From The Corner #25: Ma quanto era forte Derrick Rose?

Come quella del 2010-2011 non ne sono passate tante di stagioni. E’ stata chiaramente un annata spartiacque che ha diviso ciò che c’era prima e ciò che avverrà dopo.
Il campionato venne scosso immediatamente dalla Decision del Micione di immergere i suoi talenti (“talents”) nel sud della Florida e nei colori pastello di Miami e si è chiuso da un altro tremendo scossone, quando un tedescone di Wurzburg ed il sosia di Jim Carrey sconvolgono il mondo battendo gli Heat del nervoso LeBron alle Finali NBA.
A Los Angeles, in febbraio, Blake Griffin lanciò la palla al tabellone ed infilò un braccio dentro al ferro e poi saltò il cofano di una KIA per essere coronato vincitore dello Slam Dunk Contest.

Ma a maggio, mentre i Playoff entravano nel vivo, da qualche parte a Chicago, un ragazzo stava piangendo mentre le sue mani tenevano con presa salda il trofeo più agognato di tutta la NBA. Aveva lo sguardo rivolto a sua madre, seduta in prima fila, e le stava dedicando quel trofeo. A lei che lo aveva ispirato. Derrick Rose ne aveva viste di cose nella sua vita. Padre assente, mamma che come per Isiah Thomas allontanava le gang col fucile e nonna ai fornelli a fargli il pollo per cena. Il southside di Chicago non teme nulla e nessuno, anzi. Per Derrick però le cose divennero presto diverse: stella splendente del firmamento a Simeon HS e poi si segue John Calipari a Memphis.

Perchè solo il John sa rendere un qualsiasi giocatore, un vero giocatore. E diamine se Rose lo è sempre stato. E quando arriva il 2011, lui già prima scelta assoluta, dichiara che l’MVP quell’anno è suo. E se l’è preso come quando da bambini ci prendevamo il pacco di natale col nostro nome sopra: è suo!
Non poteva essere di nessun altro, Lebron l’aveva vinto le due stagioni prima e lo vincerà le due stagioni dopo, ma come Rose nel 2011, forse solo Iverson nel 2001. Dieci anni di attesa a chiedersi come sarebbe stato un Iverson più atletico oltre che veloce, ed eccolo lì. Same Results.

Ci si stupisce dell’impresa di Westbrook delle due triple doppia di fila, che se vogliamo ben guardare, vediamo anche quanto è favorito dai compagni, soprattutto a rimbalzo dove a volte fanno proprio finta di non andarci nemmeno. Ma quello che erano i Bulls in quegli anni rendeva Rose ancora più forte e lui era il motore irrefrenabile di Coach Tom Thibodeau. La velocità di movimenti, l’hang time, le scelte. Era spaziale, irriverente in certe frazioni di gara, i playmaker avversari il più delle volte lo vedevano prendere l’apertura, tempo di sbattere le palpebre ed era al ferro contro un lungo che nulla poteva fare per stopparlo. Non c’era storia con lui. Ed era una persona di statura “normale” che affrontava “cristoni grandi e grossi per 48 minuti”. Come Iverson.

Poi purtroppo il terribile infortunio appena un anno dopo ha chiuso tutto. Il ginocchio era partito ma più che il ginocchio, era partita la sua testa. Ormai non si sentiva più il giocatore di prima e le prestazioni lo dimostravano sempre più.
Adesso siamo arrivati al punto che quando abbiamo appreso che Minnesota lo avrebbe messo sotto contratto ci siamo chiesti che impatto avrebbe avuto dalla panchina. Poi però ti passa un video sotto gli occhi ed in quelle immagini, il numero 1 dei Bulls svetta sopra le teste di tutti, divora parquet in due palleggi e galleggia in aria come fosse trasportato dal vento.
E la malinconia riesce a sopraffarti.
Dannati infortuni.

Rodney Hood: futuro in via di definizione?

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rotazioni Cavaliers-Cavs
Rodney Hood all’interno del roster dei Cavs

Periodo fondamentale per Rodney Hood, con una qualifyng offer di 3.4 milioni per la prossima stagione, può rimanere ancora i Cavaliers, nel caso in cui la squadra di Lebron James pareggiasse le offerte dall’esterno. La franchigia dell’Ohio non ha ancora deciso cosa fare con Hood e molto dipenderà anche dalle scelte di alcuni giocatori (in primis LeBron James) per decidere se tenerlo ancora in Ohio o se lasciarlo partire di fronte ad offerte che potrebbero essere piuttosto alte e fuori mercato per una franchigia come quella dell’Ohio piuttosto “ingolfata” a livello salariale.

