NBA Passion Awards 2018/19

Non c’è dubbio: per vedere la NBA al suo meglio, bisogna aspettare i playoff. L’intensità sale, la tattica è curata al minimo dettaglio, non c’è troppo margine d’errore. Va avanti solo che vale davvero, gli altri tornano a casa. Però è la regular season a gettare le basi per quello che succederà nelle settimane più ‘calde’. Un viaggio lungo sei mesi in cui accade tutto e il contrario di tutto, in cui i problemi nascono e si risolvono, in cui le squadre trovano la loro alchimia, in cui alcune carriere prendono il volo, mentre altre si inabissano. Insomma, anche in regular season si fa la storia. Al netto delle critiche (in ogni caso comprensibili, essendo la pallacanestro un gioco di squadra), i premi individuali sono uno specchio piuttosto affidabile di quanto successo tra ottobre e aprile. Raccontano di chi ha sorpreso, di chi si è confermato e di chi è entrato definitivamente nella leggenda di questo gioco. Da qualche anno, la NBA comunica i vincitori a stagione conclusa, quando i playoff hanno già emesso i loro feroci verdetti. Essendo questi premi relativi alla stagione regolare, però, noi di NBA Passion restiamo fedeli alle tradizioni, assegnandoli ‘a caldo’. Dopo settimane di infuocate votazioni, è dunque il momento di scoprire le scelte della redazione: arrivano gli NBA Passion Awards 2018/19!

 

Rookie Of The Year: Luka Doncic (Dallas Mavericks)

Luka Doncic, uno dei grandi protagonisti di questo 2018/19
Luka Doncic, uno dei grandi protagonisti di questo 2018/19

Non succede spesso ma, in questo 2018/19, tutte le primissime scelte al draft hanno disputato una solida stagione da rookie. DeAndre Ayton ha messo insieme cifre di tutto rispetto (16.3 punti a 10.3 rimbalzi di media), anche se in una ‘polveriera’ come gli attuali Phoenix Suns, Marvin Bagley si è ritagliato un ruolo importante nei sorprendenti Sacramento Kings e Jaren Jackson Jr. è stato tra le pochissime note liete per i Memphis Grizzlies. Esordio tutto sommato positivo, seppure in contesti perdenti e con gli inevitabili alti e bassi del caso, per Collin Sexton (Cleveland) e Kevin Knox (New York), mentre saranno da rivedere Mohamed Bamba (utilizzato pochissimo a Orlando) e Wendell Carter Jr. (infortunatosi troppo presto, dopo un buon avvio in maglia Bulls). Tra gli altri giocatori scelti al primo giro, si sono fatti notare soprattutto Shai Gilgeous-Alexander, che ha presto conquistato un posto da titolare ai Clippers, Josh Okogie, che ha fatto lo stesso in maglia Timberwolves, e Landry Shamet, letale tiratore che ha portato punti dalla panchina prima ai Sixers, poi (dopo essere stato incluso nella trade per Tobias Harris) alla corte di Doc Rivers. Da segnalare anche il buon debutto di Mikal e Miles Bridges (Phoenix e Charlotte), Kevin Huerter e Omari Spellman (Atlanta), mentre dal secondo giro sono ‘spuntati’ Jalen Brunson (Dallas), Rodions Kurucs (Brooklyn) e Mitchell Robinson, che ha vissuto un anno da matricola estremamente incoraggiante con i New York Knicks.

Il nostro premio di Rookie Of the Year, però, non poteva che essere conteso da Luka Doncic e Trae Young, protagonisti di un discusso scambio la notte del draft (Doncic a Dallas e Young, più una prima scelta 2019, ad Atlanta). A suon di grandi prestazioni e di giocate mozzafiato, i due si sono imposti da subito come uomini-franchigia di Mavericks e Hawks, mostrando potenziale da superstar e accendendo le speranze dei tifosi per un futuro roseo. Nelle nostre votazioni ha prevalso Doncic perchè ha avuto un impatto immediato; sono bastate poche partite per far scoppiare la ‘Luka-Mania’. Young è partito più lentamente, salvo poi esplodere nella seconda parte di regular season. In questo 2018/19 entrambe le squadre hanno chiuso nelle retrovie, ma il loro avvenire, così come quello dell’intera lega, sembra in ottime mani.

Albo d’oro
2015/16: Karl-Anthony Towns (Minnesota Timberwolves)
2016/17: Dario Saric (Philadelphia 76ers)
2017/18: Ben Simmons (Philadelphia 76ers)

All-Rookie Team:
Trae Young (Atlanta Hawks)

Shai Gilgeous-Alexander (Los Angeles Clippers)
Luka Doncic (Dallas Mavericks)
Marvin Bagley (Sacramento Kings)
DeAndre Ayton (Phoenix Suns)

 

Coach Of The Year: Mike Budenholzer (Milwaukee Bucks)

Mike Budenholzer, prima stagione alla guida dei Milwaukee Bucks
Mike Budenholzer, prima stagione alla guida dei Milwaukee Bucks

Il premio di allenatore dell’anno è sempre uno dei più difficili da assegnare. Ogni stagione è caratterizzata da squadre che rendono oltre le aspettative soprattutto grazie al lavoro del coach, e questo 2018/19 non fa eccezione. Mike Malone e Doc Rivers hanno guidato Denver Nuggets e Los Angeles Clippers ai playoff nonostante gli infortuni (Denver) e la cessione in corsa del miglior realizzatore (Tobias Harris, passato da L.A. a Philadelphia), mentre Terry Stotts e Quin Snyder hanno confermato Portland Trail Blazers e Utah Jazz tra le corazzate della Western Conference. Restando a Ovest, Dave Joerger ha dato ‘nuova vita’ ai Sacramento Kings, e Gregg Popovich ha condotto i soliti San Antonio Spurs ai ventiduesimi playoff consecutivi, nonostante gli svariati problemi. Anche sull’altra costa non mancavano i candidati: da Nate McMillan, capace di tenere in alto gli Indiana Pacers malgrado l’infortunio di Victor Oladipo, a Nick Nurse, ‘timoniere’ degli ottimi Toronto Raptors. Doveroso citare anche Steve Clifford e Kenny Atkinson, il cui lavoro ha finalmente regalato a Orlando Magic e Brooklyn Nets la speranza di poter uscire da un tunnel che sembrava interminabile.

A stravincere le nostre votazioni è stato però Mike Budenholzer, perchè ha fatto compiere ai Milwaukee Bucks un salto che, fino alla scorsa estate, sembrava impossibile: passare da eterna incompiuta a contender. Ci è riuscito seguendo una filosofia comune a Golden State Warriors e Houston Rockets: ‘estremizzare’ il proprio gioco, cucendolo su misura per le peculiarità uniche dell’uomo di riferimento. I Bucks, il cui roster era pressoché invariato rispetto al 2017/18, sono diventati a tutti gli effetti la squadra di Giannis Antetokounmpo. ‘The Greek Freak’ ha dominato in lungo e in largo nonostante la scarsa pericolosità dalla distanza, e lo ha fatto anche perchè a molti compagni è stata concessa ‘carta bianca’ da oltre l’arco. Ecco allora la stagione da All-Star di Khris Middleton e quella altrettanto superba di Brook Lopez, ma anche gli sporadici exploit dei vari Pat Connaughton, D.J. Wilson, Sterling Brown e Donte DiVincenzo. Un altro grande merito di ‘Coach Bud’ è stato quello di valorizzare al massimo la coesistenza (tutt’altro che scontata) fra Malcolm Brogdon ed Eric Bledsoe. Il suo arrivo ha dato a Milwaukee la consapevolezza necessaria a prendersi il miglior record della regular season e a guardare con inedita fiducia agli imminenti playoff.

