Disastro Westbrook, Warriors passano ad OKC, coach Donovan: “Noi male in attacco”

“La nostra difesa è partita male. In attacco non siamo stati capaci di segnare abbastanza punti” Così Coach Billy Donovan ha commentato la disastrosa sconfitta dei suoi Oklahoma City Thunder per 110-88 contro i Golden State Warriors. Ad aggravare il tutto stasera ci ha pensato il disastro Russell Westbrook

I Warriors hanno anche dovuto fare a meno del super ex di giornata Kevin Durant, per un problema alla caviglia. Al suo posto è partito in quintetto Andre Igoudala, che ha chiuso la sua partita con soli 2 punti a referto.

Nel primo quarto, come evidenziato da Coach Donovan, la difesa non ha funzionato. Golden State ha segnato 7 triple su 11 tentativi e chiuso il periodo con 40 punti. Nei successivi tre quarti poi sono stati limitati da una buona difesa di OKC: 8 su 24 da tre punti e 14 palle perse.

Nonostante la correzione di rotta in difesa, OKC non è mai stata in grado di attaccare in modo efficace. Russell Westbrook è stato disastroso, segnando solo 7 punti su 2/16 dal campo e 0 su 7 (!) da tre. Ma forse i 7 punti sono anche troppo poco impietosi per la prestazione tanto negativa che ha offerto.

Westbrook sarà inoltre costretto a saltare la prossima partita, avendo ottenuto il 16esimo fallo tecnico della stagione, che farà scattare la sospensione prevista dal regolamento NBA.

Post-partita OKC, i problemi sono i soliti: mai in controllo del gioco

Per l’attacco di Golden State, privato della stella con il numero 35, fondamentali sono stati i 33 punti di Steph Curry e i 23 di Klay Thompson.

Per OKC a poco sono serviti i 29 punti e 13 rimbalzi di Paul George. La squadra di coach Donovan continua ad incappare nel solito problema delle ultime settimane: la mancanza di  un’identità offensiva.

Questo porta i Thunder a proporsi in avanti, in seguito a buone sequenze difensive, mettendo semplicemente la palla in mano a George, Westbrook o Dennis Schroder.

Quando uno delle tre punte incappa in una serata no in fase offensiva, la squadra di Billy Donovan soffre in attacco. Situazione che porta OKC a non avere mai in mano il gioco, ma a provare a stare al passo dei punti segnati dagli avversari.

Paul George abbandona la vida loca da Gamer

Paul George ha parlato ai microfoni di Adrian Wojnarowski, rilasciando dichiarazioni interessanti, curiose e quasi surreali.

Prima di questa stagione avevo l’abitudine di mangiare male. Sono sempre stato un videogiocatore incallito. Questo mi portava a stare sveglio fino a tarda notte, e quindi a mangiare cibo spazzatura per sopprimere la fame di quelle ore. Lo facevo perché ero abituato così sin dai primi anni della mia carriera. Poi però, in questo secondo anno ad OKC, ho capito di dover smettere per stare al passo con Russ (Westbrook, ndr)”

LA Lakers, tutto in un’estate, LeBron James a Kawhi Leonard: “Restiamo in contatto”

LeBron James and Kawhi Leonard, Los Angeles Lakers vs Toronto Raptors at Scotiabank Arena

La disgraziata stagione dei Los Angeles Lakers ha evidenziato quello che si definirebbe un “problema di fascino” per la franchigia giallo-viola, la cui supremazia cittadina è insidiata dagli ambiziosi piani dei cugini Los Angeles Clippers.

Al netto dei tanti infortuni (Lonzo Ball, LeBron James, Brandon Ingram, Rajon Rondo, Javale McGee), il punto di svolta – in negativo – per le fortune dei Lakers vanno ricercate nella gestione delle due settimane che portarono alla trattativa tra front office losangelino e New Orleans Pelicans per la superstar Anthony Davis.

Una trattativa iniziata male (l’annuncio urbi et orbi di Davis e del neo agente Rich Paul di voler lasciare la Louisiana al più presto, nel tentativo di forzare la mano ai Pelicans e far preparare la pista d’atterraggio a Los Angeles), e finita peggio, con la proprietà dei Pels – nelle figure di Miss Gayle Benson, dell’executive dei New Orleans Saints Mickey Loomis e dell’allora GM Dell Dempsdecisa a non cedere Davis ai Lakers nemmeno per tutto il proverbiale oro del mondo.

La gestione pubblica della trattativa ha provocato ai piani alti del centro di El Segundo, Los Angeles, una certa dose di irritazione, come emerso nelle ultime ore.

La politica aggressiva ed intempestiva di Rich Paul, agente di Davis ma soprattutto storico agente ed amico personale di LeBron James, avrebbe sostanzialmente mandato a monte ogni piano di trattativa sotto traccia da parte dei Lakers.

Un piano costellato di difficoltà sin dall’inizio. Le accuse – eccessive – di “tampering” rivolte a James dopo alcune, banali parole di apprezzamento di LeBron a Davis avevano provocato la reazione furiosa dei New Orleans Pelicans, e minato ogni tipo di rapporto diplomatico tra le due squadre.

A partire dalla prossima off-season, che per entrambe le squadre inizierà alla mezzanotte del prossimo 11 aprile, il front office dei Pelicans che sarà chiamato a risolvere la grana Anthony Davis sarà molto diverso dall’attuale. Nelle prossime settimane i Pels inizieranno i colloqui per la selezione del nuovo General Manager, una figura autorevole ed in grado di agire da interfaccia con la proprietà e permettere a Loomis di tornare ad occuparsi a tempo pieno di football e dei Saints (di proprietà della famiglia Benson).

La direzione da tenere verrà comunque indicata dalla famiglia Benson e dai suoi fidati consiglieri. E l’intenzione attuale dei New Orleans Pelicans, come riportato da Marc J. Spears di ESPN, rimane quella di non cedere Davis ai Los Angeles Lakers, squadra in cui l’assistito di Rich Paul potrà comunque approdare nell’estate 2020, da free agent (e quando LeBron James avrà 35 anni).

Lakers, LeBron James a Kawhi Leonard: “Rimaniamo in contatto”

Il sopracitato “problema di fascino” dei Los Angeles Lakers potrebbe risultare un ostacolo notevole per una squadra con ampissima disponibilità salariale, ed alla ricerca di rinforzi immediati e corposi per la superstar James, il cui infortunio di dicembre ha dimostrato la vulnerabilità del roster attuale.

Ad un anno di distanza dal “gran rifiuto” di Paul George, e dall’impossibilità di attrarre a Los Angeles Kawhi Leonard (il niet dei San Antonio Spurs che ha ispirato la politica dei Pelicans a febbraio), i Lakers sono ancora in ballo. Il posto di lavoro di Magic Johnson (come da lui stesso garantito) e la competitività della squadra sono legate a quanto avverrà in estate.

La caccia a Kawhi vedrà la concorrenza diretta dei Los Angeles Clippers. Quella – difficile ma non impossibile –  a Kevin Durant anche (per non citare i New York Knicks). Klay Thompson potrebbe diventare disponibile sei gli Warriors tentennassero nell’elargire al prodotto di Washington State l’agognato e meritato massimo salariale (cosa che non avverrà prima di aver preso atto della volontà di Durant, noblesse oblige).

La pista Anthony Davis rimarrà percorribile, nonostante l’astio tra le due squadre (gli affari sono affari), i Boston Celtics dovranno decidere se sacrificare Jayson Tatum, il cui solo nome è in grado di far pendere la bilancia verso il Massachusets. Kemba Walker, Khris Middleton, DeMarcus Cousins, persino l’impensabile cavallo di ritorno D’Angelo Russell sono dei piani B, per quanto di lusso.

Los Angeles Lakers e Toronto Raptors si sono affrontate nella nottata di giovedì, in una partita con poco significato “ai fini della classifica” come si diceva a Novantesimo Minuto. Dopo la sirena finale, LeBron James ha avvicinato lo stimato collega Kawhi Leonard e lo ha salutato: “Rimaniamo in contatto“, le parole del Re.

La off-season dei Lakers è appena iniziata.

Charles Barkley: “Kevin Durant e Kyrie Irving non sono adatti a New York”

Come sempre non nuovo alle posizioni tranchant, Charles Barkely prende posizione su Kyrie Irving e Kevin Durant, la coppia di free agent più ambita del prossimo mercato estivo, che si aprirà in prossimità del draft NBA 2019 (20 giugno 2019).

Intervistato da Jimmy Traina durante il podcast “SI Media podcast” per SportsIllustrated, Barkley ha messo in discussione le doti di “public relations” dei due giocatori, da mesi accostati ai New York Knicks.

