All-Star Game 2019, ecco i titolari, LeBron James e Giannis Antetokounmpo capitani

playoff LeBron James

NBA All Star Game 2019, votazioni chiuse e starters per le due conference determinati.

Le due squadre All-Star che si sfideranno a Charlotte, NC, il prossimo 17 febbraio saranno capitanate da LeBron James e Giannis Antetokounmpo, i due giocatori a ricevere più voti per ciascuna conference.

 

I 5 selezionati per la Eastern Conference:

  • Giannis Antetokounmpo (Milwaukee Bucks – capitano)
  • Kawhi Leonard (Toronto Raptors)
  • Joel Embiid (Philadelphia 76ers)
  • Kemba Walker (Charlotte Hornets)
  • Kyrie irving (Boston Celtics)

 

Questi i selezionati per la Western Conference:

  • LeBron James (Los Angeles Lakers – capitano)
  • Paul George (Oklahoma City Thunder)
  • Kevin Durant (Golden State Warriors)
  • Steph Curry (Golden State Warriors)
  • James Harden (Houston Rockets)

 

Ai due capitani e titolari LeBron James e Giannis Antetokounmpo il compito di selezionare con uno speciale “draft” i 12 giocatori (11+1) che andranno a formare le due squadre, il prossimo 7 febbraio in diretta televisiva su TNT. Col primo turno si distribuiranno i restanti 8 titolari, le riserve sararno selezonate con un secondo “giro”.

le restanti 14 riserve (7 per squadra) saranno selezionate il prossimo 31 gennaio dagli allenatori delle 30 squadre NBA. James ed Antetokounmpo potranno scegliere i rispettivi compagni di squadra senza retrinzioni di ruolo e conference d’appartenenza.

Per LeBron James, l’All-Star Game 2019 sarà la 15esima nomina in quintetto per la Partita dele Stelle in carriera (raggiunto Kobe Bryant). James è attualmente fermo per un problema muscolare, ma la sua partecipazione all’evento non è in discussione. Kemba Walker avrà l’onore di partire in quintetto per una delle due squadre davanti al suo pubblico.

Alla NBA ed al commissioner Adam Silver spetterà il compito di selezionare i sostituti per eventuali forfait.

Michael Jordan dona 7 milioni alle cliniche mediche nelle aree povere di Charlotte

Ten NBA Finals

Michael Jordan continua a far cose incredibili anche fuori dal campo. Il campione NBA infatti, ha deciso di fare una grande donazione alle cliniche di Charlotte per la cura di migliaia di bambini.

Secondo Rick Bonnell e Deon Roberts del Charlotte Observer, il proprietario degli Hornets ha donato una cifra che si aggira intorno ai 7 milioni di dollari.

Il portavoce di Michael Jordan dichiara: “Era da tanto tempo che Michael voleva fare qualcosa per il North Carolina e per la sua famiglia, tenendo separati lavoro e vita privata”.

Il North Carolina, appena appresa la notizia ha divulgato il gesto del campione a tutte le agenzie americane.

DONAZIONE DIVINA

Per gli ospedali interessati, questa donazione è stata una manna dal cielo, viste le condizioni in cui dovevano operare.

A convincere Michael Jordan della necessità di una simili donazione, è stato uno studio che ha colpito profondamente la sensibilità del campione. Infatti, lo studio mostrava come molti bambini, per colpa dei costi della sanità, non potessero permettersi cure fondamentali per la loro vita.

Le persone che riceveranno il sussidio sanitario grazie alla donazione, saranno circa 35.000.

Infine, Michael Jordan, dopo la donazione dichiara: “Spero che questo mio gesto possa dare un futuro più luminoso e sano a tutti bambini e famiglie che ne usufruiranno”.

East Coast cities nicknames – I soprannomi delle città dell’NBA

boston skyline

Nel mondo NBA i soprannomi e modi di dire si avvicendano senza soluzione di continuità. Come dimenticare lo “Showtime” di johnsoniana memoria negli anni ’80, il “Dream Team” vincitore dell’oro alle Olimpiadi del ’92, “Hackeem The Dream”, fino ai più moderni “The Choosen One”, “Durantula” e “Splash Brothers”, solo per fare alcuni esempi. Anche le squadre hanno i propri nomignoli: “Dubs”, “Jail Blazers”, “Big Three”, la fantasia americana non ha limiti nel trovare nickname per ogni cosa.

shaquille o'neal
Da una statistica ufficiale della NBA, il 93% dei soprannomi li ha inventati lui.

