Boston KO, i Denver Nuggets sono ai playoffs: “Una bella sensazione, dopo quattro anni di lavoro”

Con la vittoria del TD Garden si chiude per i Denver Nuggets il lungo periodo d’assenza dalla post-season, che durava da ben sei stagioni.

Nella partita del ritorno di Isaiah Thomas a Boston, la città di cui l’ex giocatore di sacramento Kings e Phoenix Suns fu per oltre due anni fu uno dei volti sportivi più amati, la consueta doppia-doppia di Nikola Jokic (21 punti e 13 rimbalzi, con 7 assist) ed i 20 punti di Will Barton archiviano una volta per tutte la delusione rimediata appena un anno fa all’ultima partita di regular season, uno spareggio-playoffs tra Nuggets ed i Minnesota Timberwolves di Jimmy Butler.

114-105 il risultato tra Nuggets e Celtics. La squadra di coach Mike Malone trova la 47esima vittoria stagionale, vittoria che consolida il secondo posto nella Western Conference e consente a Denver (47-22) di tenere nel mirino il primo posto dei Golden State Warriors, oggi in vantaggio grazie ai soli scontri diretti dopo la sconfitta di San Antonio.

Con 13 partite ancora da giocare, i Nuggets hanno oggi 3 partite e mezza di vantaggio sugli Houston Rockets, terzi ed impegnati in una battaglia per la miglior posizione possibile assieme a Portland Trail Blazers, Oklahoma City Thunder ed ai sorprendenti San Antonio Spurs.

E’ una gran bella sensazione” Così coach Malone nel post-partita “Dopo quattro anni di lavoro, e dopo due stagioni in cui ci eravamo andati così vicini… abbiamo usato tutto questo come motivazione extra, stasera“.

I Nuggets lanciano il break decisivo nel quarto periodo, dopo una partita equilibrata (+12 a 3:47 dalla sirena finale). Jamal Murray, uno dei generali in campo di coach Mike Malone, avrà la possibilià di giocare i playofs NBA per la prima volta in carriera, a partire dal prossimo 13 aprile:

Finalmente! Ora ci prenderemo un minuto per realizzare quanto abbiamo fatto quest’anno, quanta strada abbiamo percorso. Possiamo goderci il momento ed al contempo guardare avanti, a ciò che ci aspetta, una bella sensazione

Denver Nuggets ai playoffs: quale sarà l’avversaria?

In una Western Conference estremamente fluida, il secondo posto dei Nuggets appare l’unica realtà di fatto (sebbene gli uomini di Mike Malone tenteranno di superare gli Warriors qualora se ne presenterà l’occasione). Denver potrebbe trovarsi accoppiata al primo turno con – verosimilmente – una tra Los Angeles Clippers del grande ex Danilo Gallinari ed Oklahoma City Thunder.

La squadra di Russell Westbrook e Paul George (42-29) si trova oggi in un momento di difficoltà (6 sconfitte nelle ultime 8 gare), sebbene il calendario non presenti grandi “ostacoli” da qui al termine della regular season.

Gli Utah Jazz (41-29) potranno invece beneficiare di un calendario privo di difficoltà, durante il quale Donovan Mitchell e compagni affronteranno ben 10 avversarie al di sotto del .500 di vittorie in stagione. I san Antonio Spurs dovranno affrontare una difficile serie di partite a partire da mercoledì 20 marzo (a San antonio saranno di scena i Miami Heat), serie che prevede 3 trasferte a Houston, Boston e Charlotte. Le ultime 7 gare per gli Spurs saranno al contrario sfide – sulla carta – semplici.

Nuggets, tripla-doppia per Jokic e 76ers KO, coach Malone: “Nikola tornato alla grande, Murray out”

Nikola Jokic dimentica Salt Lake City e la sospensione comminatagli dalla NBA e guida i suoi Denver Nuggets alla vittoria contro i Philadelphia 76ers con una tripla doppia, la settima stagionale.

Al Pepsi Center di Denver, Colorado, Nuggets-76ers termina 126-110 per gli uomini di coach Mike Malone. Per Jokic 32 punti, 18 rimbalzi e 10 assist, con 12 su 22 al tiro ed una sola palla persa dopo la gara di sospensione:

“(Nikola Jokic, ndr) è tornato ed ha fatto esattamente quello che ci si aspetta da lui. E’ stato una parte fondamentale del nostro attacco, ha fatto tutte le giocate giuste al momento giusto. Ci ha dimostrato quanto forte sia, un All-NBA assoluto, E per fortuna gioca per noi nei Denver Nuggets

– Coach Malone su Nikola Jokic –

 

Saltato a Denver il suggestivo scontro Jokic-Embiid (turno di riposo per la star camerunense dei 76ers), ed ancora assente Jimmy Butler (guai al polso destro per l’ex Twolves, che tornerà in campo contro i Los Angeles Lakers martedì sera), tocca a Ben Simmons e J.J Redick guidare l’attacco dei Sixers.

Simmons chiude con 19 punti, 12 rimbalzi ma soli 4 assist, e 6 su 17 al tiro (persino una tripla tentata, la prima stagionale). Redick è il miglior realizzatore di serata in casa 76ers con 22 punti e 4 su 10 dalla lunga distanza.

Partita ad alto punteggio nel primo tempo. I Nuggets segnano 41 punti nel solo primo quarto (41-37) e chiudono la prima metà di gara sul +9 (77-68). Sono già 20 i punti di Jokic, con 10 rimbalzi, e 13 i punti di Will Barton al riposo.

A fine terzo quarto il divario tra le due squadre si allarga, ed a metà quarto periodo Denver scappa definitivamente (120-104 a 5:48 dal termine), guidata da Jokic e Malik Beasley (14 punti a fine gara).

Nuggets-76ers, Mike Malone: “Buona prova, un po’ preoccupato per Jamal Murray”

 

Troppa la voglia di Nikola Jokic di rifarsi dopo la squalifica (a suo dire ingiusta, ma prevista dal severo regolamento NBA) che ha costretto la star serba dei Nuggets a saltare la sfida casalinga contro i Phoenix Suns di venerdì notte.

Così Jokic nel post partita tra Nuggets-76ers:

Se mi aspettavo la tripla doppia? Non so, non scendo in campo con l’idea di fare 30 punti o prendere 20 rimbalzi, voglio solo giocare, dare il massimo e vincere. Abbiamo vinto, quindi tutto OK, mi prendo anche la mia tripla-doppia

– Nikola Jokic dopo Nuggets-76ers –

 

 

Così coach Mike Malone sulla prestazione dei suoi e sull’assenza di Jamal Murray, out per un problema ad una caviglia:

Nel secondo tempo i ragazzi sono stati bravi nel fornire uno sforzo maggiore in difesa, rispetto alla prima metà di gara. Dopo il primo tempo (i Sixers, ndr) stavano tirando con 9 su 18 da tre punti, nel secondo tempo ne hanno messe solo cinque. Una buona prova contro una buona squadra, anche senza Embiid e Butler (…) Jamal Murray? Sono un po’ preoccupato. ha convissuto con un guaio alla caviglia negli ultimi giorni, sembrava stare meglio ma si è infortunato di nuovo. Oggi pomeriggio (sabato, ndr) la caviglia era molto gonfia. Farà trattamenti e fisioterapia, vedremo come si sentirà e se potrà giocare a Memphis (martedì, ndr)”

– Mike Malone dopo Nuggets-76ers –

Denver Nuggets: una squadra bizzarra tutta da scoprire

Denver Nuggets

Denver Nuggets sono una squadra decisamente stravagante che ondeggia sulla sottile linea tra meraviglia e schifezza, per questo può iniziare la stagione con 10 vittorie nelle prime 11 partite, alcune prestigiose vedi quella contro Golden State, e poi inanellare 6 sconfitte e 2 vittorie nelle successive 8. Capire cosa vogliano o cosa possano fare in questa stagione è piuttosto complicato anche perché i primi a non saperlo sono loro stessi ed è proprio per questo che sono interessanti, sono unici nella lega e meritano attenzione.

