Corsa al titolo di MVP, ecco chi sono i 5 favoriti per la vittoria finale

MVP

Quello di MVP (Most Valuable Player) è senza dubbio il premio più ambito tra quelli assegnati dalla NBA a fine stagione. Il riconoscimento premia il giocatore che più si è fatto valere in stagione, prendendo in considerazione numeri personali e risultati di squadra.

La statuetta bronzea è il sogno di ogni bambino che desidera giocare nella lega. Il premio è’ intitolato a Maurice Podoloff, primo Commissioner NBA (1946-1963) che istituì il trofeo.

L’MVP viene assegnato tramite votazione: i più influenti esperti e giornalisti tra Canada e USA formano una loro classifica personale, assegnando 10 punti al primo, 7 al secondo, 5 al terzo, 3 al quarto e 1 al quinto classificato. Il giocatore con il punteggio più alto vince il premio.

Nella storia della NBA vi è stato finora un solo Most Valuable Player unanime: Stephen Curry nella stagione 2015\16, quando i suoi Golden State Warriors ottennero il record NBA per vittorie in stagione regolare (73).

L’attuale detentore del trofeo è James Harden, guardia degli Houston Rockets. Il “Barba” trascinò lo scorso anno i suoi, con 30 punti, 9 assist e 5 rimbalzi di media, al primo posto nella Western Conference ed al miglior record NBA assoluto (65-17).

Durante tutta la stagione sul sito della NBA è possibile trovare la classifica aggiornata dei favoriti, sponsorizzata da KIA. Vediamo assieme la situazione attuale.

5. Nikola Jokic

 

Il Joker, soprannome di Nikola Jokic, lungo dei Denver Nuggets, sta avendo la stagione della definitiva consacrazione tra le stelle più brillanti del cielo NBA.

Il serbo è un giocatore amatissimo dai fan, sia per la sua atipicità in campo, sia per la sua particolarità fuori dal parquet. Lo stesso Jokic ha raccontato come, mentre veniva selezionato al draft NBA 2014 con la 41esima scelta assoluta, lui si trovasse a casa sua in Serbia, a dormire. Oggi Jokic sta viaggiando su medie da 20 punti, 10 rimbalzi e 7 assist a partita, conducendo i sorprendenti e giovani Denver Nuggets da vero leader.

Oggi la franchigia del Colorado, che l’anno scorso mancò i playoffs perdendo lo scontro diretto contro i Minnesota Timberwolves all’ultimo partita di stagione regolare, sta lottando per le primissime posizioni ad Ovest.

Nikola Jokic è un centro molto atipico, senza dubbio quello con le migliori qualità di passatore (7 assist di media!) e di certo non il più atletico: sono pochissime le schiacciate messe a referto in stagione.

Ecco allora una candidatura credibile alla top 5 per il titolo di MVP. Il Joker sta conducendo una squadra di giovani, di cui è apparentemente l’unica stella, ai piani alti della tostissima Western Conference. E lo sta facendo con numeri da capogiro, molto rari per un centro e vicini ad una tripla doppia di media.

Fosse anche atletico, staremmo parlando di un mostro, sebbene forse la sua vera forza (e simpatia) stia nel fare tutto ciò che fa, senza essere un superuomo.

POSIZIONE NUMERO 4>>>

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Il sistema dei Milwaukee Bucks: un progetto ed un sistema vincente

Il sistema dei Milwaukee Bucks è un sistema che rappresenta al meglio l’evoluzione che il basket ha avuto in questi ultimi anni: infatti il roster è composto da lunghi atipici, in quanto sono tutti in grado di segnare dalla lunga distanza e da esterni in grado di giocare in avvicinamento al ferro e di strappare molti rimbalzi, sia offensivi che difensivi. I Bucks sono una delle sorprese più piacevoli in questa stagione, visto che si trovano in prima posizione nella prima Eastern Conference senza LeBron James con un record che dice 50 partite vinte e 17 partite perse (prima squadra della lega a raggiungere le 50 vittorie stagionali) ed in casa hanno un record di 27-5 che fa veramente paura alle avversarie.

