare il povero Lue. Quello che succede diventa una delle più “disrespectful play” della storia, è vero, ma anche una delle più spettacolari.

michael jordan
Il crossover a MJ.

Non siete ancora convinti? Allora torniamo ancora indietro di qualche anno. 12 Marzo 1997. Iverson è “solo” un rookie, appena uscito da Georgetown. La partita in questione vede scontrarsi Philadelphia (che fino a quel momento in 60 partite ne aveva vinte solo 16) e i campioni in carica di sua maestà Jordan: i Chicago Bulls. Per la terza volta Allen sta per affrontare Michael. Negli spogliatoi, mentre si infila le sue Reebok, Allen sa che la folla di Philly sta per assistere a qualcosa di magico. Molta della gente probabilmente era li per vedere Jordan, e ci sta tutto. Iverson era, ripeto, “solo” un rookie; Jordan era Dio. Quella notte però era diversa. I primi 3 quarti fanno già intendere che qualcosa di speciale è nell’aria. Iverson quella notte tocca quota 37 punti. Niente di eccezionale, direte voi, lo farà per il resto della carriera. Avete ragione, niente di eccezionale, fino ad un certo punto. La partita è all’ultimo quarto, Iverson esce da un blocco e si trova davanti Jordan: uno contro uno. Dalla panchina Phil Jackson urla: “Get up on him, Michael!” E’ tutto pronto. Il pubblico comincia ad alzarsi, sa che potrebbe succedere qualcosa d’importante. Iverson palleggia sotto le gambe, finge di andare a sinistra, Jordan sembra cascarci ma riprende subito la posizione. Finta a destra, finta a sinistra, 9 secondi alla sirena. Quando, al terzo crossover, Jordan si sbilancia, Iverson sente l’odore del sangue: controfinta a destra e parte il jumper. Da li iniziano i due secondi più lunghi della sua carriera. Se il jumper uscirà sarà tutto inutile. Se però quel tiro finirà dentro Allen ha sconfitto Michael, Davide ha sconfitto Golia. Il telecronista impazzisce, la folla si scatena in piedi: la palla è andata in fondo alla retina. Philadelphia ha un nuovo re.

Si possono trovare tantissimi episodi emblematici che segnano e immobilizzano la carriera di Iverson in uno scatto. Ora però torniamo al principio: sappiamo quando questa storia è finita, ora ripartiamo da dove è cominciata.

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Non il miglior posto dove crescere.

7 Giugno del 1975, Hampton, Virginia. Ann Iverson partorisce un bimbo dopo un rapporto occasionale con un ragazzo che poi, del figlio, non ne vuole assolutamente sapere niente. Mamma Ann si trova quindi a dover crescere il piccolo Allen in quasi totale povertà, in una delle città più pericolose dello stato. A qualche mese dalla nascita di Allen, la nonna materna muore, dopo un intervento malriuscito. Mamma Ann, disperata, inizia la ricerca di una figura maschile che possa aiutare economicamente lei e suo figlio: conosce un uomo, tale Micheal Freeman, che sembra essere in grado di assisterli. Ecco, nonostante Freeman passerà più tempo in prigione per spaccio di droga che a casa, quest’uomo si rivelerà fondamentale per il futuro di Allen dato che sarà proprio lui a insegnargli a giocare a basket.
Nel frattempo Allen sta crescendo, il problema è che sta crescendo in un posto pericoloso, in cui scegliere la cattiva strada è molto più semplice e probabile di scegliere quella buona. Hampton, di fatti, è una città con un tasso di delinquenza molto elevato, specialmente nelle periferie dove sta crescendo Iverson. A casa sua la luce elettrica, il riscaldamento e perfino l’acqua non sono elementi scontati. La madre tira a campare con un lavoretto part-time in una lavanderia, spesso non sufficiente a pagare le bollette.

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Mamma Ann.
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Come sarebbe stata la sua possibile carriera in NFL?

