Corsa al titolo di MVP, ecco chi sono i 5 favoriti per la vittoria finale

MVP

Quello di MVP (Most Valuable Player) è senza dubbio il premio più ambito tra quelli assegnati dalla NBA a fine stagione. Il riconoscimento premia il giocatore che più si è fatto valere in stagione, prendendo in considerazione numeri personali e risultati di squadra.

La statuetta bronzea è il sogno di ogni bambino che desidera giocare nella lega. Il premio è’ intitolato a Maurice Podoloff, primo Commissioner NBA (1946-1963) che istituì il trofeo.

L’MVP viene assegnato tramite votazione: i più influenti esperti e giornalisti tra Canada e USA formano una loro classifica personale, assegnando 10 punti al primo, 7 al secondo, 5 al terzo, 3 al quarto e 1 al quinto classificato. Il giocatore con il punteggio più alto vince il premio.

Nella storia della NBA vi è stato finora un solo Most Valuable Player unanime: Stephen Curry nella stagione 2015\16, quando i suoi Golden State Warriors ottennero il record NBA per vittorie in stagione regolare (73).

L’attuale detentore del trofeo è James Harden, guardia degli Houston Rockets. Il “Barba” trascinò lo scorso anno i suoi, con 30 punti, 9 assist e 5 rimbalzi di media, al primo posto nella Western Conference ed al miglior record NBA assoluto (65-17).

Durante tutta la stagione sul sito della NBA è possibile trovare la classifica aggiornata dei favoriti, sponsorizzata da KIA. Vediamo assieme la situazione attuale.

5. Nikola Jokic

 

Il Joker, soprannome di Nikola Jokic, lungo dei Denver Nuggets, sta avendo la stagione della definitiva consacrazione tra le stelle più brillanti del cielo NBA.

Il serbo è un giocatore amatissimo dai fan, sia per la sua atipicità in campo, sia per la sua particolarità fuori dal parquet. Lo stesso Jokic ha raccontato come, mentre veniva selezionato al draft NBA 2014 con la 41esima scelta assoluta, lui si trovasse a casa sua in Serbia, a dormire. Oggi Jokic sta viaggiando su medie da 20 punti, 10 rimbalzi e 7 assist a partita, conducendo i sorprendenti e giovani Denver Nuggets da vero leader.

Oggi la franchigia del Colorado, che l’anno scorso mancò i playoffs perdendo lo scontro diretto contro i Minnesota Timberwolves all’ultimo partita di stagione regolare, sta lottando per le primissime posizioni ad Ovest.

Nikola Jokic è un centro molto atipico, senza dubbio quello con le migliori qualità di passatore (7 assist di media!) e di certo non il più atletico: sono pochissime le schiacciate messe a referto in stagione.

Ecco allora una candidatura credibile alla top 5 per il titolo di MVP. Il Joker sta conducendo una squadra di giovani, di cui è apparentemente l’unica stella, ai piani alti della tostissima Western Conference. E lo sta facendo con numeri da capogiro, molto rari per un centro e vicini ad una tripla doppia di media.

Fosse anche atletico, staremmo parlando di un mostro, sebbene forse la sua vera forza (e simpatia) stia nel fare tutto ciò che fa, senza essere un superuomo.

POSIZIONE NUMERO 4>>>

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Houston Rockets, abbiamo tre problemi

Si è appena conclusa gara 7 delle finali di conference: i Golden State Warriors si sono imposti al Toyota Center ai danni degli Houston Rockets, privi di Chris Paul. Una sconfitta dolorosa che però certifica la crescita di una squadra capace di impensierire una corazzata ritenuta invincibile. Paul e Harden costituiscono il miglior backcourt della lega, il sistema D’Antoniano funziona e la panchina fornisce garanzie in zona d’attacco. Ci sono tutti i presupposti per prendersi la rivincita e battagliare per il titolo nella successiva stagione. Sono passati solo 9 mesi da allora ma la situazione sembra essersi capovolta: gli Houston Rockets occupano il quinto posto della Western Conference anche se a 3 gare di distanza dall’ottavo . Hanno il terzo miglior attacco ma la quinta peggior difesa. E pensare che l’anno scorso erano settimi nel rating difensivo e primi in quello offensivo. Come si spiega questa inversione di rotta? proviamo ad analizzarlo nel dettaglio.

PESSIME SCELTE DI MERCATO DEGLI HOUSTON ROCKETS

Rifirmare Capela e Paul era un dovere da adempiere ma non a quelle cifre: un quinquennale da 90 milioni di dollari per il primo, 160 milioni di dollari in quattro anni per il secondo. I due non stanno tenendo lo stesso rendimento dell’anno scorso, complice qualche infortunio di troppo. In particolare l’ex Clippers che però nelle ultime gare sta ritrovando lo smalto dei giorni migliori. Il dispendio economico versato dalla dirigenza limiterà le manovre di mercato dei Rockets nelle successive edizioni ed è costato il sacrificio di Trevor Ariza. L’attuale giocatore dei Wizards era il perfetto 3&D dello scacchiere di D’Antoni, segnando valanghe di triple e difendendo egregiamente sulle ali avversarie. La sua cessione risulta ancora più dolorosa se si considera che il suo sostituto, Carmelo Anthony, si è rivelato un pesce fuor d’acqua, tanto da costringerlo al buyout dopo solo mezza stagione. Inutile dire che si poteva (doveva) fare di più.

Carmelo Anthony.

 

HARDEN-DIPENDENZA

Mentre la scorsa stagione James Harden era solo il fiore all’occhiello di una collettivo che funzionava, quest’anno sembra un uomo solo al comando. Houston offensivamente dipende dalle lune del suo numero 13 che si sta prendendo più di 25 tiri di media a partita. Le percentuali dal campo non sono ottimali (44% da due e il 36.4% da tre) ma i numeri non mentono: 36.6 punti. 6.6 rimbalzi e 7.7 assist ad allacciata di scarpe. 6 cinquantelli, svariati quarantelli e due gare da 60 o più punti. Stats del genere non li aveva nemmeno Shaq nel suo annus domini. Poi però c’è l’altra faccia della medaglia: ovvero i 29.036 palleggi registrati finora (Curry, Durant e Thompson ne hanno fatti insieme 26 mila) che detonano una scarsa fluidità di gioco a livello offensivo. Su 76 canestri consecutivi realizzati a fine gennaio, nessuno è arrivato da assist. The Beard è sicuramente il miglior attaccante one on one della lega, ma gli Houston Rockets non possono prescindere dalle sue mani sopratutto quando ai playoff il gioco si farà duro. Se gli altri suoi compagni non entreranno in ritmo il rischio di una prematura uscita al primo turno non sarebbe più cosi improbabile.

 

L’ASSENZA DI GIOCO 

Uno stile, quello di Harden, che può piacere e o non piacere ma che è motivato dall’assenza di un solido sistema di gioco corale. Il 7 second or less sembra un lontano ricordo, D’Antoni al di la dei risultati non è ancora infatti riuscito a dare un impronta alla sua squadra. L’attacco è incentrato su Harden o Paul che, dopo una serie di palleggi sul posto, ingaggiano l’uno contro uno. Harden predilige lo step back da tre punti anche se non disdegna la penetrazione per poi chiudere in lay-up o scaricare per un compagno in angolo pronto a tirare. Paul invece tende a smarcare l’avversario e chiudere col suo solito jumper dalla media. Se finora la strategia ha funzionato il merito è tutto di Harden, mai cosi dominante come quest’anno. Ma, come detto nel punto precedente, potrebbe non bastare in pieno clima playoff. Lo hanno dimostrato i Thunder nella scorsa stagione e lo ha sempre rammentato Micheal Jordan: “l’individualismo fa vincere le partite, il gioco di squadra fa vincere i campionati”.

LeBron James stende i Rockets: “La squadra è questa, io sono contento di ciò che abbiamo”

Lakers-Cavs, LeBron James: "Qui ho dato tutto quello che potevo"

La prima sfida stagionale tra Los Angeles Lakers e Houston Rockets era terminata con Rajon Rondo e Chris Paul muso contro muso e squalificati dalla NBA. La seconda partita era proseguita con i difensori dei Lakers  mani dietro la schiena, nel tentativo disperato di evitare che James Harden finisse in lunetta ogni possesso offensivo.