Qual’ è l’interesse verso Rodney Hood?

L’interesse sembra già essersi infittito, ben tre squadre ad aspettare alla finestra, impossibile dire già da adesso chi sarà ad aggiudicarselo. Si tratta sicuramente di un profilo interessante, ottimo giocatore a Utah, che lo ha scelto al draft. Sebbene un po’ in calo nella post-season, con 5 DNP, un giocatore utilissimo sempre e comunque. Comprimario di un certo livello, di certo non un trascinatore.

Quel giocatore che riesce a fare la cosa giusta al momento giusto senza fare la giocata da standing ovation.

Rodney Hood #5
Rodney Hood al tempo dei Jazz

Nella struttura di una contender, i giocatori di sistema si rivelano fondamentali tanto quanto le star nell’economia del team. Le partite sono tante, i playoffs lunghi e proprio l’abilità dei giocatori come Hood può fare la differenza.

Le medie nel corso delle varie stagioni sono senza dubbio dalla parte del giocatore in rapporto al ruolo che gli viene richiesto.

Ha tenuto, infatti, 10,8 punti in 21 partite con Cleveland durante la stagione regolare, tirando il 44,2% dal campo e il 35,2% da tre.

Il bello del mercato è la sua imprevedibilità, i ribaltamenti di scenario continui, specialmente quando vi sono tante squadre intorno allo stesso giocatore. Auguriamo ad Hood di fare la scelta migliore per la sua carriera, voi nel frattempo seguiteci sempre sul sito!

Sweet Home(s) Chicago

United Center

Essere la squadra per cui ha giocato lo sportivo più riconosciuto della storia del Gioco è un fardello non indifferente. Quella canottiera rossa e bianca con il numero 23 stampato dietro è in assoluto uno dei cimeli più popolari della cultura occidentale contemporanea. A testimoniare l’importanza che ha avuto per Chicago, è presente una statua all’entrata dello United Center, gate 5, che lo assurge a semidio.

Quel palazzo dello sport, situato in una delle vie principali della città di Chicago- 1800 W Madison Street, è uno dei più capienti e famosi d’America. Luogo di vittorie e sconfitte, gioie e delusioni, dove tutti i tifosi dei tori si riuniscono per supportare la propria franchigia. Casa dei Chicago Bulls e dei Chicago Blackhawks, squadra militante in NHL di hockey sul ghiaccio della Windy City, lo United Center non è stato il primo stadio sorto in Illinois ma, il risultato di una serie di investimenti, fallimenti, ricostruzioni e ripensamenti.

 

Chicago Stadium: tra dieci Stanley Cup Finals e tre NBA Finals

Chicago Stadium, casa dei Bulls dal 1929 al 1994

Partiamo dall’inizio dell’antenato dell’odierno United Center: il mitico Chicago Stadium.

Inaugurato il 28 marzo del 1929, Il Chicago Stadium ha ospitato numerosi eventi sportivi, concerti e comizi politici sia repubblicani che democratici. Costato più di 7 milioni di dollari, la Madhouse on Madison ha ospitato, per quasi trent’anni, la franchigia dei Chicago Bulls. Lo stadio deve la sua esistenza ad un personaggio illustre nella Windy City, più per i soldi che possedeva che per le sue strabilianti gesta nell’ambito sociale, Paddy Harmor. Promotore locale la cui unica intenzione esistenziale era quella di portare il grande hockey in Illinois.

Ma a dire il vero, nemmeno il Chicago Stadium è stata la prima casa dei Bulls.

In realtà, la franchigia di Chicago ha esordito nella lega Nba all’International Amphitheatre, prima di trasferirsi solo nel secondo anno di vita (1966-1967), al Chicago Stadium, dove sono peraltro riusciti a raggiungere i PlayOff.

Sebbene la franchigia avesse inizialmente faticato ad integrarsi in un campionato così ambizioso, a metà degli anni’70 è, però, diventata subito uno dei migliori team della stessa lega, guidato dall’amato Jerry Sloan, Bob Love e Norm Van Lier e insieme ai futuri Hall Of Famer, Artis Gilmore e Chet Walker.

Ed è proprio con questo roster che i Bulls hanno dato il via alla propria storia che, con il passare degli anni, si è rivelata sempre più vincente.

Poi in quel draft del 1984 è sceso in terra quel semidio raffigurato nella statua di cui abbiamo parlato in precedenza.

All’inizio degli anni ’90, i tori hanno aggiunto profondità e talento al proprio roster con gli innesti di giocatori del calibro di Horace Grant, Bill Cartwright e John Paxson, vincendo così per tre anni consecutivi (1991,1992 e 1993) l’anello Nba, uno del quale proprio in casa al Chicago Stadium contro i Portland Trail Blazers.