La situazione a casa è sicuramente ai limiti della sopportazione, e per questo motivo Allen è sempre in giro, con amici. Ma la vita da ghetto è sempre ricca di insidie, non c’è posto in cui sia possibile stare veramente tranquilli, Allen lo sa. La sua infanzia sarà costellata da risse, litigi, fughe dalla polizia e morti, anche se di una in particolare ne parleremo più avanti.
Sembra non esserci luogo di pace per Allen, sembra che la strada che si porta dietro non dia neanche uno spiraglio di libertà. Poi però qualcosa cambia. Quando inizia la scuola, anche se con frequenti assenze e frequenti litigi con i professori, si avvicina allo sport. Il suo primo e vero amore è il football: diventa il quarterback della Bethel High School, viene soprannominato Bubbachuk. Con la palla ovale è anche bravo, il coach lo inserisce subito tra i titolari e nel 1992 conquista il “state Class AAA football”.
La vita di Allen sembra migliorare, o per lo meno sembra aprirsi un piccolissimo pertugio che lo aiuti a scappare da quell’infermo. Il football sembra la soluzione e quando la madre provò a convincerlo a passare al basket, Allen la prese per pazza: “What are talking about? I ain’t no princess!” “Sei matta? Non sono mica una principessa”. Mamma Ann però aveva ragione, eccome. Sapeva benissimo che le speranze di riuscita del figlio erano più probabili con la palla a spicchi. Per convincerlo allora agisce di astuzia: con qualche straordinario e qualche bolletta non pagata compra un paio di scarpe da basket, bellissime. Neanche questo sembrò convincere il giovane Allen che pianse tutto il giorno: non ne voleva sapere. Poi però, nel pomeriggio, suona il campanello e dietro la porta c’è Boo Williams, il suo primo allenatore di basket che è passato a prenderlo per portarlo in palestra. Serve poco, qualche crossover, qualche lay-up, qualche tripla. Serve poco per far innamorare Allen della pallacanestro, ma serve ancora meno per fare innamorare la pallacanestro di lui.

 

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Iverson e i suoi problemi con la giustizia.

Lo sport è diventato a tutti gli effetti il rifugio ideale per AI3. Piano, piano però comincia ad allontanarsi dal football per seguire il basket. Con la palla a spicchi in mano si sente molto più a suo agio, al punto da confidare al suo coach che un giorno batterà Michael Jordan. Tutto sembra migliorare. Allen inizia a sognare il “plan” sognato da moltissimi suoi coetanei: high school, college, NBA. Si iscrive alla Bethel High School dove gioca titolare sia a basket che a football (nell’ultimo anno verrà nominato miglior quarterback del Virginia).
La vera passione però è ormai il basket e con la squadra di Findolph Taylor si afferma come uno dei migliori prospetti americani. Viene nominato basketball and football player of the year: il suo treno sembra essere partito, finalmente.
La vita nei quartieri brutti però, nasconde sempre insidie, lo sappiamo. Lo sapeva anche Iverson, quella notte di S. Valentino del 1993 quando Allen, in un bar, prende parte ad una rissa, ferendo 3 uomini, tra cui una donna. Nonostante non ci fossero precedenti, Iverson viene sentenziato con 5 anni di carcere: il “plan” sembra essere svanito per sempre, così come i suoi sogni di uscire da quello schifo di vita, portando con se la sua famiglia.

I think that night I was in the wrong place in the wrong time, but it was only an episode, I’m not a bad guy.” “Quella notte eu!QQro nel posto sbagliato al momento sbagliato ma è stato solo un episodio, non sono un cattivo ragazzo.”

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Allen con la sua maglia di Georgetown.

Queste le sue dichiarazioni, qualche giorno dopo. I legali, la sua famiglia e i suoi amici, continuarono a lottare per la sua innocenza mentre Al era in prigione. La loro azione si rivelò fondamentale quando, dopo poco tempo, il tribunale della Virginia ritrattò la pena riducendola semplicemente ad una sanzione economica e ad attività socialmente utili: il sogno si riaccende. Anni dopo dichiarerà che quella esperienza l’ha motivato più di quanto l’abbia fatto la povertà in cui ha vissuto. La paura di vedersi scivolare fra le mani la possibilità di raggiungere il suo obiettivo lo ha terrorizzato.
Allen ebbe una seconda opportunità sapendo benissimo che in quel mondo, in quei posti è già difficilissimo averne una prima. È più carico che mai, pronto a spaccare il mondo e a portare il suo nome sulla bocca di tutti. La cazzata commessa però non è passata inosservata: molti college, nonostante riconoscano il talento incredibile del #3, non sembrarono troppo convinti nell’avere a che fare con quello che pareva un “bad boy”. Molti college che prima si erano dimostrati interessati, ritirarono le proprie offerte e Allen si trovò spalle al muro, senza un posto pronto ad accoglierlo. Ed è qui che entra in scena la donna più importante della sua vita: sua madre. Mamma Ann sa che suo fiRisultati immagini per iverson georgetownglio è ad un passo dal successo, sa anche che quello che gli manca è semplicemente una chance di mostrare chi è al college. Per andare al college, però, ha bisogno di una borsa di studio, la situazione economica è quella che è. L’unica speranza di mamma Ann risiede in una vecchia conoscenza: John Thompson, coach a Georgetown. È con le lacrime agli occhi e con il cuore in mano che mamma Ann chiede a coach Thompson di prendere suo figlio in squadra, è la richiesta di una madre che sa che si è in bilico tra miseria e nobiltà. Coach Thompson, inizialmente, sembra restio: conosce le qualità atletiche del ragazzo ma non il suo carattere. Decide allora
di prendere tempo e comunica alla madre che, prima di prendere una decisione, vuole conosce Allen. Se in quell’incontro Thompson avesse deciso di non dargli fiducia, probabilmente Allen Iverson sarebbe un operaio, un meccanico nelle migliori delle ipotesi, un criminale nelle peggiori. Se quell’incontro fosse andato male Allen non avrebbe avuto una carriera NBA ma tutti noi avremmo perso qualcosa. Fortunatamente a John Thompson bastarono cinque minuti di chiacchierata per capire tutto: Allen non solo è un grande sportivo ma è anche un ragazzo tranquillo. Allen viene ammesso alla Georgetown university: inizia il mondo dei grandi.

