76ers KO in gara 1, Amir Johnson e lo smartphone in panchina, Brown: “Inaccettabile, provvedimenti”

D'Angelo Russell, Los Angeles Lakers vs Brooklyn Nets at Staples Center

Sixers, sconfitta pesante ed il caso dello smartphone adoperato in panchina da Amir Johnson, durante il terzo quarto di gara 1 tra Philadelphia 76ers e Brooklyn Nets.

I Nets di D’Angelo Russell strappano gara 1 ai Sixers, 111-102 il risultato finale. Brooklyn in controllo per larga parte della gara, e che attende che il suo leader offensivo D’Angelo Russell si accenda.

19 punti sui 26 totali dell’ex giocatore dei Los Angeles Lakers arrivano nel secondo tempo, mentre i Sixers (con Joel Embiid, in dubbio sino all’ultimo) non trovano la via del canestro dalla distanza (3 su 25) e si affidano alla sola grinta di un Jimmy Butler da 36 punti finali (23 nel primo tempo).

Embiid è in campo, ma dopo un buon inizio la fatica si fa sentire. Il camerunense si accontenta di soluzioni dalla distanza che fermano l’attacco Sixers e mandano fuori ritmo Embiid, che chiude la sua gara con 22 punti e 15 rimbalzi, ma con 5 su 15 al tiro (0 su 5 da tre punti).

I Brooklyn Nets costruiscono lentamente un solido vantaggio, mentre il Wells Fargo Center fischia sonoramente i padroni di casa incapaci di seguire un irriducibile Butler. Male Tobias Harris al suo esordio ai playoffs (4 punti e 7 rimbalzi in 41 minuti), male J.J. Redick che paga i problemi di falli.

Caris LeVert e D’Angelo Russell chiudono la gara, mentre in panchina Amir Johnson e Joel Embiid… controllano lo smartphone.

Sixers, Brett Brown: “Lo smartphone in panchina di Amir Johnson? Inaccettabile”

Coach Bret Brown adirato per la sconfitta che mette subito in salita la strada per i suoi Sixers, e per l’episodio dello smartphone “catturato” in panchina nelle mani di Amir Johnson, con i Nets in vantaggio di 16 punti:

Inaccettabile. Affronteremo immediatamente la cosa, a porte chiuse. Sospensione? Non posso dirlo, dovremo vedere di che cosa si è trattato, al momento non ne sappiamo abbastanza. Di certo è una cosa su cui non potremo passare, prenderemo le misure necessarie

Le telecamere di ESPN hanno pescato Johnson estrarre il suo smartphone dalla tasca e mostrare rapidamente a Embiid, seduto al suo fianco, un messaggio di testo.

Dopo la gara, Joel Embiid ha giustificato Amir Johnson (che era a referto come giocatore inattivo, seppur “cambiato”)  spiegando come Johnson stesse controllando il telefono “per ricevere informazioni su sua figlia”, accennando alle sue condizioni di salute.

Mi assumo la piena responsabilità di quanto accaduto, e ne accetterò le conseguenze” Così Amir Johnson in un comunicato post garaMi scuso con i miei compagni, con la squadra e con i tifosi per quanto accaduto“.

I Philadelphia 76ers hanno multato il giocatore per condotta inappropriata e dannosa per la squadra.

Inside the duel: Sixers-Nets

Sixers-Nets streaming

Tra le agguerrite sfide che caratterizzano questo primo turno di playoff non può mancare quella tra i Philadelphia Sixers e i Brooklyn Nets. Due modelli di rinascita differenti, reduci da annate buie, e oggi nuovamente tra le prime otto della Eastern Conference. I Sixers hanno raggiunto l’apice del loro Process, come confermato anche dal GM Elton Brand. Gli arrivi in corso d’opera di  Jimmy Butler e Tobias Harris (entrambi free agent a luglio) confermano le alte ambizioni della franchigia, che quest’anno punta almeno alle finali di conference. Philly ha chiuso la regular season al terzo posto, ma senza mai dare l’impressione di avere quel ‘quid’ in più rispetto ai Bucks o Raptors. Non a caso detiene record negativi contro le prime della conference (1-3 vs Toronto, 1-2 vs Milwaukee e  1-3 vs Boston). Non un bel segnale in vista di eventuali semifinali. Desta preoccupazione anche l’alchimia di squadra non proprio idilliaca che in post-season avrà un’importanza capitale.

 

A sfidarli una franchigia che mancava ai playoff da cinque anni. Allora avevano a roster Pierce, Garnett, Williams, Johnson e Lopez, con il monte salari più alto della lega e avendo perso scelte su scelte a causa della trade con Boston. Quella mossa però si rivelò un flop senza precedenti. Tra le macerie lasciate da quei pesanti contratti i Nets ripartono da coach Kenny Atkinson e da quella testa calda di D’Angelo Russell. In pochi anni risalgono la china, scoprono degli insospettabili talenti come Caris LeVert, Jarrett Allen e Spencer Dinwiddie. I Brooklyn Nets sono una delle più belle favole di questa stagione. Un piccolo capolavoro partito dall’addio dei Big Three. Il segreto di questi Nets sta nella cultura, nella competenza, nella fiducia che hanno sempre nutrito verso i loro giocatori, senza aggravare il cap con costosi contratti e senza sbandierare alcun Process.

LO SCORE IN REGULAR SEASON

Philadelphia 76ers

  • Record: 51-31 (#3, Eastern Conference)
  • Offensive rating: 112.7
  • Defensive rating: 109.9
  • Team leaders: Joel Embiid (27.5 PTS), Joel Embiid (13.6 REB), Ben Simmons (7.8 AST)

Brooklyn Nets

  • Record: 42-40 (#6, Eastern Conference)
  • Offensive rating: 108.6
  • Defensive rating: 108.9
  • Team leaders: D’Angelo Russell (21.1 PTS) Ed Davis (8.6 REB), D’Angelo Russell (7 AST)

 

SIXERS-NETS: IL DUELLO

Cose aspettarci da questa serie? Sicuramente tanto dinamismo, difesa e contropiede. I Sixers in queste partite tendono a metterla sul piano fisico ed emotivo per innervosire gli avversari. Joel Embiid è un professionista a tal proposito. Il peso dell’attacco verterà sulle spalle del centro camerunese, praticamente immarcabile sotto le plance. La maggior parte dei punti della squadra sono infatti confezionati nel pitturato. I Nets dovranno costantemente raddoppiarlo o, se non fosse possibile, mandarlo a sinistra dove detiene una percentuale di realizzazione non eccellente. Ma attenzione a non lasciare troppo spazio per il tiro da tre punti. JJ Redick ed Harris si sono rivelati cecchini infallibili oltre l’arco e anche Butler ha preso maggior confidenza nel tiro da fuori. L’ex Bulls sarà l’ago della bilancia di questa serie, tanto in difesa quanto in attacco. Se riuscirà a limitare Russell e al contempo spalleggiare Embiid nell’altro lato del campo, i Sixers avranno già messo un piede nelle semifinali di conference. Tobias Harris è uno scorer di primo pelo, capace di segnare in ogni contesto e in ogni modo. Saranno però i suoi primi playoff in carriera e l’emozione talvolta può giocare brutti scherzi. Capitolo Ben Simmons: il ROY in carica è diventato un giocatore prevedibile per gli avversari, non avendo migliorato la sua tecnica di tiro o comunque evoluto il suo sistema di gioco. Occhio comunque ai pick and roll con Embiid, che tanti grattacapi ha causato alle difese avversarie, e alle transizioni offensive che l’australiano gestisce come pochi nella lega.

Simmons guida velocemente la transizione offensiva, la difesa non fa in tempo a schierarsi. Palla deliziosa a Redick che completamente libero mette a bersaglio una semplice tripla.

Philadelphia è dunque una compagine solida e talentuosa, ma non per questo povera di difetti: a causa del costante via vai in sede di mercato, il roster si è assemblato solo ad inizio febbraio. Una squadra nuova ha bisogno di mesi per imparare a convivere sul parquet e sviluppare la giusta chimica. Coach Brett Brown ha invece avuto solo qualche allenamento per inserire i nuovi arrivati. Se i Nets vogliono strappare questa insperata qualificazione, dovranno approfittare della scarsa intesa dei loro avversari. Inoltre malgrado gli arrivi di due All-Star affermate come Harris e Butler, la città dell’amore fraterno ha salutato Dario Saric, Wilson Chandler, Landry Shamet e Robert Covington. Nomi che non scalderanno i cuori dei tifosi ma che hanno degnamente contribuito alla rinascita dei Sixers, portando energia e punti in uscita dalla panchina. La second unit di Philly è infatti la peggiore della lega per produttività offensiva, spesso nessun panchinaro supera la doppia cifra. Il sesto uomo della squadra, Boban Marjanovic, ha una media di 8.6 punti a partita. In casa Nets invece l’imperativo è difendere. Jarrett Allen avrà il compito di limitare Embiid. Il classe 98′ ha mostrato una buona propensione difensiva come mostrano le 1.5 stoppate di media a partita (tra le vittime anche LeBron, Antetokoumpo e Davis), ma potrebbe non bastare. Gli esterni infatti dovranno sacrificarsi moltissimo in queste partite con costanti aiuti e recuperi. Sarà anche fondamentale bloccare tutti i tagli, sia quelli a canestro, sia quelli fuori area. Attenzione particolare a J.J. Redick che tira con il 37% nelle situazioni catch and shot. Per quanto concerne la tattica offensiva molto dipenderà da D’Angelo Russell. L’ex Lakers deve confermare in postseason quanto di buono fatto finora ed ottenere cosi la tanto aspettata consacrazione. La difesa avversaria tenderà spesso a raddoppiarlo, dovrà quindi evitare di incaponirsi come suo solito e giocare di squadra. L’arma letale di questi Nets è il tiro da fuori: 5 giocatori tirano con oltre il 35% e il fresco vincitore della gara da tre punti, Joe Harris, detiene il 47.4% con 6 tentativi di media a partita.

L’alta percentuale di realizzazione è frutto di un fluido giro palla atto a trovare il tiro più comodo libero possibile, scuola Spurs.

