LeBron James, contatti con Leonard e Butler in vista della free agency

LeBron James and Kawhi Leonard, Los Angeles Lakers vs Toronto Raptors at Scotiabank Arena

Dopo la prima e fallimentare stagione con la maglia dei Los Angeles Lakers, che non sono riusciti a qualificarsi ai playoff, LeBron James è alla ricerca di rinforzi, e ha già iniziato a muoversi in vista della prossima free agency, contattando Kawhi Leonard e Jimmy Butler. Secondo quanto riportato da Brian Windhorst di ESPN durante una puntata del programma “Pardon the Interruption”, James avrebbe dato avvio al proprio processo di reclutamento.

“Da quello che ho capito, ha già iniziato il processo di reclutamento. Ho sentito che ha avuto contatti con Kawhi Leonard e con Jimmy Butler”, ha detto Windhorst.

I due, diretti avversari nel corso delle semifinali della Eastern Conference, sembrerebbero destinati a rifiutare le player option rispettivamente con Toronto Raptors e Philadelphia 76ers, diventando due dei più ambiti free agent sul mercato durante la prossima estate.

LeBron James e la free agency, tempering verso Leonard e Butler?

Le dichiarazioni di Windhorst potrebbero provocare delle conseguenze nei confronti di LeBron James, che potrebbe infatti essere messo nel mirino da parte della lega per tempering. Né il n°23 né i Los Angeles Lakers sono tuttavia nuovi a una situazione del genere.

Lo stesso James lo scorso dicembre si era reso protagonista di una situazione analoga, dovuta ai contatti con Anthony Davis.

I gialloviola invece avevano ricevuto una multa di $ 500.000  per tampering verso Paul George, all’epoca in forza agli Indiana Pacers, prima dell’approdo agli Oklahoma City Thunder. Alcuni commenti dell’ex presidente Magic Johnson su Giannis Antetokounmpo dei Milwaukee Bucks nel febbraio del 2018 avevano invece portato via dalle casse dei gialloviola $ 50.000 

Lakers, l’entourage di LeBron James “preoccupato” per la free agency ed il clima interno

Superstars NBA-lebron james-lakers-foto

L’entourage di LeBron James guarderebbe “con preoccupazione” all’attuale stato di tensione all’interno del front office dei Los Angeles Lakers, a pochi giorni ormai dall’inizio di una free agency cruciale per il futuro e la rilevanza della squadra giallo-viola.

Come riportato da Sam Amick di The Athletic, LeBron James non vorrebbe trovarsi in una situazione in cui la poca chiarezza su catena di comando ed unità di intenti ai piani alti della franchigia possano scoraggiare i grandi free agent dal preferire i Lakers, rispetto alle altre squadre che a partire dal prossimo 1 luglio cercheranno di rafforzarsi.

Stato di “marasma” apparentemente aumentato dalle recentissime dichiarazioni di Magic Johnson, dimessosi dalla carica di President of Basketball Operations lo scorso 9 aprile, che ospite del talk show di ESPN “Firts Take” ha accusato il general manager dei Los Angeles Lakers Rob Pelinka di averlo messo in cattiva luce, e di avere condotto un’operazione atta a – di fatto – defenestrare l’ex fuoriclasse giallo-viola.

Pelinka ha bollato come “false” e frutto di malinterpretazioni le accuse di Johnson, dicendosi dispiaciuto e pronto a chiarire. Magic Johnson ha poi descritto l’ambiente lavorativo in cui il suo front office si è trovato ad operare, tra le supposte ingerenze dei membri della famiglia Buss (Jim e Jesse, fratelli della proprietaria Jeanie), di manager di area business (Tim Harper), ed influenti “vecchie glorie” (Kurt Rambis e la moglie Linda) sulle decisioni strategiche della squadra, di responsabilità principale di Johnson.

I Los Angeles Lakers hanno nel frattempo provveduto ad affidare la guida tecnica della squadra a coach Frank Vogel, allenatore stimato per i suoi trascorsi agli Indiana Pacers. Ad affiancare Vogel ci sarà, tra gli altri, l’ex star NBA ed ex allenatore di Brooklyn Nets e Milwaukee Bucks Jason Kidd.

Adam Silver: “Anticipare l’orario d’inizio delle partite NBA sulla costa ovest”

NBA, Adam Silver pronto ad accomodare gli orari di inizio delle partite NBA sulla costa ovest degli Stati Uniti, per uniformarli a quelli della costa atlantica.

I 3 fusi orari che attraversano il Paese sono storicamente stati fonte di inevitabile “disparità” di visibilità tra squadre della costa est e quelle della costa del Pacifico. Le partite serali disputate ad ovest iniziano oggi alle 22:30, orario di New York.

Oltre metà dei televisori accesi negli Stati Uniti sono nella fascia oraria di New York” Spiega Adam Silver “Per cui, se una partita sulla costa ovest inizia alle 22:30 – orario di NY – è normale che si registri in calo di ascolti globale attorno alle 23:00-23:30″.

