Duke, Cam Reddish sarà eleggibile al draft NBA 2019

NBA lottery Draft

Anche Cam Reddish di Duke si dichiara eleggibile al prossimo draft NBA, il talento di Duke ha ufficializzato la sua candidatura con un breve video sul proprio profilo Instagram.

E’ stata una stagione epica” Spiega Reddish “Sono grato di poter citare Duke come parte fondamentale della mia formazione cestistica (…) resterò un Blue Devils per tutta la vita. Ho deciso di iscrivermi al prossimo draft NBA“.

Cam Reddish, guardia-ala di 203 cm, è uno dei prospetti collegiali più interessanti a rendersi eleggibili al prossimo draft. Dopo una carriera collegiale da “five star recruit” a Haverford High School, Pennsylvania, Reddish ha concluso la sua unica stagione a Durham viaggiando a 13.5 punti e 3.7 assist a partita.

I “mock draft” della vigilia preannunciano per Cameron “Cam” Reddish una scelta attorno alla 10-15, appena inferiore a quella pronosticata per alcuni dei giocatori migliori ad oggi resisi eleggibili: Ja Morant di Murray State, R.J. Barrett di Duke, Coby White di North Carolina e Keldon Johnson di Kentucky.

 

Infortunio Zion Williamson: pronto il rientro stanotte contro Syracuse

Infortunio Zion Williamson: pronto il rientro stanotte contro Syracuse

Infortunio Zion Williamson ormai alle spalle per la stella del prossimo Draft Nba. Duke riabbraccia in vista del Torneo ACC la sua stella per il match di stanotte contro Syracuse.

Infortunio Zion Williamson: le ultime sulle condizioni della stella di Duke

In attesa di capire il suo destino, si spera in Nba nella prossima stagione, Duke ora ha una ragione per poter sorridere in vista del momento più importante della sua stagione cestistica.

Stando a quanto riportato in queste ore da ‘TheScore.com‘, la stella dei Blue Devils allenata dal leggendario coach K, potrà fare il suo ritorno in campo questa notte per il match contro Syracuse valido per il Naismith Trophy.

Duke, che in assenza dello stesso Zion ha vinto 3 partite e perse 3, ritrova il suo numero 1 dal lontano 20 febbraio; giorno del suo infortunio al ginocchio incassato nel corso del match contro North Carolina.

Ritorno importante dunque per il prospetto più importante della stagione 2018/19 Ncaa, che prima del suo infortunio di quasi un mese fa ha messo a segno circa 23 punti, 9 rimbalzi, 2 rubate, 2 assist e 1 stoppata di media a partita, che è valso a Duke University un bilancio complessivo davvero positivo (23 vittorie e 2 sconfitte in questa stagione).

Kobe-Coach K rapporto speciale: “Mi chiamava sempre, rapporto speciale”

Kobe-Coach K, retroscena da college: "Per il reclutamento al college ha insistito tantissimo su di me"

Kobe-Coach K poteva essere un rapporto di lavoro cestistico al college. Lo stesso Black Mamba, in queste ultime ore, ha raccontato un retroscena molto particolare con il leggendario head coach di Duke.

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Kobe su coach K: “Per sua sfortuna non sono mai stato fan di Duke”

Si avvicina in Ncaa il mese più folle della stagione. La “March Madness” è ormai alle porte e gli appassionati del college basket americano impazzano per la composizione del tabellone principale del torneo più folle del basket mondiale.

In questa stagione tutti gli occhi sono puntati ovviamente su Duke. I Blue Devils allenati dal leggendario coach Mike Krzyzewski, che in attesa di recuperare quel Zion Williamson insieme a R.J. Barrett e Cameron Reddish tanto attesi al prossimo Draft Nba, sono i favoriti sulla carta per conquistare il titolo NCAA dopo le ultime stagioni non certamente esaltanti.

Alla vigilia del tanto atteso inizio della March Madness, in queste ultime ore il leggendario Laker Kobe Bryant ha voluto raccontare in una recente intervista, il suo particolare rapporto lavorativo avuto con coach K con la nazionale USA e non solo.

Ecco le parole rilasciate dal Black Mamba ai microfoni di ‘Sports Illustrated‘:

Coach K è una persona speciale. Lo è sempre stata per me dall’esperienza con la nazionale USA, ma anche prima che decisi di entrare direttamente in Nba. Lui per il reclutamento ha insistito tantissimo su di me. Ero fan di Michigan e per sua sfortuna non di Duke. Nonostante ciò è stato al mio fianco e mi ha chiamato in continuazione per qualsiasi mia decisione futura. Coach K è stata una delle persone più importanti per la mia carriera”.

Non solo Zion: quanti talenti usciti da Duke University…

Duke University

Il numero 1 di Duke University, Zion Williamson, sta deliziando tifosi, scout ed addetti ai lavori della pallacanestro statunitense. In effetti, le cifre del nativo di Salisbury, nei 600 minuti in cui ha messo piede in campo, sono a dir poco sorprendenti. 22.3 punti, 9 rimbalzi, 2 recuperi e 2 stoppate di media. Ma se dovessimo concentrarci solamente sui suoi numeri, staremo tralasciando un aspetto fondamentale del personaggio in questione. Con una struttura di 129 kg per 198 cm, il diciannovenne in maglia Blue Devils riesce a combinare la sua prestanza fisica ad una straordinaria esplosività. Il risultato è questo

 

Tutti gli indizi portano ad un’unica conclusione: Zion verrà scelto tra le prime chiamate al Draft del 2019 (quasi tutte le previsioni lo danno per favorito alla numero 1). D’altronde, il talento di questo ragazzo era già stato scovato alla Spartanburg Day School in South Carolina, proprio come tutte le giovani promesse. Sono molte le università che si fanno avanti per i ragazzi provenienti dalle high school statunitensi, soprattutto se nascono e crescono in uno degli stati federali limitrofi. La competizione in questo mercato è spietata, soprattutto quella tra i due più rinomati atenei dell’intero panorama cestistico americano: Duke e North Carolina. Avversarie sul campo, quanto nel recruitment dei migliori liceali nel contesto della palla a spicchi.

Williamson, come molteplici altre stelle liceali americane, ha riposto la sua scelta in Duke University. I motivi sono vari. Tra questi, di certo, vi è la presenza del noto coach Mike Krzyzewski, che ha vinto di tutto nei suoi 39 anni fin ora trascorsi con i Blue Devils. La domanda sorge spontanea. Quale sarà l’impatto di Zion Williamson nel mondo NBA? Riuscirà a lasciare il segno e diventare a tutti gli effetti un all star? Molti talenti coltivati da coach K a Durham hanno avuto un impatto più che positivo nella lega. Si sono resi protagonisti a livello personale e di squadra. Tra questi, occorre ricordare coloro che si sono distinti maggiormente negli ultimi venticinque anni a livello di performance e di vittorie. Una premessa: vengono considerati i giocatori che hanno giocano in NBA almeno 5 anni.