Ma, solo un anno dopo l’ultimo titolo vinto in casa, lo stesso stadio è stato demolito.

Era pronta la nuova casa, lo United Center.

 

Bulls’ house, one name: United Center

Partiamo dall’inizio dell’antenato dell’odierno United Center, il mitico Chicago Stadium. Inaugurato il 28 marzo del 1929, Il Chicago Stadium ha ospitato numerosi eventi sportivi
Casa attuale dei Chicago BlackHawks e dei Chicago Bulls

Nel 1994, infatti, lo United Center ha preso il posto dello storico Chicago Stadium, demolito lo stesso anno con lo scopo di ricavarne parcheggi per la nuova area, ed è ora uno dei impianti sportivi indoor, adibiti al gioco della pallacanestro, più capienti (23 000 posti) e conosciuti d’America.

Situato nel piccolo quartiere di Near West Side, lo United Center ha mantenuto le tradizioni e le usanze del primo stadio dell’Illinois: ospitando sia i Chicago Bulls sia la squadra di hockey, Chicago BlackHawks nella stessa arena sportiva. L’area prende il nome dallo sponsor aziendale, United Airlines, che, agli inizi degli anni ’90, è stato esteso su tutta la città “ventosa”. Infatti, lo United Center può godere di un proprio hub all’aeroporto di O’Hare, uno dei piu’ trafficati al mondo

Il piano della realizzazione dell’arena è stato ideato dal proprietario dei Blackhawks, Bill Wirtz e dal proprietario dei Bulls, Jerry Reinsdorf.

Infatti Bulls e i Blackhawks gestiscono ambedue lo United Center attraverso la United Center Joint Venture (UCJV), una compagnia manageriale che fa da tramite nella gestione del palazzetto in quanto entrambe le società detengono il 50% della partnership.

Oltre alle 82 partite dei Bulls e Blackhawks ogni anno lo United Center ospita ed ha ospitato altri eventi sportivi come, ad esempio, l’Università dell’Illinois, torneo della Big Ten (costantemente dal 1998 fino al 2001, poi negli anni dispari dal 2003 fino al 2007 e di nuovo nel 2013 e 2015), il Torneo di pallacanestro NCAA maschile (ospitato quattro volte, incluso nell’anno 2011), il Roundball Classic e il Great Eight Classic.

Tra la franchigia dell’Illinois e la nuova “casa”, tuttavia, l’amore non è scoppiato a prima vista.

Come raccontatoci da Stephen Noh, apprezzato columnist e podcaster per The Athletic, il primo approccio dei tori con lo United è stato tutto meno che lieto.

Stando alle sue parole, Sua Maestà Michael Jordan capeggiava la lista degli scontenti.

“Mi piaceva lo Stadium che era vecchio e freddo e tutti lo odiavano. Ora vengono qui ed è tutto bello, sembra un centro commerciale”. Per Jordan la costruzione del nuovo palazzo aveva spazzato via la mistica del vecchio Stadium tanto da portarlo a dire riferito allo United “I still want to blow it up”…suppergiù vorrei farlo saltare in area.

L’amore del 23 per il nuovo palazzo era duro a venire un po’ per quella atmosfera troppo rarefatta, un po’ per quei ferri troppi rigidi ma soprattutto per quella loyalty nei confronti di quel Chicago Stadium che, per anni, era stata la casa di tanti successi.

Ma il semidio non era l’unico ad accogliere con freddezza la nuova dimora, anche il plurianellato Coach Phil Jackson non mancava di criticare lo United che fosse per la posizione delle luci o per come rimbalzava la palla sul parquet.

“Se metti la palla nel cesto, è facile che esca fuori” il sintetico commento di Coach Zen.

Insomma tutti, da MJ al magazziniere, avevano sviluppato un senso di fedeltà nei confronti del vecchio parquet, luogo di lotte, sfide e ricordi che stavano ancora troppo a cuore a tutta la franchigia.

La nuova casa suonava, a dir poco, indigesta.

Insomma un disastro, no? Non proprio.

Sua Maestà, il semidio, ha deciso poi che va bene i ferri, le luci, la lealtà, l’atmosfera e tutto il resto, ma alla fine “I still have to do my job. No matter where I play, I still have to go out there and do my job.”

Ecco, diciamo che quando MJ promette una cosa generalmente tende a mantenerla.

Il resto è storia.L’arena è poi diventata la casa dei Bulls a tutti gli effetti ed è stata, testimone delle secondo threepeat dell’epoca Jordan negli anni 1996, 1997 e 1998.