Albo d’oro
2015/16: Brad Stevens (Boston Celtics)
2016/17: Brad Stevens (Boston Celtics)
2017/18: Mike D’Antoni (Houston Rockets)

 

Sixth Man Of The Year: Lou Williams (Los Angeles Clippers)

Lou Williams è diventato il miglior realizzatore di sempre in uscita dalla panchina
Lou Williams è diventato il miglior realizzatore di sempre in uscita dalla panchina

Prima o poi, questo premio verrà ribattezzato Lou Williams Award. La guardia dei Los Angeles Clippers si aggiudica il nostro riconoscimento per il secondo anno di fila, e con ogni probabilità solleverà il vero trofeo, quello assegnato dalla NBA, per la terza volta in carriera (aveva già vinto nel 2015 e nel 2018), eguagliando così il primato di Jamal Crawford. Il 2018/19 ha consacrato il ‘Mago Lou’, diventato il miglior realizzatore di sempre in uscita dalla panchina. Al di là del record, il suo impatto è stato decisivo per il raggiungimento dei playoff da parte dei Clippers, da febbraio privi di Tobias Harris (fino a quel momento, il loro top scorer stagionale). Un giocatore da 20 punti di media che percepisce ‘appena’ 8 milioni di dollari di stipendio (fino al 2021) e che si accontenta, anzi, pretende, di partire dalla panchina, è un tesoro di inestimabile valore per la franchigia, nonché un’ulteriore attrattiva per le superstar a cui i Clips daranno la caccia in estate.
Il fatto che Doc Rivers avesse a disposizione la miglior second unit della lega non è certificato solo dai numeri (53 punti a gara segnati dalle riserve), ma anche dalla presenza di Montrezl Harrell tra i possibili rivali di Williams per la conquista del Sixth Man Of The Year Award. Tra gli altri candidati troviamo Domantas Sabonis (Pacers), Spencer Dinwiddie (Nets), Dennis Schroder (Thunder), Malik Beasley (Nuggets), Terrence Ross (Magic) e Derrick Rose, che ha vissuto la stagione della ‘rinascita’ con la maglia dei Minnesota Timberwolves.

Albo d’oro
2015/16: Jeremy Lin (Charlotte Hornets)
2016/17: Eric Gordon (Houston Rockets)
2017/18: Lou Williams (Los Angeles Clippers)

 

Defensive Player Of The Year: Paul George (Oklahoma City Thunder)

Per Paul George un 2018/19 straordinario sui due lati del campo
Per Paul George un 2018/19 straordinario sui due lati del campo

Essere decisivi su entrami i lati del campo: spiega il professor Paul George. La stella dei Thunder ha disputato un 2018/19 ‘leonardiano’ (riferito a Kawhi, non a Da Vinci), guidando la truppa di Billy Donovan sia in attacco (miglior realizzatore di squadra e miglior media punti in carriera) che nella propria area, dove è stato il miglior esponente di quella che è stata la miglior difesa NBA per quasi tutta la regular season. Quel “quasi” è la parola che potrebbe cambiare il futuro immediato del giocatore, visibilmente calato dopo un infortunio alla spalla (con conseguente estromissione dalla corsa per l’MVP) e quello di OKC, letteralmente colata a picco nella fase finale ed entrata ai playoff da un ingresso meno nobile.
A contendere il premio a PG13 c’erano altri giocatori che hanno fatto la differenza sotto entrambi i tabelloni, come Giannis Antetokounmpo, Joel Embiid, Jimmy Butler e il ‘solito’ Kawhi Leonard, ma anche veri e propri ‘specialisti’ difensivi come Rudy Gobert, Patrick Beverley, Marcus Smart e classici ‘rim protector’ (che non mancano mai in queste graduatorie) come Myles Turner, Jarrett Allen e Serge Ibaka.

Albo d’oro
2015/16: Kawhi Leonard (San Antonio Spurs)
2016/17: Rudy Gobert (Utah Jazz)
2017/18: Rudy Gobert (Utah Jazz)

 

Most Improved Player Of The Year: Pascal Siakam (Toronto Raptors)

Per Pascal Siakam, il 2018/19 è stato l'anno della consacrazione
Per Pascal Siakam, il 2018/19 è stato l’anno della consacrazione

Il premio al giocatore più migliorato è forse quello più interessante. Racconta di un atleta che, nel corso della stagione, è riuscito a fare un evidente (e spesso imprevedibile) salto di qualità. In molti casi, il singolo che ‘sboccia’ improvvisamente dà una spinta decisiva alla sua squadra, cambiandone di colpo le prospettive. In questo 2018/19, i Toronto Raptors partivano già tra le favorite a Est, ma la loro nuova superstar, Kawhi Leonard, avrebbe avuto delle restrizioni sul minutaggio, per recuperare al meglio dal lungo infortunio subito ai tempi di San Antonio. Poco male; coach Nick Nurse si è trovato in casa un’altra stella. Non parliamo di Kyle Lowry, in fase calante seppur con la solita leadership, bensì di Pascal Siakam.
Scoperto da Luc Mbah a Moute, il camerunese era stato scelto da Toronto con la ventisettesima chiamata al draft 2016. Il suo atletismo era sotto gli occhi di tutti fin dall’inizio, ma Siakam sembrava uno dei tanti ‘talenti grezzi’ della storia recente dei Raptors. Il suo primo anno è stato vissuto più in G-League che in NBA, ma con ottimi risultati: nel 2017 ha guidato al titolo i Raptors 905, venendo eletto MVP delle finali. Ha conquistato così un posto stabile nelle rotazioni del roster principale e, al secondo anno, è passato da 4.2 a 7.3 punti di media. Un miglioramento, ma nulla in confronto al salto compiuto in questo 2018/19: 16.9 punti in 32 minuti a partita, titolare fisso e presenza insostituibile ai due lati del campo. Più volte miglior realizzatore di squadra, Pascal ha riscritto più volte il suo career-high (fissato ora a 44 punti, segnati contro Washington il 13 febbraio).

Tra gli inseguitori spicca D’Angelo Russell, che da All-Star ha trascinato ai playoff i Brooklyn Nets, ma è doveroso menzionare anche Khris Middleton (Bucks, anche lui debuttante all’ASG), Nikola Vucevic (Magic, idem come sopra), Montrezl Harrell (Clippers), Buddy Hield (Kings), Zach LaVine (Bulls), Julius Randle (Pelicans), Bojan Bogdanovic (Pacers) e Thomas Bryant (Wizards).

Albo d’oro
2015/16: C.J. McCollum (Portland Trail Blazers)
2016/17: Nikola Jokic (Denver Nuggets)
2017/18: Victor Oladipo (Indiana Pacers)

 

Breakout Team Of The Year: Denver Nuggets

Jamal Murray e Nikola Jokic, giovani stelle dei Denver Nuggets
Jamal Murray e Nikola Jokic, giovani stelle dei Denver Nuggets

L’anno scorso, il sogno di Denver era sfumato all’overtime dell’ultima partita di regular season, persa contro Minnesota. Anche per questo, ci si aspettava che il 2018/19 avrebbe riportato i Nuggets ai playoff. In pochi, però, avrebbero immaginato di vedere gli uomini di Mike Malone contendere fino alla fine il primo posto nella Conference ai Golden State Warriors. Questo eccellente risultato è stato reso possibile dal grande lavoro dell’allenatore, dalla consacrazione di Nikola Jokic, dalla crescita di Jamal Murray, dall’esplosione di Malik Beasley e dall’impatto di alcuni protagonisti inattesi, come Monte Morris (tre partite a Denver e tanta D-League nel 2017/18) e Torrey Craig (undrafted nel 2014, poi tre stagioni in Australia). Il miglior record di franchigia dal 2012/13 è stato ottenuto malgrado i numerosi infortuni che hanno martoriato il roster: durante la stagione si sono fermati (per periodi piuttosto lunghi) Gary Harris, Will Barton e Paul Millsap, Isaiah Thomas ha debuttato solo a ridosso dell’All-Star Game (per poi uscire quasi subito dalle rotazioni), mentre Michael Porter Jr., quattordicesima scelta assoluta allo scorso draft, non ha mai messo piede in campo. Poco da aggiungere, Denver ha disputato davvero una grande regular season.