Naturalmente, anticipare l’orario d’inizio delle partite giocate sulla costa del Pacifico andrebbe incontro alle esigenze sia degli spettatori americani ad est, che del pubblico europeo (le partite sulla costa ovest iniziano non prima delle 3:30-4:30), ma comporterebbe dei problemi logistici per spettatori sia fisici che da casa risiedenti sulla costa:

Spostare (gli orari di inizio, ndr) sarebbe sconveniente per i tifosi che vivono sulla costa ovest (…) arrivare all’arena alle 18:00 potrebbe rivelarsi un problema, così come sintonizzarsi da casa. Ma se si guarda il quadro generale, anticipare gli orari d’inizio dell partite sulla costa del Pacifico potrebbe giovare alla NBA, ed è qualcosa su cui discuteremo in futuro

Tra i motivi della probabile ridiscussione degli orari, l’arrivo a Los Angeles, sul Pacifico, della star NBA più famosa e celebrata del basket moderno, LeBron James: “James è una delle star più famose a livello mondiale, ed il fatto che oggi giochi ad ovest, e che per di più quest’anno non sia ai playoffs ha avuto un impatto sugli ascolto televisivi“.

Lakers, Frank Vogel si presenta, “Non dovrò guardarmi le spalle da Kidd”

frank vogel nuovo allenatore lakers

Nella giornata di ieri si è svolta la conferenza stampa di presentazione di Frank Vogel, neo allenatore dei Los Angeles Lakers. Vogel ha rilasciato diverse dichiarazioni soprattutto a proposito di Jason Kidd, che farà parte del suo staff in qualità di assistant coach, definendolo una grande risorsa a sua disposizione.

In molti hanno visto Kidd come un possibile successore dello stesso Vogel sulla panchina della franchigia californiana, ma nel corso della conferenza, a cui ha preso parte anche Rob Pelinka, l’ex Indiana Pacers e Orlando Magic ha affermato di essere convinto di non doversi guardare le spalle da Kidd.

“No, sono molto bravo a bloccare i rumors”, ha detto quando gli è stato chiesto un parere riguardo l’ipotesi lanciata dai media. “Si può dire ciò per ogni coach nella lega, avviene da sempre. Credo però che trattando le persone con il giusto rispetto e svolgendo il proprio lavoro nel migliore dei modi, si crei un ambiente di collaborazione. Non è dunque necessario preoccuparsi di guardarsi alle spalle, ma di diventare un buon allenatore”. 

Kidd e Vogel, come dichiarato da quest’ultimo, hanno avuto una lunga conversazione telefonica in cui ognuno si sentiva a proprio agio con l’altro.

“Non conoscevo Jason [Kidd] molto bene prima di allora”, ha aggiunto, “ma ovviamente grande rispetto per la sua carriera da allenatore e giocatore. È il profilo perfetto che cerco nella costruzione di un coaching staff, ovvero un ex giocatore rispettato con esperienze da head coach. Abbiamo avuto un lungo colloquio in cui ho capito che rappresenta una risorsa incredibile”.

Frank Vogel su LeBron James, “Abbiamo avuto un colloquio positivo”

Hanno presenziato alla conferenza stampa di Frank Vogel diversi membri della dirigenza gialloviola, ma anche alcuni giocatori come Josh Hart e LeBron James.

Riguardo al n°23 Vogel ha riferito di aver avuto un incoraggiante colloquio.

“È stato molto positivo. C’è entusiasmo riguardo quello che possiamo essere e che possiamo raggiungere”.

Bucks, Antetokounmpo: “L’Est? Senza LeBron James senz’altro più facile”

Giannis antetokounmpo-LeBron-James ai buck?

Dei Milwaukee Bucks imperfetti ma comunque vincenti tenteranno nelle notte tra venerdì 17 e sabato 18 maggio di estendere il proprio vantaggio sui Toronto Raptors , nella seconda partita della serie di finali della Eastern Conference.

Giannis Antetokounmpo è consapevole dell’opportunità unica che si presenta davanti alla sua squadra in gara 2. La possibilità di trasferirsi  in Canada con un doppio vantaggio, su un campo difficile come la Scotiabank Arena di Toronto, è troppo allettante per non essere sfruttata.

Come già ripetuto più volte durante le trionfali serie precedenti, Giannis parla della post-season dei suoi Bucks come di “un lavoro da finire”. Lavoro che sarà terminato solo con la qualificazione alla prima finale NBA della squadra dai tempi di Lew Alcindor-Kareem-Abdul Jabbar, e forse ancora un po’ più in la.

Siamo contenti di quanto fatto finora” Così il greco, come riportato da Malika Andrews di ESPN “Ma il nostro lavoro non è finito: dobbiamo vincere gara 2 e proteggere il vantaggio del campo“.

Bucks, Antetokounmpo: “L’Est? Senza LeBron James senz’altro più facile”

L’ostacolo Toronto Raptors è senza dubbio il più difficile sinora incontrato dai Milwaukee Bucks in post-season. Troppo deboli i Detroit Pistons del primo turno, troppo disfunzionali per essere un problema i Boston Celtics di Kyrie Irving in semifinale…

…E l’assenza di LeBron James dal panorama della Eastern Conference ad aiutare, come confermato da Antetokounmpo:

Ad inizio stagione non ci avevo pensato, ma guardando indietro e vedendo come la stagione è proseguita fino a qui, si può dire che la sua partenza abbia aperto la corsa ad Est. E’ più semplice fare strada senza dover essere costretti a battere LeBron James

Pensiero condiviso da Pat Connaughton, compagno di squadra e uomo chiave in questi playoffs dalla panchina per i Bucks: “Le tue possibilità di successo aumentano se non sei costretto a giocare conto LeBron James, senza dubbio“.

