Dell Demps saluta New Orleans: commovente lettera ai tifosi

Dell Demps

Quattro giorni dopo essere stato silurato dai New Orleans Pelicans, il general manager Dell Demps ha detto addio ai tifosi.

In una lettera aperta al New Orleans Advocate, Demps ha espresso la sua gratitudine alla fanbase di New Orleans ed al management dei Pelicans per tutto il tempo trascorso con loro:

“Cari fans di New Orleans,

Voglio ringraziarvi per il supporto durante il mio tempo ai New Orleans Pelicans come general manager del team.

New Orleans sarà sempre cara a me e alla mia famiglia. E’ un posto che mi ha dato il benvenuto a braccia aperte e che mi ha sempre fatto sentire a casa fin dal primo giorno. La gentilezza della gente, il cibo e la cultura non sono secondi a nessuno. NOLA è la città di mia moglie Anita e ho visto mio figlio Riley crescere dai 10 anni fino al college alla Isidore Newman School.

Tifosi dei Pelicans, ricorderò sempre il ronzio nell’arena durante i playoffs, quando ognuno indossava la divisa rossa e la vostra passione ci guidava verso le vittorie. Tra alti e bassi, il vostro amore per il team non è mai passato inosservato.

Grazie ai giocatori, grazie al coach, allo staff ed al front office. Grazie alle persone che lavorano allo Smoothie King Center. Grazie alle persone che lavorano dietro le quinte.

Un ringraziamento particolare alla famiglia Benson, a Mickey Loomis e a Dennis Lauscha.

Ma, più importante di tutto,

GRAZIE NEW ORLEANS!”

I Pelicans hanno annunciato la separazione consensuale con Dell Demps venerdì scorso. Il suo licenziamento è arrivato dopo che il team non è riuscito a imbastire una trade per Anthony Davis prima della deadline del 7 Febbraio.

Dell Demps saluta New Orleans: possibili scenari sul futuro della franchigia

Per Marc Stein del New York Times, i Pelicans torneranno a “impegnarsi” seriamente questa settimana, probabilmente tenendo in panchina Davis per il resto della stagione, allo scopo di tenerlo sano in vista di potenziali trade quest’estate.

Danny Ferry, già consulente per i New Orleans Pelicans dal 2016, ha preso il posto di Demps ad interim.

New Orleans assunse Dell Demps come General Manager nel luglio 2010, dopo che quest’ultimo era stato Vice President of Basketball Operations per i San Antonio Spurs. Demps fu incaricato di gestire la franchigia, di temporanea proprietà della NBA, fino a quando il proprietario dei New Orleans Saints, Tom Benson, acquistò la squadra nell’aprile del 2012.

Sotto il controllo di Demps, i Pelicans hanno vinto una serie di playoff, a fronte di tre apparizioni. Demps cedette l’All Star Chris Paul ai Los Angeles Clippers nel Dicembre 2011 dopo che il commissioner NBA David Stern aveva annullato la trade imbastita con i Los Angeles Lakers.

I Pelicans sono arrivati al break dell’All Star weekend come 13esima forza ad Ovest, con un record di 26-33.

E’ stata una stagione abbastanza sotto le attese per New Orleans, che dopo aver dato filo da torcere ai Golden State Warriors nel secondo turno dei playoff 2018, speravano perlomeno di ripetersi, in un Ovest sempre più competitivo dopo l’arrivo di DeMarcus Cousins ai Golden State Warriors e soprattutto di Lebron James ai Los Angeles Lakers.

In estate era arrivato proprio dai Lakers Julius Randle, ad allargare le rotazioni a disposizione di coach Alvin Gentry. Randle è andato ad aggiungersi al fenomeno Davis, ed a Nikola Mirotic e Jrue Holiday, che garantivano quel mix di qualità ed esperienza necessario per arrivare di nuovo ai playoffs. A nulla è valso anche l’arrivo di Elfrid Payton, giocatore polivalente, ma troppo spesso ai box per infortunio.

L’unica nota positiva della stagione è stata la rivalutazione di Jahlil Okafor, che ha disputato un eccellente inizio di anno 2019 (soprattutto per la ripetuta assenza di Davis sotto canestro).

La grana Davis è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso in casa New Orleans, andandosi ad aggiungere ai problemi di una stagione ben al di sotto delle aspettative per i Pelicans. La mancata trade ha provocato il risentimento del popolo di New Orleans verso il giocatore, ed ha avuto strascichi dal punto di vista societario, fino ad arrivare al recente licenziamento di Demps.

Dalle parti dello Smoothie King Center si aspetta solo l’estate per l’arrivo di tempi migliori, con la scontata trade di Davis ed una squadra e una società tutta da rifondare.

Three Points – Derrick Rose e altre rinascite

Derrick Rose

Il ciclone Anthony Davis si è abbattuto sulla NBA. Stavolta non parliamo delle sue azioni in campo, bensì delle dichiarazioni del suo agente Rich Paul, secondo cui Davis non sarebbe intenzionato a prolungare la sua permanenza a New Orleans. Uno sviluppo non certo sorprendente (abbiamo anche dedicato all’argomento la copertina di ‘Three Points’, due settimane fa), ma che ha inaugurato ufficialmente i giorni più caldi del mercato, con la trade deadline del 7 febbraio che si avvicina a grandi passi (e che NBA Passion coprirà con una lunga diretta YouTube). Il primo, grande colpo è arrivato qualche ora fa, con lo scambio che ha portato Kristaps Porzingis, Tim Hardaway Jr., Trey Burke e Courtney Lee ai Dallas Mavericks e Dennis Smith Jr., DeAndre Jordan e Wesley Matthews ai New York Knicks. Anche il campo, però, sta offrendo spunti interessanti. Prima di buttarci a capofitto nella marcia di avvicinamento all’All-Star Weekend di Charlotte, in questa edizione ci occupiamo di tre giocatori che sembrano aver finalmente iniziato una ‘nuova vita’ cestistica, dopo le tante difficoltà degli ultimi anni. Partiamo subito!