Nella corsa all’NBA Passion Award come sorpresa dell’anno, i Nuggets battono in volata i Los Angeles Clippers, anche loro alla post-season nonostante la cessione di Tobias Harris, miglior realizzatore di squadra fino a quel momento. Tra le altre candidate i Sacramento Kings, inaspettatamente vicini ai playoff, e tre squadre che i playoff li giocheranno, in una Eastern Conference formato ‘terrà delle opportunità”: Indiana Pacers, Brooklyn Nets e Orlando Magic.

Albo d’oro
2015/16: Portland Trail Blazers
2016/17: Washington Wizards
2017/18: Utah Jazz

 

Disappointing Team Of The Year: Los Angeles Lakers

Per LeBron James, un 2018/19 da dimenticare
Per LeBron James, un 2018/19 da dimenticare

Come diceva il leopardo nella famosa pubblicità: “What did you expect?”. Il premio più semplice da assegnare, tra i nostri Awards, è quello per la delusione dell’anno. Perchè i Lakers 2018/19 non sono stati una semplice delusione, bensì un flop colossale, destinato ad essere ricordato a lungo. Una squadra che sembrava avere le carte in regola per tornare in alto, dopo anni bui, si è invece ritrovata fuori dalla corsa playoff a due mesi dal termine della regular season. Un fallimento figlio di molti padri, di cui tanto si è discusso e di cui tantissimo si discuterà.
L”uomo-simbolo di questa disfatta non può che essere LeBron James, chiamato a Los Angeles per riportare i Lakers sui palcoscenici che hanno calcato per decenni. Attribuirgli tutte le colpe sarebbe superficiale, ma è innegabile che parte delle responsabilità per la disastrosa stagione siano da imputare al fenomeno da Akron. Uno che in campo è stato il solito portento (anche se con troppi atteggiamenti deplorevoli in fase difensiva), ma la cui influenza sul management, dettata dall’urgenza di vincere ma (purtroppo per lui) dura a morire, ha contribuito a far andare a rotoli la situazione. Prima l’ ‘incoraggiamento’ ad arruolare veterani rivelatisi poi non così utili (da Lance Stephenson a Michael Beasley), poi il patetico ‘teatrino’ con Anthony Davis e Rich Paul, che di fatto ha compromesso sia l’annata dei Lakers, sia quella dei New Orleans Pelicans.

Chiaro, tutto ciò non sarebbe stato possibile con una dirigenza all’altezza, qualcosa che manca da tempo nella Los Angeles gialloviola. Magic Johnson e Rob Pelinka, nella smania di tornare protagonisti, hanno ‘sbugiardato’ più volte il (confusionario) lavoro portato avanti dalla franchigia negli ultimi anni, non esitando a mettere sul mercato l’intero roster (senza esagerare) per affidarsi completamente a un quasi trentacinquenne (James) e a una stella perennemente infortunata (Davis). Per carità, due fenomeni assoluti, ma lo dicevano anche i nostri nonni: spesso, la fretta è cattiva consigliera…
Mentre in California i vari Kyle Kuzma, Brandon Ingram e Lonzo Ball venivano ‘scrutinati’ partita dopo partita, senza mai convincere fino in fondo (per svariati motivi), lontano da quei riflettori e da quella pressione diversi ex-Lakers come D’Angelo Russell, Julius Randle, Lou Williams, Brook Lopez e, udite udite, Thomas Bryant, si ritagliavano un ruolo di primissimo piano nelle rispettive squadre. Certo, ogni caso va contestualizzato, ma tutto ciò vorrà pur dire qualcosa! A concludere degnamente questa ‘memorabile’ stagione sono arrivate le dimissioni di Magic, annunciate prima della sfida contro Portland. Una scelta più che comprensibile sul piano personale, ma che lascia la franchigia sempre più in balia delle onde.

La ‘tragicommedia’ gialloviola ha inevitabilmente messo in ombra altre squadre che, in questo 2018/19, hanno deluso le aspettative. Cleveland Cavaliers e Chicago Bulls, pur con mille problemi, sembravano avere roster adeguati per fare un pensierino ai playoff, invece sono finite subito in fondo alla Eastern Conference. Così come i Dallas Mavericks a Ovest, nonostante una buona partenza. Menzioni ‘d’onore’ anche per le eterne incompiute Minnesota Timberwolves e Washington Wizards e per i Miami Heat, finiti in un tunnel di mediocrità che non sembra avere fine.

Albo d’oro
2015/16: Chicago Bulls
2016/17: New York Knicks
2017/18: Oklahoma City Thunder

 

Most Valuable Player: Giannis Antetokounmpo (Milwaukee Bucks)

Giannis Antetokounmpo, stella dei Milwaukee Bucks
Giannis Antetokounmpo, stella dei Milwaukee Bucks

Sarà pure un premio inutile, una celebrazione molto americana del singolo che stona con i concetto di ‘sport di squadra’, ma alla fine la domanda “Chi è l’MVP?” se la fanno tutti. Venire eletto Most Valuable Player non è l’unico modo, ma è certamente un modo per imprimere a fuoco il proprio nome nei libri di storia NBA. E’ un riconoscimento che indica inequivocabilmente un giocatore capace di dominare una regular season, svettando su una lega piena di fenomeni. E’ il caso di Giannis Antetokounmpo, che si prende la nostra statuetta virtuale dopo aver guidato i Milwaukee Bucks al miglior record della lega. Da quando è apparso in NBA, ‘The Greek Freak’ si è reso protagonista di un’inarrestabile ascesa. Prima acerba matricola, poi grande promessa, quindi All-Star, ora MVP (almeno per la redazione di NBA Passion). Al di là delle cifre, in costante crescita (ma non nettamente superiori a quelle dell’anno scorso), in questo 2018/19 Giannis ha ufficialmente avanzato la sua candidatura a ‘ nuovo volto della lega’. Coach Mike Budenholzer gli ha cucito addosso i Bucks su misura, lasciandogli carta bianca per terrorizzare le difese con le sue incursioni. Decisivo sia in attacco che in difesa, sul finire della regular season Antetokounmpo ha anche migliorato (visibilmente) il suo gioco da oltre l’arco, oscurando sempre più il cielo sopra l’America cestistica. Grazie al loro fenomeno, i Bucks sono diventati a tutti gli effetti una contender. Forse gli Warriors sono ancora superiori, magari anche per le FInals è presto, ma il motto ‘Feer The Dear’ non è mai stato così d’attualità.

Gli sfidanti per il premio non sono mancati: Kawhi Leonard ha iniziato molto forte, ma le restrizioni sul minutaggio hanno inciso sulla sua candidatura (difficile che si strugga in un letto di dolore, per questo), Paul George è stato frenato da un infortunio a una spalla e dal calo generale dei suoi Thunder, mentre Stephen Curry e Kevin Durant si sono come al solito fatti concorrenza interna (giocando oltretutto a marce bassissime, in attesa dei playoff). Joel Embiid e Nikola Jokic avrebbero avuto qualche chance, in una stagione normale, ma in questo 2018/19 l’unico a tenere davvero testa ad Antetokounmpo è stato James Harden. Dopo un avvio stentato, l’MVP in carica si è preso gli Houston Rockets sulle spalle, trascinandoli dal quattordicesimo al terzo posto nella Western Conference nonostante gli infortuni eccellenti di Chris Paul, Eric Gordon e Clint Capela. Ci è riuscito mettendo insieme cifre mostruose (36.1 punti di media, la più alta dal 1986/86, quando Michael Jordan chiuse a 37.1), con il picco delle 32 partite consecutive con almeno 30 punti a referto, tra cui un back-to-back da 57 e 58 punti (contro Memphis e Brooklyn) e la prova da 61 punti e 15 rimbalzi al Madison Square Garden (23 gennaio). Un mostro, che però nulla ha potuto, nelle nostre votazioni, contro il dominio del ‘Freak’ di Milwaukee.