Kyrie Irving ha discusso della possibilità di firmare con i Los Angeles Lakers

Arrivano nuove conferme riguardo la possibilità di un approdo di Kyrie Irving ai Los Angeles Lakers durante la prossima free agency.

Secondo quanto riportato da Brian Windhorst di ESPN, Irving ha parlato di un’eventuale firma con la franchigia californiana.

“Lo dico perchè penso che sia sui radar di Irving. Ha avuto discussioni con persone a lui vicine a proposito della possibilità di giocare per i Lakers”, ha affermato Windhorst.

Kyrie Irving-Los Angeles Lakers, ricongiungimento con LeBron James?

Si tratterebbe di un clamoroso ripensamento del playmaker attualmente in forza ai Boston Celtics, che farebbe un passo indietro rispetto al suo passato, quando lasciò i Cleveland Cavaliers per essere il leader di una franchigia ed uscire dall’ombra di LeBron James.

La cocente eliminazione nel secondo turno dei playoff contro i Milwaukee Bucks, in cui il n°11 ha realizzato 20.4 punti di media, non fanno altro che aumentare le voci secondo cui Irving sarebbe sempre più lontano dal Massachusetts.

Anche Stephen A. Smith aveva confermato l’ipotesi negli scorsi giorni, dichiarando che Kyrie Irving concederà alla dirigenza Lakers un colloquio nel corso dell’offseason.

Il ricongiungimento dei percorsi di Kyrie Irving e di LeBron James sarebbe un’idea stuzzicante e che permetterebbe ai Lakers di diventare con ogni probabilità una contender, dopo una stagione deludente per entrambi. Di certo avere due all star di questo calibro farebbe piacere al nuovo head coach Frank Vogel.

Lakers-Vogel: primi nomi per il nuovo staff

frank vogel nuovo allenatore lakers

Frank Vogel è il nuovo allenatore dei Los Angeles Lakers, l’ex head coach degli Indiana Pacers firmerà un contratto triennale.

Ad annunciare la notizia è Adrian Wojnarowski di ESPN. Oltre al Vogel, anche Jason Kidd dovrebbe aggiungersi allo staff tecnico in qualità di assistente allenatore.

Già nella giornata di sabato alcune fonti avevano parlato di un primo incontro molto positivo tra Vogel ed i Lakers, tenutosi due giorni prima a El Segundo, quartier generale dei giallo-viola a Los Angeles.

Frank Vogel nuovo allenatore dei Lakers, Kidd assistente

Alla guida degli Indiana Pacers di Paul George, Roy Hibbert, Lance Stephenson e George Hill, il 45enne Vogel ha raggiunto per due volte la finale della Eastern Conference (2013 e 2014).

Dopo sei stagioni e cinque qualificazioni alla post-season ai Pacers, Frank Vogel aveva accettato nel 2016 la panchina degli Orlando Magic. In Florida due annate con poca gloria (rispettivamente 25 e 29 vittorie stagionali) ed un’esperienza chiusa con l’esonero nell’aprile 2018.

Jason Kidd ha allenato i Brooklyn Nets durante la stagione 2013\14, e successivamente i Milwaukee Bucks per tre stagioni e mezzo (2014 a 2018). Come riportato da Wojnarowski, Kidd avrà un ruolo “di grande rilevanza” all’interno dello staff di coach Vogel, ed avrà il compito di seguire in particolar modo la crescita di Lonzo Ball, talentuosa ma ancora acerba point-guard della squadra di LeBron James.

Jason Kidd e James condividono inoltre un solido rapporto di amicizia, iniziato nell’estate del 2008 alle Olimpiadi di Pechino. Team USA riscattò anni di sconfitte vincendo il primo oro olimpico dopo Sidney 2000.

Curry replica ai complimenti di LeBron James e Dwyane Wade: “I campioni si riconoscono tra loro”

Era dal lontano 2005 che LeBron Raymone James non giocava partite decisive durante i playoffs. Un estate senza battaglie per il fenomeno di Akron, che aveva preso parte a tutte le edizioni delle NBA Finals dal 2011 al 2018.

Nonostante l’assenza dai campi, la superstar dei Lakers sta comunque seguendo assiduamente la corsa al titolo delle squadre ancora in lotta, e nella notte ha commentato sul suo profilo twitter l’esito di gara 6 tra Golden State Warriors e Houston Rockets che ha visto i campioni in carica prevalere e chiudere la serie con il risultato di 4-2.

“Mai sottovalutare il cuore di un campione” Così James su Twitter dimostra tutta la sua stima per il tanto criticato Steph Curry, che ha riscattato con una grandissima prestazione, la sua peggior serie di playoffs in carriera. Non sono mancate le difficoltà per la star degli Warriors, che alla fine del primo tempo non aveva messo a referto nemmeno un punto, ma che ha reagito alla grande nel secondo tempo segnando 33 punti, fondamentali per archiviare partita e serie.