 

1 – Derrick Rose, il romanzo continua

Derrick Rose è letteralmente 'rinato' in maglia Timberwolves
Derrick Rose è letteralmente ‘rinato’ in maglia Timberwolves

All’inizio del decennio, sui campetti e nelle palestre di tutto il mondo spopolava una maglia rossa fiammante con il numero 1. Sul petto c’era scritto “BULLS”, sulle spalle “ROSE”. Anche chi non seguiva la NBA finiva per indossarla, era un capo che faceva quasi tendenza. L’intero pianeta, non solo quello cestistico, si era innamorato di Derrick Rose.
Il panorama sportivo statunitense è pieno di storie ‘difficili’; qualcuna finita bene, molte altre finite malissimo. Quella di Rose è iniziata a Englewood, sobborgo a sud-ovest di Chicago noto per la dilagante criminalità. Una volta intuite le potenzialità del ragazzo, madre e fratelli (il padre non l’aveva mai conosciuto) fecero di tutto per toglierlo dalle strade, consapevoli che fosse l’unica maniera per fuggire anch’essi da quell’inferno dominato da droga e violenza. Riuscirono nel loro intento, e per Derrick e il suo ‘clan’ iniziò una nuova vita. Alla Simeon High School di Chicago, Rose scelse il numero 25 in onore di Ben Wilson, star della scuola negli Anni ’80 e uno dei tanti Jesus Of Suburbia a cui era andata male (ucciso con due colpi di pistola a soli diciassette anni). Mantenne quella maglia anche nei pochi mesi passati al college, con i Memphis Tigers di John Calipari, ma ben presto si capì che il suo nome sarebbe stato associato a un altro numero. Quando i Chicago Bulls si aggiudicarono la prima scelta assoluta al draft 2008, non ebbero alcun dubbio: il ‘figliol prodigo’ sarebbe tornato nell’Illinois. La rapida e inarrestabile ascesa del nuovo numero 1 (in tutti i sensi) dei Bulls, che lo portò a conquistare i fan di tutto il mondo, a rendere di nuovo rilevante una squadra che viveva ancora dei ricordi dell’era-Jordan e a sollevare il trofeo di MVP nel 2011 (il più giovane vincitore di sempre), sembrava un hollywoodiano ‘lieto fine’ a una vicenda umana così drammatica. Invece, era solo l’inizio.

Il punto di svolta della carriera NBA di Derrick Rose fu quel nefasto 28 aprile 2012. Sul finire della prima partita di playoff, ormai stravinta, contro Philadelphia, il ginocchio sinistro cedette. Rottura del crociato anteriore, stagione finita. E non solo quella, forse. La Adidas, che aveva deciso di costruire intorno a D-Rose un impero simile a quello che la Nike aveva messo in piedi con Michael Jordan, inaugurò un’aggressiva campagna pubblicitaria incentrata sullo slogan “The Return”. Un ritorno che verrà atteso in eterno.
Dopo aver saltato l’intera stagione 2012/13 e aver disputato una manciata di partite in quella successiva, Derrick si infortunò nuovamente (menisco del ginocchio destro), rimandando ancora i sogni dei Bulls. Una volta rientrato stabilmente in campo, nell’autunno 2014, si capì che il vero D-Rose non c’era più. Il prepotente atletismo e la furia agonistica di un tempo avevano lasciato spazio ai continui problemi fisici e, soprattutto, a un velo di perenne tristezza sul volto dell’ex-MVP. Quando i Cleveland Cavaliers di LeBron James fecero tramontare una volta per tutte le ambizioni di quella squadra, eliminandola al secondo turno nonostante un epico buzzer beater di Rose in gara-3, la dirigenza capì che era il momento di cambiare pagina. Il primo a partire fu coach Tom Thibodeau, che lasciò il posto a Fred Hoiberg, ma il fallito assalto ai playoff della stagione successiva spinse anche alla cessione dei due giocatori-simbolo di quell’epoca: Joakim Noah e, per l’appunto, Derrick Rose.

Il biennio seguente, passato tra New York e Cleveland, aveva gettato una grossa ombra sul futuro del fenomeno da Englewood. Ogni tanto si vedeva qualche lampo della sua classe innata, ma a prendere il sopravvento erano stati i soliti guai fisici e le vicissitudini extra-parquet, dall’accusa di stupro (poi decaduta) all’improvvisa ‘sparizione’ del gennaio 2017. L’anno dopo, quando Rose era finito nel vortice di trade che aveva fatto ‘piazza pulita’ alla corte di King James, in molti avevano pensato la stessa cosa: ritiro imminente. Ecco però l’ultima spiaggia: la chiamata di Thibodeau, diventato presidente-allenatore dei Minnesota Timberwolves. La buona serie di playoff disputata contro Houston era stato solo il preambolo di quella che sarebbe stata la sua effettiva ‘rinascita’. In questo 2018/19, ecco il “Return” che ogni appassionato NBA aspettava da troppo tempo. La leggendaria partita da 50 punti contro Utah, finita con un Rose in lacrime, è stato solo l’antipasto. Oggi, Derrick è di fatto la seconda stella dei T’Wolves (dietro a Karl-Anthony Towns), nonché uno dei principali candidati al premio di 6th Man Of The Year. Soprattutto, sembra aver ritrovato l’entusiasmo dei tempi migliori, quando il mondo si era riempito di maglie rosse con il numero 1.
Una torta del genere avrebbe meritato forse una commovente ciliegina, ovvero la convocazione al prossimo All-Star Game. Invece, ed è notizia di poche ore fa, Rose a Charlotte non ci andrà. Guai però a pensare che questo sia l’epilogo di un romanzo così avvincente: i capitoli migliori sono ancora tutti da scrivere.

