I Dallas Mavericks cercano acquirenti per Harrison Barnes e Dwight Powell?

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Ore di riflessioni a Dallas, tre giorni dopo la trade che ha portato il lettone Kristaps Porzingis alla corte di Luka Doncic e coach Rick Carlisle.

 

Come riportato da David Lord di 247sports.com, i Dallas Mavericks “sarebbero pronti a ricevere chiamate per Harrison Barnes e Dwight Powell“, in vista della trade deadline del prossimo 7 di febbraio.

 

L’obiettivo dei Mavs? La più classica delle operazioni di salary dump. Nella prossima off-season i Dallas Mavericks dovranno affrontare il rinnovo contrattuale del neo-acquisto Porzingis.

 

Nelle ore successive alla trade “KP” si è detto disponibile a rinviare la questione sul rinnovo contrattuale alla stagione 2019\20, dicendosi disposto a giocare il prossimo anno a Dallas accettando la “qualifying offer” da 4.5 milioni di dollari.

 

 

Difficile, nonostane l’ostentata buona volontà, pensare che Porzingis possa davvero rinunciare ad un’estensione contrattuale da 158 milioni di dollari per la quale l’ex Knicks sarà eleggibile a partire dal prossimo 1 luglio, per affrontare una free agency da unrestricted free agent l’anno successivo.

 

Per arrivare a Porzingis, i Dallas Mavericks hanno accettato di accollarsi gli onerosi contratti di Courtney Lee (2 anni e circa 25 milioni di dollari) e soprattutto Tim Hardaway Jr (3 anni e circa 54 milioni di dollari, player option sull’ultimo anno e trade kicker del 15% tra 2019 e 2020).

 

Per la prossima stagione, Harrison Barnes e Dwight Powell saranno invece a libro paga per rispettivamente 25 (player option per Barnes) e 10.2 milioni di dollari (altra player option per Powell). La probabile estensione contrattuale di Kristaps Porzingis occuperà per intero lo spazio salariale disponibile in estate per i Mavericks, ed i contratti di Hardaway e Lee saranno difficilmente trasferibili a partire da fine giugno.

 

I Dallas Mavericks hanno da giovedì ufficialmente affidato il proprio futuro e le proprie fortune alla coppia d’oro Doncic-Porzingis. Mark Cuban ed il General Manager Donnie Nelson potrebbero decidere da qui a giovedì prossimo di andare alla caccia di contatti in scadenza immediata per Harrison Barnes e\o Dwight Powell, nel tentativo di riacquisire parte dello spazio salariale “ipotecato” per i nuovi arrivati Lee, Hardaway e Porzingis.

Mavs: l’importanza di seconde linee e panchina

Che i Mavericks siano in leggera risalita lo sappiamo; che il futuro sia tutto un’incognita anche, così come siamo consapevoli che di talento di base ce n’é eccome. Ma in questo caso vorremo soffermarci su un altro aspetto dei Texani: il ruolo molto importante che stanno avendo le seconde linee, seppur in questa stagione così traballante.

Si, è vero: il ritorno ad una buona forma e ad un livello di gioco accettabile (o anche solo la fine di un infortunio) dei vari Williams, Matthews, Dirk, ecc. ha inciso per un buon 75%, probabilmente, ma questo comunque non basta per spiegare le 5 vittorie nelle ultime 7 sfide: Suns, Wolves, Bulls, Lakers e Knicks sono le più recenti vittime dei ragazzi di Carlisle, ragazzi alla disperata rincorsa di quell’ottavo posto sinonimo di Playoffs.

Ma torniamo a noi, e più precisamente soffermiamoci sull’ultimo game, quello contro i NY Knicks, vinto da Dallas per 103-95. Prefazione: la stessa partita, giocata il 14 Novembre, fu per i Texani una mezza ecatombe: tanti infortunati, gioco assente, sconfitta con soli 77 Pts messi a referto e una differenza finale di -16 (contro un team non proprio di primissimo livello). Tristezza infinita per fans e giocatori. Ora mettiamo a confronto questi dati con quelli della notte: 103 punti fatti, (nonostante qualche cambio di lead in corsa) ogni parziale chiuso in vantaggio, 4 giocatori in doppia cifra; e tutto questo nonostante le assenze di Matthews (problema fisico), Barea (ennesimo infortunio che lo terrà fuori ancora per un pò) e Mejri (coach decision).