48 punti dell’MVP in carica ed un tempo supplementare decisero invece la terza partita della serie stagionale tra Lakers e Rockets, lo scorso 19 gennaio.

La sfida di giovedì notte dello Staples Center di L.A. è stata invece per i tifosi giallo-viola il palscoscenico per un bellissimo duetto tra LeBron James e Brandon Ingram.

106-111 il risultato finale tra Lakers e Rockets. 56 i punti a fine gara della coppia James-Ingram, LeBron inaugura la prima gara della sua seconda parte di stagione con una prova da 29 punti, 11 rimbalzi e 6 assist.

Gli Houston Rockets ritrovano Clint Capela dopo più di un mese di stop (12 punti e 11 rimbalzi per il lungo svizzero, in 33 minuti di gioco). James Harden chiude con 30 punti ma con un modesto 2 su 10 al tiro da tre punti, uscendo persino per raggiunto limite di falli ad un minuto e mezzo dal termine, ed i Rockets (33-25) pagano un quarto periodo da soli 16 punti segnati.

Un ritrovato spirito difensivo ed un LeBron James determinato a portare la sua squadra ai playoffs lanciano un parziale da 51-27 con cui i Lakers terminano la gara. A fine partita, King James ha voluto ribadire ad alta voce la sua fiducia nella squadra e nei suoi compagni, chiamati da oggi a lasciarsi alle spalle le incomprensioni dei frenetici giorni della caccia ad Anthony Davis.

Lakers, LeBron James: “La squadra è questa, ed io non chiedo di meglio”

LeBron James parla al microfono di Rosalyn Gold-Onwude di TNT di una “ripartenza” per la sua squadra, nell’immediato dopo gara contro gli Houston Rockets:

Nel secondo tempo siamo stati bravissimi nel difendere senza commettere tropi falli, questo ci ha permesso di correre e segnare canestri facili. Il nostro piano partita era questo, attenzione e poche palle perse, e precisione ai tiri liberi. Stasera lo abbiamo fatto

– LeBron James dopo Lakers-Rockets –

Così LeBron sulla prova dei Los Angeles Lakers:

Questa deve essere una ripartenza per noi. E’ la seconda parte della stagione, la trade deadline è passata ormai, la squadra è questa ed io sono contento di ciò che abbiamo. Amo la mia squadra e continueremo a lottare assieme per il resto della stagione. Harden? E’ difficile fermare un giocatore che sta segnando 35 punti di media a partita, bisogna cercare di fargli prendere tiri difficili e pressarlo e raddoppiarlo, quando possibile. Nella prima parte di stagione la troppa pressione ci ha spesso impedito di giocare con tranquillità. Ora dobbiamo tornare a divertirci in campo. La pallacanestro che abbiamo giocato nel secondo tempo è la vera ‘Lakers-Basketball’

61 punti di James Harden al Madison, “DNP” per Enes Kanter che esplode: “Fatemi uscire da qui”

Enes Kanter-Bucks

Nemmeno l’infortunio di Luke Kornet apre minuti di gioco per Enes Kanter. Coach David Fizdale tiene fede a quanto riferito al turco dopo la trasferta londinese dei suoi New York Knicks e lascia l’ex giocatore degli Oklahoma City Thunder in panchina per 48 minuti, nonstante le rotazioni ridotte nel reparto lunghi.

Fuori gioco il prodotto di Vanderbilt Kornet, quintetto piccolo per Fizdale che schiera Noah Vonleh da “5” al fianco del rookie Kevin Knox e di Lance Thomas. 48 minuti di panchina per Enes Kanter, che rimane seduto ad osservare i 61 punti di James Harden nella serata del Madison Square Garden.

A New York, Rockets-Knicks termina 114-110 per gli ospiti. Per l’MVP in carica 61 punti, 15 rimbalzi, 5 recuperi ed un incredibile 22 su 25 ai tiri liberi. Harden chiude con 17 su 38 al tiro (5 su 20 da dietro l’arco dei tre punti), l’uomo con la barba più lunga della NBA prende da solo un maggior numero di tiri dei quattro “restanti” titolari dei Rockets.

I 61 punti di Harden (nuovo career high) sono la miglior prestazione singola per punti segnati di un avversario dei Knicks al Madison Square Garden (in coabitazione con Kobe Bryant). Per New York, 31 punti e 10 rimbalzi per il rookie Allonzo Trier.

A fine gara, lo spettatore non pagante (suo malgrado) Enes Kanter non trattiene la frustrazione:

Io voglio giocare, voglio solo poter giocare a basket. Se non avete (i Knicks, ndr) intenzione di farmi giocare, allora lasciatemi andare, semplicemente. Il mio ruolo qui ora è quello di dare il cinque ai miei compagni e sventolare asciugamani, ma quello che i Knicks stanno facendo con me è sbagliato. Mi merito di meglio

– Enes Kanter –

 

Nel post gara, coach Fizdale ha attribuito a ragioni tattiche il mancato impiego di Kanter: “Ho pensato di schierare quintetti più veloci per cercare di contrastare (i pick and roll di Harden, ndr) e giocare sul loro stesso piano. Poi, James ha fatto la partita che ha fatto in ogni caso, ma credo che tale mossa ci abbia dato l’opportunità di giocarci la gara sino in fondo

I New York Knicks tenteranno di assecondare il desiderio di cambiare aria di Enes Kanter da qui al prossimo 7 febbraio. A circa 3 settimane dallo scoccare della trade deadline, l’interesse per il lungo turco e per il suo contratto in scadenza (18.6 milioni di dollari sino a giugno) è apparso però tiepido.

Rockets-Lakers: gialloviola sempre al comando, ma nell’OT arriva la beffa

Kyle Kuzma, Los Angeles Lakers vs Houston Rockets at Toyota Center (Bill Baptist, Getty Images)

Game 47 Recap: Rockets-Lakers

Per l’NBA Saturday Primetime, in scena la terza sfida stagionale tra Los Angeles Lakers (25-21) ed Houston Rockets (25-16). La gara dello Staples Center fu caratterizzata dalla rissa tra Rondo, CP3 ed Ingram e le relative squalifiche, nel primo match al Toyota Center Harden fu decisivo nel finale.

I gialloviola sono reduci dalla bella vittoria in overtime in casa dei Thunder ed attendono con ansia il rientro di LeBron James e Rajon Rondo, le cui assenze hanno tanto inciso nell’ultimo mese. OT anche per Space City, battuta in volata dai Nets, che non se la passa meglio ad infortuni – out Brandon Knight, Chris Paul e Clint Capela – e sopravvive grazie agli strepitosi numeri dell’MVP in carica.

Nessuna variazione negli starter lacustri, Walton conferma il quintetto varato contro Chicago: Zo, KCP, Ingram, Kuz e Chandler. D’Antoni – oltre che dell’esule Carmelo Anthonynon dispone ancora di Kenneth Faried e risponde con Harden, Rivers, Gordon, Ennis e Tucker.

Rockets-Lakers, Kuzma on fire 🔥

In avvio di gara L.A. decide di lasciare Chandler a protezione del pitturato, preferendo sfidare al tiro tutti i Rockets che non siano Harden. In attacco Kuzma è subito caldo e dopo il primo canestro della gara segna anche da oltre i 7.25. Ingram fallisce due jumper, ma quantomeno riesce a servire i compagni e dopo aver assistito la seconda tripla di Kyle premia un bel taglio di Ball, 8-12 dopo quattro minuti.

In difesa, il piano partita gialloviola al momento è efficace: se Harden – seguito principalmente da KCP, con gli altri schierata sia a zona che ad uomo – segna subito sette punti, i suoi compagni faticano dall’arco (1/6). 12-16 al primo timeout della gara chiesto da coach Mike D’Antoni.

I Lakers provano a correre in transizione cercando di capitalizzare gli errori dall’arco dei texani, che vanno a bersaglio solo con i neo entrati Gary Clark e Green.