 

2 – Unleash the Manimal

Per Kenneth Faried un nuovo inizio con gli Houston Rockets
Per Kenneth Faried un nuovo inizio con gli Houston Rockets

Poche settimane dopo l’incoronazione di Derrick Rose come più giovane MVP della storia NBA, i Denver Nuggets utilizzarono la ventiduesima chiamata al draft per selezionare Kenneth Faried, ala grande da Morehead State University. In quel 2011, i Nuggets erano arrivati a un punto di svolta. A febbraio, Carmelo Anthony e Chauncey Billups, coloro che avevano portato Denver nell’élite della Western Conference, erano stati spediti ai New York Knicks. Come contropartita erano arrivati Danilo Gallinari, Wilson Chandler, Timofey Mozgov, Kosta Koufos e Raymond Felton; di fatto, l’ossatura del nuovo corso. L’innesto di Faried, inarrestabile macchina da rimbalzi e atleta fuori dal comune, diede a coach George Karl un ingrediente fondamentale per mettere in tavola un piatto coi fiocchi. Le ‘foglioline di basilico’ finali furono gli arrivi di Andre Iguodala, già All-Star a Philadelphia, e JaVale McGee, centro dal potenziale inferiore solo alla sua incostanza.
Senza una vera e propria superstar, ma con la velocità del giovane playmaker Ty Lawson, la classe di Iguodala, la versatilità del Gallo e un frontcourt che poteva vantare l’esplosività del duo Faried-McGee e la solidità di Koufos e Mozgov, Denver disputò un 2012/13 strepitoso. Chiuse con il terzo piazzamento a Ovest, che valse a Karl il premio di Coach Of The Year. Faried, che nel 2012 era stato superato solo da Kyrie Irving e Ricky Rubio nelle votazioni per il miglior rookie, impreziosì quella stagione con la nomina a MVP del Rising Stars Challenge, tradizionale evento di apertura dell’All-Star Weekend.

Proprio quando i Nuggets sembravano sul punto di ‘sbocciare’ definitivamente, il castello di carte crollò. Un grave infortunio di Gallinari contribuì all’eliminazione al primo turno contro gli emergenti Golden State Warriors, Iguodala si trasferì proprio nella Baia, il general manager Masai Ujiri firmò per i Toronto Raptors e Karl, in contrasto con la dirigenza per il rinnovo contrattuale, venne licenziato. ‘Manimal’, nel frattempo, era uscito dalla gabbia. Il 2013/14 fu la miglior stagione della sua carriera, tanto che Mike Krzyzewski, il leggendario ‘Coach K’ di Duke, volle Faried nella spedizione di Team USA ai Mondiali di Spagna. Nella consueta ‘passeggiata’ verso l’oro degli statunitensi, Faried fu una delle grandi attrazioni (insieme all’MVP Kyrie Irving) di quella nazionale, annientando con la sua energia i lunghi avversari e finendo nel quintetto ideale della manifestazione. Le sue eccellenti prestazioni spinsero i Nuggets a concedergli un’estensione contrattuale da 60 milioni di dollari in quattro anni.
Faried rimase un punto fermo della squadra anche nelle due stagioni successive, ma Denver non riuscì mai a tornare ai playoff. Una serie di problemi alla schiena mise ‘Manimal’ ai margini della squadra e l’arrivo di Paul Millsap, nell’estate del 2017, lo spinse pian piano fuori dalle rotazioni di coach Mike Malone.

Arriviamo così ai giorni nostri, con la sua cessione a Brooklyn e le tante panchine scaldate in maglia Nets. Quando ormai il treno sembrava passato, ecco che una serie di circostanze ha spianato la strada per un nuovo inizio. L’infortunio di Clint Capela ha infatti spinto i rimaneggiati Houston Rockets a cercare disperatamente rinforzi nel ‘sommerso’ NBA. La scelta è ricaduta proprio su Faried, che nelle prime settimane in Texas non ha assolutamente tradito tale fiducia. Innescato dalle magie di James Harden, ‘Manimal’ è tornato a ruggire; 15.2 punti e 9.8 rimbalzi di media nelle prime cinque uscite con la nuova maglia, tra cui spicca una prova da 21+14 decisiva nella vittoria sui Raptors. La sua ferocia agonistica, il suo atletismo e la sua abilità nello sfruttare le voragini create dai raddoppi sull’MVP in carica lo rendono un giocatore perfetto per questi Rockets, che potrebbero aver trovato una risorsa inaspettata nella difficilissima caccia al trono dei Golden State Warriors.

 

3 – Jahlil Okafor: la grande occasione

Primo anno a New Orleans per Jahlil Okafor
Primo anno a New Orleans per Jahlil Okafor

Anche quella di Jahlil Okafor è una storia di redenzione. Nel 2015 era arrivato in pompa magna al draft NBA. Aveva guidato da protagonista Duke al titolo NCAA, e in pochi mesi aveva conquistato la stima incondizionata di Coach K, che spenderà parole al miele per lui rispondendo alle prime critiche. Sì, perché la strada di Okafor in NBA è stata quasi subito una salita. Avvicinandosi a quel draft, il suo nome veniva inserito tra le papabili prime scelte assolute. Invece Minnesota aveva optato per Karl-Anthony Towns, mentre i Lakers avevano preferito D’Angelo Russell. Jahlil era finito ai Philadelphia 76ers, con il famigerato ‘Process’ di Sam Hinkie nel pieno del suo ‘splendore’. In realtà, Phila aveva già draftato due lunghi nel biennio precedente, ma sia Nerlens Noel sia Joel Embiid avevano passato un’intera stagione ai box alle prese con seri infortuni. Con il camerunense costretto a saltare anche l’annata successiva, Okafor si era imposto come il miglior giocatore di una delle peggiori squadre della storia (10 vittorie e 72 sconfitte il record finale). Se in campo tutto procedeva alla grande (17.5 punti e 7 rimbalzi di media e inclusione nel primo quintetto All-Rookie), fuori si addensavano le prime nubi. Prima il coinvolgimento in una rissa sulle strade di Boston, che gli era costata una sospensione, poi un infortunio al ginocchio e la fine anticipata del suo anno da matricola.

Nell’autunno del 2016, lo straordinario debutto di Embiid aveva messo presto in chiaro cosa si intendesse per ‘uomo franchigia’. Il ginocchio destro di Okafor, nel frattempo, continuava a non dare tregua all’ex pupillo di Coach K, che collezionava la miseria di 50 presenze (erano state 53 l’anno precedente). Per i Sixers, la scommessa poteva già considerarsi persa. Il 2017/18 si era aperto con l’annuncio della mancata estensione contrattuale, poi erano arrivate le infinite panchine e i cori di sostegno dei tifosi, che sollecitavano invano Brett Brown affinché lo rimettesse in campo. L’inevitabile separazione aveva gettato ulteriore amarezza su un connubio mai sbocciato: incapace di ottenere contropartite sufficienti per un giocatore ormai fuori rosa, Phila aveva di fatto ‘regalato’ la terza scelta assoluta del draft 2015, spedendola ai Brooklyn Nets, insieme a Nik Stauskas e a una seconda scelta 2019, in cambio di… Trevor Booker.