Albo d’oro
2015/16: Stephen Curry (Golden State Warriors)
2016/17: Russell Westbrook (Oklahoma City Thunder)
2017/18: LeBron James (Cleveland Cavaliers)

All-NBA Team (come per l’All-Rookie Team, abbiamo votato senza suddivisione per ruoli):
James Harden (Houston Rockets)

Paul George (Oklahoma City Thunder)
Giannis Antetokounmpo (Milwaukee Bucks)
Nikola Jokic (Denver Nuggets)
Joel Embiid (Philadelphia 76ers)

Warriors, Durant: “Klay Thompson è uno dei migliori difensori NBA, chi vota capisce poco di basket”

Kevin Durant: “Klay Thompson è uno dei migliori difensori NBA, chi da i premi non capisce di basket“.

La roboante vittoria di domenica sul campo degli Oklahoma City Thunder ha confermato una volta di più, agli occhi del compagno di squadra Kevin Durant, la bontà della candidatura a Difensore dell’anno per Klay Thompson.

La marcatura di Thompson su Russell Westbrook, limitato a soli 7 punti ed un pessimo 2 su 16 al tiro, così come la percentuale dal campo di un avversario diretto come James Harden (tenuto al disotto del 40% al tiro quando marcato da Thompson) due tra i principali indizi dei meriti della stella dei Golden State Warriors.

Così Durant, le cui parole sono state raccolte da Connor Letourneau del San Francisco Chronicle, su Thompson:

Se Klay merita il premio? Certo che si, ma non lo vincerà mai perché chi dà i voti capisce ben poco di pallacanestro

Candidatura appoggiata anche dal compagno di squadra Draymond Green, già vincitore del premio nel 2017. Secondo Green, Klay Thompson è il “miglior difensore perimetrale” esistente nella NBA odierna, e meriterebbe pertanto la nomina nel primo quintetto difensivo a fine stagione.

Alcuni numeri di impatto riflettono il valore di Thompson nella metà campo difensiva. Tra le “vittime” dell’ex giocatore dell’università di Washington State in questa stagione alcuni tra i migliori esterni NBA del momento, tra cui i sopracitati Harden e Russell Westbrook, e Donovan Mitchell, star di alcune tra le rivali dei Golden State Warriors.

Ad inizio stagione, lo stesso Klay Thompson aveva dichiarato come uno dei suoi obiettivi fosse l’ingresso in uno dei quintetti difensivi annuali, come riportato da NBAPassion.com

P.J. Tucker sul primo quintetto difensivo: “Non mi interessa, voglio solo vincere”

Approdato lo scorso anno agli Houston Rockets da free agent e messo sotto contratto con un quadriennale da 32 milioni di dollari, P.J. Tucker è diventato in breve tempo un pilastro insostituibile della squadra di Mike D’Antoni. Inizialmente riserva delle ali titolari Trevor Ariza e Ryan Anderson, il classe ’85 ha poi soffiato il posto in quintetto al secondo, diventando una vera e propria certezza per i suoi nella seconda parte di stagione.

L’ex giocatore dei Toronto Raptors è salito ancor più di livello nella sua seconda stagione in Texas e attualmente sta viaggiando a medie di 7.8 punti, 6.1 rimbalzi, 1.2 assist e 1.6 palle recuperate col 40.5% al tiro e il 38% da dietro l’arco in 66 presenze, ed ha messo già a referto il suo massimo in carriera sia per triple segnate e tentate in una singola stagione (121/315), che per stoppate (29), ed è vicinissimo a stabilire il suo nuovo personale primato per palle recuperate (108 in questa regular season, 116 tra Phoenix Suns e Toronto Raptors nel 2016-2017).

Chris Paul sponsorizza P.J. Tucker per l’All-Defensive First Team

P.J. Tucker sta vivendo una gran stagione, la sua prima da titolare indiscusso con gli Houston Rockets.

Oltre a ciò, Tucker è uno dei migliori difensori della lega, essendo in grado di difendere su tutti e cinque i ruoli e di limitare considerevolmente anche autentiche superstar offensive del calibro di Kevin Durant. Avendo ricoperto sin qui un ruolo chiave nella risalita degli Houston Rockets dal penultimo posto di dicembre (11-14) all’attuale terzo posto (41-25), in molti si aspettano che possa rientrare in uno dei due quintetti difensivi. Tra questi spicca Chris Paul, suo compagno di squadra, che vorrebbe fortemente farlo inserire nell’All-Defensive First Team.

“Non so perché Chris voglia a tutti i costi che io venga inserito nel primo quintetto difensivo. Non sono uno di quei giocatori che tiene talmente a queste cose da esserne ossessionato o lamentarsi. A me interessa vincere, non essere il migliore o il peggior difensore della lega. Cerco sempre di dare il massimo a prescindere da queste cose.”, ha dichiarato in merito P.J. Tucker, che ha ancora un anno di contratto, oltre a quello attualmente in corso, da poco più di 8 milioni di dollari, mentre gli 8 milioni del 2020-2021 non sono garantiti.

Joel Embiid dichiara: “Sono il miglior difensore della lega”

Joel Embiid

Joel Embiid è un giocatore ancora giovane che ha iniziato da poco la sua carriera nella NBA, nonostante ciò è sicuro della solidità della sua difesa.

“Non sono arrogante, ma credo di essere il miglior difensore della lega” ha dichiarato Embiid a Jessica Camerato di NBC Sports.

Il centro ventitreenne è l’ancora della difesa dei Philadelphia 76ers, che si trovano settimi in classifica per quanto riguarda i punti concessi ogni 100 possessi, rapporto di 101.8 a 100. La franchigia ha una valutazione difensiva di 96.6 punti concessi per gara con Joel Embiid in campo, questa stagione (poco meno dei Boston Celtics), e circa 11 punti in più subiti ogni 100 possessi in sua assenza.

Embiid guida i Sixers anche per quanto riguarda la fase offensiva dove può contare una media di 22.7 punti a partita. Il suo punto forte però è l’area sotto il canestro, dove ha preso una media di 9.1 rimbalzi difensivi (quarto nella NBA), ed è inoltre uno dei migliori rim-protector della lega e può contare una media di 1.9 stoppate a partita (quinto nella NBA).

“The Process” si colloca al quarto posto nella lega con un difensive real plus-minus di 2.74, leggermente meglio di quello del Defensive Player of the Year Draymond Green. I 76ers sono pronti a fare i playoff per la prima volta in sei anni, e gli sforzi di Embiid in entrambe le fasi del gioco sono un grande motivo per cui Philadelphia potrebbe centrare l’accesso alla offseason.

Leggi anche – I quattro migliori under 23 NBA al momento –

 

NBA Passion Awards 2016/17

NBA Passion

La regular season 2016/17 è passata in un baleno. Sono stati sei mesi come al solito estremamente intensi, in cui sono state scritte altre pagine indelebili della storia NBA. A differenza delle passate stagioni, la lega ha deciso che quest’anno assegnerà i premi individuali al termine dei playoff, nel corso di una cerimonia trasmessa in diretta televisiva. Noi di NBA Passion, però, rimaniamo fedeli alle tradizioni e siamo già pronti per assegnare gli NBA Passion Awards 2016/17!