Lonzo assiste McGee e KCP prima di trovare sull’arco Kyle Kuzma che sale a quota quattordici siglando il 29-18 a meno di quattro minuti dal termine della frazione. Il prodotto dell’Università dello Utah è on fire 🔥 e dopo aver commesso un fallo in attacco contro Green, si riscatta immediatamente completando un gioco da tre punti ancora contro l’ex Celtics e Suns.

Dopo un paio di possessi sprecati banalmente dai lacustri, la ventisettesima scelta dell’NBA Draft 2017 segna ancora dall’arco sfruttando il mismatch con Nene. Houston – oltre che con Harden – produce qualcosa solo con Gordon, che segna in penetrazione e dall’arco prima del canestro di McGee che chiude il quarto, 39-26.

39 punti nel primo periodo sono il massimo stagionale per i californiani, che tirano con il 64% dal campo, dominano a rimbalzo (+13) e girano la palla (10 assist, 7 per Zo).

20 punti, 7/9 al tiro con quattro triple 🏀🏀🏀 per lo scatenato sophomore gialloviola.

Rockets-Lakers, californiani in controllo

Come contro OKC, i Lakers ripartono con Lance, Svi, Hart, Beasley e McGee. Dopo un bel canestro dell’ucraino, sfruttando gli errori dall’arco dei Rockets (7/24) i lacustri allungano grazie alle giocate di Michael Beasley, 46-29.

McGee è più attivo rispetto alle ultime uscite, controlla le plance e stoppa Rivers. Il figlio di Doc a sua volta nega il canestro in transizione a Svi. Lance dopo aver segnato dall’arco regala un and-one a The Beard, 49-36 a 7’14” dall’intervallo.

Ball continua a condurre egregiamente l’attacco e prova a servire Zubac, subito a segno ma stoppato poi da Ennis. Lonzo dopo aver stoppato Harden lancia Ingram in transizione, lo stesso Slenderman tramuta un rimbalzo offensivo…

…in un assist per Kuzma che segna il floater del 55-36, inevitabile il timeout chiesto da MDA a 4’22” dalla fine del tempo.

Sotto di 21, Harden interrompe – dopo nove errore – il digiuno dei razzi dall’arco, KCP recupera e schiaccia in contropiede. I gialloviola continuano a spingere la transizione, sia da rimbalzo che da canestro subito: Kuzma corregge un errore di Ingram, Ball segna il 64-44.

Due liberi di JH13 fissano il punteggio all’intervallo, 64-46. Per i Rockets 8/33 da tre punti, con ben 17 errori su conclusioni wide open.

Rockets-Lakers, infortunio per Ball

I lacustri continuano a difendere box-and-one lasciando spazio negli angoli ai texani che segnano con Ennis e Gordon. L.A. risponde con Lonzo Ball che continua ad assistere (11) i compagni e trova Kuzma e KCP. Zo dopo aver servito Pope si scontra con Ennis e cade dolorante sul parquet.

Il prodotto di UCLA è costretto ad uscire e tornare nella locker room sorretto da Lance e Beasley, probabile – in attesa degli accertamenti – una distorsione della caviglia sinistra. Entra Josh Hart che segna subito dall’arco, risponde Harden con il solito step back, 72-57 a 8’08” dalla fine del quarto.

Lonzo Ball, Michael Beasley and Lance Stephenson. Los Angeles Lakers vs Houston Rockets at Toyota Center
Lonzo Ball, Michael Beasley and Lance Stephenson. Los Angeles Lakers vs Houston Rockets at Toyota Center (Eric Christian Smith, AP Photo)

Senza il #2 l’attacco dei Lakers si ferma, James Ennis III ed Harden con una tripla ed un canestro a testa in meno di due minuti riducono le distanze, 74-67 a metà frazione. Timeout obbligato chiesto da coach Luke Walton, che protesta troppo con gli arbitri e viene sanzionato con due tecnici ed inevitabile espulsione.

Il barba non sbaglia, un in & out beffa KCP così PJ Tucker può segnare da tre il canestro del -2. Ingram commette il secondo fallo in attacco in pochi possessi, quinta persa di squadra nel periodo.

Kuzma ferma il parziale (15-0) Rockets, ma sia Brandon che Kyle faticano a costruire buoni tiri per se stessi ed i compagni. Provvidenziale è l’apporto di JaVale McGee, che segna due volte prima della settima tripla a segno nel quarto per Houston, autore Clark. L’ex Warriors schiaccia ancora due volte prima e dopo l’and-one di Green, 86-80 con 51″ da giocare. I liberi di Nene chiudono il periodo, 86-82.

Gialloviola in crisi dopo l’uscita di Ball – nelle 12 gare senza LBJ e RR, per Zo 12.9 punti, 6.2 rimbalzi, 6.9 assist con il 38.9% dall’arco – autore di 8 punti ed 11 assist nei 22 minuti in campo. Senza Lonzo, vantaggio ridotto di undici lunghezze.

Rockets-Lakers, it’s overtime! (again)

I lacustri ripartono con la stessa second unit del secondo periodo. Lance va subito a segno dall’arco, come Ennis e Gerald Green. Dopo l’and-one di Beasley è ancora Born Ready a colpire da oltre i 7.25, 95-88 dopo due minuti.

Dopo una serie di liberi ed i layup di Hart e Green, Lance Stephenson segna la sua quarta tripla – senza errori – è può scatenarsi nella sua air guitar 🎸🎸🎸🎸, 104-96 a 7’28” dalla fine.

Kuzma e Zubac dalla lunetta riportano il vantaggio in doppia cifra, che viene subito dimezzato dalla tripla di Green e dalla schiacciata di Harden in transizione, 108-103. Zu segna nel pitturato ma i californiani concedono due seconde chance nello stesso possesso ai Rockets, fallite dall’arco da Harden.

L’MVP si riscatta subito, colpendo da tre dopo i liberi di Ingram. Kuzma commette un’infrazione di passi e dopo una bella esecuzione Gordon trova la tripla del 112-109 a due minuti dalla fine del tempo. Zu ed Ingram sono freddi dalla lunetta, risponde The Beard con uno step-back dall’angolo, 116-112 con sessanta secondi da giocare.

Lance legge bene la difesa e serve Ivica Zubac nel pitturato…

…che non sbaglia, ma James Harden conferma di vivere il miglior periodo della sua carriera segnando – con l’aiuto della tabella – la tripla del -3.

Stephenson sbaglia dall’arco, Harden – mandato in lunetta seguendo lo stesso schema cercato contro i Thunder due sere prima – e Zubac non commettono errori dalla lunetta. 120-117 a 4.9″ dalla sirena. Dopo aver segnano sei dei dodici liberi tentati nei primi tre quarti, Zubac e compagni hanno realizzato tutti e diciassette i tentativi dalla lunetta dell’ultimo quarto.

Sulla rimessa i gialloviola sono concentrati su JH13, ne approfitta Eric Gordon che piazza la tripla del 120 pari. Secondo overtime consecutivo per entrambe le contendenti.

Rockets-Lakers, Ingram non basta

Non ci sono cambi negli angeleni, che ripartono con Lance, KCP, Ingram, Kuz e Zu. D’Antoni schiera Nene per contenere il centro croato con Harden, Gordon, Rivers e Tucker.

Gordon e Harden segnano dall’arco nei primi due possessi dell’OT, primo vantaggio della gara per Space City. Nonostate un primo tempo pieno di difficoltà in attacco – 2/6 dal campo, 5 perse – Brandon Ingram sale di livello al momento giusto, segnando prima un bel fadeaway e colpendo dall’arco poi. Sulla tripla di Brandon, Nene commette fallo su Zubac che pareggia, 126-126 a -3’12”.

Tiny Dog è ispirato è segna anche un difficile jumper…

…pareggiando i liberi di Gordon. Come il compagno, Stephenson segna in penetrazione, 130 pari a due minuti dal termine.

Nene sbaglia un libero e dopo l’errore dall’arco di Ingram viene stoppato dallo stesso Brandon. Tuttavia i Lakers non riescono a controllare i rimbalzi concedendo due extra possessi che terminano con il sesto fallo di Zubac e l’1/2 dalla lunetta di Harden, 130-132 a 57.2” secondi dalla sirena.