Il vortice di sconforto che aveva inghiottito Kenneth Faried si era abbattuto anche sul suo nuovo compagno, ormai fuori forma e finito presto sul fondo della panchina dei Nets. La famosa ‘ultima spiaggia’, quella che ‘Manimal’ ha trovato a Houston e su cui Derrick Rose si è rialzato a Minneapolis, per Jahlil Okafor si è materializzata a New Orleans. Se l’avvio di stagione sembrava confermare il definitivo declino dell’atleta, con l’arrivo del 2019 il vento è cambiato di colpo. Tutto ‘merito’ di Anthony Davis, stella dei Pelicans. Prima l’infortunio a un dito, poi la già citata richiesta di trade. In mezzo al polverone, si sta facendo largo il nostro Jahlil; dal 21 gennaio viaggia a 20 punti e 10.5 rimbalzi di media, con due fondamentali doppie-doppie nelle vittoriose trasferte a Memphis e Houston. Ora il futuro della franchigia è più incerto che mai, con l’imminente addio di Davis che preannuncia l’inizio di un’era segnata dal caos e dalle sconfitte; insomma, il contesto adatto a Okafor per ritrovare una strada abbandonata troppo presto.

Infortunio alla caviglia per Jahlil Okafor dei New Orleans Pelicans

Okafor Dudley

Preseason NBA, infortunio alla caviglia destra per Jahlil Okafor dei New Orleans Pelicans.

Okafor ha riportato una forte distorsione alla caviglia, ed è stato fotografato mentre usciva dagli spogliatoi aiutandosi con un paio di stampelle.

Il lungo ex Philadelphia 76ers aveva una vistosa fasciatura attorno alla caviglia infortunata. Adrian Wojnarowski di ESPN cita fonti della lega, e riporta che il giocatore si sottoporrà a risonanza magnetica nella giornata di lunedì.

L’infortunio è occorso durante l’esordio stagionale in preseason NBA dei New Orleans Pelicans, allo United Center contro i Chicago Bulls. Okafor ha messo a segno 8 punti, 7 rimbalzi e 2 stoppate in 16 minuti di gioco, prima di infortunarsi durante quarto periodo di gioco.

Jahlil Okafor contro Myles Turner di Indiana

Jahlil Okafor, 22 anni ha firmato in estate un contratto biennale parzialmente garantito con i Pelicans.

Selezionato al draft NBA 2015 con la terza scelta assoluta da Philadelphia, Okafor ha vissuto tre stagioni difficili ai Sixers, nonostante una più che promettente stagione da rookie.

Nel dicembre 2017, Philadelphia aveva spedito il lungo ex Duke a Brooklyn. Con la maglia dei Nets, Okafor ha disputato 26 partite.

I Chicago Bulls hanno vinto la partita per 128-116.

Per i Bulls, ottime prestazioni di Jabari Parker e Zach LaVine, autori di, rispettivamente, 15 e 21 punti in 23 minuti di gioco. Solida partita da 21 punti e 5 rimbalzi in soli 19 minuti anche per Bobby Portis, in uscita dalla panchina.

Per New Orleans, da segnalare i 15-5-5 di Julius Randle nella sua prima apparizione in maglia Pels, ed i 16 punti e 6 rimbalzi in 19 minuti per Frank Jackson.

Il secondo anno prodotto di Duke ha saltato l’intera stagione 2017\18 a causa di una doppia operazione al piede destro.

I New Orleans Pelicans saranno in campo già nella notte tra lunedì e martedì ad Atlanta, contro gli Hawks.

Jahlil Okafor va ai New Orleans Pelicans, accordo per due anni

Okafor NBA: Philadelphia 76ers-Media Day

Jahlil Okafor firma un contratto per due anni con i New Orleans Pelicans. Secondo Adrian wojnarowski di ESPN, il contratto sarà solo parzialmente garantito, e prevederà una team option per il secondo anno.

Jahlil Okafor, ex scelta numero 3 al draft 2015 dei Philadelphia 76ers, ha chiuso la stagione 2017\18 ai Brooklyn Nets, tenendo una media di 6.4 punti e 4.9 rimbalzi in 26 partite.

A Phila, Okafor disputa una buona stagione da rookie, chiusa con la nomina nel primo quintetto All-Rookie. Nei due anni seguenti, alcuni comportamenti poco professionali, infortuni e l’arrivo ai Sixers di Nerlens Noel e Joel Embiid chiudono ogni spazio per il centro ex Duke Blue Devils.

Il 7 dicembre 2017, Jahlil Okafor viene ceduto ai Brooklyn Nets assieme a Nick Stauskas, in cambio del lungo Trevor Booker.

In Louisiana, Okafor si unirà ad un reparto lunghi già forte di Anthony Davis, Julius Randle e Nikola Mirotic.

 

Nascondersi in bella vista: la surreale vicenda Bryan Colangelo

Bryan Colangelo

“Hiding in plain sight” significa letteralmente nascondere in piena vista ed è un’espressione inglese utilizzata per descrivere una tecnica narrativa adottata da registi e scrittori per ingannare e sorprendere il pubblico, svelando in modo apparentemente casuale un dettaglio che, analizzato attraverso una diversa prospettiva una volta terminata l’opera, avrebbe potuto svelarne anticipatamente il finale. Nel capolavoro di Cristopher Nolan “The Prestige” ad esempio, un particolare a prima vista irrilevante preannuncia il colpo di scena conclusivo in un modo così evidente da indurre lo spettatore a recuperare dall’inizio l’intero film, chiedendosi stupito come abbia potuto farsi abbindolare così facilmente dall’autore. O forse, come spiegato perfettamente dalla brillante analisi realizzata dal canale Youtube Nerdwriter1, siamo proprio noi, il pubblico, a voler essere ingannati per poter poi essere piacevolmente in grado di ricostruire gli eventi ricollegando tutti gli indizi esposti illogicamente in bella vista. È questa la motivazione che spiega probabilmente, l’interesse e lo scalpore generati dalla surreale vicenda riguardante il legame più o meno diretto tra Bryan Colangelo (President of Basketball Operations dei Philadelphia 76ers) e alcuni account Twitter riportanti informazioni sensibili relative alle strategie della franchigia e pesanti critiche rivolte a dirigenti e giocatori: una situazione paradossale, esplosa qualche settimana fa grazie all’indagine compiuta dal sito web The Ringer e destinata a cambiare irrimediabilmente il nostro modo di interpretare quello che lo stesso articolo descrive come “il sempre più sottile confine tra personale e pubblico, privato ed anonimo, autentico ed irreale”.