E’ proprio da questi elementi che si può apprezzare l’apporto di chi viene chiamato in causa solo ogni tanto, a seconda delle necessità, di queste seconde linee che devono adattare il proprio gioco in base al momento delle partita. Ma vediamole più in dettaglio.

Seth Curry:

Re indiscusso di questa categoria, vero colpaccio dei Mavericks in questa stagione; arrivato in punta di piedi e senza nessuna aspettativa particolare, ha saputo da subito conquistare tifosi e coach grazie alle ottime prestazioni. Nell’ultimo mese, complici i risultati di squadra in risalita, la sua fiducia è ancora aumentata, rendendolo davvero difficile da gestire per qualunque avversario. Contro i Knicks, in ben 34 minuti giocati (anche a causa del problema fisico che ha colpito DWill nel primo tempo) ha messo a segno 20 punti, 5 rimbalzi, 3 steals e 1 blocco, tirando con il 42% dal campo e con un +/- di +13. Determinante.

Questa è senza dubbio la sua stagione migliore in carriera; il ventiseienne di Charlotte sta costantemente aggiornando le sue statistiche, divenendo pedina imprescindibile nelle rotazioni. Nei 10 game finora disputati a Gennaio ha tirato con medie di oltre il 50% sia dal campo che dall’arco, facendo (quasi) svanire i bruttissimi ricordi di tutti riguardo il primo mese e mezzo di RS. Coach e Cuban dovranno essere lungimiranti e fare in modo che il talento di Curry resti in Texas ancora per un bel pò.

Lo splendido “Behind the back pass” di Curry per Finney-Smith contro i Kings

Dorian Finney-Smith:

Nome sconosciuto ai più, ha iniziato la sua avventura in NBA, tra i grandi, proprio in questa annata; ragazzo giovane (23 anni) scelto dalla dirigenza per infoltire la panchina. Però, come sappiamo, la salute fin troppo cagionevole di tanti giocatori ha costretto Carlisle ad utilizzarlo più del previsto. E lui non sta deludendo le aspettative. Affatto. Dotato di spiccata personalità e zero timori, su quel parquet sa farsi sentire; giocando 21 minuti di media, in questa sua prima stagione, sta tirando con un buon percentile sia dal campo (oltre 40%) che da 3 (34%). Ma non sono tanto questi numeri a gratificare, quanto soprattutto la sua costante “presenza” in campo, intesa come intelligenza, intensità, impegno. Se il suo ruolo doveva essere nettamente più marginale, ora si ha la prova che Finney-Smith può tranquillamente essere considerato più di un gregario di bassa categoria, senza alcun dubbio. Ed è solo alla prima season..

La slam dunk di Finney-Smith su Hield

Justin Anderson/Dwight Powell:

The Magic Duo, la coppia di ragazzotti sfrontati che calcano i parquet già dall’anno scorso e che gli appassionati hanno già imparato a conoscere. Ma se fino al recente passato spesso i tifosi storcevano il naso nel vedere le (tante) mancanze, questi primi mesi ci stanno dimostrando altro. Powell sta entrando in campo sempre più spesso e sempre più a lungo, le capacità difensive sono in miglioramento (soprattutto sotto canestro, dove ha dimostrato di essere un buon bloccatore), e va via via affinandosi l’affiatamento con i compagni (più di una volta si è avuta l’occasione di vederlo schiacciare alla grande grazie a ottimi assist dei compagni).

Ancora più avanti di lui c’è Anderson; ventunesima scelta al draft del 2015, arrivò a Dallas carico (e caricato) di aspettative. La prima stagione in Texas è stata un mix di luci e ombre, con il giocatore impiegato poco e senza che riuscisse a dimostrare granchè; quest anno, dopo l’inizio traballante di tutti, sta ingranando tutta un’altra marcia. Suo punto di forza numero 1 è la grande atleticità: saltatore eccellente (i tifosi ancora ricordano il suo block spettacolare su Ariza, la scorsa stagione) e buon difensore, anche il suo numero di segnature è in salita. Contro i Lakers ha fatto registrare 19 Pts con percentuali top, mentre nell’ultima sfida contro New York lo score si è fermato a 11.

Ma, come sempre, il limitarsi a descrivere o caratterizzare un giocatore solo dai numeri è più dannoso che utile; il vero cambiamento lo si vede nel suo atteggiamento corporeo, in campo, cioè dove i numeri non possono arrivare. Entrambi devono senza dubbio crescere ancora (e il tempo non manca di certo), ma le premesse per essere pedine importante ci sono al 100%, soprattutto nella costruzione dei Mavericks che verranno.