Brian Shaw decide di andare small, schierando Hart per il centro croato. D’Antoni risponde inserendo Ennis per il brasiliano. Ingram sostiene l’attacco gialloviola e pareggia a quaranta secondi dalla fine.

Harden sbaglia ancora un libero prima che Kentavious Caldwell-Pope decida di forzare con 26″ secondi – di cui 19″ nel possesso – sul cronometro, trovando solo un airball oltre che regalare il possesso agli avversarsi. Gordon tiene in vita le speranze lacustri, realizzando un solo libero, 132-134 a 12.6” dal termine.

Speranze spazzate via dalla rimessa disegnata dal discusso Jesse Mermuys che si concretizza in una brutta persa di Kuzma. I quattro liberi di Gordon e l’ultimo canestro di Ingram fissano il punteggio finale, 134-138.

Rockets-Lakers, ancora una gara sopra i 30 per Kuz

Strepitoso primo quarto per Kuzma, che ha costretto Tucker agli straordinari in difesa. Kuz ha sofferto le attenzioni di un mastino come PJ, tuttavia la prestazione – a prescindere dalle due perse alla fine dell’ultimo quarto e dell’overtime – resta ottima.

Kyle in quasi 44 minuti chiude con 32 punti (12/19 dal campo, 4/9 dall’arco), 8 rimbalzi, 3 assist, 3 perse e 2 recuperi. Undici triple a segno sulle ventuno tentate nelle ultime due gare, mamma Karri può essere soddisfatta.

Dopo aver sofferto per quasi tutta la gara, con il #0 chiuso dalla difesa Rockets e Ball out, era necessario che Ingram salisse di livello. Tiny Dog non si è tirato indietro, segnando cinque degli ultimi sette canestri dei Lakers oltre a non tremare (4/4) dalla lunetta.

Per Brandon 21 punti (7/12), 5 rimbalzi, 4 assist, 6 perse – tre per infrazioni offensive – ed una stoppata. Nelle ultime due gare, Slenderman ha chiuso con 12/14 dalla lunetta.

Come sarebbe andata a finire la gara senza l’infortunio di Ball è il cruccio che tormenta i tifosi ed i media lacustri. Lonzo ha dominato la gara finché è rimasto in campo, alternando attacchi in transizione a buone letture a difesa schierata. Per fortuna la radiografia ha escluso fratture, nelle prossime ore si avranno notizie più precise sui tempi di recupero.

Zo chiude con 8 punti, 3 rimbalzi ed 11 assist in soli 22 minuti di gioco. Clamorosi l’Offensive (122.9) ed il Net (29.3) Rating, +15 il plus/minus.

Ancora un’ottima prestazione per Zubac, minaccia costante nel pitturato e volenteroso nelle chiusure difensive. In questo momento di appannamento – soprattutto visico – dei lunghi californiani, l’apporto del croato è fondamentale. Per Zu 17+7 con 4/6 dal campo e 9/9 dalla lunetta.

La buon prova del compagno ha consetito un minutaggio adeguato ai problemi fisici per Chandler (3+7 in 14 minuti), mentre nel giorno del suo compleanno 🎂 McGee (12+14 con 6/8 in 16 minuti) è apparso in netto miglioramento.

JaVale McGee and Rajon Rondo, Los Angeles Lakers vs Houston Rockets at Toyota Center
JaVale McGee and Rajon Rondo, Los Angeles Lakers vs Houston Rockets at Toyota Center (Lakers.com)

KCP si è spremuto in difesa, restando sulle piste di Harden spesso a tutto campo. Comprensibili le difficoltà al tiro (0/7), inaccettabile la forzatura che di fatto ha deciso la partita. Male al tiro anche Hart (1/6 da tre) che non è riuscito ad apportare la solita energia.

Fondamentale per restare nella gara l’apporto di Lance (16+2+4, 4/8 dall’arco), soprattutto nell’ultimo quarto. Meno minuti per Beasley (8, 3/7) e Svi (2, 1/4).

Delle cento conclusione tentate dai Rockets, ben sessantotto sono state scagliate da oltre i 7.25, due in meno del loro record assoluto. James Harden continua il suo periodo d’oro e chiude la gara con 48 punti (14/30 dal campo, 8/19 da tre, 12/15 ai liberi), 8 rimbalzi, 6 assist, 6 perse e 4 recuperi.

Decisivo nel finale Gordon (30+5+4, 5 triple, 11/12 ai liberi), unico a produrre con Ennis (18, 4/6 dall’arco) e Green (17, 4/11) oltre il Barba. Tucker (9+9 con 5 recuperi) impreciso (4/12) ma fondamentale nel contenere Kuzma.

Box Score su NBA.com

Rockets-Lakers, Walton elogia i suoi ragazzi

A fine gara il coach lacustre ha elogiato la prestazione dei giovani gialloviola, autori di una prova positiva sul campo di una delle migliori squadri della Western Conference.

<Sono soddisfatto di come i nostri ragazzi hanno combattuto. Hanno dato tutto quello che avevano, questo è tutto quello che gli avremmo potuto chiedere.>

Walton poi ha ammesso di meritare il primo tecnico, ma non ha capito perché gli è stato sanzionato il secondo.

Va dato credito al coach dei Lakers di aver organizzato un piano partita che per lunghi tratti ha funzionato, provando a contenere i danni dell’uragano Harden lasciando più spazio ai compagni.

Peccato però che alcune scelte tecniche siano di fatto costate la partita. In primis la scelta di tenere Ingram spalle alla rimessa anziché ostruire la visuale, se da un lato ha evitato che il pallone finisse nelle mani dell’MVP, dall’altro ha consentito una ricezione pulita a Gordon.

Inoltre, lo schema disegnato – stando alle parole del diretto interessato – per KCP che la rimessa sprecata da Hart e Kuzma potevano essere gestiti meglio. Errori del genere, in una serie playoff, difficilmente sono rimediabili.

I Los Angeles Lakers tornano in campo nella notte – 4:30 italiane – tra Lunedì 21 e Martedì 22 Gennaio per affrontare allo Staples Center i Golden State Warriors.

Three Points – Buone feste da James Harden

E’ un James Harden in versione ‘Black Santa’ a prendersi di prepotenza la copertina del primo ‘Three Points’ del 2019. Un’edizione che arriva forse nel momento più caotico della stagione NBA, quello che porta dalle feste all’All-Star break, passando per la trade deadline del 7 febbraio, che potrebbe cambiare molti scenari. La situazione meno serena è forse quella dei Minnesota Timberwolves, che hanno deciso di silurare l’allenatore-presidente Tom Thibodeau. Una decisione che sorprende solo per il tempismo (arrivata subito dopo la miglior gara stagionale dei suoi), ma il divorzio tra un coach e una squadra che, come direbbe Tiziano Ferro, sono figli di mondi diversi, era assolutamente inevitabile. Interessanti le reazioni delle due giovani stelle dei T’Wolves: Karl-Anthony Towns ha dichiarato che “nessuno se lo aspettava” con tanto di risata finta in sottofondo, Andrew Wiggins ha piazzato una performance da 40 punti contro OKC e ha dato del gay all’avversario Dennis Schroder. Aria di rottura anche tra i Memphis Grizzlies e Chandler Parsons, ex-astro nascente rimasto impigliato in un vortice di lunghi e infortuni e prigioniero di un contratto senza senso. Ma torniamo al protagonista indiscusso delle feste…

 

1 – Buone feste da James Harden

James Harden si è 'impossessato' della NBA durante le feste
James Harden si è ‘impossessato’ della NBA durante le feste

L’inizio di stagione di James Harden era stato tutto sommato tranquillo. Anche a causa di un fastidioso infortunio muscolare, che aveva fatto saltare tre gare (di cui due perse malamente) al loro leader, gli Houston Rockets erano sprofondati nella mediocrità assoluta. A fine novembre, ecco i primi colpi dell’MVP in carica: un filotto da 43-33-40-54 punti, con l’aggiunta di 13 rimbalzi nell’ultima partita della serie. Quindi un nuovo calo, con la magia della passata stagione che sembrava aver abbandonato il Texas. Il punto di svolta è stato il -27 subito il 6 dicembre per mano degli Utah Jazz, con il Barba fermo a quota 15. Da lì in avanti, Harden si è impadronito della NBA. 39.3 punti e 8.9 assist di media con il 40% dall’arco, quattordici gare consecutive oltre quota 30, otto (cinque di fila) oltre i 40, quattro triple-doppie, di cui una da 50 punti contro i Los Angeles Lakers. In due parole: dominio totale.