Sia chiaro: la scelta di Thompson non cancellò la reputazione negativa che ormai Allen si era fatto. I primi mesi al college tutti gli occhi erano puntati addosso a lui. Tutti parlavano di lui più per la sua fama che per il suo talento e fu anche questo a far crescere Iverson come persona. Alle malelingue rispose con i fatti: Big East rookie of the year e All rookie first team nel suo anno da sophomore. L’anno successivo, nella sua ultima stagione a Georgetown portò la sua squadra alla vittoria del Big East Championship salvo perdere poi nel NCAA tournement contro Massachusett.

My family needs me to be in the NBA, but I always will be a part of the Georgetown family”

Iverson, dopo solo due stagioni a Georgetown, decide di fare il grande step, di completare il “plan”, di ringraziare la Risultati immagini per iverson altezza
madre comprandole una bella casa: decide di rendersi eleggibile per il DraftNBA.
Qualche mese più tardi Pat Croce, neo-presidente dei 76ers, scopre che la sua squadra possiederà la prima scelta al draft: Iverson comincia a cercare casa in Pennsylvania, non ci sono dubbi che sia lui la prima scelta e, di fatti, il 16 Giugno 1996 with the first pick in the 1996 NBADraft the Philadelphia 76ers select Allen Iverson: inizia la sua avventura NBA.

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Iverson e coach Brown

Se ci fermiamo a questo la storia di Allen Iverson è semplicemente meravigliosa. Se ci fermiamo a questo stiamo parlando di un ragazzo nato in un posto difficilissimo, senza un padre come punto di riferimento, con la responsabilità di dover curare la propria famiglia. Stiamo parlando di un ragazzo che ha affrontato tutto. Stiamo parlando di un ragazzo che, non sempre, ha fatto la scelta giusta e ha pagato gli errori commessi ma, nonostante tutto e tutti è arrivato al traguardo: ha raggiunto l’NBA. E non dimentichiamo che stiamo parlando di un ragazzo alto 1.83 cm. Il problema è che gli ingordi, e Allen è uno della categoria, non si accontentano mai: è arrivato in NBA? Bene, ora vuole vincere, ed è qui che la storia cambia il punto di vista.
La prima stagione è devastante, Allen è di un altro pianeta. La squadra arranca ma d’altronde lo si poteva intuire, altrimenti non avrebbe avuto la prima scelta al draft. Tra le strade di Philly però inizia a espandersi un’idea di “revolution”: sanno che Iverson può portarti all’olimpo e non vedono l’ora che ciò inizi. I paragoni si fanno subito pesanti, c’è già chi sostiene che sia la miglior versione di Jordan, più dinamica e veloce; c’è chi sostiene che sia il più grande talento cestistico mai esisto. Non ci andranno troppo lontani…
I suoi crossover fanno impazzire i telecronisti, la sua velocità fa impazzire i tifosi e il tutto con la consapevolezza dei propri mezzi e una grande fiducia nelle sue abilità: è evidente ormai che nell’NBA c’è una nuova stella. La stagione dei Sixers si conclude con un record di 22 W e 60 L, ma ciò nonostante i tifosi di Philly possono essere felici di avere dalla loro parte il nuovo rookie of the year, soprattutto considerando il fatto che sarà allenato da Larry Brown.

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Allen Iverson

Anche l’anno successivo Iverson e soci salteranno i play-off ma è soltanto la quiete prima della tempesta. Inoltre, in quell’anno (1997), ricascherà in guai con le forze dell’ordine: dopo esser stato fermato per eccesso di velocità, nella sua macchina viene trovata della Marjuana e delle armi ma, fortunatamente, viene rilasciato. Dal punto di vista cestistico, però, Allen sta scaldando i motori, accompagnato sempre (come del resto gli è successo in tutta la sua vita) da critiche e sfiducie: “è troppo piccolo, non sarà mai un top-player”; “non è in grado di caricarsi la squadra sulle spalle”; “è un delinquentello, non ha la testa per diventare un pro”. Gli criticano soprattutto il suo egoismo al punto