Lo splendido Block di Anderson su Ariza

Menzione d’onore: Nicolas Brussino

Argentino, classe 1993, arrivato ai Mavs nel 2016 da undrafted, titolare fisso nella sua nazionale. Siamo onesti: NESSUNO di noi, dal semplice tifoso al conoscitore profondo di Dallas, avrebbe scommesso 1 solo centesimo su questo ragazzo. Nessuno, me compreso. Ma ho dovuto ricredermi, così come hanno fatto dirigenza e coach scegliendolo per il Roster ufficiale dopo le partite estive. Rick Carlisle ha detto di lui

è davvero un bravo ragazzo, oltre che un buon giocatore; mi ha impressionato, non si tira mai indietro e merita la fiducia di tutti.

Prova di questa stima è che (piccola curiosità, nda) lo scorso Thanksgiving Brussino lo ha trascorso proprio a casa dell’head coach. Impiegato pochi minuti (forse troppo pochi..), quando chiamato in causa sa dimostrare il suo potenziale; conto LA, restando in campo per soli 12 primi, ha messo a segno 8 punti, con 3/4 dal campo e 2/3 dall’arco, oltre a 2 rimbalzi. Forse non prontissimo a livello di struttura fisica per una lega tosta come l’NBA, ha comunque fatto vedere più di una cosa positiva, dimostrandosi elemento importante tra le seconde linee di Dallas.

Brussino in azione contro i New Orleans Pelicans

La squadra di Cuban potrebbe quindi avere un’arma in più per cercare di arrivare ad occupare l’ultimo posto disponibile per la post season: proprio quelle riserve, quei “jolly” che stanno dimostrando caparbietà, buone qualità e volontà di crescere e mettersi in mostra. E se tutto ciò non dovesse bastare.. Beh: sarebbe comunque una gran bella base da cui ripartire.

Mavericks: una boccata d’aria la vittoria contro i 76ers

L’orologio segna 7 minuti e 35 secondi da giocare nel secondo quarto e nella testa dei fans dei Dallas Mavericks comincia a serpeggiare un pensiero: subire una bruciante sconfitta contro i Philadelphia 76ers. Invece poi l’inerzia della partita comincia lentamente ad essere presa in mano dai padroni di casa, vincendo la partita con un sonoro 129 – 103. La vittoria, come sottolineato da Akshay Mirchandani, di mavsmoneyball.com, è la prima in stagione  con un distacco così grande, dopo che i texani venivano da diverse partite, perse e vinte, punto a punto.

Wesley Matthews
Wesley Matthews

In tutto ciò Dirk Nowitzki è diventato il sesto uomo nella lega con 29.000 punti segnati, grazie a un fantastico tiro da dietro l’arco all’inizio del terzo quarto. Il tedesco, però, non ha solo aggiunto un altro record alla sua bacheca. Dopo aver segnato con un 39.5% nelle ultime 10 partite, ha concluso la partita con 18 punti con il 55.6% da tre, 7 rimbalzi e una palla rubata. Non solo il tedesco ha ritrovato la forma: anche Wesley Matthews ha dimostrato lampi delle qualità per le quali la dirigenza texana lo ha voluto fortemente. Dopo la partita contro gli Orlando Magic, in cui aveva segnato appena 5 punti con un penoso 2 su 10, l’ex Portland Trail Blazers ha condotto i Mavericks con una prova da 21 punti, grazie ad un 8 su 12 al tiro. Il fatto interessante è che i primi tiri segnati siano stati tutti presi dal mid range, seppur per le sue caratteristiche, con cui si è fatto notare, la sua posizione ideale sia dietro l’arco. Indipendentemente da ciò, per l’head coach Rick Carlisle, la prestazione vista questa sera non è che la speranza che il giocatore possa nuovamente ritornare a brillare e a condurre i suoi compagni di squadra.

Se da una parte Matthews e Nowitzki hanno brillato per le loro qualità offensive non si può dire lo stesso per quello che riguarda la difesa sui lunghi avversari. Jahlil Okafor spesso è stato circondato dalle maglie texane, ma con la sua fisicità non ha avuto grandi difficoltà a segnare ben 31 punti nei 32 minuti concessigli. È infatti sorprendente quanto i Mavs abbiano grosse difficoltà nel dover marcare i centri avversari dotati di fisicità e di atletismo. La coppia Nowitzki –  Pachulia non ha funzionato questa sera, con il tedesco che spesso non riusciva ad esser abbastanza veloce e l’ex georgiano che soffriva terribilmente gli avversari atletici come Okafor. Dalla panchina Dwight Powell subiva troppo il matchup con Okafor/Noel lasciando solo Salah Mejri il compito di fermali con JaVale McGee indisponibile.

