Washington Wizards, le possibili conseguenze in caso di selezione di Bradley Beal per un quintetto All-NBA

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Dietro la fallimentare stagione degli Washington Wizards, conclusasi con l’undicesimo posto nella Eastern Conference, si nasonde quella fantastica di Bradley Beal.

Complice la lunga assenza dell’infortunato John Wall, il n°3 si è dimostrato il leader indiscusso della franchigia della capitale statunitense, riuscendo a realizzare 25.6 punti, 5.5 assist e 5 rimbalzi di media, disputando tutte le 82 partite della regular season.

Le grandi prestazioni di Beal rischiano tuttavia di compromettere i piani futuri della dirigenza Wizards. La terza scelta assoluta del draft 2012 è infatti tra i principali candidati per i tre quintetti All-NBA, che verranno annunciati con ogni probabilità a fine maggio.

Bradley Beal-All NBA, le conseguenze economiche

Nell’eventualità in cui la shooting guard venga selezionata per far parte di un quintetto All-NBA (presumibilmente il terzo), avrà diritto a un contratto supermax. Questo tipo di accordo, in caso di intesa fra le parti coinvolte, entrerebbe in vigore a partire dal 2021-2022, e permetterebbe al giocatore di incassare 194 milioni di dollari in quattro anni.

Tale cifra rappresenterebbe addirittura il 35% del salary cap degli Wizards. Una situazione analoga a quella di John Wall, che a partire dalla prossima stagione guadagnerà 170 milioni distribuiti in 4 anni.

Se ciò si verificasse, Washington potrebbe vantare la presenza in squadra di due All-Star di livello. I loro contratti andrebbero però ad incidere su tre quarti dello spazio salariale disponibile, riducendo inevitabilmente il margine di manovra per andare alla ricerca di un cast di supporto adeguato.

Bradley Beal giura fedeltà ai Wizards: “Morirò con questa maglia”

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Bradley Beal e il suo futuro con i Washington Wizards sono stati argomenti molto spesso al centro dell’attenzione cestistica statunitense e non. Beal è stato spesso menzionato tra i candidati nelle potenziali trade della franchigia della capitale, e spesso sono sorti dei fraintendimenti.

 

Tutto è iniziato con il pessimo inizio di stagione degli Wizards, 8 sconfitte di fila all’esordio e i buoni propositi di stagione già falliti. Inoltre, oltre alla già pessima situazione di risultati, si uniscono infortuni a vari membri del team. John Wall in primis, che dopo essersi operato al tallone, si rompe il tendine d’Achille cadendo dalle scale di casa. Dopodiché è toccato a Dwight Howard, tormentato dai problemi alla schiena. Ciò ha portato il presidente della società a mettere tutti i componenti della squadra sul mercato, e a chiudere diverse trade a febbraio.

 

Anche Bradley Beal è stato accostato ad alcune squadre, Los Angeles Lakers e Toronto Raptors in primis, ma dopo aver giurato più volte fedeltà alla maglia, Ted Leonsis lo ha tolto dal mercato. Inoltre Leonsis ha anche dichiarato che i due all-star della squadra non si sarebbero mossi dalla capitale, portando Beal ad affermare i suoi pensieri una volta di più.

 

Bradley Beal: “Morirò con la canotta degli Wizards

 

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“Sono diverso da molte persone, odio i cambiamenti. Ha detto Beal a Chris Haynes di Yahoo Sports. “Odio cambiare. Sai, odio tutto ciò, se potessi morirei con la canotta degli Wizards al 100%. Finché arriverà quel giorno, mi godrò il contratto giorno dopo giorno. Se la franchigia vuole tenermi, rimarrò, se non vogliono, è stato bello”.

 

Beal ha poi aggiunto che apprezza la lealtà perché è così che è stato cresciuto, e ha promesso di continuare a dare tutto per il suo club.

 

“Alla fine della giornata, sono qui.” Ha detto Beal.Non penso che andrò da qualche parte e me lo hanno chiarito, e finché arriverà il giorno che dovrò cambiare canotta, combatterò duramente per ottenere un anello“.

Garbage Time, l’altra NBA – Episodio #1

In questo preciso istante siete testimoni della storia, quella con la “s” minuscola. Ciò che avete davanti agli occhi è la prima edizione della rubrica meno necessaria di tutti i tempi: Garbage Time! Tra queste righe si tratteranno argomenti che nessun altro spazio web italiano a tema NBA tratterà mai (con validissimi motivi per non farlo). Con cadenza non settimanale, non mensile, non olimpica, ma rigorosamente ferrettiana, racconteremo l’altra NBA, quella che verrà presto (e fortunatamente) dimenticata. Nella nostra top ten troverete cadute di stile (o cadute e basta, ma forse questo è uno spoiler…), figure barbine, polemiche sterili e idiozie di vario genere, sempre con la bandiera del cazzeggio a sventolare fiera sul pennone. Qualora il vostro disagio esistenziale fosse talmente elevato dal farvi apprezzare questa rubrica, scrivete il vostro IBAN nei commenti. O magari aprite un gustoso dibattito su quale sia la GOAT tra le rubriche NBA, se questa, quella di Jordan, quella di LeBron o quella di Doncic. Qualora doveste invece considerarla un insulto all’umana decenza, non esitate a esternarlo, dando sfogo alle vostre volgarità più fantasiose. Ma soprattutto, qualora aveste delle segnalazioni per i prossimi episodi, trovate il modo di recapitarcele, magari scrivendole nei commenti. Adesso però basta con i preamboli, che si è fatta una certa… Partiamo subito!

P.S. Per comprendere a fondo l’altissimo significato degli snodi narrativi di questa rubrica è INDISPENSABILE cliccare su tutti i link che compariranno (sono quelli scritti in blu, per i neofiti dell’Internet), inclusi quelli che vi proporranno di aumentare le dimensioni di organi vari.

Disclaimer: parte dei demeriti per questa robaccia va attribuita a quelli della Kliq, che oggi saranno come minimo padri, se non addirittura madri di famiglia, per cui staranno tentando invano di insabbiare il loro passato inglorioso.

 

Posizione numero 10: L’app per allacciarsi le scarpe

Jayson Tatum con le scarpe che si allacciano da sole
Jayson Tatum con le scarpe che si allacciano da sole

Avete presente quando i vostri nonni, per sottolineare l’inettitudine delle nuove generazioni, le apostrofavano dicendo (nel dialetto che più vi è vicino): “Quelli lì non sono neanche buoni ad allacciarsi le scarpe”? Bene, oggi tale abilità non è più indispensabile. Certo, una volta ce la potevamo cavare con gli strappi ma, superati gli otto anni, le Bull Boys cominciavano a star strette. Nel 2019, però, anche gli adulti possono tirare un sospiro di sollievo: sono arrivate le Nike Adapt, ovvero le scarpe da basket che si allacciano con un’app! Perché perdere preziosi secondi di riscaldamento per stringere dei lacci (rischiando poi che il J.R. Smith di turno ti giochi un brutto scherzetto), quando bastano 750 trascurabili euro e uno smartphone (ATTENZIONE: smartphone non incluso nella confezione)?
Inutile specificare che l’idea è stata accolta con grande entusiasmo negli ambienti NBA. I Dallas Mavericks hanno già ordinato uno stock di Nike Adapt per Dirk Nowitzki: qualsiasi cosa, per evitare infortuni che ne comprometterebbero gli ultimi mesi di carriera. I Los Angeles Lakers, che arrivano sempre prima degli altri, avevano commissionato all’azienda di Portland un’app simile, in grado di far indossare a Michael Beasley i pantaloncini giusti al momento giusto. Dato che la messa a punto ha richiesto più tempo del previsto, Beasley è stato ceduto ai Clippers. La Nike ha saputo rifarsi con gli interessi, proponendo l’applicazione che cambia in un secondo il nome sulle maglie. Pare che, alla notizia, LeBron James abbia urlato, in lacrime: “New Orleans, this is for you!”.

#noncisonopiùigiovanidiunavolta #nonchosbatti #glischerzettidijr #scarpedimerdadadonnachecostanomilionialluomo

 

Posizione numero 9: L’infortunio di John Wall

John Wall e Andrew Bynum, diversi ma uniti dalla scarsa attenzione domestica
John Wall e Andrew Bynum, diversi ma uniti dalla scarsa attenzione domestica

Davvero una situazione complicata per gli Washington Wizards: anni persi ad aspettare che la squadra diventi una contender, ed ecco che il tuo uomo-franchigia, per due stagioni consecutive, viene fermato da un infortunio. Se nel 2017/18 John Wall se l’era cavata con due mesi di stop, stavolta il quadro è ben peggiore: se ne riparlerà nel 2020. Una notizia terribile per qualsiasi appassionato NBA, che non può che augurare al ragazzo una pronta guarigione, e ancor più drammatica per gli Wizards che, da qui al 2023, dovranno bonificare al giocatore la bellezza di 170 milioni di dollari. Ciò che è passato un po’ sottotraccia, però, sono le modalità con cui Wall ha aggravato le sue condizioni cliniche. Fermo dal 29 dicembre per un’operazione al tallone sinistro, un malaugurato giorno di fine gennaio è scivolato in casa, franando proprio su quel tallone.