Il fatto che Harden sia nel miglior momento della sua carriera non si nota solo dai numeri, ma soprattutto dal senso di onnipotenza che trasmette a compagni, avversari e spettatori. Vedere, per credere, l’incredibile sfida contro i Golden State Warriors, di scena il 3 gennaio a Oakland. Non tanto per la tripla-doppia da 44 punti, 15 assist e 10 rimbalzi, quanto per le due giocate che hanno fatto cadere ai suoi piedi l’intera lega: tripla in step-back per mandare tutti all’overtime, poi bomba allo scadere (in faccia a Klay Thompson e Draymond Green) per espugnare la Baia. In fondo, ci si innamora della NBA ammirando gesta simili, compiute da fenomeni di tale calibro.
Questa raffica di prodezze ha immancabilmente risvegliato anche i detrattori dell’MVP. In particolare, Harden viene accusato di essere favorito dall’altissimo numero di tiri liberi a lui concessi. Non c’è dubbio che alcune chiamate arbitrali siano eccessivamente generose nei confronti di un giocatore che non ne avrebbe bisogno. Non a caso, la NBA aveva cercato di limitare le ‘agevolazioni’ verso i grandi attaccanti come lui con delle regole ad hoc, che però non sono mai state applicate fino in fondo. E’ sacrosanto, dunque, che un atleta cerchi di trarre il massimo vantaggio da una condizione favorevole. Del resto, il gioco del basket si basa proprio sulla ricerca di un vantaggio. Oltretutto, i difensori avversari sanno benissimo cosa li aspetta, vengono meticolosamente istruiti su come impedirgli di fare alcune cose. Eppure, Harden riesce sempre e comunque a farle, da dieci anni a questa parte.

Il ‘magic moment’ del Barba ha permesso a Houston di portarsi a ridosso della vetta a Ovest, nonostante le prolungate assenze di Chris Paul ed Eric Gordon. Come spesso accade, però, non è tutto oro quello che luccica. Anzi, la Harden-mania sta esponendo sempre più i grossi limiti strutturali dei Rockets. La rosa a disposizione di Mike D’Antoni è decisamente poco profonda, con rotazioni ridotte all’osso (emblematica l’epopea di Danuel House, passato dal taglio al quintetto base nel giro di poche settimane). In tal senso, l’innesto di Austin Rivers è l’unica nota lieta. Il solo in grado di aiutare in modo consistente Harden, finora, è stato Clint Capela, centro ‘tagliato su misura’ per finalizzare le funamboliche visioni del suo leader. Tutti gli altri, a cominciare da Gordon e Paul (che prenderà 160 milioni di dollari da qui al 2022, giova ricordarlo), fin qui hanno reso ben al di sotto dei loro standard. Se si vuole davvero arrivare fino in fondo, il problema va risolto al più presto: gli one-man-team non hanno mai vinto nulla.

 

2 – Tifare è umano, ma…

Destini incrociati per Kawhi Leonard (a sinistra) e DeMar Derozan, nella sfida di San Antonio
Destini incrociati per Kawhi Leonard (a sinistra) e DeMar Derozan, nella sfida di San Antonio

Certo, parlare di ‘cattivo approccio allo sport’ vivendo in un paese in cui ci si ammazza per il diverso colore della sciarpa può suonare ridicolo. Ma altrettanto ridicolo, se rapportato alla quasi impeccabile cultura sportiva made in USA, è il comportamento dei sostenitori di San Antonio Spurs e Los Angeles Lakers, che di recente si sono contraddistinti per un paio di episodi quantomeno discutibili.

Giovedì 3 gennaio, mentre James Harden preparava i suoi personalissimi auguri agli Warriors, è andato in scena l’atteso ritorno di Kawhi Leonard a San Antonio. L’ex pupillo di Gregg Popovich è stato accolto dal pubblico con fischi e “buuu”, ma anche con cartelloni e cori che lo definivano un “traditore”. Sicuramente il suo addio, per modalità e tempistiche, è una ferita che brucerà a lungo, ma le dinamiche che hanno portato a tale decisione non sono mai state chiarite, almeno pubblicamente. E comunque stiamo pur sempre parlando di colui che ha tenuto in piedi quasi da solo la franchigia al tramonto dell’era ‘Big Three’; perenne candidato MVP, due volte difensore dell’anno e miglior giocatore delle Finals 2014, quelle che hanno regalato agli Spurs un titolo forse insperato. Per fortuna se ne è ricordato coach Pop, che ha abbracciato e salutato Leonard al termine dell’incontro, con la tensione che andava scemando. Una situazione molto simile a quella vissuta un paio di anni fa da Kevin Durant, preso a ‘pomodori in faccia’ da quella Oklahoma City che, senza di lui, sarebbe stata cancellata persino dalle carte geografiche.
Ancora peggio, se possibile, era stato fatto la sera prima, allo Staples Center. In quel caso, i ‘tifosi’ non contestavano un loro ex-beniamino, bensì Paul George, reo di aver preferito restare ai Thunder anziché unirsi a un progetto, quello dei Lakers, fondato su un gruppo di ragazzini ancora da ‘svezzare’. Un progetto con cui George non aveva alcun tipo di vincolo, oltretutto.

A rimettere in primo piano il lato bello dello sport, per fortuna, ci hanno pensato i veri protagonisti: PG13 ha ammutolito i contestatori gialloviola schiaffando sul loro muso 37 punti, culminati con la schiacciata in alley oop che ha chiuso la partita. In Texas, Leonard e l’altro ex di serata, DeMar DeRozan, si sono scambiati prodezze, dando vita a un entusiasmante sfida nella sfida. Cari Paul, Kawhi e DeMar, anche se non leggerete mai queste righe, ve lo diciamo noi: grazie!

 

3 – “Il nostro è vero basket, altro che quello!”

Da sinistra, Patrick Beverley (statunitense) e Milos Teodosic (europeo). Uno è sempre in campo, l'altro marcisce sulla panchina dei Clippers
Da sinistra, Patrick Beverley (statunitense) e Milos Teodosic (europeo). Uno è sempre in campo, l’altro marcisce sulla panchina dei Clippers

Restando su temi non strettamente legati al parquet, ha fatto particolarmente rumore un pensiero condiviso su Facebook da Sergio Tavcar, storico telecronista di basket europeo. Il suo ragionamento si potrebbe riassumere così: in NBA, a parte le superstar (che imparano per istinto), il livello medio dei giocatori è osceno. I fondamentali sono talmente trascurati che, quando appare sulla scena un fenomeno come Luka Doncic (che nel post viene accomunato a Jordan. Magic e Bird), è naturale che possa sembrare giunto da un altro pianeta: arriva dall’Europa, dove si gioca il “vero basket”!

L’intento di questo paragrafo non è certamente quello di screditare una voce così autorevole, che di fatto è la voce di moltissimi altri appassionati della pallacanestro nostrana. E nemmeno di difendere gli americani, che sanno fare benissimo da sé; i risultati internazionali parlano chiaro, così come il fatto che i giocatori europei in grado di fare realmente la differenza negli USA si possano contare sulle dita di una mano. Anche perché Tavcar, pur con delle iperboli che non si è mai fatto mancare, non ha torto su tutto.
E’ vero, il gioco europeo è più incentrato sui fondamentali rispetto a quello NBA. Anche perché in Europa non si sono mai visti giocatori come Russell Westbrook o LeBron James, in grado di ridefinire il concetto di ‘dominio fisico’ (pur padroneggiando anch’essi fondamentali mostruosi). Però un’analisi più approfondita del sistema NBA darebbe modo agli ‘europeisti’ più accaniti di accorgersi che, per vincere al livello più alto, non bastano i fondamentali. Altrimenti, perché ai Los Angeles Clippers farebbero giocare Patrick Beverley al posto di ‘sua Maestà’ Milos Teodosic, che invece marcisce in panchina?