Tutto sommato i Mavericks hanno giocato una buona partita, riuscendo a tirare fuori lampi di brillantezza e gioco che si credevano perduti. In ottica playoff questi momenti sono assai importanti, ma va considerato che sono stati ottenuti contro dei non proprio irresistibili 76ers

Mavericks: la giusta scelta dopo la trade deadline

Dando una rapida occhiata al NBA e con maggior attenzione alla Western Conference, si può notare un unico grande fattore: un elevata competitività racchiusa in poche squadre: i Golden State Warriors, i San Antonio Spurs, gli Oklahoma City Thunder e i Los Angeles Clippers. In mezzo a loro però vi sono anche i Dallas Mavericks che in questa stagione stanno facendo buone cose. Certo, dopo la partita inaugurale contro i Phoenix Suns, per molti, non ci si aspettava una stagione di questo calibro. Eppure, dopo un avvio lento e sconcertante per alcuni (Houston Rockets e New Orleans Pelicans), i Mavs sono stati in grado di tirare fuori un’alchimia assai interessante che li ha portati al 6 posto nella conference di ferro. Va anche precisato che i Mavs nell’ultimo periodo non hanno compiuto grandi movimenti nell’ottica mercato: dai fallimenti dei free agent durante l’estate, alle scelte sbagliate ai Draft per non citare l’orribile trade per Rondo, ma in tutto ciò sono riusciti ad non affondare in acque agitate.

Dwight Powell
Dwight Powell

Come evidenziato da Josh Bowe, di mavsmoneyball.com, dopo la trade dead line i Mavericks non avrebbero potuto imbastire alcunché per divenire una seria minaccia nel impetuoso ovest. Dwight Howard o Al Horford, infatti, non sarebbero riusciti in alcun modo ad aiutare la causa dei texani, considerando il fatto che la squadra sarebbe dovuta essere smontata per arrivare a uno solo di loro due. Sicuramente i grandi obiettivi, che la dirigenza vorrà firmare, saranno liberi da ogni vincolo contrattuale solo in estate quando le cornette cominceranno a surriscaldarsi per liberare il roster per degli aggiustamenti minori, ma soprattutto per tenere Dwight Powell e Justin Anderson. Questi due, infatti, rappresentano i due migliori giovani in casa Mavs negli ultimi dieci anni. Il tentativo, di fatto, di scambiare questi due giocatori per avere una buona serie contro i Clippers ai playoff o divenir la 4 testa di serie, non avrebbe pagato i dividendi nel futuro.

Certo alcuni movimenti avrebbero fatto sicuramente comodo, come le voci che si rincorrevano su una possibile trade per Ben McLemore, ma il sacrificio dei due giovani talentuosi sarebbe stato un prezzo troppo alto da pagare. Dal canto loro i Mavericks, quest’anno, si sono fatti notare nell’ultima giornata di trade, proprio non apportando cambiamenti al roster che sta cominciando a trovare la giusta alchimia. Alchimia che sarà assai rilevante quando i giochi si faranno più infuocati e dove non solo il talento basterà.

Cosa ha significato per i Mavericks la settimana appena trascorsa?

È finalmente terminata questa settimana a dir poco infernale per i Dallas Mavericks che li ha visti affrontare i Cleveland Cavaliers, gli Oklahoma City Thunder, i Chicago Bulls e i San Antonio Spurs. Il risultato finale di questa serie di incontri è stato di una sola vittoria rimediata con i Bulls (83 – 77) a seguito di tre sconfitte, di cui due con un risultato impietoso per i giocatori allenati da Rick Carlisle ( 89 – 108 contro i Thunder e 83 – 112 nella partita di questa notte contro gli Spurs). Proprio per l’head coach queste partite hanno insegnato qualcosa di importante e fatto risaltare alcuni aspetti del suo gioco.