Una carriera messa a forte rischio da un incidente domestico non è purtroppo una novità, nella storia NBA. Il precedente più illustre riguarda Larry Bird, che un’estate si rovinò letteralmente la schiena mentre lavorava nei campi della sua amata French Lick, nell’Indiana. Ma il caso più eclatante è senza dubbio quello con protagonista Andrew Bynum, che merita un piccolo approfondimento. Nell’estate del 2012, Bynum è coinvolto nella trade che porta Dwight Howard ai Los Angeles Lakers, Andre Iguodala ai Denver Nuggets e lo stesso Bynum ai Philadelphia 76ers. All’epoca ha appena disputato il suo primo (e ultimo) All-Star Game, e i Sixers lo accolgono come la stella che li farà uscire dalla mediocrità. Peccato per le giunture fragili, che destano non poche preoccupazioni alla dirigenza. Per prepararsi al meglio alla nuova stagione, il nostro decide di distruggersi definitivamente il ginocchio sinistro… giocando a bowling!
Una volta smesso di ridere, i medici si rendono conto che la situazione è più grave del previsto. Bynum passa i mesi successivi a farsi crescere i capelli in modo imbarazzante e a rilasciare dichiarazioni del tipo: “Tranquilli, che settimana prossima rientro!”, oppure: “Voi iniziate a giocare, che quando torno io gli facciamo il mazzo!”. Col passare dei mesi, il messaggio cambia: “Rientrerò quando sarò al 100%”, “Rientrerò quando riuscirò a schiacciare saltando da metà campo”, per finire con: “Mi sa che quest’anno non rientro proprio… A regà, è andata così… Divertitevi!”. Al termine della stagione, il suo contratto da oltre 16 milioni di dollari scade, e il re dei birilli non esita a trovarsi una nuova squadra (la sciagurata Cleveland di quegli anni). Facile immaginare che quella da bowling non sia stata l’unica palla a girare vorticosamente, a Philadelphia…

#mettilidapartechenonsisamai #sistameglioquandosilavora #questononèilvietnamèilbowling #staiperentrareinunavalledilacrime

 

Posizione numero 8: L’inserimento di Marc Gasol

Marc Gasol mentre riflette sugli errori commessi in gioventù
Marc Gasol mentre riflette sugli errori commessi in gioventù

I Toronto Raptors hanno fatto all-in. La partenza verso ovest di LeBron James era un’occasione troppo ghiotta per non tentare subito l’approdo alle NBA Finals, così Masai Ujiri (che ritroveremo tra poco) e soci hanno puntato tutto su due giocatori in particolare: Kawhi Leonard e Marc Gasol. Il primo è arrivato la scorsa estate, mentre il centro catalano è stato uno dei grandi colpi della recente trade deadline. Un grande innesto per coach Nick Nurse, sia in termini di talento, che di leadership. Peccato che, come si suol dire, non esistano piani perfetti. La dirigenza e lo staff tecnico hanno curato ogni minimo dettaglio per facilitare l’inserimento di Gasol nella nuova realtà, ma si sono dimenticati di un particolare fondamentale: istruirlo sul rituale prepartita.
Alla prima gara casalinga, la presentazione dei beniamini canadesi fila via liscia, finché lo speaker non annuncia l’ingresso di Kyle Lowry. Mentre il resto della squadra si esibisce in un’elaborata coreografia, consumando in trenta secondi le stesse energie che spenderà nell’intero primo quarto, il buon Marc rimane piantato come un frassino, nell’imbarazzo generale. Al termine dell’incontro, Gasol chiede lumi a Leonard, il quale rompe un silenzio che perdurava dal primo gennaio (quando aveva risposto “grazie” a una poesia di buon anno dedicatagli da Pascal Siakam) per lanciarsi in un lungo sfogo: “Io di queste pagliacciate non ne voglio sapere”, “Mi presentano per ultimo mica per niente”, “L’ultimo che l’ha proposto a Popovich è finito in un pilone della A3”, “Io pensavo che Toronto fosse in Puglia”. Ormai in preda allo sconforto, Marc decide di rivolgersi a Sergio Scariolo, già suo allenatore nella nazionale spagnola e ora assistente di Nurse in Canada. Dopo averlo invitato nella sua stanza, il sempre affidabile coach non esita a spiegargli per filo e per segno la misteriosa procedura.

#paesechevaiusanzechetrovi #vieniaballareincanada #torontella #dancingwiththeallstars #unapplausoalucatommassini #aiwendesendyraiselloww

 

Posizione numero 7: Il contrattone di Brunone

Bruno Caboclo, l'uomo a cui Kevin Durant ha copiato le mosse. O forse no...
Bruno Caboclo, l’uomo a cui Kevin Durant ha copiato le mosse. O forse no…

Si sa, il draft non è una scienza esatta. Può capitare che Anthony Bennett venga selezionato per primo, salvo poi trovarsi senza fissa dimora (cestisticamente parlando) nel giro di un paio di stagioni, oppure che Ben Wallace venga scartato da tutti i general manager e persino dai dirigenti della Viola Reggio Calabria, per poi decidere una finale NBA e vedere la sua maglia appesa al soffitto di un’arena. Valutare i margini di crescita di un giocatore è difficile, soprattutto quando si tratta di ragazzini acerbi e provenienti da realtà lontanissime da quelle dei college americani.
Nel 2013, l’anno di Bennett, i Milwaukee Bucks selezionano con la quindicesima chiamata un certo Giannis Antetokounmpo, ex-venditore ambulante di origine nigeriana proveniente dal Filathlitikos, squadra di seconda divisione greca. La sua stagione da rookie non è trascendentale (6.8 punti e 4.4 rimbalzi in 24.6 minuti di media), ma fa comunque intravedere che il ragazzo ha del potenziale. Incoraggiati dall’esito dell’esperimento, i Toronto Raptors decidono di percorrere la stessa strada. Arrivati alla ventesima scelta del draft 2014, il debuttante commissioner Adam Silver chiama tale Bruno Caboclo, diciannovenne brasiliano reduce da una stagione con l’Esporte Clube Pinheiros.
La perplessità è visibile sul volto dei dirigenti canadesi, ma il general manager, Masai Ujiri, si sta già sfregando le mani: “Ma che ne sanno ‘sti zozzoni… Questo è il Kevin Durant brasiliano!”. Per la cronaca, nel 2014 il Kevin Durant americano è l’MVP della lega, ma è facile immaginarlo terrorizzato a morte all’idea che il nuovo fenomeno paulista possa insidiarne la supremazia.

Mentre Ujiri si ostina a predicare pazienza (“Tranquilli, questo qui nel giro di due anni è All-NBA”) il tempo scorre, e i progressi di Caboclo continuano a rimanere nascosti a noi ignoranti. Il commentatore Fran Fraschilla conia per lui una definizione impeccabile: “è a due anni di distanza dall’essere a due anni di distanza”. A distanza di due anni da quel draft, Brunone ha passato gran parte del tempo in G-League. Altri due anni, e Toronto decide di tirare lo sciacq…ehm, di gettare la spugna. Lo spedisce ai Sacramento Kings con una trade che sembra destinata a spostare gli equilibri della lega: al suo posto arriva Malachi Richardson. 10 partite e 10 minuti di media in California, quindi altra G-League, poi un tentativo al training camp di Houston, ma niente, il sogno sembra sfumato per sempre.
Quando il suo futuro sembra inevitabilmente il baretto, ecco arrivare la grande occasione; i Memphis Grizzlies, nel disperato tentativo di imporsi come peggiore squadra della lega, offrono al brasileiro un contratto di dieci giorni, a cui ne segue un altro. Brunone strabilia il pubblico con prestazioni da MVP: 6.1 punti e 3.2 rimbalzi in dieci partite. Memphis non riesce a trattenersi, e lo premia con un contrattone: 2.4 milioni di dollari fino a giugno 2020! A casa Caboclo è subito festa, mentre Chris Wallace, GM dei Grizzlies, se la ghigna soddisfatto: “Vediamo chi riderà, adesso!”.