Adesso dei ferri e delle luci non parla più nessuno e tutti attendono solo il ritorno di una nuova stagione di vittorie per i Bulls.

Intanto per antipasto, l’All Star Game del 2020 si giocherà nella Windy City. Dove? Lo sapete già.

David Nwaba, dal pagare le franchigie di D-League ad essere milionario in Nba

David Nwaba

Chi è David Nwaba, la guardia nativa di Los Angeles che, dopo mille peripezie, è riuscito ad approdare in Nba, trovando a Chicago il suo locus amoenus?

Tra aneddoti e stoppate, David Nwaba è finalmente un giocatore Nba

Ieri sera allo United Center i Milwaukee Bucks hanno affrontato i Chicago Bulls per uno degli impegni domenicali di Regular Season. La partita è finita con la vittoria della squadra ospite per 110 a 96 ma questo poco importa.

Sono passati quattro minuti dall’inizio del secondo quarto quando Giannis Antetokounmpo, dopo essersi avvicinanato spalle a canestro, si è fatto spazio con il suo fisico di 2 metri e 11 nella speranza di riuscire ad entrare nell’area avversaria per concludere a canestro la propria azione in solitaria.

Marcato da Lavine, The Greek Freak, sembrava aver già vinto in partenza il mismatch che si era creato dalla poca attenzione nel cambio delle marcature dei Bulls. Ma, quando tutto è sembrato già fatto e il povero Zach spacciato…. Sorpresa! La palla stavolta non è finita in fondo alla retina con l’aiuto del tabellone o con un fenomenale gesto tecnico, come spesso capita al candidato Mvp, ma nella prima fila del parterre.

A spedirgliela lì è David U. Nwaba da Los Angeles.

 

Non ci credete?

https://twitter.com/_MarcusD2_/status/957723780729724935

Se non siete, come me, tifosi sfegatati dei tori di Chicago o non avete fatto qualche fioretto che vi costringa a guardare i Bulls, probabilmente vi starete chiedendo

“Ma chi diavolo è David Nwaba?”.

Non è il caso però che vi sentiate troppo in colpa perché è la domanda che si è fatto lui stesso nel bell’articolo “Who in the World is David Nwaba uscito su The Players Tribune nel settembre del 2017

Lì, in un lungo monologo, la guardia dei Bulls ripercorre la sua carriera, dall’high school alle Università minori (più di una), dalla D-League alla NBA. Il tutto condito da aneddoti spassosi come il fatto che David, prima di esordire in Nba, avesse pagasse le squadre di G-League $150 per poter giocare o quello in cui dopo aver guidato per otto ore per raggiungere Las Vegas da Santa Monica, gli viene comunicato che – durante la settima del Draft – era stato scambiato e ceduto ai Los Angeles D-Fenders; ossia alla squadra di G-League affiliata ai Lakers che gioca proprio attaccato a casa sua. Quindi, marcia indietro.

Ma alla fine, tra alti e bassi, tra accelerazioni ed inversioni a U, la NBA è arrivata veramente.

Che apporto sta dando ai Bulls David Nwaba?

Ad offrirgli un contratto decadale è proprio la squadra della città degli angeli che, dopo aver visto i buoni numeri messi a segno nella stagione di D-League (14 punti e 7 rimbalzi di media), considera David Nwaba una delle rivelazioni della lega.

L’estate scorsa, il duo manageriale Bulls Gar-Pax ha mostrato fin da subito interesse per la guardia statunitense, richiedendolo alla corte di Fred Hoiberg in quanto rispecchiava al meglio l’ideale di athletic and young richiesto dal reparto dirigenziale in vista della nuova stagione.

La trade di Butler, per quanto possa essere stata dolorosa e clamorosa, ha dato la possibilità alla franchigia di Chicago di rivedere le proprie carte in tavola e decidere i giocatori su cui ricostruire una squadra da cui ripartire e David Nwaba era uno di questi.

Il rendimento stagionale dei Bulls (18-32) sta andando ben oltre le aspettative e i pronostici di inizio anno di Las Vegas. Gli insiders americani, infatti, hanno assegnato alla squadra della Windy City non più di 25 vittorie e, contando che mancano più di trenta partite alla fine della Regular Season, il limite imposto è facilmente raggiungibile per la franchigia allenata da Fred Hoiberg.

Grande merito di questo upgrade non è solo dovuto al rientro di Nikola Mirotic sul campo da basket  – +14.3 di differenza Net.Rating – ma anche alla presenza in campo di David Nwaba. L’effort del nativo di Los Angeles sul parquet è ammirevole, forse perchè il suo passato gli ha insegnato, fin da ragazzino, a non mollare mai anche quando una cosa la si è già ottenuta.