Chandler Parsons
Chandler Parsons

Nella vittoria contro i Bulls, Chandler Parsons si è dimostrato essere la chiave di volta per i Texani. Dopo i primi due quarti inconsistenti, nel terzo e nell’ultimo quarto della partita è riuscito a segnare 8 punti, con un discreto 4 su 9 al tiro, ma soprattutto è riuscito a guidare i suoi compagni con degli ottimi assist. Grazie a Bobby Karalla, di mavs.com, si è notato che, numeri alla mano, i Mavs riescono ad imporsi meglio sugli avversari di turno quando Parsons gestisce la palla per smistare assist ai compagni.

JaVale McGee sembra che cominci ad essere il giocatore che tutti speravano divenisse. Nella partita di questa notte contro gli Spurs, l’ex Denver Nuggets è riuscito a portare sul campo una buona dose di atletismo che si è fatta notare specialmente quando è stato fatto sedere (17 – 2 il distacco preso dai ‘cugini’ texani in sua assenza). A causa della restrizione dei minuti concessi, McGee non ha potuto giocare continuativamente, ma con un Zaza Pachulia da 5 come starter, il n.11 dei Mavericks potrà divenir ben presto il ‘big man’ di riferimento per i suoi compagni, quando i titolari si dovranno riposare.

A fronte di queste note positive vi sono degli aspetti particolarmente negativi emersi in questa settimana. Charlie Villanueva sicuramente non è più il giocatore ammirato qualche anno fa e la sua presenza in campo fa registrare un plus/minus di – 69 dal primo dicembre. Decisamente troppo poco, visto l’insorgenza di dubbi nei fans dei Mavericks a riguardo se sia il caso di farlo uscire dalle rotazioni. A riprova di tutto ciò, nella partita vinta contro i Bulls, nei suoi 3 minuti di permanenza sul campo è riuscito ad avere un +/- di – 6.

Dwight Powell
Dwight Powell

Un vecchio detto recita “Devi essere veloce, ma non avere fretta” e al momento calza perfettamente per Dwight Powell. L’ex Boston Celtics è pronto per giocare in NBA, ma per quel che riguarda la parte offensiva del gioco appare ancora acerbo. Il giocatore, infatti, tende a voler affrettare ogni azione con la conseguenza di perder numerose palle e con % al tiro sicuramente orribili: 28% nel 2016 e il 35% nelle ultime dieci partite.Impalpabile.

A concludere l’analisi di questa settimana è da far una riflessione sulla difesa, specialmente quella vista questa notte contro gli Spurs. Troppo poco ritmo, aiuti ai compagni che lasciano spaziature troppo appetitose per non essere sfruttate da parte dei tiratori sull’arco, rimbalzi offensivi che scarseggiano, portano a subire divari sempre più importanti nell’andamento delle partite con sconfitte dure da digerire

È innegabile che quattro partite con avversari degni di nota possano comportare delle sconfitte, ma se giocate in questo sistema, i Playoff cominceranno a divenir solo che un pallido miraggio

Mavs, i giovani talenti che non ti aspetti: Justin Anderson e Dwight Powell

I Dallas Mavericks sono famosi per non conoscere cosa significhi la parola ‘sviluppo’. Negli anni passati hanno considerato spesso il progetto rookie irrilevante, preferendo firmare free agent con già qualche anno di esperienza sulle spalle. Tuttavia sembra che il vecchio metodo stia per essere abbandonato. Come riportato da Doyle Rader, di ‘mavsmoneyball.com, i Mavs stanno cercando di formare al meglio i loro giovani talenti. “Dobbiamo far sviluppare i giocatori giovani qui” ha ammesso l’head coach, Rick Carlisle, prima della partita del 14/11 contro i Los Angeles Lakers. In questa stagione, infatti, Justin Anderson e Dwight Powell hanno dato un prezioso contributo nei minuti loro concessi.

Dei due, Anderson, il rookie scelto alla 21esima chiamata, si trova in una curva di apprendimento più grande. “Nella preseason stava imparando il sistema di muoversi liberamente, rispetto a quello molto strutturato del college. Lui sta provando alcune cose che non erano nel suo repertorio. Sta imparando, si sta adattando e sta capendo come adattarsi, dovrei dire, a quello che stiamo facendo” – ha commentato Carlisle. Nelle prime partite non ha visto quasi mai il parquet, se non per una manciata di secondi. Quando però il minutaggio si è allungato, i risultati del suo lavoro si sono fatti vedere. Nelle successive 4 partite ha avuto, infatti, a disposizione una media di 10 minuti, segnando 6.5 punti con un 61% al tiro.