Rookie Of The Year: Dario Saric (Philadelphia 76ers)

Dario Saric, alla prima stagione in maglia Sixers
Dario Saric, alla prima stagione in maglia Sixers

Fino alla pausa per l’ All Star Weekend, questo premio sembrava già destinato a Joel Embiid, protagonista di un inizio di stagione strabiliante. Poi il camerunese, già tenuto a riposo in tutti i back-to-back, è stato messo definitivamente k.o. da un problema al ginocchio, chiudendo la regular season con appena 31 partite disputate. Ciò ha lasciato la strada verso il trofeo letteralmente spianata per il compagno Dario Saric, fino a quel momento l’unico capace di reggere il passo di ‘The Process’. Il croato ha avuto una continuità di rendimento spaventosa (qualità piuttosto rara per un giocatore al primo anno), raggiungendo l’apice dopo lo stop del compagno / rivale (17.0 punti di media a febbraio, 18.4 a marzo).
La scelta di rimanere in Europa per due anni dopo essere stato chiamato al draft del 2014 (dodicesima scelta degli Orlando Magic, subito scambiata con Elfrid Payton) si è rivelata vincente. Le due stagioni ad Istanbul con la maglia dell’Efes gli hanno fatto maturare l’esperienza necessaria per poter stare in campo contro i colossi americani. Un’esperienza mancata, ad esempio, al suo connazionale Mario Hezonja, talento scintillante mai però in grado di lasciare il segno in quel di Orlando.

Eccezion fatta per i due lunghi di Philadelphia che, entrambi selezionati nel 2014, sono di fatto dei ‘falsi rookie’, non è stato un anno eccezionale per le matricole. La prima scelta assoluta del 2016, Ben Simmons, è rimasta a guardare per un infortunio al piede. Anche Dragan Bender, chiamato con la quarta scelta dai Phoenix Suns, è stato tormentato dai problemi fisici, che ne hanno ulteriormente compromesso un rookie year già non brillantissimo. Ai Suns è andata decisamente meglio con Marquese Chriss, partito in sordina e cresciuto esponenzialmente con il passare della stagione.
Tra le top picks del 2016, da segnalare anche i buoni debutti di Jamal Murray, cecchino dei Denver Nuggets, e di Buddy Hield, passato da New Orleans a Sacramento nel corso della trade per DeMarcus Cousins. Una volta indossata la maglia dei Kings, l’ex leader degli Oklahoma Sooners ha saputo trovare quella continuità che troppo spesso gli era mancata in Louisiana. Anche Jaylen Brown, terza scelta dei Boston Celtics, ha mostrato di poter fare strada nella lega più spettacolare al mondo, grazie alle sue spiccate doti su entrambi i lati del campo e ad una maturità sopra la media.
Decisamente da rivedere, invece, Brandon Ingram e Kris Dunn. Sul talento non si discute, ma i due sono apparsi troppo ‘acerbi’ per poter incidere da subito sulle sorti di Los Angeles Lakers e Minnesota Timberwolves. Poco male; il tempo è decisamente dalla loro parte.

L’ultima ‘infornata’ di talenti ha portato anche delle piacevolissime sorprese. Su tutte Malcolm Brogdon, il cui ottimo impatto con i professionisti ha dato una spinta determinante alla corsa ai playoff dei Milwaukee Bucks, che lo avevano pescato al secondo giro, con la chiamata numero 36. In pochi si aspettavano anche Tyler Ulis (scelta numero 34 dei Phoenix Suns) e Willy Hernangomez, preso dai New York Knicks con la numero 36 nel 2015, rimasto un anno al Real Madrid e arrivato in NBA insieme al fratello Juancho (chiamato alla 15 da Denver l’anno dopo). La problematica stagione di Joakim Noah ha favorito l’esplosione dello spagnolo, che lo ha presto rimpiazzato in quintetto portando un innegabile beneficio alla squadra. Anche l’esordio di Dejounte Murray, ventinovesima scelta dei (soliti) San Antonio Spurs, è stato notevole: non troppo continuo, ma il prodotto di Washington ha mostrato sprazzi di grande talento.
Buon minutaggio e impatto anche per Domantas Sabonis (Thunder), Jakob Poltl e Pascal Siakam (Raptors), Thon Maker (Bucks), Taurean Prince (Hawks), Skal Labissiere (Kings), Patrick McCaw (Warriors) e, per evidente mancanza di alternative, per i rookie dei disastrati Brooklyn Nets, vale a dire Caris LeVert e Isaiah Whitehead.
Gli eccellenti livelli dello scorso anno, in ogni caso, restano lontani. Vedremo cosa ci riserverà l’immediato futuro, con una classe 2017 che sembra promettere molto bene.

 

All-Rookie Team:

  • Malcolm Brogdon (Milwaukee Bucks)
  • Buddy Hield (New Orleans Pelicans / Sacramento Kings)
  • Jaylen Brown (Boston Celtics)
  • Dario Saric (Philadelphia 76ers)
  • Joel Embiid (Philadelphia 76ers)

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E’ Green il nuovo “Defensive Player of Year”?

Senza dubbio, i Golden State Warriors hanno un sistema offensivo brillante e spettacolare: infallibili nel tiro da 3, solidi nel pitturato e individualmente fenomenali, con personaggi del calibro di Durant, Curry e Thompson.

Ma oltre ad un attacco formidabile, i vice campioni in carica hanno anche un grande sistema difensivo. Infatti, Golden State è in cima alle statistiche di efficienza difensiva, insieme agli Utah Jazz e ai San Antonio Spurs. E Draymond Green appare il favorito per il premio di miglior difensore dell’anno di fine stagione.

Green, senza dubbio uno degli autori principali del successo dei Warriors

 

Il sondaggio di ESPN

ESPN ha intervistato 80 tra le 130 persone che avranno l’opportunità di votare per attribuire i premi di fine stagione. L’emittente statunitense ha chiesto ad ognuna di loro di classificare i migliori tre difensori della lega, come se dovessero votare al momento. Calcolando che il primo posto equivale a cinque punti, il secondo a tre e il terzo a uno, la classifica è la seguente:

  1. Draymond Green, 295 punti (41 primi posti,28 secondi posti e 6 terzi posti)
  2. Rudy Gobert, 193 punti (17-31-15)
  3. Kawhi Leonard, 185 punti (20-18-31)
  4. DeAndre Jordan, 14 punti (1-0-9)
  5. LeBron James (1-0-0), Anthony Davis (0-1-2) e Kevin Durant (0-1-2), 5 punti

Dato che siamo giunti a più di metà regular season e che sono stati intervistati molti degli aventi diritto al voto, possiamo sicuramente dedurre che Green è il favorito per la corsa a questo premio (guardando anche il gran distacco che c’è tra lui e gli altri).

E’ fantastico questo riconoscimento” ha dichiarato il 23 degli Warriors, che prosegue cosi: “Ovviamente non importa tanto a questo punto della stagione. Il merito è anche dei miei compagni, ed è sicuramente speciale ritrovarsi al primo posto, anche considerando quanto Kawhi sia bravo a difendere.”

Il compagno di squadra Curry ha aggiunto: “E’ la prova che Draymond è il n.1”.

Se la classifica rimarrà la stessa anche a fine stagione, Green sarà il primo Warrior a vincere il “Defensive Player of Year“. E, se i pronostici saranno effettivamente rispettati, sarà alquanto probabile.

NBAPassion Awards 2016

La regular season 2015/2016 è ormai agli archivi. Per alcune squadre inizia una lunga estate di ricostruzione, per altre arriva il momento di fare sul serio e dare la caccia al titolo, passando per i durissimi playoff. Per la redazione di NBAPassion.com, invece, è arrivato il momento di premiare i migliori, ma anche i peggiori, della stagione appena terminata… Ecco gli NBAPassion Awards 2016!

 

WORST TEAM OF THE YEAR: SACRAMENTO KINGS

SAC
Sacramento Kings

 Partiamo dalle cose peggiori di quest’annata, cominciando dalla figuraccia dei Sacramento Kings.

La stagione era iniziata tra gli squilli di tromba per il notevole rafforzamento della rosa, con la ciliegina sulla torta dell’arrivo di Rajon Rondo, che con DeMarcus Cousins avrebbe dovuto formare una coppia inarrestabile.