Il giocatore dei Bulls è sicuramente una pedina molto importante nello scacchiere di Fred Hoiberg, che ripone molta fiducia in lui ma, dal rientro di Lavine, sta giocando sempre meno minuti, preferitogli Valentine nel ruolo di guardia tiratrice come sostituto dell’ex Minnesota

David Nwaba, quindi, si vede sempre più costretto ad ottimizzare al massimo il suo rendimento sul parquet (7.2 punti di media, 4.5 rimbalzi e 1.2 assist) fin qui.

La velocità dei suoi piedi, i suoi comtropiedi e l’energia con cui il 24enne gioca ogni sua partita sono state determinanti molte volte in questa stagione per la seconda unit dei Bulls. Al posto di Denzel Valentine, il ragazzo viene impiegato da Hoiberg nel suo ruolo naturale di guardia e con il quintetto formato da: Dunn PG, Holiday ala piccola, Markkanen ala forte e Lopez centro, David riesce ad incidere al meglio sulla parte difensiva del gioco. Secondo StatsNba.com in 100 possessi solo 91.3 sono i punti subiti quando sono presenti loro in campo, con un NetRating pari a 9.1.

Nwaba è una vera e propria sicurezza nelle marcature uomo a uomo tanto che, nella partita di ieri sera, ha concesso pochissimo spazio al giocatore franchigia dei Bucks, Giannis Antetokounmpo.

Nonostante la differenza di altezza la guardia dei Bulls non si è lasciato intimorire dall’evidente mismatch con “il mostro greco”, mostrando per l’ennesima volta a tutto lo United Center la sua capacità di difendere su più ruoli.

La solidità di David Nwaba è risaltata molto dalla poca quantità di palle perse nel corso di questa stagione (in percentuale, offensivamente, 0.4% e difensivamente, 1.1%) e dalla capacità di finalizzare ogni azione quando la palla passa dalle sue mani.

La pressione alta della guardia dei Bulls sull’uomo da marcare, che ha come unico scopo lo steal of the ball, predispone già il giocatore a sfoderare la sua migliore arma in fase offensiva, i contropiedi: da ricordare è quella contro i Golden State Warriors dove Nwaba riesce a rubare letteralmente la palla al due volte Mvp, Stephen Curry e ad andare al ferro senza troppi problemi, mostrando le proprie abilità da slasher.

 

In questa prima parte di Regular Season David Nwaba ha collezionato 37 presenze, di cui 2 dalla starting line-up. Sicuramente, grazie all’allungamento di contratto fino a fine stagione, tante saranno le occasioni per mettere in luce il suo talento ed aiutare in prima persona la propria franchigia a resistere, a partire dall’8 febbario, alla furia del tanking. 

Klay Thompson: “Creeremo la dinastia dei Warriors”

I Golden State Warriors sono alla ricerca del loro terzo anello in quattro anni, il secondo consecutivo, e vogliono creare una dinastia, come in passato hanno fatto i Boston Celtics, Chicago Bulls, Los Angeles Lakers e più recentemente i Miami Heat.

In questi giorni i Warriors stanno giocando le loro partite di preaseason in Cina, dove hanno già ottenuto un livello di visibilità davvero notevole. In quel roster erano presenti due giocatori del livello di Michael Jordan e Scottie Pippen.

Dopo l’ultima partita giocata dai campioni della lega, è stato chiesto a Klay Thompson se questa squadra ha la capacità di vincere ben sei anelli in otto anni, come fecero i Chicago Bulls.

Sei campionati in otto anni? Siamo solo a un terzo di strada”. Dichiara la guardia tiratrice della squadra di coach Kerr ai microfoni ESPN. “Penso che non siamo lontani, certo abbiamo ancora tanto da fare ma penso che potremmo farcela”.

“Ogni volta che i Bulls sono venuti in città, era l’evento dell’anno, ora lo è quando arriviamo noi; questo gioco è imprevedibile, e nulla va dato per scontato. Raramente si gioca in uno stadio che non sia pieno, ogni partita è una emozione speciale. Credo che ancora non siamo al loro livello, ma a quello aspiriamo, noi vogliamo diventare una squadra che rimanga per sempre nella memoria di tutti”.

Sul paragone tra i Warriors e i Bulls Klay Thompson dice: “Solo essere paragonati a quella squadra è un onore, c’è sicuramente la motivazione, mi piacerebbe giocare con Michael Jordan e i suoi compagni di squadra. Ovviamente non è possibile, però c’è la volontà di lasciare quel tipo di eredità“.