Justin Anderson nella partita contro i Los Angeles Clippers
Justin Anderson nella partita contro i Los Angeles Clippers

La sua prestazione migliore si è evidenziata nella partita casalinga contro i Los Angeles Clipper. 7 punti, una tripla dall’angolo e una stoppata sul tiro di Lance Stephenson hanno dimostrato il suo valore. “Quella notte ha fatto un lavoro molto solido. In quella partita, in cui non c’era alcun margine di errore, è riuscito a piazzare tutti i suoi tiri. Non sono stati tiri di per sé eccezionali, ma tali perchè si trovava in una buona occasione per segnare. A poco a poco, con il tempo sta migliorando” –  ha concluso su di lui l’allenatore. La sottolineatura sulla sua posizione in campo è corretta, poichè spesso si trova con la palla in mano senza aver un’idea precisa su cosa fare nell’immediato. Nonostante lasci frequentemente il suo diretto avversario libero lungo la linea di fondo, la dirigenza ha ancora fiducia su di lui.

Discorso diverso per Dwight Powell. Nella sua seconda stagione nella lega è diventato una pedina fondamentale nelle rotazioni, portando dalla panchina 10.2 punti e 7.6 rimbalzi in 22 minuti di gioco. Offensivamente il suo inizio è stato traballante, ma dopo lunghe sessioni di allenamento, sta cominciando a convertire il 75% dei suoi tentativi. La sua abilità di attaccare il ferro è stata elogiata da tutto il suo staff tecnico, come anche l’aumento del raggio della sua difesa sul tiro da 3. Nella faretra, però, manca ancora un tiro affidabile dal mid range e, soprattutto, da dietro l’arco. Durante la Summer League, svoltasi a Las Vegas, gli era stato chiesto di poter esser maggiormente un 4, lavorando con più costanza sulla difesa perimetrale e il tiro da 3. Dall’inizio della stagione, però, il suo ruolo è cambiato. Ora, infatti, tende a difendere i lunghi avversari, sorvegliando il pitturato e catturando rimbalzi difensivi. Questo cambiamento però lo costringe a doversi confrontare con giocatori del calibro di Anthony Davis e Blake Griffin, con il risultato di collezionare numerosi falli. Tuttavia, la rapida crescita del giocatore riesce a colmare alcuni dei suoi difetti e ad impressionare molti addetti dei lavori, ma non il suo allenatore.

Dwight Powell su Anthony Davis
Dwight Powell su Anthony Davis

“Non è stato un grande shock per me. Lui è uno che gioca duro, che vuole accumulare esperienza per giocare meglio. Dwight è l’uomo che lavora di più in questo business. Non ci sono dubbi a riguardo di questo. Lavorando così può solo migliorare.” ha commentato Carlisle. Gli fa eco Dirk Nowitzki, in un’intervista prima della partita contro i Boston Celtics: “Sembra che il ragazzo dorma in fondo alla palestra. Lui non va mai a casa, sembra che ogni volta che io vada lì, lui sia già al lavoro da molto tempo.”

Col tempo e con il duro lavoro, Anderson e Powell, potranno sicuramente ritagliarsi un ruolo importante a Dallas, se riusciranno a dimostrarlo nei minuti loro concessi da Carlisle. Al momento stanno contribuendo egregiamente alla veloce partenza dei Mavs e forse potranno essere, in futuro, i giocatori su cui costruire la franchigia, dando il via a una nuova linea verde che in casa Dallas non si vede da molto.

Mavericks, primo bilancio: bene i volti nuovi, Nowitzki è evergreen

E dire che quest’estate, dopo il rocambolesco dietrofront firmato DeAndre Jordan, molti davano i Dallas Mavericks in procinto di affrontare una stagione travagliata, portandosi dietro altri dubbi: giocatori in fase calante, altri elementi non utili alla causa e delle acquisizioni dal retrogusto della semplice scommessa. I texani però hanno iniziato l’annata con un piglio che pochi si aspettavano.

Rick Carlisle, head coach dei Dallas Mavericks.
Rick Carlisle, head coach dei Dallas Mavericks.

Attualmente la franchigia di proprietà del vulcanico Mark Cuban è terza nella Western Conference dopo 11 match giocati, con un record di 7 vittorie e 4 sconfitte. L’attacco è il quindicesimo di tutta la lega, con un offensive rating di 100.6 punti fatti ogni 100 possessi. La manovra, rispetto all’anno scorso, è decisamente cambiata, con la squadra che gioca maggiormente sui 24 secondi cercando di coinvolgere tutti i giocatori presenti sul parquet. Difensivamente invece i Mavs hanno ancora qualcosa da rivedere (nella graduatoria generale sono dodicesimi): infatti non c’è ancora un’organizzazione precisa riguardo i cambi sul pick and roll e su alcune letture, come quella che porta i singoli difensori a collassare sul pitturato lasciando troppo spazio ai tiratori.