Steph Curry, una reazione da campione per vincere la serie

Contro i Rockets, guidati dal James Harden migliore di sempre, contro l’infortunio di Durant in gara 5, contro tutte le critiche ricevute, ancora una volta Steph risponde da campione e gli Warriors conquistano l’ennesima finale di conference. Critiche ingiuste ed esagerate, anche se a dirla tutta gli elementi per essere criticato li aveva dati proprio Curry con prestazioni non all’altezza nelle prime gare della serie.

Curry stesso aveva ammesso di non essere nel suo momento di forma migliore, evidentissimo in gara 3 dopo quella schiacciata (sbagliata) che sarebbe servita a scacciare via la frustrazione delle brutte percentuali al tiro.

Non solo Re LeBron prende le parti di Steph, anche Dwyane Wade ha “twittato” in difesa di Curry: “Bisognerebbe smetterla di non rispettare Steph Curry, il fatto che lui fosse disposto a sacrificarsi per la squadra non significa che non sia ancora una bestia.” Elogio anche da parte del futuro Hall Of Famer, compagno di LeBron a Miami che ha chiuso quest’anno con il basket giocato.

Era dunque attesa la risposta di Curry che è puntualmente arrivata con le dichiarazioni del post gara 6: “Ho sentito tante polemiche riguardanti questa serie, ho semplicemente lasciato perdere” dichiara cosi a Ben Golliver di The Washington Post e poi aggiunge: “So di cosa sono capace. non ho bisogno di motivazioni extra.” In merito ai complimenti di Wade e James dice: “I campioni riconoscono un campione.”

Steph lascia parlare gli haters e risponde sul campo. 23 punti nel solo quarto quarto sono una risposta che conferma il suo valore e che mette in guardia i prossimi avversari dei Golden State Warriors.

Portland Trail Blazers e Denver Nuggets, tremate: Steph è tornato.

Celtics: tutti gli strali di Kyrie Irving, l’uomo che voleva essere un leader

Kyrie Irving

La stagione 2018\19 dei Boston Celtics e di Kyrie Irving, una “corsa sulle montagne russe” come definita da coach Brad Stevens, e terminata alla quinta partita di semifinale di conference contro i Milwaukee Bucks, ha avuto una sola costante.

Le parole, le emozioni e gli strali dell’ex giocatore dei Cleveland Cavs.

Kyrie Irving che ha appena terminato la sua peggior serie di playoffs in carriera, una serie giocata “a parte”, al contrario di quanto necessario contro una squadra tutta difesa ed atletismo come i Bucks di Giannis Antetokounmpo.

Un Kyrie Irving improvvisatore in attacco (35.2% al tiro, 22.7% al tiro a tre punti, 3.6 palle perse di media in 5 partite), ancora – incredibilmente – più improvvisatore in difesa ed ancora più incredibilmente sfrontato ed orgoglioso tra una partita e l’altra.

I Milwaukee Bucks, superiori in tutto in campo, hanno faticato solo nel comprendere quanto “cotti” mentalmente fossero i Boston Celtics ancora prima di incominciare.

Pochi minuti dopo la fine di gara 5, Terry Rozier ha dichiarato di aver sostanzialmente iniziato da mesi a contare i giorni che lo separavano dalla fine della stagione. Il fiero Marcus Morris ha dichiarato di non avere mai trovato una risposta alle disfunzionalità della squadra. I Celtics si sono appoggiati alla roccia Al Horford, il solo in grado con la sua sola rassicurante presenza di tenere a galla emotivamente i suoi compagni, immersi nella crisi di Gordon Hayward, nelle esitazioni di Jayson Tatum e nell’impazienza dello scalpitante Jaylen Brown.

Sapevo sin da subito che sarebbe stata dura quest’annoCoach Brad Stevens pochi giorni fa a Tim Bontemps di ESPN “Ma già ad ottobre tutte le potenziali difficoltà che avremmo incontrato si sono presentate tutte assieme: si, sarebbe stata durissima“.

CELTICS, GLI STRALI DI KYRIE IRVING

E’ bene ricordare: Kyrie Irving ha giocato due stagioni a Boston, sebbene la portata ed il peso dell’annata appena conclusa abbiano cancellato dagli archivi la stagione 2017\18, finita prima del tempo per un problema al ginocchio sinistro.

Con Irving ai box, i giovani Celtics raggiunsero le finali di conference e persero solo alla settima partita contro i “LeBron James Cavaliers”, mostrando al mondo il talento di Jayson Tayum – il nuovo Paul Pierce – di Jaylen Brown e di “Scary” Terry Rozier.

Sulle aspettative che quella sorprendente stagione generò, e sull’assunto che a quel nucleo sarebbe bastato re-introdurre Kyrie Irving e lo sfortunato Gordon Hayward per vincere – seguendo l’enunciato del Principe DeCurtis che “è la somma che fa il totale” – si è scritto e detto tanto.

Ciò che la prima e quieta stagione di Kyrie Irving non aveva suggerito ad alcuno sarebbe però stato il diluvio di pose, dichiarazioni, cambi d’umore e flussi di coscienza a microfoni aperti che avrebbe scandito l’anno II in bianco-verde del campione NBA 2016.