Nascondersi in bella vista: Nerdwriter1, Cristopher Nolan e, meglio specificarlo, numerosi spoiler riguardanti il film “The Prestige”

Il caso Bryan Colangelo

Aprile 2016: Bryan Colangelo viene assunto all’interno del management dei Philadelphia 76ers sostituendo suo padre Jerry nel ruolo di President of Basketball Operations e causando di fatto, le dimissioni del precedente General Manager della franchigia Sam Hinkie: un incarico, quello affidato alla famiglia Colangelo dal proprietario dei Sixers Joshua Harris, fortemente incoraggiato (come rivelato dal giornalista ESPN Brian Windhorst) dal Commissioner della Lega Adam Silver, proprio per mettere la parola fine sulla gestione spericolata ed improntata al tanking dello stesso Hinkie.    

Bryan Colangelo
il fu President of Basketball Operations dei Sixers, Bryan Colangelo

Aprile 2016: nello stesso periodo in cui Bryan Colangelo entra a far parte della dirigenza di Philadelphia, viene creato un account Twitter registrato con il nome Eric jr che dichiara di scrivere da “South Philly”. Su questo profilo, Eric Jr pubblica, tra il 2016 e il 2017, numerosi tweet difendendo le scelte di Colangelo in risposta alle critiche dei tifosi dei Sixers, puntando il dito verso l’operato di Hinkie e arrivando addirittura a svelare alcuni controversi retroscena riguardanti il General Manager dei Toronto Raptors Masai Ujiri (impegnato secondo l’autore dei messaggi a godersi i soldi derivanti dalla sua estensione contrattuale), la moglie di Dwyane Wade Gabrielle Union (colpevole di un comportamento maleducato nei confronti di un fan in occasione di una delle partite disputate dalla guardia degli Heat durante le Olimpiadi di Pechino 2016, a cui tra l’altro lo stesso Colangelo aveva partecipato in veste di managing director del team Statunitense), Jahlil Okafor (protagonista di alcuni test fisici fallimentari che avrebbero compromesso alcune trade pianificate da Colangelo e su cui lo stesso Eric jr suggeriva di indagare a blogger e giornalisti), Nerlens Noel (descritto come un avvoltoio interessato solo a guadagnare ancora più soldi” e Joel Embiid (il quale nel febbraio 2017 avrebbe dichiarato allo staff sanitario di Philadelphia di sentire dolore alle ginocchia per poi essere ripreso ad un concerto intento a ballare e a divertirsi).

Uno dei tweet riportati nell’articolo di The Ringer in cui Eric Jr critica Gabrielle Union

Giugno 2016: la prima mossa della gestione targata Bryan Colangelo è la scelta di Ben Simmons con la prima scelta assoluta al draft 2016: i 76ers ora possono contare su un nucleo di giocatori giovani a di grande talento che, attraverso gli ottimi risultati ottenuti nella stagione 2017 – 2018, riporteranno in auge la franchigia di Philadelphia dopo l’impressionante striscia di record negativi accumulati negli ultimi anni.

Febbraio 2017: l’utente Still Balling apre il proprio account Twitter: su questo e altri due profili (Enoughunkownsources, creato nel novembre 2017 e HonestAbe, creato nel dicembre 2017) non solo vengono seguiti gli stessi account scelti da Eric Jr, ma vengono anche pubblicati tweet molto simili sia nei contenuti che soprattutto, nel linguaggio: ad esempio, nove mesi dopo la pubblicazione di un messaggio in cui Eric jr si diceva pronto a salire su una scala per prendere a calci Embiid, Enoughunkownsources scrive che se avesse “una scala di medie dimensioni” gli piacerebbe “ficcare un po’ di buon senso nella testa di Joel”. Oltre a prendere ancora una volta di mira l’uomo autoproclamatosi The Process (per il quale venne addirittura suggerito di accettare un improbabile scambio con l’ala grande dei New York Knicks Kristaps Porzingis), Hinkie, Ujiri, Okafor e Noel, questi profili iniziano ad alimentare dicerie riguardanti perfino il coach di Phila Brett Brown e la prima scelta assoluta (ottenuta da Colangelo attraverso un discusso scambio con i Boston Celtics ed invocato un mese prima da un tweet di un tifoso Sixers che, preparare il meme di Jackie Chan con la testa che sta per esplodere, ricevette misteriosamente il like proprio da Still Balling) Markelle Fultz: quest’ultimo in particolare è al centro di alcune sgradevoli considerazioni espresse in 140 caratteri in cui vengono ricollegati i problemi alla spalla del giovane playmaker agli sconsiderati metodi di allenamento ordinati dal suo “allenatore/mentore/figura paterna”, il quale si insinua inoltre abbia peggiorato la situazione familiare di Markelle intrattenendo una relazione sentimentale con sua madre.

Il tweet pubblicato da Still Balling in cui vengono ricollegati i problemi alla spalla di Markelle Fultz al metodo di allenamento consigliatogli dal suo “mentore”

Settembre 2017: in seguito ad un anomalo tweet in terza persona, scoppia il caso riguardante il presunto profilo privato con cui Kevin Durant avrebbe risposto per mesi in forma anonima ai suoi haters: nascondere (forse un po’ troppo) in bella vista.