Il sistema dei Milwaukee Bucks ha la sua forza nel gruppo
Il sistema dei Milwaukee Bucks ha la sua forza nel gruppo

Il sistema dei Milwaukee Bucks è ovviamente basato sul loro giocatore più forte, ovvero il greco Giannis Antetokounmpo, ma prevede comunque che tutti i giocatori diano il proprio contributo secondo le proprie caratteristiche; a testimonianza di questa affermazione è il fatto che i Milwaukee Bucks abbiano in rosa ben 6 giocatori in doppia cifra per punti segnati. Quando si parla dei Milwaukee Bucks però non si può non parlare di Giannis Antetokounmpo, serio candidato al titolo di MVP di questa stagione: l’ala dei Bucks è infatti un giocatore in grado di trascinare i compagni verso il gioco che lui preferisce fare ed è in grado di caricarsi la squadra sulle spalle, oltre a trasmettere gioia alla squadra ed ai tifosi giocando; il greco predilige il gioco in velocità, infatti sui tiri avversari il sistema dei Milwaukee Bucks prevede quattro giocatori a presidiare l’area ed eventualmente fare tagliafuori difensivo, per permettere ad Antetokounmpo di prendere il rimbalzo difensivo ed andare immediatamente in transizione offensiva, che spesso si conclude o con una penetrazione del greco (primo giocatore della lega per conclusioni al ferro, oltre quota 400), o con uno scarico sui tiratori posizionati nei due angoli e nelle posizioni di ala.

L’efficace transizione del sistema dei Milwaukee Bucks

Il roster dei Bucks è infatti costruito sulle caratteristiche del greco, visto che troviamo tanti tiratori per potersi permettere di lasciare l’area libera e giocare “5 fuori” in modo da lasciar spazio alle penetrazioni di Antetokounmpo; infatti nel roster dei Milwaukee Bucks ci sono Brook Lopez che tira da 3 con il 37%, Khris Middleton quasi con il 38%, Malcom Brogdon addirittura con il 43%, Nikola Mirotic con il 38%, quindi viene anche difficile alle difese avversarie dire di sfidare al tiro giocatori con una percentuale così alta al tiro dall’arco, mentre se lasci un uno contro uno ad Antetokounmpo (attenzione, che sta mettendo anche un buon tiro da 3 punti…) l’azione finisce quasi sempre con una schiacciata. I tiri dei Milwaukee Bucks avvengono, come del resto la pallacanestro moderna vuole, o da 3 punti o al ferro (oltre l’80% dei loro tiri è in queste due situazioni) e questo sistema sembra essere difficilmente contrastabile, in quanto, come detto in precedenza, i Bucks hanno il miglior record della lega. Nella metà campo difensiva inoltre Coach Budenholzer è un vero maestro, visto che i Bucks sono la nona miglior difesa della lega pur essendo il secondo miglior attacco: ciò significa che la sua squadra riesce a mantenere un’intensità elevata in entrambe le metà campo, sicuramente anche perché il coach dei Bucks può utilizzare una rotazione profonda avendo tanti giocatori affidabili in uscita dalla panchina (George Hill, Nikola Mirotic, Tony Snell, Ersan Ilyasova, Pat Connaughton e Donte DiVincenzo, oltre alla grande esperienza di Pau Gasol se necessaria). Inoltre un giocatore fondamentale che merita di essere menzionato è Eric Bledsoe, il quale pur non avendo un ottimo tiro da 3 punti riesce grazie alla sua tanta fisicità ed esplosività ad essere un giocatore importantissimo per la sua squadra, sia in difesa sia in attacco, dove segna oltre 15 punti di media e distribuisce più di 5 assist a partita, mentre in difesa riesce a marcare la maggior parte dei giocatori avversari e ad essere efficace sui blocchi, permettendo ai propri lunghi di restare in area a protezione del ferro. Insomma, il sistema dei Milwaukee Bucks sembra funzionare in tutte le sue sfumature.

Harden e LeBron: lotta MVP tra i due James?

lotta MVP-euro step-James Harden, specialista dell' euro step.

Come ogni anno arrivati a questo punto della stagione diventa un argomento di routine quotidiana la lotta MVP, con almeno due giocatori in corsa e che lo meriterebbero entrambi. Lo scorso anno fu bagarre tra Russell Westbrook e James Harden, con il numero 0 di OKC che l’ha spuntata a fine anno, mentre quest’anno i due candidati principali sembrano essere i due James: James Harden e LeBron James.

Entrambi sono sin qui autori di stagioni fantastiche, con Harden che con ogni probabilità chiuderà la stagione dei suoi Houston Rockets in prima posizione, ponendo quindi fine almeno in regular season al dominio firmato Golden State Warriors; nell’altra parte dell’America invece come ogni anno abbiamo LeBron James che disputa la sua ormai solita stagione memorabile sia come cifre che come impatto sul suo team, oltre a battere record su record (essere diventato il primo giocatore nella storia a mettere a segno 30.000 punti, 8.000 assist e 8.000 rimbalzi è solamente uno dei record battuti dal Re) ed entrare a far parte di vari club riservati a pochissimi nella storia della NBA.