“IL MIO PIANO È RIFIRMARE CON I CELTICS”

Un giocatore di basket è prima di tutto un uomo.

Irving perse la madre Elizabeth quando il ragazzo aveva solo quattro anni. Elizabeth fu adottata da bambina da una famiglia Sioux che viveva nella Riserva di Standing Rock, e la nonna materna ed i bisnonni del giocatore dei Celtics erano di origine Sioux, e lo scorso agosto Kyrie ricevette il grande onore di diventare a tutti gli effetti un membro della grande Nazione Sioux, dopo anni di attivismo ed iniziative di beneficenza a favore della causa Nativa.

Anche sotto tali auspici era iniziato il 2018\19 di Kyrie Irving, che giunto “all’anno del contratto” aveva dichiarato già in ottobre, a due settimane dall’inizio della stagione, come il suo piano fosse quello di rifirmare con i Boston Celtics, l’estate seguente.

“JAYLEN BROWN E JAYSON TATUM DEVONO ABITUARSI ALLA PRESSIONE”

Pronti, via, ed i Celtics sono subito zoppicanti: Toronto Raptors e Milwaukee Bucks hanno già allungato, mentre Boston non riesce a mettere in serie due vittorie consecutive ed a fine novembre è ferma a 9-7, dopo una sconfitta casalinga contro gli Utah Jazz.

L’attacco Celtics è agli ultimi posti della lega, Jaylen Brown e soprattutto Jayson Tatum faticano ad esprimersi al livello dell’anno precedente (ergo, non sanno dove mettersi, letteralmente). Kyrie Irving cerca di stimolare i giovani compagni, ricordando loro come la pressione mediatica e difensiva nei loro confronti non avrebbe fatto altro che aumentare nei mesi a venire:

L’anno scorso erano ancora così giovani, e date le circostanze nessuno avrebbe preteso da loro ciò che poi sono stati in grado di fare. Quest’anno è diverso, la pressione a cui sono sottoposti tutte le sere se la sono guadagnata, ed è una cosa a cui devono abituarsi. Fare parte di una grande squadra comporta questo”

I nostri giovani hanno più talento di tutti” Ancora Irving “Devono imparare a trarne vantaggio“. La sconfitta contro i Jazz sarebbe stata la prima di tre partite perse consecutive.

“NON ABBIAMO PIÙ TEMPO DI ASPETTARE, SERVE DI PIÙ”

Una settimana più tardi tocca ai New York Knicks passare al TD garden di Boston, un passo falso che una squadra con ambizioni da contender non può permettersi, nelle parole di Irving:

Non possiamo più aspettare. Da parte mia, dello staff e di tutta la squadra non possiamo più aspettare che i giovani facciano quel definitivo salto di qualità. Dobbiamo migliorare, io compreso“.

Forse non siamo bravi come pensavamo di essere” E’ un amaro Brad Stevens a chiudere il trittico di sconfitte.

“EGOISTI IN CAMPO, SOLO IL SUCCESSO DI SQUADRA È IL SUCCESSO DEL SINGOLO”

Alle tre sconfitte segue un periodo brillante, da 8 vittorie consecutive ed un record finalmente “presentabile” di 18 vinte e 10 perse. A metà dicembre i Boston Celtics perdono contro Phoenix Suns e Detroit Pistons, prima dello showdown contro i rivali Milwaukee Bucks del 22 dicembre.

Gli uomini di Mike Budenholzer finiscono per calpestare i Celtics, di nuovo in difficoltà al TD Garden (120-107 il risultato finale). Irving convoca una riunione a porte chiuse per soli giocatori ed all’uscita si presenta ai cronisti come un frustratissimo fiume in piena: “La cosa che dobbiamo capire è questa: non tutti, io per primo, possiamo sempre giocare nel ruolo che vogliamo, tutti i minuti che vorremmo, cose che – egoisticamente parlando – sarebbero l’ideale per me o per un altro. Per quanto mi riguarda, fa parte del processo di crescita (…) si vedono un sacco di giocate personali (…)  ci siamo ritrovati più di una volta a tirare con ancora 16-17 secondi sul cronometro dei 24, prendendo brutti tiri in allontanamento (…) qui potrei fare tutto quello che voglio quando voglio, in campo, ma devo capire che la cosa più importante è aiutare la mia squadra.

CELTICS, BENE COSÌ… ANZI NO, JAYLEN BROWN: “NON POSSIAMO CONTINUARE A PUNTARCI IL DITO CONTRO A VICENDA”

Se dopo una bella vittoria contro gli Indiana Pacers, un Kyrie Irving garrulo si era permesso di parlare di squadra “diversa, sulla buona strada per diventare una squadra da titolo” e riconosciuto i giusti meriti della sua “tirata” del post-Milwaukee (“dopo la sconfitta contro Milwaukee (…) abbiamo sentito il forte bisogno di affrontare seriamente alcuni problemi. Il meeting post-partita ci è servito per ‘fare aria’ nello spogliatoio“), basta appena 3 giorni dopo una nuova sconfitta casalinga all’umorale Kyrie per tornare a vedere tutto nero.