L’NBA è innanzitutto la lega delle superstar, ovvero di giocatori con caratteristiche tecniche e atletiche estremamente superiori alla media, che li rendono unici. Intorno a queste star (che, oltre al contributo sul campo, portano benefici economici che da noi possiamo solo sognare, anche nel calcio) bisogna costruire una squadra, per cui i compagni dovranno essere prima adatti a giocarci insieme, poi, nel caso, bravi tecnicamente. Ecco allora ‘ragazzi prodigio’ come Mario Hezonja e Dragan Bender ancora alla ricerca di un’occasione, mentre colleghi dalle mani meno ‘educate’ come Tristan Thompson e Javale McGee, o anche come Gerald Green e Marcus Smart, recitano ruoli da protagonisti nelle partite che contano. L’adattamento fa quindi la differenza, e spesso sapersi adattare vale molto più di saper usare al meglio il piede perno. La lega migliore al mondo, quella dove giocano i migliori, chiede questo. Che poi, tutto considerato, non è che il risultato finale faccia sempre così schifo…

James Harden: chance di back to back MVP?

James Harden

Partiamo dal nocciolo della questione: quanto mostrato da James Harden il 4 gennaio contro i campioni in carica di Golden State, entra di diritto in quella manciata di prestazioni monstre, destinate a rimanere nella memoria di tutti per decenni. Sarà l’aria del Texas, ma Houston non è nuova ad eventi del genere. Non sarà comunque solo una gara a far conseguire all’ex Thunder il titolo di MVP, e la concorrenza è molto agguerrita. Andiamo ad analizzare l’andamento del Barba e di Houston, e le reali chance a sua disposizione per il back to back per l’MVP.

JAMES HARDEN: LE DIFFICOLTÀ NEL RIPETERSI

Nella storia del titolo di MVP, i casi di back to back si contano sulle dita di due mani. Stiamo ovviamente parlando di mostri sacri, che nel recente passato rispondono al nome di Jordan, Bird, Magic, Duncan, Nash, LeBron e Curry. Il motivo è presto spiegato: per ripetere il titolo di miglior giocatore della stagione, bisogna in qualche modo eguagliare o migliorare un’annata già di per sé straordinaria, risultando superiori agli altri pretendenti della Lega. Nonostante un periodo di forma incredibile, al momento Harden difficilmente raggiungerebbe il titolo, e uno dei motivi principali è da imputare all’andamento della squadra.

 

Harden, il solito baluardo dei Rockets.

Houston è attualmente quinta in solitaria nella Western Conference, e sta pagando un avvio tutt’altro che positivo. Nulla è precluso in una stagione da 82 partite, infatti ai texani è bastato una striscia positiva che li vede 8-2 nelle ultime 10 partite, per rientrare nelle zone nobili della Conference. Con la complicità degli altalenanti Warriors e del cartello work in progress esposto fuori dai palazzetti di Lakers, Thunder e Spurs, Houston può guardare al futuro con serenità, ritrovando le armi che solo 6 mesi fa l’hanno portata ad un passo dalle Finals.

I PROBLEMI DEL TEAM

L’ennesimo infortunio al tendine di Chris Paul

Il problema principale, paradossalmente era il punto di forza dell’anno passato, l’attacco. I Rockets, infatti, dopo essere stati il miglior attacco dell’NBA insieme ai Warriors nella stagione chiusasi a luglio, sono al momento diciottesimi per punti segnati a partita, tirando con percentuali bassissime anche dalla linea dei tre punti, che è alla base del gioco dantoniano. Parte della responsabilità è del front office, con alcune scelte di mercato estive scellerate, che hanno indebolito un team a cui servivano solo un paio di ritocchi per arrivare al top della lega. Sottolineiamo in particolare la disastrosa trade che ha portato a Houston un Carmelo Anthony a fine corsa da tempo, sacrificando due collanti e specialisti al tiro ed in difesa, come Trevor Ariza e Mbah A Moute. Se a questo sommiamo i problemi cronici al tendine del ginocchio sinistro che attanagliano Chris Paul, ecco delineati gran parte dei problemi di Houston, con Harden spesso costretto alla hero ball, che alla lunga rischia di pesare anche sulla corsa all’MVP. Come detto, Houston è in ripresa, ma è indubbio che il Barba sia in questo momento più solo rispetto al trio della Baia (Curry, Thompson, Durant), al duo di Oklahoma (Westbrook, George) e al sistema di gioco a marce alte che sta esaltando Antetokounmpo a Milwaukee.

LA STAGIONE DEL BARBA

In questi quasi tre mesi di regular season, le prestazioni di Harden sono andate in crescendo. Le sole 4 vittorie nelle prime 11 gare hanno mostrato i limiti di una squadra costruita male, con un Harden impreciso e confusionario. La roboante vittoria nel derby texano contro gli Spurs ha fatto da apripista per la riscossa dei Rockets, con un Barba finalmente incisivo e vero go to guy della squadra. La grafica riportata qui sotto è eloquente per definire il “discreto” impatto del prodotto di Arizona State nelle recenti partite.

Inutile dirvi chi è il miglior realizzatore della squadra…

Nel dettaglio sottolineiamo, i 50 punti con cui ha schiacciato i Lakers, i 47 punti contro l’arcigna difesa di Utah, e soprattutto le 5 partite consecutive sopra i 40 punti del periodo natalizio, con due prestazioni clutch incredibili, nella gara dell’ex contro i Thunder e nell’incredibile vittoria ad Oakland contro gli Warriors.

 

La prodezza nel big match vinto contro Golden State.
 

La faccia tosta non è mai mancata al numero 13, tanto meno la sicurezza nei propri mezzi. La completezza nei movimenti offensivi è imbarazzante, Harden è una vera macchina di canestri, che siano penetrazioni impossibili, tiri dalla media, o step back ben impossibili ( toccata quota 100 step back realizzati in stagione, il secondo è Doncic con 28…). Giocatori immarcabili come lui in questa era ne ricordiamo pochi, e anche andando indietro nel tempo facciamo fatica a trovarne tanti. Innata anche la capacità di lucrare tiri liberi, sbrogliando spesso situazioni intricate nell’attacco texano. La costanza nell’arco del match è incredibile, tenendo conto dell’alto minutaggio e della pressione continua attuata dalle difese avversarie. Difensivamente il nostro è ancora parecchio molle, ma perlomeno quest’anno sembra impegnarsi di più, evitando gli strafalcioni divenuti famosi nelle passate stagioni.

Conclusione

Dopo un inizio di regular season parecchio complicato per lui e per la squadra, l’MVP uscente è letteralmente esploso, sommando, nelle 12 partite chiuse col big match contro gli Warriors, la pazzesca media di 40.1 punti, 6.6 rimbalzi, 9.0 assist.

Come detto, Houston deve trovare delle alternative valide ad Harden, e il ritorno (dovrebbe non mancare molto) di Chris Paul, toglierà molta pressione al “Barba”. Insieme alla crescita esponenziale di Capela, del sesto uomo Gerald Green e dell’insospettabile Austin Rivers, Harden può trascinare Houston ai playoff, provando a bissare i successi dell’anno passato. Il Barba al momento è ampiamente il top scorer della Lega, e cui aggiunge più di 8 assist a partita. Sarà dura ripetere l’exploit dell’anno passato (e molto dipenderà dai successi della franchigia) ma Harden resta uno dei favoriti. Chissà se riuscirà a raggiungere l’obiettivo di cui si è autoproclamato nella gara con gli Warriors

Il
Il Barba riuscirà nell’impresa?

Rockets, James Harden sicuro: “Il premio MVP sarà ancora mio”

James Harden

James Harden ha le idee molto chiare sulla corsa all’MVP di questa regular season. La guardia degli Houston Rockets ha parlato nel post partita della sfida casalinga contro i Boston Celtics vinta 127 a 113 nella notte e nella quale il Barba ha segnato 45 punti smazzando anche 6 assist.

“Certo che dovrei essere in quella conversazione”, le parole del numero 13, riferendosi alla corsa al premio di Most Valuable Player della NBA, come riferito da Clutch Fans.