GRANT HILL (pick n.3 al Draft del 1994)

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L’ala piccola texana vince due tornei NCAA consecutivi con i Blue Devils (1991 e 1992) con la maglia numero 33, che verrà poi ritirata. Approda nella Lega con numerose aspettative sul suo conto: uno così avrebbe vinto sicuramente qualcosa. Eppure, tra i vari riconoscimenti ricevuti dal nativo di Dallas, manca proprio il più importante: l’anello NBA. Vince il Rookie of the Year a Detroit, dove trascorrerà sei stagioni con medie punti che si incrementano di anno in anno (dai 19.9 del primo ai 25.5 dell’ultimo). Scorer, rimbalzista, difensore: per i suoi tempi, era una pedina fondamentale da aggiungere allo scacchiere per una squadra da titolo. Passa agli Orlando nel 2000 dove trascorrerà uno dei periodi più tormentati della sua vita. I vari infortuni gli faranno saltare buona parte delle stagioni negli anni in cui avrebbe potuto maggiormente incidere. Durante il suo periodo in Florida verrà dunque etichettato come “vecchio” ed è per questo che nel 2008, da free-agent non sa se ritirarsi o provarci di nuovo. Firma un contratto da 1.97 milioni con i Phoenix Suns e decide di rimettersi in gioco. E’ la scelta giusta, sono i Phoenix di Nash e Stoudemire, quelli del seven seconds or less di D’Antoni che incantano i palcoscenici NBA, arrivando ad un passo dalla finale NBA nel 2010. Chiude la carriera ai Clippers nel 2012. I suoi numeri dicono 16 punti e 6 rimbalzi di media nelle 18 stagioni (di cui 7 da All-star e una da miglior quintetto della Lega). Entra nella Hall of Fame nel 2018.

ELTON BRAND (pick n.1 al Draft del 1999)Risultati immagini per elton brand

L’ala grande newyorkese approda ai Chicago Bulls dopo essere stato eletto il miglior giocatore collegiale nel suo anno da sophemore con i Blue Devils. Anche lui vince il premio di Rookie of the Year, con una doppia doppia di media (20.1 punti e 10 rimbalzi. Cifre che ripeterà l’anno successivo). Dopo due stagioni a Chicago, la dirigenza lo spedisce a Los Angeles, sponda Clippers. Nei suoi 7 anni trascorsi nella franchigia di Donald Sterling vanterà due apparizioni all’All-Star game (2002 e 2006) e sfiorerà il premio MVP del 2006 poi vinto da Steve Nash. Grazie ai colpi della robusta ala fabbricata dai Blue Devils, i Clippers torneranno ai playoff dopo 30 anni. Nonostante i suoi 25.4 punti e 10.3 rimbalzi di media, quell’anno, il team di Mike Dunleavy Sr. si arrenderà al secondo turno contro i Phoenix Suns, dopo un’asfissiante gara 7. Nel 2008 approda ai Philadelphia 76ers, con un quinquiennale da 82 milioni. Purtroppo, è la fase discendente della sua carriera. Una parentesi, quella della città dell’amore fraterno, da 13.3 punti e 7.4 rimbalzi con due apparizioni a playoff. Dopo una stagione ai Mavericks e due agli Hawks, firmerà di nuovo per i 76ers, dove annuncerà il suo ritiro.

COREY MAGGETTE (pick n.13 al Draft del 1999)

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La shooting guard dell’Illinois si rende eleggibile dopo un solo anno a Duke University, nello stesso Draft del suo compagno, nonché amico, Elton Brand. Il primo anno agli Orlando è sottotono e viene scambiato nel giugno del 2000, approdando così ai Los Angeles Clippers. I primi due anni nella west coast sono complicati per la guardia di Melrose Park. E’ all’arrivo del suo ex compagno ai tempi dei Blue Devils che Maggette mette in mostra la sua classe innata e il suo talento spregiudicato con un massimo di 22.2 punti nella stagione 2004-2005. Molti lo ricordano come un solista che preferiva sfidare gli avversari in uno contro uno piuttosto che passare il pallone. Forse è uno dei motivi che innesca la faida con il coach Dunleavy Sr. che lo spedirà dritto alla Baia. In due anni con i Warriors registra una media di 19.3 punti e 5.4 rimbalzi. Le ultime tre stagioni saranno continui alti e bassi tra Milwaukee, Charlotte e Detroit. Sebbene fosse disprezzato da molti per il suo modo di giocare, la spettacolarità della guardia nordamericana non è mai stata oggetto di discussione. E qui sotto trovate il perché…

 

SHANE BATTIER (pick n.6 al Draft del 2001)

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Difensore asfissiante, tiratore dall’angolo infallibile. Shane Battier aveva già lasciato degli indizi nei suoi 4 anni trascorsi con Duke University che non sarebbe stato un giocatore qualunque. Dopo aver vinto il titolo NCAA del 2001, viene scelto dai Memphis Grizzlies dove mette in mostra tutta la sua versatilità. Qualsiasi ruolo gli fosse assegnato, lui lo portava a termine. Il tipico 3 & D che occorre ad una squadra per vincere un titolo. Ne ha vinti ben due (2012 e 2013) il nativo di Birmingham (Michigan) con quei gloriosi Miami Heat guidati da Lebron James. Probabilmente, il nostro Shane ne avrebbe potuti collezionare anche di più, se Tracy McGrady e Yao Ming non fossero stati tormentati dagli infortuni durante le cinque stagioni in Texas. Registra 14.4 punti nel suo anno da rookie, che rimane il suo massimo in carriera. Non uno scorer, ma un vincente.

 

 

 

CARLOS BOOZER (pick n.35 al Draft del 2002)

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Anche la power forward di Juneau (Alaska), Carlos Boozer, conquista il titolo NCAA nel 2001. Ma, a differenza del suo compagno di squadra Shane Battier, decide di candidarsi al Draft un anno dopo e viene scelto dai Cleveland Cavaliers. Giocatore solido e affidabile, con un impeto agonistico dai pochi eguali. Proprio come tutti i migliori prospetti di Duke, mostra segnali di crescita progressivi, grazie al suo impegno e alla sua costanza. Anno dopo anno i suoi numeri crescono, le apparizioni tra gli all-star si incrementano e Carlos si afferma una delle ali grandi più complete del panorama NBA. Dai Cavs passa ai Jazz, dove formerà, assieme a Deron Williams, una delle coppie che Salt-Lake City farà fatica a dimenticare. In quei sei anni nello Utah mette a segno 19.3 PTS e 10.5 REB di media, trascinando la squadra di Jerry Sloan per quattro annate consecutive ai playoffs. Nell’estate del 2010 passa ai Bulls, dove intravede la possibilità di chiudere la sua carriera NBA con un anello al dito (Derrick Rose story though…). Anche a Chicago il suo contributo risulta vitale per le sorti del team guidato da Tom Thibodeau: difesa, tiri dalla media, solidità al