Il coach dei Warriors, Steve Kerr, ha indossato la casacca dei Bulls negli anni 90 e vinto ben tre anelli in quella squadra che molti definisco la migliore di tutti i tempi. Infatti Kerr non è ancora pronto a paragonare la sua attuale franchigia a quella in cui ha giocato da ragazzo.

“Non possiamo avvicinare quello che abbiamo fatto con quello che hanno fatto i Bulls” ha detto il 52enne. “Con i Tori ho vinto sei campionati in otto anni, con i questi ragazzi ho vinto solo due volte in tre anni, il che è fantastico ma vogliamo vincere di più, visto che abbiamo la possibilità di far bene per diversi anni. Dobbiamo lavorare duro e avere anche fortuna. Faremo del nostro meglio e cercheremo di divertirci, sempre lavorando al massimo.”

I Warriors negli ultimi tre anni sono risultati quasi imbattibili, hanno sfornato prestazioni di livello sia in regular season, sia ai playoffs. Hanno vinto per tre anni consecutivi la Conference a Ovest.

Bulls si riparte da zero: tante incognite ma tanto potenziale

Chicago Bulls

Si riparte da zero, anzi no, da poco piu di zero in casa Chicago Bulls.

Tanti giovani, tanto talento potenziale ed una certezza una guida per la squadra ed anche per il coach. D-Wade.

Un periodo di transizione per i Chicago Bulls senza Rajon Rondo, senza Jimmy Butler, senza Carter Williams, come pure Canaan. Ma con tanti nuovi e vecchi volti a partire da Holoday che torna dopo il suo periodo a New York di una sola stagione. Con lui arrivano anche LaVine, anche Dunn, e con loro Lauri Markkanen. Tre ragazzi giovani, tre ragazzi con peculiarità diverse che potrebbero però trasformarsi presto in giocatori in grado di portare i Bulls in una nuova dimensione. Di nuovo ai playoffs.

Il primo è una guardia dalle doti atletiche eccelse, buonissimo scorer. Il secondo, Dunn sarà il cervello del nuovo team, con le sue doti di play ancora da testare in un team in ricostruzione dopo il fallimento del primo anno, anzi dopo essere stato rimandato dopo il primo anno a Minnesota. Il terzo è un 4 moderno in grado di allargare il campo. In grado di unirsi a perfezione con Bobby Portis, con Felicio e con Robin Lopez rimasti tutti e tre a Chicago.

Si riparte da tante incognite in casa Bulls. Riusciranno i giovani a far fruttare le loro potenzialità anche in campi?  In Illinois ci sperano…

Eurobasket 2017: Mirotic o Ibaka per la Spagna?

La Spagna è sicuramente tra le favorite di Eurobasket 2017. Campionessa uscente, tanto talento in tutti i ruoli e giocatori che con la canotta della roja diventano delle autentiche “furie rosse”: i presupposti per il back to back ci sono tutti.

Sergio Scariolo dovrà fare qualche scelta molto difficile per costruire un team vincente. Una di queste sarà certamente quella che riguarda l’oriundo, dato chee il regolamento consente di convocarne solo uno. Gli spagnoli ne hanno però almeno due che varrebbe la pena portare: Nikola Mirotic e Serge Ibaka. Chi porterà con se il CT?

 

PRO E CONTRO DI SERGE IBAKA

Air Congo è sicuramente un giocatore con pochi eguali in Europa. È un ottimo stretch four siccome può ricoprire tranquillamente i ruoli di 4 e 5. Unisce ad un ottimo atletismo, una fisicità ed un senso della posizione che ne fanno un eccellente rim protector, in NBA viaggia a 2.4 stoppate di media a partita.

Anche in attacco fa il suo dovere: quest’anno ha segnato 14.8 punti a partita in 30 minuti di impiego. Quest’anno ha viaggiato con il 45.9% dal campo con 39.8% da 3 punti, miglior dato in carriera. Ai playoff però la sua media al tiro pesante è scesa drasticamente, precipitando ad un misero 29.2% nella serie contro i Bucks. Ibaka non è infatti un tiratore naturale: la sua efficienza dal perimetro può risentirne ad alti livelli.

 

PRO E CONTRO DI NIKOLA MIROTIC

La stagione di Mirotic non è stata delle più entusiasmanti. I continui problemi tra lui ed Hoiberg l’hanno portato ad essere messo sul mercato e fuori dalle rotazioni. Si è riconquistato il posto nel mese di marzo a suon di grandi prestazioni: 15.3 punti (molti di più rispetto ai 10 di media stagionali) e 5.5 rimbalzi di media, con il 50% dal campo ed il 41% da 3 punti.