La squadra del proprietario James Dolan si presenterà alla prossima free agency con l’ambizioso piano di portare due star di assoluto livello in città, in maglia bianco-blu-arancio, e Kevin Durant e Kyrie Irving appaiano le opzioni numero 1 e 2 per il rinnovato front office dei Knicks guidato dal Presidente Steve Mills e dal GM Scott Perry.

Charles Barkley su Durant e Irving: “NY non fa per voi”

L’ex giocatore di Philadelphia 76ers e Phoenix Suns non ritiene infatti che Irving e Durant siano dotati della necessaria pazienza ed addirittura durezza mentale per sopportare la pressione mediatica attorno ai New York Knicks:

Non credo che Kyrie Irving e Kevin Durant siano abbastanza tosti da poter giocare a New York. Kyrie è davvero un buon giocatore, Durant è un grande giocatore, ma sinceramente non credo che New York e faccia per loro, non credo ne siano in grado. Voglio dire, sono due giocatori che si lamentano delle domande che i giornalisti gli fanno come possono avere successo nella Grande Mela che vive di questo?

– Charles Barkley su Durant e Irving –

Spiega poi Barkley: “Cosa direi loro se mi chiedessero un consiglio? Gli direi di lasciare perdere, probabilmente: non siete abbastanza tosti per New York“. Kyrie Irving e Kevin Durant, tra i giocatori NBA maggiormente sotto i riflettori mediatici, hanno mostrato in in più di un’occasione in questa stagione una sorta di mal sopportazione verso le insistenze dei cronisti.

Insistenze derivate dalla free agency imminente dei due All-Star e campioni NBA. Nei giorni successivi la celebre lite tra Draymond Green e Durant, l’ex star degli Oklahoma City Thunder si era rifiutato di rispondere a domande sull’argomento, contribuendo suo malgrado a “minare” la serenità dello spogliatoio, e l’immagine pubblica dei Golden State Warriors e delle sue altruiste star.

Kyrie Irving, che diventerà free agent a luglio e sarà eleggibile per un’estensione contrattuale quinquennale al massimo salariale con i Boston Celtics, si è sovente lasciato andare in stagione a “tirate pubbliche” contro i suoi compagni in occasione di alcune sconfitte pesanti, mettendo a dura prova i rapporti con giocatori come Jaylen Brown e Gordon Hayward.

Sibillini anche gli accenni di Irving alle sue intenzioni estive. Dopo aver di fatto sposato la causa bianco-verde in apertura di stagione, l’ex giocatore dei Cleveland Cavaliers ha poi in alcune occasioni ritrattato quanto affermato, rimandando ogni decisione ai primi giorni d’estate 2019.

Infortunio alla caviglia per Durant contro i Phoenix Suns

infortunio alla caviglia per Durant

Preoccupazione nella notte in casa Warriors: infortunio alla caviglia per Durant che esce dal parquet anticipatamente. Ancora da valutare le condizioni reali del giocatore.

Infortunio alla caviglia per Durant: parla Kerr

Sconfitta inaspettata nella notte italiana, con i Golden State Warriors sconfitti dai Phoenix Suns ultimi nella Western Conference. La squadra di Steve Kerr si scontra con un Devin Booker da 37 punti, 8 rimbalzi e 11 assist che porta la franchigia dell’Arizona a imporsi contro i campioni in carica per 115 a 111.

 

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Il fanalino di coda della NBA espugna la Oracle Arena che vive momenti di apprensione per l’uscita dal campo anticipata di Kevin Durant. L’ex giocatore degli Oklahoma City Thunder a 6:34 minuti dalla fine della partita si dirige negli spogliatoi per un problema alla caviglia, procuratosi dopo uno scontro fortuito con DeAndre Ayton. 

Sembra non essere preoccupato l’allenatore della squadra Steve Kerr che dopo aver parlato con il suo numero 35 riferisce a Mark Medina di Mercury News:

Penso che andrà tutto bene. Non dovrebbe fare nemmeno la risonanza magnetica. Ho parlato brevemente con lui e non pensa che sia nulla di grave

Durant ha lasciato la squadra sul 91 pari, non potendo aiutare nei minuti finali i compagni a imporsi sui Suns. Per lui nella notte:

  •  25 punti
  • 9/17 di tiro
  • 2 rimbalzi
  • 3 assist
  • 2 palle rubate

Durant sui Celtics: “Saranno pronti per i PlayOff”

Inizia il viaggio ad Ovest dei Boston Celtics. Stanotte li aspetta un impegno davvero importante: sfideranno i Golden State Warriors alla Oracle Arena. I biancoverdi vengono da un periodo davvero negativo. Sono 5 sconfitte nelle ultime 6 partite, anche se sono molti i periodi negativi vissuti quest’anno da parte della squadra di Stevens. Probabilmente ai PlayOff vedremo un’altra squadra, un altro atteggiamento e altri risultati. Però è abbastanza evidente la differenza di rendimento tra la squadra ammirata l’anno scorso e quella di quest’anno.

Le dichiarazioni di Durant sui Celtics

Kevin Durant però non si fida dei Boston Celtics. E alla vigilia della partita ha rilasciato alcune dichiarazioni sul momento attraversato dalla franchigia del Massachusetts.

I Celtics hanno perso qualche partita, ma loro hanno grande talento e saranno pronti quando inizieranno i PlayOff. E’ normale avere questi periodi nel corso dell’anno, è naturale. Hanno tanti giocatori giovani e qualche “senatore” che ha idea di come si esce fuori da questi momenti. Ed è possibile che ci voglia anche più di qualche partita per risolvere i problemi. Loro continueranno a crescere. Quello che vedete adesso molto probabilmente non è ciò che realmente possono fare.

Joel Embiid: “Kevin Durant è il miglior giocatore della NBA”

Joel Embiid non si è mai “trattenuto” nelle dichiarazioni davanti ai microfoni dei giornalisti e non lo ha fatto nemmeno prima della sfida della scorsa notte contro i Golden State Warriors, alla quale tra l’altro non ha partecipato per un problema al ginocchio, e che si è conclusa con la vittoria della squadra di coach Kerr per 120 a 117.

 

Stavolta le sue parole sono state rivolte ad un giocatore, Kevin Durant, che ha chiuso la sfida del Wells Fargo Center con 34 punti, 5 rimbalzi e 5 assist e sul fatto che, a parere del lungo camerunense, è il miglior giocatore della NBA.

 

Le parole di Joel Embiid su Kevin Durant

 

“Per me Kevin Durant è il miglior giocatore della Lega”, ha detto Joel Embiid a pochi minuti dall’inizio della sfida ai microfoni di Nick Friedell di ESPN. Snobbati dal centro dei Sixers, dunque, i vari LeBron James, James Harden, Paul George, Russell Westbrook, Steph Curry e compagnia.

 

Che siano dichiarazioni che il lungo di Philadelphia pensa realmente o soltanto un ringraziamento per le belle parole espresse nei suoi confronti (“Joel è un grande giocatore. Potrebbe prendere il controllo della Lega una volta che io me ne sarò andato”, ndr) da KD durante l’All-Star Weekend non è dato saperlo ma sicuramente faranno discutere nelle prossime ore. Proprio durante l’All-Star Game l’ala dei Warriors ha vinto il premio di MVP portando al successo il Team LeBron su quello di Giannis.

 

Fino a questo momento il rendimento di Joel Embiid in questa stagione è stato di altissimo livello come si può notare dalle sue cifre che recitano 27.3 punti, 13.5 rimbalzi, 3.5 assist e 1.9 stoppate con il 48.2% dal campo. Al momento il giocatore è out, come detto sopra, per un problema al ginocchio ma Philadelphia mantiene comunque il 4° posto ad Est con un record di 40 vinte e 23 perse, con il centro pronto a rientrare a breve e che vorrà essere assoluto protagonista nei prossimi playoff.

 

Dwyane Wade supera gli Warriors sulla sirena: “Che tiro, e che momento! Significa molto per me”

Dwyane Wade approfitta da campione di quello che nel mondo del calcio si definirebbe un “rimpallo”, e beffa i Golden State Warriors sulla sirena alla America Airlines Arena di Miami.

 

126-125 il risultato finale tra Miami Heat e Golden State Warriors. Per gli uomini di coach Eric Spoelstra una vittoria insperata, e vitale per non perdere terreno ed approfittare delle difficoltà degli Charlotte Hornets (ottavi nella Eastern Conference, a mezza partita di distanza da Heat e Magic).