DENVER NUGGETS: LAVORI IN CORSO

Il gruppo dato in mano a coach Mike Malone è il secondo più giovane della NBA, 24.2 di età media (Chicago prima con 24.0) e sempre dopo i Bulls è quella con in media meno anni d’esperienza in NBA per giocatore: 3.3 anni, mentre Chicago è a 2.7 (per dei riferimenti: Grizzlies 4.9, Lakers 5.6, Rockets 7.4 fonte: en.hispanosnba.com). Questo non basta per giustificare gli alti e bassi, ma sicuramente aiuta; un altro aspetto da tenere in considerazione è il tentato cambiamento d’approccio nella fase difensiva. L’anno scorso i Nuggets erano tanto inebrianti in attacco, quando terrificanti nella propria metà campo, nonostante il defensive rating fosse da ultime 10 della lega sono stati in grado di giocarsi l’accesso ai playoff nell’ultima partita proprio contro Minnesota, hanno perso in casa dei TWolves e si sono ripromessi di fare qualcosa di diverso nel 2018/2019.

Innanzitutto la difesa sul pick and roll in cui è coinvolto Jokic (quindi molto spesso essendo un anello debole da attaccare e stancare il più possibile per non averlo fresco in attacco) ha modificato i suoi principi, il lungo serbo non aspetta più sotto canestro passivamente, anzi cerca di spingere fuori aggredendo e cercando di obbligare il portatore di palla a prendere una decisione in pochissimo tempo. Questa modifica è dovuta sostanzialmente a 3 fattori: 1) Jokic non ha un atletismo rimarchevole e dunque non riusciva a difendere il ferro con efficacia; 2) per chi è scarso in difesa o molto pigro (o entrambe le cose) mentalmente è più facile applicarsi nelle vicinanze del pallone piuttosto che lontano; 3) con la scelta dello scorso anno l’attaccante o avanzava verso il ferro (vedi punto 1) oppure si doveva accontentare di un midrange shot parzialmente contestato, ma questo solo in teoria perché in pratica non funzionava. Per ora questo cambiamento, insieme al pieno reintegro di Paul Millsap, assente per ben 44 partite nel 2017/2018, defensive quarterback e notevole difensore in generale e insieme a uno sforzo maggiore del roster tutto nell’applicazione difensiva stanno dando i frutti e il 7° posto di defensive rating momentaneo ne è la parziale prova.

 

Sia chiaro, non si sta chiedendo ai Nuggets di diventare un juggernaut difensivista, per caratteristiche dei giocatori la vocazione offensiva sarà sempre predominante in questa squadra, ma è altrettanto evidente che senza acquisizioni di rilievo i miglioramenti attuabili sono prevalentemente in quella metà campo.

LINEA DELLA CARITÀ E PALLE PERSE 

Le palle perse al momento non sono una preoccupazione considerevole per coach Malone dato che la sua squadra è settima per assist-turnover ratio con 1.81 (curiosità: il giocatore con la ratio migliore dell’intera NBA è proprio un Nugget, Monte Morris con 6.45), però Denver troppo spesso ha dei momenti di blackout in cui concede 3-4 canestri facili e perde un paio di palloni banali. E’ una squadra capace di forzare molte palle perse con aggressività anche a ball handler di livello, ma allo stesso tempo ne perde un filo di troppo considerando che il pace è il sestultimo della lega (98.79, bassino per gli standard del 2018) e ovviamente è più concesso effettuare turnovers se si corre a spron battuto, un po’ meno se si va al trotto con tempo per ragionare sul da farsi.

Attualmente i Nuggets sono ventunesimi per tiri liberi tentati, con una media di 22.2 a partita. Molte delle migliori squadre ne tentano pochi ad esempio gli Warriors sono ventiduesimi e i Raptors venticinquesimi, dunque il problema non sussiste? Nì, il punto è che va benissimo essere una squadra che tira pochi liberi, ma allo stesso tempo devi concederne pochi agli avversari, cosa che Denver non fa in quanto è nona per falli fatti con 21.7 di media. Questa è un’altra situazione da poter limare, così come le percentuali dalla linea della carità ventiduesimi con il 74.2% è un dato migliorabile.

C’E’ VITA OLTRE JOKIC

Gary Harris
DENVER, CO – JANUARY 21: Denver Nuggets head coach Michael Malone pats guard Gary Harris (14) on the stomach after he got hit with his second foul during the first quarter at the Pepsi Center on January 21, 2016 in Denver, Colorado. (Photo by Brent Lewis/The Denver Post)

Il backcourt non è secondo a molti, Harris e Murray sono due giocatori giovani che si incastrano bene l’uno con l’altro e specialmente il primo ha un upside elevato su entrambe le fasi di gioco. Jamal Murray è un giocatore che i Nuggets hanno scelto di sfruttare come primo ball handler, per beneficiare a pieno della sua capacità di creare e anche segnare dal palleggio. Per ora viaggia a 17.2 punti di media, non sarebbe strano vederlo intorno ai 20 a fine stagione. Gary Harris è un ex Spartans e come tale non può non partecipare alla difesa, altrimenti con coach Tom Izzo il campo te lo sogni. Il suo impatto in attacco è sotto gli occhi di tutti a maggior ragione è lecito attendersi qualcosa di più in difesa, anche perché rispetto a Murray sembra avere le capacità per fare un salto ulteriore in tal senso. La trade con i Bulls che lo ha portato in Colorado sembra più che mai una mossa giusta del front office, perché quella diciannovesima chiamata sta dimostrando di meritarsela appieno.

Michael Porter Jr e Isaiah Thomas per ora non sono stati a disposizione, sulla carta potrebbero essere due innesti determinanti nella pazza corsa ai piazzamenti playoff nella Western Conference. Prima dell’infortunio alla schiena Porter era dato stabilmente in top 3 dei vari mock draft, il rientro forzato durante la Madness per provare a riscalare posizioni ha sortito l’effetto contrario ed è scivolato fino alla scelta dei Nuggets. Potrebbe tornare a disposizione durante la stagione o direttamente l’anno prossimo, probabilmente bisognerà attendere a lungo per vederlo a pieno regime. Lui però può davvero essere quel pezzetto che manca per trasformare la squadra, da una che lotta per guadagnarsi spazio tra la sesta, settima e ottava casella, a una che è stabilmente top 6 della conference, considerando il fattore età. Per Thomas il discorso verte molto sull’aspetto mentale, in poco più di un anno è passato da essere un giocatore da massimo salariale, a uno costretto ad accettare un minimo a Denver. Sicuramente per lui ci sarà voglia di mettersi in mostra e di dimostrare ciò che vale, ma in una squadra con lacune difensive sarà complicato inserire un altro pessimo difensore e, come se non bastasse, non è scontato che giochi soltanto per il bene della squadra accettando il ruolo più congeniale senza pensare alle statistiche e al contratto che dovrà firmare in estate (verosimilmente l’ultimo dove potrà portare a casa bei soldi, tra l’altro per lui che è stato spesso sottopagato potrebbe non essere propriamente una sciocchezza).

Il terzo punto della vita oltre Nikola Jokic è dedicato al president of basketball operations Tim Connelly e al general manager Arturas Karnisovas, i quali sono i responsabili materiali dell’aver pescato Monte Morris con la 51esima scelta del 2017. Il primo anno è stato spedito in G-League ai Vipers per far crescere e maturare, giocando soltanto 3 partite con la maglia dei Nuggets. Quest’anno invece è parte attivissima delle rotazioni e addirittura vanta 1 partenza in quintetto. 9.1 punti, 3.9 assist, 2.6 rimbalzi e 0.8 rubate in 23.8 minuti di media per la point guard proveniente da Iowa State. Come detto in precedenza ha la miglior assist-turnover ratio della lega e questo dato è un po’ il manifesto di cos’è lui in campo tanta sostanza abbinata a qualità e intelligenza tattica. E’ raro scegliere con la 51 un giocatore così importante per le rotazioni e anche se questo suo spazio è possibile che diminuisca in primavera, c’è comunque da fare un plauso a chi gli ha dato fiducia.