Lotta MVP: James Harden

Lo scorso anno rimasero tutti stupiti dalla stagione chiusa in tripla doppia di media da Russell Westbrook (il quale sta quasi ripetendo l’annata, ma sembra essere tagliato fuori dalla lotta MVP); mentre quest’anno abbiamo due giocatori che stanno evidentemente facendo ancora meglio, con James Harden che sta letteralmente dominando la Western Conference con i suoi Rockets e che risulta veramente incontenibile nella metà campo offensiva, visto che viaggia a 30.7 punti, 5.4 rimbalzi e 8.7 assist di media a partita. Possiamo comunque dire che Harden sia agevolato dal basket che giocano i suoi Houston Rockets, visto che la squadra di coach Mike D’Antoni è una squadra che gioca molto in velocità e prende tiri spesso e volentieri dopo pochi attimi trascorsi nel cronometro dei 24 secondi, dato che fa sicuramente alzare il numero di possessi a disposizione di James Harden.

 

Il Barba sa anche lavorare splendidamente per i compagni.

 

Il numero 13 dei Rockets è anche un grandissimo tiratore da 3 punti, quindi potenzialmente è in grado di segnare di più rispetto ai lunghi o ai giocatori che non hanno dimestichezza dal perimetro (il Barba si prende 10 tiri da 3 di media a partita realizzandone quasi 4). Inoltre Harden ruba anche quasi 2 palloni a partita ed effettua poco meno di una stoppata di media, statistiche che fanno sicuramente guadagnare punti ad Harden nella lotta MVP (visto che l’assegnazione di questo ambito premio si basa in parte sulle stats personali) pur essendo ormai noto a tutti che Harden non sia esattamente uno specialista difensivo; un’altra statistica da riportare del barba è sicuramente il suo offensive rating, visto che su 100 possessi realizza 121 punti, andando ad avere così uno dei più alti offensive rating della lega. Un altro dato che va a favore di Harden nella lotta MVP a discapito dell’altro James (LeBron) è il record di squadra: i suoi Rockets hanno attualmente un impressionante record di 61 partite vinte e 14 perse, staccando i grandi favoriti per conquistare il primato della Western Conference Golden State Warriors di ben 6.5 gare.

Lotta MVP: James…LeBron

I Cleveland Cavaliers di LeBron James sono di certo una delle grandi delusioni di questa regular season, visto che erano dati come i grandi favoriti ad est ed ora sono solamente in terza posizione con un record di 44-30,  a ben 10.5 partite dai Toronto Raptors primi in classifica. In ogni modo LeBron James ha tutte le carte in regola per tentare di vincere la lotta MVP: il Re sta infatti viaggiando con 27.4 punti, 8.6 rimbalzi e 9.1 assist di media a partita, il tutto tirando con il 54.8% dal campo ed il sorprendente 36.2% da tre punti (ma pagando il periodo subito prima della deadline in cui il suo tiro da tre punti era notevolmente peggiorato, arrivando a toccare il 20%).

 

Il Re sta facendo di tutto per trascinare i suoi seguaci ed arrivare fino in fondo.

Da quando si sono creati i “nuovi” Cleveland Cavaliers il Re viaggia quasi in tripla doppia di media. Inoltre il 23 dei Cavs ruba 1.5 palle a partita ed effettua una stoppata in media. In questa stagione infine LeBron James ha battuto infiniti record, ed è diventato anche il giocatore nominato più volte come giocatore della settimana della rispettiva conference e nel mese di febbraio ha viaggiato in tripla doppia di media, quindi LeBron James è di diritto un serio candidato nella lotta MVP.

 

 

Una menzione riguardante la lotta MVP la merita sicuramente anche Anthony Davis, il quale sta trascinando i suoi New Orleans Pelicans ai playoff con al momento la quinta posizione, un traguardo quindi inaspettato per i Pelicans, soprattutto visto l’infortunio di DeMarcus Cousins. Infatti Davis viaggia a 28.3 punti, 11.1 rimbalzi, 2.3 assist e 2.5 stoppate di media a partita, quindi anche se nella lotta MVP parte sfavorito vista la concorrenza dei due James, bisogna tenere in considerazione anche il lungo dei Pelicans.

Corsa all’MVP 2017-2018: la classifica

James Harden barba-Infortunio James Harden James Harden, possibile MVP 2017/2018

La corsa all’MVP 2017-2018 è partita già da qualche settimana, con i soliti giocatori a contendersi questo ambito trofeo individuale ma anche con qualche sorpresa, o comunque qualche nome nuovo. Ovviamente è molto presto per parlare di premi individuali che saranno assegnati solamente a fine Regular Season, ma come ben sappiamo questi argomenti sono di tendenza tutto l’anno; infatti NBA.com ha riportato già da qualche giorno la sua classifica attuale con i primi 5 candidati al titolo di MVP 2017-2018! Certamente mancano ancora tantissime partite alla fine della stagione regolare, quindi le cose potrebbero tranquillamente cambiare, ma un’idea possiamo farcela anche già da oggi, perchè ormai i giocatori hanno fatto vedere il loro valore e il loro potenziale, di conseguenza ci potrebbero essere si minimi cambiamenti, ma la base dovrebbe restare più o meno questa, salvo grandi sorprese. Ci sono molti giocatori che stanno giocando una prima parte di Regular Season stellare mettendo a riferto numeri mostruosi, ma a fare la differenza a fine anno potrebbe essere il record di squadra. Andiamo ora ad osservare la classifica dei primi 5 candidati al premio MVP 2017-2018 stilata da NBA.com:

JAMES HARDEN

Harden è situato al primo posto in questa speciale classifica; infatti la guardia degli Houston Rockets sembra essere seriamente il candidato numero uno a laurearsi MVP 2017/2018 dopo essere stato battuto da Russell Westbrook lo scorso anno. Il Barba sta infatti giocando in maniera sublime, dominando tutte le partite disputate viaggiando su medie stratosferiche: 31.7 punti, 9.8 assist e 5.1 rimbalzi per partita, il tutto tirando con quasi il 41% da 3 punti. Inoltre Harden può contare su un record più che positivo di squadra, visto che i suoi Rockets vantano un record di 16-4 e il conseguente primo posto in una Western Conference mai così agguerrita.

KYRIE IRVING

Kyrie Irving, candidato all’MVP 2017/2018.

Se ci fossero dubbi sul contributo che Irving avrebbe potuto dare ai Boston Celtics giocando quindi senza LeBron James al suo fianco, beh sembra che Irving li abbia sciolti tutti. Irving sta infatti giocando con una leadership ed una fiducia nei suoi mezzi mai mostrata prima, caricandosi sulle spalle la squadra in attacco e dando anche un buon contributo nella metà campo difensiva, complice ovviamente la grande bravura di Coach Brad Stevens. I Boston Celtics sono al primo posto nella Eastern Conference e hanno il miglior record della lega (18-4) grazie soprattutto al suo playmaker, che gioca con la media di 22.8 punti, 5.3 assist e 3.2 rimbalzi di media a partita, ma su 103.8 punti di media segnati dalla squadra e di conseguenza Kyrie produce quasi il 34% dei punti della propria squadra.

 

LEBRON JAMES

LeBron paga senza dubbio il record non impeccabile dei suoi Cleveland Cavaliers: infatti la sua squadra ha un record di 13-7 conquistato tra l’altro nelle ultime partite, visto che avevano iniziato la stagione con un record addirittura in negativo. Col passare delle partite però il Re potrà comunque avere possibilità di diventare l’MVP 2017/2018 visto che sta giocando una stagione individuale pazzesca!.Il prescelto ha le medie impressionanti di 28.6 punti, 8.1 rimbalzi e 8.5 assist per partita, tirando col 57.7% dal campo e addirittura il 42.3% dall’arco, non esattamente la sua specialità e in difesa recupera oltre 1 palla di media e stoppa 1.5 tiri a partita. Inoltre LeBron James gestisce la maggior parte dei possessi della sua squadra (come Irving del resto, non nomino Harden in quanto ha un playmaker come CP3 al suo fianco) e produce circa il 43% dei punti della sua squadra. Se Cleveland dovesse arrivare al primo posto nella Eastern Conference e James continuasse su queste medie, occhio al possibile quinto titolo di MVP per lui.

 

STEPHEN CURRY

Curry sta giocando una grandissima stagione al momento, addirittura superando il suo compagno di squadra Kevin Durant per contributo offerto alla squadra. L’ex MVP unanime viaggia su 26 punti, 5.2 rimbalzi e 6.3 assist di media e tirando i tiri liberi con un incredibile 94.4%. Inoltre Steph ha l’abilità di spezzare le gambe agli avversari, andando a segnare un paio di triple consecutive che possono chiudere la partita. I suoi Warriors hanno un record di 15-6, non male ma neanche benissimo viste le aspettative.

 

JOEL EMBIID

Joel Embiid.

Embiid è sicuramente la sorpresa dell’anno al momento, insieme proprio ai suoi Philadelphia 76ers (e Pistons). Il lungo dei 76ers infatti riesce già a dominare le partite, dimostrando già una grande leadership e si sta inoltre affermando come uno dei migliori lunghi della lega (almeno al momento). Infatti Joel Embiid viaggia con 22.8 punti, 11.2 rimbalzi e 3.2 assist di media, tirando con quasi il 50% dal campo. Nella metà campo difensiva è sicuramente un ottimo stoppatore, infatti Embiid piazza ben 1.6 stoppate di media. I suoi Philadelphia 76ers sono quinti ad est, con un record di 11-8 e con potenzialità assurde. Probabilmente non vincerà quest’anno il titolo di MVP 2017/208, ma ha sicuramente i mezzi per diventarlo in futuro.