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La prima maglia NBA di Allen Iverson

che Charles Barkley lo soprannomina “Allen me, myself and Iverson” (in inglese la frase “me, myself and I è un modo di dire per sottolineare l’egocentricità di un soggetto N.d.R.). Gli viene anche criticato quel pizzico di arroganza che poi lo contraddistinguerà per tutta la carriera: già nel suo rookie year Iverson non disdegna un po’ di sano “Trash Talking” ai veterani e dei del basket, su tutti Jordan che non la prende benissimo e, se Jordan si offende, tutta l’America si offende. Ciononostante il record dei Sixers continua a migliorare: 31-51 al suo secondo anno. L’anno successivo è la “lockout season”: vengono giocate solo 50 partite, 28 vinte dai Sixers con Allen che conquista il suo primo “scoring title” grazie ad una media di 26.8 ppg. Il primo viaggio di Iverson ai playoff, però, s’interrompe a Indianapolis dove i Sixers incontrano i Pacers che fermeranno la corsa di Iverson in 6 gare. La squadra però continua a migliorare, grazie all’esplosione definitiva del numero 3. Nella stagione successiva il record sarà di 49 vittorie e 33 sconfitte ma, ai playoff saranno ancora una volta eliminati dai Pacers. Dal punto di vista personale però la stagione 1999-2000 comincia a vedergli riconosciuti i primi premi personali: viene convocato all’All-Star game ed è il giocatore che impedisce a Shaquille O’Neal di vincere l’MVP all’unanimità: Shaq infatti riceve 120 voti su 121, non quello di Fred Hickman che il voto lo darò al numero 3 di Philadelphia. Il voto di Hickman è abbastanza scandaloso: come puoi non votare Shaq in quella stagione? Come puoi impedire che diventi il primo MVP all’unanimità della storia? Eppure aveva ragione lui: l’anno successivo (campionato 2000-01) i Sixers chiudono con un record di 56 W e 26 L e Iverson registra una media di 31.5 punti a partita diventando l’MVP della regular season. C’è poco tempo per festeggiare però, giusto qualche ringraziamento, soprattutto a sua madre, e poi via, testa ai playoff: Philly vuole il titolo e Allen con lei. Le speranze sono alte: Iverson è l’MVP e il miglior marcatore e Larry Brown è il Coach of the year, nonostante il loro rapporto non fosse idilliaco, tutti pretesti importanti per la conquista dell’anello. Al primo turno ci sono i Pacers di Reggie Miller che, sulla carta non hanno speranze. Ai Sixers serviranno 4 partite per passare il turno (al tempo era al meglio delle 5). Al turno successivo c’è Vince Carter e i suoi Raptors in una delle serie che hanno segnato un’epoca. Gara 1 è subito guerra: Vince ne mette 35, Iverson 36 ma la vittoria è di Toronto che conquista il fattore campo: 96-93. In gara due Iverson non ci sta e ne infila 54 con il 60% dal campo, Mutombo limita Carter, 92-97 e la serie torna in parità: si va in Canada. Gara 3 è senz’altro la meno combattuta e sembra che Toronto possa essere in grado di prendere il via: finisce 102-78 per i canadesi con 50 punti di Vinsanity. Gara 4 è il match più importante se Toronto dovesse vincere metterebbe quasi un ipoteca sul passaggio del turno. I Sixers però iniziano col piede giusto e già a termine primo quarto sono in vantaggio

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Iverson contro Vince Carter

di 8. Iverson mette un altro trentello e si aggiudica gara 4: 84-79 e si torna a Philadelphia. Gara 5 è dominata dai Sixers che ormai si sentono sicuri del passaggio: Iverson ne mette altri 52 e la partita finisce 121-88. Gara 6 è ancora però dettata da Vince Carter che non vuole abbandonare la serie: 40 punti, 5 rimbalzi, 5 assist, 2 stoppate, 5 rubate. Termina 89-101, si va a gara 7. Gara 7 di quella serie rimane, ad oggi, una delle partite più belle della storia. I Sixers prendono subito 10 punti di vantaggio nel primo quarto, guidati dal pubblico di casa. I Raptors però riescono ad
accorciare la distanza e ad inizio ultimo quarto il tabellone segna 66-69 a favore di Iverson e compagni. Nell’ultimo quarto Toronto gioca meglio ma ad un minuto dalla fina è sotto di 4: 84-88. I Sixers continuano a sbagliare nella
metà campo offensiva e dall’altra parte Dell Curry mette una tripla in contropiede del meno 1, quando mancano 54 secondi al termine. Iverson sbaglia un altro jumper ma c’è il rimbalzo offensivo: 33 secondi. Snow sbaglia un altro tiro e Toronto si ritrova in mano la palla della vittoria. Dopo un paio di timeout restano due secondi per decidere la gara. La palla finisce nelle mani di Vince Carter che però sbaglia il tiro: i Sixers sono in finale di conference.