Il 12 gennaio a Boston, gli Orlando Magic passano per 115-113. I Celtics dispongono prima della sirena finale di un ultimo possesso, una rimessa laterale da metà campo. Stevens disegna un gioco per Irving, ma Gordon Hayward, incaricato della rimessa, non passa in emergenza il pallone alla sua point-guard per servire Jayson Tatum.

L’ex Duke Blue Devils sbaglia un tiro difficile, e già mentre il pallone di Tatum è in aria, Irving ha già gettato le braccia al vento, esasperato. L’ex Cavs rimprovera vistosamente Gordon Hayward e Al Horford, ed è irritato con Brad Stevens e la sua scelta di gioco.

Nel post partita, un Kyrie Irving sempre meno in grado di “mordersi la lingua” sfoga la sua frustrazione, stavolta camuffandola (malamente) dal leadership: “L’anno scorso nessuno aveva nulla da perdere e poteva fare quello che voleva, e nessuno gli avrebbe chiesto nulla di più. Quest’anno no, è diverso. Non siamo più a quel punto, i giovani hanno superato quella fase“.

Un atteggiamento – la pratica di dividere la squadra in vecchi e giovani – al quale risponde appena due giorni dopo il “giovane”Jaylen Brown. Con Irving infortunato, i Celtics perdono a Brooklyn la terza partita consecutiva (25-18 il record), ed a fine partita Brown replica velatamente all’ennesima tirata del compagno (“Non mi permetterò più di mettere in discussione i miei compagni pubblicamente. Io voglio solo vincere, maledettamente (…) io sono venuto qui perché credo in questa squadra, e voglio aiutare questi giovani ad avere successo”).

Non è colpa dei giovani, e non è colpa dei veterani” Così BrownE’ colpa di tutti, dobbiamo venirne fuori come una squadra. Abbiamo avuto periodi in cui abbiamo giocato una grande pallacanestro, altri in cui non lo abbiamo fatto per nulla (…)  dobbiamo spalleggiarci l’un l’altro, supportarci. Non possiamo puntarci il dito contro e fare commenti.

FUTURO: “NON DEVO UN C***O A NESSUNO, SO COSA DEVO FARE, CHIEDETEMELO IL 1 LUGLIO”

In piena frenesia da trade deadline, con i Los Angeles Lakers impegnati a fondo per strappare Anthony Davis ai New Orleans Pelicans, e con i Pels altrettanto impegnati a resistere all’assalto per attendere l’estate, Danny Ainge e – chissà – Jayson Tatum, le promesse di rinnovo di ottobre di Kyrie Irving sono già un ricordo.

A fine gennaio, Irving si era sentito in dovere di telefonare al vecchio compagno LeBron James per scusarsi con lui “di essere stato, all’epoca, quel giovane”, quello che scalpita, che mal sopporta i paternalismi e forse vivere – anche – di luce riflessa. Una telefonata genuina, che dice molto del carattere irrequieto di Kyrie Irving, e che sorprende James (ironicamente a cena con Kevin Love al momento della chiamata), come ammesso dallo stesso LBJ.

E’ il primo febbraio quando Irving risponde così ad una domanda sui suoi proclami di qualche mese prima. La risposta raccolta dai cronisti è molto diversa ma eloquente: “Alla fine, farò solo ciò che sarà meglio per me, io non devo un c***o a nessuno. Richiedetemelo il 1 luglio“.

“TUTTI RADDOPPIANO KEMBA, NOI NO…”

Le ultime 24 partite di regular season dei Boston Celtics terminano con record di 14-14. Una stagione regolare mediocre per una squadra con tanto potenziale, ma che ogni giorno di più mostra evidente lo scollamento tra comandante (Irving) e truppa.

Il 24 marzo gli Charlotte Hornets in piena lotta playoffs battono i Celtics in rimonta allo Spectrum Center di Charlotte. Gli Hornets sono reduci da una partita da 75 punti segnati a Miami, gara in cui gli Heat avevano sistematicamente raddoppiato e “blitzato” sui pick and roll centrali Kemba Walker.

Pochi giorni dopo, un Walker da 36 punti guida i suoi Hornets alla vittoria per 124-117. L’ex UConn segna 18 punti nel quarto periodo, ed a fine gara Irving critica la scelta di Brad Stevens di non raddoppiare Walker e forzarlo a cedere il pallone: “Probabilmente avremmo dovuto raddoppiarlo di più, togliergli il pallone dalle mani, così come fanno tutte le altre squadre… ma non l’abbiamo fatto. E non è la prima volta“.

“NESSUNO PUÒ BATTERCI IN 7 PARTITE”

Da febbraio, tra Kyrie Irving e la squadra pare essere scesa una poco visibile ma “percepibile” cortina. In marzo, Kyrie fa diversi mea culpa pubblici, in cui dichiara di aver peccato di troppa loquacità e sincerità davanti ai microfoni.

Come reazione uguale e contraria all’atteggiamento dei primi mesi, Irving inizia a manifestare sicurezza (sicumera) nella sua squadra, accennando alla “noia da regular season” e proponendosi quale leader positivo e (più) rilassato (“Fa parte della stagione regolare, nei playoffs quando possiamo concentrarci su una squadra e pianificare tutto, non vedo nessuno che ci possa battere in sette partite“, dopo una sconfitta a Chicago).