JJ REDICK (pick n.11 al Draft del 2006)

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La small guard di Cookeville (Tennesee) attrae l’attenzione di parecchi scout NBA durante il suo periodo a Durham. Vince parecchi riconoscimenti a livello personale e di squadra tant’è che la sua maglia, la numero 4, verrà ritirata da Duke University. Una promessa dal futuro prospero, dotata di talento e dedizione al miglioramento continuo. Non molti, tuttavia credono che l’NBA sarà il suo palcoscenico: il suo fisico è docile e di guardie tiratrici la Lega è piena zeppa. Ma Orlando crede in lui e per ben 7 stagioni. Sembra che i suoi detrattori non avessero poi così tanto torto: tira da distanze siderali, difende alla perfezione, ma non è abbastanza. Quando sei alto 192 cm e giochi nell’NBA devi fare ben di più. Lui non ci sta e cambia completamente contesto: i Los Angeles Clippers. Squadra con potenzialità da titolo che ha bisogno di un solido tiratore. Lui perfeziona la sua arte, la rende quasi impeccabile: 47% fuori dall’arco nelle 4 stagioni in California. Il gioco si evolve e il tiro dalla lunga distanza diventa essenziale per qualsiasi squadra. Redick ha la sua rivincita e ottiene la media punti migliore in carriera in questa sua ultima esperienza a Philadelphia (17.8 PTS), a 34 anni. E chissà, magari un titolo non tarderà ad arrivare…

 

KYRIE IRVING (pick n.1 al Draft del 2011)

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La point guard nativa di Melbourne (Australia) ancora la sua storia nella Lega la deve scrivere. Tuttavia, della breve esperienza sui campi da gioco del talento di 191 cm, qualcosa ci è già pervenuto. Nelle 11 partite giocate con i Blue Devils, Irving scrive 17.5 PTS, 1.4 STL, 4.3 AST. Movimenti armoniosi, classe innata, cambi di velocità spaventosi: se sa sfruttare le sue carte, può diventare una stella. Cleveland non ci pensa due volte e lo sceglie alla numero uno. Non sbaglia. Dipinge basket d’autore con appoggi a tabellone, crossover spezza-caviglie, canestri nel clutch time: sembra di vedere un veterano, ma è semplicemente un rookie. Lebron James capisce che è il momento giusto di tornare per poter aspirare in grande a Cleveland. Il duo Lebron-Kyrie rimane così alla storia come una delle coppie più produttive della storia NBA.

Proprio Kyrie Irving è un giocatore che non ha avuto bisogno dei primi anni di assestamento in NBA per poter mettere in mostra il suo talento. E’ quello che sta dimostrando Jayson Tatum, anche lui giovane sfornato da Duke nella classe Draft del 2017. Ed è quello che ci si aspetta da Zion Williamson, classe Draft 2019: we are waiting for you!

Road to Nba Draft 2019: Zion Williamson e Duke continuano a stupire

Road to Nba Draft 2019

Road to Nba Draft 2019 già cominciata per gli addetti ai lavori. Tra i più seguiti c’è Zion Williamson, che continua a stupire con Duke guidata da coach Krzyzewski.

Road To Nba Draft: R.J. Barrett e Zion danno spettacolo contro Indiana

Se DeAndre Ayton, Luka Doncic, Jaren Jackson Jr., Marvin Bagley III e Trae Young stanno stupendo sempre di più gli appassionati Nba in questa regular season, gli addetti ai lavori stanno seguendo da vicino la stagione in corso nella NCAA.

In particolar modo in quel di Duke University, coach Krzyzewski ha tra le mani ben tre delle possibili prime cinque scelte del Draft 2019: R.J. Barrett, Cameron Reddish e lo straordinario freshman Zion Williamson.

L’ala numero #1 di Duke in questo momento è croce e delizia della stagione dei Blue Devils, confermandosi anche nel match casalingo vinto la scorsa notte contro gli Indiana Hoosiers per l’ACC/Big Ten Challenge con il punteggio finale di 90-69.

La sua prestazione da 25 punti, 6 rimbalzi e 4 assist con un eccezionale 11/15 dal campo, insieme ai 22 punti, 9 rimbalzi e 1 assist messi a referto dal campione del mondo U19 R.J. Barrett, hanno messo in ginocchio Indiana sin dalle battute iniziali del match.

Al termine del match, lo stesso Williamson ha parlato della prestazione corale messa in mostra con l’ala canadese Barrett e il freshman Reddish.

Ecco le parole rilasciate da Zion ai microfoni di ‘Espn.com‘:

Quando ho visto che la palla cominciava ad entrare con continuità, ho detto ai miei compagni di continuare a spingere. Indiana si è sfiduciata e abbiamo sfoderato tutto il nostro potenziale in entrambe le fasi di gioco. In meno di un tempo ci siamo presi gli applausi del pubblico e vogliamo continuare a giocare in questa maniera anche nelle prossime sfide. Dobbiamo dimenticare in fretta la sconfitta contro Gonzaga”.

 

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From The Corner #20: Il ridicolo caso di Kyrie Irving

Kyrie Irving

Sta tenendo banco l’ultimo capitolo della “telenovela fatta franchigia” proveniente dall’Ohio.
La finale NBA appena trascorsa, per i Cavs, è di difficile lettura. Hanno si perso, ma sembrava abbastanza assodato già da tempo che così sarebbe andata a finire. Le basi per riprovarci in realtà ci sarebbe, basterebbe solo che nessuno spacchi il “giochino” creato fin’ora.
Sfiga.
Kyrie Irving se ne vuole andare.
Stupore generale.
Più che altro perché sembra una scelta totalmente senza senso, dato che dopo il piccolo matrimonio tecnico consolidato consolidato da LeBron James con D-Wade a South Beach, Miami, ha comunque partorito due titoli NBA.

Kyrie Irving

C’è comunque da fare delle considerazioni che ancora non sono assolutamente state toccate. Prima di tutto la motivazione: sconosciuta. Si abbiamo tutti sentito dire che vuole essere lui il primo violino, ma personalmente finchè non è il soggetto in questione ad ammetterlo, non mi mischio con questa soluzione fin troppo facile. Nessuno ha considerato che magari potesse aver già pianificato questo momento, finale 2017 vinta o persa che sia? Magari il rapporto col proprietario Dan Gilbert ha smesso semplicemente di funzionare, dato che anche quest’ultimo ha dimostrato di essere una persona di difficile lettura. O perchè non pensare che molto semplicemente non crede che i Cavs siano più da titolo, primo o secondo violino che sia?