Ai playoff è tornato però a piegare i ferri avversari dalla lunga distanza. Il 28.6% da 3 con cui ha concluso la serie contro i Celtics è davvero un magrissimo bottino.

 

LA NOSTRA SCELTA

Nella nazionale spagnola che si va formando, il giocatore più adatto all’europeo è certamente Serge Ibaka. Il tandem formato da lui e Pau Gasol, MVP del vittorioso Europeo del 2015 e tutt’oggi leader maximo della squadra, è semplicemente perfetto. Serge copre infatti le lacune difensive dell’ex-Lakers, che si può scatenare in attacco grazie alla sua classe infinita.

Mirotic invece è un giocatore che, quando è in forma, può dare un eccellente apporto offensivo ma ha grosse lacune difensive, anche in campo europeo. Se in più aggiungiamo che l’ala dei Bulls non viene da una stagione eccellente, la scelta è piuttosto facile.

Bulls, Rajon Rondo non giocherà questa notte gara 5

Rajon Rondo ha comunicato ai media che non sarà del match questa sera a  Boston: il playmaker dei Chicago Bulls ha provato in tutti i modi a superare il suo infortunio per essere in campo nella cruciale gara 5 della serie ora sul 2-2 ma non sarà in campo.

Il ragazzo si è allenato a Chicago effettuando dei jumper, tanto da far parlare Fred Hoiberg di un possibile ritorno in una eventuale gara 7 o addirittura in gara 6. Poi è filtrata la notizia che Rajon Rondo si stava allenando a Boston per provare a rientrare subito, già in gara 5: c’è stato il tentativo ma senza l’ok dei medici dopo l’esame effettuato quest’oggi il numero 9 di Chicago dovrà guardare i compagni giocare dalla panchina.

DETROIT, MI – DECEMBER 6: Rajon Rondo #9 of the Chicago Bulls handles the ball against the Detroit Pistons during the game on December 6, 2016 at The Palace of Auburn Hills in Auburn Hills, Michigan. Copyright 2016 NBAE (Photo by Brian Sevald/NBAE via Getty Images)

Restano buone possibilità che rientri però in questa serie, soprattutto se si arriverà a giocare una gara 7: Fred Hoiberg aspetta con pazienza il suo playmaker, questa notte partirà in quintetto Canaan per sostituirlo dopo che Grant ha fallito nel compito.

Wade: “I Celtics sono cambiati tantissimo nelle ultime due gare”

Wade

I Chicago Bulls di Wade, Butler e Rondo, si sono trovati senza il loro play titolare, giocatore indispensabile in gara 3 e gara 4 della serie contro i Boston Celtics e stanno pagando a caro prezzo la sua assenza.

Wade ha preso parola riguardo la serie in corso “I Celtics sono cambiati tantissimo nelle ultime due gare. Al TD Garden li abbiamo dominati, la nostra difesa è stata incredibile, ma perdere Rondo nelle gare casalinghe è stato tragico. Abbiamo bisogno di qualche modifica. guardando le registrazioni delle gare vinte ho capito che ciò che ci manca in questo momento è l’energia. Canaan può giocare nella starting line-up; ha un buon tiro e questo ci può tornare utile. Sono sicuro che per gara 5 verranno effettuate le giuste modifiche che ci daranno la possibilità di vincere.

Dwyane Wade as Flash

Chicago Bulls, Wade può essere la chiave per riprendersi la serie?

I Bulls hanno dimostrato di avere sicuramente dalla propria parte l’esperienza. Rondo era un fattore in questo senso, ma anche Wade può diventare determinante ora. Quando le cose si mettono male, meglio avere il #3 dalla propria parte. Cosa potrebbe cambiare? Beh, Flash gestirà più possessi, ci sono possibilità che lui con Canaan (tra i due c’è grande intesa dentro e fuori dal campo) compongano il backcourt titolare, con Butler, slegato dai compiti di servire assist e portare palla. Gara 5 è alle porte, la franchigia dell’Illinois non può più sbagliare un colpo se vuole passare il turno. Palla in mano a Wade, la sua esperienza sarà fondamentale per questo momento cruciale dei playoffs?

Fred Hoiberg: “Aver perso Rondo per infortunio in gara 2 ci ha fatto perdere qualità”

Canaan contro Green
Canaan contro Green

Dopo aver vinto le prime due gare della serie al TD Garden, i Bulls, sembravano essere in grado di tener testa alla capolista della stagione regolare ad Est; così non è stato, ha perso entrambe le gare casalinghe. In casa Bulls dovranno essere effettuati dei lavori di restyling ed è questa la strada che sembra voler intraprendere coach Fred Hoiberg.
Aver perso Rondo per infortunio in gara 2 ci ha fatto perdere qualità; lui è il faro della squadra. Con lui assente non siamo riusciti a vincere nemmeno una delle due gare casalinghe. C’è bisogno di una svolta, Isaiah Canaan ha dimostrato di poter essere titolare; può giocare la palla, sa gestirla e può tirare. Sa colpire gli avversari con tiri importanti; sarà lui la mia scelta, merita fiducia.