 

A 14 secondi dal termine, due liberi di Kevin Durant (29 punti e 5 assist a fine gara) siglano il +2 Warriors. Senza più time-out da spendere, Dwyane Wade porta il pallone in attacco e consegna in emergenza nelle mani di Dion Waiters.

 

 

L’ex Cleveland Cavs cerca spazio per il tiro, ma viene raddoppiato e trova di nuovo Wade, che fa saltare Durant sulla finta, si alza a propria volta ma viene stoppato da Jordan Bell, accorso in aiuto.

 

Wade raccoglie a mezz’aria il pallone deviato da Bell, e con pochi decimi sul cronometro lascia andare un tiro che colpisce la tabella e finisce sul fondo della retina, per il definitivo +1 Heat.

 

L’American Airlines Arena esplode di gioia, mentre il #3 degli Heat balza su tavolo dei telecronisti e viene sommerso dagli abbracci dei suoi compagni: “Uno dei tiri più difficili che abbia mai segnato in situazioni del genere. Ne ricordo uno che anni fa Kobe Bryant segnò proprio contro di me, qui a Miami (…) un tiro particolare, ma speciale per me. Segnare un tiro così e vincere una partita così nel mio ultimo anno di carriera… un momento speciale“.

 

Dwyane Wade: “Un tiro che significa molto per me”

 

Gioia e momenti di grande emozione nello spogliatoio Heat dopo il finale di partita, con un lungo abbraccio tra Dwyane Wade e coach Spoelstra:

 

L’ho abbracciato, non ci ho pensato due volte. Le nostre reazioni genuine, spontanee dopo un tiro così sono la cosa più bella, il momento in cui abbiamo realizzato che il tiro era entrato, in cui abbiamo visto gli arbitri convalidare ed abbiamo guadato il tabellone ed il punteggio… gioia, gioia pura anche dopo 16 anni di carriera. Uno dei miei momenti più belli

 

– Eric Spoelstra su Dwyane Wade –

 

 

Dwyane wade è il miglior realizzatore della serata in casa Heat, con 25 punti, 7 rimbalzi e 5 su 8 al tiro da tre punti in 26 minuti in uscita dalla panchina.

 

Come riportato da ESPN, il tiro vincente di Wade porta il tre volte campione NBA al primo posto a pari-merito con Kobe Bryant nella speciale classifica di “buzzer beaters” realizzati (5) dalla stagione 2003\04.

 

La squadra aveva un gran bisogno di una vittoria così, abbiamo lottato. mi sono trovato tante volte in una situazione del genere a fine partita, e tante volte il tiro non è entrato. Segnare così, su una gamba sola in mezza giravolta è pazzesco, soprattutto in casa, davanti al nostro pubblico (…) penso che la cosa più bella per me sia stata quella di riuscire a far vedere in prima persona ai ragazzi più giovani un “numero” che mi è già riuscito in passato, ma che magari non hanno avuto la possibilità di vedere (…) far vedere alla gente che non smetto perché fisicamente non sono più in grado di reggere, ma essere sino all’ultima partita un giocatore sul quale fare affidamento, una guida per i miei compagni. Questo significa molto per me, perché non ho mai smesso un minuto di lavorare sul mio gioco

 

Steph, Kobe e gli altri, le reazioni del mondo NBA al tiro di Wade

 

Kevin Durant rende l’onore delle armi al collega e rivale Wade:

 

Non avevo nemmeno realizzato che questa fosse l’ultima nostra partita da avversari. Ci ha appena battuti, pensavo solo a questo. Dwyane Wade è un grandissimo giocatore ed una grandissima persona, un atleta che ho sempre seguito sin dai tempi della scuola. La sua carriera ed i suoi successi con i Miami Heat parlano per lui, ho un grande rispetto per ciò che Dwyane è riuscito a realizzare. Questo è il suo ultimo anno, ma non è la stagione che ti aspetteresti da un giocatore prossimo al ritiro

 

 

Steph Curry, col quale è avvenuto il rituale scambio di canotte al termine della gara, aggiunge:

 

Tanti sorrisi anche da parte nostra. Certo, sorrisi amari, ma abbiamo visto qualcosa di speciale, una giocata così ( di Wade, ndr) nel suo palazzetto, al suo ultimo anno da giocatore. Avrei preferito vederlo saltare sul tavolo degli ufficiali di gara contro qualcun altro, ma è un momento che rimarrà nella storia del gioco e che ci ha ricordato che razza di giocatore sia Dwyane Wade. Bello da vedere e bello assistervi, ma abbiamo comunque perso

 

 

Un felicissimo Dwyane Wade ha ringraziato nell’immediato post partita Kobe Bryant, che durante la stagione 2009\10 segnò un tiro simile per battere i Miami Heat sulla sirena finale: “Voglio ringraziare Kobe Bryant che mi ha mostrato come si fa. Mi sono sempre chiesto come avesse fatto a segnare un tiro del genere, ora lo so. Mamba Mentality!“.

 

 

Chris Paul, l’ex compagno di squadra nella breve avventura ai Cleveland Cavs Isaiah Thomas, l’attuale compagno di squadra Goran Dragic e tanti altri si sono affidati ai social network per rendere omaggio alla giocata di Dwyane Wade.

 

Warriors-Rockets, Kevin Durant non dà peso alle sconfitte: “Preoccupato? No, contano solo i playoffs”

“Is This Something?” ergo, “significa qualcosa?“. Questo il nome di una minima rubrica statistica con cui i telecronisti delle partite degli Orlando Magic usano “ammazzare il tempo” tra una sconfitta e l’altra.

 

Se adattassimo tale rubrica ai Golden State Warriors, non potremmo fare a meno di chiederci se lo 0-3 stagionale inflitto dagli Houston Rockets ai bi-campioni NBA in carica debba significare qualcosa.

 

Dei Golden State Warriors distratti alla ripresa delle operazioni dopo l’All-Star Break hanno superato a fatica in casa gli arrembanti Sacramento Kings, ed hanno concesso 118 punti ai rivali Rockets privi di James Harden, uomo da 36 punti a partita in stagione.

 

Significa qualcosa? Secondo il glaciale Kevin Durant, no.

 

 

KD non è preoccupato dalla ripresa a rilento dei suoi, e non si dice preoccupato dall’infortunio di Draymond Green, uscito dalla Oracle Arena con una caviglia malmessa, le cui condizioni saranno rivalutate a giorni.

 

Draymond? Tornerà per i playoffsCosì Durant nel post garaIn fondo, i playoffs sono l’unica cosa che conta, qui. Giusto? Calo di concentrazione senza Harden? Non per me” Gli Houston Rockets hanno violato per la seconda volta in stagione la Oracle Arena, permettendosi addirittura il lusso di farlo privi di Chris Paul (la prima) e James Harden (sabato).

 

La sconfitta “ad un bicipite femorale” di distanza nelle Finali della Western Conference 2018 ha abitato gli incubi degli Houston Rockets per l’intera stagione, per ammissione di Daryl Morey, GM dei texani. Kevin Durant e compagni non daranno alcun peso alle tre sconfitte patite in stagione dai rivali, oggi indietro in classifica e a due sole gare dall’ottavo posto dei Los Angeles Clippers, nella più classica delle classifiche corte.

 

Is This Something? Warriors e Rockets si affronteranno una quarta volta il prossimo 13 marzo, a Houston. I playoffs si avvicinano, la corazzata Warriors sarà pronta nonostante una regular season fin qui giocata a strappi, gli Houston Rockets avranno il vantaggio di non aver nulla da perdere, e la consapevolezza di quel 3-2.

Knicks, Kristaps Porzingis “Non elettrizzato all’idea di giocare con Kevin Durant”

La rapida sequenza di eventi che ha portato alla separazione tra Kristaps Porzingis ed i New York Knicks, fatta di incomprensioni e “promesse non mantenute” sullo sfondo di un rinnovo contrattuale tanto corposo quanto difficile per un giocatore dal talento scintillante, ma soggetto nei primi anni di carriera ad infortuni ripetuti, si arricchisce di un nuovo particolare. Non l’ultimo, probabilmente.

 

Come rivelato da Zach Lowe, giornalista di ESPN, durante l’ultimo episodio del suo podcast “The Lowe Post”, la rottura tra Kristaps Porzingis ed i Knicks sarebbe dovuta ai piani futuri della squadra di James Dolan, ed al ruolo previsto per il giocatore lettone in esso.

 

Non credo che Porzingis fosse elettrizzato dall’idea di giocare con Kevin Durant” Così Lowe in un passaggio della trasmissione “(Porzingis, ndr) avrebbe voluto essere il volto nei nuovi New York Knicks. Non so se Kristaps abbia mai veramente messo nero su bianco tale questione (alla dirigenza Knicks, ndr)”.