Ovvio non sto mettendo la carne sul fuoco e passando la salsa senza il permesso dello chef, tanto più che dall’altro lato della barricata oceanica, tutto tace. Nessuna indiscrezione è venuta fuori tranne i soliti allenamenti del Micione col 23 in giro per gli States e la lista di squadre che farebbero contento l’ex playmaker di Duke University, con nomi come Minnesota e San Antonio.

Irving al tiro

Già, la lista!
Dimenticatevela: ad oggi le pretendenti sembra possano essere Phoenix, New York e Miami. Per Kyrie i Cavs non vogliono meno che Josh Jackson (che personalmente ADORO) o Carmelo Anthony. Da Miami invece si parla di Dragic e Justice Winslow. Magari non conviene così tanto ad Irving di andarsene, dato che con quelle tre squadre, per vedere i playoff deve minimo fare l’abbonamento a NBA League Pass.
Oltretutto secondo un recente studio, oltre alla possibilità di poter giocare playoff e finali NBA in via consecutiva dal 2014 al ’17, Irving ha anche più punti di media, più tiri ralizzati e più minuti giocati.
Magari non è il primo violino ma non mi sembra che gli vada poi così male.

Ovviamente i Cavs pensano bene proprio e magari, suppongo quindi non prendetela per certo, si rifiutano di stare alle richieste di un ragazzo. Per quanto milionario possa essere, ma sempre un ragazzo.

Ncaa March Madness: Duke vuole mantenere le attese anche quest’anno

Duke coach Mike Krzyzewski

Davvero interessanti sono i match che avranno luogo a Tulsa, in Oklahoma, per quanto riguarda regional EAST Ncaa.

BAYLOR – NEW MEXICO STATE

Partita non molto equilibrata quella tra i Bears e gli Aggies.I primi hanno disputato una stagione molto al di sopra delle aspettative di inizio anno, partendo con un 15-0 nella difficile BIG 12; è seguito un periodo di calo tuttavia è arrivato il secondo posto alle spalle di Kansas.L’attacco vive dell’inventiva di Lecomte (PG belga) e Johnatan Motley, insieme creano un asse veramente pericoloso.La grinta e l’atletismo fanno di Baylor la sesta difesa in tutta l’Ncaa. Pronosticare un accesso alle Final Four è molto difficile tuttavia il passaggio del turno è alla loro portata.

New Mexico ha vinto il torneo Wac e ha disputato una stagione tutto sommato positiva.Il giocatore che potrebbe spostare gli equilibri è Ian Baker, classe ’93, alla sua ultima stagione nel college.Viaggia ad una media di 16 punti e sa esaltarsi nei momenti decisivi.Il resto della squadra è poca cosa e difficilmente metterà in seria difficoltà Baylor, tuttavia le sorprese sono sempre dietro l’angolo.

SMU – USC

I Mustangs sono reduci da un’ ottima stagione con il record di 30-5.La stella della squadra è la SF Semi Ojeleye, leader offensivo e difensivo da 18 punti a partita.Attorno a lui gravita Brown, guardia classe’95, che viaggia sui 13 punti a partita.Posso puntare al passaggio del primo turno ma difficilmente potranno prolungare  più in avanti la loro corsa.

USC può essere considerata una vera mina vagante, ha concluso il torneo PAC-12 al quinto posto dando tuttavia filo da torcere alle grandi, UCLA su tutte.I giocatori più in vista sono la guarda McLaughlin e Chimezie Metu, PF  di notevole impatto difensivo.La partita con SMU sarà equilibrata ma probabilmente USC ha qualche freccia in più nel proprio arco.

I match che avranno luogo a Greenville , sempre per quanto riguarda il Regional East sono i seguenti:

SOUTH CAROLINA – MARQUETTE

South Carolina è stata decisamente sfortunata quest’anno andando a perdere alcuni giocatori chiave.Tuttavia i ragazzi di coach Martin hanno hanno portato avanti un processo di maturazione arrivando al quarto posto nel torneo SEC. PJ Dozier è la PG  titolare che sta alternando buoni momenti a periodi di buio totale, se accende la lampadina può far svoltare le partite di South Carolina con la sua classe.

Marquette ha disputato una stagione nella media senza particolari acuti. La squadra però è ben amalgamata sia difensivamente che offensivamente, con un gioco veloce e privo di riferimenti per gli avversari. La stella è Markus Howard, talentuosa SG classe ’99, che sta vivendo una stagione da 13 punti a partita con il 54% dalla linea dei tre punti.Entrambe le squadre possono sperare nel passaggio del turno tuttavia Marquette, per il livello di gioco collettivo, pare essere la favorita.

DUKE – TROJANS

Duke coach Mike Krzyzewski
Duke coach Mike Krzyzewski

Spesso candidata al ruolo di protagonista, Duke vuole mantenere le attese anche quest’anno.La squadra di coach Krzyzewski è una fabbrica di talento a cominciare da Jayson Tatum, probabile quarta scelta al draft. Kennard è un altro giocatore da tenere d’occhio con i suoi 20 punti di media a stagione; Greyson Allen, problemi comportamentali a parte, è un giocatore molto talentuoso che potrebbe approdare in NBA.Il passaggio del turno pare una formalità, l’approdo alle Final Four è quasi un obbligo.

I Trojans appaiono quindi la vittima sacrificale vista la loro non esaltante stagione (settimi nella Sun Belt). Il giocatore da tenere d’occhio in ottica futura è Jordon Varnado, SF classe ’97 molto forte fisicamente, viaggia a 16 punti a partita con buone percentuali anche da tre.

Mock Draft NBA: Jayson Tatum

Dopo aver esaminato le probabili prime tre scelte al prossimo NBA Draft 2017, andiamo ora a guardare i giocatori immediatamente sotto al podio. Ovviamente queste “classifiche” pre-draft sono indicative, delle buone prestazioni durante la March Madness (che seguiremo puntualmente con molti recap) potrebbero far alzare le antenne agli osservatori NBA.

Cominciamo quindi con Jayson Tatum, 19enne prodotto di Duke. Il college della Carolina del Nord ha disputato una strepitosa regular season con 27 vittorie e 8 sconfitte. L’ala piccola di St. Louis si è imposta nel panorama nazionale con prestazioni molto positive: viaggia alla media di  16.9 punti, 7.3 rimbalzi e 2.2 assist a partita. Tatum pare continuare quindi la tradizione di Duke, già terra di passaggio per giocatori affermati come Irving e Redick o astri nascenti come Okafor e Ingram.

Tatum è una SF di 203 cm per 93 kg dal buon tiro nel mid-range(50%) ma da un migliorabile 33% dall’arco. I tiri liberi sono molto buoni, si attestano sull’86 %. La sua caratteristica principale è quella di essere un giocatore molto efficace in isolamento, sia in post basso che in post alto: dopo aver creato spazio tra sé e l’avversario con una serie di finte, è capace di concludere con dei fadeaway o di attaccare il canestro sia da destra che da sinistra con ottimi risultati. Il suo gioco ricorda molto da vicino quello di Carmelo Anthony, soprattutto per quanto concerne la varietà di stili offensivi.