#braziliankd #brunantula #potenzialefenomeno #mostunderratedever #blockbustertrade #meglioungianninodomaniounbrunonedopodomani

 

Posizione numero 6: Nik Stauskas, Wade Baldwin & Danuel House

Dopo l'ennesimo trasferimento, Nik Stauskas ha optato per un part-time da McDonald's
Dopo l’ennesimo trasferimento, Nik Stauskas ha optato per un part-time da McDonald’s

Quando non sei una star di prima grandezza, e nemmeno un inamovibile elemento da quintetto, la vita da giocatore NBA può essere particolarmente avventurosa. Per conferma, chiedere alla coppia formata da Nik Stauskas e Wade Baldwin IV. Il 3 febbraio 2019 i due si trovano a Portland, Oregon, in quanto membri del roster dei Trail Blazers. Quello stesso giorno, uno scambio con i Cavaliers li porta a Cleveland, a quasi quattromila chilometri di distanza. Una trade come le altre, che non fa certo notizia in NBA. Tre giorni più tardi, però, eccoli di nuovo con la valigia in mano, stavolta in direzione Houston, duemila chilometri a sudovest. Nemmeno il tempo di sognare gli assist di Chris Paul e James Harden che, qualche ora dopo, squilla di nuovo il telefono: “tutti a Indianapolis, i Rockets vi hanno ceduto ai Pacers!”. Stavolta il tragitto è breve, ‘solo’ milleseicento chilometri. Peccato che, mentre la strana coppia sta ancora recuperando i cappotti pesanti dall’armadio, arriva la notizia che Indiana li ha appena tagliati entrambi. A questo punto, purtroppo, le strade dei due si separano. Wade torna mestamente a casa, aspettando la prossima occasione, mentre Nik… Viene richiamato dai Cavs! Un vero peccato, perché nei quasi ottomila chilometri percorsi on the road in appena quattro giorni, tra i due si era creata una profonda amicizia.

Bizzarra anche la vicenda che ha coinvolto Danuel House. In questo caso, il giocatore non si è mai mosso dal suo amato Texas (del resto, con quel cognome… Ok, scusate), ma ad aggravare la situazione c’è indubbiamente il suo nome di battesimo (perché Daniel e Manuel erano troppo mainstream, effettivamente), che gli avrà creato non pochi grattacapi in gioventù. Nato a Houston, cresciuto a Houston, studente-giocatore a Houston, House corona il sogno dei suoi parenti trovando lavoro…a Houston, dopo un biennio non indimenticabile passato tra Washington e Phoenix. I Rockets lo chiamano in prima squadra dopo che una tragica serie di infortuni aveva indotto Mike D’Antoni a prendere in seria considerazione un rientro in campo, con tanto di incarico a Dan Peterson come head coach. Danuel si fa trovare pronto, ritagliandosi un ruolo importante nelle rotazioni. Dopo appena cinque partite, però, la doccia fredda: i Rockets lo hanno tagliato! La delusione del povero (soprattutto per il nome) Danuel dura solo quarantotto ore, fin quando il general manager Daryl Morey lo ricontatta: “Ciao Manuel, hai presente la storia del taglio? Dai, era uno scherzo! Me l’ha suggerito P.J. Tucker, lo sai che si diverte con poco… Ti facciamo un two-way-contract, ok?”. House non batte ciglio e torna in campo a darci dentro come un matto. Dopo una serie di tre incontri, tra l’11 e il 14 gennaio, chiusi a oltre 14 punti di media, è lui a chiamare Morey: “We, Derrick! Hai presente la storia del two-way-contract? Beh, è scaduto! Adesso voglio il grano vero, altrimenti non mi alzo nemmeno dal letto”. Morey però non si scompone: “Dai, Daniel, facciamo un triennale al minimo salariale e siamo a posto così”. “Va bè, gioia, ho capito, tenetevi pure il tedesco, come si chiama… Frankenstein. Io torno a casa. Te salùdi!”. Testa alta e sguardo fiero, Danuel torna in G-League, dove ora gioca per i Rio Grande Valley Vipers. In Texas, ovviamente.

#icampionigiranosempreincoppia #dueanniluigiraperilmondo #questagiunglamistressa #danielomanueleratroppomainstream #lohoustoneseimbruttito #hartensteinjunior

 

Posizione numero 5: I nuovi italiani

LeBron James tradisce le sue indubbie origini italiane stringendo il trofeo più ambìto
LeBron James tradisce le sue indubbie origini italiane stringendo il trofeo più ambìto

A inizio stagione si è discusso della possibilità di concedere il passaporto italiano ad alcuni giocatori NBA, in particolare a Donte DiVincenzoRyan Arcidiacono e Raul Neto. Se per il rookie dei Milwaukee Bucks c’è ancora qualche speranza, per il suo ex compagno a Villanova e per il brasiliano degli Utah Jazz sembra non ci sia nulla di fattibile. La FIP, però, non si è persa d’animo e ha sguinzagliato un pool di investigatori per rintracciare altri possibili legami tra il Bel Paese e le star d’oltreoceano, in modo da poter finalmente rilanciare il nostro basket. Perché sprecare tempo ed energie per investire sullo sviluppo dei giovani, quando potresti far indossare la maglia azzurra a una stella NBA con un semplice giro di documenti?
I risultati di questa certosina ‘caccia al naturalizzabile’ sono racchiusi in un documento talmente scottante che la Federbasket ha deciso di secretarlo, affidandolo a tale Rich Paul, da sempre sinonimo di discrezione. E’ per questo che oggi siamo in grado di pubblicarlo senza remore. Dall’elaborato rapporto stilato dagli Sherlock Holmes tricolori emerge il potenziale nuovo quintetto della Nazionale italiana.

PG – Giannis Antetokounmpo. Il suo passato da venditore ambulante fa assolutamente al caso nostro. Basterà dichiarare che, durante il tragitto verso la Grecia, la sua famiglia ha lavorato un’estate sulla spiaggia di Porto Cesareo. Potrebbe sembrare cinico, ma se si vuole rilanciare il movimento non esistono scrupoli morali. E poi, vedendo giocare Antetokounmpo al posto di Brian Sacchetti, nessuno avrebbe più da obiettare sullo ius soli.

SG – Kyrie Irving. La scorsa estate è stato reso noto che la madre aveva origini Sioux, ma qualcuno ha indagato sul ramo paterno della famiglia? Con il giusto incentivo, si potrebbe convincere Irving a travestirsi da Uncle Drew e riprenderlo mentre valuta le operazioni in un cantiere di Fiuggi. D’altronde, gli americani hanno sempre uno zio di Frosinone. Kyrie avrebbe anche un futuro assicurato fuori dal parquet: le dichiarazioni sul terrapiattismo fanno di lui il perfetto leader di qualche movimento complottista, stile No Vax.

SF – Carmelo Anthony. Con un nome del genere, non può ingannare nessuno. Se aggiungiamo che ha fatto il college a Syracuse, affibbiargli un’imprecisata discendenza sicula sarà piuttosto semplice. Inoltre, le sue recenti esperienze a Oklahoma City e Houston lo rendono un perfetto capro espiatorio. E in Italia c’è sempre bisogno di un capro espiatorio.

PF – LeBron James. Il fatto che abbia sempre dichiarato di non sapere chi sia suo padre gioca indiscutibilmente a nostro favore. Chi potrà mai obiettare, quando la paternità sarà rivendicata da… Gianni Petrucci? Per l’Italbasket, questo ed altro… Oltretutto, LeBron giocherebbe a Est; dopo Pavlovic, Dellavedova e Mozgov, portare in finale Filloy e Biligha sarebbe una passeggiata di salute.

C – DeMarcus Cousins. Modificare i documenti trasformandolo in Marco Cusin sarebbe un gioco da ragazzi; siamo pur sempre il Paese che ha inventato i dischi orari rotanti, dannazione! Se qualcuno dovesse asserire che Marco Cusin non ha mai fatto triple-doppie da 55 punti, 20 rimbalzi e 15 assist, potremmo tranquillamente rispondere che lo spirito patriottico migliora sempre le prestazioni dei singoli in Nazionale. O forse no, bisogna studiarne un’altra…

PRINCIPALI RISERVE – Rudy Gay e Kevin Love. Risalire a fantomatiche parentele sarebbe leggermente più complicato (anche se magari lo zio di Love, Mike, fondatore dei Beach Boys, ha avuto qualche relazione con groupie nostrane), ma schierarli contemporaneamente nella second unit rappresenterebbe senz’altro un forte messaggio a sostegno dei diritti civili. L’importante sarebbe non scadere nella volgarità, come già successo in altri Paesi.

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Posizione numero 4: Dell Demps e il caso Davis – Lakers

Dell Demps mentre escogita la prossima burla ai danni di Magic Johnson
Dell Demps mentre escogita la prossima burla ai danni di Magic Johnson

La vicenda Anthony Davis – Los Angeles Lakers, principale oggetto di dibattito nelle scorse settimane, ha più volte oltrepassato i confini del grottesco. Tutto era cominciato con l’invito a cena di LeBron James a Davis, al termine della sfida tra Lakers e Pelicans del 22 dicembre scorso, che aveva fatto seguito alle sviolinate del numero 23 gialloviola su quanto sarebbe bello giocare insieme al numero 23 blu-bianco-rosso-viola-giallo-verde (ma quali sono i colori sociali dei Pelicans??). Interrogato a riguardo, Davis aveva risposto alquanto stizzito: “Ma cosa vi salta in mente? Io a New Orleans sto benissimo! Il carnevale è una figata, si mangia da Dio, sono comodo coi mezzi, ho gli alligatori in piscina che aspettano un cucciolo… Da qui non mi muovo! Anzi, ci chiudo la carriera, in Louisiana!”.
Un mese dopo, però, la farsa viene smascherata. Il Monociglio si confida con il suo agente, Rich Paul, citando una nota band della scena underground di Chicago“Sai, Rich, la Louisiana è bella e tutto quanto, ma alla lunga rompe i coglioni. E poi i Pelicans fanno proprio cagare… Come facciamo a levarci dalle palle al più presto?”. Commosso dalla dialettica del suo assistito, Paul decide di affidarne le ‘segrete’ volontà ad Adrian Wojnarowski, giornalista e ‘re del mercato’ made in USA. Dopo qualche ora, la notizia diventa di dominio pubblico. E’ qui che entra in gioco Dell Demps, general manager dei Pelicans. Ed è qui che la vicenda raggiunge il suo apice di teatralità.