 

 

Le ore successive alla trade che spedì il 31 gennaio scorso Porzingis, Tim Hardaway Jr, Trey Burke e Courtney Lee ai Dallas Mavericks in cambio di DeAndre Jordan, Wesley Matthews e Dennis Smith Jr, videro le velate accuse di “disonestà” da parte del talento lettone, rivolte ai vertici dirigenziali dei New York Knicks, e la puntuale replica di Steve Mills, Presidente della squadra allenata da coach David Fizdale.

 

Abbiamo preso la decisione giusta” Così Steve Mills “Quando si pianifica il futuro a lungo termine di una squadra, una cosa da evitare è concedere un contratto lungo ed oneroso ad un giocatore che non vuole chiaramente far parte di tale futuro. Ciò sarebbe stato irriguardoso nei confronti dei tifosi e della città

Garbage Time, l’altra NBA – Episodio #1

In questo preciso istante siete testimoni della storia, quella con la “s” minuscola. Ciò che avete davanti agli occhi è la prima edizione della rubrica meno necessaria di tutti i tempi: Garbage Time! Tra queste righe si tratteranno argomenti che nessun altro spazio web italiano a tema NBA tratterà mai (con validissimi motivi per non farlo). Con cadenza non settimanale, non mensile, non olimpica, ma rigorosamente ferrettiana, racconteremo l’altra NBA, quella che verrà presto (e fortunatamente) dimenticata. Nella nostra top ten troverete cadute di stile (o cadute e basta, ma forse questo è uno spoiler…), figure barbine, polemiche sterili e idiozie di vario genere, sempre con la bandiera del cazzeggio a sventolare fiera sul pennone. Qualora il vostro disagio esistenziale fosse talmente elevato dal farvi apprezzare questa rubrica, scrivete il vostro IBAN nei commenti. O magari aprite un gustoso dibattito su quale sia la GOAT tra le rubriche NBA, se questa, quella di Jordan, quella di LeBron o quella di Doncic. Qualora doveste invece considerarla un insulto all’umana decenza, non esitate a esternarlo, dando sfogo alle vostre volgarità più fantasiose. Ma soprattutto, qualora aveste delle segnalazioni per i prossimi episodi, trovate il modo di recapitarcele, magari scrivendole nei commenti. Adesso però basta con i preamboli, che si è fatta una certa… Partiamo subito!

P.S. Per comprendere a fondo l’altissimo significato degli snodi narrativi di questa rubrica è INDISPENSABILE cliccare su tutti i link che compariranno (sono quelli scritti in blu, per i neofiti dell’Internet), inclusi quelli che vi proporranno di aumentare le dimensioni di organi vari.

Disclaimer: parte dei demeriti per questa robaccia va attribuita a quelli della Kliq, che oggi saranno come minimo padri, se non addirittura madri di famiglia, per cui staranno tentando invano di insabbiare il loro passato inglorioso.

 

Posizione numero 10: L’app per allacciarsi le scarpe

Jayson Tatum con le scarpe che si allacciano da sole
Jayson Tatum con le scarpe che si allacciano da sole

Avete presente quando i vostri nonni, per sottolineare l’inettitudine delle nuove generazioni, le apostrofavano dicendo (nel dialetto che più vi è vicino): “Quelli lì non sono neanche buoni ad allacciarsi le scarpe”? Bene, oggi tale abilità non è più indispensabile. Certo, una volta ce la potevamo cavare con gli strappi ma, superati gli otto anni, le Bull Boys cominciavano a star strette. Nel 2019, però, anche gli adulti possono tirare un sospiro di sollievo: sono arrivate le Nike Adapt, ovvero le scarpe da basket che si allacciano con un’app! Perché perdere preziosi secondi di riscaldamento per stringere dei lacci (rischiando poi che il J.R. Smith di turno ti giochi un brutto scherzetto), quando bastano 750 trascurabili euro e uno smartphone (ATTENZIONE: smartphone non incluso nella confezione)?
Inutile specificare che l’idea è stata accolta con grande entusiasmo negli ambienti NBA. I Dallas Mavericks hanno già ordinato uno stock di Nike Adapt per Dirk Nowitzki: qualsiasi cosa, per evitare infortuni che ne comprometterebbero gli ultimi mesi di carriera. I Los Angeles Lakers, che arrivano sempre prima degli altri, avevano commissionato all’azienda di Portland un’app simile, in grado di far indossare a Michael Beasley i pantaloncini giusti al momento giusto. Dato che la messa a punto ha richiesto più tempo del previsto, Beasley è stato ceduto ai Clippers. La Nike ha saputo rifarsi con gli interessi, proponendo l’applicazione che cambia in un secondo il nome sulle maglie. Pare che, alla notizia, LeBron James abbia urlato, in lacrime: “New Orleans, this is for you!”.

#noncisonopiùigiovanidiunavolta #nonchosbatti #glischerzettidijr #scarpedimerdadadonnachecostanomilionialluomo

 

Posizione numero 9: L’infortunio di John Wall

John Wall e Andrew Bynum, diversi ma uniti dalla scarsa attenzione domestica
John Wall e Andrew Bynum, diversi ma uniti dalla scarsa attenzione domestica

Davvero una situazione complicata per gli Washington Wizards: anni persi ad aspettare che la squadra diventi una contender, ed ecco che il tuo uomo-franchigia, per due stagioni consecutive, viene fermato da un infortunio. Se nel 2017/18 John Wall se l’era cavata con due mesi di stop, stavolta il quadro è ben peggiore: se ne riparlerà nel 2020. Una notizia terribile per qualsiasi appassionato NBA, che non può che augurare al ragazzo una pronta guarigione, e ancor più drammatica per gli Wizards che, da qui al 2023, dovranno bonificare al giocatore la bellezza di 170 milioni di dollari. Ciò che è passato un po’ sottotraccia, però, sono le modalità con cui Wall ha aggravato le sue condizioni cliniche. Fermo dal 29 dicembre per un’operazione al tallone sinistro, un malaugurato giorno di fine gennaio è scivolato in casa, franando proprio su quel tallone.

Una carriera messa a forte rischio da un incidente domestico non è purtroppo una novità, nella storia NBA. Il precedente più illustre riguarda Larry Bird, che un’estate si rovinò letteralmente la schiena mentre lavorava nei campi della sua amata French Lick, nell’Indiana. Ma il caso più eclatante è senza dubbio quello con protagonista Andrew Bynum, che merita un piccolo approfondimento. Nell’estate del 2012, Bynum è coinvolto nella trade che porta Dwight Howard ai Los Angeles Lakers, Andre Iguodala ai Denver Nuggets e lo stesso Bynum ai Philadelphia 76ers. All’epoca ha appena disputato il suo primo (e ultimo) All-Star Game, e i Sixers lo accolgono come la stella che li farà uscire dalla mediocrità. Peccato per le giunture fragili, che destano non poche preoccupazioni alla dirigenza. Per prepararsi al meglio alla nuova stagione, il nostro decide di distruggersi definitivamente il ginocchio sinistro… giocando a bowling!
Una volta smesso di ridere, i medici si rendono conto che la situazione è più grave del previsto. Bynum passa i mesi successivi a farsi crescere i capelli in modo imbarazzante e a rilasciare dichiarazioni del tipo: “Tranquilli, che settimana prossima rientro!”, oppure: “Voi iniziate a giocare, che quando torno io gli facciamo il mazzo!”. Col passare dei mesi, il messaggio cambia: “Rientrerò quando sarò al 100%”, “Rientrerò quando riuscirò a schiacciare saltando da metà campo”, per finire con: “Mi sa che quest’anno non rientro proprio… A regà, è andata così… Divertitevi!”. Al termine della stagione, il suo contratto da oltre 16 milioni di dollari scade, e il re dei birilli non esita a trovarsi una nuova squadra (la sciagurata Cleveland di quegli anni). Facile immaginare che quella da bowling non sia stata l’unica palla a girare vorticosamente, a Philadelphia…

#mettilidapartechenonsisamai #sistameglioquandosilavora #questononèilvietnamèilbowling #staiperentrareinunavalledilacrime

 

Posizione numero 8: L’inserimento di Marc Gasol

Marc Gasol mentre riflette sugli errori commessi in gioventù
Marc Gasol mentre riflette sugli errori commessi in gioventù