Il tutto sembra convergere in direzione del giovane playmaker nativo di Biloxi; sarà lui la chiave giusta per superare il turno? Non ci resta altro che attendere per avere risposte su quanto.

Jan 24, 2017; Orlando, FL, USA; Chicago Bulls head coach Fred Hoiberg talks with Chicago Bulls forward Jimmy Butler (21) and guard Dwyane Wade (3) during the second quarter at Amway Center. Mandatory Credit: Kim Klement-USA TODAY Sports. Canaan Chicago Bulls

Fred Hoiberg: “Dobbiamo creare spazio per Butler”

A Fred Hoiberg spetterà il compito di riorganizzare le idee e cambiare le carte in tavola complice l’infortunio di Rajon Rondo in gara 2 della serie contro i Boston Celtics.

Dopo l’allenamento della squadra, l’head coach dei Chicago Bulls ha parlato ai media dei possibili cambiamenti in arrivo. “Abbiamo fiducia in Grant” ha detto Fred Hoiberg, “dobbiamo riuscire a creare maggior spazio affinché Jimmy Butler possa essere determinante in gara 4.” Sulle domande relative ai cambiamenti delle rotazioni, Fred Hoiberg ha risposto così: “Si, potremmo cambiare qualcosa, potremmo cambiare il quintetto iniziale, ma potremmo anche decidere di restare così. Valuteremo”.

Fred Hoiberg.

L’head coach della franchigia di Chicago darà quindi ancora probabilmente fiducia a Grant nello slot di play, magari facendo gestire palla a Wade o Butler stesso. Senza Rondo il playmaking della squadra è limitato: non può essere una soluzione neanche Carter Williams che entrerà probabilmente dalla second unit con Payne a scaldare la panchina per dare fiato ad uno dei due in casi estremi. Fred Hoiberg sfoglia la margherita: possibili cambiamenti invece negli altri settori del campo? Boston potrebbe riproporre un quintetto basso che ha messo spesso in difficoltà difensivamente Chicago: dentro Zipser, fuori Mirotic per blindare la difesa? Lo scopriremo questa sera.

Hoiberg: “Senza Rondo cambia molto. Le rotazioni? Vedremo”

Fred Hoiberg, head coach di Chicago Bulls, ha una brutta gatta da pelare: Rajon Rondo si è infortunato nel corso di gara 2 della serie contro i Boston Celtics, ha saltato gara 3, in cui la squadra ha mostrato quanto sia stato importante l’apporto dell’ex Celtics al gioco offensivo e difensivo del team, ed ora deve trovare, con i giocatori che ha a disposizione delle soluzioni per non perdere di mano una serie che sembrava essere totalmente in mano a Chicago.

Quello che sembra essere il nocciolo della questione è la rotazione nello slot di play: i Chicago Bulls di Hoiberg hanno a disposizione giocatori diversi da Rajon Rondo (e giocatori simili viene da aggiungere ce ne sono davvero pochissimi). Carter Williams è entrato a gara in corso dando difesa, ma con pochissime capacità di tiro e costruzione di gioco. Grant che ha giocato dal quintetto è apparso un pesce fuor d’acqua, tante palle perse, tanti appoggi per Robin Lopez errati, e letture di gioco a dir poco da rivedere. Nel finale si è visto anche Payne, che ha giocato qualche minuto ma non può essere l’ex Oklahoma City Thunder la soluzione.

Dopo la partita persa Fred Hoiberg ha parlato ai media della questione.: “Senza Rondo cosa cambia? Molto. Le rotazioni nello slot di point guard senza di lui? Vedremo come modificarle, ci stiamo lavorando. Purtroppo è un duro colpo per noi ma ci inventeremo qualcosa per prolungare la nostra permanenza ai playoffs e permettergli di rientrare in campo”. 

I Boston Celtics dal canto loro hanno usato un quintetto piccolo, andando a far sentire maggiormente ai Bulls l’assenza di Rondo: possibilità in gara 4? Wade da playmaker,  Jimmy Butler  guardia tiratrice, con Zipser nel ruolo di ala piccola. Nel frontcourt spazio invece a Robin Lopez e Mirotic o Portis. Urgono modifiche per salvare una serie che sembra chiusa dopo due gare.

Rajon Rondo