Se sono preoccupato? No, perché io sono qui“.

“MI HANNO PORTATO A BOSTON PER MOMENTI COME QUESTI”

Cosa spinge infine un Kyrie Irving che dà in campo la sensazione di pensare già alla sua estate, a fare dichiarazioni sfrontate come quelle del post gara 2 e post gara 4 della serie di semifinale contro i Milwaukee Bucks?

Disillusione, o meglio consapevolezza? Resa? Allora perché, banalmente, “spararle grosse”?

Scenari come questi sono il motivo per cui sono a Boston, i motivi per cui mi hanno portato qui. La pallacanestro è uno sport divertente, soprattutto quando il gioco si fa duro, e bisogna farsi trovare pronti. E’ il periodo dell’anno che aspettiamo per tutta la stagione“. Kyrie Irving pare prendere sotto gamba una prestazione da 4 su 18 al tiro in gara 2, confidando nella capacità sua e dei suoi compagni di poter premere un bottone e riuscire laddove per tutta la stagione i Celtics avevano fallito: uscire dalle difficoltà come una squadra.

Il risultato? Una prevedibile ed orribile serie di tre partite. Definite però da Kyrie Irving come banali “problemi al tiro”: “Ho solo sbagliato tanti tiri, succede. A volte succede e devi accettarlo (…) è difficile trovare ritmo quando sei marcato a tutto campo azione dopo azione… da me ci si aspetta sempre il massimo, sto cercando di creare occasioni per i miei compagni e per me, sfruttando l’aggressività della difesa. 22 tiri? avrebbero dovuto essere 30, sono quel tipo di giocatore“.

Gara 5 della serie si è chiusa con una prova di squadra da 31% al tiro. Il fallimento di ogni (a queL punto) velleità di costruire un sistema offensivo a 3, se non 4 punte (Irving, Tatum, Hayward, Brown\Horford) si è manifestato in 48 minuti in una serie di tiri comodi scagliati nei pressi del ferro, in un primo tempo di 1 vs 1 “alla rovescia” di colui che, ruolo alla mano, avrebbe dovuto essere la point-guard, il creatore di gioco ed il leader della squadra.

Kyrie ci ha provato, alla sua maniera, l’unica che conosce, ed ha fallito là dove in cuor suo avrebbe voluto avere successo più di ogni altra cosa.

Eppure: “Irving cattivo leader? S*******e. Abbiamo accolto Kyrie a braccia aperte ma non abbiamo mai capito, anche se ci abbiamo provato… ma noi non siamo nella sua testa, forse poche persone al mondo sanno davvero cosa c’è in lui“.

Marcus Smart.

Lakers, venerdì protesta dei tifosi allo Staples, vertici sotto accusa, chi allenerebbe la squadra ora?

LeBron James and Kawhi Leonard, Los Angeles Lakers vs Toronto Raptors at Scotiabank Arena

Questa poi.

Un gruppo di tifosi del Los Angeles Lakers avrebbe intenzione di mettere in atto una simbolica protesta contro l’operato della dirigenza, davanti allo Staples Center, previsto per la giornata di venerdì.

L’appuntamento sarebbe fissato a mezzogiorno di venerdì 10 maggio, come comunicato dall’utente di Reddit “C-P-R” tramite un “comunicato” pubblicato nelle scorse ore.

Nel mirino dei tifosi inviperiti la condotta della dirigenza Lakers, scossa nelle ultime settimane dall’addio di Magic Johnson, President of Basketball Operations, e dai mancati accordi con Monty Williams (finito ai Phoenix Suns, altra polveriera) e coach Tyronn Lue.

La protesta mirerebbe a portare l’attenzione sulla mala-gestione della squadra da parte degli eredi del compianto Jerry Buss, la figlia Jeanie ed il figlio Jim. Ai tifosi che prenderanno parte alla mobilitazione vengono inoltre date istruzioni sugli slogan da recitare, tra richieste di vendita della squadra e di licenziamenti in massa.

Il fiasco Tyronn Lue, nome non popolarissimo tra i tifosi ma scelta per molti versi logica per la panchina dei Lakers, è stata l’ultimo in ordine cronologico di una serie di sfortunati eventi in casa Lakers in questo lunghissimo 2018\19.

Un clima di sfiducia alimentato dai paragoni con le squadre rivali, che in attesa dell’estate della free agency di giocatori come Kevin Durant, Kawhi Leonard, Klay Thompson, Kyrie Irving e Kemba Walker (ma anche di Khris Middleton, D’Angelo Russell e DeMarcus Cousins), al contrario dei Lakers hanno affilato le armi e lanciato “operazioni simpatia” di apparente grande successo.

Un “problema di fascino” tanto evidente quanto sorprendente per una piazza gloriosa e storica come quella giallo-viola. Così un importante agente NBA, rimasto anonimo e come riportato da Keb Berger di bleacherreport.com “Sono sempre i Los Angeles Lakers, ma le strutture? Il front office? Gli assets a disposizione? Chi comanda ai Lakers? Qual è il piano?“.