I Toronto Raptors hanno fatto all-in. La partenza verso ovest di LeBron James era un’occasione troppo ghiotta per non tentare subito l’approdo alle NBA Finals, così Masai Ujiri (che ritroveremo tra poco) e soci hanno puntato tutto su due giocatori in particolare: Kawhi Leonard e Marc Gasol. Il primo è arrivato la scorsa estate, mentre il centro catalano è stato uno dei grandi colpi della recente trade deadline. Un grande innesto per coach Nick Nurse, sia in termini di talento, che di leadership. Peccato che, come si suol dire, non esistano piani perfetti. La dirigenza e lo staff tecnico hanno curato ogni minimo dettaglio per facilitare l’inserimento di Gasol nella nuova realtà, ma si sono dimenticati di un particolare fondamentale: istruirlo sul rituale prepartita.
Alla prima gara casalinga, la presentazione dei beniamini canadesi fila via liscia, finché lo speaker non annuncia l’ingresso di Kyle Lowry. Mentre il resto della squadra si esibisce in un’elaborata coreografia, consumando in trenta secondi le stesse energie che spenderà nell’intero primo quarto, il buon Marc rimane piantato come un frassino, nell’imbarazzo generale. Al termine dell’incontro, Gasol chiede lumi a Leonard, il quale rompe un silenzio che perdurava dal primo gennaio (quando aveva risposto “grazie” a una poesia di buon anno dedicatagli da Pascal Siakam) per lanciarsi in un lungo sfogo: “Io di queste pagliacciate non ne voglio sapere”, “Mi presentano per ultimo mica per niente”, “L’ultimo che l’ha proposto a Popovich è finito in un pilone della A3”, “Io pensavo che Toronto fosse in Puglia”. Ormai in preda allo sconforto, Marc decide di rivolgersi a Sergio Scariolo, già suo allenatore nella nazionale spagnola e ora assistente di Nurse in Canada. Dopo averlo invitato nella sua stanza, il sempre affidabile coach non esita a spiegargli per filo e per segno la misteriosa procedura.

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Posizione numero 7: Il contrattone di Brunone

Bruno Caboclo, l'uomo a cui Kevin Durant ha copiato le mosse. O forse no...
Bruno Caboclo, l’uomo a cui Kevin Durant ha copiato le mosse. O forse no…

Si sa, il draft non è una scienza esatta. Può capitare che Anthony Bennett venga selezionato per primo, salvo poi trovarsi senza fissa dimora (cestisticamente parlando) nel giro di un paio di stagioni, oppure che Ben Wallace venga scartato da tutti i general manager e persino dai dirigenti della Viola Reggio Calabria, per poi decidere una finale NBA e vedere la sua maglia appesa al soffitto di un’arena. Valutare i margini di crescita di un giocatore è difficile, soprattutto quando si tratta di ragazzini acerbi e provenienti da realtà lontanissime da quelle dei college americani.
Nel 2013, l’anno di Bennett, i Milwaukee Bucks selezionano con la quindicesima chiamata un certo Giannis Antetokounmpo, ex-venditore ambulante di origine nigeriana proveniente dal Filathlitikos, squadra di seconda divisione greca. La sua stagione da rookie non è trascendentale (6.8 punti e 4.4 rimbalzi in 24.6 minuti di media), ma fa comunque intravedere che il ragazzo ha del potenziale. Incoraggiati dall’esito dell’esperimento, i Toronto Raptors decidono di percorrere la stessa strada. Arrivati alla ventesima scelta del draft 2014, il debuttante commissioner Adam Silver chiama tale Bruno Caboclo, diciannovenne brasiliano reduce da una stagione con l’Esporte Clube Pinheiros.
La perplessità è visibile sul volto dei dirigenti canadesi, ma il general manager, Masai Ujiri, si sta già sfregando le mani: “Ma che ne sanno ‘sti zozzoni… Questo è il Kevin Durant brasiliano!”. Per la cronaca, nel 2014 il Kevin Durant americano è l’MVP della lega, ma è facile immaginarlo terrorizzato a morte all’idea che il nuovo fenomeno paulista possa insidiarne la supremazia.

Mentre Ujiri si ostina a predicare pazienza (“Tranquilli, questo qui nel giro di due anni è All-NBA”) il tempo scorre, e i progressi di Caboclo continuano a rimanere nascosti a noi ignoranti. Il commentatore Fran Fraschilla conia per lui una definizione impeccabile: “è a due anni di distanza dall’essere a due anni di distanza”. A distanza di due anni da quel draft, Brunone ha passato gran parte del tempo in G-League. Altri due anni, e Toronto decide di tirare lo sciacq…ehm, di gettare la spugna. Lo spedisce ai Sacramento Kings con una trade che sembra destinata a spostare gli equilibri della lega: al suo posto arriva Malachi Richardson. 10 partite e 10 minuti di media in California, quindi altra G-League, poi un tentativo al training camp di Houston, ma niente, il sogno sembra sfumato per sempre.
Quando il suo futuro sembra inevitabilmente il baretto, ecco arrivare la grande occasione; i Memphis Grizzlies, nel disperato tentativo di imporsi come peggiore squadra della lega, offrono al brasileiro un contratto di dieci giorni, a cui ne segue un altro. Brunone strabilia il pubblico con prestazioni da MVP: 6.1 punti e 3.2 rimbalzi in dieci partite. Memphis non riesce a trattenersi, e lo premia con un contrattone: 2.4 milioni di dollari fino a giugno 2020! A casa Caboclo è subito festa, mentre Chris Wallace, GM dei Grizzlies, se la ghigna soddisfatto: “Vediamo chi riderà, adesso!”.

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Posizione numero 6: Nik Stauskas, Wade Baldwin & Danuel House

Dopo l'ennesimo trasferimento, Nik Stauskas ha optato per un part-time da McDonald's
Dopo l’ennesimo trasferimento, Nik Stauskas ha optato per un part-time da McDonald’s

Quando non sei una star di prima grandezza, e nemmeno un inamovibile elemento da quintetto, la vita da giocatore NBA può essere particolarmente avventurosa. Per conferma, chiedere alla coppia formata da Nik Stauskas e Wade Baldwin IV. Il 3 febbraio 2019 i due si trovano a Portland, Oregon, in quanto membri del roster dei Trail Blazers. Quello stesso giorno, uno scambio con i Cavaliers li porta a Cleveland, a quasi quattromila chilometri di distanza. Una trade come le altre, che non fa certo notizia in NBA. Tre giorni più tardi, però, eccoli di nuovo con la valigia in mano, stavolta in direzione Houston, duemila chilometri a sudovest. Nemmeno il tempo di sognare gli assist di Chris Paul e James Harden che, qualche ora dopo, squilla di nuovo il telefono: “tutti a Indianapolis, i Rockets vi hanno ceduto ai Pacers!”. Stavolta il tragitto è breve, ‘solo’ milleseicento chilometri. Peccato che, mentre la strana coppia sta ancora recuperando i cappotti pesanti dall’armadio, arriva la notizia che Indiana li ha appena tagliati entrambi. A questo punto, purtroppo, le strade dei due si separano. Wade torna mestamente a casa, aspettando la prossima occasione, mentre Nik… Viene richiamato dai Cavs! Un vero peccato, perché nei quasi ottomila chilometri percorsi on the road in appena quattro giorni, tra i due si era creata una profonda amicizia.

Bizzarra anche la vicenda che ha coinvolto Danuel House. In questo caso, il giocatore non si è mai mosso dal suo amato Texas (del resto, con quel cognome… Ok, scusate), ma ad aggravare la situazione c’è indubbiamente il suo nome di battesimo (perché Daniel e Manuel erano troppo mainstream, effettivamente), che gli avrà creato non pochi grattacapi in gioventù. Nato a Houston, cresciuto a Houston, studente-giocatore a Houston, House corona il sogno dei suoi parenti trovando lavoro…a Houston, dopo un biennio non indimenticabile passato tra Washington e Phoenix. I Rockets lo chiamano in prima squadra dopo che una tragica serie di infortuni aveva indotto Mike D’Antoni a prendere in seria considerazione un rientro in campo, con tanto di incarico a Dan Peterson come head coach. Danuel si fa trovare pronto, ritagliandosi un ruolo importante nelle rotazioni. Dopo appena cinque partite, però, la doccia fredda: i Rockets lo hanno tagliato! La delusione del povero (soprattutto per il nome) Danuel dura solo quarantotto ore, fin quando il general manager Daryl Morey lo ricontatta: “Ciao Manuel, hai presente la storia del taglio? Dai, era uno scherzo! Me l’ha suggerito P.J. Tucker, lo sai che si diverte con poco… Ti facciamo un two-way-contract, ok?”. House non batte ciglio e torna in campo a darci dentro come un matto. Dopo una serie di tre incontri, tra l’11 e il 14 gennaio, chiusi a oltre 14 punti di media, è lui a chiamare Morey: “We, Derrick! Hai presente la storia del two-way-contract? Beh, è scaduto! Adesso voglio il grano vero, altrimenti non mi alzo nemmeno dal letto”. Morey però non si scompone: “Dai, Daniel, facciamo un triennale al minimo salariale e siamo a posto così”. “Va bè, gioia, ho capito, tenetevi pure il tedesco, come si chiama… Frankenstein. Io torno a casa. Te salùdi!”. Testa alta e sguardo fiero, Danuel torna in G-League, dove ora gioca per i Rio Grande Valley Vipers. In Texas, ovviamente.