Premio MVP: le parole di James Harden

“So che tanti mi odiano ma questo non mi fermerà. L’obiettivo è quello di andare in campo ogni singola sera ed essere il ‘cagnaccio’ che sono per vincere la partita. Ci sono ovviamente altri giocatori nella corsa all’MVP ma realisticamente il premio tornerà qui”, le parole di James Harden.

La guardia dei Rockets è dunque sicurissimo dei suoi mezzi, e ne ha ben donde, viste anche le ultime prestazioni sfornate. Dello stesso parere pare essere anche coach Mike D’Antoni: “Ha una maestria nel gioco, un controllo e una facilità di movimento uniche. E’ divertente da vedere o almeno, da questa parte della barricata, è divertente”.

Contro i Boston Celtics è arrivata l’ottava partita in stagione da 40, o più, punti. Con il suo cambio di ritmo Houston ha vinto 8 delle ultime 10 partite con un Harden capace di tenere una media di 38.8 punti, 8.2 assist, 5.4 rimbalzi e 1.9 palle recuperate e tirando col 40.3% da 3 punti. Con Chris Paul fuori per un problema al bicipite femorale, il Barba si è caricato sulle spalle i Rockets e sta pian piano risalendo la classifica per tornare alle posizioni che più competono ad una franchigia come quella texana. Ora il record è di 19-15 che vale il settimo posto nella Western Conference.

Qualora dovesse essere ancora James Harden a vincere il premio di MVP sarebbe il 14esimo giocatore nella storia NBA a vincerlo per almeno due volte ed il 12esimo a vincerlo per due anni consecutivi.

 

Western Conference 2017-18: chi sono stati i migliori giocatori?

La Western Conference NBA è ricca di talenti, star, superstar varie, da qualche stagione a questa parte anche più rispetto a quanto non offra l’Est. Con l’approdo di Sua Maestà LeBron James ad Occidente il trono di miglior giocatore della Conference è inevitabilmente già preso. Allora abbiamo pensato di scegliere quelli che, secondo noi, sono stati i migliori giocatori della Western Conference 2017-2018, creando una specialissima (e talentuosissima) Top Ten.

10. KARL ANTHONY TOWNS

Il ritorno di Minnesota ai playoff è gran parte merito di Towns e dei suoi incredibili istinti offensivi. Il centro dei Timberwolves è stato capace di chiudere la stagione con ben 64 doppie doppie, nettamente il miglior dato della Lega, e di riscrivere il proprio career-high di punti (56), facendo notare continui e notevoli progressi anche nel tiro da dietro l’arco dei tre punti. Il tutto gli è valso una stagione da 21.2 punti e 12.3 rimbalzi, che lo ha consacrato come uno dei primissimi centri non solo della Western Conference, ma anche di tutta la NBA.

La stagione 2017-18 ha indicato Karl-Anthony Towns come uno dei centro offensivamente più forti della Western Conference
La stagione 2017-18 ha indicato Karl-Anthony Towns come uno dei centro offensivamente più forti della Western Conference

9. LAMARCUS ALDRIDGE

I San Antonio Spurs non saranno più una delle migliori squadre del campionato né una contender credibile, tuttavia la scorsa stagione Aldridge ha continuato imperterrito a mostrare il proprio immenso valore in attacco, approfittando della perpetua assenza di Kawhi Leonard. Il suo gioco d’altri tempi è diventato ancor più “anacronistico” sull’Alamo, dove LaMarcus ha smesso sostanzialmente di tirare da tre punti, per dedicarsi al gioco in post-up e alle sue tanto amate conclusioni dal mid-range. Il lavoro di Popovich lo ha portato anche a una maggiore abnegazione in difesa, per una stagione da 23.3 punti e 8.4 rimbalzi. 

8. CHRIS PAUL

Chi avesse avuto dubbi sulla convivenza di Paul con James Harden si è dovuto ricredere quasi subito nel corso della stagione. Guidati dal Barba e dal playmaker ex Clippers gli Houston Rockets sono stati dominatori assoluti della Western Conference e sono arrivati a una sola vittoria dalle Finals. Il peso di CP3 si è notato tanto in fase difensiva (1.7 rubate) quanto in quella di costruzione, dove è riuscito a togliere un po’ di pressione dalle spalle di Harden (7.7 assist). A questo va aggiunta la capacità di trovare punti (18.8), insieme a una presenza notevole a rimbalzo per la stazza (5.5).

7. DEMARCUS COUSINS

Un’altra coppia che pensavamo non potesse funzionare, quella composta da Anthony Davis e DeMarcus Cousins. E invece i due hanno trascinato New Orleans a un’eccellente stagione, fermata solo dalla corazzata Warriors e dal fatto che, a gennaio, la stagione dell’ex Kings si sia chiusa anticipatamente per un gravissimo infortunio (rottura del tendine d’Achille). Cousins aveva fin lì giocato il miglior basket della sua carriera, producendo punti e gioco per i compagni, con una certa propensione al tiro dal perimetro (25.2 punti e 5.4 assist). E il lavoro fatto si esprimeva anche nella metà campo difensiva (12.3 rimbalzi, 1.6 rubate, 1.6 stoppate), all’interno di una difesa fra le migliori della passata stagione.

6. STEPHEN CURRY

Se non fosse stato per i continui problemi fisici alle caviglie Stephen Curry sarebbe ora molto più in alto in questa classifica. Certo è che quando è stato presente e sano il suo peso si è fatto sentire sull’attacco dei Warriors, che possono godere di uno dei pochissimi giocatori capaci di creare spazi nelle difese solo con la loro esistenza. Nonostante le grandi attenzioni sempre riservategli dalle difese, il miglior tiratore della Western Conference (anzi, di tutti i tempi) ha chiuso la regular season 26.4 punti, 5.1 rimbalzi e 6.1 assist. 

Stephen Curry è e rimarrà a lungo il miglior tiratore della Western Conference
Stephen Curry è e rimarrà a lungo il miglior tiratore della Western Conference

5. RUSSELL WESTBROOK

Basterebbe fermarsi a dire che ha chiuso la seconda stagione consecutiva in tripla doppia di media (25.6 punti, 10 rimbalzi, 10.1 assist), dopo aver vinto il titolo di MVP. Purtroppo per lui, a penalizzarlo è la stagione assolutamente insufficiente dei Thunder, costellata dal fallimento dell’esperimento Carmelo Anthony. Ma il presente sta mostrando che Westbrook può convivere alla grande con Paul George e che, dunque, sta raggiungendo quella maturità necessaria per dividere il campo con altre stelle, conditio sine qua non per puntare veramente al bersaglio grosso.

4. DAMIAN LILLARD

Le dimenticanze della NBA e di chi le sta attorno rispetto a Damian Lillard sono qualcosa di scandaloso. E’ come se i Greci avessero dimenticato di raccontare le imprese di un Eracle o di un Achille. Le sue medie (26.7 punti e 6.6 assist) lo rendono certamente uno dei migliori attaccanti della Western Conference, oltre che uno dei giocatori più freddi nei momenti clutch, ma questa non è una novità. I miglioramenti più significativi sono quelli in fase difensiva, fondamentali nel condurre Portland al terzo posto ad Ovest.

3. ANTHONY DAVIS

La sua strada per la consacrazione è proseguita a pie’ sospinto anche nella stagione 2017-18, che lo ha visto come serissimo candidato al titolo di MVP, anche per i grandi risultati cui ha condotto i Pelicans, nonostante l’infortunio di Cousins. I 29.1 punti con 11.1 rimbalzi e 2.5 stoppate ne fanno un lungo dominante, sia sotto il proprio ferro, sia sotto il ferro avversario. Le movenze da guardia e una rara dolcezza di tocco, espressa nel tiro da lontano, lo rendono il centro più forte della NBA anche a livello difensivo.