Tra i vari report delle cause del rifiuto di Tyronn Lue, motivi economici (troppo pochi i 3 anni ed i 18 milioni di dollari offerti all’allenatore campione NBA 2016), ed una mancata intesa sui nomi che avrebbero composto il suo staff: i Lakers avrebbero insistito per inserire in squadra Jason Kidd, visto da Lue come un potenziale “nemico interno” in caso di difficoltà iniziali.

La fama (mediatica) di “mangia-allenatori” di LeBron James un altro potenziale ostacolo al reclutamento del nome giusto per la panchina giallo-viola. James, che come vuole la vulgata avrebbe chiesto ed ottenuto nel 2015 la testa di coach David Blatt, e che anni addietro – al primo anno ai Miami Heat – avrebbe manifestato a Pat Riley i suoi dubbi su coach Erik Spoelstra, è percepito come giocatore difficile da allenare e gestire, soprattutto per un allenatore privo dell’adeguato supporto da parte del suo front office.

Luke Walton, recentemente cacciato, ha mai avuto il supporto dei suoi superiori? Walton fu scelto da Mitch Kupchak nel 2016, e con l’arrivo di Magic Johnson e Rob Pelinka l’anno successivo, la sensazione che al figlio del grande Bill fosse già venuto a mancare il terreno sotto ai piedi non tardò a rivelarsi. Due settimane fa, Ramona Shelburne e Jorge Sedano di ESPN avevano rivelato come – parlando degli allora candidati forti Monty Williams e Tyronn Lue – alcuni addetti ai lavori avessero sconsigliato ai due di accettare l’incarico a LA.

La realtà dei fatti è che a poco più di un mese dal draft NBA 2019, ed a due mesi malcontati dall’inizio della free agency più importante della storia recente della squadra, i Los Angeles Lakers sono privi di staff tecnico, privi di un President of Basketball Operations in carica (ruolo che fu di Magic Johnson e che non verrà riassegnato) mentre le decisioni al vertice saranno prese “in famiglia”, famiglia letterale – i Buss – ed allargata (Pelinka, ex agente di Kobe Bryant e Larry Nance Jr, e Kurt e Linda Rambis).

Se lo Staples Center fosse uno stadio di casa nostra, e se Los Angeles fosse in Brianza, non ci sarebbe probabilmente bisogno di organizzarsi su Reddit.

LeBron James vola in finale di Champions League con il “suo” Liverpool

LeBron James, Los Angeles Lakers vs Philadelphia 76ers at Staples Center

Dopo tutto, in senso lato, LeBron James una finale la farà anche quest’anno: il Liverpool del proprietario di minoranza James ha battuto il Barcellona nella semifinale di ritorno della Champions League, ed attende la vincente della seconda semifinale tra Tottenham e Ajax per conoscere il nome dei prossimi avversari.

Per i Reds si tratterà della seconda finale consecutiva, una bella soddisfazione per LeBron James che nel 2011 investì una somma di 6.5 milioni di dollari per acquistare una quota minoritaria del club.

Un investimento proficuo per King James, che in 7 anni ha ricavato oltre 32 milioni di dollari di utile dalla somma sborsata. Una partnership resa possibile dall’allora nuovo gruppo proprietario dei Liverpool, il Fenway Sports Group proprietario anche dei leggendari Boston Red Sox della MLB.

LeBron James, fuori dai playoffs NBA dopo la sfortunata stagione d’esordio ai Los Angeles Lakers, ha celebrato la rimonta del Liverpool su Lionel Messi e compagni facendo i complimenti ai “suoi”Reds via social.

Lakers-Lue, ci siamo? “Trattativa nelle fasi finali”, Frank Vogel assistente

Los Angeles Lakers, si avvicina il giorno della firma per Tyronn Lue?

Come riportato da Chris Haynes di Yahoo Sports, le trattative tra i Lakers e l’ex allenatore dei Cleveland Cavaliers sarebbero alle fasi conclusive, mentre emerge il nome di Frank Vogel in qualità di possibile assistente allenatore.

Dopo la firma di Monty Williams con i Phoenix Suns, i Los Angeles Lakers avrebbero deciso di puntare su Lue, senza portare avanti altre candidature (nelle settimane passate, Rob Pelinka e Kurt Rambis avevano avuto un colloquio con Jason Kidd, ex allenatore di Milwaukee Bucks e Brooklyn Nets).

Frank Vogel ha allenato per 5 stagioni gli Indiana Pacers di Paul George, raggiungendo per due volte la finale della Eastern Conference (2013 e 2014) e vincendo 56 partite di stagione regolare nel 2013\14.

Dopo l’esperienza ai Pacers, Vogel accettò l’incarico di capo allenatore degli Orlando Magic. Dopo due stagioni deludenti in Florida, l’ex assistente allenatore dei Philadelphia 76ers fu silurato al termine della stagione 2017\18.

Come riportato da Haynes, Kurt Rambis, “vecchia gloria” giallo-viola e oggi consulente speciale per i Lakers, avrebbe giocato un ruolo fondamentale nelle trattative con Tyronn Lue. Ai Cleveland Cavs, Lue e LeBron James hanno raggiunto per 3 volte la finale NBA, vincendo un titolo nel 2016.