Porter Jr-Nuggets
Porter Jr è potenzialmente il tassello mancante dei Nuggets, ma può anche essere che diventi un oggetto misterioso. Insomma Denver ha scelto di giocarsi il jolly e rischiare perchè il talento è sotto gli occhi di tutti.

AMBIZIONI, TRA IL REALE E NON

In una puntata di The Jump su ESPN The Truth e T-Mac hanno discusso della possibilità di vedere i Nuggets in finale di conference e francamente sembra un po’ eccessivo viste le premesse. Denver è sì una squadra difficilmente prevedibile, ma a tal punto da fare un exploit del genere?! I playoff sono quasi un altro sport, le difese salgono di livello e per quanto tu possa avere un attacco strepitoso segnare 120 per vincere è una missione ardua, in più abbiamo parlato dell’età media come buon segno di futuribilità e di potenziale, il rovescio della medaglia indica inesperienza con gli appuntamenti chiave. La difesa di quest’anno è decente non d’elite e un veterano come Millsap nel proseguo dell’anatta potrebbe incontrare due sgradite compagne di viaggio: fatica e vecchiaia e coprire le carenze altrui in difesa sarà sempre più dura.

La città di Denver è in altitudine e numerosi giocatori NBA hanno sottolineato come il fattore campo in quelle condizioni sia accentuato perché esserci abituati non è cosa da poco. Questo verosimilmente conta anche durante i playoff, però incide più nel corso di un’estenuante stagione NBA da 82 partite con back-to-back e 4 partite in 6 giorni dove si dorme poco e niente. L’obiettivo dei Nuggets deve essere quello di tornare a giocare una postseason facendo fare esperienza a questo nucleo; se l’accoppiamento del primo turno dovesse essere favorevole e/o il seed sarà top 4 (improbabile, ma mai dire mai) allora un secondo turno potrebbe pure essere centrato, da lì in poi sembra quantomeno ambizioso pretendere di più.

PS: Se i rumors provenienti da Washington dovessero diventare concreti e uno tra Otto Porter e Bradley Beal dovesse sbarcare in Colorado ovviamente il panorama cambierebbe e di conseguenza anche le ambizioni.

Celtics, multa da 25mila dollari per Kyrie Irving: “Gesto sbagliato il mio, Murray ha mancato di rispetto”

Multa per Kyrie Irving. Il gesto di rabbia compiuto a fine partita da Irving a Denver è costato 25mila dollari alla star dei Boston Celtics.

Kyrie Irving ha scagliato con rabbia il pallone tra le tribune del Pepsi Center di Denver dopo la sirena finale della partita di lunedì notte tra Celtics e Nuggets.

Il motivo? Un inutile tentativo da tre punti della point guard di Denver Jamal Murray a partita chiusa. Un gesto considerato estremamente irrispettoso dai giocatori NBA.

Irving ha dichiarato dopo la partita di aver lanciato il pallone perché irritato dalla sconfitta e dal tiro di Murray, che ha abbastanza “infantilmente” tentato di segnare per arrivare a quota 50 punti (48 i punti segnati da Murray a fine partita).

Pistons-Celtics, Kyrie Irving: "Voglio prendermi cura della mia squadra in maniera diversa"
25mila dollari di multa per Kyrie Irving

L’ex Cavs ha accettato multa di buon grado, assumendosi le proprie responsabilità:

La multa? Me la sono meritata, è stato un errore da parte mia, un comportamento immaturo. Mi sono sentito preso in giro da quel tiro, così ho scagliato la palla intribuna come a dire ‘ecco dove finisce la tua palla da 50 punti’“.

Kyrie ha poi chiosato con un piccolo “avvertimento” per Murray: “Immagino che ci rivedremo presto“, come riportato da Jay King per The Athletic.com

Escludendo promesse di rappresaglie fisiche da parte di Irving (uno che considera la sconfitta un insulto personale), I Denver Nuggets sono avvisati.

Boston e Denver incrocieranno di nuovo le armi martedì 19 marzo 2019, al TD Garden.

 

Finale polemico tra Nuggets e Celtics, ira di Kyrie: “Jamal Murray è stato irrispettoso”

Kyrie Irving Programma Sky Sport NBA settimanale

Finale animato quello della partita tra Boston Celtics e Denver Nuggets. Causa il “peccato capitale” della point guard di Denver Jamal Murray, che a fine partita ed a risultato già acquisito tira allo scadere per cercare il 50esimo punto della sua gara.

Nuggets-Celtics finisce 115-107. MVP di serata proprio Murray, che segna 48 punti e guida i Nuggets (9-1) alla nona vittoria in dieci partite. Record valido per il secondo posto ad ovest, dietro agli imbattibili Golden State Warriors.

L’ex Kentucky Wildcats “macchia” la sua partita perfetta infrangendo una delle regole non scritte – ma considerate sacre – di comportamento tra giocatori di pallacanestro, specialmente negli USA: non si tira a pochi secondi dalla fine di una gara già chusa.

Nuggets-Celtics, Kyrie Irving: “Jamal Murray, non si fa!”

Un gesto considerato a volte irrispettoso dagli avversari. Nel post partita tra Nuggets-Celtics, è Kyrie Irving a rimproverare Murray per la sua (a dire di Kyrie) mancanza di rispetto:

A chi non darebbe fastidio? Voglio dire, se avesse subito un fallo, fosse andato in lunetta… niente da dire. Non è il caso di farne un dramma, comunque

Proprio Irving, autore di una prova da 31 punti, 5 rimbalzi, 5 assist e 3 recuperi (con 13 su 17 dal campo e 4 tiri da tre punti segnati) ha raccolto il rimbalzo a tempo scaduto sul tiro di Murray e scagliato il pallone sulle tribune con rabbia, subito dopo:

Ero solo arrabbiato per la sconfitta. Ora mi sono calmato, andiamo avanti. Complimenti a Murray che ha giocato bene. La nostra difesa deve migliorare, soprattutto sul pick and roll e soprattutto contro giocatori come Jamal. Oggi ha segnato tiri difficili, da fuori ed in entrata, ci ha fatto diventare matti. Ma quella str*****a non avrebbe proprio dovuto farla. Così ho tirato la palla in tribuna perché la cosa si notasse

– Kyrie Irving dopo Nuggets-Celtics –

Nuggets-Celtics, Jamal Murray: “Nessuna mancanza di rispetto per Boston”

I 48 punti di Murray rappresentano il career high NBA per un giocatore canadese (in coabitazione con Steve Nash, 2005).

Jamal Murray

I Denver Nuggets hanno inseguito Boston (6-4) per tutto il primo tempo.

I Celtics hanno toccato il +17 a fine primo quarto, trascinati da un Kyrie Irving in evidente progresso di forma fisica.

Jamal Murray sopperisce ai problemi di falli di Nikola Jokic ed alla brutta serata al tiro di Gary Harris (13 punti con 4 su 13 al tiro) con 23 punti nel solo primo tempo (e 14 nel primo quarto).

Il terzo quarto di gioco è equilibrato, ma Denver scappa in apertura di ultima frazione e raggiunge il +10 a circa metà quarto periodo.

Mi sono fatto un po’ trascinare dal momento, come mi succede a volte. Non ho assolutamente mancato di rispetto ai Celtics ne ai tifosi, con quel tiro. Ho tentato segnare il mio 50esimo punto (…) davvero non c’è stata alcuna intenzione di mancare di rispetto a nessuno, conosco tanti giocatori dei Celtics, non c’è alcun problema

– Jamal Murray dopo Nuggets-Celtics –

Quando ho segnato il primo tiro” Prosegue Murray “Ho sentito che sarebbe stata una grande serata. Mi sentivo stanco ad inizio partita, ma ho scoperto che quando sono stanco gioco con più attenzione, con più concentrazione. I miei compagni sono stati bravi a cercarmi e mettermi in ritmo (…) è stata una partita divertente. D’altronde, io sono andato al college un solo anno, e tutto quello che mi si chiedeva di fare era segnare. Ed è quello che cerco di fare, sempre“.

19 dei 48 punti di Murray sono arrivati nel solo quarto periodo.