Punti di forza:

  • Eccellente atleta dai notevoli mezzi fisici, molto rapido in transizione.
  • Rimbalzista efficace con un grande tempismo nel salto
  • Giocatore eccellente in isolamento per la sua età e per la varietà di soluzioni con cui può concludere
  • Buon difensore perimetrale che può difendere su giocatori più piccoli o più forti fisicamente

Carenze:

  • Tiratore altalenante da 3 punti, non sembra avere molta confidenza nel suo tiro da quella distanza per ora
  • Migliorabile la visione di gioco: non cerca sempre il compagno più libero
  • Spesso i suoi tiri in post avvengono con un errato bilanciamento del corpo
  • Migliorabile la lettura dei pick n’roll offensivi e difensivi
  • Spesso si fa sorprendere dai tagli dei tiratori avversari

 

 

So you wanna be a star: Jayson Tatum

Ritorna puntualmente la rubrica dedicata agli astri nascenti del panorama cestistico a stelle e strisce. Questa volta gli occhi puntati su Jayson Tatum, giocatore dei Blue Devil di Duke, momentaneamente dato alla n°6 nel Mock Draft 2017.

Jayson Tatum.
Jayson Tatum.

 

 

DATI PERSONALI

Ruolo: Ala piccola

Data di nascita: 3 Marzo 1998

Altezza: 203 cm

Peso: 93 kg

Squadra: Duke University

Paragoni: Paul George

 

 

STORIA

Jayson Christopher Tatum nasce a St.Louis, Missouri. Da sempre considerato tra le migliori promesse del basket americano. Al liceo frequenta la Chaminade College Preparatory School. Nel suo anno da matricola mette a referto 13.3 punti e 6.4 rimbalzi a partita. Nel suo secondo anno liceale aumenta nettamente tutte le statistiche personali: 26 punti e 11 rimbalzi a partita. Nel suo anno da Junior, Jayson riceve la menzione nel secondo quintetto del Naismith Trophy All American. L’ultimo anno di high school è quello della consacrazione, la sua media realizzativa sale a ben 29.6 punti a partita, conducendo nella stagione 2015-16 Chaminade al secondo titolo nazionale.

Partecipa ai miglior eventi riservati ai migliori prospetti collegiali come il McDonald’s All American, Jordan Brand Classic e il Nike Hoop Summit. In estate Tatum presenzia all’AAU (Amateur Athletic Union) basketball con i St.Louis Eagles. Successivamente arriva il premio più prestigioso, venendo nominato Gatorade National Player of the Year, ossia miglior giocatore liceale dell’anno negli USA.

Con la nazionale statunitense vanta un mondiale under-17 nel 2014 e under-19 nel 2015.

Il 12 Luglio 2015 rende noto di aver scelto i Duke Blue Devils allenati da coach Mike Krzyzewski. Purtroppo un inizio di stagione abbastanza difficile, con un infortunio che non ha permesso a Tatum di esordire nel College Basketball per il momento, la diagnosi conferita è stata di due settimane di stop. Nelle prossime settimane vedremo come si comporterà il natio di St.Louis.

 

CHE GIOCATORE E’?

Jayson Tatum viene considerato da tutti come una delle maggiori promesse del basket USA, la sua trafila liceale parla da sè:è stato giocatore capace di dominare in lungo e largo, guidando la sua squadra al titolo nazionale. Certo il difficile viene adesso, confermarsi al college e divenire un top- prospect al draft non sarà cosa facile, specialmente per un ragazzo che ancora dimostra di essere poco maturo fisicamente (vedasi i problemi con Duke). Jayson Tatum dalla sua ha un vantaggio: coach K, che saprà sicuramente allevarlo per bene e sviluppare tutto il talento che il giovane si ritrova, così da renderlo un prospetto sicuro al prossimo Draft NBA.

Parlando delle sue caratteristiche fisiche e tecniche,  Tatum è un’ala versatile, sapendo giocare in svariati modi, sia da esterno che da interno. Ottimo tiratore dal perimetro e grazie al suo fisico è decisamente difficile da marcare in post. Grazie alla sua agilità e altezza lo rendono un cliente scomodo per gli avversari, sia in attacco che in difesa.

Atleticamente non è un giocatore fenomenale per esplosività e realizzazione al ferro, ma destinato certamente a migliorare attraverso un miglioramento fisico.

 

A CHI SOMIGLIA?

Per le caratteristiche tecniche un confronto più che onesto potrebbe essere quello con Paul George, stella degli Indiana Pacers, nonchè 10° scelta al draft 2010. Entrambi sono due ali molto duttili, con fisico slanciato, braccia lunghe e grande reattività, così da renderli anche degli ottimi difensori a rimbalzo.

Di certo il curriculum di George parla da sè ed il paragone che stiamo affidando al giovane Tatum è molto pesante, e ricordiamo che George arrivò nella lega in punta di piedi da  sconosciuto, al contrario proprio di Tatum, considerato da tanti anni un futuro prospetto NBA.

Ciò che servirà al freshman di Duke sarà un miglioramento fisico e muscolare, così da renderlo molto più solido e prorompente, consapevolezza nei propri mezzi e gestione tattica per riuscire a reggere l’impatto con il piano di sopra.

Chiamarsi MVP presenta Falling Stars: Le Stelle Cadenti della NBA

Le stelle cadenti non sono propriamente stelle, per definizione. Sono meteore che bruciano quando entrano in contatto con la nostra atmosfera, provocando scie luminose sorprendenti, bagliori tanto potenti quanto brevi, quasi più luminosi delle vere stelle.

Associando il concetto alla NBA è impossibile non ricordare giocatori che hanno brillato per un periodo breve ma intenso, mancando la definitiva “consacrazione”. Proprio come le stelle cadenti, ne sono passati tanti di questi talenti nella massima lega americana, ed in questa rubrica cercheremo di ricordarne alcuni, i più affascinanti (cestisticamente parlando).

Capitolo III: Grant Hill

“La cosa grandiosa dello sport è che devi misurarti con te stesso costantemente. Costantemente devi andare lì fuori e farlo.”

Parole sincere di Grant Hill, uno dei maggiori rimpianti nella storia del basket. Ciò che intende con “misurarsi” è decisamente diverso da quello che ogni altro giocatore NBA potrebbe intendere. La sua personale accezione del termine è estesa ai massimi livelli, questo perché nella sua carriera, Hill ha dovuto misurarsi persino con la morte (e non si enfatizza nulla, sia chiaro).