Il cambiamento sopracitato ha investito tutti i reparti del roster, a cominciare dal backcourt. Fallito l’esperimento Rajon Rondo, il front office ha deciso di puntare sul vecchio pallino Deron Williams, arrivato dopo essersi liberato dai Brooklyn Nets. Il classe 1984 si sta rivelando un elemento più adatto al sistema di coach Rick Carlisle rispetto al suo predecessore: oltre a far girare meglio la squadra (viaggiando ad una media di 5.3 assist) ha portato una buona dose di punti in dote, circa 12.7 a gara tirando col 41.8% dal campo. Un impatto discreto per D-Will, che in termine quantitativo si attesta all’11% secondo il player impact estimate. A fargli compagnia c’è un Wesley Matthews sempre più in ascesa, che ormai si è messo alle spalle il grave infortunio al tendine d’Achille. L’ex Portland Trail Blazers ha portato una ventata di novità, mostrandosi la classica guardia 3&D in grado di fare il lavoro sporco nelle retrovie e di punire gli avversari dall’arco, proprio come faceva nell’Oregon. I numeri sono ancora da migliorare (1o.1 punti,2.4 rimbalzi e 1.4 assist) ma la strada è quella buona.

 Dirk Nowitzki.
Dirk Nowitzki.

A guidare la ciurma c’è ovviamente un Dirk Nowitzki. Il lungo tedesco, nonostante le 37 primavere che si carica sul groppone, sta dimostrando di avere ancora tanto da dare alla franchigia e alla NBA: con un minutaggio abbassato di circa 8 minuti (ne gioca più o meno 28.1) WunderDirk ha finora messo a referto mediamente 18.1 punti, 7 rimbalzi e 1.5 assist. Dalle sue mani da pianista passano molte delle ambizioni da playoff del team, tenendo conto anche dell’alto player impact estimate che si attesta al 17.4%. Evergreen. Sotto le plance, in quintetto, un buon Zaza Pachulia non sta facendo affatto rimpiangere il mancato arrivo del sopracitato DeAndre Jordan. Già, il centro georgiano sta contribuendo tanto soprattutto a rimbalzo (media di 9.6, attuale leader di franchigia) e sta dando un mano nella metà campo offensiva tirando col 43.5% dal campo. Non sarà uno dei primissimi giocatori nel suo ruolo ma sicuramente si sta rivelando un ingranaggio importante per lo scacchiere tattico.

Sulla via del definitivo recupero c’è un Chandler Parsons voglioso di riscattare la passata stagione, in cui non è riuscito a dare il meglio. Per ora Carlisle ne sta centellinando l’uso impiegandolo per quasi 16 minuti a partita ma l’impressione è che l’ex Houston Rockets presto diventerà ancora più solido. E poi ci sono i validi gregari come un Dwight Powell letteralmente sorprendente (10.5 punti, 8.1 rimbalzi e 1.4 assist di media in 22.1 minuti) utile per la sua grinta ed efficacia ed un ritrovato Raymond Felton, che potrebbe divenire una risorsa importante uscendo dalla panchina.

Insomma, le premesse negative sul loro conto, per il momento, sono state archiviate: ora sta ai Mavericks proseguire il cammino mantenendo questo trend, affinando i dettagli da limare in modo tale da ritagliarsi un pass in postseason, traguardo che non sembra poi così lontano dalla loro portata.

Per NBA Passion,

Olivio Daniele Maggio ( @daniele_maggio on Twitter)

Mavs, Williams e Matthews sono tornati a giocare

Lincoln, capitale del Nebraska, nella lingua chiwere vuol dire “acqua calma”. Un aggettivo perfetto per descrivere la preseason dei Mavs che, nella notte appena trascorsa, hanno perso contro i Chicago Bulls la loro ultima partita prima dell’inizio della regolar season.