Un Kyrie Irving evidentemente frustrato a fine partita ha prima rifiutato la stretta di mano con Jordi Fernandez, assistant coach di Mike Malone a Denver, e soprattutto ex assistente di Byron Scott ai Cleveland Cavs, ex squadra di Irving, per poi scagliare il pallone con foga tra gli spalti del Pepsi Center.

Nuggets-Timberwolves: ci si gioca tutto nell’ultima gara della stagione

Nuggets-Timberwolves

Nuggets-Timberwolves era senza dubbio la partita più calda della notte, visto che tra le due squadre, in lotta per un posto nei play-off, c’era appena una vittoria di distanza. A spuntarla sono stati gli uomini di coach Malone che hanno di fatto raggiunto Minnesota all’8° posto della Western Conference, quando mancano tre partite al termine della regular season.

A quota 44 vinte ci sono anche i New Orleans Pelicans che però hanno giocato una partita in meno. La corsa play-off sarà tra queste tre squadre che si giocheranno il settimo e l’ottavo posto ad Ovest. Importantissimo, in tale senso, lo scontro Nuggets-Timberwolves della notte tra mercoledì 11 e giovedì 12 aprile che sarà l’ultima gara della stagione per entrambe le franchigie.

Nuggets-Timberwolves: Jokic e Murray decisivi

Nuggets-Timberwolves è stata decisa da un canestro, quello del 100 a 96 finale, a pochi secondi dalla fine di Nikola Jokic, che ha sfiorato la tripla-doppia chiudendo con 16 punti, 14 rimbalzi e 9 assist. Molto bene anche Jamal Murray con i suoi 22 punti segnati nei momenti difficili del match per riprendere contatto dopo una mini fuga di Minnesota nel terzo quarto.

In casa Timberwolves bene Karl-Anthony Towns che chiude con 26 punti e 13 rimbalzi, mentre a deludere è stato ancora una volta Andrew Wiggins che ha collezionato appena 9 punti.

Durante la gara si è rivisto, in panchina, Jimmy Butler ma coach Thibodeau ha preferito non rischiarlo visto che il giocatore non è ancora al meglio ed è appena rientrato da un infortunio. La sua assenza, però, si sta facendo sentire non poco visto che Minnesota ha un record di 8 vinte e 9 perse, dal suo infortunio al ginocchio del 23 febbraio contro Houston.

Ora sarà decisivo lo scontro diretto, l’ennesimo, l’ultimo: tre gare da giocare per entrambe, i Nuggets disputeranno le sfide contro Clippers, Portland e Minnesota, mentre i Wolves avranno da affrontare con un Jimmy Butler ritrovato, Lakers e Grizzlies per poi avere lo scontro diretto.

Insomma tre gare, con l’ultima decisiva per capire chi tra Minnesota, Denver andrà ai playoffs: possibile anche che entrambe centrino l’obiettivo visto che Pelicans, OKC, Spurs non sono poi così lontane. La situazione è la seguente dal quinto al nono posto:

  • 45-34 Spurs
  • 45-34 OKC Thunder
  • 44-34 Pelicans
  • 44-35 Wolves
  • 44-35 Nuggets

42-37 invece per i Clippers che se dovessero vincere contro i Nuggets questa notte potrebbero avere le ultime chance di centrare i playoffs.

LEGGI ANCHE:

Anche i Cavaliers sul numero 2 degli Spurs: la possibile offerta 

Trade anche per Boston? Lo scambio per Kawhi Leonard 

Lakers-Kawhi Leonard: giusto sacrificare i giovani? 

 

Julius Randle: “Nikola Jokic ha giocato sporco”

Julius Randle-Nikola Jokic-duello-green

Le ultime partite tra Los Angeles Lakers e Denver Nuggets si sono concluse sempre con delle contestazioni, la più recente è stata quella di ieri, con protagonisti Julius Randle e Nikola Jokic.

I due giocatori sono stati separati negli ultimi 20 secondi di partita, quando ormai era già chiaro chi fosse stato il vincitore. La causa del litigio, secondo le parole di Julius Randle, sarebbe da ricercare nel continuo comportamento di Nikola Jokic.

Le versione di Julius Randle

Il numero 30 giallo-viola dichiara: “Si ho spinto Nikola Jokic, ma mi ha provocato tutta la partita. Nikola Jokic ha giocato sporco, non va bene se provi ad agganciarmi il braccio più volte”.

La risposta di Jokic non è ancora arrivata, ma state sicuri che la storia non finirà qua. Intanto, ad alimentare le contestazioni, ci sono stati anche i tifosi Lakers. A fine partita infatti, il pubblico non ha mancato l’occasione di far sentire tutto il suo disprezzo a Jamal Murray, per il tunnel ai danni di Lonzo Ball.

Possiamo dire quindi, che la sfida tra Los Angeles Lakers e Denver Nuggets sia ormai passata ad una dimensione più grande, coinvolgendo giocatori,pubblico e staff.

A parlare del caso Murray infine, c’è stato anche Luke Walton che ha dichiarato: “Il suo comportamento è stato totalmente irrispettoso”.

Three Points – Cosa resterà di questo All Star Weekend?

Questa edizione di ‘Three Points’ arriva al termine di una settimana senza partite NBA, ma non per questo povera di spunti. Se la pausa per l’All Star Weekend ha regalato ai giocatori una settimana di vacanza, il lavoro fuori dal parquet è proseguito con più fervore che mai, in vista della trade deadline di ieri. In attesa di tuffarci a capofitto nell’infuocata corsa ai playoff, andiamo ad analizzare tre argomenti ‘caldi’ degli ultimi sette giorni. Let’s go!

 

1 – Cosa resterà di questo All Star Weekend?

Anthony Davis alza il trofeo di All Star Game MVP; per lui anche il record assoluto di punti realizzati (52)
Anthony Davis alza il trofeo di All Star Game MVP; per lui anche il record assoluto di punti realizzati (52)

“E così, anche il sabato è andato così…” diceva una delle più belle canzoni di Luciano Ligabue. Un altro All Star Weekend è passato agli archivi tra musica, spettacolo e, negli intermezzi, qualche sprazzo di pallacanestro.
Partendo dai doverosi presupposti sciorinati la scorsa settimana, cerchiamo di fare un resoconto di quanto accaduto in quel di New Orleans, vero e proprio centro del mondo cestistico di questi ultimi giorni.

C’è solo una partita, durante l’anno, meno competitiva della tradizionale sfid…ehm, esibizione tra Ovest ed Est: il Rising Stars Challenge. Se a molti può dar fastidio l’atteggiamento tenuto in campo la domenica da superstar affermate e pluridecorate, cosa si può pensare allora vedendo un gruppo di ventenni appena usciti da scuola (letteralmente, visto che molti di loro due anni fa erano al liceo) fare su e giù per il campo tentando le giocate più assurde?
L’unico vero motivo per seguire questo incontro è vedere questi giovanissimi fenomeni dare prova del loro talento in un contesto più importante del solito, almeno dal punto di vista mediatico. Ecco allora l’esaltazione dell’atletismo di giocatori come Jonathon Simmons, Marquese Chriss o Dante Exum (finora piuttosto ‘quieto’ con la maglia degli Utah Jazz), delle abilità balistiche di Devin Booker e dei trucchi da playground di D’Angelo Russell, per finire con le clamorose doti di passatore di Nikola Jokic, astro nascente dei Denver Nuggets (che venerdì notte non avrebbe tirato nemmeno sotto tortura). A proposito di Nuggets, l’MVP della serata è stato Jamal Murray, autore di un vero e proprio ‘bombardamento’ culminato nell’unico momento di ‘simil-competizione’ dell’ncontro (durato 2 o 3 minuti, niente di più). Ad insidiarlo per la conquista del premio un altro componente del ‘Team World’, quel Buddy Hield ancora ignaro di stare disputando l’ultima partita nella ‘sua’ New Orleans. Il match del venerdì è stato una nuova occasione per vedere di fronte Karl-Anthony Towns e Kristaps Porzingis, due assoluti fuoriclasse che, presto o tardi (presumibilmente già l’anno prossimo), si troveranno di fronte anche nel main event del fine settimana. Così come per la gar…ehm, lo show della domenica, il valore assoluto di questo evento aumenterà con il passare degli anni. Chissà mai che, in futuro, non andremo a recuperare il filmato di questa partita per rivivere l’ingresso nell’elite NBA dei dominatori di domani.
Piccola nota a margine per Brandon Ingram. La giovanissima ala dei Los Angeles Lakers, sebbene si trovasse in un contesto più ‘festaiolo’ che agonistico, è rimasto quasi volutamente nell’ombra. Uno, due tiri al massimo (mentre al suo fianco Hield e Murray avrebbero scaraventato verso il canestro anche gli spettatori più vicini), grossolani errori nel passaggio, un evidente disagio. L’unico suo lampo, forse involontario, è stata un’inaspettata rivelazione al microfono del bordocampista: “Sai, D’Angelo (Russell, ndr) non è uno che passa troppo il pallone…”. E’ vero che avrà modo e soprattutto tempo per mettersi in luce in gialloviola; si può tranquillamente affermare, però, che il suo ingresso nella lega avrebbe potuto essere dei migliori.