In effetti, a livello prettamente individuale, RR9 e ‘Boogie’ hanno fatto grandi cose. Rondo sembra tornato quello dei Celtics, tutto genio e assist, mentre Cousins ha probabilmente disputato la miglior stagione in carriera, unendo al solito dominio sotto canestro anche un tiro da tre più che affidabile. Un mix che farebbe di lui l’arma perfetta, l’MVP dei prossimi dieci anni, se non ci fosse un grosso tarlo caratteriale.
Nervosismo dentro e fuori dal campo, innumerevoli falli tecnici (alcuni davvero evitabili), continui dissapori con coach George Karl (per tutta la stagione sull’orlo dell’esonero)… Tutto ciò ha finito inevitabilmente con il destabilizzare un gruppo, di cui DMC doveva essere il leader assoluto, che è andato sempre più allo sbando, fino all’esclusione matematica dalla corsa ai playoff con parecchie partite ancora da giocare.
Uno sbando che continua da troppo tempo ormai in California. I Kings sono LA squadra incompiuta per eccellenza da almeno un decennio, e la tendenza non sembra poter cambiare facilmente.
Un roster pieno di giocatori senza arte né parte (Rudy Gay su tutti), guidato da due star tanto ricche di talento quanto incostanti e con una second unit non all’altezza della corsa ai playoff, in cui Sacramento è finita dietro a squadre sulla carta nettamente inferiori, come Utah Jazz e Portland Trail Blazers. Una flebile speranza può arrivare dal buon primo anno di Willie Cauley-Stein, possibile punto di partenza per la costruzione della squadra del futuro.

Nota a margine per la stagione piuttosto incolore di Marco Belinelli; seppur con qualche sporadico bagliore, il bolognese è stato risucchiato nella mediocrità generale dei suoi. Come sono lontani i tempi di San Antonio…

 

DISAPPOINTING TEAM OF THE YEAR: CHICAGO BULLS

I Chicago Bulls al completo
I Chicago Bulls al completo

 La stagione appena conclusa ha avuto il grande merito di mettere in luce i difetti di molte squadre. Il clamoroso passo falso dei Chicago Bulls, esclusi dai playoff dopo che per anni venivano visti come unica possibile alternativa alle squadre di LeBron James per il trono della Eastern Conference, potrebbe rivelarsi a posteriori un male necessario, un punto di non ritorno per la tanto auspicata svolta.

L’unica attenuante per coach Fred Hoiberg, da molti (Jimmy Butler compreso, come fatto intendere più o meno esplicitamente dal numero 21) ritenuto inadatto al contesto, sono gli svariati infortuni subiti da tutti i giocatori chiave, dallo stesso Butler a Joakim Noah, da Nikola Mirotic all’ormai cronico Derrick Rose.
Proprio il playmaker da Englewood (quartiere di Chicago dominato dalla guerra tra gang) è, suo malgrado, al centro delle critiche. E’ ormai chiaro che Rose non tornerà mai più lo scintillante fuoriclasse che, prima dei gravi infortuni subiti, aveva incantato la NBA diventandone il più giovane MVP di sempre. Per troppo tempo è stato atteso, e purtroppo (per lui e per tutti gli appassionati di basket) questa attesa è stata vana. Il ruolo di leader è passato, negli ultimi anni, da Rose a Noah, fino a Butler, divenuto nel frattempo un due volte All-Star, nonché Most Improved Player nel 2015.

Alla luce di questo fallimento, in estate si dovranno fare scelte importanti in casa Bulls; prima fra tutte, su quale giocatore puntare per la ricostruzione. La coesistenza tra Rose e Butler non sembra funzionare, e uno dei due dovrà essere probabilmente ‘sacrificato’ (se non subito, di sicuro a breve termine, considerando che D-Rose sarà in scadenza di contratto nel 2017). Anche il reparto lunghi è da sfoltire: Gasol, Mirotic, Noah, Gibson, Portis, il giovane Cristiano Felicio… facile pensare che, ad ottobre, almeno due tra questi nomi vestiranno altre maglie.
Doug McDermott ha avuto una netta crescita rispetto ad una stagione da rookie abbastanza incolore, ma è stato tutto fuorché continuo. Alle sue spalle, Mike Dunleavy e Tony Snell non si sono rivelati all’altezza di una squadra con (sulla carta) ambizioni da titolo, e sono ben lontani dall’identikit del ‘grande realizzatore’ necessario come il pane a questi Bulls.

Che la ricostruzione abbia inizio, quindi. Saranno mesi piuttosto complicati nella ‘Windy City’…

 

Leonard
Leonard

DEFENSIVE PLAYER OF THE YEAR: KAWHI LEONARD

Si aggiudica questo riconoscimento il miglior difensore della miglior difesa della NBA (statistiche alla mano). Non male, considerando anche che Leonard è stato protagonista di una stagione da candidato MVP (in un mondo normale) coronata con la prima, meritatissima chiamata all’All Star Game.
La grande annata dei San Antonio Spurs è dovuta soprattutto alla fase difensiva, di cui l’MVP delle Finals 2014 è il dominatore incontrastato.
Dotato di mani enormi e braccia lunghissime, oltre che di una straordinaria visione di gioco e di un grande istinto per l’anticipo, Kawhi è diventato il peggiore incubo dei grandi attaccanti della lega; da LeBron James a Kevin Durant, passando per quello Stephen Curry che pur si era divertito con qualche ‘trucchetto da playground’ nei suoi confronti durante una partita giocata a gennaio alla Oracle Arena.

Dopo una stagione del genere, è ormai chiaro che gli Spurs sono la squadra di Kawhi Leonard, oltre che del grande acquisto della scorsa estate, LaMarcus Aldridge.
Per la franchigia texana non potevano esserci condizioni migliori per l’inevitabile ‘cambio generazionale’ dopo l’era dei ‘Big Three’ Duncan-Ginobili-Parker.

 

POR
Trail Blazers

BREAKOUT TEAM OF THE YEAR: PORTLAND TRAIL BLAZERS

Incredibili. Non c’è miglior aggettivo per questi Blazers che, nonostante la ‘svendita’ di 4/5 del quintetto titolare (compreso un certo LaMarcus Aldridge) la scorsa estate, sono riusciti a centrare l’obiettivo playoff, stravolgendo qualsiasi pronostico.

Una volta ricevute le chiavi della squadra, Damian Lillard ha scatenato l’inferno, disputando una stagione (soprattutto dopo la pausa per l’ASG) che, in una NBA senza Steph Curry, sarebbe da premiare con il titolo di MVP.
Intorno al numero 0 tanti giovani di talento pronti a mettersi in gioco e a fare un bel salto di qualità. Su tutti C.J. McCollum, di cui riparleremo, ma da sottolineare anche la grande crescita di giocatori come Allen Crabbe (giocatore che al primo anno fu spedito in D-League), Meyers Leonard e Mason Plumlee. Quest’ultimo si sta rivelando come uno dei tanti errori strategici (colossale eufemismo) dei Brooklyn Nets, che la scorsa estate gli preferirono un giocatore fatto e finito come Brook Lopez.
Un’ulteriore chiave del successo degli uomini di coach Terry Stotts si può trovare nelle prestazioni di altri giocatori ‘scartati’ dalle precedenti squadre, vedi Gerald Henderson, Maurice Harkless o Al-Farouq Aminu. Giocatori che l’allenatore è stato bravissimo a sfruttare al meglio e che hanno formato un nucleo solidissimo, difficile da affrontare per chiunque. Chiedere per conferma ai Golden State Warriors, ‘piallati’ dai 51 punti di un indemoniato Lillard il 19 febbraio.