Maggio 2018: il reporter Ben Detrick contatta i Philadelphia 76ers chiedendo un commento riguardo al legame tra Bryan Colangelo e gli account Twitter Eric jr e phila1234567 (un altro profilo che Colangelo dichiarerà al giornalista di The Ringer di aver utilizzato unicamente per “monitorare la propria organizzazione ed altri fatti d’attualità”). Nel giro di poche ore i tre account Still Balling, Enoughunkownsources e HonestAbe, di cui Detrick aveva deciso appositamente di non discutere con i rappresentanti dei Sixers per non destare ulteriori sospetti, passano dall’essere profili pubblici a profili privati. Still Balling (account che aveva imprudentemente confermato come “follower privato” un profilo anonimo creato appositamente dallo stesso scaltrissimo Detrick per continuare a seguire l’attività di Eric jr, phila1234567, Still Balling, Enoughunkownsources e HonestAbe nel caso in cui la loro attività non fosse più stata pubblica) smette bruscamente di postare contenuti e cessa addirittura di seguire più di 35 profili Twitter collegati in qualche modo alla figura di Colangelo. Una settimana dopo la prima richiesta di chiarimenti, Detrick contatta nuovamente la dirigenza dei Sixers svelando i suoi sospetti riguardo al possibile legame tra il President of Basketball Operations e tutti e cinque gli account: Colangelo dichiara attraverso un comunicato stampa “di non avere alcun legame con nessuno dei profili portati alla sua attenzione” a parte phila1234567 e di non essere a conoscenza né di “chi potrebbe esserci dietro”“di quali siano le motivazioni che potrebbero aver spinto ad utilizzarli”. L’inchiesta di The Ringer intanto viene pubblicata, scatenando immediatamente un enorme clamore mediatico.

Giugno 2018: in seguito ad un’indagine interna condotta dai Philadelphia 76ers in merito al caso illustrato dal sito web The Ringer, Bryan Colangelo rassegna le proprie dimissioni dal ruolo di President of basketball operations e General Manager della franchigia. L’italiana Barbara Bottini, moglie dell’ormai ex dirigente dei Sixers, dichiara di aver creato gli account Twitter in questione e di averli gestiti personalmente: nonostante sia stato appurato con una sostanziale certezza che lo stesso Colangelo fosse la fonte da cui provenivano le informazioni sensibili contenute nei tweet, non è stato possibile determinare con sicurezza se egli fosse o meno a conoscenza dell’esistenza degli account prima della pubblicazione dell’articolo di Detrick.

Bryan Colangelo e sua moglie Barbara Bottini

L’eco mediatico della vicenda Bryan Colangelo

Come accennato più sopra, l’inevitabile epilogo di una vicenda così surreale ha richiamato ulteriormente l’attenzione di numerosi fan/detective dell’ultima ora. Difatti, in un contesto mediatico che si nutre di scandali e complotti come quello Statunitense, un’indagine in grado di ricollegare dettagli così irrazionalmente sotto gli occhi di tutti ha generato un ancor più insensato susseguirsi di notizie: dalle ingegnose ricerche dei tifosi dei Sixers che hanno dimostrato una corrispondenza quasi certa tra il numero di telefono della signora Colangelo e l’indirizzo mail collegato all’account Still Balling, ai commenti pubblicati dagli stessi supporter sulla pagina Facebook di The Ringer in cui Bill Simmons (fondatore del sito non che noto tifoso dei Boston Celtics) veniva accusato di aver volontariamente compromesso un’offseason fondamentale per il futuro di Phila, passando infine per le sempre più insistenti voci secondo cui l’ex General Manager dei Cleveland Cavaliers David Griffin sia diventato il candidato numero uno per sostituire Bryan Colangelo, favorendo, tra l’altro, un prossimo arrivo di LeBron James in Pennsylvania. Così, mentre i bookmakers invitano addirittura (come riportato dal giornalista ESPN Jeff Goodman) a scommettere sul prossimo giocatore scoperto ad utilizzare un account anonimo sui Social, tutta la NBA rimane con le antenne alzate alla ricerca dei prossimi indizi esposti in bella vista.

Jahlil Okafor trade rumors: si muove qualcosa a Philadelphia?

Okafor trade

Dopo aver rifiutato la richiesta di un buyout di Jahlil Okafor, i Sixers rimangono concentrati per mettere in piedi una trade che lo coinvolga, secondo quanto riportato da Adrian Wojnarowski di ESPN.

Secondo Wojnarowski, il presidente esecutivo Bryan Colangelo è pronto ad ascoltare eventuali offerte per il numero 8 che non trova spazio nelle rotazioni del team.

Nov 16, 2016; Philadelphia, PA, USA; Philadelphia 76ers head coach Brett Brown con Jahlil Okafor (8)

E’ stata una settimana ricca per quanto riguarda i rumors e le speculazioni su questa faccenda.

Dopo la decisione dei 76ers di non estendere il contratto della terza scelta assoluta al draft 2015 per la stagione 2018/19, il giocatore ha richiesto un buyout che la dirigenza non è stata disposta ad effettuare. Jahlil ha inoltre espresso la sua frustrazione per la sua attuale situazione in una conversazione con i giornalisti.

I Celtics sono stati menzionati come una possibile destinazione per Okafor, ma altre squadre hanno mostrato interesse per il 21enne. E’ possibile inoltre che venga coinvolto in una possibile trade insieme alla point guard Eric Bledsoe, o che addirittura avvenga uno scambio proprio tra i Philadelphia 76ers e i Phoenix Suns, sempre se questi ultimi siano interessati al big man di Phila, sempre secondo quanto riportato da Woj.

 

Leggi anche -Thomas: “E’ incredibile il modo in cui i Sixers stanno trattando Okafor”-

Philadelphia 76ers, non si tratta il buyout: si cerca una trade

76ers: non verrà esercitata l'opzione su Jahlil Okafor, buyout in arrivo?

Aggiornamento ore 9.21 I Sixers non valutano al momento un buyout per Jahlil Okafor: il team vuole continuare a parlare di trade e ci sarebbe un interessamento costante di alcune franchigie…

Jahlil Okafor: un futuro oramai lontano da Philadelphia?