L’All Star Saturday è stato piuttosto incolore. Certo, fare meglio delle ultime edizioni della gara di tiro da tre punti (con le prodezze degli ‘Splash Brothers’) e, soprattutto, del memorabile Slam Dunk Contest 2016 (con l’epico duello finale tra Aaron Gordon e Zach LaVine) era obiettivamente impossibile; durante il sabato appena trascorso, però, l’entertainment si è visto più che altro fuori dal campo. Con tutta la stima per Glenn Robinson III e per Derrick Jones Jr. (il quale ha ostentato una sicurezza rara per un neo-ventenne), la loro esibizione ha messo a nudo la dura realtà: salvo eccezioni come l’epocale edizione 2016, la gara delle schiacciate rischia di aver fatto il suo tempo. Sembra arrivato il momento di escogitare qualcosa di nuovo.

P.S. ormai anche chi non segue il basket ha afferrato il concetto secondo cui il gioco sta cambiando e anche i lunghi possono portare palla e tirare da tre punti; non è indispensabile organizzare tutta quella pantomima!

Se fino a questo punto sono stato piuttosto d’accordo con le critiche riservate all’ultimo All Star Weekend, mi trovo invece a dissentire vigorosamente su molto di quanto letto in questi giorni riguardo allo ‘showdown’ della domenica sera.
Per parlare di un evento come di una ‘delusione’ è strettamente necessario esserci arrivati con un certo tipo di aspettative. Diciamoci la verità: qualcuno pensava di vedere a New Orleans un remake di Gara-7 delle scorse Finals?
L’All Star Game è andato esattamente come bisognava aspettarselo. C’è chi lo ha vissuto più intensamente degli altri, come Giannis Antetokounmpo (preda di una contagiosa esaltazione per il primo ASG in carriera), Russell Westbrook (che non giocherebbe sotto al 100% nemmeno a scala 40) e l’MVP Anthony Davis, osservato speciale in quanto ‘padrone di casa’. Per quest’ultimo è arrivato anche il record all-time di punti realizzati (52, stracciando i 42 di tale Wilt Chamberlain). Chiaro, quando la tua squadra ne realizza 192 e tutti (tranne Westbrook!) giocano per farti segnare, tutto è relativo, ma i complimenti al Monociglio per averci regalato qualcosa da ricordare sono comunque doverosi.

Eccezion fatta per i nomi già citati, è stata la solita ‘scampagnata’ tra amici, con quelli più a loro agio (vedi un LeBron James in campo per pochissimi, ma intensi minuti), quelli palesemente fuori posto (consiglio vivamente di rivedere il match cercando ogni volta la faccia di Kawhi Leonard) e quelli che invece avevano la testa altrove (DeMarcus Cousins, su cui torneremo più avanti). La poca competitività (il più grande eufemismo di sempre) della serata è stata magistralmente sottolineata dai colpi di genio di due futuri stand-up comedians: Kyrie Irving e Stephen Curry. Il playmaker dei Cleveland Cavaliers si è esibito in una splendida (e passata praticamente inosservata) rimessa in favore degli avversari (già che ci siamo…), mentre il due volte MVP, ‘spaventato’ dalla furia distruttiva di Antetokounmpo, ha deciso di fingersi morto e regalarci il momento clou della serata:

https://www.youtube.com/watch?v=gtFvHkwfbFw

Questi due episodi non sono stati altro che una satira bella e buona su quello che effettivamente è diventato (o è sempre stato?) l’All Star Game: un susseguirsi di alley-oop e tiri da distanze siderali, accompagnato da balletti e risate d’ordinanza. A lunghi tratti, non proprio il massimo dello spettacolo.
Ed ecco che arriviamo al nodo della questione: come ‘salvare’ l’All Star Game?
Certamente saremo in moltissimi (tra cui azzarderei a inserire Adam Silver) a non voler vedere mai più la ‘farsa’ inscenata dalle due formazioni, ben lontana dalle reali possibilità dei migliori cestisti del pianeta. Le soluzioni proposte dalle più disparate fonti, però, appaiono francamente irrealizzabili ed illogiche. Perché mai assegnare il fattore campo nelle Finals, rendendo di fatto inutili gli sforzi delle trenta franchigie nella ben più significativa regular season? Peggio ancora, per quale motivo la lega dovrebbe staccare un bell’assegno da 500.000 dollari ad ogni membro del team vincente? Gonfiare ulteriormente le tasche di atleti multimilionari sarebbe il modo più deplorevole in assoluto per utilizzare tali somme. Perché, piuttosto, non proporre di organizzare il successivo All Star Weekend in una delle città della Conference vincente? E’ un’idea buttata lì; anche se minima, sarebbe pur sempre un ‘scossa’. Di certo Silver e soci si trovano di fronte a un dilemma piuttosto spinoso.

Tra i momenti da ricordare nella serata dello Smoothie King Center, a parte gli sketch di Irving & Curry e le feroci ‘inchiodate’ di Giannino, potremmo annoverare la schiacciata di DeAndre Jordan su alzata al tabellone di Westbrook (che ha fatto tremare anche il televisore) e, senza alcun dubbio, il dai-e-vai Westbrook-Durant-Westbrook, con tanto di festeggiamento dei compagni in panchina. Alla fine è stata l’unica interazione tra i due protagonisti più attesi del weekend, ma l’ ‘effetto scenico’ di quella giocata è assolutamente innegabile.
In chiusura, una nota di merito per lo spettacolo che ha accompagnato la domenica delle stelle. Non tanto per John Legend, sulla cui eccellenza non ci sono mai stati dubbi, quanto per il magnifico pezzo con cui The Roots hanno aperto la serata e dato il via all’introduzione delle squadre. Senza rinunciare alla ‘tamarraggine’ richiesta dall’occasione, il gruppo ha lanciato un chiaro ed efficace messaggio (che dovrebbe essere assimilato per bene da chiunque si diletti ad analizzare lo sport) sul concetto di ‘Evolution Of Greatness’: non si potrà mai dire se sia stata meglio questa o quell’altra epoca, poiché ognuna è l’evoluzione di quella precedente. Chapeau.

 

2 – Monsters & Co.

DeMarcus Cousins con i nuovi compagni a New Orleans: Jrue Holiday (a sinistra) e Anthony Davis
DeMarcus Cousins con i nuovi compagni a New Orleans: Jrue Holiday (a sinistra) e Anthony Davis

Un weekend delle stelle tutt’altro che indimenticabile che si è però concluso col botto, ovvero con l’annuncio del passaggio di DeMarcus Cousins ai New Orleans Pelicans. Una notizia comunicata ad un sorpreso Cousins proprio di fronte alle telecamere, pochi minuti dopo la fine delle ‘ostilità’ sul parquet dello Smoothie King Center, da quel momento nuova ‘casa’ del fenomenale centro.