Probabilmente i piani della dirigenza erano diversi (un paio di stagioni in zona lottery per ricostruire), con altrettanta probabilità l’anno prossimo i playoff si vedranno in televisione, ma questa stagione dei Blazers ha fatto letteralmente saltare il banco. Con buona pace di squadre sulla carta più attrezzate (Houston, Dallas, Sacramento, New Orleans…). Ma d’altronde si sa, sulla carta non si vince mai…

 

MOST IMPROVED PLAYER OF THE YEAR: C.J. McCOLLUM

CJ McCollum
McCollum

Ecco il ‘segreto di Pulcinella’ di questi Blazers. Certo, avere un trascinatore come Dame Lillard aiuta non poco, ma l’esplosione di McCollum è stata la vera e propria ‘chiave di volta’.

Partiamo dalle sue statistiche: 5.3 punti di media nell’anno da rookie, 6.8 nella seconda stagione, 20.9 nel momento in cui scriviamo (mancano ancora un paio di partite). Senza fermarsi ai numeri, la guardia da Lehigh University, scelta da Portland con la decima chiamata al draft 2013, si è imposta come ‘spalla’ ideale di Lillard, chiudendo spesso e volentieri le partite come miglior realizzatore di squadra (secondo stagionale, dietro al fenomenale ‘Dame Dolla’).
Un salto di qualità che ha accelerato incredibilmente i piani di ricostruzione della franchigia, reduce dalla partenza in massa di Wesley Matthews (sostituito più che egregiamente dal numero 3), Nicolas Batum, Robin Lopez, e, soprattutto, LaMarcus Aldridge.
L’importanza acquisita da C.J. in questa stagione si può comprendere meglio ricordando il clamore suscitato dalla sua esclusione, per una distrazione nel compilare il referto, nell’incontro del 6 gennaio perso contro i Los Angeles Clippers.
McCollum e Lillard sono le punte di diamante di un giovane nucleo che, più velocemente del previsto, potrebbe sconvolgere gli equilibri della Western Conference.

 

SIXTH MAN OF THE YEAR: JEREMY LIN 

Jeremy Lin Hornets
Jeremy Lin Hornets

Gli Charlotte Hornets sono stati una delle piacevoli sorprese di questa stagione, e gran parte del merito per il ritorno ai playoff va attribuito alla loro second unit, guidata egregiamente dal giocatore di origine taiwanese.

Dopo la parentesi non troppo esaltante a Houston e quella davvero buia con i Lakers, Jeremy è riuscito a riscattarsi nella ‘Queen City’, sotto gli occhi di ‘Sua Altezza Aerea’ Michael Jordan, alla guida di un quintetto di riserva composto da buonissimi giocatori (vedi Marvin Williams o Jeremy Lamb) che sembrano aver trovato a Charlotte la loro dimensione ideale.
Memorabile la prestazione di Lin contro i San Antonio Spurs il 21 marzo. Con gli uomini di Popovich avanti anche di 23 punti, Jeremy è sembrato tornare quello della ‘Lin-sanity’ ai tempi dei Knicks: 29 punti, nonostante su di lui ci fosse Kawhi Leonard (il miglior difensore al mondo) con tanto di canestro della vittoria.
Con tutta questa sostanza in uscita dalla panchina (da segnalare l’ottimo debutto di Frank Kaminsky), un solidissimo quintetto che può contare sulla classe di Nick Batum e Kemba Walker e in attesa del ritorno di Michael Kidd-Gilchrist, il futuro appare finalmente roseo in North Carolina.

Qualcuno ha detto Bobcats?

 

COACH OF THE YEAR: BRAD STEVENS

Boston Celtics
Boston Celtics

Un piccolo capolavoro, quello compiuto dall’ex allenatore di Butler University in questa stagione. Al secondo anno su una panchina NBA ha trasformato i Boston Celtics, da team in ricostruzione a squadra che, con qualche aggiustamento, potrebbe diventare una seria pretendente ai piani alti della Eastern Conference.
Il tutto, è doveroso sottolinearlo, senza grandi superstar. Anche se, effettivamente, è difficile non considerare la stagione di Isaiah Thomas come quella di una stella a tutti gli effetti (convocato al primo ASG in carriera), non parliamo nè di LeBron James, né di Kevin Durant o Steph Curry…

Stevens ha plasmato un gruppo di ferro, facendo rendere al massimo giocatori non certo di primo piano. Jae Crowder, Evan Turner, Amir Johnson, lo stesso Avery Bradley… tutti giocatori in cerca di un posto al sole nella lega più spettacolare al mondo, che hanno saputo dare però una spinta decisiva ai biancoverdi nella corsa ai playoff.
Se lo scorso anno la partecipazione dei Celtics alla post-season era sembrata quasi casuale (puntualmente distrutti dai Cavs al primo turno), stavolta, complice anche l’equilibrio che regna sulla costa atlantica, bisognerà stare molto attenti a sottovalutare i C’s.

La prossima estate, con ben 8 scelte al draft (tra cui quella dei Brooklyn Nets, sicuramente fra le prime 10) e una free-agency piuttosto ‘appetitosa’ (Kevin Durant il primo nome fra tutti), sarà fondamentale per il ritorno alla grandezza dei bostoniani.
Nel frattempo la mossa più importante, ovvero trovare l’uomo giusto per guidare la ricostruzione, è stata pienamente azzeccata.

 

Karl Anthony Towns
Karl Anthony Towns

ROOKIE OF THE YEAR: KARL-ANTHONY TOWNS

E’stata un’annata straordinaria per i rookie. Raramente si sono viste tante matricole avere da subito un impatto significativo come in questa stagione.

Il caso più clamoroso è quello di Kristaps Porzingis: fischiato sonoramente dai tifosi (…) dei New York Knicks la sera del draft, il giovanissimo lettone ha subito messo a tacere tutti disputando una regular season strepitosa, specialmente nei primi mesi. Anche D’Angelo Russell, seppur con inevitabili alti e bassi, ha mostrato di avere indubbie qualità, tanto da farsi ‘perdonare’, con ogni probabilità, dai Lakers il fattaccio del video con Nick Young finito accidentalmente in rete.
Talento scintillante ed indiscutibile anche quello di Jahlil Okafor, anche se la compatibilità tra lui e Nerlens Noel è ancora un cruccio per lo staff dei Philadelphia 76ers, soprattutto quando sarà finalmente arruolabile anche Joel Embiid.
Ha pescato davvero bene Miami, che con Justise Winslow e Josh Richardson (scelto con la 40esima chiamata) si è assicurata due ottimi punti di partenza per tornare a vincere in futuro.

Con tutte le difficoltà possibili del primo anno tra i professionisti, è stato sicuramente positivo anche il debutto dei vari Emmanuel Mudiay, Myles Turner, Stanley Johnson, Mario Hezonja, Bobby Portis, Wille Cauley-Stein, Frank Kaminsky, Larry Nance Jr., Rondae Hollis-Jefferson, Tyus Jones… tutti giocatori su cui le rispettive squadre hanno capito di poter puntare.

Menzione a parte per Devin Booker dei Phoenix Suns, il più giovane giocatore della lega in questo 2015/16, che ha avuto una crescita rapida ed inesorabile, guadagnandosi i complimenti di un certo Kobe Bryant e il titolo di runner up a questo premio.

Il problema è che quest’anno ha debuttato un autentico fenomeno.

E’ davvero difficile ricordare un debutto tanto sfolgorante nelle ultime stagioni quanto quello di Karl-Anthony Towns. Gioco in post, sopra il ferro, TIRO DA TRE… un’iradiddio, che probabilmente si candida a spodestare Andrew Wiggins come uomo-franchigia (attenzione però al terzo anno del canadese…).
Con il trio composto da Towns, Wiggins e Zach Lavine (anche quest’ultimo in grande crescita), i Minnesota Timberwolves fanno già paura. Considerando una scelta alta anche al prossimo draft, è facile pensare che ci troviamo di fronte ai possibili dominatori (e AL possibile dominatore) della NBA degli anni 2020.