Ma non sono solo i team o i singoli giocatori ad avere il piacere (o talvolta scontare la pena) di un soprannome. Ogni città degli Stati Uniti, infatti, può vantare un nomignolo, spesso affettuoso, legato alle proprie origini. E talvolta anche alla propria storia cestistica.

In questa prima puntata, vediamo i nick delle città che ospitano le franchigie della East Coast.

Atlantic Division>>>

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L’All Star Game 2018 si svolgerà a Los Angeles

Probabilmente l’NBA lo annuncerà giovedì, ma ormai i rumors prendono consistenza: nel 2018 sarà la Città degli Angeli e di Hollywood ad ospitare il weekend vetrina della lega. Los Angeles era già stata scelta nel 2004 e nel 2011 e in entrambi i casi né i Lakers né i Clippers avevano fatto gli onori di casa, e sarà così anche nel 2018.

Nonostante l’agonismo sia ormai vicino allo 0 nell’All Star Game ed eccezion fatta per l’ultimo, clamoroso Slam Dunk Contest (gli altri somigliavano più a delle imitazioni di quelli passati), il fascino di questo weekend resta intatto. Ma soprattutto si tratta dell’evento commerciale più globale che l’NBA possa offrire per allargare ulteriormente i suoi già larghi confini. Non a caso negli ultimi anni sono state selezionate New Orleans, New York e Toronto (sede dell’ultima edizione), posti decisamente famosi e attraenti.

Un’eccezione in questo senso sarà rappresentata da Charlotte: la ridente città del North Carolina non ha certo il potenziale e il nome delle location sopracitate, ma per Michael Jordan non si può non fare uno strappo alla regola:  l’anno prossimo a febbraio coloro che parteciperanno al famigerato evento si riuniranno tutti alla Time Warner Cable Arena.

Fronte Howard: dopo Charlotte, Miami, Toronto, Boston, Atlanta chi si farà sotto per il Big Man dei Rockets?

Gli Houston Rockets stanno cercando di tradare prima della deadline il centro titolare Dwight Howard che non rifirmerà con molto probabilità la sua player option in estate diventando unrestricted free agent.
La franchigia texana ha parlato con Charlotte, Miami, Boston, Toronto ed Atlanta del suo big man senza riuscire a chiudere una trade vantaggiosa: mancano solo due giorni alla chiusura del mercato NBA, chi si farà sotto per Superman? Con gli Hornets la trade è naufragata subito, i Celtics hanno altre priorità (Horford-Griffin) mentre Toronto ha detto subito di no. La pista Atlanta potrebbe invece riaccendersi nelle ultime ore come non è da escludere una nuova franchigia magari per una trade a tre.
Sarà la volta buona oppure Howard resterà a Houston per provare a salvare una stagione al momento disastrosa?

Poche idee e difesa da rivedere: vincono i Cavs ma che fatica contro gli Hornets

Ok, sono i vice-campioni NBA, ma bisogna giocarle le partite per vincerle. Ok, la vittoria è arrivata, ma quanta fatica. C’è voluta come sempre tutta la leadership di LeBron James per togliere Cleveland dalla spiacevole situazione che s’era venuta a creare. Certo, battere gli Hornets che non perdevano da 4 partite consecutive di questi tempi non è cosa semplice, ma i Cavs sembrano vivere un periodo di sbando sul piano del gioco.

 

POCO MOVIMENTO, POCHE IDEE – Se c’è una cosa che più lascia perplessi rispetto alle altre, è l’alternanza di buone prestazioni a partite mediocri come quella della notte, specie per quanto riguarda il gioco offensivo. Pronti-via e i Cavs erano già spenti: zero movimenti, zero P&R a liberare i tiratori, zero idee; solo qualche lampo di genio individuale. Primo tempo salvato dai punti di Love e James per lo più, per il resto poca cosa l’attacco dei Cavs. E, infatti, nel secondo tempo della partita, le lacune evidenziate nel primo tempo sono diventate ancor più evidenti: 4 palle perse consecutive ad inizio terzo-quarto, canestro che sembrava essersi ristretto e vantaggio di +8 degli Hornets a tratti. È stato a quel punto che è salito in cattedra LeBron James, che sicuramente non avrà apprezzato la gestione delle partite dei Cavs: serve al più presto una sterzata se si vuole ambire a qualcosa di grande, sull’altra costa non ne perdono una.