Al contrario di Philadelphia, la second unit di Brooklyn è tra le più fruttuose della lega: Spencer Dinwiddie e Caris LeVert sono i due migliori realizzatori del team dopo Russell ed entrambi subentrano a gara in corso. Il fattore inesperienza è sopperito dalla presenza di tre veterani come Dudley, Carroll e Crabbe che,  oltre a segnare triple, stanno facendo da chioccia al core di giovani presente a roster. Il vero tallone d’Achille non sta in quello che hanno ma in quello che non hanno: una superstar. Un giocatore dominante con Embiid o Butler, capace di caricarsi i compagni sulle spalle nei momenti di difficoltà. Molto spesso in RS Brooklyn ha peccato di discontinuità e di errori banali sul finale di partita che hanno compromesso la vittoria. È proprio per questa differenza di potenziale che l’ago pende dalla parte dei Sixers. Ci vorrà la serie perfetta per ribaltare il pronostico. Un’impresa difficile ma comunque non impossibile per la cenerentola della NBA.

 

SIXERS: ROSTER E ROTAZIONI

  • Ben Simmons, #25
  • JJ Redick, #17
  • Jimmy Butler, #23
  • Tobias Harris, #33
  • Joel Embiid, #21
  • Boban Marjanovic, #51
  • Jonathon Simmons, #14
  • T.J. McConnell, #12
  • Mike Scott, #1
  • Furkan Korkmaz, #30
  • Greg Monroe, #55
  • Zhaire Smit, #8
  • Amir Johnson, #5
  • James Ennis III, #11
  • Haywood Highsmith, #7
  • Shake Milton, #18
NETS: ROSTER E ROTAZIONI
  • D’Angelo Russell, #1
  • Joe Harris, #12
  • Caris LeVert, #22
  • Jared Dudley, #6
  • Jarrett Allen, #31
  • DeMarre Carroll, #9
  • Spencer Dinwiddie, #8
  • Ed Davis, #17
  • Rondae Hollis-Jefferson, #24
  • Rodions Kurucs, #00
  • Dzanan Musa, #30
  • Alan Williams, #15
  • Shabazz Napier, #13
  • Tahjere McCall, #0
  • Theo Pinson, #10
  • Treveon Graham, #21

 

SIXERS-NETS STREAMING

Le gare tra i Philadelphia Sixers e i Brooklyn Nets saranno visibili in tre modi diversi:

  • Sixers-Nets sul decoder Sky, canale 206 (Sky Sport NBA)
  • Sixers-Nets streaming su Sky Go
  • Sixers-Nets streaming su NBA League Pass

Per i primi due basta abbonarsi a Sky e acquistare il pacchetto sport. Sarà cosi possibile assistere ai match comodamente sul proprio divano sia in diretta che in differita. Per  coloro che saranno fuori casa, la visione dei match non sarà comunque preclusa: Sky mette a disposizione dei propri abbonati anche servizi streaming per tablet, PC e smartphone ma solo per i live in diretta. Per il terzo metodo invece basta abbonarsi sul sito web NBA League Pass, selezionare il pacchetto desiderato e vedere cosi tutte le gare in streaming, anche in contemporanea su PC, tablet e cellulare. Bisogna però affrettarsi, i playoff stanno per cominciare.

D'Angelo Russell, Los Angeles Lakers vs Brooklyn Nets at Staples Center
D’Angelo Russell.

Ci sono tutti i requisiti per assistere ad una serie divertente e spettacolare. I Sixers per portare a compimento The Process, i Nets per consolidare la rinascita ed attrarre talentuosi free agent in estate. La vincente affronterà in semifinale una tra i Toronto Raptors e gli Orlando Magic. Due squadre diverse ma accomunate da un solo obiettivo, vincere.

 

Brooklyn accarezza i Playoff, Boston KO, Atkinson: “Non tiriamoci indietro”

Borsino playoff.

Al Barclays Center di Brooklyn, i Nets hanno ottenuto una vittoria fondamentale in chiave Playoff contro i Boston Celtics, per 96-110. Sono infatti ora settimi, a 0.5 partite dal sesto posto dei Detroit Pistons, ma solo a +1 dal nono, degli Orlando Magic. La lotta è quanto mai serrata, ed ogni partita ha un’importanza enorme.

La partita è stata equilibrata fino all’intervallo. Le squadre sono andate a riposo sul 48-49 per la compagine casa, che però, rientrata in campo, non si è più guardata indietro ed è rimasta in vantaggio fino alla fine del match.

Fondamentali in questo senso sono stati i 20 punti segnati nel terzo quarto da D’Angelo Russell. L’ex playmaker dei Los Angeles Lakers, che ha segnato 29 punti questa notte, sta avendo un stagione incredibile.

E’ stato nominato All-star per la prima volta in carriera ed è in corsa con Paskal Siakam dei Toronto Raptors per il premio di Most Improved Player. Sta infatti viaggiando su medie da 20 punti e 7 assist a notte.

I Playoff a Brooklyn? Crediamoci, con calma, ma neanche troppa

I Nets sono entrati seriamente in lotta Playoff dopo aver giocato molto bene nel mese di Gennaio, vincendo 11 partite su 20 disputate. Da allora, inevitabilmente, le aspettative Postseason, che in questo senso a inizio stagione erano nulle, si sono alzate di molto.

Di questo ha parlato Richard Jefferson, il campione NBA 2016 è stato, tra le altre, anche un ex giocatore dei Nets, allora con sede in New Jersey. Oggi fa l’opinionista televisivo, e per YESNetwork ha sostenuto:

“Le cose sono cambiate molto tra dicembre e gennaio. Questa non è più una bella storia alla “feel good”, ora ci sono aspettative precise per la squadra. Se non dovessero andare ai Playoff passeremmo tutti dall’essere contenti per questo gruppo all’essere delusi”.

Ha poi discusso i metodi di sviluppo della franchigia:

“I giovani stanno facendo così bene perchè la squadra non ha mai veramente tankato: non avevano le loro scelte. Così negli anni sono sempre scesi in campo per giocarsela sul serio senza limitazioni, e i risultati sulla crescita si stanno vedendo”.

Coach Kenny Atkinson ha invece dichiarato per TheAthletic.com:

“Non siamo mai stati favoriti o ben visti da nessuno per quanto riguarda la Postseason, è un buon modo per prenderla. Non è un’offesa per me o per i ragazzi, semplicemente è così che è fatta la Lega”

Ha poi commentato le ultime cinque gare che attendono i suoi:

“Da adesso in poi ogni partita sarà una gara Playoff, dobbiamo guardala così. Ormai ci siamo, non possiamo tirarci indietro. Valgono tutte i Playoff, intanto era importante vincere questa”

Nets, D’Angelo Russell: “No playoffs? Un disastro” Joseph Tsai rileva il Barclays Center

Brooklyn Nets, il fondatore di Alibaba.com e socio di minoranza della squadra Joseph Tsai sarebbe in trattative per rilevare il Barclays Center di Brooklyn, New York, ed il Nassau Veterans Memorial Coliseum (la casa dei New York Islanders della NHL) di Long Island.

Il Barclays Center è attualmente di proprietà di Mikhail Prokhorov, socio di maggioranza dei Nets. La mossa di Tsai sarebbe, come riportato dal New York Post, il preludio al rilevamento della quota societaria di maggioranza della squadra, del quale il miliardario taiwanese possiede già il 49%.

Tsai, che rilevò l’attuale quota nel 2018, ha un’opzione che gli permetterà di subentrare a Prokhorov entro la stagione 2021\22, previo versamento di 1.35 miliardi di dollari.

L’operazione di Tsai, già nell’aria da alcuni mesi, sarebbe ricevuta con enorme soddisfazione dalla NBA, da sempre favorevole a soluzioni che prevedano una ownership comune tra franchigia ed impianto sportivo (il nuovo Chase Center di San Francisco, ad esempio, è stato interamente finanziato dal gruppo proprietario del Golden State Warriors).

La NBA sarebbe entusiasta” di tale risoluzione, come riportato dal NY Post. Il subentro di Tsai – membro del board di NBA China – potrebbe aprire per la lega nuove rotte promozionali e commerciali in oriente, un mercato di importanza prioritaria.

Nonostante il ritorno della squadra a buoni livelli ( i Nets si giocheranno in queste ultime partite l’accesso alla post-season dopo ben 6 stagioni) il Barclays Center è una delle arene NBA meno “frequentate”. I 14.639 spettatori di media a partita piazzano i Brooklyn Nets all’ultimo posto nella graduatoria dell’affluenza di pubblico, ed i profitti derivati dal Barclays Center si sono assottigliati di anno in anno.

Brooklyn Nets, D’Angelo Russell: “Tanta pressione. No playoffs? Un disastro”

Mentre le operazioni di avvicendamento Prokhorov-Tsai proseguono spedite, sul campo gli uomini di coach Kenny Atkinson saranno chiamati da qui al termine della regular season allo sprinti finale per un posto ai playoffs della Eastern Conference.

D’Angelo Russell, giocatore in ascesa e leader tecnico della squadra, avverte tutta la pressione del momento, e non vuole pensare a dei Nets di nuovo fuori dalla post-season:

Pressione? C***o, si. Soprattutto quando perdiamo una partita e ci ritroviamo nel pieno della lotta playoffs, col rischio di rimanere fuori. Cosa che potrebbe accadere, lo sappiamo. C’è pressione perché il nostro obiettivo stagionale è fare i playoffs, e se arrivati a questo punto dovessimo fallire, sarebbe davvero una delusione fortissima. Personalmente sarebbe una cosa devastante non fare i playoffs, e credo che per il 99 delle persone qui (ai Nets, ndr) valga lo stesso

I Brooklyn Nets (38-38) occupano al momento il settimo posto nella Eastern Conference. Nelle prossime 3 partite, Russell e compagni affronteranno Boston Celtics, Milwaukee Bucks e Toronto Raptors al Barclays Center, per poi affrontare di nuovo i Bucks e gli Indiana Pacers in trasferta, prima della chiusura casalinga contro i rivali diretti Miami Heat.

Lakers-Nets: gialloviola sconfitti ed ufficialmente fuori dai Play-Off

LeBron James and Jarrett Allen, Los Angeles Lakers vs Brooklyn Nets at Staples Center

Game 71 Recap: Lakers-Nets

Dopo cinque gare – …ed una sola vittoria, contro i Bulls – sulla East Coast, i Los Angeles Lakers (31-40) tornano allo Staples Center per affrontare i Brooklyn Nets (37-36).

Reduci dalla sconfitta in casa dei Bucks, i lacustri affrontano la sfida che in caso di sconfitte sancirebbe la matematica esclusione dai play-off. Tornano arruolabili LeBron e Chandler, mentre Josh Hart e Mike Muscala si aggiungono ai lungodegenti Lonzo Ball e Brandon Ingram. Per allungare le rotazioni tra gli esterni, i gialloviola hanno firmato un contratto da dieci giorni a Scott Machado.