Un colpo di tale importanza finisce indubbiamente per ridisegnare lo scenario della Western Conference, almeno per quel che riguarda la corsa all’ottavo posto.
I Pelicans, attualmente undicesimi (a due partite mezza di distanza da Denver), si ritrovano con un frontcourt dallo sconfinato potenziale, formato da Cousins e dall’All Star Game MVP Anthony Davis. Sul piano individuale parliamo di fatto dei migliori ‘big men’ della lega, entrambi all’apice della carriera. Due autentici ‘mostri’ che stanno riscrivendo partita dopo partita il concetto di ‘lungo NBA’: oltre al sovrannaturale atletismo, infatti, AD e DMC possono vantare un repertorio offensivo pressoché illimitato (impreziosito da un tiro da tre punti in costante miglioramento) e un controllo dei movimenti fino a poco tempo fa sconosciuto a giocatori delle loro dimensioni (come ha tenuto a ricordarci lo Skills Challenge di sabato scorso).

Il grande punto interrogativo, però, riguarda la possibile coesistenza dei due in quel di NOLA.
Dal punto di vista tattico i due sono teoricamente compatibili; l’arrivo di ‘Boogie’ comporterà un utilizzo pressoché costante di Davis come ala grande, con conseguenti incubi causati alle difese avversarie. E’ piuttosto l’incendiario carattere di Cousins a far sorgere i maggiori dubbi. I suoi inqualificabili atteggiamenti da ‘superstar capricciosa’ hanno condizionato pesantemente la storia recente dei Sacramento Kings. Sarà in grado di accettare il ruolo di ‘co-protagonista’, oppure il suo gigantesco ego finirà col far implodere la situazione anche in Louisiana? Lo scopriremo molto presto. Quel che è certo è che il Monociglio ha finalmente l’occasione di giocare di fianco ad un altro All Star, dopo quattro stagioni e mezza passate a ‘predicare nel deserto’. Se tutto dovesse funzionare per il meglio, potremmo trovarci di fronte ad una versione evoluta delle twin towers, schierate da Houston prima (Sampson-Olajuwon) e da San Antonio poi (Robinson-Duncan). Evolution Of Greatness, dicevamo poco fa…
Poi, ovviamente, ci sarebbe bisogno di una squadra intorno. Per arrivare a Cousins, la dirigenza Pelicans ha spedito a Sacramento un tris di esterni composto da Tyreke Evans (di ritorno alla squadra che lo lanciò), Langston Galloway e Buddy Hield (rookie che stava iniziando ad ‘ingranare’ dopo un inizio difficile). I soli Jrue Holiday e Tim Frazier non sembrano abbastanza per poter ambire a qualcosa di più di un primo turno playoff. Senza ulteriori aggiustamenti, i sogni di gloria rischiano di essere rimandati alla prossima stagione.

Se in casa Pelicans prevalgono l’entusiasmo e la curiosità, la situazione a Sacramento è tutt’altro che rosea. Il general manager Vlade Divac è finito sul banco degli imputati per aver lasciato partire l’unica star dei Kings dai tempi di Chris Webber senza ottenere in cambio una contropartita adeguata. Effettivamente due scelte al draft (una al primo e una al secondo giro) e tre ‘comprimari’ non sono proprio il massimo, considerato il valore del giocatore trasferito (Cousins, tre volte All Star, stava viaggiando a una media di 27.8 punti e 10.7 rimbalzi di media). La giustificazione di Divac (in sostanza: “abbiamo dovuto accettare per non perdere l’occasione di scambiarlo”) non è sicuramente indice di un’acuta pianificazione, ma è tutto sommato condivisibile. Aldilà dei molteplici rumors, erano davvero pochissime le squadre disposte a ‘svenarsi’ per assoldare un elemento tanto problematico. I Pelicans hanno tentato l’all-in, e Divac ha deciso di chiudere una volta per tutte l’era di DMC a Sacramento. Deve essere proprio questo il principale motivo di sollievo in casa Kings. In quasi sette anni di permanenza in California, Cousins non si è mai dimostrato in grado di poter guidare la franchigia ai playoff. Anzi, la sua fama da ‘bullo’ ha tenuto alla larga i vari free-agent un’estate dopo l’altra. Era lampante che il futuro della squadra e quello del centro non avrebbero più dovuto coincidere. Oltretutto, grazie al nuovo accordo collettivo, DMC rischiava di tenere sotto scacco la franchigia anche per gli anni a venire, con lo spettro di un astronomico contratto da oltre 200 milioni di dollari. Ora le ambizioni da playoff dei californiani vengono definitivamente abbandonate. La (ri?)salita sarà probabilmente lunga, molto lunga ma, come cantavano gli Smiths, questo era decisamente un “Good time for a change…”.

 

3 – Tanti rumors per nulla

Nerlens Noel, passato da Philadelphia a Dallas nelle ultime ore di mercato
Nerlens Noel, passato da Philadelphia a Dallas nelle ultime ore di mercato

L’affare Cousins sembrava solo l’inizio di una scoppiettante settimana di mercato che avrebbe dovuto sconvolgere gli equilibri della lega. Una volta raggiunta la trade deadline, invece, la quasi totalità degli innumerevoli rumors si è risolta in un nulla di fatto.

La trattativa più importante delle ultime ore è stata quella che ruotava intorno a Paul George. In particolare, Denver Nuggets e Boston Celtics pare abbiano presentato offerte molto interessanti agli Indiana Pacers per convincerli a cedere la loro stella. I Celtics, indiscussi protagonisti delle voci di mercato di queste settimane, hanno messo sul piatto anche l’ambita scelta dei Brooklyn Nets al prossimo, ricchissimo draft (scelta che, con ogni probabilità, sarà fra le prime tre assolute), ma Larry Bird e soci hanno preferito declinare, almeno per il momento. Difficile pensare, infatti, che il discorso su PG13 non possa riprendere a giugno, quando l’effettiva posizione della chiamata di Boston sarà stata ufficializzata dalla draft lottery. Una scelta che, prima o poi, Danny Ainge e colleghi finiranno per scambiare. I pezzi più pregiati del draft 2017 sono delle point guard, ruolo che ai Celtics è ricoperto alla grande da Isaiah Thomas. Francamente, sarebbe poco saggio privarsi di IT, il miglior esempio possibile di come il contesto possa fare la differenza tra un ottimo giocatore e un candidato MVP. Boston ha l’occasione di provare a vincere (o quantomeno a sorprendere Cleveland) nel breve termine; affidare la franchigia ad una giovane promessa (viste anche le difficoltà mostrate dai rookie di quest’anno) potrebbe far passare il treno buono.

Paul George resta dov’è, dunque, e come lui Jimmy Butler e Carmelo Anthony, gli altri All Star in odore di trade. Nulla di fatto anche per le chiacchierate trattative che avrebbero dovuto far cambiare squadra a Derrick Rose, Andre Drummond, Danilo Gallinari e Jahlil Okafor. Quest’ultimo era indicato da tempo come il giocatore ‘sacrificabile’ dell’affollato reparto lunghi dei Phialdelphia 76ers; a poche ore dalla deadline, però, a muoversi è stato Nerlens Noel, alla faccia di qualsiasi indiscrezione. Il centro, sesta chiamata assoluta al draft 2013, è passato ai Dallas Mavericks in cambio di Justin Anderson, Andrew Bogut (che verrà tagliato) e una prima scelta futura. Tutto sommato una buona mossa soprattutto per i Mavs, che si rinforzano sotto canestro e ringiovaniscono il roster, ora decisamente più futuribile.
Lo ‘sfoltimento’ a Philadelphia era iniziato con la cessione di Ersan Ilyasova agli Atlanta Hawks. Il turco stava disputando un’ottima stagione, ma in estate diventerà free agent. Dalla sua partenza, Phila ha ricavato Tiago Splitter (probabilmente verso il taglio) e l’ennesima seconda scelta (saranno quattro a giugno, più una al primo giro).