 

LOVE SI, LOVE NO – Croce e delizia di questi Cavs, ma si sapeva già dal momento in cui è stato ri-firmato il contratto in estate. Offensivamente non si discute, rimbalzi ne raccoglie e anche tanti. Certo, in difesa le carenze continuano ad essere evidenti e preoccupanti oramai. Preoccupanti al punto di costringere coach Blatt ad una scelta decisa ed inequivocabile: lasciare Love in panchina per tutto l’ultimo quarto di gioco. Risultato? Il quintetto piccolo che ha vinto James tornare indietro di qualche anno a giocare per tanti minuti nello spot di PF con Thompson nel ruolo di pivot, ha relegato gli Hornets a 14 miseri punti (8 negli ultimi 10 minuti), con i Cavs che hanno completato la rimonta vincendo una partita piuttosto rognosa.

 

HORNETS, È MANCATA SOLO UN PO’ DI LUCIDITÀ – Partita giocata al meglio delle proprie possibilità dai Charlotte Hornets. Tutti quanti, dal quintetto alla panchina, hanno svolto il proprio lavoro ottimamente: Batum sempre pronto a sfruttare le lacune difensive dei Cavs e clinico quando si tratta di far male offensivamente; Jefferson puntuale in difesa e pericoloso nel pitturato avversario ma anche dalla media distanza; Kaminsky e Zeller hanno apportato una buona dose di energia dalla panca e anche il duo Lin-Lambe ha creato diversi grattacapi specie nel terzo-quarto. La maggiore reattività, i tagli dal backdoor e a lunghi tratti una maggiore voglia di vincere, parevano aver indirizzato la partita sui binari dei padroni di casa, salvo poi perdere la bussola negli ultimi 10 minuti di gioco in cui gli Hornets hanno trovato difficoltà nell’arrivare a canestro.

Hornets, Batum su Parigi: “Teniamo la testa alta, rimarremo forti”

Venerdì notte si sono affrontati gli Hornets e i Bulls allo United Center. Chicago ha avuto la meglio sulla squadra del  North Carolina. Nicolas Batum ha segnato 28 punti, raccolto 8 rimbalzi e smistato 2 assists. Però per lui, e non solo, quella notte è stata una notte particolare. Parigi era sotto attacco e il giocatore francese ha giocato una partita in condizioni psico-fisiche non ottimali dopo ciò che aveva appreso essere avvenuto nelle ore precedenti. La sorella del giocatore vive vicino allo stadio a Parigi, evacuato durante la partita amichevole di calcio tra Germania e Francia. Immediatamente ha cercato di contattarla per sapere come stesse e, fortunatamente, era tutto okay. Nelle ore successive, la situazione nella capitale francese è peggiorata, nuovi attacchi, nuove esplosioni e nuovi attentati hanno colpito alcune zone della città. Ostaggi presi e vite sprecate sono diventate l’ordine del giorno nella notte tra il 13 e il 14 novembre 2015. Proprio rispetto alla questione si è espresso Nicolas Batum:

“Fino all’ultimo minuto prima della partita ero al telefono, le mie sorelle vivono vicino a una zona dove ci sono stati degli attacchi, ho la famiglia in Francia. Ho gli amici a Parigi, e la prima cosa che ho fatto dopo che sono tornato nello spogliatoio a fine partita è stato controllare il mio telefono di nuovo per vedere se era tutto a posto. In ogni caso è stata una giornata durissima, ed è ancora durissima per tutti noi.”

Non c’è bisogno di dirlo, ma in quel momento, il basketball è diventato un’attività secondaria per tutti, soprattutto per Batum che, in ogni caso, ha deciso di utilizzare la propria performance per rendere fiera di lui la propria famiglia oltreoceano.

“Ho pensato soltanto alla partita, volevo fare una buona prestazione per mostrare a tutti alla mia maniera che siamo forti.”

L’ala degli Hornets non era l’unico giocatore in campo allo United Center ad avere la famiglia residente in Francia. Anche Joakim Noah, prima e dopo la partita, si è preoccupato di avere costanti notizie della propria famiglia. Quando si sono incontrati al centro del campo la prima cosa che si sono chiesti è stata se le rispettive famiglie stessero bene o meno.

“Non so bene esattamente cosa sia successo,” ha detto Noah dopo la partita, “mi informerò, ma so che è davvero triste cosa sta succedendo li. Molte persone sono morte senza un motivo.”

Anche Nicolas Batum ha parlato non soltanto della propria famiglia ma degli attacchi in generale, con la tristezza e la delusione di un cittadino del mondo qualunque.