Brooklyn è nel mezzo di un road trip (1-3) e sono alla ricerca di una vittoria che possa avvicinarli alla sesta piazza della Eastern Conference oltre che contenere il rientro degli Heat.

Walton schiera Rondo, Bullock, LBJ, Kuzma e McGee. Atkinson – privo del solo Allen Crabbe – risponde con Russell, Harris, Carroll, Kurucs ed Allen.

Lakers-Nets, tanti errori al tiro

I primi minuti della gara vivono del duello tra Allen e McGee. Il lungo dei Nets è abile a catturare e convertire un paio di rimbalzi offensivi, mentre il pari ruolo lacustre finisce con efficacia vicino al ferro.

JaVale è la sola bocca da fuoco efficace dei suoi – 5/6 per il bi-campione NBA, 0/7 per i compagni – mentre Brooklyn trova le triple di Kurucs ed Harris. Dopo il layup di DLo, primo timeout della gara sul 10-12 con 6’58” da giocare nel quarto.

Gli attacchi continuano a faticare, dopo la tripla di Kuzma si rivede Tyson Chandler che trova subito il canestro con un bel gancio, pareggia dalla lunetta il solito Jarrett Allen. I Lakers continuano a concedere troppo spazio sul perimetro, ringrazia Harris che realizza la seconda tripla della sua gara, 17-20 a 2’33” dalla fine.

Dopo aver sbagliato tutto o quasi – 1/7 al tiro – Kyle Kuzma pareggia…

…segnando praticamente da metà campo. Nel possesso successivo è KCP a segnare la tripla che di fatto è l’ultimo canestro della frazione, dato che entrambe le contendenti continuano a sparacchiare dall’arco ed a sbagliare layup.

23-20 il punteggio dopo dodici minuti di gioco tutt’altro che memorabili. 34.5% con 3/11 dall’arco per L.A., 28% con 3/13 per la franchigia newyorchese. Escludendo l’incredibile tripla realizzata, 1/10 al tiro per Kuzma.

Lakers-Nets, californiani disastrosi al tiro

La seconda frazione si apre con un air ball ed una persa di Russell, che generano due transizioni…

…chiuse da LeBron.

James alza l’alley-oop per McGee, ma i lacustri continuano a non presidiare il proprio pitturato che diviene terra di conquista per Ed Davis, che segna tre canestri consecutivi. Uno di questi in collaborazione con McGee, autore della ventottesima violazione per goaltending della sua stagione. Ben sedici in più di Drummond e Towns che lo seguono in questa speciale classifica.

La gara continua ad essere caratterizzata da brutti attacchi che generano tanti errori. DAR risponde a Bullock, mentre Rajon Rondo dopo aver sbagliato un floater commette due banali falli in pochi secondi. Timeout per coach Luke Walton, 31-28 a sette minuti dall’intervallo lungo.

LBJ ha le polveri bagnate (3/12), mentre Russell è lucido e prima pesca Dinwiddie sul perimetro poi premia il taglio di Davis, che schiaccia il +2. L.A. torna avanti grazie ad un gioco da tre punti di Kuzma, risponde Harris con due liberi e la sua terza tripla. 35-38 con 3’53” da giocare nel primo tempo.

D’Angelo dopo aver corretto un errore di Allen perde altri due possessi, chiusi da Caruso e Kuzma. McGee prima stoppa LeVert, poi…

…schiaccia l’alley-oop che riporta avanti i gialloviola. Negli ultimi possessi si segna solo dalla lunetta, 43-44 all’intervallo.

Californiani incredibilmente a contatto nonostante l’orrendo 31.5% al tiro – 0/7 dall’arco nel 2Q – con cui chiudono il tempo.

Lakers-Nets, McGee risponde ai tiratori di Brooklyn

Dopo il brutto primo tempo, LeBron James prova ad entrare nella partita. Prima realizza due liberi, poi recupera un pallone ed assiste la tripla di Bullock.

Il quattro volte MVP segna ancora e dopo un passaggio sbagliato rientra velocemente in difesa per…

…stoppare con la sua chase down Russell lanciato a canestro. LBJ continua ad alimentare lo scatenato McGee, che raggiunge quota 20.

Tuttavia i lacustri continuano a lasciare roppo spazio sul perimetro che viene sfruttato egregiamente da Joe Harris, a bersaglio tre volte da oltre i 7.25. Per il campione in carica del threepoint contest 6/7 dalla lunga distanza contro il 6/34 combinato di tutti gli altri Nets e Lakers.

Ispirati dal compagno si accendono anche Russell e DeMarre Carroll che in meno di un minuto colpiscono tre volte da tre, 60-69 a metà quarto.

Lo stagnate attacco gialloviola – sei perse nel quarto – viene scosso per qualche possesso da Alex Caruso, a segno dalla lunetta e dal perimetro. Non che quello di Brooklyn faccia faville. I ragazzi di coach Kenny Atkinson dopo quasi quattro minuti di astinenza muovono il punteggio con Spencer Dinwiddie, che si procura due and-one convertendo solo il secondo.

Con l’arrivo della primavera si desta per qualche secondo persino Rondo, che segna un layup e – dopo aver trovato con mestiere un fallo in attacco di Davis – segna la tripla del -2. I liberi di Carroll chiudono la terza frazione, 73-78.

Lakers-Nets, LeBron prova ci prova ma nel finale è impreciso

Nei primi minuti dell’ultimo quarto è ancora JaVale McGee a sostenere l’attacco lacustre, convertendo in due punti quasi ogni pallone che riceve. LeBron supporta il compagno segnando un layup e due liberi, ma l’energia e l’attività dell’ex Davis tiene avanti i black & white. 80-82 dopo tre minuti di gioco.

La combo Bron & JaVale è l’unica soluzione gialloviola che funziona e produce: LeBron assiste ancora il lungo ex Warriors che ritocca il suo career high.

McGee poi fallisce due liberi e per la frustrazione commette il quinto fallo, ma Walton lo tiene in campo non potendo rinunciare alla sua produzione.

Caruso segna da tre ed assiste l’affondata di James, risponde in entrambe le occasioni dall’arco l’ex D’Angelo Russell. L’ex Cavs ed Heat segna in penetrazione prima che – come nel secondo quarto – Carroll sigli la terza tripla dopo le due di DLo in meno di sessanta secondi. 92-96 con 6’24” da giocare.

LeBron assiste per la decima volta nella partita McGee e poi arma Kuzma sul perimetro per il nuovo +1 lacustre. I Nets tornano subito in vantaggio con Harris e la tripla di Carroll, 97-102 a quattro minuti dalla fine.

Il #23 gialloviola fallisce due liberi ed un layup, corretto da McGee. Dinwiddie colpisce da tre e, dopo una perso di LeBron, Harris segna il layup che sembra chiudere la gara, 99-107 a 2’28” dalla sirena.

Kuzma e James segnano il jumper e la tripla del -3, ma dopo i liberi del #8 dei Nets non riescono a ridurre ulteriormente lo svantaggio. Spencer viene poi stoppato da McGee e sulla rimessa DLo regala il possesso a LeBron che non sbaglia dalla lunetta. 106-109 con 53″ sul cronometro.

Russell prova a chiudere la gara ma sbaglia dall’arco, James cerca la via del canestro ma scivola sulla linea di fondo e perde il pallone. Dinwiddie segna solo un libero ma aumenta a due i possessi di vantaggio, tanto basta perché l’ultimo confusionario possesso gestito da LBJ e Kuzma non produce nulla.

Un ulteriore libero del prodotto dell’Università del Colorado fissa il punteggio finale, 106-111.

Lakers-Nets, career night per McGee

Minutaggio superiore (36 minuti) a quello delle ultime uscite per James, che è rimasto in campo nella speranza di condurre i suoi al successo. James chiude con 25 punti (8/25 al tiro, 1/7 dall’arco, 8/12 ai liberi), 9 rimbalzi, 14 assist ed 8 perse.

JaVale McGee, Los Angeles Lakers vs Brooklyn Nets at Staples Center
JaVale McGee, Los Angeles Lakers vs Brooklyn Nets at Staples Center (Mark J. Terrill, AP Photo)c

Nuovi career high per punti (33) e rimbalzi (20 di cui 12 offensivi) per McGee che pur soffrendo la dinamicità di Davis ed Allen ha dato un solido contributo in attacco. JaVale tira 15/20 dal campo, aggiunge sei stoppate e resta in campo per oltre otto minuti con cinque falli sul groppone.

Brutta prova per Kuzma (18+5), impreciso al tiro (5/19 con 3/11 da tre) ed incapace di coinvolgere i compagni. Mentre Rondo (5+3+4, 2/6 al tiro) colleziona ancora una volta il peggior plus minus (-16) della gara.

Impreciso (3/10) e falloso (5 falli, 3 perse) Caruso (9+8+2), che quantomeno da la sensazione di crederci sempre e comunque. Male al tiro Bullock (5, 2/9) e KCP (7, 1/6). Pochi secondi in campo per Wagner, Williams e Bonga.

Un piacere rivedere in campo Chandler (3+7, +3 il +/-), veterano serio e rispettabile, anche se avrebbe più senso investire i suoi minuti – ed i prossimi di McGee – nello sviluppo dei giovani, Wagner in primis.

D'Angelo Russell, Los Angeles Lakers vs Brooklyn Nets at Staples Center
D’Angelo Russell, Los Angeles Lakers vs Brooklyn Nets at Staples Center (Mark J. Terrill, AP Photo)

Letale dall’arco (6/8) Harris, top scorer dei suoi ed efficace anche in penetrazione. Doppia doppia per Russell (21+13) anche se con errori al tiro (4/11 da tre) ed alcune scelte (6 perse) ha riaperto nel finale una gara che pareva chiusa. Bene Allen (13+11) e Davis (14+15), doppia cifra anche per Carroll (15). Decisivo nel finale Dinwiddie (19, 4/14 al tiro).

Box Score su NBA.com

Lakers-Nets, ancora dieci gare di agonia

-10. Prosegue il countdown lacustre in attesa della fine di questa disastrosa stagione.

Con la sconfitta odierna LeBron e compagni sono ufficialmente fuori dai play-off e l’unico obiettivo verosimile è quello di scalare una o due posizioni verso il basso in vista della lottery.

A fine gara McGee riconosce alla presenza di LeBron i meriti dalla sua prestazione offensiva, anche se quello che contava sul serio era vincere la gara.