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Posizione numero 5: I nuovi italiani

LeBron James tradisce le sue indubbie origini italiane stringendo il trofeo più ambìto
LeBron James tradisce le sue indubbie origini italiane stringendo il trofeo più ambìto

A inizio stagione si è discusso della possibilità di concedere il passaporto italiano ad alcuni giocatori NBA, in particolare a Donte DiVincenzoRyan Arcidiacono e Raul Neto. Se per il rookie dei Milwaukee Bucks c’è ancora qualche speranza, per il suo ex compagno a Villanova e per il brasiliano degli Utah Jazz sembra non ci sia nulla di fattibile. La FIP, però, non si è persa d’animo e ha sguinzagliato un pool di investigatori per rintracciare altri possibili legami tra il Bel Paese e le star d’oltreoceano, in modo da poter finalmente rilanciare il nostro basket. Perché sprecare tempo ed energie per investire sullo sviluppo dei giovani, quando potresti far indossare la maglia azzurra a una stella NBA con un semplice giro di documenti?
I risultati di questa certosina ‘caccia al naturalizzabile’ sono racchiusi in un documento talmente scottante che la Federbasket ha deciso di secretarlo, affidandolo a tale Rich Paul, da sempre sinonimo di discrezione. E’ per questo che oggi siamo in grado di pubblicarlo senza remore. Dall’elaborato rapporto stilato dagli Sherlock Holmes tricolori emerge il potenziale nuovo quintetto della Nazionale italiana.

PG – Giannis Antetokounmpo. Il suo passato da venditore ambulante fa assolutamente al caso nostro. Basterà dichiarare che, durante il tragitto verso la Grecia, la sua famiglia ha lavorato un’estate sulla spiaggia di Porto Cesareo. Potrebbe sembrare cinico, ma se si vuole rilanciare il movimento non esistono scrupoli morali. E poi, vedendo giocare Antetokounmpo al posto di Brian Sacchetti, nessuno avrebbe più da obiettare sullo ius soli.

SG – Kyrie Irving. La scorsa estate è stato reso noto che la madre aveva origini Sioux, ma qualcuno ha indagato sul ramo paterno della famiglia? Con il giusto incentivo, si potrebbe convincere Irving a travestirsi da Uncle Drew e riprenderlo mentre valuta le operazioni in un cantiere di Fiuggi. D’altronde, gli americani hanno sempre uno zio di Frosinone. Kyrie avrebbe anche un futuro assicurato fuori dal parquet: le dichiarazioni sul terrapiattismo fanno di lui il perfetto leader di qualche movimento complottista, stile No Vax.

SF – Carmelo Anthony. Con un nome del genere, non può ingannare nessuno. Se aggiungiamo che ha fatto il college a Syracuse, affibbiargli un’imprecisata discendenza sicula sarà piuttosto semplice. Inoltre, le sue recenti esperienze a Oklahoma City e Houston lo rendono un perfetto capro espiatorio. E in Italia c’è sempre bisogno di un capro espiatorio.

PF – LeBron James. Il fatto che abbia sempre dichiarato di non sapere chi sia suo padre gioca indiscutibilmente a nostro favore. Chi potrà mai obiettare, quando la paternità sarà rivendicata da… Gianni Petrucci? Per l’Italbasket, questo ed altro… Oltretutto, LeBron giocherebbe a Est; dopo Pavlovic, Dellavedova e Mozgov, portare in finale Filloy e Biligha sarebbe una passeggiata di salute.

C – DeMarcus Cousins. Modificare i documenti trasformandolo in Marco Cusin sarebbe un gioco da ragazzi; siamo pur sempre il Paese che ha inventato i dischi orari rotanti, dannazione! Se qualcuno dovesse asserire che Marco Cusin non ha mai fatto triple-doppie da 55 punti, 20 rimbalzi e 15 assist, potremmo tranquillamente rispondere che lo spirito patriottico migliora sempre le prestazioni dei singoli in Nazionale. O forse no, bisogna studiarne un’altra…

PRINCIPALI RISERVE – Rudy Gay e Kevin Love. Risalire a fantomatiche parentele sarebbe leggermente più complicato (anche se magari lo zio di Love, Mike, fondatore dei Beach Boys, ha avuto qualche relazione con groupie nostrane), ma schierarli contemporaneamente nella second unit rappresenterebbe senz’altro un forte messaggio a sostegno dei diritti civili. L’importante sarebbe non scadere nella volgarità, come già successo in altri Paesi.

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Posizione numero 4: Dell Demps e il caso Davis – Lakers

Dell Demps mentre escogita la prossima burla ai danni di Magic Johnson
Dell Demps mentre escogita la prossima burla ai danni di Magic Johnson

La vicenda Anthony Davis – Los Angeles Lakers, principale oggetto di dibattito nelle scorse settimane, ha più volte oltrepassato i confini del grottesco. Tutto era cominciato con l’invito a cena di LeBron James a Davis, al termine della sfida tra Lakers e Pelicans del 22 dicembre scorso, che aveva fatto seguito alle sviolinate del numero 23 gialloviola su quanto sarebbe bello giocare insieme al numero 23 blu-bianco-rosso-viola-giallo-verde (ma quali sono i colori sociali dei Pelicans??). Interrogato a riguardo, Davis aveva risposto alquanto stizzito: “Ma cosa vi salta in mente? Io a New Orleans sto benissimo! Il carnevale è una figata, si mangia da Dio, sono comodo coi mezzi, ho gli alligatori in piscina che aspettano un cucciolo… Da qui non mi muovo! Anzi, ci chiudo la carriera, in Louisiana!”.
Un mese dopo, però, la farsa viene smascherata. Il Monociglio si confida con il suo agente, Rich Paul, citando una nota band della scena underground di Chicago“Sai, Rich, la Louisiana è bella e tutto quanto, ma alla lunga rompe i coglioni. E poi i Pelicans fanno proprio cagare… Come facciamo a levarci dalle palle al più presto?”. Commosso dalla dialettica del suo assistito, Paul decide di affidarne le ‘segrete’ volontà ad Adrian Wojnarowski, giornalista e ‘re del mercato’ made in USA. Dopo qualche ora, la notizia diventa di dominio pubblico. E’ qui che entra in gioco Dell Demps, general manager dei Pelicans. Ed è qui che la vicenda raggiunge il suo apice di teatralità.

La seconda parte di questo inedito spettacolo ruota attorno a un dettaglio tutto sommato rilevante: Paul non è solo l’agente di Davis, ma anche quello di LeBron James. I soliti malpensanti, tra cui Demps, traggono subito conclusioni affrettate: “Ma non è che forse quei tre si sono messi d’accordo?”. Solo infamanti supposizioni, ovviamente. Il fatto che le due squadre siano in un momento imbarazzante, che i due vadano a cena insieme, che abbiano lo stesso agente e che manchi una settimana alla trade deadline vi sembrano indizi sufficienti? Allora vi meritate le toghe rosse e i complotti delle sinistre!
I giorni che precedono la deadline sono intrisi di pura follia. La dirigenza dei Lakers, capitanata dal presidente Magic Johson e dal general manager Rob Pelinka, arriva ad offrire a New Orleans tutti i giovani, tre veterani, quattro prime scelte future, Luke Walton, Bill Walton e gli occhiali da sole di Jack Nicholson, ma Demps resiste stoicamente. Dopo un po’ inizia persino ad evitare le chiamate di Magic, o a liquidarlo con banali scuse quando la leggenda gialloviola si presenta direttamente al suo cospetto. Il picco dello humour si raggiunge prima con i tifosi degli Indiana Pacers che cantano a Brandon Ingram “LeBron will trade you!”, poi con l’account Twitter dei Pelicans che, il giorno della deadline, posta la foto di una clessidra. Quando il termine ultimo scade, l’affare sfuma ufficialmente.
Questa spassosa commedia degli equivoci meritava un finale degno, e infatti… I Lakers riescono a centrare comunque un gran colpo di mercato, acquistando… Mike Muscala, ma la situazione interna è alquanto tesa; lo stesso Magic è costretto a incontrare uno per uno tutti quei giocatori che aveva messo esplicitamente sul mercato, abbracciandoli forte e promettendo di credere in loro, ma solo fino a giugno. Anthony Davis resta a godersi le paludi della Louisiana e il calore del pubblico, che lo tempesta di fischi e insulti non appena lo incontra per strada. Gioca pochissimo, eppure riesce a infortunarsi a una spalla (strano, di solito è l’integrità fisica fatta giocatore NBA…), trovando così una scusa buona per sparire dalla circolazione per qualche settimana. E Demps? Licenziato, ovviamente!