 

Come andarono quelle finali lo sanno tutti: dopo una eccezionale gara 1, Allen e i suoi devono dire addio ai loro sogni di gloria: i Lakers sono troppo più forti e vincono in 5 gare. La sua storia andrà avanti: sarà il miglior marcatore della stagione per altre 3 volte, l’MVP dell’All Star Game nel 2005, vincerà un oro con gli Stati Uniti nel 2003 e un bronzo nel 2004, vestirà la maglia dei Nuggets, dei Pistons, dei Grizzlies prima di tornare per un ultimo anno a Philly e poi chiudere la carriera in Europa, al Besiktas. La sua storia andrà avanti anche dopo il basket, con una vita sempre al limite, sempre sul confine tra genio e follia. Andrà avanti anche per nuovi problemi giudiziari e gravissimi problemi economici. Andrà avanti con una maglia ritirata al Wells Fargo Center e con un ingresso alla Hall of Fame, fresco fresco. Ma la sua magia finisce al termine di quella gara 5, il 15 Giugno 2001: sia Iverson , sia Larry Brown, sia i tifosi insomma un po’ tutti avevano capito che quella sarebbe stata l’unica occasione per vincere il titolo. E invece siamo qui, a parlare di quello che indiscutibilmente (o quasi) è il più grande talento senza un anello e di una storia che come abbiamo detto non ha il suo lieto fine. Iverson è stato comunque un ispirazione per miliardi di ragazzini per tutto il mondo: la sua #3 rimane una delle maglie più vendute e le sue treccine, in quegli anni, sono state le più richieste a tutti i parrucchieri americani. Ciò che Iverson ha dato al basket non è quantificabile: non solo crossover e grandi giocate. Iverson è la dimostrazione che non importa che carte t’arrivino: bisogna sempre giocarle. Iverson è la prova della costanza: anche quando gli criticavano i suoi abiti, consigliandogli di prendere spunto da Jordan, la sua riposta fu memorabile: “I don’t wanna be Jordan. I don’t wanna be Magic, Bird or Isiah. I don’t wanna be any of those guys. When my career is over I wanna look in the mirror and say that I did it my way”. Iverson è la prova che nella vita si può anche sbagliare ma bisogna avere l’umiltà di correggersi e chiedere scusa. Iverson è la prova che chiunque voglia raggiungere il proprio sogno lo può fare.

Allen Iverson
We talkin’ bout practice?! Allen Iverson

 

 

I Sixers preferiscono scambiare Okafor

Sono ormai molte le stagioni nelle quali non vediamo i Philadelphia 76ers competere ai Playoff, e durante questo lungo processo di ricostruzione la dirigenza ha deciso di puntare ad avere sempre scelte molto alte al Draft, decisione che però ha dato solo parzialmente i propri frutti: Nel roster dei Sixers c’è un forte squilibrio tra reparto piccoli e reparto lunghi, col secondo decisamente sovraffollato.

Per riequilibrare le sorti del roster e riuscire a migliorare progressivamente la propria situazione dunque, lo staff di

Jahlil Okafor
Jahlil Okafor

Phila ha deciso di sondare il mercato sia con Jahlil Okafor (3 scelta assoluta al Draft 2015) che con Nerlens Noel (sesta chiamata assoluta al Draft 2013) ma, come riporta Keith Pompey di Philly.com, qualora si parlasse di trade vera e propria, l’indiziato numero 1 a partire sarebbe il centro ex Duke Jahlil Okafor. Con il Draft 2016 ormai alle porte, e la sicurezza di scegliere un’altra ala (Simmons o Ingram) con la chiamata numero 1, sembra abbastanza chiaro che qualcuno debba partire: il reparto lunghi ad oggi comprende le PF Dario Saric (12° chiamata assoluta del Draft 2014, che non ha ancora esordito in NBA) e Nerlens Noel, i centri Jahlil Okafor e Joel Embiid, e uno tra Simmons ed Ingram che arriverà il 23 Giugno prossimo. Un reparto lunghi così corposo diventa impossibile da sviluppare e da gestire.

 Nerlens Noel
Nerlens Noel

Okafor è stato il top scorer dei Sixers nella passata stagione, per quanto possa valere questo dato in un ambito di rifondazione totale. Il ragazzo, si è messo in mostra per la sua eleganza nei movimenti in post, qualità molto rara per un giocatore nell’annata da rookie. Il prodotto di Duke, però, ha mostrato anche molte lacune a rimbalzo e nella fase difensiva, peculiarità che farebbero di certo un lungo più completo; inoltre ha visto terminare anzitempo la propria stagione a causa di una frattura ad un menisco che ha richiesto un intervento chirurgico. Il carattere poi, si sa, non è dei migliori: spesso Okafor è stato al centro di episodi poco piacevoli per un professionista NBA. Noel, dal canto suo, ha una stagione in più rispetto ad Okafor sulle gambe, un’etica del lavoro migliore, e per ora è stato valutato dallo staff dei Sixers come la miglior scommessa a lungo termine tra i due.