Le Origini

Grant Hill è gia famoso ancor prima di diventare il giocatore che conosciamo: suo padre Calvin, è stato una stella della NFL degli anni ’70 (Rookie dell’anno nel 1969) e sua madre Janet è un rinomato avvocato e consulente alla Casa Bianca poiché grande amica e compagna di stanza al college di Hillary Rodham Clinton (si, quella che tutti conoscete), nonché futura mentore di Michelle Obama. Grant cresce da privilegiato, con la cultura dello sport nel sangue, ma si differenzia dai compagni per una spiccata intelligenza e rapidità di apprendimento. I suoi genitori sono sempre stati molto apprensivi con lui, specialmente mamma Janet che lui si diverte a chiamare “il Generale” di casa. Entrambi non volevano che Grant giocasse a football. Infatti suo padre gli vieta di giocarci a livello scolastico fino alle superiori. Il suo primo sport preferito diventa il calcio, da bambino entra nella squadra del quartiere e vince anche il suo primo campionato statale. Gli piace perché ha una facilità di corsa e un’ottima coordinazione. Al contempo capisce che le stesse “doti” può applicarle anche alla pallacanestro. Così si avvicina al basket un pò per curiosità e soprattutto perché è sempre il più alto del gruppo, cosa che odia allo stesso tempo poiché i compagni lo obbligano a restare sotto canestro per fare i soliti lay up e facili stoppate. Lui invece si diverte a palleggiare, a dribblare gli avversari. É Papà Calvin a suggerirgli che una volta catturato il rimbalzo, avendo il possesso, avrebbe potuto portar palla e condurre il gioco a suo piacimento. Da lì nasce la passione per la palla a spicchi, che non abbandonerà per il resto della vita. Il problema è che non ha il canestro in giardino (le piante del “Generale” erano intoccabili), quello dei vicini è a vari isolati e può giocarci solo quando ci sono mentre ai playground può andarci ma solo quando ha il permesso dei genitori. Ma Grant è impaziente così ricorre al classico cestino della spazzatura montato in cima al garage e sfida il padre a togliergli la palla (ricordate sempre che papà Calvin è un “All-Star” del football, non proprio il solito impiegato con la sciatica). Proprio in quegli uno contro uno, Grant sviluppa quell’abilità di ball-handling che ha poi contraddistinto il suo gioco da professionista.

Grant Hill con suo padre Calvin.
Grant Hill con suo padre Calvin.

Play – Stop – Rewind

Un altro aspetto sorprendente della sua infanzia è la curiosità per i meccanismi della pallacanestro: già da piccolo, infatti si diletta a studiare le cassette delle partite che andava a vedere col papà, avendo imparato a farlo proprio da lui (Calvin riguardava le sue partite di football per ripetere i giochi da fare in campo). Ogni volta che nota una giocata interessante torna indietro col nastro. In questo modo impara a intuire le mosse degli avversari con largo anticipo, divertendosi a pronosticare col papà, gli esiti di una rimessa o di un attacco. A 13 anni, Grant passa dal giocare nel cortile di casa a misurarsi tornei della zona, affrontando in alcuni casi anche squadre di ragazzi già noti agli scout. Come quella volta in cui si ritrova contro Jalen Rose e Chris Webber, battendoli agevolmente. Suo padre comincia a notare il suo talento così subito dopo la partita lo sfida ad un uno contro uno al parco. Grant come sempre è riluttante, ma basta un po’ di trash talk del papà per convincerlo. La prima la vince Hill jr, anche se Calvin la prende molto easy, nella seconda decide di difendere sul serio ma Grant stravince comunque. A guardare la sfida, a sua insaputa, c’è Wendell Byrd, il coach della squadra di basket del liceo che andrà a frequentare l’anno seguente. Ma il ragazzo, anche se consapevole di sapersela cavare bene con la palla a spicchi, non ha ancora scelto cosa fare da grande e ha il terrore di diventare ulteriormente famoso e invidiato giocando nella squadra della scuola. Sono i suoi amici di sempre a convincerlo per fare il provino. Una volta in squadra, Grant comincia a mostrare le sue doti di rimbalzista e palleggiatore, segnando comunque già 10 punti a gara nel suo primo anno, cifre che poi diventeranno negli anni 18, 22, fino ai 25.5 punti di media nel suo ultimo anno di liceo, quando ormai già supera i 2 metri di altezza pur continuando a giocare da guardia. Le lettere di invito dei college fioccano, a volte ne arrivano venti in un giorno. Altro aneddoto divertente è quello in cui, dopo aver fatto il provino per l’Università del North Carolina, fa impazzire letteralmente Dean Smith che incredulo dice a suo padre: “Voglio questo ragazzo, già conosce alla perfezione i miei schemi, com’è possibile?” e papà Calvin, divertito, gli tira fuori la solita storia delle videocassette.

Indipendence Day: La Scelta Di Duke

Nella scelta del college i genitori hanno idee differenti, infatti Janet propende per Georgetown, Calvin preferisce l’Università del North Carolina di coach Smith. Grant mette d’accordo tutti scegliendo Duke. Per gli amici questo è il suo “indipendence day”, infatti il ragazzo si stacca definitivamente dai genitori e dà una nuova prova della sua intelligenza, asserendo che Duke possa offrirgli garanzie per diventare un atleta professionista e, qualora non vi riuscisse, anche un ottimo studente.

La verità è che Grant raggiunge entrambi gli obbiettivi. Infatti, nonostante gli ottimi risultati scolastici (si laureerà poi in Storia e in Scienze Politiche), guida la squadra a 2 titoli NCAA nel 1991 e nel 1992, e nel 1994, senza Hurley e Laettner (passati in NBA), riesce persino a riportare la squadra in finale praticamente da solo per poi perdere contro Arkansas. Nonostante la sconfitta vince il premio come miglior giocatore dell’anno (l’anno prima aveva vinto il premio di miglior difensore), è primo quintetto All-American nonchè il primo giocatore nella storia del basket collegiale a registrare almeno 1900 punti, 700 rimbalzi, 400 assist 200 rubate e 100 stoppate. Gli scout NBA lo inseriscono tra i migliori cinque prospetti per il Draft seguente.

Grant Hill in copertina per Beckett Future Stars.
Grant Hill in copertina per Beckett Future Stars.