Tra gli scambi più significativi di questi ultimi giorni c’è sicuramente quello che ha portato Lou Williams agli Houston Rockets in cambio di Corey Brewer e di una scelta al primo giro al prossimo draft. Una trade da cui escono abbastanza bene entrambe le franchigie. Houston aggiunge una letale ‘arma da fuoco’ al suo arsenale (Williams viaggia a 18.7 punti di media in stagione), mentre i Lakers si liberano di un giocatore superfluo per le loro ambizioni e accumulano scelte per proseguire la lunga risalita ai vertici.
Da segnalare una serie di movimenti interessanti (ed è davvero sorprendente scriverlo) da parte dei Brooklyn Nets, che cercano disperatamente uno spiraglio per accelerare un minimo la lunghissima ricostruzione. Se Brook Lopez è rimasto (almeno per il momento; molto probabile che parta nel corso dell’anno), l’unico altro giocatore con valore di mercato, Bojan Bogtdanovic, è stato spedito ai Washington Wizards (che rinforzano finalmente la loro panchina) in cambio di Marcus Thornton, Andrew Nicholson e una prima scelta 2017. Una contropartita che permetterà ai Nets di fare un po’di ‘pulizia’ per dare spazio ai giovani (Thornton verrà tagliato). Successivamente, a Brooklyn è arrivato anche K.J. McDaniels, un giocatore che aveva iniziato molto bene la carriera NBA a Philadelphia per poi sparire dai radar a Houston. In un contesto come quello dei Nets, K.J. avrà l’occasione di tornare a mettersi in luce.
Ottima ‘sessione invernale’ per i Toronto Raptors, che rinforzano ulteriormente il reparto ali, vero punto debole del roster. Dopo aver messo sotto contratto Serge Ibaka, infatti, i canadesi si sono aggiudicati anche P.J. Tucker, arrivato dai Phoenix Suns per Jared Sullinger e due scelte future. Una vera e propria boccata d’ossigeno, per una squadra in visibile calo come Toronto.

I ‘vincitori morali’ delle ultimissime ore di mercato, però, sono gli Oklahoma City Thunder, che con un vero e proprio ‘furto’ hanno portato via da Chicago Doug McDermott e Taj Gibson. Due ottimi rinforzi in vista dei playoff, dove il cortissimo roster dei Thunder non avrebbe sicuramente retto il confronto con quelli dei top team dell’Ovest. Davvero inspiegabile, dall’altra parte, la scelta della dirigenza Bulls, che si priva di due giocatori di sicuro valore (e di una seconda scelta 2018) per ricevere in cambio Cameron Payne, Anthony Morrow e Jeoffrey Lauvergne. Una mossa apparentemente inutile per qualsivoglia obiettivo, che sia esso arrivare (e fare strada) ai playoff oppure smantellare e ricostruire. E’ proprio la mancanza di obiettivi chiari il principale problema a Chicago. Butler è rimasto, Rajon Rondo (per ora) non si è mosso, così come Nikola Mirotic e Robin Lopez, altri giocatori indicati come possibili partenti. La situazione è sempre più pericolosa; diventare una contender è impensabile, ripartire da zero molto difficile. Che fare?

Terminato lo spazio disponibile per gli scambi, inizia ora la caccia ai free agent. Alcuni dei giocatori non scambiati saranno liberati dalle rispettive squadre e potranno così accasarsi altrove. Il nome più appetibile in circolazione è quello di Deron Williams, tagliato dai Dallas Mavericks, L’ex All Star sembra destinato ad unirsi a LeBron James e ai suoi Cavs per dare la caccia al titolo NBA. Gli altri pezzi pregiati attualmente disponibili sono Terrence Jones, protagonista di una buonissima stagione a New Orleans ma chiuso dall’arrivo di DeMarcus Cousins, e lo stesso Bogut, sempre che riesca a recuperare una forma quantomeno accettabile.

Jamal Murray vince l’MVP del Rising Stars

Nella serata di apertura degli All-Star Game, la guardia dei Denver Nuggets Jamal Murray si aggiudica il premio come Most Valuable Player of the Rising Stars game. Il giovanissimo giocatore (soli 19 anni) ha realizzato 36 punti totali con 9 triple, di cui ben 27 nel secondo tempo del match, vinto poi dal team World contro il team USA per 150 a 141.

Intervistato dopo la consegna del titolo di MVP della serata, Murray ha dichiarato che non stava affatto pensando alla vittoria del premio, e di essere ancora incredulo ed entusiasta del riconoscimento ricevuto:

Non stavo affatto pensando di vincere il titolo di MVP. Stavo solo tirando come normalmente faccio. Non mi sono reso conto di quanti punti e triple realizzate, stavo solo pensando a giocare.

Nuova stella o soltanto una meteora?

Murray ha avuto qualche difficoltà all’inizio di questa stagione, ma, dopo aver sofferto un breve periodo di adattamento alla lega, ha avuto un drastico miglioramento delle proprie medie già nelle settimane prima dei giochi. Nel mese di febbraio, infatti, ha viaggiato a 12.3 punti, 2.7 rimbalzi e 1.4 assist, niente male per un rookie. Il talento di certo non manca, soprattutto nei jumper dalla media e lunga distanza; c’è da lavorare su alcuni aspetti come ad esempio la difesa, ma l’età è dalla sua. Quello che si augurano tutti in casa Nuggets, avendolo selezionato all’ultimo draft con la settima scelta assoluta, è che possa consacrarsi come una delle migliori shooting guard della lega.

Il prodotto di Kentucky è il secondo giocatore canadese ad essersi aggiudicato il trofeo di MVP del Rising Star Challenge, dopo il suo connazionale Andrew Wiggins dei Minnesota Timberwolves nel 2015; inoltre, è anche il terzo miglior marcatore di questa competizione al pari di Amar’e Stoudemire con 36 punti realizzati, dietro a Kenneth Faried con 40 nel 2013 e Kevin Durant con 46 nel 2009. Come si dice: chi ben comincia è a metà dell’opera.

 

Draft, Calipari: “Murray la scelta più sicura”

A quattordici giorni esatti dal NBA Draft 2016, John Calipari, allenatore dei Kentucky Wildcats, è dell’avviso che i Philadelphia 76ers, detentori della prima chiamata assoluta al prossimo Draft, dovrebbero scegliere Jamal Murray, guardia dallo stesso Calipari. Come scrivono Andy Katz e Seth Greenberg di ESPN.com, la dichiarazione di coach Calipari, sono parse da subito un po’ ardite. Dal canto suo, però, il capo allenatore di Kentucky ha dato le sue motivazioni, tutt’altro che scontate:

jamal murray university of kentucky ncaa nba draft 2016
Jamal Murray

Murray è la scelta più sicura. Che cosa serve ai Philadelphia 76 ers più di ogni altra cosa? Qualcuno che sappia tirare e che abbia nel suo repertorio giocate da guardia. Io sono di parte, ovvio, alleno io il ragazzo, ma è una guardia capace di coprire entrami i ruoli di piccolo, fisicamente può dire la sua ed è già pronto per la NBA. Jamal può giocare da Point Guard, può segnare molti punti in poco tempo. Guardate i Warriors: chi è il loro playmaker? Chi ha realmente la palla in mano.

 

 

La maggior parte delle notizie che arrivano dagli Stati Uniti danno i Sixers sempre più forti sull’ala di LSU Ben Simmons, mentre Murray è dato in generale nella top10, più precisamente tra la chiamata numero 3 e la numero 8 del Draft che verrà. Il diciannovenne canadese, ha fatto sapere di essere d’accordo con il suo allenatore. Nella giornata di ieri, dopo un ottimo work out con i Boston Celtics durante il quale ha tirato 77/100 da 3 punti, record dei workout, ha detto che crede di essere il miglior giocatori di questa Draft Class. Murray, in effetti, si adatterebbe molto al gioco della NBA moderna, grazie alla sua duttilità (può ricoprire sia il ruolo di PG che quello di SG) ed alla sua capacità di vedere bene il canestro da molte posizioni. 

Avrà ragione John Calipari? I Sixers sceglieranno davvero Murray? Sicuramente a Philadelphia serve una guardia polivalente, anche se non sarà l’unico adattamento che la franchigia dovrà fare per tornare a dire la sua nella Eastern Conference. Tra quattordici giorni esatti sapremo se avrà ragione il coach dei Wildcats o gli insiders che danno praticamente per sicuro Simmons con la chiamata numero 1.