Saranno molte le franchigie interessate ad Okafor, tra le quali potremmo trovare sicuramente i Boston Celtics, che a quanto pare starebbero cercando di scambiare la terza scelta assoluta del Draft 2016 sulla quale possiedono i diritti, chiamata con la quale a Philadelphia potrebbero scegliere una guardia già NBA-ready come Buddy Hield.

Sixers, la prima scelta dovrebbe essere Simmons

Prima del 23 Giugno, giorno del NBA Draft 2016, non sapremo chi i Philadelphia 76ers sceglieranno con la prima chiamata assoluta; tuttavia molti insiders hanno già la loro posizione. Tra questi, Chad Ford di ESPN.com, dopo aver assistito ad un work out di Ben Simmons, ha detto che si aspetta sia proprio il prodotto di LSU ad essere chiamato con la prima scelta. In un intervista durante lo show mattutino Fanatic su 97.5 svoltasi mercoledì scorso, Ford, riguardo all’ala dell’Università di Louisiana ha detto:

Ha lavorato per due mesi, ha un corpo fantastico e continua a migliorare a livello di atleticità. Di lui mi ha colpito molto l’etica del lavoro: il ragazzo è parso subito molto concentrato e dettagliato nei singoli esercizi, e credo che già dalla Summer League potremo notare un giocatore migliore di quello visto sin’ora con la casacca di LSU.

Ben Simmons con la maglia di LSU
Ben Simmons.

Mentre molti insiders paragonano Simmons a LeBron James o a Magic Johnson, altri si chiedono se il ragazzo abbia la stoffa per prosperare anche ai piani alti, o se Simmons sia completo quanto l’altro prospetto in ballo per la prima chiamata assoluta, la SF di Duke Brandon Ingram. Simmons, dal canto suo, risponde con medie di 19.2 punti, 11.8 rimbalzi e 4.8 assist nella sua stagione con i LSU Tigers.

Riguardo alla scelta dei Sixers, Ford, è stato chiaro:

Non credo ci siano molti dubbi, se il Draft si svolgesse oggi, la scelta dei Sixers sarebbe certamente Ben Simmons.

E’ ovvio che in una realtà come quella di Philadelphia farebbero comodo sia Ingram che Simmons, entrambi hanno una buona personalità e delle doti fisiche e tecniche straordinarie, qualità di cui a Philadelphia c’è bisogno. La franchigia della Pennsylvania ha bisogno di uscire da questo periodo buio, e per farlo quale modo migliore di pescare un potenziale fenomeno dal Draft? Solo la notte del 23 Giugno 2016 potrà svelarci qualunque verità sulla prima chiamata assoluta: chi la spunterà? Ben Simmons o Brandon Ingram?

Per NBAPassion.com,
Gabriel Greotti (@GabrielGreotti on Twitter)

 

(Dis)Trust The Process: 76ers

Come è possibile essere ancora oggi innamorati dei Philadelphia 76ers, dopo tanti anni disastrosi e un roster pieno di giocatori da costruire? Al cuor non si comanda, ma qui abbiamo un record che parla chiaro (5-37 al momento in cui scrivo, ndr) e una squadra che sembra costruita a caso. In realtà è tutto un piano, una strategia studiata a tavolino dal General Manager Sam Hinkie. Un piano per conquistare la NBA, ma che ha conquistato pochi supporters. Un piano che necessita molta pazienza. Un piano che dall’inizio di dicembre, con l’innesto di Jerry Colangelo come supervisore ai Sixers (decisione “apprezzata” anche dal Commissioner NBA Adam Silver), sembra essere stato definitivamente bocciato. Una bocciatura che arriva proprio quando il tanking stava arrivando ai massimi – o minimi – livelli.

Ma non preoccupatevi: nonostante Colangelo i Sixers hanno comunque notevoli possibilità di ottenere la prima scelta assoluta, perché nonostante gli sforzi dell’head coach Brett Brown e gli ultimi innesti la squadra è veramente pessima. La prima scelta assoluta quest’anno significherebbe molto probabilmente prendere Ben Simmons, giovane fuoriclasse da LSU, uno di quei giocatori che sembra poter cambiare da solo le sorti di una franchigia.

Il piano è stato bocciato e dopo l’arrivo di Colangelo sono stati ingaggiati dei giocatori totalmente opposti alla filosofia adottata negli ultimi 3 anni da Hinkie. Il ritorno di Ishmael Smith, play 27enne, che aveva giocato già uno scampolo di stagione a Philadephia l’anno scorso; l’ingaggio di Elton Brand, ala-centro 36enne, per fare da “chioccia” a Jahlil Okafor. Per fare spazio a Brand, è stato necessario tagliare Christian Wood, il profilo di giocatore che il GM Sam Hinkie ha sempre preferito da quando è in carica ai Sixers: giovane, interamente (o quasi) da costruire e a basso prezzo. Un segno abbastanza chiaro che denota l’inversione di rotta.