Il tabellino dice 103-102, in una gara giocata a tratti a ritmi da regolar season (32-28 per i Bulls nel primo quarto), a tratti da normale preseason. Finite le partite di preparazione, bisogna sottolineare che la squadra texana è stata l’unica franchigia ad essere rimasta a secco di W durante tutta la preseason. Tuttavia questa cosa pare non preoccupare troppo l’head-coach Rick Carlisle, che commenta così ai microfoni di NBA.com “ Io non conosco il nostro record, ma so solo che in alcuni punti di questa partita abbiamo segnato. Noi abbiamo vinto qualche sfida personale, ma loro non ci hanno concesso di esprimere tutto il nostro potenziale”

Lo starting five di quest’incontro era composto da 4/5 di quello che sarà il quintetto ideale per la futura regolar season, composto da Zaza Pachulia, Dirk Nowitzki, Raymond Felton, Wesley Matthews e Deron Williams, (quest’ultimi due non ancora al 100% della forma fisica).

Leggendo questi nomi in formazione era lecito aspettarsi qualcosa di più, ma è stato proprio il ritorno di entrambi i giocatori infortunati sul parquet ad entusiasmare i tifosi che hanno potuto vederli all’opera nonostante i pochi minuti a disposizione (circa 15 a testa).

L’ex Brooklyn Nets ha smistato qua e là ottimi passaggi, correndo con relativa facilità e avendo una buona chimica nel pick-and-roll con Pachulia. In difesa, tenendo conto delle sue condizioni fisiche, si può dire che ha retto discretamente le penetrazioni di Rose e Butler. Tutto lascia pensare quindi che D-Will sia il play ideale per Carlisle grazie alla sua capacità di orchestrare la rete di passaggi e alle decisioni prese sui tiri. L’allenatore si è espresso così su di lui: “Mi piace il modo in cui ha giocato, soprattutto se consideriamo che Deron non ha disputato neanche una partita di preseason. Dopotutto, il suo ritmo è stato inaspettatamente buono.”

Deron Williams
Deron Williams in azione la scorsa notte contro i Chicago Bulls

Discorso leggermente diverso per Matthews: il nativo di San Antonio (Texas) si è mostrato lento nel correre e nel farsi trovare pronto al tiro, oltre a faticare nel farsi cercare dai compagni. Per questo motivo la sua serata si è chiusa con “soli” 7 punti, 3 rimbalzi e 2 assist. Tuttavia, se si pensa che 7 mesi fa questo ragazzo subiva la rottura del tendine d’Achille della gamba sinistra, il solo ritorno in campo può essere considerare un avvenimento fuori dal comune.

Wesley Matthews
Wesley Matthews

Nonostante la notizia del ritorno in campo dei due lungodegenti sia stata la cosa più importante della notte, non è passata inosservata la prestazione di Dwight Powell. La power forward, ultimo residuo della trade Rondo, ha concluso il match con 14 punti con 11 rimbalzi: seppur sia ancora “immaturo” dal punto di vista cestistico, il ragazzo sta continuando a lavorare sodo per poter migliorare il tiro e la difesa, non ancora brillantissime ma con grandi possibilità di crescita.

“Quando siamo in salute, possiamo essere esplosivi. Non vedo l’ora che tutti possano ritornare in campo e far vedere quello che possiamo fare. Penso che la chimica che abbiamo fuori dal campo sia grandiosa e, sebbene in campo non abbiamo avuto molto tempo per giocare assieme, siamo un gruppo di ottimi ragazzi” ha affermato Charlie Villanueva al termine della partita.

Aspettando il ritorno di Chandler Parsons, i Dallas Mavericks vogliono tirar fuori tutto il potenziale di ogni singolo giocatore, anche da quelli che normalmente siedono in panchina. Un esempio su tutti è stato John Jenkins, autentico trascinatore in questa preseason, che contro i Bulls ha sparato a 5.9 secondi dalla fine la tripla della possibile vittoria, prima di essere beffato nell’azione successiva da Doug McDermott, che, con un splendido fade away nel possesso successivo, ha portato Chicago alla vittoria. Nonostante ciò, per Jenkins la partita è stata decisamente positiva, grazie ai 13 punti segnati insieme a 5 rimbalzi e 2 assist in poco più di 15 minuti.

In conclusione quindi, sebbene i texani abbiano rimediato sette sconfitte in sette partite, sono comunque riusciti a creare una buona alchimia di squadra che li potrebbe portare, in ottica di 82 partite, a traguardi che ad oggi nessuno sembra pronosticare, ma che fanno sognare i tifosi impazienti dell’inizio di questa nuova stagione.

Per NBA Passion,

@DavideBomben