Una Superstar A Detroit

Nel 1994, infatti, Grant Hill conquista la terza scelta assoluta del Draft da parte dei Detroit Pistons. La squadra rinasce dalle ceneri dei Bad Boys, col solo Dumars superstite. Hill esplode già al primo anno segnando quasi 20 punti a partita assicurandosi l’All Star Game e vincendo il premio di Rookie dell’anno (condiviso con Jason Kidd). E’ rapido, un ottimo penetratore, eccellente nel palleggio e assennato in difesa. Detroit ha trovato il suo nuovo giocatore franchigia. Così già nel suo secondo anno, i Pistons riescono a raggiungere i Playoffs, pur uscendo al primo turno. Nel suo terzo anno Grant migliora ancora le sue cifre chiudendo la stagione con oltre 21 punti, 9 rimbalzi e 7 assist di media. Finisce terzo nelle votazioni per l’MVP del 1997, arrivando dietro solo a Michael Jordan e Karl Malone. Grant Hill si afferma come grande all-around player, con Pippen diventa uno dei primi esempi di point-forward del basket moderno, un’ala piccola che crea gioco, segna e difende allo stesso tempo. Sfortunatamente, scelte dirigenziali molto discutibili condizionano l’andamento della squadra, che spesso fatica a raggiungere i Playoffs. Nella stagione 1999-2000 Hill gioca la miglior pallacanestro della sua carriera, migliora molto anche nel tiro e segna quasi 26 punti a partita. Ha degli attimi di autentica onnipotenza cestistica, una superiorità fisica e mentale disarmante, come in occasione di una gara a Miami, in cui prima si strattona con Alonzo Mourning (non proprio il tipo di giocatore con cui vorreste stare lì a discutere sotto canestro) per poi “posterizzarlo” subito dopo, con una schiacciata di pura cattiveria. Contemporaneamente emergono in squadra anche altri giovani come Jerry Stackhouse, che supera i 20 punti a partita conquistando con Hill la convocazione all’All Star Game e Jerome Williams, the Junkyard Dog, abile in difesa e nei rimbalzi. Purtroppo, appena prima dei Playoffs, Grant Hill subisce un grave infortunio alla caviglia che lo condizionerà per il resto della carriera. Cerca di tornare nella serie contro gli Heat, ma in questo modo non farà altro che peggiorare l’entità del danno.

Il Periodo Buio

Durante l’estate viene ceduto ai Magic, con cui firma un maxi-contratto da 93 milioni in 7 anni. Ad Orlando vogliono riportare la franchigia nell’elite del basket NBA, firmando addirittura anche Tracy McGrady. Proprio quello che dovrebbe essere l’apice della sua carriera diventa il periodo più brutto della sua vita: nonostante i vari tentativi, non riesce a risolvere il problema alla caviglia. Ci prova una volta per tutte nel marzo del 2003, dopo aver giocato solo 57 gare nei suoi primi 3 anni in Florida, decidendo di procedere ad una delicata operazione di frattura volontaria e riposizionamento dell’osso all’interno del piede. Cinque giorni dopo l’operazione Grant Hill manifesta febbre oltre i 40 gradi e convulsioni. I medici lo ricoverano immediatamente, scoprendo che l’atleta ha contratto un’infezione da stafilococco. In questi casi la malattia diviene pericolosa quando il batterio riesce ad aggredire aree profonde dell’organismo. Se raggiunge il sangue o le articolazioni già viene riconosciuta come emergenza grave. Nella situazione di Grant, per via dell’operazione, il batterio ha raggiunto addirittura le ossa: i medici informano la famiglia che Grant Hill è in situazioni critiche: sta lottando per la vita. Viene intubato per una settimana, è assistito h24 e tenuto sotto stretta osservazione. Per fortuna resiste all’infezione, ma per curare la malattia necessita di tre cicli di antibiotici endovena ogni giorno. Così resta in terapia per 6 mesi, saltando ovviamente tutta la stagione 2003/2004. Eppure il destino continua a rivoltarglisi contro. Nell’estate del 2003 a sua moglie Tamia, nota cantante americana, viene diagnosticata la sclerosi multipla a soli 28 anni. E’ buio pesto nella sua vita, ma riesce ad aggrapparsi alla sola cosa che può fargli luce: la speranza. Grant continua a pensare positivo.

Hill durante l'infortunio.
Hill durante l’infortunio.

Arrendersi Mai: Come Salvarsi La Vita

Nonostante tutti i suoi problemi fisici, aiuta e sostiene sua moglie in tutte le cure e i controlli necessari. Persino sua madre Janet, il Generale, non riesce a spiegarsi da dove riesca a prendere tutta questa forza. Grant dichiarerà che in quel momento non considerava nemmeno il suo infortunio, poichè la sua caviglia sana o malata non gli avrebbe impedito di continuare a vivere per sostenere sua moglie: “Che possa giocare altri 10 anni o un solo altro giorno, al momento non m’interessa. Nella vita ci sono cose più importanti che tirare un pallone in un canestro”. Hill diventa un esempio per tutti anche fuori dal campo, nonostante la sua carriera ancora non sia conclusa. Continua le iniezioni di antibiotici, continua le cure in piscina e in palestra, ma lo fa sempre restando vicino a sua moglie. Persino durante le vacanze, Grant decide di non abbandonarla nemmeno un secondo, facendo venire il suo coach di tiro e il suo personal trainer direttamente a casa. Il General Manager dei Magic all’epoca, John Gabriel, racconta: “Ha sempre avuto il sorriso in quei momenti che sarebbero stati terribili per chiunque, le sue giornate duravano il doppio delle nostre, da quando entrava in piscina alle 6 del mattino, a quando procedeva alle sessioni di atletica il pomeriggio, a quando restava sveglio fino a notte fonda al fianco di Tamia. Non ha mai dato un cenno di abbattimento, non si è mai chiesto perché.”

Ancora oggi Grant afferma: “Emotivamente non so se sarei capace di superare nuovamente quel periodo e sinceramente non so nemmeno come ci sia riuscito”.

Il Ritorno In Campo

Finalmente torna in campo nel 2004 e sembra il Grant Hill di un tempo, anche se tira molto di più e penetra molto di meno. Nel mese di Novembre viene eletto giocatore della settimana e più tardi verrà votato dai fan come titolare nell’All Star Game del 2005. Ma già nella stagione successiva, ricominciano gli infortuni: un’ernia gli impedisce di giocare e i medici temono che a lungo andare possa ledere nuovamente la sua caviglia a causa di un’eventuale distribuzione errata del peso durante la corsa. Così ritorna sotto i ferri e gioca solo 21 gare. Gli infortuni continuano e il contratto gli scade nel 2007. Hill pensa seriamente di ritirarsi, ma gli arriva la chiamata dei Phoenix Suns che lo convincono a continuare a giocare, promettendogli un’equipe medica solo per lui e i migliori consigli per evitare altri infortuni. Grant si convince e con i Suns ritrova la serenità nello stare in campo. Il minutaggio è notevolmente ridotto, ciò nonostante assicura alla squadra sempre più di dieci punti a gara.

Una nuova carriera a Phoenix

Nella stagione 2008/2009 riesce addirittura a giocare tutte le 82 partite della stagione. Più volte elogerà il Medical Center dei Suns, affermando che proprio in quegli anni aveva imparato a gestire meglio il suo corpo e a capire che spesso la causa dei suoi infortuni non era insita in ossa malandate o tendini deboli, ma piuttosto in posture sbagliate, problemi che trovavano origine in parti del suo corpo che nemmeno considerava. La ritrovata integrità fisica gli dà fiducia e proprio questa serenità gli permette di diventare un punto di riferimento nello spogliatoio. Nel 2010 riesce per la prima volta a vincere una serie nei Playoffs, arrivando addirittura a conquistare le Finali di Conference, perse contro i Lakers che poi vinceranno il titolo. Viene inserito nella lista dei 10 atleti più intelligenti del pianeta dalla rivista Sporting News. Continua a giocare per il semplice gusto di farlo, gli era mancato tanto il parquet, così decide di smettere solo nel 2013, alla soglia dei 41 anni.