“Ho avuto la possibilità di sentire la mia famiglia e stanno bene, ma per molti altri non è così, hanno perso qualcuno. Per nulla, senza motivo. Le persone stavano guardando una partita di calcio, erano ad un concerto o ad un ristorante, e sono state uccise. Ho parlato con mia sorella ed alcuni amici. Tutti stanno bene, ma sono e siamo scioccati. Mi hanno raccontato che sembrava esserci la guerra a Parigi. Tutti fuori di casa. La polizia, l’esercito, è difficile immaginarlo, dato che ho visto i numero, prima c’erano quaranta morti e poco dopo ce n’erano 120. È stato davvero tristissimo ma, come ho detto, siamo forti e duri, e continueremo a esserlo. Resteremo forti. Piangeremo chi abbiamo perso questa notte, ma dobbiamo restare forti, restare a testa alta ed andare avanti, mostrando che siamo migliori di loro.”

Ovviamente, il mondo del basket ha il cuore rivolto a questa tragedia. #PrayForParis


Per NBAPassion.com
Giulio Scopacasa

Hornets, Cody Zeller in dubbio per la sfida con i Bulls

Cody Zeller, dopo la distorsione alla caviglia destra riportata contro i New York Knicks, potrebbe tornare in campo proprio per la prossima partita contro i Chicago Bulls. Zeller, nonostante la distorsione, è riuscito a concludere la partita, segnando, inoltre, il tiro della vittoria a meno di un secondo dalla fine del match su una rimessa degli Hornets, chiudendo con il tabellino a 12 punti e 4 rimbalzi.

Il fratello più giovane della famiglia Zeller non ha ancora saltato una partita durante questa stagione, nonostante i vari acciacchi. Ha preso parte a un periodo di disidratazione, nel quale ha perso 4,5 chilogrammi. Dopo 4 vittorie e 4 sconfitte, i Charlotte Hornets devono cercare di cambiare marcia per staccare il gruppo all’inseguimento dei Playoffs e alcune vittorie contro squadre favorite sarebbero fondamentali. Questa notte si affronteranno i Bulls, e ogni pedina sarà sicuramente importante. Zeller è “questionable”, ma la squadra farà di tutto per poter non fare a meno di un giocatore cosi importante sotto il ferro.

rudez zeller
Zeller, sotto canestro a sportellate con gli Indiana Pacers nel 2014

Per NBAPassion.com
Giulio Scopacasa

Stephen Curry torna a Charlotte e fa visita alla sua alma mater con il Larry O’Brien Trophy

Stephen Curry è nato il 14 Marzo 1988 nell’ospedale di Akron, Cleveland, Ohio. Nello stesso luogo dove è nato un giocatore destinato a rimanere per sempre nei cuori dei tifosi della squadra della città (Lebron James). La sua nascita in quel luogo fu però solo una casualità. Suo padre Dell all’epoca svolgeva la professione di tiratore (e realizzatore) di triple per i Cavs. La sua crescita, come uomo e come giocatore, avvenne invece in un altro paese ed in un’altra città: North CarolinaCharlotte.

Dopo aver frequentato le scuole superiori alla Charlotte Christian School, facendo registrare prestazioni fuori dal comune (stagione da senior conclusa con il 48% da 3), Steph decide di accasarsi al vicino Davidson College dove continuerà a far vedere di che pasta è fatto (104 partite totali con media di 25.3 punti a partita). Proprio alla sua alma mater il playmaker dei Warriors ha fatto una visita a sorpresa portando con se il Larry O’Brien Trophy (che era stato già in tour con lui durante il suo viaggio promozionale in Giappone), per mostrarlo a tutta la comunità del college. Il giocatore si è concesso alle domande dei giovani fortunati studenti, prima di prendere parte agli allenamenti con l’attuale roster dei Wildcats avendo avuto anche l’onore di inaugurare il nuovo campo di allenamento del team.

Senza titolo
Stephen Curry, con la sua famiglia ed il Larry O’Brien Trophy al Davidson College

Ecco quanto ha rilasciato ad un giornale locale: “Questo è il posto dove tutta la storia è cominciata. So quanto tutta la comunità del college mi ha sostenuto e supportato in questi anni. Questo è molto speciale e non lo dimenticherò”. 

Parole al miele che Stephen Curry ha rilasciato riguardo la sua università. Parole sopratutto di riconoscimento che sembrano dire che mai si dimenticherà di chi ha creduto ciecamente in lui e nelle sue capacità, a discapito del suo corpo definito troppo esile e delle sue caviglie troppo deboli. Anche tutto noi avremmo il dovere di ringraziare lo staff e gli scout del Davidson College, per aver regalato al mondo dell’NBA e agli amanti di questo splendido gioco un grande giocatore ma sopratutto una grande persona come Stephen Curry.

Per NBA Passion,

Leo Lucio Screnci