<Sentivo che tutti erano concetrati su LeBron e lui è stato bravo ad innescarmi. Inoltre ho provato ad andare forte a rimbalzo ed ha funzionato. Ma quello che conta davvero è che non abbiamo vinto la partita.>

I Los Angeles Lakers tornano in campo nella notte – 2:30 italiane – tra Domenica 24 e Lunedì 25 Marzo per affrontare allo Staples Center i Sacramento Kings.

Dinwiddie spinge i Nets oltre i Cavs, Atkinson “E’ un demone della velocità”

Spencer Dinwiddie guardia dei Brooklyn Nets

E’ un demone della velocità” ha dichiarato coach Kenny Atkinson sulla sua guardia, Spencer Dinwiddie E’ difficile stargli dietro“. I Brooklyn Nets sconfiggono i Cleveland Cavaliers per 113-107 dopo una partita di alti e bassi, senza dubbio meno passeggiata rispetto al blow-out sui Dallas Mavericks di lunedì notte.

Brooklyn parte forte, e a 9:45 dalla fine del primo tempo è avanti 37-22. Un buon parziale dei Cavs riporta tutto sul 44 pari. Alla pausa lunga i Nets sono ancora avanti, 55-50. Dagli spogliatoi escono meglio Kevin Love e compagni, che si affacciano al quarto quarto sopra 80-85. Inizia il periodo bene Brooklyn, con 9 punti di Caris LeVert, che nel finale lascia il testimone a Dinwiddie, il quale chiude la questione con 12 dei suoi complessivi 28 punti.

A supportarlo nella fatica i 25 punti di D’angelo Russell, che prende la squadra in mano nei momenti di difficoltà. Per i Cavs bene Love, rientrato ormai a pieno ritmo, con 24 punti e 16 rimbalzi, e David Nwaba, che fa registrare un career-high da 22 punti.

Brooklyn Nets, coach Atkinson nel pst partita: “Dinwiddie è una macchina da corsa”

Coach Atkinson ha speso parole dolci per coccolare Dinwiddie, da poco tornato dopo 14 partite saltate per infortunio. “Spencer è una macchina da corsa, un dragster. Quando attacca il ferro è difficile stargli dietro, questo è stato un game changer per noi“.

La guardia di Brooklyn è diventato un recordman di franchigia stanotte: 14 gare con 20 punti uscendo dalla panchina in una singola stagione.

D’Angelo Russell ha parlato della difesa dei suoi nei momenti di difficoltà. “Qualsiasi squadra può iniziare a giocare così, l’unico modo per fermare un’emorragia di punti è ottenere stop difensivi“. Infine coach Larry Drew, che ha allenato Lebron James, non ha potuto esimersi dal rispondere a una domanda a tema, nella notte  in cui l’ex Cleveland Cavs ha passato Michael Jordan al quarto posto nella classifica All-Time per punti segnati in carriera. “Sapete che Bron (LeBron James, ndr) è un giocatore speciale, sono molto contento di dire che nella mia carriera ho allenato diversi giocatori importanti, tra cui lui. Credo sia un lavoro incredibile“.

Nets, le triple di Joe Harris e D’Angelo Russell stendono i San Antonio Spurs

Borsino playoff.

I San Antonio Spurs chiudono il peggior “Rodeo Trip” della loro storia con una sconfitta al Barclays Center di Brooklyn, sotto la pioggia di triple di D’Angelo Russell, Joe Harris e dei Brooklyn Nets.

 

101-85 il risultato finale tra Nets e Spurs. Una prova da 23 punti, 8 assist, 7 rimbalzi e 5 triple mandate a bersaglio dell’ex LA Lakers D’Angelo Russell condanna San Antonio, cui non bastano i 49 punti della coppia LaMarcus Aldridge-DeMar DeRozan.

 

Spurs limitati ad un modesto 36.5% al tiro (4 su 24 da dietro l’arco dei tre punti) e già sotto di 14 punti (52-28) all’intervallo. Per Brooklyn, prova incoraggiante di un Caris LeVert in crescita nonostante le difficoltà al tiro (15 punti, 7 rimbalzi e 5 assist a fine gara) ed ennesima grande prestazione balistica del fresco campione della gara del tiro da tre punti Joe Harris.

 

 

Per l’ex Cleveland Cavs Harris sono 15 i punti a fine partita, con 5 triple a bersaglio su 6 tentativi. L’uomo in grado di battere persino Steph Curry sta viaggiando con uno spaziale 73% al tiro da tre punti nelle ultime cinque partite disputate (19 su 26), rivelandosi per coach Kenny Atkinson un validissimo sostituto per l’infortunato Spencer Dinwiddie.

 

Nelle ultime 10 gare giocate, sono 17.3 i punti a partita per Joe Harris, con 3 assist ed il 59% al tiro. Il giocatore al quarto anno da Virginia sta ottenendo in questa stagione il massimo in carriera per punti, percentuale al tiro e da tre punti e minuti di media.

 

 

Grazie alla vittoria di lunedì notte, i Brooklyn Nets (32-30) conservano il sesto posto nella Eastern Conference, ad una partita e mezza di distanza dai Detroit Pistons di Blake Griffin. I San Antonio Spurs beneficiano invece della sconfitta dei Sacramento Kings sul campo dei Minnesota Timberwolves e proteggono il loro ottavo posto ad Ovest, nonostante il periodo negativo (settima sconfitta nelle ultime 8 partite disputate).

Brooklyn Nets: le fenici della NBA

I Brooklyn Nets sono passati dall’essere la franchigia barzelletta della NBA ad essere considerati una delle squadre che lavora meglio di tutte sotto molti punti di vista. Le infauste operazioni iniziali dell’allora neo socio di maggioranza, Mikhail Prochorov, sono state assorbite in tempi relativamente brevi e adesso Brooklyn è diventata una terra a cui molti giocatori di assoluto livello buttano un occhio e immaginano come possibile approdo, il che è paradossale essendo di fatto in un feudo Knicks. I Nets, nonostante alcuni infortuni importanti occorsi a giocatori decisivi, sono stabilmente nella zona playoff e sembrano soltanto poter crescere nei prossimi anni.

BROOKLY NETS: COME SONO RISORTI DALLE CENERI?

Per prima cosa hanno iniziato rimettendo ogni persona al proprio posto con i rispettivi ruoli, le ingerenze di Prochorov sono state limitate fortemente, ci si è affidati ad un asse GM-coach di assoluto livello: Sean Marks e Kenny Atkinson, i quali come primo obiettivo avevano quello di non fare danni e l’hanno centrato pienamente. Non potendo né puntare sul cap space, né sulle scelte (cedute tutte) al draft, si è scelto di puntare sull’acquisizione di brutti contratti (Mozgov, Carroll) per poter arrivare a qualche pick e a giocatori su cui poter lavorare con tempo e spazio a disposizione. Atkinson e il suo staff sono tra i migliori al mondo nel development e questo è uno dei segreti per la crescita esponenziale di molti giocatori inaspettati. A parole sembra facile prendere giocatori con potenziale inespresso, lavorarci seriamente sopra e farli esplodere, ma chiaramente è tutt’altro che semplice. Atkinson dice che la chiave per poter sviluppare un giocatore è quella del farlo immergere nel progetto fino al punto in cui sia realmente convinto di ciò che gli si propone; il lavoro è collettivo e ogni suo assistente ha specifici compiti nello sviluppo di un elemento: Jacque Vaughn si occupa soprattutto della fase difensiva, Pablo Prigioni è ogni giorno in campo con i ragazzi per rivedere ogni singolo aspetto passato in esame nella sessione video ecc.

 

C’è ghiaccio nelle sue vene!

Spencer Dinwiddie e Joe Harris sono stati entrambe delle seconde scelte al draft, il Jarrett Allen visto al college in Texas non lasciava presagire una crescita simile, D’Angelo Russell era uno scarto dei Lakers tacciato di essere carente di leadership e senza la testa giusta per puntare in alto. La maggior parte di questo enorme lavoro è stata fatta negli ultimi 2 anni e mezzo, perciò l’avvenire sembra poter essere soltanto più radioso. Dalle ceneri non rinascono solo le fenici, ma anche i Nets.

Magic Johnson non ha scelto di mandare via D’Angelo Russell senza motivazioni, il ragazzo ad LA ne ha combinate e il suo percorso di maturazione non sembrava essere prettamente sui binari ideali, anche se certamente aveva mostrato cose interessantissime e pure alcune stats lo dimostravano. Tuttavia i giocatori in grado di performare allo stesso livello in qualsiasi contesto, sono davvero pochissimi e per questo non va buttata la croce addosso al Magic di turno, perché ricoprendo ruoli del genere le valutazioni che si fanno sono innumerevoli ed è possibile sottostimare alcuni aspetti, fa parte del gioco. D’Angelo oltre ad essere migliorato in varie dinamiche di gioco, ha trovato costanza di rendimento e maggiore incisività all’interno delle partite. 19.7 punti, 6.4 assist, 3.7 rimbalzi e 1.1 rubate di media in 29.7 minuti, con la migliore percentuale ai liberi e da 3 della carriera, rispettivamente l’81 e il 37%. Malgrado giochi più minuti ed ha la palla in mano per un minutaggio superiore rispetto agli anni precedenti, le palle perse non sono incrementate, 2.9 di media a gara mentre in carriera si attesta a 2.8. La convocazione all’All Star Game di Charlotte in sostituzione dell’infortunato Victor Oladipo, non stupisce affatto chi ha visto la sua crescita nelle ultime 2 stagioni, quel talento grezzo visto ad Ohio State sta finalmente trovando la sua dimensione di vertice in NBA e per lui l’estate 2019 sarà fondamentale per la carriera. I Nets potranno pareggiare qualsiasi offerta che riceverà Russell grazie alla qualifying offer, ma non è detto che succederà e per lui firmare alle giuste cifre, nella squadra giusta, è determinante per il proseguo della carriera per quanto concerne il punto di vista prettamente sportivo. Uno dei motivi per cui D’Angelo si incastra bene con Brooklyn è il suo essere clutch, celebre la sua esultanza con “ice in my veins” dopo la realizzazione di canestri decisivi, infatti i Nets sono 10 vinte e 2 perse nei finali di partita punto a punto e vincere gare del genere è una forte dose di autostima per un gruppo giovane in costruzione.