Il centro dei Philadelphia 76ers potrebbe cercare di convincere la dirigenza ad effettuare un buyout dopo che questa ha deciso di non esercitare su di lui la 4th-year option, secondo quanto riportato da Marc Stein di “The New York Times”.

I Sixers hanno già provato a scambiare il ventunenne durante la scorsa stagione e alla trade deadline, prima di non esercitare l’estensione, secondo quanto riportato da Adrian Wojnarowski di ESPN. Mentre Philadelphia non ha ancora effettuato nessuna mossa, secondo quanto riportato da Stein, i 76ers avrebbero ricevuto delle offerte “su cui si può lavorare”.

Il prodotto di Duke si è ritrovato questa stagione ad avere un minutaggio minore, ritrovandosi nelle rotazioni sotto a Joel Embiid, Amir Johnson. Nella quarta sfida di quest’anno Jahlil ha portato a casa 10 punti e 9 rimbalzi in 22 minuti entrando come sostituto di Embiid.

Non esercitando l’opzione i 76ers libereranno $6.9 milioni dallo spazio salariale. Durante quest’estate, quando Jahlil Okafor sarà free agent (salvo imprevisti), la dirigenza potrebbe provare a rifirmarlo a cifre ancora più basse, anche se è quasi certo che la scelta numero 3 del draft del 2015 rifiuterà la possibile offerta.

Leggi anche: “76ers si cerca una trade per Okafor…”

I Philadelphia 76ers in cerca di uno scambio per Jahlil Okafor

Una delle squadre rivelazione della prossima Eastern Conference sono senza dubbio i Philadelphia 76ers. La squadra di coach Brett Brown ha la grande chance in questa stagione di poter puntare ad un grande ritorno in post-season grazie al recupero completo di Ben Simmons e Joel Embiid, potendo puntare in questa stagione sulla freschezza di Markelle Fultz e l’esperienza di Dario Saric. La grande crescita del croato però, ha messo fuori dalle rotazioni Jahlil Okafor reduce da una brutta stagione.

Jahlil Okafor di nuovo messo sul mercato dai 76ers

Il lungo dei 76ers infatti già nella scorsa stagione non ha mostrato tutte le sue buone potenzialità e fino al termine dell’ultima trade deadline è stato il nome più seguito per un possibile scambio assieme a Nerlens Noel.

Okafor Noel
Philadelphia 76ers center Jahlil Okafor (8) an forward Nerlens Noel (4) in a game against the Toronto Raptors at Wells Fargo Center. The Raptors won 108-95.

Nelle ultime ore il front office dei Philadelphia 76ers ha deciso di rimettere Jahlil Okafor sul mercato, andando di nuovo alla caccia di un possibile acquirente. A darne l’annuncio è stato lo stesso Keith Pompey, che sul proprio account Twitter ha riportato la notizia.

La notizia è in fase di accertamenti in queste ore, ma il mercato dei 76ers si preannuncia scoppiettante già alla vigilia degli imminenti training camp.

 

Dove finirà Jahlil Okafor? Le ipotesi in piedi al momento

Jahlil Okafor

L’abbondanza di lunghi in quel di Philadelphia ha portato la dirigenza a sceglierne uno da sacrificare. Quello scelto è l’ex Duke, Jahlil Okafor, e non Noel come si poteva pensare fino a qualche tempo fa. Le squadre interessate a lui sono tantissime, già meno quelle con reali possibilità di prenderlo. Gli insider NBA danno per certa una sua partenza, perciò cerchiamo di analizzare i possibili scenari.

Boston Celtics

I Celtics sono con gli occhi puntati sulle superstar in partenza, Jimmy Butler e Paul George su tutti. A poche ore dalla trade deadline è difficile riuscire a prendere un giocatore di quel livello, perciò Danny Ainge sta pensando anche a giocatori di seconda fascia, ma che potrebbero comunque migliorare il roster attuale. Le fonti sostengono che Brad Stevens abbia dato l’ok per un eventuale arrivo di Okafor e che non si è detto preoccupato per le sue lacune difensive. Offensivamente sarebbe un’arma da aggiungere all’arsenale dei Celtics, assolutamente valida, ad esempio in post basso darebbe alternative importanti a Boston. Essendo una minaccia reale in post, in caso di mismatch positivo potrebbe tirare, il che porterebbe le difese a marcarlo in modo diverso e Jahlil potrebbe passare la palla ai tiratori, perchè come ci ha insegnato Golden State: giocare tanto post, non vuol dire per forza tirare tanto dal post, ma anche semplicemente farci transitare la palla.

Ah e poi Okafor in post fa cose di questo tipo ed è al secondo anno in NBA.

Myles Turner in difesa su Jahlil Okafor

Indiana Pacers

Paul George insiste con la società per avere dei rinforzi per poter competere a un livello più alto. Questo apre due scenari: 1) la società lo accontenta e prende qualcuno, come potrebbe essere Okafor; 2) PG13 cambia squadra perchè la franchigia non crede che sia possibile migliorarsi più di tanto con un paio di mosse prima della trade deadline. George è uno dei giocatori più ambiti in questo rush finale di mercato, i Celtics su tutti sono pronti a puntare su di lui per contendere la Eastern Conference ai Cavaliers. Jahlil potrebbe dunque essere invorticato in un super scambio e potrebbe così formare una coppia notevole e giovane con Myles Turner. Le twin towers sembrano tornare di moda ultimamente, DMC-Davis ne è la prova. Qualora Paul George restasse, ad Okafor spetterebbe il ruolo di “diffence maker”, ovvero colui che deve fare la differenza in chiave playoff. Indiana attualmente è il 15° attacco per punti segnati e 20° per rimbalzi nella NBA, in queste due sezioni l’ex Duke può sicuramente aiutarli parecchio.