The Process”, così come è stato chiamato, ha avuto sin dall’inizio l’obiettivo di arrivare a qualche giovane importante tramite il draft. Nel frattempo lo spazio salariale disponibile è aumentato a dismisura, e questo avrebbe dovuto portare probabilmente all’acquisizione di qualche free agent importante.

I problemi, in un’attuazione sistematica del tanking come questa, sono vari e se non hai fortuna non tardano ad arrivare. Innanzitutto il draft non è scienza esatta, è risaputo. Arrivare ultimo tutti gli anni non assicura nulla, nonostante i Cleveland Cavs abbiano dimostrato nel periodo senza LeBron che tutto è possibile, raccogliendo ben 3 prime scelte assolute in 4 anni. Hinkie avrà preso ispirazione dalla franchigia dell’Ohio? Non lo sapremo mai, e nemmeno ci interessa.

Avere una squadra così poco competitiva per tanti anni, inoltre, porta altre conseguenze. Il rapporto col pubblico indubbiamente si raffredda. Da questo punto di vista le due stagioni precedenti a questa sono state pessime, una media totale di 13’904 spettatori a sera su una capienza massima di 20’328 (si è avuto però un sensibile miglioramento in questa stagione, con un migliaio di spettatori in più a sera, ma i 76ers rimangono tra gli ultimi in questa speciale classifica dominata dai Bulls[1]).

Inoltre, una squadra senza alcune velleità di vittoria come Philadelphia ha pochissime possibilità di portare a casa un free agent di alto livello. In un’epoca in cui il salary cap sta per schizzare a mille – praticamente tutte le squadre potranno offrire contrattoni succulenti – e in un periodo storico in cui i giocatori migliori cercano non tanto i soldi, quanto la situazione per loro più congeniale alla conquista di un titolo NBA, tutti questi soldi da spendere per i Sixers sono quasi carta straccia.

Jerry Colangelo, uomo di fiducia della NBA, noto per aver brillantemente risolto questioni spinose durante la sua carriera (a lui fu affidata la direzione del Team USA Basketball dopo la disfatta alle Olimpiadi di Atene del 2004, e dal 2008 grazie alla sua direzione più rigida la nazionale statunitense è tornata ad essere il rullo compressore che tutti conosciamo), è stato alla guida dei Phoenix Suns per lunghissimo tempo e ha vinto il premio di “NBA Executive of the year” per ben 4 volte – unico a riuscirci nella storia NBA. GM della squadra dell’Arizona dal 1969, ne è diventato proprietario nel 1987, per poi lasciare la franchigia nel 2004.

Si dice che il Commissioner Adam Silver abbia avallato (e forse di più…) l’ingaggio dell’”aggiusta-tutto” Colangelo anche a causa dei sempre più frequenti rumours che vedevano le altre franchigie della Lega infastidite dallo scarso numero di biglietti venduti in occasione delle partite che vedevano ospiti i Sixers.

Insomma, l’NBA è stata chiara: DISTRUST THE PROCESS. Ma nonostante tutto, basterebbe un Ben Simmons per cambiare tutto.

Per NBAPassion.com
Francesco Gulfo

HOF 2016, O’Neal e Iverson dichiarati eleggibili. C’è anche Tom Izzo

Adesso è ufficiale: la Naismith Memorial Basketball Hall Of Fame ha annunciato le nomine riguardanti la classe 2016 nella giornata di ieri e, come prevedibile, ecco spuntare fuori i nomi di Shaquille O’Neal e Allen Iverson.

Le due vecchie glorie, hanno avuto la possibilità di essere eleggibili grazie al cambiamento delle regole riguardanti la nomina dei possibili nuovi membri della Hall Of Fame, che ha visto scendere la soglia minima di anni tra il ritiro e la nomina stessa da 5 a 4 anni. Presente anche Tom Izzo, coach NCAA che ha trascinato Michigan State alle Final Four per ben 7 volte, portando a casa un titolo nel 2000.

Inutile dire che la nomina di Shaq è sicuramente ovvia: la 1a scelta assoluta del Daft 1992, può contare nel suo palmares ben 15 apparizioni all’All-Star Game, oltre che 4x titoli NBA, 3x MVP delle Finals, 1x MVP della Regular Season, 1x ROTY oltre ad essere stato il miglior marcatore della lega nel ’95 e nel ’00 ed essere il sesto marcatore All-Time.
Al contrario, nonostante non sia mai riuscito ad acciuffare il titolo NBA ma solo sfiorarlo nel 2001, la leggenda dei 76ers (1a scelta assoluta del Draft 1996) può senza dubbio vantare 11 apparizioni all’All-Star Game, 1x MVP della Regular Season, 2x MVP dell’All-Star Game, 1x ROTY, 4x miglior marcatore dell’anno, 3x leader per palle rubate.