La seconda parte di questo inedito spettacolo ruota attorno a un dettaglio tutto sommato rilevante: Paul non è solo l’agente di Davis, ma anche quello di LeBron James. I soliti malpensanti, tra cui Demps, traggono subito conclusioni affrettate: “Ma non è che forse quei tre si sono messi d’accordo?”. Solo infamanti supposizioni, ovviamente. Il fatto che le due squadre siano in un momento imbarazzante, che i due vadano a cena insieme, che abbiano lo stesso agente e che manchi una settimana alla trade deadline vi sembrano indizi sufficienti? Allora vi meritate le toghe rosse e i complotti delle sinistre!
I giorni che precedono la deadline sono intrisi di pura follia. La dirigenza dei Lakers, capitanata dal presidente Magic Johson e dal general manager Rob Pelinka, arriva ad offrire a New Orleans tutti i giovani, tre veterani, quattro prime scelte future, Luke Walton, Bill Walton e gli occhiali da sole di Jack Nicholson, ma Demps resiste stoicamente. Dopo un po’ inizia persino ad evitare le chiamate di Magic, o a liquidarlo con banali scuse quando la leggenda gialloviola si presenta direttamente al suo cospetto. Il picco dello humour si raggiunge prima con i tifosi degli Indiana Pacers che cantano a Brandon Ingram “LeBron will trade you!”, poi con l’account Twitter dei Pelicans che, il giorno della deadline, posta la foto di una clessidra. Quando il termine ultimo scade, l’affare sfuma ufficialmente.
Questa spassosa commedia degli equivoci meritava un finale degno, e infatti… I Lakers riescono a centrare comunque un gran colpo di mercato, acquistando… Mike Muscala, ma la situazione interna è alquanto tesa; lo stesso Magic è costretto a incontrare uno per uno tutti quei giocatori che aveva messo esplicitamente sul mercato, abbracciandoli forte e promettendo di credere in loro, ma solo fino a giugno. Anthony Davis resta a godersi le paludi della Louisiana e il calore del pubblico, che lo tempesta di fischi e insulti non appena lo incontra per strada. Gioca pochissimo, eppure riesce a infortunarsi a una spalla (strano, di solito è l’integrità fisica fatta giocatore NBA…), trovando così una scusa buona per sparire dalla circolazione per qualche settimana. E Demps? Licenziato, ovviamente!

#tuttoèmaleciòchefiniscemale #quinonèhollywood #neworleansèbellamanoncivivrei #getRichordietryin #guardacheballeingramaltrochestocktonemalone #sivedechenonstaidicendoniente #noscusamièchenonceracampo #tirichiamoio

 

Posizione numero 3: Il tampering

Magic Johnson mentre tampera
Magic Johnson mentre tampera

Da un po’ di tempo a questa parte (o meglio: da quando Magic Johnson fa parte della dirigenza dei Lakers) c’è un nuovo tormentone che furoreggia tra le alte sfere NBA: il tampering. No, non si tratta di una rischiosa pratica sessuale, bensì di un comportamento traducibile con “reclutamento illecito di giocatori da parte di tesserati di altre fran…” va bè, dai, tampering suona meglio. Una norma piuttosto controversa ed estremamente severa, che ha fatto piovere fior di sanzioni soprattutto a livello collegiale. Spesso basta un passaggio in auto, un mazzo di fiori regalato alla nonna, addirittura che un assistente partecipi a una partitella al playground con un prospetto (tutti casi realmente accaduti, a parte forse quello della nonna), per far scattare una squalifica. Tra i professionisti, la situazione è ulteriormente sfuggita di mano, generando una vera e propria tamperingfobia. Il caso più recente ha coinvolto uno dei proprietari dei Milwaukee Bucks, multato per aver pronunciato la seguente frase: “Speriamo che atleti come Anthony Davis e altri vogliano venire a giocare per noi.”. Il leggendario motore dello Showtime, però, si è rivelato un innovatore anche in questo campo, elevando il tampering a una vera e propria arte. Nell’estate del 2017, pochi mesi dopo essere entrato in società, Magic era ospite al popolare show di Jimmy Kimmel. Quando il conduttore gli aveva chiesto di Paul George, allora in scadenza con i Thunder, il vecchio buontempone aveva dichiarato di fargli l’occhiolino ogni volta che lo incontra. E subito… Multa!
Non pago, il nostro si era ripetuto il febbraio successivo: Giannis Antetokounmpo diventerà un MVP, porterà i Bucks al titolo”… Multa! Nuovo anno, nuova prodezza, anche se stavolta nessun verbale. Pochi giorni fa, la sagomaccia se ne esce con un curioso aneddoto: Ben Simmons mi ha chiamato, vuole che io lo alleni l’estate prossima”. Ovviamente altro putiferio, con Adam Silver pronto a strapparsi i capelli, salvo poi desistere arrendendosi alla triste realtà.
Ora, la regola andrebbe sicuramente rivista, ma è stupendo immaginare Rob Pelinka e il resto dello staff dei Lakers trattenere il fiato ad ogni conferenza stampa di Magic: “Oddio, adesso spara la cazzata…”. In ogni caso, per evitare di prosciugare le casse del club, la proprietaria Jeanie Buss ha obbligato il mitico numero 32 a seguire un intensivo corso anti-tampering, in cui imparerà come reagire alle domande più provocatorie dei media. Pare che i primi test, affrontati in coppia con coach Walton, abbiano dato risultati brillanti.

#glidiaunabellamultina #iopensocheanthonydavissiaungiocatoreehmungiocatoreebasta #lenormesonotantemilionidimilioni #magiclatrottola #tivedreibeneailakers #bensimmonschechiamagente

 

Posizione numero 2: La campagna abbonamenti dei Knicks

Mitchell Robinson e Kevin Durant nella campagna abbonamenti dei Knicks. Per Michael Jordan e Wilt Chamberlain non c'era abbastanza spazio
Mitchell Robinson e Kevin Durant nella campagna abbonamenti dei Knicks. Per Michael Jordan e Wilt Chamberlain non c’era abbastanza spazio

Non dev’essere facile tifare i New York Knicks. Gli unici due titoli NBA sono arrivati nel 1970 e 1973, e da allora (eccezion fatta per le due curiose finali disputate negli Anni ’90, quando Patrick Ewing spadroneggiava sotto i tabelloni) la franchigia ha collezionato un fallimento dopo l’altro; stelle strapagate e trasformate in monnezza appena giunte a Manhattan, allenatori sbagliati, dirigenti incompetenti, fischi ai giovani scelti al draft, sparizioni immotivate (Derrick Rose), ex-giocatori arrestati sugli spalti del Madison Square Garden (Charles Oakley). Mica male, eh? Il tutto con l’aggravante di un’esposizione mediatica con pochi eguali, vista la piazza.
Con tali premesse, convincere i poveri supporters blu-arancio, anche quelli più fedeli, a rinnovare il loro abbonamento stagionale non è un’operazione semplicissima (anche perchè un season ticket al Garden non si trova in regalo con La Repubblica del venerdì). Ma è proprio nelle difficoltà che viene fuori il genio.

A poche settimane dal termine ultimo entro cui presentare le richieste di rinnovo, sul sito della franchigia compare una bella foto promozionale, raffigurante il rookie Mitchell Robinson e la superstar Kevin Durant. Niente di malizioso, se non fosse per due piccoli particolari: 1) tra i due, solo Robinson gioca nei Knicks e 2) Kevin Durant sarà quasi certamente free-agent l’estate prossima, con i newyorchesi in prima fila nel corteggiamento. I nostri amici malpensanti, ai quali la vicinanza con lo scalo milanese rende piuttosto agevoli gli spostamenti aerei, azzardano subito che dietro ci possa essere un ‘velatissimo’ messaggio subliminale“Abbonatevi, che l’anno prossimo arriva Durant!”. La risposta del club non tarda ad arrivare: “Davvero c’era la foto di Durant? Ma guarda te le sorprese che ci riserva la vita! No ma tranquilli, nessun messaggio subliminale! E’ stato un caso, era una foto tra le tante… Poteva capitare anche quella di Frank Ntilikina e Spike Lee, o quella di Charles Oakley in manette; va abbastanza a culo, diciamo”. Nel frattempo, la foto è stata prontamente rimossa.