L’estate NBA: Memphis Grizzlies

Con l’inizio, abbastanza “frizzante”, di questa free agency, diamo un occhio ad ogni franchigia, cercando di capire quali sono gli obiettivi a breve e a lungo termine, dove migliorare e che strada si sta percorrendo.

Rimaniamo a Ovest. Questa volta parliamo dei Memphis Grizzlies. Squadra che, durante la regular season, mostra sempre un ottimo basket ma, arrivati alle partite che contano, dimostra di essere sprovvista di quel giocatore in grado di trainare la squadra ai piani alti.

La stagione 2015-2016:

Per la sesta volta consecutiva la franchigia del Tennessee ha centrato i play-off, grazie ad un record di 42 vittorie e 40 sconfitte. Al primo turno però, una squadra colpita da un incredibile numero di infortuni, ha dovuto lasciar spazio a San Antonio, perdendo in 4 gare. Peccato, perché la squadra ha disputato un’ottima regular season e, nonostante la forza superiore di SAS, senza infortuni la serie sarebbe stata molto più avvincente.

Da dove ripartire:

Chandler Parsons. Nuovo acquisto.

Mike Conley è sicuramente stato l’uomo più importante nella passata stagione. Si è affermato come uno dei cinque più forti nel suo ruolo e si è meritato l’ingaggio faraonico in questa FA che ha fatto inorridire molti fans. Nonostante si possa discutere sull’ingaggio eccessivo, resta il fatto che Conley sia senz’altro un ottimo giocatore in un ruolo importante. In questa NBA sarebbe stato difficile trovare un rimpiazzo. Si riparte anche da Marc Gasol, ovviamente, senz’altro uno dei giocatori più importanti in quel di Memphis. Da segnalare, inoltre, l’ottimo innesto di Chandler Parsons, il giocatore ormai ex-Dallas ha scelto i Grizzlies nella sua free-agency, segnale che può essere interpretato come base di un progetto futuro.

Come agire:

Kevin Love. Futuro membro?

L’arrivo di Parson va a dar manforte ad un ormai datato Vince Carter. Zach Randolph è una possibile merce di scambio (Kevin Love?) quindi nel caso partisse bisognerebbe agire in quel senso. È arrivato Tony Wroten ad allungare un frontcourt che potrebbe rimanere sprovvisto di Tony Allen – voci lo danno per partente: trade con Sacramento per Rudy Gay. Per il resto resta il colpaccio: il giocatore in grado di spostare gli equilibri di cui stavamo parlando prima.

Obiettivi per la prossima stagione:

L’obiettivo è sempre quello: playoff. Magari cercando di superare il primo turno. D’altronde il tanking potrebbe non essere l’unica soluzione per ricostruire. Sono state molte le squadre abili di costruire un’ottima squadra con scelte alte.

Road to MVP: Russell Westbrook

“How can you not love this guy? The guy plays with so much passion. He plays with toughness. He plays for the team.”

Russell Westbrook
Russell Westbrook

Come si fa a non amarlo? Queste le parole spese per lui da un certo Kevin Durant durante il suo discorso post MVP. Queste parole sono rivolte ad un suo compagno degli Oklahoma City Thunder che KD cerca con lo sguardo, mentre sta parlando. La persona in questione è uno dei playmaker più tosti della lega, senz’altro uno dei più talentosi. La persona in questione, come d’altronde molti suoi colleghi, è un campione senza anello, un vincente senza trofeo ma sicuramente un candidato MVP. La persona in questione è Russell Jr. Westbrook.

Westbrook nasce a Long Beach, California, il 12 Novembre 1988, da Russell Westbrook Sr. e signora, Shannon Horton. Cresce però ad Hawthorne, e sarà proprio in questa cittadina Americana che Russell scoprirà la passione per la pallacanestro. Questa passione gli viene tramandata dal padre che, ai suoi anni, passava metà della sua giornata ai playground a umiliare chiunque provasse a sfidarlo. E i campetti saranno un po’ la seconda casa anche per Russ, e sarà proprio lì che imparerà tutte quelle mosse che oggi appassionano i tifosi dei Thunder e degli appassionati in generale. Per il giovane Russell però, il basket non è tutto. I genitori infatti, sono molto severi, e il basket deve essere concepito dai figli, come un premio. “No pal, you won’t play ‘till you finish your homework” “No amico, non andrai a giocare finchè non avrai finito i tuoi compiti”. Questa più o meno era la solita pappardella che Westbrook sentiva ogni volta che chiedeva alla madre il permesso di andare a giocare.