ALL-ROOKIE TEAM:

  • Emmanuel Mudiay (Denver Nuggets)
  • Devin Booker (Phoenix Suns)
  • Justise Winslow (Miami Heat)
  • Kristaps Porzingis (New York Knicks)
  • Karl-Anthony Towns (Minnesota Timberwolves)

 

EASTERN CONFERENCE TEAM OF THE YEAR: BOSTON CELTICS

BOS
Boston Bradley

Dopo le ultime stagioni, in cui la differenza tra Western ed Eastern Conference è stata francamente imbarazzante, qualcosa sta cambiando sulla costa atlantica degli Stati Uniti, con un livello medio in evidente crescita, e i Celtics sono l’emblema di questo netto miglioramento generale.

Senza grandi stelle e con un roster completamente stravolto durante la scorsa stagione, la squadra di coach Brad Stevens ha sorpreso anche i fan più ottimisti, mostrando un gioco spumeggiante e un’inedita solidità.
Quella che si presenta ai playoff è la squadra che non ti aspetti, guidata da giocatori che più ‘insospettabili’ non si potrebbe. Basti pensare che il leader, Isaiah Thomas, è un playmaker di 1 metro e 75 scelto con la sessantesima (ed ultima) chiamata al draft 2011…
Con lui, oltre al giovane Marcus Smart (su cui la dirigenza ha sempre puntato molto) e alla certezza Avery Bradley, alcuni ‘personaggi in cerca d’autore’ come Evan Turner, Jae Crowder, Jonas Jerebko o Amir Johnson, oltre ad altri giovani come Kelly Olynyk e Jared Sullinger, entrambi buoni giocatori, ma che non sono certo Andrew Wiggins o Karl-Anthony Towns.
Ad un certo punto della stagione i biancoverdi si sono trovati addirittura al terzo posto nella Conference, salvo poi rimanere impantanati nella spietata lotta per l’ordine di piazzamento, con almeno 7-8 squadre in bilico fino alla fine.
Niente male per una squadra che, non prima di tre anni fa, doveva iniziare una lunga e faticosa ricostruzione.

I tempi non sono ancora maturi per impensierire Cleveland ai piani alti, ma con qualche piccolo (o magari grande?) ritocco in estate, potremmo sentir parlare ancora, nel prossimo futuro, di questi Celtics.

 

WESTERN CONFERENCE TEAM OF THE YEAR: GOLDEN STATE WARRIORS

GSW 2
Curry ed i Warriors

Cosa si può scrivere di una squadra così? Dopo aver dato spettacolo e vinto il titolo nella scorsa stagione, non solo i Warriors sono riusciti a non perdere la ‘fame’, ma sono ulteriormente cresciuti, impadronendosi della lega con un’annata indimenticabile, consegnata alla storia del Gioco.

Che non sarebbe stato un anno come gli altri lo si era capito fin dall’inizio quando, sotto la guida del coach ad interim Luke Walton (sostituto del convalescente Steve Kerr), Curry, Thompson e compagni avevano inanellato 24 vittorie su altrettante partite, perdendo per la prima volta contro Milwaukee il 12 DICEMBRE!
Con una partenza simile, e considerata la costanza di rendimento e risultati, era inevitabile che Golden State avrebbe bussato con forza alle porte della Storia con la S maiuscola, realizzando un’impresa che per vent’anni non è stata nemmeno concepibile: superare le 72 vittorie dei Chicago Bulls 1995/96, quelli di Jordan, Pippen, Rodman e Phil Jackson.

Per realizzare questa impresa Kerr ha sfoderato l’intero arsenale: il cecchino Klay Thompson (uno che in molte altre squadre sarebbe l’uomo-franchigia), il talentuosissimo Harrison Barnes e una second unit eccezionale, con i vari Iguodala, Livingston, Barbosa, Speights e Rush che in diverse occasioni hanno fatto la differenza.
Ultimo, ma non ultimo, Draymond Green, divenuto ormai un All-Star, nonché il leader emotivo della squadra.
A guidare questa gloriosa truppa, ovviamente, Steph Curry, protagonista della più clamorosa stagione individuale dell’ultimo decennio (se non oltre).

Curry e i suoi Warriors sono ormai LA lega, e anche qualora non dovessero vincere il titolo a fine giugno, avrebbero comunque lasciato un segno indelebile nella storia della NBA.

 

Curry 2
Steph Curry

MOST VALUABLE PLAYER OF THE YEAR: STEPHEN CURRY

Forse l’MVP più scontato di sempre
, di sicuro dell’era post-Jordan. Un premio assegnato di fatto già a novembre ad un giocatore che non si era mai visto prima d’ora. Attenzione: non diciamo che sia il più forte di ogni epoca, ma quello che Steph Curry ha fatto in questa stagione non si era obiettivamente mai visto. Un dominio assoluto e un record macinato dopo l’altro, tanto a livello di squadra quanto individuale.

Se pensavamo di aver visto tutto lo scorso anno, quando Steph vinse il premio battendo ‘in volata’ James Harden e Russell Westbrook, siamo stati pesantemente smentiti dalle magie del figlio di Dell, che ha dimostrato in questa stagione di poter fare qualsiasi cosa su un campo da basket.
Penetrazioni ubriacanti, persino schiacciate, oltre alle triple impossibili che lo rendono già adesso il miglior tiratore della storia della lega. Il tiro da 10 metri sulla sirena contro i Thunder è già leggenda…

La cosa peggiore (per i suoi avversari) è la disarmante sicurezza con cui Steph fa cose all’apparenza impossibili; ormai i difensori si aspettano regolarmente un suo tiro – e quindi un suo canestro – da qualsiasi punto oltre la metà campo, se non addirittura prima.
La cosa migliore (per la sua squadra) è che l’attenzione che Curry attira su di sé crea innumerevoli possibilità per i compagni, che infatti rendono come forse non farebbero in altri contesti (Draymond Green su tutti).

La sensazione è che la supremazia del numero 30 e dei Warriors sia destinata a continuare anche per le stagioni a venire.
Dopo gli anni ad aspettare invano una finale tra Kobe Bryant e LeBron James o uno showdown tra Kevin Durant e Derrick Rose, la NBA ha trovato un nuovo padrone. Chiaro, King James permettendo…

 

ALL-NBA TEAM:

  • Stephen Curry (Golden State Warriors)
  • Russell Westbrook (Oklahoma City Thunder)
  • Kawhi Leonard (San Antonio Spurs)
  • Kevin Durant (Oklahoma City Thunder)
  • Draymond Green (Golden State Warriors)

DPOTY 2014-15: Kawhi Leonard a sorpresa batte la concorrenza!

Lebron-Green-Leonard

Dopo il SMOTY andato nelle mani di Louis Williams e il COTY vinto da Mike Budenholzer, ecco che un altro premio individuale è stato assegnato nelle ultime ore: si tratta del Defensive Player Of The Year e, ad aggiudicarselo, è stato Kawhi Leonard.

Kawhi Leonard è stato nominato DPOTY: battuta la concorrenza di Allen, Davis, Green e Gobert
Kawhi Leonard è stato nominato DPOTY: battuta la concorrenza di Allen, Davis, Green e Gobert

Un importante riconoscimento quindi, con il 23enne prodotto di San Diego State che batte l’agguerrita concorrenza di Tony Allen, Anthony Davis, Rudy Gobert e persino di Draymond Green, ritenuto da molti come il più papabile vincitore. Leonard, a questo punto, è la prima Forward a vincere questo riconoscimento dopo 11 anni, quando l’ultimo a riuscirci fu Ron Artest.

Fattore determinante, che ha fatto perdere l’ago della bilancia verso una sua nomina, è stato sicuramente il dato riguardante i punti concessi in difesa dagli Spurs, con e senza Leonard: con lui in campo, San Antonio ha concesso solo 98.4 punti su 100 possessi agli avversari, senza di lui 104.4. Altro fatto determinante è stata la statistica riguardante le palle rubate, nella quale Leonard risulta essere primo nella Regular Season con ben 2.3 di media a partita.

 

Per NbaPassion,
Mario Tomaino