Venuto a conoscenza dell’accaduto, Magic Johnson va su tutte le furie“Ma come, adesso arrivano quelli di New York a insegnare a noi come tamperare?! Qualcuno verrà licenziato per questo!”. Dopodiché prende il suo motoscafo e, accompagnato da un assistente, va a far visita ai responsabili della comunicazione dei Lakers, per manifestare il suo disappunto e studiare insieme a loro un modo per uscire dall’impaccio. Inizialmente la collaborazione sembra infruttuosa, ma in qualche modo il pool di grandi menti ne viene fuori. Come spesso accade, la soluzione migliore è anche quella più semplice. “Capo, qual è stato il grande colpo del nostro mercato?” chiede uno dei responsabili. “Ma chi, quer pippone de Muscala?” risponde inviperito Johnson. “No, dottore… l’altro”“Guarda, nun me parlà de Reggie Bullock, che me sale er nazismo!” sbotta Magic, tradendo le sue origini laziali. “Presidente, che numero di maglia ha preso Reggie Bullock?”“Il 35, perchè?”. “Maestro, ha presente Photoshop, quel programma che usiamo per mandare a LeBron le immagini dei vari All-Star in maglia Lakers?”. Dopo qualche secondo di collettiva riflessione, la soddisfazione è palpabile.

#nonvendiamosognimasoliderealtà #charlesoakleyinmanette #piccolitamperisticrescono #querpipponedemuscala #tivedreibeneaiknicks #andiamoasaraghi #genio

 

Posizione numero 1: Gli haters dei punteggi

James Harden e Kevin Durant mentre rovinano la NBA
James Harden e Kevin Durant mentre rovinano la NBA

Come la luna dei Pink Floyd, anche l’esplosione dei social network ha il suo lato oscuro. Rimanendo ancorati al tema NBA, ciò è rappresentato dalla proliferazione degli haters. Difficile spiegare la natura di questa particolare specie; in poche parole, è qualcuno con tanto tempo a disposizione e perennemente insoddisfatto di ciò che lo circonda. Approfittando inopinatamente dello schermo e della tastiera a sua disposizione, ma soprattutto della consapevolezza di non poter incontrare mai di persona il personaggio pubblico di turno, l’hater scatena la sua frustrazione contro il proprio bersaglio. Un po’come succedeva nelle scuole di una volta, quando il maestro lasciava carta bianca agli alunni. Solitamente, individuare chi sarà il prossimo a finire nel mirino degli haters è piuttosto facile: si tratta di qualcuno (nel nostro caso, di un giocatore) che è riuscito a emergere, tanto da iniziare a far parlare di sé. Esauriti gli elogi, si passerà quasi automaticamente ai primi insulti e alle prime critiche.

Di norma, gli ‘odiati’ hanno grande talento, ma anche qualche peculiarità controversa che alimenterà per anni i loro detrattori. Pensiamo a LeBron James, per andare finalmente sul concreto. Agli albori dei social network, il Re veniva accusato da molti ‘leoni da tastiera’ di essere “un perdente”. Poco importava che stesse già mostrando sprazzi di onnipotenza cestistica o che avesse trascinato i Cleveland Cavaliers di Zydrunas Ilgauskas, Larry Hughes e Daniel Gibson alla finale NBA più squilibrata della storia; finché non vinci un titolo, non sei nessuno. Quando poi James ha vinto e rivinto, il rancore di questi individui si è spostato progressivamente sui vari Stephen Curry, Kevin Durant, Russell Westbrook e James Harden. Il principale capo d’accusa mosso nei loro confronti? “Stanno rovinando la NBA”. Interessanti anche le ‘argomentazioni’ a riguardo: uno “rovina la NBA” perché può segnare da dieci metri mentre balla la Macarena, l’altro perché domina due finali consecutive ma è antipatico, un altro ancora perché fa sempre tripla-doppia, l’ultimo perché segna troppi punti, invece di lasciare spazio a fenomenali compagni come Gary Clark e Vince Edwards.
Di recente, però, la fantasia degli haters ha raggiunto picchi inesplorati. A finire sulla gogna non è stato un giocatore, e nemmeno una squadra, bensì…i punteggi. In particolare, ha suscitato un’ondata di sdegno la vittoria dei Golden State Warriors sul campo dei Denver Nuggets, nell’incontro del 15 gennaio scorso. I campioni in carica si sono imposti per 142 a 111, segnando 51 punti nel solo primo quarto. “NBA ridicola!”, “Basta con questa pagliacciata!”, “Questo non è basket!”. Come in passato, anche oggi all’hater non è necessario approfondire il perché accadano certe cose. Sarebbe uno shock scoprire che le nuove regole sul cronometro di tiro hanno aumentato il numero di possessi o, peggio ancora, che gli Warriors hanno dominato giocando una pallacanestro strabiliante, muovendo la palla come nei sogni più spinti di Gregg Popovich e, più in generale, costruendo con meticolosa cura una corazzata inaffondabile. L’importante è gridare allo scandalo, approfittandone per sottolineare quanto fosse meglio ai tempi di Larry Bird (quando – e se anche solo i loro genitori fossero nati avrebbero potuto testimoniarlo – i punteggi erano gli stessi) o quanto oggi sia più divertente assistere a un 40-36 del campionato UISP lombardo, piuttosto che al solito teatrino americano. Questa favola non ha assolutamente una morale, ma ci lascia un interrogativo importante: cosa odieranno adesso?

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John Wall parla dopo l’operazione al tendine d’Achille: “Ora penso soltanto a riposarmi”

John Wall infortunio

John Wall parla della sua situazione dopo l’intervento al tendine d’Achille. Filtra ottimismo per i suoi tempi di recupero in vista del futuro dei suoi Wizards.

John Wall: “In questo momento la priorità è tornare in perfetta salute”

La rivoluzione in casa Washington Wizards sembrerebbe essere appena cominciata.

Nonostante in queste ultimi giorni di mercato la squadra allenata da coach Brooks ha accolto i suoi nuovi acquisti come Bobby Portis, Jabari Parker e Wesley Johnson; il front-office dei Wizards è rimasto con il fiato sospeso riguardo le condizioni della sua stella John Wall.

Il più grande investimento del team della Capitale ha superato con successo l’operazione al tendine d’Achille effettuata la scorsa notte sempre in quel di Washington, che purtroppo lo terrà lontano dai campi almeno per la prossima stagione.

Stando a quanto riportato in queste ultime ore dal ‘Washington Post‘, il recupero di Wall è stimato intorno agli 11-15 mesi, ma lo stesso giocatore dei Wizards ha deciso che se necessario il suo stop potrebbe essere ancora più lungo.

A confermare l’indiscrezione dell’insider Candace Buckner, sono arrivate infatti le parole dello stesso John Wall a poche ore di distanza dall’intervento al tendine d’Achille.

Ecco le sue parole riportate sempre dal ‘Washington Post‘:

Sono grato allo staff medico dei Wizards per aver accelerato i tempi dell’operazione. In questo momento mi aspettano 4-5 mesi di stop assoluto e poi comincerò con molta calma la mia riabilitazione. Il mio processo ora è costituito da priorità, che bisogna cominciare a selezionare dopo infortuni del genere. In primis l’obiettivo è rientrare in perfetta salute sia nella riabilitazione, sia in campo quando terminerò tutto il processo di recupero. Poi ora voglio soltanto riposarmi. Molti altri giocatori hanno avuto problemi seri di salute dopo infortuni così gravi. Non voglio peggiorare la situazione”.

 

John Wall-infortunio: i tempi di recupero

Novità per gli Wizards sul tema John Wallinfortunio: infatti secondo quanto riportato da Shams Charania sul suo profilo Twitter, la stella degli Washington Wizards si è sottoposto ad un intervento chirurgico dopo essere caduto in casa e rotto di conseguenza il tendine d’achille. I tempi di recupero per il play di Washington non sono più gli originali 6-8 mesi, infatti dopo la caduta i tempi di recupero si sono allungati e diventati 12 mesi. Staremo a vedere se gli Wizards tenteranno di rimpiazzarlo in qualche modo anche magari nella prossima Free Agency

Gli Wizards richiedono la “disabled player exception” da $8.6M dopo lo stop di John Wall

John Wall and LeBron James, Los Angeles Lakers vs Washington Wizards at Capital One Arena

Gli Washington Wizards hanno inoltrato alla NBA la richiesta di beneficiare della “disabled player exception” da 8.6 milioni di dollari, a seguito dello stop forzato di John Wall.

Il 5 volte All-Star John Wall si è sottoposto nella giornata di martedì ad un intervento chirurgico al piede sinistro. Lo stop previsto per Wall è di sei-otto mesi.

Se concessa, la “disabled player exception” permetterà agli Washington Wizards di rimpiazzare lo spot lasciato libero da John Wall con un nuovo giocatore, ad una cifra pari alla metà (al massimo) del salario corrisposto al giocatore infortunato, o pari alla mid-level exception riconosciuta alle squadre al di sotto della soglia della luxury tax.

L’eccezione riconoscerebbe lo status di giocatore “inattivo” di John Wall, consentendo a Washington (che ha già 15 giocatori a roster) l’ingaggio di un rimpiazzo per l’ex Kentucky Wildcats.