Decide quindi di iscriversi alla Leuzinger High School in Lawndale, California, dove si rende conto che il basket può diventare qualcosa di più che una semplice sfida al campetto. Khelcey Barris infatti, appena lo vede giocare se n’innamora perdutamente, al punto di chiederli personalmente di iscriversi nella sua squadra. Nel suo anno da freshman è gia titolare inamovibile. Lui vuole giocare da ala, come uno dei suoi grandi idoli Kevin Garnett, ma la sua altezza e le sue doti suggeriscono che il ruolo più adatto a lui sia quello di playmaker.

Russell Westbrook ad UCLA
Russell Westbrook ad UCLA

Nei suoi anni alla Leuzinger Russell offre spettacolo, al punto che Ben Howland e la UCLA faranno carte false per averlo. Diventa quindi un “bruin” nel college californiano. Inizialmente sarà il sostituto di Darren Collison ma il ruolo di comprimario non fa per lui. Dall’anno successivo (complice anche un infortunio di Collison) Westbrook si prenderà il ruolo di titolare e lo lascerà solo nel 2008, quando si rende eleggibile per il draft NBA.

Russell Westbrook nel giorno del draft ai Sonics
Russell Westbrook nel giorno del draft ai Sonics

Russell viene scelto con la chiamata numero 4 dai Seattle Supersonics (che diventeranno poi Oklahoma City Thunder), dopo Derrick Rose che viene chiamato dai Bulls, Michael Beasley che diventa uno dei Miami Heat e O.J. Mayo selezionato alla terza dai Timberwolves. Il suo anno da rookie è giocato su ottimi livelli, riuscendo anche a registrare la prima ,delle tante, tripla doppia contro Dallas. Al termine della stagione entra a far parte del NBA All-Rookie First Team grazie ad una media di 15.7 punti a partita. Anche questa volta, il primo anno è un panchinaro e, anche questa volta le cose cambiano l’anno successivo. Nella stagione 2009-10, infatti, diventa titolare, aiutando la sua squadra a raggiungere i playoff, dove però trovano i futuri campioni dei Lakers a cancellare il loro sogno al primo turno.

La stagione 2010-11 sarà la stagione che confermerà definitivamente Westbrook. È uno dei migliori PG della lega e, senza ombra di dubbio, uno dei più atletici. Il suo atletismo gli varrà anche la prima convocazione all’All Star Game. Al termine della stagione, i suoi Thunder conquistano la quarta piazza nella western conference. Ai playoff incontrano al primo turno i Denver Nuggets, che vengono eliminati in 5 gare. Al turno successivo bisogna andare fino a gara 7 per eliminare i Memphis Grizzlies, impresa aiutata dai 31 punti nell’ultima partita di Westbrook e soprattutto da una serie giocata a grandi livelli dai tre Moschettieri: Westbrook, James Harden e Kevin Durant. Nelle finali di conference, però, Russell e compagnia incontrano i Dallas Mavericks che, in 5 gare, eliminano i Thunder.

Durant e Russell Westbrook
Durant e Russell Westbrook

La stagione successiva, quella 2011-12, sarà la stagione contemporaneamente la più emozionante e la più ricca di rimpianti della sua carriera: dopo essere stato selezionato di nuovo all’All Star game e aver segnato il suo career high di 45 punti contro Minnesota, aiuterà la sua squadra a qualificarsi ai playoff dove, al primo turno, si sbarazzano in 4 gare dei Mavericks, prendendosi la rivincita. Sarà poi la volta dei Lakers, che verranno eliminati dopo 5 partite, e degli Spurs, eliminati in 6. Russell e i suoi sembrano inarrestabili, quello sembra essere il loro anno: Durant è una forza della natura, Harden ha fatto il definitivo salto di qualità è Russell Westbrook è leader sia dentro che fuori dal campo. Nelle Finals però incontrano il king, LeBron James. Ci vorranno  5 gare a LeBron per confermare la corona sulla testa e per cancellare il sogno di anello della squadra di Oklahoma. “Everything you hope for, just gone. I don’t believe this” “Tutto quello che speri, andato. Non ci voglio credere”.

Quel 22 giugno 2012 qualcosa sembra essersi rotto nel cuore di Russ che però non sa nemmeno cosa voglia dire arrendersi, e riprenderà la stagione successiva con i ritmi della precedente. Le medie punti si alzano, le triple doppie diventano quasi una costante e i suoi Thunder raggiungono ancora una volta i playoff. Al primo turno trovano gli Houston Rockets dell’ex compagno di squadra James Harden. In gara 2 però, a gioco praticamente fermo dopo un time-out chiamato, il rookie Patrick Beverly nella foga di rubargli il pallone gli frana addosso, provocandogli la rottura del menisco e chiudendo così in anticipo la sua post-season. Finisce così una striscia di 445 partite consecutive giocate senza saltare una gara con la maglia di Oklahoma City. I suoi Thunder verranno eliminati al turno successivo dai Grizzlies.