 

Chicago Bulls

La risposta più probabile alla domanda del titolo per ora (alle 6:30 del 23 Febbraio). I Chicago Bulls sono partiti con aspettative ben diverse rispetto ai risultati ottenuti finora. L’era Jimmy Butler sembra esser giunta al termine, mentre Dwayne Wade è agli ultimi anni della sua carriera. Fred Hoiberg non è riuscito a proporre le sue idee di basket imposte al college, dove faceva giocare una pallacanestro veloce e dinamica. Jahlil Okafor potrebbe rappresentare un opzione offensiva in più per giocare sui ritmi lenti di Wade, per cui avere una minaccia in post con punti nelle mani, diventerebbe importantissimo. I Bulls potrebbero arrivare a lui lasciando partire Butler, che sarebbe perfetto nel contesto di Philadelphia, anche se difficilmente giocherà per i 76ers ma andrà in un’altra franchigia in uno scambio almeno a tre squadre. Un’altra possibilità di scambio tra le due franchigie è quella di introdurre Nikola Mirotic e forse Denzel Valentine, entrambi piacciono al front office dei Sixers.

https://media.giphy.com/media/149P4y2ZalqXiU/giphy.gifVedremo altre giocate così in maglia biancorossa allo United Center?

Oltre queste franchigie alla finestra: Brooklyn Nets, Sacramento Kings e Dallas Mavericks attendono speranzose. Okafor è ambito perché si può prendere senza svenarsi, sapendo che Philadelphia vuole darlo via. In mano dei 76ers potrebbero rimanere col cerino in mano e la qualifing offer di Nerlens Noel diventerebbe un dubbio enorme. Le scelte di Colangelo sicuramente saranno influenzate dalle loro idee su Ben Simmons e dalla sua condizione fisica. Un sophomore 21enne da 11.4 punti,  4.8 rimbalzi, 1.1 assist e 1.1 stoppate in 23 minuti a gara, fa gola a molti e i Sixers non vedono l’ora di modellare il proprio roster. L’ex Duke è seduto sulla poltrona del salone di casa sua con la valigia pronta, in attesa soltanto di sapere dove attererà il volo che prenderà.

 

 

 

Celtics, Danny Ainge pensa a Jahlil Okafor?

Jahlil Okafor dei Sixers durante la summer league

Danny Ainge farà un bel regalo a Brad Stevens entro la trade deadline? Possibile, visto che attorno ai Boston Celtics stanno circolando diversi rumors di mercato. Nelle ultime ore si parla di un forte interessamento per Jimmy Butler, star dei Chicago Bulls. Un’operazione difficile, importante, che senza dubbio farebbe fare una sorta di salto di qualità alla squadra.

Tuttavia, il furbo general manager, starebbe guardando comunque altrove. Precisamente, verso Philadelphia: come riportato da Marc Stein, la franchigia del Massachusetts infatti sarebbe interessata ad acquisire Jahlil Okafor dei Sixers. Le lacune difensive del centro non preoccupano i Celtics, a quanto sembra. Il front office sarebbe intrigato di vedere il giocatore alla corte di Stevens, pronto ad inserirlo nel suo sistema, valorizzandone il suo ben fornito arsenale d’attacco.

C’è da chiarire una cosa: i Celtics non si sveneranno per Okafor. Ainge sta cercando di capire se lo si può prendere al giusto prezzo.

 

Jahlil Okafor ed una trade in arrivo

Il centro dei Philadelphia 76ers Jahlil Okafor non si è unito ai suoi compagni di squadra nel volo con destinazione Charlotte, dove i 76ers affronteranno gli Hornets. Che sia un chiaro segnale d’addio è evidente, dopo aver saltato la gara contro i Miami Heat, Okafor salterà la seconda gara consecutiva. Il ragazzo è al centro di una trade con una delle seguenti franchigie, cioè i Denver Nuggets, i Chicago Bulls e gli New Orleans Pelicans. Quest’ultimi avrebbero già formulato un’offerta ai 76ers riguardante una prima scelta al draft del 2018 ed il centro Alexis Ajinca.Dopo la trasferta contro gli Hornets, i 76ers voleranno a Miami per un rematch contro gli Heat in programma mercoledì. Si vedranno costretti quindi, a fare a meno di Okafor in entrambe le partite prima della pausa dell’All-Star Game. Intorno al ventunenne centro di Fort Smith, al secondo anno nella NBA, ci sono sempre state voci che lo vedevano lontano da Philadelphia, e gli stessi 76ers lo hanno messo al centro di diverse trade per tutta la stagione. C’è anche da dire però, che la concorrenza è spietata in quel di Philadelphia.

Okafor infatti deve contendersi un posto con Joel Embiid e Nerlens Noel che bene stanno facendo in questa stagione. Ma anche Okafor non sta affatto sfigurando, al contrario ha delle buone medie in stagione con 11.6 punti e 4.8 rimbalzi in 23.2 minuti per sera. Ed ecco spiegato l’interesse nei confronti di un giocatore ancora molto giovane da parte di diverse franchigie.

Embiid ed Okafor
Embiid ed Okafor

Trade in vista: in 5 con la valigia pronta per cambiare aria?

In questo periodo dell’anno, smaltiti i cenoni di Natale e Capodanno, molti GM sondano il mercato NBA alla ricerca della giusta trade per la loro franchigia. Alcune squadre rafforzano l’organico per fare strada nei playoff (vedi Cleveland Cavaliers), altre invece per poter raggiungere l’ultimo posto valido per la post season. Ci sono poi le ultime della classe, o meglio della conference, a cui non rimane altro che vendere i loro top player e intraprendere la lunga via del tanking. Dagli ultimi rumors di mercato, 5 giocatori vanno monitorati attentamente, perché potrebbero cambiare casacca, e spostare non poco gli equilibri della lega. 

Cominciamo da Brooklyn:

#1 Brook Lopez

Ruolo: Centro
Stats: 20 punti, 5.2 rimbalzi, 2.6 assist, 1.7 stoppate (36% da tre)
Non filtra ottimismo dalle parti di Brooklyn: la franchigia arranca sul fondo della Eastern Conference e non avrà prime scelte al draft fino al 2019. Un problema non da poco per una squadra che deve essere rifondata il prima possibile. Ecco perché verrà probabilmente ceduto Brook Lopez: i Nets, scambieranno il loro uomo franchigia, potranno ottenere future scelte e iniziare così la tanto sospirata ricostruzione. Lopez è un centro di grande talento e temperamento, dotato di un fisico possente e tiro eccelso (anche da oltre l’arco). Poco importa che sinora non siano giunte offerte in casa Prokhorov, c’è ancora tempo da qui alla deadline.

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