PROSPETTIVE FUTURE

Se D’Angelo Russell e Rondae Hollis-Jefferson non dovessero restare si aprirebbero degli scenari interessanti in termini di spazio salariale, a quel punto sarebbe concreta la possibilità di firmare due grandi free agent e diventare una contender già l’anno prossimo. La free agency 2019 vedrà protagonisti moltissime stelle NBA molte delle quali vorranno approdare in squadre con altri campioni già in roster, questo i Nets non possono offrirlo, ma possono altresì offrire: un core group valido e giovane, un allenatore in rampa di lancio e i luccichii della Grande Mela.

Per fare un esempio, difficilmente Kevin Durant firmerà per i Nets se prima questi non si siano assicurati le prestazioni di un Jimmy Butler o un Klay Thompson. Detto ciò Brooklyn non ha bisogno di andare all in subito quest’estate e può anche aspettare il prossimo giro, magari intanto prendendo un Butler, che aveva messo la franchigia nella lista delle destinazioni gradite nel periodo della trade dai T’Wolves, per crescere insieme senza curarsi troppo dell’eventuale pesantezza del contratto. Questi tipi di ragionamenti possono esser fatti soprattutto grazie al favoloso lavoro di Sean Marks, perché il roster è composto anche di un 3&D nel corpo di un centro small ball come Rodions Kurucs, uno scorer come Caris LeVert, o una macchina dall’arco come Joe Harris, tutti giocatori con upside incredibile e diritto di cittadinanza in roster di vertice della lega con stipendi adeguati.

Panoramica sull’attualità dei Brooklyn Nets tramite alcuni dei dati principali forniti da nba.com

Le decisioni da prendere per il front office non sono affatto semplici, pochi contratti saranno ancora in essere nella stagione 2019/2020 (fun fact: Deron Williams percepirà 5.4  milioni anche il prossimo anno e poi terminerà il contratto) e dunque da una parte bisognerà pensare in grande con nomi grossi, dall’altra ci sarà da completare il roster con giocatori di contorno a basso costo. In più i Nets avranno 4 scelte da fare al draft 2019: prima scelta propria, prima scelta di Denver protetta 1-12 e due scelte al secondo giro, inutile dire che potrebbero diventare asset importanti in caso di trade oppure più verosimilmente si trasformeranno negli elementi per completare la squadra, dunque non si possono sbagliare le decisioni.

Il progetto di Brooklyn è da seguire attentamente per varie ragioni tecniche, la crescita dei giocatori, un allenatore già top e con potenziale da super top, una città viva e in perenne trending topic. Ma soprattutto perché dimostrano che se gli Stati Uniti sono la terrà delle opportunità, lo sport statunitense è il territorio delle seconde opportunità e risollevarsi in così breve tempo dopo i disastri fatti è uno smacco ai cugini di New York e a tutte quelle franchigie ferme nella palude della mediocrità. I Nets si sono rimboccati le maniche e hanno ottenuto il massimo da quella situazione, il raggiungimento dei playoff sarebbe un tassello importante, non decisivo, per la risalita e l’estate 2019 potenzialmente è quella che può dare una nuova linfa alla franchigia.

Three Points – An All-Star is born

Uno degli snodi cruciali della stagione NBA è finalmente arrivato. Dopo settimane di rumors incontrollati e di roster rivoluzionati con la fantasia, giovedì 7 febbraio alle 21 italiane scadrà il termine ultimo entro cui effettuare degli scambi. Una trade deadline che verrà seguita da NBA Passion con una maratona di 8 ore (in diretta dalle 15:30 sul nostro canale YouTube) ricca di ospiti. Gli osservati speciali saranno i Los Angeles Lakers, impegnati nella disperata trattativa per portare in gialloviola Anthony Davis. Se avere mezzo roster sul mercato non fosse già di per sé causa di tensione, dopo la recente sconfitta contro i Golden State Warriors è emersa la notizia di un duro confronto tra coach Luke Walton e alcuni veterani del gruppo. Ma il peggio doveva ancora venire. LeBron James è rientrato giusto in tempo per subire la peggiore sconfitta della sua carriera, il pesantissimo -42 di Indianapolis, contro i rimaneggiati Pacers. A sottolineare come la situazione dei californiani sia giunta ai limiti del grottesco, è arrivato il fantastico coro “LeBron’s gonna trade you!” rivolto dai tifosi di Indiana a Brandon Ingram. Cose che succedono, soprattutto all’interno di franchigie smaniose di vincere subito…
Non se la passano bene neanche a Washington, dove è arrivata la notizia di un nuovo infortunio al già infortunato John Wall; lesione al tendine d’Achille, almeno un altro anno di stop. Piccolo dettaglio: tra qualche mese, Wall entrerà nel nuovo contratto, che per le prossime quattro stagioni porterà nel suo disneyano deposito la bellezza di… 170 milioni di dollari!
Gli infuocati giorni che precedono la chiusura del mercato hanno inevitabilmente messo in secondo piano un altro appuntamento tradizionale di questo periodo: l’All-Star Game. Nelle scorse settimane sono stati selezionati i 24 giocatori che si esibiranno domenica 17 febbraio a Charlotte. Come sempre, non sono mancate le sorprese e le delusioni.

 

1 – An All-Star is born

D'Angelo Russell e Ben Simmons faranno il loro debutto all' All-Star Game di Charlotte
D’Angelo Russell e Ben Simmons faranno il loro debutto all’ All-Star Game di Charlotte

La nascita di nuovi All-Star è la miglior notizia possibile per la NBA e per i suoi appassionati. Soprattutto se la convocazione non è un riconoscimento ‘obbligato’ e prematuro (vedi Karl-Anthony Towns, chiamato durante la mediocre stagione passata e confermato – con maggiori meriti – quest’anno), bensì un traguardo ampiamente meritato. Nell’edizione 2019 dell’evento saranno ben cinque i debuttanti: uno per la Western e quattro per la Eastern Conference. Due di questi potrebbero tranquillamente disputare il loro primo e il loro ultimo All-Star Game contemporaneamente: Khris Middleton, convocato abbastanza a sorpresa (forse come premio per la grande stagione dei Milwaukee Bucks), e Nikola Vucevic, che sta mettendo insieme cifre individuali mai registrate prima, e difficilmente registrabili in futuro. Per gli altri tre, invece, questo sembra essere un vero e proprio ‘debutto in società’, il primo passo di una carriera potenzialmente ricca di soddisfazioni.

Ben Simmons è certamente quello che più di tutti aveva l’All-Star Game scritto nel destino. E’ uno dei pochissimi eletti ad essere arrivato in NBA con l’etichetta di ‘fenomeno generazionale’ e ad essere poi riuscito a non far crollare le aspettative (non è andata altrettanto bene, ad esempio, a Markelle Fultz). Certo, un anno e mezzo di professionismo è un campione ampiamente insufficiente per valutare una carriera, ma guardando giocare Simmons si capisce perché i Philadelphia 76ers abbiano speso per lui la prima scelta assoluta nel 2016. Fin dai primi passi nella lega, l’australiano si è imposto come ‘faro’ dei Sixers, guidandoli fuori da un lungo tunnel di mediocrità. Il tiro dalla distanza è ancora un bel problema, ma se a 22 anni è il tuo unico problema, e per il resto hai le doti tecniche dei più grandi e una visione di gioco che raramente si abbina a un atletismo del genere, i tuoi margini di miglioramento non possono che essere sconfinati. Seppur giovanissimo, Ben sarà chiamato a un’importante prova di maturità nel prosieguo della stagione: trarre il massimo da compagni tanto talentuosi quanto ‘impegnativi’ come Joel Embiid e Jimmy Butler (a cui ora si è aggiunto Tobias Harris) per legittimare la posizione di Phila tra le candidate al titolo.

Decisamente più tortuose le strade che hanno portato all’All-Star Game D’Angelo Russell e Nikola Jokic. Il primo era entrato presto nella lista di quelli che, a differenza di Simmons, non erano riusciti a mantenere da subito le esagerate aspettative. Letteralmente ‘schiacciato’ dalla pressione agli esordi con i Lakers, franchigia non particolarmente nota per la pazienza (ogni riferimento all’attualità non è puramente casuale), Russell è invece esploso una volta inserito nel giusto contesto. I Brooklyn Nets stanno vedendo le prime luci dopo gli anni terribili causati dalla nefasta trade per Kevin Garnett e Paul Pierce. Da quando Sean Marks è dietro la scrivania e Kenny Atkinson siede in panchina, la squadra ha pian piano acquisito un’identità, e ora è una credibilissima pretendente ai playoff. Una volta ambientato e finalmente libero dagli infortuni, D’Angelo ha fatto fruttare al meglio l’innato talento, disputando quella che finora è la miglior stagione della sua giovane carriera. La chiamata tra gli All-Star è stata la naturale conseguenza.

Jokic non era stato accolto con lo stesso hype degli altri due. A chiamarlo per quarantunesimo al draft 2014 (l’elenco di quelli selezionati prima di lui è troppo lungo, ma è obbligatorio citare Bruno Caboclo, alla 20) erano stati i Denver Nuggets, alle prese con la fase di transizione post-George Karl. Dopo aver trascorso un altro anno nella natia Serbia, ‘The Joker’ è sbarcato in Colorado. Nel giro di tre stagioni, ha sbaragliato la concorrenza per il ruolo di uomo-franchigia, tanto da guadagnarsi una maxi-estensione contrattuale da 148 milioni di dollari in cinque anni. Merito delle innate abilità di passatore e di un controllo di palla e gioco talmente sopraffini da eclissare un atletismo decisamente sotto media. Con il suo contributo a tutto tondo (fin qui sette triple-doppie stagionali, contro le dieci totalizzate nell’intero 2017/18) sta trascinando i Nuggets in un improbabile testa-a-testa per la vetta della Western Conference con i grandi Golden State Warriors. Vista la giovane età del gruppo di coach Mike Malone (anch’egli presente al prossimo All-Star Game, come allenatore del ‘Team LeBron’), viene da pronosticare che vedremo ancora a lungo Denver tra le grandi del West. E che il suo fenomenale centro sarà protagonista di altre partite delle stelle, in futuro.