Grant con i Suns in Finale di Conference contro i Lakers.
Grant con i Suns in Finale di Conference contro i Lakers.

Un Uomo Di Successo

Dopo il ritiro diviene uno dei massimi portavoce dell’organizzazione no-profit STOP MRSA Now!, per cui tiene annualmente discorsi sulla prevenzione e sul pericolo dell’infezione da stafilococco.

E’ diventato, inoltre, presentatore televisivo per conto di NBA TV, sostituendo Ahmad Rashad nella trasmissione NBA Inside Stuff. Nel 2014 dona 1 milione e 250 mila dollari alla Duke University, da destinare alle strutture atletiche, alla ricerca per la scienza e all’accademia delle arti.

Nel 2015 diventa comproprietario degli Atlanta Hawks, prendendo parte alla cordata che rileva la società per 850 milioni di dollari.

Sua moglie Tamia combatte ancora la malattia, ma ultimamente ha dichiarato che i sintomi sono in calo e curandosi abitualmente la tiene sotto controllo.

Grant Hill, oggi, è un uomo felice e di successo, ha dimostrato di saper superare tante sfide nella sua vita che nemmeno aveva messo in conto di dover fronteggiare.

…What If?

Di certo, a volte si fermerà per un attimo a pensare a quello che avrebbe potuto realizzare in quei quattro anni che il destino gli ha rovinato, quando era al massimo della sua forma, in quello stato di onnipotenza cestistica paragonabile ai più grandi di sempre, sarebbe davvero diventato il nuovo Michael Jordan?

In molti a Detroit sarebbero pronti a giurarvelo, cercherebbero in tutti i modi di provarvelo, un pò come quelli che dopo la notte di San Lorenzo vogliono convincervi di aver visto la stella cadente più bella della loro vita, ma puntualmente non riescono a filmarla. Come è difficile crederlo, ma quanto è affascinante provarci allo stesso tempo?

Se vi siete persi gli ultimi capitoli di Falling Stars – Le Stelle Cadenti della NBA, cliccate sulle anteprime in basso:

Lettera d’addio di Brandon Ingram, pronto per il draft

La stella di Duke University Brandon Ingram si è dichiarata ufficialmente eleggibile per il draft 2016, scrivendo una lettera d’addio al ‘The Players Tribune’.  La sfida tra lui e Ben Simmons per la prima scelta assoluta è ancora aperta, anche se lo stesso Ingram è in vantaggio nelle attuali previsioni.

Nella lettera, il giocatore ha ringraziato il suo coach, i compagni e i tifosi. Ecco uno stralcio delle sue parole: “Oggi mi dichiaro ufficialmente eleggibile per il draft NBA. Se ripenso al mio anno a Duke, la prima cosa che mi viene in mente è la telefonata di coach K (Mike Krzyzewski ndr), un giorno che non mi scorderò mai. Il coach era seduto al tavolo, di fronte a me. Ricordo quanto era calmo. Mi è piaciuta subito questa sua caratteristica, poi abbiamo incominciato a parlare di pallacanestro.”  Il testo è molto lungo e continua spiegando come Krzyzewski lo abbia aiutato nella crescita tecnica e mentale. Ovviamente un ringraziamento per i compagni di squadra, supportes e infine per i parenti.

Il futuro sembra roseo per il talento classe 1997. La sua stagione da rookie in NBA è alle porte, in estate si allenerà e si metterà in mostra agli scout delle dirigenze delle franchigie; essere la scelta numero uno o la due, cambia relativamente, il punto è che presumibilmente si troverà in una squadra in ricostruzione che avrà a che fare con dei problemi, perciò il tempo di adattamento dovrà essere rapido, per dimostrare a tutti quanto può essere forte e determinante già da subito.

Ingram ha viaggiato a 17.3 punti, con il 41% da 3, 6.8 rimbalzi, 2 assist, 1.4 stoppate e 1.1 rubate a partita.  Il tutto in 34.6 minuti di media a gara. Con Duke però non è riuscito ad arrivare fino in fondo nel torneo NCAA, perdendo contro Oregon alle Sweet 16: nella partita in questione ha segnato 24 punti e catturato 5 rimbalzi, che però non sono bastati per vincere.

Ingram ha sorpassato definitivamente Simmons per il prossimo draft?

Il nuovo giocatore entrato nella scuderia di Rich Paul, già agente di LeBron James, John Wall, Tristan Thompson e molti altri, è Ben Simmons. Il giovane talento di LSU però nelle ultime settimane pare abbia perso la prima scelta del prossimo draft in favore di Brandon Ingram.

Una delle guide al draft più attendibile è DraftExpress.com, che ormai da tempo ha messo stabilmente il prodotto da Duke come prossima first pick. L’australiano quindi ha deciso di affidarsi a un agente molto abile per provare a rientrare nelle grazie di tutte le franchigie NBA, così da poter riscavalcare Ingram.

Bisogna dire che tutte le previsioni dei draft fatte prima della lottery lasciano un po’ il tempo che trovano, perchè per quanto riguarda le primissime scelte ci si può anche far affidamento (con le dovute precuazioni), quando invece si passa alle successive sono da tener conto le necessità di roster dei vari team. Da molti scout, come riportato da nbcsports.com, Simmons viene considerato come il giocatore con più potenziale tra i due, quello che potrà arrivare al livello dellele superstar della lega, ma anche quello su cui bisogna lavorare di più. I paragoni con il King e Magic non sono stati appropriati per un 19enne che deve migliorare molto. Sempre secondo la stessa fonte, il lavoro che dovrà essere fatto su Brandon è più di tipo fisico e questo lo fa ritenere il prospetto su cui investire, perchè nel medio periodo potrebbe diventare un giocatore fondamentale per le sorti di una franchigia.

I risultati, o meglio le prestazioni, della March Madness, influiranno notevolmente nelle preview, che per adesso dopo i due già citati, per Draft Express, in top 10 vedono:

  1. Brandon Ingram, Duke
  2. Ben Simmons, LSU
  3. Dragan Bender, Maccabi Tel Aviv
  4. Jaylen Brown, California
  5. Kris Dunn, Providence
  6. Jakob Poeltl, Utah
  7. Jamal Murray, Kentucky
  8. Henry Ellenson, Marquette
  9. Buddy Hield, Oklahoma
  10. Skal Labissiere, Kentucky