2. KEVIN DURANT

Forse, fino all’anno scorso, era da considerarsi il giocatore più forte della Western Conference, eppure noi abbiamo deciso di assegnarlo alla seconda posizione per motivi che poi saranno meglio chiariti. I problemi fisici di Curry gli hanno permesso di evidenziarsi come capace di guidare i Warriors privi del proprio leader, trasformandosi in un’arma totale. E se dell’immenso talento offensivo non c’è nemmeno da discutere, a impressionare è la prepotenza con cui si è fatto vedere in difesa. In contumacia Kawhi Leonard, il miglior difensore a Ovest nella stagione 2017-2018, come se gli servisse.

1. JAMES HARDEN: IL RE DELLA WESTERN CONFERENCE 2017-18

Nel caso i 30.6 punti, 5.4 rimbalzi e 8.7 assist non bastassero, a testimoniare in favore del Barba interviene il meritato titolo di MVP, già più volte sfiorato nelle stagioni precedenti. Con l’aiuto di Paul, ha portato i Rockets a un inaspettato primo posto nella Western Conference e la vittoria del titolo gli è stata preclusa solo dalle rotazioni troppo corte e dalla stanchezza. La stagione 2017-2018 è stata certamente quella della consacrazione definitiva, quella che lo ha visto come miglior giocatore della metà occidentale della NBA.

Il titolo di MVP fa di James Harden il miglior giocatore della Western Conference 2017-2018
Il titolo di MVP fa di James Harden il miglior giocatore della Western Conference 2017-2018

LeBron James su James Harden: “Concedergli 20 tiri liberi è da pazzi”

LeBron James su James Harden: “20 tiri liberi, troppi”

La partita di stanotte tra Houston Rockets e Los Angeles Lakers si è lasciata alle spalle alcune polemiche riguardanti il metro arbitrale. Il 18 su 19 ai tiri liberi con cui James Harden ha chiuso la sua partita da 50 punti, 10 rimbalzi e 11 assist non è andato giù ad un deluso coach Luke Walton, a fine gara.

Sia Walton che LeBron James hanno però evidenziato il problema principale incontrato dai Lakers a Houston: la scarsa attenzione difensiva, che ha permesso ad una squadra abile a procurarsi fischi come i Rockets troppi viaggi in lunetta.

LeBron James ha dichiarato a fine gara come i Lakers abbiamo di fatto facilitato il compito di James Harden:

Non possiamo permetterci di mandarlo (Harden, ndr) così tante volte in lunetta. James e gli altri sono già abbastanza abili, Harden è già abbastanza bravo così, può penetrare, tirare da 8 metri in step-back. Se gli concedi anche così tanti punti facili (…) Non si possono proprio concedere 20 tiri liberi a partita a giocatori come Harden, come Kevin Durant. O come altri grandi scorer in giro per la lega. Se gli si permette di vedere la palla entrare così facilmente così tante volte, è finita (…) abbiamo concesso poi troppi rimbalzi offensivi, troppi punti da secondo possesso

– LeBron James su James Harden –

 

Nel tentativo di non indurre gli arbitri a fischiare ulteriori falli su Harden e compagni, alcuni giocatori dei Lakers hanno tentato durante la gara di difendere “trattenendo” le braccia lungo il corpo, o lontane dalle braccia degli attaccanti dei Rockets. Un atteggiamento che è parso quasi polemico, se non di sfida, nei confronti della terna arbitrale.

Una protesta? No, cercavamo di difendere senza provocare contatti fallosi. Ogni qualvolta si gioca contro i Rockets, è un dettaglio a cui prestare attenzione. Chris (Paul, ndr) e James (Harden, ndr) sono molto bravi a farti trovare con le ‘mani nella marmellata’. Abbiamo difeso bene, alcuni di fischi non erano chiamate facili, non qualcosa su cui ci potessimo fare molto, se non rimanere concentrati e pensare al prossimo possesso

– LeBron James sui Rockets e James Harden –

Chris Paul su Harden: “Mai avuto un compagno così”

Chris Paul su Harden-Houston Rockets

Dopo la prestazione storica della notte, arrivano le parole di Chris Paul su Harden. L’ex giocatore di OKC è stato autore di una tripla-doppia da 50 punti che ha portato i Rockets al successo sui Lakers i LeBron James.

Chris Paul su Harden: le parole del playmaker

Mettere a referto 50 punti, 11 assist e 10 rimbalzi in 35 minuti è raro da vedere in una partita di basket. Uno di quei rari momenti la scorsa notte contro i Los Angeles Lakers di LeBron James, battuti 126 a 111 dalla corazzata allenata da coach Mike D’Antoni.

“Il Barba” ha fatto la differenza nella notte, soprattutto con due triple da centrocampo che se presi da lui non possono essere considerati “tiri forzati”. Due canestri per sei punti, ma che hanno inciso molto di più sull’economia della partita. Game, set and match. Quelle due prodezze insieme alla schiacciata ad inizio partita sulla testa di McGee, sono la ciliegina sulla torta di una serata indimenticabile.

 

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Stupito dell’approccio alla partita di Harden è stato Chris Paul che a fine partita ha commentato un retroscena durante un timeout. Ecco cosa ha riferito Chris Paul su Harden nel post partita di Rockets-Lakers a Jonathan Feigen di Houston Chronicle:

E ‘molto raro vedere James che decide di togliersi dal campo. Eravamo in un timeout e nel mentre James ha chiesto all’allenatore: ‘Dammi un minuto intero, dammi uno o due minuti interi di riposo’. Penso che questo lo abbia fatto rifiatare velocemente per arrivare fino alla fine della partita. Non ho mai avuto un compagno di squadra che sia in grado di farlo. Ecco perché è l’MVP in carica

Dopo un periodo di difficoltà – che ancora non può considerarsi chiuso – gli Houston Rockets rifilano la seconda vittoria consecutiva ai danni dei Lakers di un LeBron sempre sugli scudi (29 punti, 5 rimbalzi, 4 assist). Le vittorie per la squadra di Mike D’Antoni sono ancora sotto il 50% (13-14), ma un Harden formato MVP fa paura a ogni contender per un posto ai playoffs. Con la tripla-doppia da 50 punti della notte, Harden diventa il primo giocatore nella storia del basket a mettere a segno 4 triple-doppie con almeno 50 punti sul tabellino.

 

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Le cifre del Barba in questa stagione confermano il titolo di MVP vinto lo scorso anno. Fino a questo punto della stagione Harden ha messo a referto in media:

  • 30.8 punti
  • 5.5 rimbalzi
  • 8.3 assist

 

James Harden dominante e fiducioso: “Stiamo tornando”

james-harden-negativo

Gli Houston Rockets infilano la seconda vittoria consecutiva nel big match con i Los Angeles Lakers di LeBron James al Toyota Center, imponendosi sui gialloviola con un netto 126-111 (qui il recap di NBAPassion.com).

Mattatore della serata è James Harden, che asfalta gli avversari con una tripla doppia da 50 punti, 10 rimbalzi, 11 assist e 2 palle recuperate.

Il Barba, che tira col 54% dal campo (14/26), il 33% dalla lunga distanza (4/12) e il 95% dalla lunetta (18/19), diventa così il primo giocatore nella storia a far registrare quattro triple doppie da 50 o più punti, staccando Russell Westbrook, e supera Kareem Abdul-Jabbar per numero di gare da almeno 50 in punti in carriera, portandosi al settimo posto All-Time a pari merito con Allen Iverson (11). 

L’MVP è monumentale nel quarto quarto in cui i suoi archiviano la pratica con un parziale di 36-23 che taglia le gambe ai Lakers: per lui, infatti, ben 17 punti nel periodo conclusivo della gara, di cui 15 degli ultimi 17 messi a segno dai Rockets.

Il Barba ha fiducia

James Harden festeggia insieme ai suoi compagni di squadra.

“Fa male guardare la classifica e vedere che siamo penultimi, ma stiamo cercando di porre rimedio a questa situazione. Mi fido di tutti i ragazzi e del coaching staff, cercheremo di continuare su questa strada.” ha dichiarato al termine della partita James Harden, a dir poco decisivo nel match vinto contro i Lakers.

The Beard attualmente viaggia a medie di 30.8 punti, 5.5 rimbalzi, 8.2 assist e 2.0 palle recuperate col 45% dal campo, il 37% da dietro l’arco e l’84% ai tiri liberi, guidando la lega per media punti per partita.