 

2 – I grandi esclusi

Derrick Rose e Luka Doncic, tra i principali esclusi nelle selezioni per l' All-Star Game 2019
Derrick Rose e Luka Doncic, tra i principali esclusi nelle selezioni per l’ All-Star Game 2019

Finché la lega sarà popolata da cotanti fenomeni, le selezioni per l’All-Star Game porteranno giocoforza ad esclusioni eccellenti. Sarà anche un’esibizione in cui conta solo lo spettacolo (e ci mancherebbe, visto che si tratta di un’indispensabile pausa dai ritmi frenetici della regular season), ma a partecipare ci tengono tutti, maledettamente. Altrimenti non si spiegherebbero le genuine lacrime di Rudy Gobert, che evidentemente aveva posto la chiamata tra le stelle fra i principali obiettivi stagionali. Se gli Utah Jazz riuscissero a mantenersi stabilmente ai piani alti della Western Conference, però, sia per lui che per Donovan Michell potrebbe trattarsi di un appuntamento solo rimandato.

Fra tutte, l’esclusione più ‘rumorosa’ è stata certamente quella di Luka Doncic. L’ottimo impatto dello sloveno con il mondo NBA ha scatenato una vera e propria ‘LukaMania’, tanto che il voto popolare (valido al 50% solo per i quintetti, giova ricordarlo) lo aveva messo davanti a gente come Kevin Durant, Paul George e Anthony Davis. Fortunatamente, i voti andavano poi uniti a quelli dei media e dei giocatori stessi, che hanno avuto un minimo di senno in più; con tutta l’ammirazione, Doncic dovrà farne di strada, per essere anche solo inserito nella stessa frase con quei tre. Vederlo tra le riserve, invece, non sarebbe stata una follia. Difficile, però, lasciare a casa uno tra LaMarcus Aldridge, Karl-Anthony Towns e Nikola Jokic. Si tratta pur sempre di stelle affermate, e la NBA aveva già dimostrato l’anno scorso, con Simmons, di andarci cauta con i rookie. Forse, prima di Doncic, gli allenatori (che hanno votato per le riserve) avrebbero scelto Tobias Harris, ma il recente calo dei Los Angeles Clippers ha probabilmente influito sulla sua esclusione.

L’altra assenza ‘pesante’ (sempre in relazione al valore dell’evento) tra i prossimi All-Star è quella di Derrick Rose, eroe romantico protagonista della stagione della rinascita con i Minnesota Timberwolves. Anche in questo caso, il ‘lieto fine’ è stato rovinato da una concorrenza troppo agguerrita: chiamare lui avrebbe significato escludere Russell Westbrook, Damian Lillard o Klay Thompson. Senza contare DeMar DeRozan, uno che gli ultimi due All-Star Game li aveva (meritatamente) giocati da titolare.
Per quanto riguarda la Eastern Conference, l’unica esclusione di spicco è quella di Jimmy Butler, a cui è stato preferito un Khris Middleton individualmente inferiore, ma la cui squadra sta dominando incontrastata. Tra i non selezionati ci sarebbe stato anche Dwyane Wade, ma il comissioner Adam Silver, con un inatteso ‘colpo di coda’, ha assegnato due posti ‘bonus’ a lui e a Dirk Nowitzki, entrambi alla stagione d’addio. Per queste due leggende e per quello che ci hanno regalato negli anni non si può che nutrire un’assoluta adorazione e una sconfinata riconoscenza, però Adam… A questo punto, a cosa diavolo servono le votazioni?

 

3 – Trade deadline, si parte coi botti

Kristaps Porzingis e Tobias Harris (qui in maglia Pistons) sono i primi, grandi colpi di questa sessione di mercato
Kristaps Porzingis e Tobias Harris (qui in maglia Pistons) sono i primi, grandi colpi di questa sessione di mercato

In attesa di scoprire il finale della telenovela-Davis, molti scambi sono avvenuti con largo anticipo sulla scadenza delle trattative. I più importanti sono quelli che hanno coinvolto Kristaps Porzingis, passato dai New York Knicks ai Dallas Mavericks, e Tobias Harris, che i Los Angeles Clippers hanno ceduto ai Philadelphia 76ers. Due operazioni per certi versi simili, che spiegano perfettamente quali ingranaggi muovano la gestione di una franchigia NBA.

Sia i Knicks sia i Clippers hanno perso un potenziale All-Star (Porzingis era stato selezionato l’anno scorso, ma non aveva partecipato all’evento causa infortunio) ma, paradossalmente, alla lunga potrebbero rivelarsi le ‘vincitrici’ dello scambio. Anche perché i contratti di questi potenziali All-Star avrebbero dovuto essere ridiscussi in estate, e non si tratta mai di scelte facili.
Per avere il lettone, Dallas ha spedito a Manhattan un giovane di grande prospettiva come Dennis Smith Jr., soppiantato come possibile uomo-franchigia ai Mavs da Luka Doncic (sul fatto che i Knicks avrebbero potuto scegliere proprio Smith nel 2017, ma gli preferirono Frank Ntilikina, meglio sorvolare…). Insieme a lui sono arrivate due prime scelte future (non protetta nel 2021, valida dalla 11 in poi nel 2023) e la coppia formata da DeAndre Jordan e Wesley Matthews. Due nomi di spicco, se non fosse per un particolare fondamentale: il loro nutrito contratto (oltre 18 milioni a testa) scadrà il prossimo luglio. Tradotto: con ogni probabilità, Jordan e Matthews sono a New York solo di passaggio, tra poco verranno ‘scaricati’ via buyout e il monte-salari di New York si abbasserà enormemente. Anche perché in Texas, oltre a Porzingis, sono finiti Tim Hardaway Jr., Courtney Lee e Trey Burke: giocatori superflui, per una squadra che vuole solo perdere da qui ad aprile, e titolari di contratti impegnativi (i primi due sono a libro paga almeno fino al 2020). Ora New York si trova con qualche giovane interessante da far crescere senza fretta e, soprattutto, con lo spazio salariale per poter ‘corteggiare’ due grandi free-agent in estate.

Nella corsa ai vari Kevin Durant, Kawhi Leonard e Kyrie Irving (i cui arrivi, comunque, sono tutt’altro che scontati) ci saranno anche i Clippers. Gli ingredienti della trade che ha portato Harris a Phila sono più o meno gli stessi di quella analizzata in precedenza: ai Sixers sono finiti anche i contratti in scadenza di Boban Marjanovic e Mike Scott, a L.A. quelli di Wilson Chandler e Mike Muscala, più un giovane (Landry Shamet, fin qui sorprendente nel suo anno da rookie) e quattro scelte future (due seconde e due prime, tra cui quella non protetta di Miami nel 2021; attenzione…). Per la franchigia californiana, lo scambio apre anche un ulteriore scenario. Chissà che, con tutte quelle scelte e quei contratti in scadenza, non si possa mettere a punto un’offerta allettante per New Orleans

Naturalmente, anche Dallas e Philadelphia potrebbero aver guadagnato molto da queste trade. I Mavs si ritrovano con una coppia, formata da Doncic e Porzingis, potenzialmente in grado di dominare il prossimo decennio, mentre Phila può schierare un quintetto (Simmons-Redick-Butler-Harris-Embiid) che, nella Eastern Conference, non ha eguali. Per entrambe, le ambizioni di successo dovranno passare attraverso alcuni interrogativi: Quando e come tornerà Porzingis? Riusciranno a coesistere le star dei Sixers? Non ci resta che metterci comodi: this is why we watch.

Three Points – Ci sono anche i Thunder

OKC-Thunder-tre-punti

La fase più calda della regular season è arrivata. Quando mancano poche settimane all’All-Star Game di Charlotte (con i titolari appena annunciati e le riserve che saranno scelte nei prossimi giorni), le franchigie NBA si trovano al punto in cui decidere che direzione seguire, con il mercato delle trade che sta per prendere il sopravvento. I Memphis Grizzlies, in crollo verticale dopo una buona partenza, stanno facendo più di un pensiero sulla cessione di Mike Conley e Marc Gasol, che darebbe ufficialmente il via a una ricostruzione troppe volte rimandata. I Golden State Warriors, d’altro canto, sono alle prese con l’inserimento di DeMarcus Cousins, potenziale ciliegina su una torta già squisita. L’unica certezza, rispetto alle scorse settimane, è rappresentata da James Harden. Il Barba ha coronato il suo momento di onnipotenza cestistica con la leggendaria notte del Madison Square Garden, chiusa con 61 punti (massimo in carriera) e 15 rimbalzi, necessari a Houston per vincere in volata contro i New York Knicks. Intanto, l’ex-compagno Carmelo Anthony continua la sua personale odissea; ‘parcheggiato’ dai Rockets a Chicago, verrà tagliato dai Bulls per poi cercare un’ultima, disperata chance in una squadra dai playoff (con i Los Angeles Lakers principali indiziati). In casa gialloviola tiene banco la questione infortuni: LeBron James continua a posticipare il suo rientro, mentre Lonzo Ball dovrà fermarsi per almeno un mese a causa di un problema a una caviglia. Purtroppo a qualcuno è andata molto peggio, ma ne parleremo tra poco. Ora spazio agli Oklahoma City Thunder, che stanno facendo alzare più di un sopracciglio in questo 2018/19.

 

1 – Ci sono anche i Thunder

Russell Westbrook e Paul George, stelle dei Thunder
Russell Westbrook e Paul George, stelle dei Thunder

Il 4 luglio 2016, il destino degli Oklahoma City Thunder sembrava segnato irrimediabilmente. Il controverso addio di Kevin Durant, vera e propria icona sin dall’ultimo anno a Seattle, appariva come il primo tassello di un domino che avrebbe fatto cadere i Thunder nel limbo della ricostruzione. Invece, quella è stata l’ultima occasione in cui la moneta è caduta dal lato sbagliato. Parlare di buona o cattiva sorte è però inopportuno, analizzando la seconda fase della storia della franchigia che Clay Bennett strappò alla Emerald City nel 2008. I Thunder sono ‘rimasti in vita’ perché la loro organizzazione ha acquisito negli anni una grande credibilità, al di là del fatto che pescare un MVP in tre draft consecutivi non capiti proprio a tutti.