Tale contratto non graverebbe sul salay cap. Gli Wizards avrebbero tempo sino al prossimo venerdì 15 marzo per sfruttare l’eccezione salariale.

Wizards, John Wall si ferma per un problema al piede sinistro, “considera l’intervento” e 6-8 mesi di stop

Wizards, John Wall consulterà uno specialista per il problema al piede sinistro, uno sperone osseo, che sta condizionando la stagione del 5 volte All-Star di Washington.

Wall è stato costretto a saltare la partita di venerdì notte alla Capital One Arena di Washington D.C.. Gli Wizards, privi di Otto Porter, Wall e Markieff Morris sono stati sconfitti per 101-92 dai Chicago Bulls di Zach LaVine, cadendo a 13-23, 10 partite sotto il .500 di vittorie.

John Wall si sottoporrà ad una visita specialistica nella giornata di sabato, come riportato da Candace Buckner del Washington Post. L’ex kentucky Wildcats ha rivelato nelle scorse settimane di soffrire da tempo di tale problema fisico, ma di aver sempre cercato di sopportare e giocare sopra il dolore.

Nelle ultime settimane, fastidio ed infiammazione sarebbero aumentate al punto tale non consentire alla star degli Wizards di muoversi efficaciemente per il parquet. Da qui la decisione di vederci più chiaro, e tentare di risolvere il problema.

Wall sarà quindi con tutta probabilità indisponibile per il prossimo impegno dei suoi Washington Wizards, la sfida casalinga contro gli Charlotte Hornets in programma domenica 30 dicembre. Il posto di Wall in quintetto base sarà coperto da Tomas Satoransky.

Così coach Scott Brooks sulle condizioni fisiche di John Wall:

Un problema del genere può essere davvero condizionante per un giocatore del suo livello. Finora John è stato in grado di gestire il fastidio, ci sono giorni buoni e giorni meno buoni, John ha una grande resistenza al dolore ed una grande capcità di sopportazione (…) ci sono alcune sere però, come stasera, in cui John non è proprio in grado di scendere in campo. E’ arrivata per lui l’ora di consultare uno specialista, vedremo quali sarrano gli esiti e le decisioni

– Scott Brooks su John Wall –

 

Gli infortuni sono diventati un problema non da poco in casa Wizards. Dwight Howard è fermo da novembre a causa di un problema alla schiena che lo terrà ai box per almeno altri due mesi.

Otto Porter Jr è invece alle prese con un problema muscolare alla gamba destra, problema che ha interssato anche il ginocchio e che ha costretto il giocatore a saltare le ultime 9 gare dei suoi Wizards. Un problema al collo ha invece costretto Markieff Morris in panchina durante la sfida di venerdì notte a Washington.

Update: John Wall opta per l’intervento, 6-8 mesi di stop

 

Come riportato da Candace Buckner nella serata di sabato, dopo il consulto specialistico John Wall starebbe seriamente considerando l’ipotesi di intevento chirurgico. Un ricorso all’operazione potrebbe risolversi in uno stop di almeno 6-8mesi per Wall. Un eventuale lungo stop per l’ex Kentucky porrebbe con ogni probabilità la parola fine alle speranze di risalita e di playoffs nella capitale.

Al momento, come riportato da Shams Charania di The Athletic, una decisione sull’intervento verrà presa non prima di una settimana, sebbene fonti interne agli Wizards vedono un John Wall “molto propenso” all’intervento.

Wizards-Lakers: Wall spazza via gli spenti gialloviola

John Wall and LeBron James, Los Angeles Lakers vs Washington Wizards at Capital One Arena

Wizards-Lakers:Game Recap #30, Wizards-Lakers

Settimo back-to-back della stagione per i Los Angeles Lakers (18-11), che alla Capital One Arena affrontano i Washington Wizards (11-17).

I gialloviola sono reduci dalla bella vittoria di Charlotte e nella stagione hanno un ottimo record (5W) nelle seconde partite dei B2B. Occhi puntati su LeBron e Ball, autori entrambi di una tripla doppia meno di 24 ore prima.

Non un buon momento per i Wizards, sconfitti nelle quattro uscite precedenti. La franchigia della capitale spera che il recente innesto di Trevor Ariza possa rilanciare la corsa ai playoff.

Entrambe le squadre hanno gli uomini contati. I lacustri devono rinunciare – oltre ad Ingram, Rondo e Beasley – all’influenzato JaVale McGee, sostituito da Chandler. Il veterano completa gli starter con Zo, Hart, LBJ e Kuz. Brooks non dispone di Howard, Porter Jr. ed Ariza e schiera Wall, Beal, Satoransky, Green e Bryant.

Wizards-Lakers, Wall & Beal on fire 🔥

In avvio di gara il ritmo è elevato, Washington parte a razzo e segna le prime cinque conclusioni tentate, mentre i Lakers faticano a trovare la via del canestro. 4-12 dopo quasi quattro minuti di gioco, timeout Walton.

L’interruzione non porta i frutti sperati, James e compagni continuano a soffrire a difesa schierata non riuscendo a costruire buoni tiri. Inoltre l’aggressività dei Wizards sulle linee di passaggio mette in crisi la circolazione lacustre.

A causa delle assenze, si vedono presto in campo Lance e Wagner. Wall raggiunge la doppia cifra mentre i californiani sbagliano – 4/13, tre perse – praticamente tutto. 8-24 a -5’33″ alla fine del quarto.

Kuzma perde due banali palloni ma quantomeno i maghi – dopo aver raggiunto anche il +18 – calano ed iniziano a sbagliare qualcosa. Dopo otto errori di squadra KCP segna la prima tripla della gara, imitato poco dopo da Moe Wagner.

Kyle Kuzma, Los Angeles Lakers vs Washington Wizards at Capital One Arena
Kyle Kuzma, Los Angeles Lakers vs Washington Wizards at Capital One Arena (Ned Dishman, NBAE via Getty Images)

LeBron riesce ad arrivare un paio di volte al ferro guidando il rientro gialloviola, che riducono lo svantaggio a sole sette lunghezze, prima della tripla di Bradley Beal che chiude il periodo, 23-33.

38.5% dal campo con sei perse e 21 punti concessi alla coppia Wall & Beal, sintetizzano il brutto avvio dei Lakers, molli a rimbalzo ed incapaci di contenere la transizione avversaria.

Wizards-Lakers, KCP unico a produrre

Walton schiera Zo & Kuz e l’inizio della seconda frazione è promettente. Dopo aver perso un paio di possessi i lacustri riducono il gap a sei lunghezze, grazie ad un bel canestro di Svi ed alla tripla di Ball.

Se l’attacco non è quello orrendo del primo quarto, la difesa sembra essere rimasta a Charlotte. Troppi i fastbreak e le seconde opportunità concesse, mentre nel pitturato viene contestato poco o niente.

Svi Mykhailiuk completa…

…un gioco da tre punti, risponde lo scatenato Wall – 15 con 7/10 al tiro – dall’arco, 34-44 a -8’20” dall’intervallo. Lonzo Ball alterna buone giocate difensive a clamorosi errori in transizione, perdendo un paio di banali possessi.

Dopo le triple di KCP e Green, i californiani segnano segnano due volte in transizione, risponde ancora il prodotto di Kentucky che cerca sempre l’accoppiamento con l’esterno più lento, battendo un paio di volte Hart.

Per la terza volta Kentavious Caldwell-Pope segna dall’arco, ma i gialloviola si schiantano a ripetizione nel pitturato, soffrendo la maggiore energia – Wall vola su Ball, LBJ viene stoppato un paio di volte – dei Wizards, che volano in transizione 45-62, timeout per lo sconsolato coach Luke Walton.

KCP è l’unico lacustre a produrre e raggiunge quota 20 – 7/7 dal campo con 3 triple – ma ogni tentativo di ravvicinamento viene respinto da Washington, che trova la transizione – chiusa dalla tripla di Tomas Satoransky – anche dopo il canestro subito.

La prima scelta del draft 2010 continua a scaldare l’Arena disputando una dei migliori primi tempi della sua carriera, chiuso da un buzzer nonostante l’ottima chiusura di Tyson Chandler, 51-71.

Per John Wall in soli 20 minuti già 28 punti – 12/18 dal campo, 2/4 dall’arco -, 8 assist e 2 recuperi a referto. Dominante.

Wizards-Lakers, i gialloviola affondano

Che la gara sia già finita, lo ribadisce Wall che in avvio del secondo tempo segna dall’arco e dal mid-range, stoppa Kuzma ed alza l’alley-opp per Thomas Bryant, dopo poco più di tre minuti di gioco.

James continua a litigare (4/13) con il canestro, mentre i compagni sparano a salve (5/20) dall’arco. Jeff Green segna due triple, risponde Kyle Kuzma nell’unico momento di vitalità della sua gara, 63-86 a -5’21”.

LeBron James and Bradley Beal, Los Angeles Lakers vs Washington Wizards at Capital One Arena
LeBron James and Bradley Beal, Los Angeles Lakers vs Washington Wizards at Capital One Arena (Ned Dishman, NBAE via Getty Images)

I Lakers provano persino la difesa a zona, ma i risultati non cambiano. LeBron James conferma di essere in serata-no fallendo ancora due liberi oltre a sbagliare dal campo.