Next! Draft NBA 2016: Jamal Murray

Abbiamo approfondito nella scorsa puntata della rubrica quanto Kris Dunn, talento uscente da Providence, possa dare alla NBA. Dunn però non è la sola pointguard sulla quale gli scout scommetterebbero nel prossimo Draft. L’altra scelta degli esperti del settore è Jamal Murray, freshman di University of Kentucky che dopo un solo anno al college ha deciso di proporsi per la Lega maggiore. L’esatto opposto di Dunn insomma, che in quattro anni ha avuto sicuramente più possibilità di prepararsi al grande salto. Murray, dal canto suo, ha prodotto una stagione individuale considerata tra le migliori nella storia di Kentucky.

jamal murray canada
Attenti al Canada, questi ragazzi vengono su molto bene

Pointguard si, realizzatrice anche (e soprattutto), Jamal Murray in 36 partite giocate quest’anno con i Wildcats ha fatto registrare una media di 20 punti netti a partita (nessun freshman a Kentucky ha mai fatto meglio), conditi da 5.2 rimbalzi e 1 recupero per partita. La nota dolente può essere individuata nello scarso numero di assist procurati ai compagni, 2.2 sono davvero pochi per quel ruolo, ma come già detto prima il ragazzo cresciuto a Kitchener, Ontario, in Canada (anche lui quindi fa parte della nuova fortissima generazione di giocatori provenienti dal Nord del continente americano) fa delle doti di realizzatore la sua arma principale. Inoltre, essendo un ragazzo nato il 23 febbraio 1997, ancora diciannovenne, ha tutto il tempo per costruirsi un gioco completo. Bisogna solo vedere se troverà la situazione giusta, tramite il Draft, per poter sviluppare a pieno il proprio talento.

 

Punti Forti. Registrato a 6’4″ di altezza (1,95 cm), molto interessante per una guardia abituata a portare il pallone, i 6’5″ di apertura delle braccia (circa 1,98 cm) non sono spettacolari ma nemmeno pessimi. Il suo peso nell’ultimo anno sembra essersi stabilizzato tra le 201 e le 207 libbre (91-94 kg) secondo le stime ufficiali. Il fisico gli da quindi l’opportunità di giocare almeno in due ruoli, dettaglio non da sottovalutare. Se nel prosieguo della carriera non dovesse diventare un facilitatore avrebbe comunque la stazza per essere un realizzatore più che minaccioso.
Tiratore di razza, ha fatto sfracelli quest’anno da dietro l’arco. Con 113/277 da 3 in stagione è il secondo freshman più prolifico nella storia della NCAA, a nove triple di distanza dal record stabilito nel 2006-07 da un certo Steph Curry… Jamal Murray ha realizzato una tripla in ognuna delle 36 partite giocate quest’anno, ed è il primo nella storia di Kentucky a farlo.
Rimbalzista notevole per il suo ruolo, i suoi numeri parlano di 5.2 rimbalzi che però parametrati su 40 minuti diventano quasi 6 per partita. Ha sfiorato la doppia doppia in due occasioni (33 punti e 9 rimbalzi a Vanderbilt; 28 e 9 in casa contro Tennessee).
Il suo innato istinto per il canestro e l’estrema varietà di soluzioni a disposizione gli permettono di essere efficace anche quando attacca il ferro.
Una delle sue doti migliori è la capacità di giocare sotto pressione, senza perdere la calma, mantenendo sempre il controllo del suo gioco. Un dettaglio molto importante considerando la sua età, ha già mostrato più volte di non spaventarsi quando la partita si infiamma.

jamal murray kentucky college ncaa nba draft 2016
Il jumper di Murray è sicuramente una delle sue armi migliori

Punti Deboli. Se in termini di tecnica e di aggressività Jamal Murray si distingue rispetto alle altre guardie, il ragazzo canadese non impressiona in quanto a verticalità e rapidità. Come già è stato detto può giocare in due ruoli, o almeno il fisico glielo consente, ma come pointguard non è ancora pronto. Ha prodotto quest’anno più palle perse che assist, ed è questa una delle maggiori preoccupazioni per il suo impatto a livello NBA. Non è un giocatore egoista, assolutamente, e mostra del talento quando si tratta di scaricare al compagno – con entrambe le mani – dopo una penetrazione, oppure quando deve muovere la palla rapidamente in contropiede, ma di solito sembra tendere più alla creazione di un attacco per sé che per gli altri. Questa che sembra una discreta mancanza di visione di gioco lo porta ad isolarsi più spesso del dovuto.
È nel settore difensivo che Murray dovrà affrontare un periodo intenso di adattamento al livello NBA. Se all’inizio della stagione da freshman era una pedina abbastanza inutile della difesa dei Wildcats, col passare del tempo ha imparato ad essere più importante, più competitivo per la sua squadra. Nonostante ciò rimane un atleta nella media, che non possiede incredibile rapidità laterale o braccia lunghissime e perciò potrebbe essere messo spesso a dura prova dagli attaccanti del piano di sopra.

Come abbiamo visto, Jamal Murray è un prospetto tanto interessante quanto controverso. Sicuramente siamo agli antipodi rispetto a Kris Dunn, che magari è una pointguard più pronta al salto nella NBA. Dalla parte sua, però, Murray ha una fiducia nei suoi mezzi incredibile per uno della sua età. Già a 19 anni è stato il go-to-guy di una formazione importante e carica di pressione come Kentucky, e non si è mai nascosto, non ha mai passato una importante responsabilità. Anzi, si è sempre andato a prendere il pallone nei momenti fondamentali. In America li chiamano intangibles, quelle caratteristiche non apparenti ma che spesso e volentieri decidono le partite. Questo ragazzo, signori, è pronto a spaccare tutto.

Draft 2016: per gli esperti Ben Simmons è ancora la prima scelta ipotetica

Ben Simmons per la stragrande maggioranza degli scout delle franchigie NBA è ancora la prima scelta ipotetica e il sentore è che Brandon Ingram non riuscirà a togliergli questa posizione. Questo è quanto riportato da Chad Ford, noto esperto di NCAA, di ESPN. Ipotizzando il draft di quest’estate, attribuendo le scelte con il record della squadra, ESPN ha stillato questa previsione:

1. Philadelphia 76ers: Ben Simmons
2. Los Angeles Lakers: Brandon Ingram
3. Phoenix Suns: Dragan Bender
4. Boston Celtics: Jamal Murray
5. Minnesota Timberwolves: Henry Ellenson
6. Denver Nuggets: Jaylen Brown
7. New Orleans Pelicans: Buddy Hield
8. Milwaukee Bucks: Kris Dunn
9. Toronto Raptors: Jakob Poeltl
10. Sacramento Kings: Furkan Korkmaz
11. Orlando Magic: Marquese Chriss
12. Phoenix Suns: Deyonta Davis
13. Houston Rockets: Diamond Stone
14. Detroit Pistons: Ivan Rabb
15. Utah Jazz: Denzel Valentine
16. Boston Celtics: Skal Labissiere
17. Portland Trail Blazers: Timothe Luwawu
18. Chicago Bulls: Wade Baldwin IV
19. Charlotte Hornets: Caris LeVert
20. Indiana Pacers: Demetrius Jackson
21. Atlanta Hawks: Jonathan Jeanne
22. Memphis Grizzlies: Thomas Bryant
23. Philadelphia 76ers: Dejounte Murray
24. Boston Celtics: Ante Zizic
25. Los Angeles Clippers: Grayson Allen
26. Toronto Raptors: Domantas Sabonis
27. Philadelphia 76ers: Isaiah Cordinier
28. Phoenix Suns: Damian Jones
29. San Antonio Spurs: Stephen Zimmerman
30. Golden State Warriors: Jarrod Uthoff

 

Da notare: restano stabili le prime tre, Jamal Murray e Henry Ellenson sono in ascesa, mentre Skal Labissiere scende vertiginosamente da tempo e Kris Dunn è anche in calo, ma molte squadre sarebbero pronte a scommettere su di lui, alla Justin Winslow per intenderci. Si avvicina il momento caldo della stagione per il college basketball e molti giocatori dovranno sparare le ultime cartucce per entrare nelle grazie di chi dovrà decidere le sorti del loro futuro.