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Posizione numero 3: Il tampering

Magic Johnson mentre tampera
Magic Johnson mentre tampera

Da un po’ di tempo a questa parte (o meglio: da quando Magic Johnson fa parte della dirigenza dei Lakers) c’è un nuovo tormentone che furoreggia tra le alte sfere NBA: il tampering. No, non si tratta di una rischiosa pratica sessuale, bensì di un comportamento traducibile con “reclutamento illecito di giocatori da parte di tesserati di altre fran…” va bè, dai, tampering suona meglio. Una norma piuttosto controversa ed estremamente severa, che ha fatto piovere fior di sanzioni soprattutto a livello collegiale. Spesso basta un passaggio in auto, un mazzo di fiori regalato alla nonna, addirittura che un assistente partecipi a una partitella al playground con un prospetto (tutti casi realmente accaduti, a parte forse quello della nonna), per far scattare una squalifica. Tra i professionisti, la situazione è ulteriormente sfuggita di mano, generando una vera e propria tamperingfobia. Il caso più recente ha coinvolto uno dei proprietari dei Milwaukee Bucks, multato per aver pronunciato la seguente frase: “Speriamo che atleti come Anthony Davis e altri vogliano venire a giocare per noi.”. Il leggendario motore dello Showtime, però, si è rivelato un innovatore anche in questo campo, elevando il tampering a una vera e propria arte. Nell’estate del 2017, pochi mesi dopo essere entrato in società, Magic era ospite al popolare show di Jimmy Kimmel. Quando il conduttore gli aveva chiesto di Paul George, allora in scadenza con i Thunder, il vecchio buontempone aveva dichiarato di fargli l’occhiolino ogni volta che lo incontra. E subito… Multa!
Non pago, il nostro si era ripetuto il febbraio successivo: Giannis Antetokounmpo diventerà un MVP, porterà i Bucks al titolo”… Multa! Nuovo anno, nuova prodezza, anche se stavolta nessun verbale. Pochi giorni fa, la sagomaccia se ne esce con un curioso aneddoto: Ben Simmons mi ha chiamato, vuole che io lo alleni l’estate prossima”. Ovviamente altro putiferio, con Adam Silver pronto a strapparsi i capelli, salvo poi desistere arrendendosi alla triste realtà.
Ora, la regola andrebbe sicuramente rivista, ma è stupendo immaginare Rob Pelinka e il resto dello staff dei Lakers trattenere il fiato ad ogni conferenza stampa di Magic: “Oddio, adesso spara la cazzata…”. In ogni caso, per evitare di prosciugare le casse del club, la proprietaria Jeanie Buss ha obbligato il mitico numero 32 a seguire un intensivo corso anti-tampering, in cui imparerà come reagire alle domande più provocatorie dei media. Pare che i primi test, affrontati in coppia con coach Walton, abbiano dato risultati brillanti.

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Posizione numero 2: La campagna abbonamenti dei Knicks

Mitchell Robinson e Kevin Durant nella campagna abbonamenti dei Knicks. Per Michael Jordan e Wilt Chamberlain non c'era abbastanza spazio
Mitchell Robinson e Kevin Durant nella campagna abbonamenti dei Knicks. Per Michael Jordan e Wilt Chamberlain non c’era abbastanza spazio

Non dev’essere facile tifare i New York Knicks. Gli unici due titoli NBA sono arrivati nel 1970 e 1973, e da allora (eccezion fatta per le due curiose finali disputate negli Anni ’90, quando Patrick Ewing spadroneggiava sotto i tabelloni) la franchigia ha collezionato un fallimento dopo l’altro; stelle strapagate e trasformate in monnezza appena giunte a Manhattan, allenatori sbagliati, dirigenti incompetenti, fischi ai giovani scelti al draft, sparizioni immotivate (Derrick Rose), ex-giocatori arrestati sugli spalti del Madison Square Garden (Charles Oakley). Mica male, eh? Il tutto con l’aggravante di un’esposizione mediatica con pochi eguali, vista la piazza.
Con tali premesse, convincere i poveri supporters blu-arancio, anche quelli più fedeli, a rinnovare il loro abbonamento stagionale non è un’operazione semplicissima (anche perchè un season ticket al Garden non si trova in regalo con La Repubblica del venerdì). Ma è proprio nelle difficoltà che viene fuori il genio.

A poche settimane dal termine ultimo entro cui presentare le richieste di rinnovo, sul sito della franchigia compare una bella foto promozionale, raffigurante il rookie Mitchell Robinson e la superstar Kevin Durant. Niente di malizioso, se non fosse per due piccoli particolari: 1) tra i due, solo Robinson gioca nei Knicks e 2) Kevin Durant sarà quasi certamente free-agent l’estate prossima, con i newyorchesi in prima fila nel corteggiamento. I nostri amici malpensanti, ai quali la vicinanza con lo scalo milanese rende piuttosto agevoli gli spostamenti aerei, azzardano subito che dietro ci possa essere un ‘velatissimo’ messaggio subliminale“Abbonatevi, che l’anno prossimo arriva Durant!”. La risposta del club non tarda ad arrivare: “Davvero c’era la foto di Durant? Ma guarda te le sorprese che ci riserva la vita! No ma tranquilli, nessun messaggio subliminale! E’ stato un caso, era una foto tra le tante… Poteva capitare anche quella di Frank Ntilikina e Spike Lee, o quella di Charles Oakley in manette; va abbastanza a culo, diciamo”. Nel frattempo, la foto è stata prontamente rimossa.

Venuto a conoscenza dell’accaduto, Magic Johnson va su tutte le furie“Ma come, adesso arrivano quelli di New York a insegnare a noi come tamperare?! Qualcuno verrà licenziato per questo!”. Dopodiché prende il suo motoscafo e, accompagnato da un assistente, va a far visita ai responsabili della comunicazione dei Lakers, per manifestare il suo disappunto e studiare insieme a loro un modo per uscire dall’impaccio. Inizialmente la collaborazione sembra infruttuosa, ma in qualche modo il pool di grandi menti ne viene fuori. Come spesso accade, la soluzione migliore è anche quella più semplice. “Capo, qual è stato il grande colpo del nostro mercato?” chiede uno dei responsabili. “Ma chi, quer pippone de Muscala?” risponde inviperito Johnson. “No, dottore… l’altro”“Guarda, nun me parlà de Reggie Bullock, che me sale er nazismo!” sbotta Magic, tradendo le sue origini laziali. “Presidente, che numero di maglia ha preso Reggie Bullock?”“Il 35, perchè?”. “Maestro, ha presente Photoshop, quel programma che usiamo per mandare a LeBron le immagini dei vari All-Star in maglia Lakers?”. Dopo qualche secondo di collettiva riflessione, la soddisfazione è palpabile.

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Posizione numero 1: Gli haters dei punteggi

James Harden e Kevin Durant mentre rovinano la NBA
James Harden e Kevin Durant mentre rovinano la NBA

Come la luna dei Pink Floyd, anche l’esplosione dei social network ha il suo lato oscuro. Rimanendo ancorati al tema NBA, ciò è rappresentato dalla proliferazione degli haters. Difficile spiegare la natura di questa particolare specie; in poche parole, è qualcuno con tanto tempo a disposizione e perennemente insoddisfatto di ciò che lo circonda. Approfittando inopinatamente dello schermo e della tastiera a sua disposizione, ma soprattutto della consapevolezza di non poter incontrare mai di persona il personaggio pubblico di turno, l’hater scatena la sua frustrazione contro il proprio bersaglio. Un po’come succedeva nelle scuole di una volta, quando il maestro lasciava carta bianca agli alunni. Solitamente, individuare chi sarà il prossimo a finire nel mirino degli haters è piuttosto facile: si tratta di qualcuno (nel nostro caso, di un giocatore) che è riuscito a emergere, tanto da iniziare a far parlare di sé. Esauriti gli elogi, si passerà quasi automaticamente ai primi insulti e alle prime critiche.