Di seguito, la lista completa dei candidati ad entrare nella classe 2016:

* Indica la prima nomina in assoluto

North American Committee Nominations

Mark Aguirre (PLA)

Geese Ausbie (PLA)*

Bill Bertka (COA)

Junior Bridgeman* (PLA)

Irv Brown (REF)

Maurice Cheeks (PLA)

Terry Cummings (PLA)

Lefty Driesell (COA)

Hugh Evans (REF)*

Bill Fitch (COA)

Cotton Fitzsimmons (COA)

Darell Garretson (REF)*

A.C. Green (PLA)

Tim Hardaway (PLA)

Del Harris (COA)

Robert Hughes (COA)

Allen Iverson (PLA)*

Tom Izzo (COA)*

Kevin Johnson (PLA)

Marques Johnson (PLA)

Bobby Jones (PLA)*

Jerry “Tiger” Jones (COA)*

Gene Keady (COA)

Rollie Massimino (COA)

George McGinnis (PLA)

Gary McKnight (COA)*

John McLendon (COA)*

Danny Miles (COA)

Sidney Moncrief (PLA)

Dick Motta (COA)

Swen Nater (PLA)

Shaquille O’Neal (PLA)*

Mark Price (PLA)

Glenn Robinson (COA)

Lee Rose (COA)*

Bo Ryan (COA)

Jack Sikma (PLA)

Steve Smith (COA)*

Fred Snowden (COA)

Eddie Sutton (COA)

Reggie Theus (PLA)

Rudy Tomjanovich (COA)

Chris Webber (PLA)

Paul Westphal (PLA)

 

Women’s Committee Nominations

Leta Andrews (COA)

Jennifer Azzi (PLA)

Rebecca Lobo (PLA)

Muffet McGraw (COA)

Susie McConnell (PLA)

Pearl Moore (PLA)*

Kim Mulkey (COA & PLA)

Harley Redin (COA)

Theresa Shank (PLA)

Marianne Stanley (COA)

Barbara Stevens (COA)

Sheryl Swoopes (PLA)*

Wayland Baptist (TEA)*

Theresa Weatherspoon (PLA)

 

DIRECT-ELECT CATEGORY

Early African-American Pioneers Committee Nominations

Clarence “Puggy” Bell

Sonny Boswell

Zack Clayton

Chuck Cooper

Bill Garrett

Inman Jackson

Clarence “Fats” Jenkins

Bucky Lew

Dave Minor

Hudson Oliver

Cumberland Posey Jr.

Al “Runt” Pullins

James “Pappy” Ricks

Paul Robeson

Eyre Saitch

William “Wee Willie” Smith

 

DIRECT-ELECT CATEGORY

International Committee Nominations

Tal Brody

Jackie Chazalon

Vlade Divac

Nick Galis

Semen Khalipski

Vladimir Kondrashin

Toni Kukoc

Yao Ming*

Aldo Ossola

Amaury Pasos

Dino Radja

Manuel Sainz

Togo Soares

Ranko Zeravica

Marcos Leite

 

DIRECT-ELECT CATEGORY

Contributor Committee Nominations

Marv Albert*

Al Attles

Dick Baumgartner*

Marty Blake

Vic Bubas

Wayne Duke*

Harry Glickman

Marty Glickman

Curt Gowdy

Tim Grgurich

Mannie Jackson

Tom Jernstedt

Johnny “Red” Kerr

John Kline

Red Klotz

Jerry Krause

Jack McCloskey

Johnny Most

Dennis Murphy

Joe O’Toole

Billy Packer

Jerry Reinsdorf

Zelda Spoelstra

Jim Valvano

Donnie Walsh

Frank Walsh

 

DIRECT-ELECT CATEGORY

Veterans Committee Nominations

1936 US Olympic Team*

1964 State Dept Basketball Ambassadors

Zelmo Beaty

Ron Boone

Sid Borgia

Carl Braun

Frank Brian

Joe Caldwell

Mack Calvin

Charles Eckman

Leroy Edwards

Leo Ferris*

Clarence “Bevo” Francis

Buck Freeman

Donnie Freeman

Travis Grant

Bob Grody

Joe Hammond

Robert Harrison

Flo Harvey

Cam Henderson

Robert Hopkins

Lou Hudson

Warren Jabali

Jimmy Jones

Freddie Lewis

Jim Loscutoff

Loyola of Chicago

George McGinnis

Ray Mears

Donald Moore*

Willie Naulls

John O’Brien

Philadelphia SPHAS

Mel Riebe

Glenn Roberts

Holcombe Rucker

Kenny Sailors

Fred Schaus

Charlie Scott

Kenny Sears

Frank Selvy

George Senesky

Paul Seymour

Charles Siler

Talvin Skinner

Ken Suesens

Tennessee A&I

Dick Van Arsdale*

Tom Van Arsdale*

Willie Wise

Max Zaslofsky