KCP segna ancora da oltre i 7.25, ma la zona è mal eseguita e concede seconde chance ai Wizards, come quella convertita sulla sirena da Dekker, 76-99.

Wizards-Lakers, Wall raggiunge quota 40

In avvio dell’ultimo quarto Lance Stephenson – in campo con Zo, Pope, Svi e Moe – prova a scuotere i suoi segnando otto punti con due triple, oltre a servire Moe. Il rookie segna dall’arco e coach Scott Brooks interrompe il parziale lacustre, 89-106 a -9’16” dalla fine.

Al rientro Beal dall’arco prima e Sam Dekker poi calano definitivamente il sipario sulla scena della capitale, 91-115. L’ex Rockets e Cavs punisce la difesa Lakers schiacciando indisturbato e facendo praticamente ciò che vuole.

Negli ultimi minuti si vedono le due squadre navigare da una metà campo all’altra sparacchiando a caso oltre a perdere banali possessi. Entrano Zubac e Bonga mentre Beal, Ball, Lance, Green e Wall segnano dall’arco. Il #2 in blue, argento e rosso raggiunge quota 40 e può finalmente lasciare il campo, consentendo a Brooks di svuotare la panchina. Finale, 110-128.

Wizards-Lakers, season-low per LBJ

Peggior prestazione dell’anno per LeBron James, che non riesce a produrre ne a mettere in ritmo i compagni. Il quattro volte MVP chiude con 13 punti – 5/16 dal campo, 3/6 ai liberi -, 6 rimbalzi, 3 assist e 4 perse in 32 minuti di gioco.

20+6+3 con 6 perse per Kuzma, che aggiusta le statistiche a gara ampiamente compromessa. Ball – 10+5+4, 4 perse e 3 recuperi – alterna singole buone giocate a lunghi momenti di pausa. Zo poi non riesce a contrastare l’ottima vena di Wall e Beal.

Prosegue lo slump di Hart – 2/10 al tiro, 0/5 da tre – che ha sofferto per tutta la gara in attacco ed in difesa. Sicuramente meglio KCP (25+6+5, 9/12) unico Lakers rimasto in partita dall’inizio alla fine.

12+4+5 per un discreto Lance, 2+7 per uno spento Chandler, mentre Wagner pur trovando la via del canestro (12) appare comunque inadeguato a questi livelli.

Kentavious Caldwell-Pope, Los Angeles Lakers vs Washington Wizards at Capital One Arena
Kentavious Caldwell-Pope, Los Angeles Lakers vs Washington Wizards at Capital One Arena (Ned Dishman, NBAE via Getty Images)

Nei Wizards oltre alla grande prestazione di Wall – 40+6+14 -, ottime prove di Beal (25+12), Green (20+7, 4/6 dall’arco) e Dekker (20 con 10/15 dal campo). Discreta prova per l’ex lacustre Bryant (12+11, 2 stoppate) mentre Satoransky (11+4+5) fa gli straordinari. Pochi minuti per Morris, out per un problema alla mano.

Box Score su NBA.com

Wizards-Lakers, season-low per LBJ

Una delle peggiori prestazioni stagionali per i Los Angeles Lakers, apparsi fin da subito scarico e molli. Tante perse, esecuzione pigra e con pessime spaziature hanno fin dai primi possessi compromesso la prestazione gialloviola. Non regge l’attenuante delle tante assenze, essendo i Wizards praticamente nella stessa situazione.

A fine gara Walton…

<Se inizi a giocare, nella NBA, non vinci. Non so cosa sia successo esattamente, lo vedremo, ma non abbiamo avuto l’energia adatta per vincere una gara NBA, questa notte.>

…è apparso senza spiegazioni per la pessima prestazione, riservandosi di analizzare con lo staff quanto accaduto.

Prossimo impegno per i Los Angeles Lakers nella notte – 1:30 italiane – tra Martedì 18 e Mercoledì 19 Dicembre, in programma al Barclays Center la sfida con i Brooklyn Nets.

Wizards, il talismano Trevor Ariza per la disperata caccia a i playoffs

Trevor Ariza non si muoverà da Washington. Mettendosi nei panni dell’ex Rockets e Suns, passare da una squadra sul fondo della Western Conference ad una sul (quasi) fondo della Eastern Conference potrebbe non fare una gran differenza.

E invece no. La situazione contrattuale di Trevor Ariza, e la situazione grave ma non seria degli Washington Wizards finiranno per formare il connubio perfetto, a partite già dalla prossima partita.

I tremendi Washington Wizards – per quanto tremendi – sono oggi a sole 3 partite di distanza dall’ottavo posto ad Est. Il tempo per fare meglio (o peggio) non manca per Bradley Beal e compagni. L’ultima volta che Trevor indossò la maglia di Washington (2013\14), gli Wizards griffati Wall, Beal, Ariza e Nené vissero una stagione trionfale: 44-38 e semifinali di conference, roba che non si vedeva nella capitale dai tempi di Gilbert Arenas.

Poi gli Wizards tentarono il tutto per tutto per portare Kevin Durant nella sua città natale. E persero. E Trevor Ariza se ne andò a Houston.

In nome dei vecchi tempi, e dell’aria appena appena tesa negli spogliatoi della Capital One Arena, Ariza è oggi di nuovo un Wizards, e lo resterà sino a fine stagione.

Il super veterano ex Knicks, Magic, Lakers, Pelicans e Rockets (e campione NBA 2009) era all’epoca ed è oggi considerato una presenza benevola e nume tutelare di John Wall, che si è detto “felicissimo” di riavere Ariza in squadra.

Il contratto di Ariza, un annuale da 15 milioni di dollari, non peserà sul cap di Washington a lungo, ne è ipotizzabile che il due volte finalista NBA possa rimanere agli Wizards oltre il 1 luglio 2019. Altri lidi ed altre contender attendono solo l’estate per metterci sopra le mani.

Ariza avrà da subito minuti, forse il quintetto base e di certo le chiavi dello spogliatoio di Washington. Kelly Oubre è volato a Phoenix (doveva andare a Memphis, ma tant’è), Otto porter è il titolare ma i due possono giocare assieme, la panchina di coach Scott Brooks si è ristretta di colpo, senza più Dwight Howard, Jason Smith e l’ex Kansas Oubre.

Ariza è dunque a Washington per restarvi. Solo una disgrazia (leggasi altre sconfitte) tra oggi e febbraio potrebbe portare le due parti ad una risoluzione del contatto anzitempo, disgrazia non nei programmi del proprietario della baracca Ted Leonsis (Leonsis che vuole sempre le sue 50 vittorie, giova ricordarlo). Gli Washington Wizards hanno due mesi scarsi per rimettere insieme i cocci e provarci.

Con il loro talismano Trevor Ariza.

I Cavs distruggono gli Wizards, John Wall: “In campo anche se infortunato, stasera non riuscivo a muovermi”

Sexton-Burks-Osman-Blossomgame-Thompson. Questo il quintetto dei Cleveland Cavs che ha battuto i sempre più disfunzionali Washington Wizards, e tenuto John Wall alla miseria di 1 punto segnato in 26 minuti di gioco.

I Cleveland Cavaliers (6-20), reduci da due settimane di trade che ne hanno rimescolato il roster, ruotano otto giocatori, hanno 12 punti con 4 su 4 da dietro l’arco in 14 minuti dal two-way contract Jalen Jones e tirano col 52.8% dal campo (15 su 31 da tre punti). Collin Sexton segna 29 punti con 6 assist e guida i suoi Cavs al 116-101 finale.

Clevland segna 38 punti nel primo quarto e tocca il +28 nella terza frazione di gioco.

Per gli Wizards è notte fonda. Bradley Beal vende cara la pelle, come sempre: 27 punti, 4 rimbalzi, 5 assist in 33 minuti sul parquet, mentre i suoi compagni affondano e John Wall chiude con la peggior partita della sua carriera NBA.

Wizards, John Wall: “In campo non riuscivo a muovermi”

 

Nel post gara, John Wall (1 punto, 4 rimbalzi e 6 assist in 26 minuti) ha spiegato di convivere da qualche tempo con un problema al piede sinistro, uno sperone osseo che causa fastidio ed infiammazione all’ex Kentucky Wildcats:

Non riuscivo quasi a muovermi, in campo. Figuriamoci correre. Probabilmente non avrei dovuto giocare (…) è colpa mia, ho voluto giocare lo stesso e questi sono i risultati, convivo da un po’ con questo problema fisico (…) alcuni giorni va bene, altri va male. Bisogna solo tenere d’occhio la cosa, e non tentare di forzare e giocare sopra il dolore. Correre è quasi impossibile

– John Wall dopo Wizards-Cavs –

 

 

MVP di serata Tristan Thompson. Per il veterano dei Cavs 23 punti, 19 rimbalzi, 5 assist e 2 stoppate, mentre sono 13 i punti dalla panchina di Larry Nance Jr, con 7 rimbalzi e 7 assist.