Di norma, gli ‘odiati’ hanno grande talento, ma anche qualche peculiarità controversa che alimenterà per anni i loro detrattori. Pensiamo a LeBron James, per andare finalmente sul concreto. Agli albori dei social network, il Re veniva accusato da molti ‘leoni da tastiera’ di essere “un perdente”. Poco importava che stesse già mostrando sprazzi di onnipotenza cestistica o che avesse trascinato i Cleveland Cavaliers di Zydrunas Ilgauskas, Larry Hughes e Daniel Gibson alla finale NBA più squilibrata della storia; finché non vinci un titolo, non sei nessuno. Quando poi James ha vinto e rivinto, il rancore di questi individui si è spostato progressivamente sui vari Stephen Curry, Kevin Durant, Russell Westbrook e James Harden. Il principale capo d’accusa mosso nei loro confronti? “Stanno rovinando la NBA”. Interessanti anche le ‘argomentazioni’ a riguardo: uno “rovina la NBA” perché può segnare da dieci metri mentre balla la Macarena, l’altro perché domina due finali consecutive ma è antipatico, un altro ancora perché fa sempre tripla-doppia, l’ultimo perché segna troppi punti, invece di lasciare spazio a fenomenali compagni come Gary Clark e Vince Edwards.
Di recente, però, la fantasia degli haters ha raggiunto picchi inesplorati. A finire sulla gogna non è stato un giocatore, e nemmeno una squadra, bensì…i punteggi. In particolare, ha suscitato un’ondata di sdegno la vittoria dei Golden State Warriors sul campo dei Denver Nuggets, nell’incontro del 15 gennaio scorso. I campioni in carica si sono imposti per 142 a 111, segnando 51 punti nel solo primo quarto. “NBA ridicola!”, “Basta con questa pagliacciata!”, “Questo non è basket!”. Come in passato, anche oggi all’hater non è necessario approfondire il perché accadano certe cose. Sarebbe uno shock scoprire che le nuove regole sul cronometro di tiro hanno aumentato il numero di possessi o, peggio ancora, che gli Warriors hanno dominato giocando una pallacanestro strabiliante, muovendo la palla come nei sogni più spinti di Gregg Popovich e, più in generale, costruendo con meticolosa cura una corazzata inaffondabile. L’importante è gridare allo scandalo, approfittandone per sottolineare quanto fosse meglio ai tempi di Larry Bird (quando – e se anche solo i loro genitori fossero nati avrebbero potuto testimoniarlo – i punteggi erano gli stessi) o quanto oggi sia più divertente assistere a un 40-36 del campionato UISP lombardo, piuttosto che al solito teatrino americano. Questa favola non ha assolutamente una morale, ma ci lascia un interrogativo importante: cosa odieranno adesso?

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Klay Thompson: nodo da sciogliere per i Warriors e possibili scenari

Klay-Thompson-festeggia

Supponendo che non firmi un’estensione contrattuale nelle prossime settimane, Klay Thompson diventerà free agent il prossimo luglio.

Alla domanda su quanto fosse incuriosito dal diventare un free agent per la prima volta, la guardia dei Warriors ha risposto “non eccessivamente” e ha poi proseguito: “Quando i giocatori vanno in free agency, cercano una situazione come la mia o quella del nostro team” ha affermato il quattro volte All-Star “Io sono completamente soddisfatto qui

Thompson ha poi fatto notare le varie bandiere appese alla struttura del centro della squadra. I Warriors hanno avuto accesso ai playoffs per sei anni di fila, diventando campioni NBA in 3 delle ultime 4 stagioni.

Basta guardarsi intorno nella stanza, e vedere che sono stato parte di questo progetto è quello che mi motiva e mi fa desiderare di essere un Warriors per il resto della mia carriera” ha proseguito Klay.

D’altro canto, sebbene Thompson, entrando nella sua ottava stagione, non abbia escluso la possibilità di firmare un’estensione nelle prossime settimane, questa possibilità sembra improbabile. Con Klay entrato nella stagione finale di un contratto quadriennale del valore di 69 milioni di dollari, si è parlato e si parlerà sempre del suo futuro. Gran parte di esso riguarderà i Los Angeles Lakers, il team con il quale è cresciuto seguendo le orme di suo padre Mychal, grande ex giallo-viola.

Inoltre, fu il leggendario Jerry West, oggi consulente dei Los Angeles Clippers e grande fan della guardia dei Warriors, a scegliere Klay Thompson nel draft NBA del 2011 e, quattro anni dopo, a sconsigliare il team di Oakland dall’inserire il prodotto di Washington State nella trade con Kevin Love ed i Cleveland Cavs.

Warriors, Kirk Lacob: “Valuteremo il mercato dei buyout”

A fine stagione, Klay Thompson sarà eleggibile per un’estensione contrattuale al massimo salariale, e i Warriors sono stati chiari nel dichiarare che saranno disposti a concedergliela. La parte difficile sarà vedere quanto consistente sarà l’aumento del contratto proposto da Golden State.

Kirk Lacob, assistant GM dei Golden State Warriors, ha parlato dell’approccio della squadra sul mercato dei buyout, in una recente apparizione sul programma radiofonico “Joe, Lo & Dibs: “Non vogliamo impegnarci in qualcosa prima di sapere cosa succederà con il nostro roster” ha detto Lacob. “Non sai mai cosa può accadere – potrebbe esserci un infortunio o una crisi o qualcosa del genere – quindi, vogliamo mantenere aperte le nostre opzioni. Ma il nostro obiettivo è quello di aggiungere un giocatore davvero bravo – qualcuno che si adatti allo spogliatoio, e che voglia davvero essere parte di un progetto

I Warriors, oltre che alla delicata situazione di Thompson, avranno a che fare in estate con i contratti di Kevin Durant, che molto probabilmente andrà a chiedere il max contract dopo due anni di rinuncia, e di DeMarcus Cousins, che ha firmato al minimo salariale in estate per avere la possibilità di vincere un anello ad Oakland.

Insomma, tira aria di tornado in estate dalle parti della Baia, con la seria possibilità di uno stravolgimento del roster. Il valore della franchigia è triplicato nelle ultime 3 trionfali stagioni, ed i Golden State Warriors sono diventati la terza franchigia NBA più ricca (dietro a New York Knicks e Los Angeles Lakers). Tutto questo ha portato ad un notevole aumento di prestigio della società. Basterà il tutto a sopravvivere e a rimanere competitivi anche in caso di mareggiata? Niente è certo , se non che sarà un’estate travagliata.

“Forte ottimismo” dei New York Knicks su Kevin Durant, parola di alcuni executive rivali

I New York Knicks ottimisti su Kevin Durant. La cessione dello scontento Kristaps Porzings, e la maxi-operazione di alleggerimento salariale conclusa con i Dallas Mavericks hanno ufficialmente aperto la campagna 2019\20 per la squadra della Grande Mela, campagna il cui primo e grande obiettivo sarà la stella dei Golden State Warriors Kevin Durant.

 

I New York Knicks avevano la necessità entro lo scadere della trade deadline del prossimo 7 di febbraio di scaricare i pesanti contratti di Courney Lee e\o Tim Hardway Jr, per garantirsi la possibilità di offrire a Durant il famoso “supermax contract” da 37 milioni di dollari annui (di base) per il quale il due volte MVP delle finali NBA sarà eleggibile in estate, in caso decidesse di uscire dal presente contratto.

 

 

Una volta rimossi con successo gli “ostacoli” Lee e Hardaway, è opinione comune tra gli addetti ai lavori NBA che i New York Knicks siano ora in posizione privilegiata per raggiungere l’oggetto del desiderio Kevin Durant.

 

Come riportato da Sam Amick di The Athletic, “alcuni executive NBA sostengono come il front office dei New York Knicks abbia espresso un forte ottimismo circa la possibilità di arrivare in estate a Kevin Durant“.

 

Kevin Durant e non solo. L’operazione di cap relief appena portata a termine dai Knicks consentirà alla squadra allenata da coach David Fizdale di offrire un altro contratto al massimo salariale ad un altro (il primo sarà – nei progetti dei Knicks – Durant) grande free agent estivo.

 

Kyrie Irving (la cui permanenza a Boston oltre la presente stagione appare meno scontata rispetto ad inizio anno), Kemba Walker, Kawhi Leonard i nomi da tenere a mente. Altro aiuto sostanzioso alla causa dei New York Knicks (sul campo o come pregiatissima pedina di scambio, chissà) arriverà dal prossimo draft NBA, che vedrà i Knicks scegliere molto probabilmente tra le prime 3 squadre.