Quell’infortunio lo obbligherà a guardare in televisione l’inizio della stagione successiva, la 2014-15. Quando rientra, a farsi male è l’altro violino della squadra KD, e nonostante una stagione formidabile di Russell Westbrook (e un titolo MVP dell’All Star Game) non riuscirà a trascinare la sua squadra ai playoff.

Quest’anno le cose sono diverse. Sia Russ che Durant godono di ottima salute, in più il numero 0 è back-to-back MVP dell’All Star. I suoi Thunder stanno disputando un’ottima stagione, stiamo a vedere se riusciranno a fermare quella macchina apparentemente inarrestabile che si chiama Golden State Warriors. Quello su cui non dobbiamo avere dubbi è che Mr. Triple Double farà di tutto per togliere lo scettro a Stephen Curry e che, nonostante tutto, tra i nomi dei grandi di questo sport, troveremo sicuramente il suo: Russell Westbrook.

Road to MVP: Jimmy Butler

“I don’t like the look of you. You gotta go.” “Non mi piace il tuo stile, devi andartene.”

Si potrebbero utilizzare queste parole per iniziare uno dei racconti più belli dell’NBA. L’NBA, come sappiamo, non si limita ad essere la massima lega cestistica, è molto di più. Per ogni ragazzino, americano e non, con una palla a spicchi in mano l’NBA rappresenta il culmine dei propri sogni. Ogni bambino al campetto con la passione per il basket desidera giocare in NBA. È come la luna per chi vuole fare l’astronauta, come Hollywood per chi vuole fare l’attore o come Wall Street per un broker. Però solo in pochi ci riescono, solo in pochi hanno il talento, la costanza, la testa, la voglia di riuscire a far parte di questo campionato. Uno di quelli che ci è riuscito, quando aveva 13 anni, venne cacciato fuori di casa dalla madre che non approvava il suo stile di vita, lui però ha continuato imperterrito, ed oggi con la maglia #21, cerca di riportare i Chicago Bulls ai fasti che meritano. Il ragazzo in questione è una delle shooting guard più interessanti della lega ed ha appena riscritto un record che apparteneva ad un certo Michael Jordan, autore di una stagione che lo candida al premio MVP, stiamo parlando di Jimmy Butler.

Jimmy Butler III nasce a Houston, Texas, il 14 Settembre 1989. L’infanzia di Jimmy è da annoverare tra le peggiori nella storia dello sport. Costretto a crescere senza il padre che lo ha abbandonato appena nato, Jimmy vive in un paesino non troppo lontano dalla città in cui è nato, con la madre. Fino a qui tutto più o meno normale, l’America è piena di casi di madri single che crescono il bambino, in più la situazione economica non è disastrosa dato che mamma Londa ha un lavoro stabile da cameriera. Nel 2003 però tutto cambia drasticamente. Jimmy è un ragazzo solare, tranquillo che però, come ogni ragazzino della sua età segue le mode. In particolare segue lo stile e il modo di vestire dei vari rapper, molto famosi in quegli anni. Quando Jimmy torna a casa dal campetto, ha sempre pantaloni larghissimi, catene e collane d’oro (finto) al collo. E questo alla madre non va bene, per niente. Quando Jimmy ha solo 13 anni viene letteralmente mandato via di casa, in quanto la madre non approvava il suo “stile”. Ora, è difficile per chiunque rimanere senza una casa, ma pensate per un ragazzino di 13 anni. Dopo un periodo da vagabondo, casa dopo casa, senza soldi e senza parenti viene ospitato da una famiglia, la famiglia Leslie, dopo che Jimmy aveva fatto amicizia con Jordan, il figlio più giovane della famiglia. È la classica famiglia americana, forse un po’ più allargata: 7 figli (8 se contiamo Butler), una bella villetta che affaccia su di un viale alberato, la passione sfegatata per i Texans e per i Rockets, e la messa ogni domenica. La vita di Jimmy subisce un’altra drastica rivoluzione, questa volta positiva.

In questo clima sereno il ragazzo si può finalmente concentrare sulla sua più grande passione, dopo i modellini delle macchinine: il basket. Iscritto all’High School di Tomball ha però subito uno scontro con il coach della squadra. Jimmy accusa il coach di non credere abbastanza in lui, e che questo gli stia precludendo la possibilità di ottenere una borsa di studio. Alla fine Jimmy avrà ragione e le borse di studio non arriveranno. Si iscrive allora in Junior College, a Tyler. Qui domina con prestazioni raramente sotto i 25 punti. Chi lo vede giocare capisce che uno così passa solo una volta ogni 50 anni. E lo capiscono anche i college: Kentucky, Clemson, Mississippi State farebbero carte false per averlo, ma Michelle Lambert (la “nuova mamma”) lo spinge a Marquette, dove secondo lei Butler può ricevere la preparazione accademica migliore nel caso in cui non vada bene con il basket. A Marquette si ritrova in conflitto con coach Williams che lo lascia in panca l’intero anno da sophomore. Butler però è fortissimo, è solo questione di tempo. Ed infatti nell’anno da senior diventa l’uomo immagine della squadra al punto di cominciare a ragionare in ottica DRAFT. E infatti dopo una stagione eccezionale con medie di più di 30 punti a partita, si dichiara eleggibile per il DRAFT 2011.