Il primo a sposare il progetto di continuità proposto dal GM Sam Presti e soci è stato Russell Westbrook. Il veleno accumulato nel traumatico ‘divorzio’ dal compagno di sempre, KD, avrebbe potuto spingere il fenomeno da UCLA a gettare la spugna, magari diventando la prima superstar a dar retta a un tormentone che non passa mai di moda: “E’ di Los Angeles, quindi l’anno prossimo andrà sicuramente ai Lakers”. Invece Westbrook ha incanalato la (eccessiva) frustrazione nel modo migliore possibile, abbattendosi sulla NBA con una furia inaudita. Ecco dunque la stagione dei record, coronata con un sacrosanto trofeo di MVP. Per riportare in alto i Thunder, però, un one man show, per quanto esaltante, non poteva certo bastare. Quando la dirigenza, con due mosse piuttosto sorprendenti, ha portato nell’Oklahoma Carmelo Anthony e Paul George, per la franchigia e per il suo leader la missione è apparsa più chiara che mai: puntare nuovamente all’anello.
La prima (e unica) stagione dei ‘Big Three’ è stata a dir poco fallimentare. La squadra ha mostrato un ottimo potenziale, che però tale è rimasto. Le imminenti scadenze contrattuali di ‘Melo e PG13 non hanno certo aiutato, con una sensazione di precarietà che ha accompagnato OKC fino alla prematura eliminazione dai playoff. Mentre Anthony era ormai invischiato in una ‘crisi d’identità’ tecnica da cui non è ancora uscito, George era atteso con festoni e coriandoli dalla Los Angeles gialloviola. Ai Thunder sarebbe rimasto solo Westbrook, non certo impaziente di riprendere la sua battaglia solitaria contro il mondo. Invece Paul George è rimasto, e da quel momento la storia della franchigia è cambiata per davvero.

Certa di poter contare su due star di primissimo livello per un periodo medio / lungo, la squadra si è presentata al via di questo 2018/19 con una consapevolezza diversa. Con la mente finalmente sgombra e archiviata una volta per tutte la separazione con Indiana, PG13 sta giocando il miglior basket della sua carriera. Determinante su entrambi i lati del campo, al momento è in lizza sia per il premio di MVP, sia per quello di Defensive Player Of The Year. Anche perché la difesa dei Thunder è una delle migliori della lega, statistiche alla mano, nonostante all’appello manchi Andre Roberson, specialista fermo da parecchi mesi per infortunio. Trovare qualcuno che ne faccia le veci è ancora il maggiore cruccio di coach Billy Donovan, che finora ha puntato sul giovane Terrance Ferguson, tanto promettente quanto incostante. Il resto del quintetto è ormai una certezza; Jerami Grant è cresciuto a dismisura, dal suo approdo nell’Oklahoma (2016, scambiato dai Sixers per Ersan Ilyasova), mentre Steven Adams è già annoverabile tra i migliori centri NBA. Da quando Durant ha cambiato aria, la sua perfetta intesa con Westbrook ne ha innalzato mostruosamente il rendimento. A proposito… E Westbrook?
L’ex-MVP ha indubbiamente faticato nel passaggio da ‘unica opzione offensiva’ a ‘facilitatore’. L’anno scorso ci aveva provato con un avvio in sordina ma, quando è diventato chiaro che le cose non avrebbero funzionato, si è rimesso ‘in proprio’, cadendo nelle consuete esagerazioni con cui nutre da anni i suoi haters. In questa stagione, complici anche l’infortunio iniziale e le difficoltà al tiro, sembra accontentarsi di un ruolo secondario. Viaggia comunque in tripla-doppia di media (sarebbe la terza stagione di fila, mai nessuno come lui) con quasi 22 punti a sera, che non è pochissimo, ma è evidente che, finora, il palcoscenico sia stato tutto per George, ormai pronto a sedersi al tavolo dei migliori. Guai però a sottovalutare Russ e i Thunder quando la pressione aumenterà, ai playoff. Tra gli ostacoli più grossi sulla strada per le Finals, ci saranno anche loro.

 

2 – Working class hero

Per Victor Oladipo stagione finita
Per Victor Oladipo stagione finita

Nelle ultime ore, la scure degli infortuni si è abbattuta con particolare crudeltà su Victor Oladipo, messo k.o. per tutta la stagione da una lesione al tendine del bicipite femorale. L’espressione affranta con cui ha abbandonato il terreno di gioco vale più di mille parole: per lui e per gli Indiana Pacers è una beffa tremenda.
Quella di Oladipo è la tipica storia americana, del genere che autori e sceneggiatori aspettano con ansia ogni anno. Figlio di immigrati (padre della Sierra Leone e madre nigeriana), diventa un idolo al college con la maglia degli Indiana Hoosiers. Viene chiamato per secondo (dopo Anthony Bennett…) al draft 2013 dagli Orlando Magic, ma delude le aspettative. Quando viene ceduto prima agli Oklahoma City Thunder e poi ai Pacers, la sua carriera sembra destinata ad arenarsi, ma ecco che la storia si trasforma in una favola. Il 2017/18 è l’anno dell’incredibile esplosione, con la convocazione all’All-Star Game e il premio di Most Improved Player Of The Year. Le sue prestazioni stellari stravolgono di colpo le prospettive di Indiana, partita con idee di ricostruzione dopo l’addio di Paul George e arrivata a un soffio dal mandare a casa LeBron James, al primo turno playoff.

Con l’arrivo della nuova stagione, i Pacers sono consapevoli di non essere più una sorpresa, ma una certezza. Al momento, la squadra di Nate McMillan è terza a Est, davanti alle favoritissime della vigilia, Boston e Philadelphia. Ha una delle migliori difese della lega e gioca un basket corale e ‘democratico’, con sei giocatori in doppia cifra di media. Oladipo, stella di questi Pacers ‘operai’, viaggiava con cifre meno esaltanti rispetto all’anno scorso (18.8 punti di media, contro i 23.1 del 2017/18), ma la sua leadership e la sua classe su entrambi i lati del campo mancheranno da morire.
Sconfitta solo tre volte nelle ultime quindici uscite, Indiana dovrà ulteriormente serrare le fila, per continuare la corsa alla post-season. In assenza della loro sfortunata stella, i compagni saranno chiamati a farsi avanti. E dovranno farlo tutti, dai giovani di prospettiva come Domantas Sabonis (eccezionale dalla panchina), Aaron Holiday e Myles Turner (da cui ci aspetta ancora tanto) ai molti veterani in scadenza di contratto (Thaddeus Young, Darren Collison, Tyreke Evans, Bojan Bogdanovic). Chissà mai che la grande solidità del gruppo non possa rivelarsi più forte dello scintillante talento individuale di alcuni avversari. D’altronde, è così che finiscono le favole…

 

3 – A dimensione D’Angelo

Grande stagione a Brooklyn per D'Angelo Russell
Grande stagione a Brooklyn per D’Angelo Russell

Nella Eastern Conference, dall’inizio del 2019, nessuno ha fatto meglio dei Brooklyn Nets. No, non ci sono refusi: la squadra di Kenny Atkinson ha vinto nove delle undici partite disputate, prendendosi addirittura gli scalpi di Boston Celtics e Houston Rockets, e attualmente è stabile al sesto posto, con un buon vantaggio sulle inseguitrici. Certamente avere un roster giovane e ‘disciplinato’ come quello di Brooklyn (di cui Spencer Dinwiddie e Joe Harris sono i perfetti rappresentanti) è un vantaggio, in una Conference ancora priva di gerarchie. Però l’avvio di stagione mediocre, sommato agli infortuni di Caris LeVert e Allen Crabbe, sembrava condannare i Nets all’ennesima annata da dimenticare. Se invece sono in piena corsa per la post-season è anche merito dell’esplosione di D’Angelo Russell, fresco di nomina a “giocatore della settimana”.

Russell era arrivato in NBA nel modo più complicato possibile. Chiamato con la seconda scelta assoluta al draft 2015, era stato presentato come colui che avrebbe riportato in alto i Los Angeles Lakers. La sua stagione da rookie si era presto trasformata nel Kobe Bryant Farewell Tour. Con i riflettori sempre puntati addosso, il grande numero 24 raccoglieva i tributi delle arene di tutta America, mentre la squadra si inabissava sempre più. Il progetto di rinascita, almeno per il momento, era destinato a fallire e, nel giro di un paio d’anni, quel giovane nucleo sarebbe stato smembrato. Larry Nance Jr. e Jordan Clarkson avrebbero accompagnato LeBron James alle ultime Finals in maglia Cavs, Nick Young li avrebbe sconfitti con gli Warriors, laureandosi campione NBA. Lou Williams avrebbe continuato a macinare punti in uscita dalle panchine di Rockets e Clippers, mentre Julius Randle si sarebbe accasato a New Orleans. La mossa più rappresentativa del passaggio di consegne tra Mitch Kupchak e la coppia Magic JohnsonRob Pelinka dietro la scrivania gialloviola sarebbe stata però quella che avrebbe coinvolto D’Angelo Russell. Il definitivo ‘colpo di spugna’ sulla gestione precedente era stato dato con la sua cessione ai Nets; da un lato si liberava spazio salariale (con lui era partito anche Timofey Mozgov, titolare di un contratto assurdo), dall’altro si lasciava campo libero alla prossima, grande speranza dei Lakers: Lonzo Ball.

Mentre in California non è ancora chiaro se la scommessa sia stata vinta o meno, Russell ha trovato a Brooklyn la sua dimensione ideale. Dopo un primo anno altalenante e condizionato dagli infortuni, l’ex playmaker di Ohio State ha fatto finalmente il salto di qualità. Già in grado di ritoccare diversi record personali sul finire del 2018, con l’arrivo del nuovo anno è letteralmente esploso, viaggiando a oltre 24 punti di media e avanzando una seria candidatura per una chiamata tre le stelle di Charlotte. Certo, la costanza non è ancora di casa; nelle prestigiose vittorie contro Celtics e Rockets ha fatto registrare 5 e 10 punti, mentre nelle ultime tre gare non è mai sceso sotto i 25. Però finalmente Brooklyn ha un giovane talento da ammirare e su cui potrebbe costruire il futuro. Il condizionale è d’obbligo, perché in estate Russell sarà soggetto a qualifying offer; prima di pareggiare o meno eventuali proposte di altre franchigie, i Nets dovranno avere le idee chiare sui desideri dei grandi free-agent.

Celtics KO a Brooklyn, Jaylen Brown replica a Kyrie Irving: “Non possiamo puntarci il dito contro”

I 34 punti di D’Angelo Russell spingono dei Boston Celtics privi di Kyrie Irving un passo in più dentro la crisi, di risultati e di nervi.

Al Barclays Center di Brooklyn, Nets-Celtics termina 109-102.

Un Russell da 7 su 13 al tiro da tre punti, 7 assist e 5 rimbalzi ed un Rodion Kurucs da 19 punti mandano al tappeto dei Celtics (25-18) imprecisi, che in assenza Irving (a riposo a causa di un fastidio muscolare) si affidano a Jayson Tatum.