Bradley Beal non accampa scuse per la pessima prestazione dei suoi: “Partita inaccettabile. Ci vuole maggior ordine in campo, stasera non abbiamo avuto nemmeno lontanamente la stessa intensità delle ultime tre partite“.

I problemi fisici di John Wall e la malaparata ormai delineatasi per gli Washington Wizards potrebbero spingere il front office capitolino –  e lo stesso Wall – ad uno stop precauzionale per la star degli Wizards. Washington tornerà in campo lunedì notte ad Indianapolis, per sfidare gli Indiana Pacers.

Wizards in rimonta sui Clippers, Morris: “Non cambia le cose, ciò che accade qui è pazzesco”

Vittoria in rimonta per gli Wizards al Verizon Center di Washington D.C. Gli uomini di coach Scott Brooks battono i Los Angeles Clippers, guidati dai 57 punti segnati dalla coppia John Wall-Bradley Beal.

Dopo aver toccato il fondo non rimangono che due cose: scavare, o tentare di risalire. Durante la gara con i Clippers, i tesissimi Washington Wizards di queste ore fanno entrambe le cose.

Al Verizon Center, Wizards-Clippers finisce 125-118 per i padroni di casa. Wizards che concedono 41 punti a LA nel primo quarto, e che crollano a -24 a metà del secondo. Wall e soci riassumono nel primo tempo tutto il peggio visto sinora in stagione per washington. Si può sempre scavare.

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FINAL.

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Brooks cambia quintetto base: fuori Markieff Morris, dentro Kelly Oubre Jr. Difficile dire se l’esperimento sia riuscito, perché Oubre cerca di metterci tutta l’intensità difensiva di cui è capace, e commette 5 falli in 12 minuti di gioco. Dwight Howard è di nuovo fuori per problemi all schiena, in quintetto il secondo anno da Indiana Thomas Bryant.

Per i Clippers, rientrano Avery Bradley e soprattutto Danilo Gallinari dopo la febbre dei giorni scorsi, ma la sua partita è di quelle da dimenticare, almeno in attacco: 3 punti in 28 minuti, 0 su 8 al tiro (ma 5 rimbalzi e 5 assist).

Wizards-Clippers, Morris: “La vittoria? Non rende migliore la situazione”

Sotto di 20 o più punti per l’ennesima volta in stagione, gli Wizards si affidano ai due All-Star Wall e Beal. Bradley e John rimangono sul parquet rispettivamente 41 e 40 minuti, nonostante il passivo pesante, e punto dopo punto rosicchiano punti ai Clippers.

Un parziale di 14 -4 riporta Washington a -12 a metà terzo quarto. Bradley Beal mette anche la testa per la causa, rimediando una tremenda zuccata da parte di Tyron Wallace sul finire della terza frazione. Poco male, Bradley viene medicato ed è già in campo per l’inizio del quarto periodo.

Una schiacciata di Jeff Green su Boban Marjanovic da il -9 a Washington e lancia i padroni di casa, che segnano 39 punti negli ultimi 12 minuti.

John Wall, sfidato al tiro per tutta la sera dai Clippers, segna 30 punti (5 su 12 da tre), con 8 assist. Beal ne aggiunge 27 e 7 assist, attaccando il ferro e guadagnadosi ben 14 tiri liberi.

Markieff Morris parla della vittoria in rimonta nel finale di partita:

Quello che sta succedendo qui è davvero pazzesco. No, questa vittoria non renderà la situazone migliore, siamo sempre allo stesso punto di prima (…) le cose che si dicono, che escono da questo spogliatoio non vanno bene. Cose così non succedono altrove. Non va proprio bene per niente

– Markieff Morris dopo Wizards-Clippers –

John Wall preferisce dedicarsi alla prestazione dei suoi, imperfetta ma di carattere:

Dobbiamo trovare il modo di essere continui sui 48 minuti. Abbiamo rischiato di sbandare, ma un punto dopo l’altro siamo riusciti a recupere (…) Thomas Bryant? Gioca con energia, lavora duro in allenamento, ed è bravo a portare blocchi e tagliare a canestro, e riesce a finire sotto i tabelloni (…) nel secondo tempo abbiamo fatto le cose semplici. Abbiamo difeso meglio e puntato sul nostro pick and roll, abbiamo segnati i tiri decisivi

– John Wall dopo Wizards-Clippers –

Wizards-Clippers, Bradley Beal: “Forza della disperazione, vittoria di squadra”

Così Bradley Beal nel post partita:

Dire che la situazione attuale non sia una distrazione sarebbe troppo. E’ quello che è, possiamo preoccuparci solo delle cose in nostro controllo, e giocare. Nel primo tempo non l’abbiamo fatto, troppo lenti (…) nel secondo tempo, è stata la forza della disperazione: dovevamo solo vincere, a qualunque costo. Tutti ci siamo sacrificati per rimontare e difendere. La nostra difesa ci ha fatto affondare a -20, ma ci ha anche fatto vincere la partita (…) c’è ancora tantissimo da lavorare, ma la vittoria di oggi è un aspetto positivo di una situazione estremamente negativa (…) abbiamo attaccato a testa bassa e continuato a colpirli, canestro dopo canestro, e siamo tornati in partita. E l’abbiamo fatto di squadra. Satoransky? E’ un ragazzo tranquillo, lavora e sa giocare a basket, è una fortuna averlo in squadra, senza dubbio

– Bradely Beal dopo Wizards-Clippers –

 

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Wizards, John Wall insulta coach Brooks in allenamento, multato

Washington Wizards, John Wall multato dalla squadra dopo le offese rivolte a coach Scott Brooks.

Sessione di allenamento animata per gli Wizards sull’orlo di una crisi di nervi, quella di lunedì. Prima i report che hanno descritto un Bradley Beal furente con tutto e tutti, e stanco dell’ambiente turbolento che da anni “distingue” lo spogliatoio dei capitolini.

Beal, esasperato dai continui screzi e liti tra compagni di squadra, avrebbe tuonato: “Sopporto tutto questo da sette anni!

Allo stesso modo, il compagno di reparto di Beal, John Wall, sarebbe esploso contro Brooks a seguito di un rimprovero dell’ex coach degli Oklahoma City Thunder.

Come riportato da Adrian Wojnarowski di ESPN, Wall avrebbe letteralmente mandato Brooks “a farsi f*****e”. dopo un invito del coach ad alzare l’intensità durante l’allenamento.

Un’inaccettabile, per quanto comprensibile visto il momento estremanente negativo della squadra, reazione da parte di Wall, che – sempre secondo Wojnarowski – si sarebbe però subito scusato con Brooks e con i suoi compagni di squadra.

Automatica la multa per il 5 volte All-Star.

Washington Wizards, si cercano acquirenti per Porter?

La pazienza in casa Wizards sarbbe ufficialmente terminata. Con una mossa ad effetto, nel tentativo di stimolare la squadra ad una reazione, la proprietà avrebbe reso pubblica la disponibilità ad aprire scenari di trade per qualsiasi giocatore a roster.

Il classico scenario da “nessuno è al sicuro”.

crisi Wizards
Bradley Beal e John Wall, chi lascerà gli Washington Wizards?

Il contratto di John Wall è difficilmente scambiabile (Wall, 28 anni, guadagnerà in media 42 milioni di dollari a stagione per prossimi quattro anni), e le prestazioni dell’ex Kentucky Wildcats in calo, complici anche alcuni problemi alle ginocchia.

Bradley Beal ha potenzialmente un grande mercato, ma gli Wizards cercheranno in ogni modo di trattenerlo e costruire un nuovo corso attorno al prodotto di Florida.

Otto Porter Jr è dunque l’indiziato numero uno tra i nomi pronti a lasciare la capitale. L’ex Georgetown sta vivendo una stagione difficile, ed è titolare di un contratto pesante (un quadriennale da 106 milioni di dollari, compreso di “trade kicker” che innalza del 15% il valore dei rimanenti anni di contratto in caso di trade).

Porter ha però ancora solo 25 anni, ed è uno “specimen” tra i più ricercati oggi nella NBA. Un’ala piccola versatile, buon difensore e buon tiratore da tre punti, un giocatore miglioratosi anno dopo anno dal suo ingresso nella lega 5 anni fa.

Come riportato da Brian Lewis del New York Post, i Brooklyn Nets potrebbero essere una destinazione plausibile per Porter. L’interesse dei Nets per l’ex Hoyas non è cosa nuova. Nel 2017 Seam Marks – GM dei Nets – offrì al giocatore il sopracitato quadriennale. Cifra poi pareggiata dagli Wizards.

Brooklyn, squadra con spazio salariale ed alla ricerca di un’ala versatile da affiancare a Jarrett Allen nel proprio front-court, potrebbe proporre a Washington un pacchetto forte di DeMarre Carroll e Allen Crabbe, in scadenza di contratto.

Una mossa che consentirebbe a Washington di alleggerire uno dei salary cap più onerosi dell’intera NBA.

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