Si presenta al draft NBA come uno dei prospetti più interessanti, ok forse non la prima scelta anche perché Kyrie Irving è decisamente più allettante, ma entro le prime 10. E invece David Stern continua a chiamare altri giovani, fino a quando, finalmente, con la scelta numero 30 del draft viene selezionato dai Chicago Bulls. Inizia un altro capitolo della sua incredibile vita, l’ennesimo e forse il più soddisfacente.

Le sue prime tre stagioni non sono da incorniciare, gioca poco e anche la squadra non ottiene grandi successi. Le cose però iniziano a cambiare nella stagione 2014-2015 quando, dopo essere diventato un titolare del quintetto iniziale, comincia a registrare medie interessanti, tant’è che viene nominato giocatore del mese di Novembre e a fine a stagione viene nominato MIP “Most Improved Player”.

La sua storia NBA è ancora da scrivere, in parte ha cominciato a scriverla quest’anno quando, il 3 Gennaio 2016 ha infranto il record di Jordan per punti in un tempo, segnandone 40 nella vittoria contro i Raptors. Le soddisfazioni per “Jimmy Buckets” e i suoi tifosi arriveranno, è solo questione di tempo, intanto però può godersi il fatto di essere lì.

È una delle storie più belle dell’ NBA e dello sport in generale. E’ la storia di un ragazzo che ha dovuto affrontare l’abbandono di sua madre, il trasloco di casa in casa, la povertà, la paura, la mancanza di fiducia nelle sue abilità. È la storia di un ragazzo che ha fatto prevalere la voglia di farcela sull’impossibilità di riuscirci. È la storia di un ragazzo che avrebbe avuto tutte le ragioni per fallire e invece ci è riuscito. È l’esempio di come l’umiltà e la voglia di fare possano sconfiggere anche i nemici peggiori. E state tranquilli che per i prossimi anni sentiremo spesso parlare di lui.

“So che pubblicherai la mia storia. L’unica cosa che ti chiedo è di non scriverla in maniera tale che le persone si sentano in colpa e provino compassione per me. Non lo sopporto, non c’è niente di cui dispiacersi. Queste difficoltà mi hanno reso l’uomo che sono“

Jimmy Butler

Spurs, Kawhi Leonard si candida per l’MVP?

Nella notte si è giocata la sfida tra i San Antonio Spurs e i Denver Nuggets. All’At&T Center è andato in scena il solito film, che ha visto i padroni di casa prevalere sugli avversari con un netto 101-86, grazie al consueto ottimo ball-movement e alla sempre solidissima fase difensiva.

Tra i protagonisti della vittoria (sono 17 su 17 partite giocate tra le mura amiche) c’è sicuramente Kawhi Leonard: il 24enne ha contribuito con 20 punti pesantissimi, continuando così la sua fantastica stagione con medie da fenomeno vero. Leonard sta registrando la bellezza di 20.9 punti, 7.3 rimbalzi e 2.1 rubate a partita, cosa che non si verificava da 11 anni, quando il giovane LeBron James, nella stagione 2004/2005 con la maglia dei Cleveland Cavaliers, fece registrare anch’egli almeno 20 punti, almeno 7 rimbalzi e almeno 2 rubate nelle prime 30 gare dell’anno.

Nella storia degli Spurs, solamente due giocatori sono riusciti in questa impresa: l’ammiraglio David Robinson (23.2/12.2/2.3) nel 1991/92 e Larry Kenon (21.9/11.3/2.1) nel 1976/77. Entrambi, però, tennero quelle medie per tutto l’arco della stagione regolare.

Se Kawhi dovesse continuare con questi numeri e a questi ritmi, non è un eresia collocarlo tra i big di questa lega e candidarlo per la corsa al titolo di MVP della stagione: ricordiamo che ha già vinto l’MVP delle Finals quando aveva solamente 22 anni. Tutti i tifosi dei nero-argento sperano, naturalmente, che la loro giovane stella continui la sua crescita esponenziale e li trascini all’ennesimo titolo (il 6 della storia della franchigia) e si augurano che possa costituire le fondamenta per il futuro prossimo, continuando la dinastia iniziata con David Robinson e con il giovane Tim Duncan.