Sono 34 a fine gara i punti per l’ex Duke Blue Devils (12 su 19 al tiro), con 5 rimbalzi e 3 stoppate. Un terzo quarto da 44 punti subiti spedisce Boston a -26 ad inizio quarto periodo (66-92), mentre il pubblico del Barclays Center festeggia i suoi Brooklyn Nets avviati verso la 22esima vittoria stagionale, e si prende gioco degli avversari di giornata:

La tardiva reazione d’orgoglio dei bianco-verdi arriva nel quarto quarto, chiuso 36-19 dagli uomini di coach Brad Stevens. Jaylen Brown segna in estrata il canestro del -7 (105-98) a 1:30 dal termine, ma Wanamaker prima e Tatum sul possesso successivo sbagliano da tre punti, e Brooklyn chiude i conti dalla lunetta.

 

Boston Celtics, Jaylen Brown replica a Kyrie Irving?

Dopo la sconfitta (105-103) rimediata due giorni fa ad Orlando, un adirato Kyrie Irving si era lasciato andare ad una lunga (ed ennesima) tirata nei confronti dei suoi compagni.

Secondo l’ex Cavs, “la mancanza di esperienza” avrebbe tradito i Celtics in più di un’occasione in questa prima metà di stagione: “(…) A volte posso eccedere e dire cose che non vorrei, non mi permetterò più di mettere in discussione i miei compagni pubblicamente. Io voglio solo vincere, maledettamente (…) io sono venuto qui perché credo in questa squadra, e voglio aiutare questi giovani ad avere successo. E per fare ciò, è indispensabile che tutti qui siano ‘alla stessa pagina’, e che capiscano che è una questione di titolo o niente. A volte quest’urgenza può avere la meglio su di me“.

Nel post gara di Brooklyn sono arrivate alcune dichiarazioni di Jaylen Brown (22 punti e 6 rimbalzi a fine gara per l’ex California University). Secondo Brown, la separazione demarcata da Irving tra “giovani” e “veterani” avrebbe un effetto contro-producente sulla squadra:

Dobbiamo giocare con più tranquillità, e farci valere come gruppo. Non è colpa dei giovani, e non è colpa dei veterani. E’ colpa di tutti, dobbiamo venirne fuori come una squadra. Abbiamo avuto periodi in cui abbiamo giocato una grande pallacanestro, altri in cui non lo abbiamo fatto per nulla (…)  dobbiamo spalleggiarci l’un l’altro, supportarci. Non possiamo puntarci il dito contro e fare commenti. Se facciamo così, tutti gli sforzi saranno inutili. Abbiamo il talento e la consapevolezza per di poter fare bene, dobbiamo solo rimanere più calmi, concentrati e liberi di testa

– Jaylen Brown replica a Kyrie Irving –

 

Brooklyn Nets: dal disastro alla rinascita

cinque giocatori

La sciagurata trade dell’estate 2013 portò a Brooklyn due campioni del calibro di Paul Pierce e Kevin Garnett, ma privò a lungo i Nets di scelte al Draft e flessibilità salariale. Al termine della stagione in corso, i Nets avranno di nuovo la loro prima scelta al Draft 2019, mentre le scelte 2014, 2016, 2017 e 2018 erano nelle mani di Danny Ainge e dei Celtics. Quelle scelte cedute nel 2013 si sono tramutate in giocatori ora al centro del progetto in una delle migliori squadre della Eastern: Jaylen Brown, Jayson Tatum (tramite un’altra trade con Philadelphia) e Kyrie Irving, arrivato a Boston grazie alla scelta Nets spedita a Cleveland (ottava scelta 2018, ovvero Collin Sexton).

I Nets acquisirono insomma un duo di gran blasone, ma giunto ormai al termine della carriera, ipotecando il proprio futuro a lungo termine. Cosa significherebbe, oggi, vedere Irving, Brown e Tatum in canotta Nets? Come si sono ripresi i Nets a cinque anni di distanza da quella sciagurata trade? Lo straordinario lavoro del nuovo GM Sean Marks sta iniziando a dare i frutti sperati. Dopo il disastro del 2013, la rinascita dei Nets è iniziata.

Indice:

 

Brooklyn Nets, primi tagli al roster
Sean Marks

Primo passo: assorbire scelte e contratti

Sean Marks fu assunto nel ruolo di GM nel febbraio 2016, incaricato di ricostruire una franchigia priva di scelte, giovani e prospettive. Da quel momento, Brooklyn iniziò a compiere le scelte più sensate sul mercato. Il primo passo avvenne al Draft 2016, durante il quale si acquisirono i diritti a Caris LeVert in cambio di Thaddeus Young. La seconda mossa di Marks fu al Draft successivo, nel 2017. Marks sfruttò la volontà dei Lakers di liberarsi del terribile contratto di Mozgov e al contempo far spazio a Lonzo Ball lasciando partire D’Angelo Russell. Il talento scelto solo due anni prima dai Lakers aveva ormai deluso la dirigenza californiana, ma aveva e ha tuttora un grande potenziale inespresso. Per bilanciare la trade Mozgov-Russell, furono spediti ai Lakers Brook Lopez in scadenza di contratto e i diritti su Kyle Kuzma. Osservando la crescita di Kuzma, possiamo ora dire che questa sia l’unica pecca di una trade nel complesso vincente per i Nets.

Molti si chiedono chi sia la guardia ideale da affiancare a LeBron James: Lonzo Ball o D’Angelo Russell?

Nella stessa estate 2017 i Nets acquisiscono Demarre Carroll, discreto giocatore non più utile a Toronto, insieme a una prima scelta al Draft 2018, tramutatasi nell’acerbo talento di Dzanan Musa.

chi è Dzanan Musa

Nel corso della stessa stagione 2017/2018, Marks accettò una trade con i 76ers, bisognosi di veterani, spedendo Trevor Booker a Philadelphia in cambio di Jahlil Okafor, Nik Stauskas e una seconda scelta 2019. Il tentativo di far rinascere Okafor e Stauskas è fallito, ma la trade non ha sicuramente influito in maniera negativa sul futuro dei Nets.

L’ultima splendida mossa di Marks sul mercato avviene invece la scorsa estate. I Denver Nuggets hanno bisogno di liberare spazio per non pagare una luxury tax eccessiva, e si rivolgono ai Nets, che hanno spazio per assorbire contratti. Vengono spediti a Brooklyn Kenneth Faried e Darrell Arthur insiema a una prima scelta 2019 e una seconda 2020. Grazie all’intuito di Marks al Draft, è possibile che queste scelte si tramutino in qualche giovane dal buon potenziale.

La stagione 2018/2019


I Nets sono attualmente decimi nella Eastern Conference (15-18), ma la recente striscia di 7 vittorie consecutive li sta proiettando in orbita playoffs. Un obiettivo possibile, pur con un certo grado di ottimismo, a inizio stagione. Le prime cinque piazze sembrano destinate a squadre più esperte e talentuose: Toronto, Boston, Milwaukee, Philadelphia e Indiana, non necessariamente in quest’ordine. I Brooklyn Nets possono però concorrere legittimamente per gli ultimi tre posti, attualmente occupati da Pistons, Hornets e Magic. Al nono posto si trovano i Miami Heat, il cui playmaker e principale risorsa offensiva Goran Dragic starà fuori a lungo per infortunio. Se i Pistons saranno avvantaggiati per la corsa playoffs, potendo contare sulla coppia Griffin Drummond, decisamente alla portata sembrano Hornets e Magic.

Le speranze di Brooklyn risiedono anche nella salute dei suoi migliori giocatori. Recentemente tornato a disposizione il versatile Rondae Hollis-Jefferson, si è fermato per un infortunio parso terribile in diretta Caris LeVert. Gli ultimi aggiornamenti dicono che LeVert riuscirà a tornare i campo questa stagione, in cui metteva a referto 18 punti, 4 rimbalzi e 4 assist di media.

Brooklyn è una squadra abbastanza profonda ma non di enorme talento. Ulteriori infortuni limiterebbero le possibilità di post-season, perchè molti giocatori a roster sono role-players meno efficaci qualora la squadra perdesse i suoi leaders. D’altra parte, il nucleo formato da Marks e da coach Atkinson sembra poter essere solido anche a livello playoffs. D’Angelo Russell, Spencer Dinwiddie, Jarrett Allen, Rondae Hollis-Jefferson, Caris LeVert, Joe Harris, Ed Davis, Allen Crabbe e forse Jared Dudley: questi gli 8/9 che ruoterebbero durante eventuali playoffs. Quasi tutti possono vantare buone capacità difensive, versatilità e propensione a mantenere alta l’intensità, caratteristiche chiave quando le gare si fanno più dure e ravvicinate.

Ovviamente, il deficit di esperienza nella post-season causerebbe gravi problemi, e difficilmente i Nets riuscirebbero a passare il primo turno.

Per Marks e la dirigenza sarebbe sufficiente arrivare ai playoffs, far fare esperienza ai giovani e acquisire credibilità agli occhi dei free agents e dell’intera lega. Il focus principale dei Nets sarà infatti la off-season 2019.

Prospettive future e mercato dei Brooklyn Nets

La situazione salariale dei Brooklyn Nets è tra le più rosee dell’intera lega, grazie alla oculata gestione di Marks. Solo 42 milioni occupati (tra cui i 5 da retribuire a Deron Williams, il cui contratto fu stretchato anni fa…) nel prossimo anno significano la possibilità di dare l’assalto a due grossi free agents nella stessa estate. I nomi che circolano sono noti, ma chiaramente difficili da raggiungere: Butler, Klay Thompson e Khris Middleton oltre all’irrealizzabile sogno chiamato Kevin Durant. Ovviamente, se i giovani Nets raggiungessero i playoffs riuscendo magari a impegnare una squadra più forte come Boston, la franchigia guadagnerebbe ulteriore appeal.

Le firme dei free-agents potrebbero arrivare, secondo le regole NBA, prima dei rinnovi di giocatori chiave che vanno a scadenza. D’Angelo Russell e Rondae Hollis-Jefferson saranno infatti restricted free agents, ovvero Brooklyn avrà la possibilità di pareggiare le offerte da loro ricevute. Dinwiddie è invece stato recentemente rifirmato con un buon triennale da 34 milioni di dollari complessivi. Allen e LeVert saranno ancora in rookie scale l’anno prossimo. Al Draft 2019, i Brooklyn Nets potranno usufruire della loro propria chiamata e di quella dei Denver Nuggets, inserendo altri due giovani a roster con contratti vantaggiosi.

Le possibilità di creare una squadra realmente competitiva per le prime posizioni a Est crescono mese dopo mese: questo l’impatto straordinario della gestione Marks a Brooklyn.