Lakers alle grandi manovre: nuovo head coach ma serve un nome ai piani alti

Mentre gli odiati cugini Clippers scioccano il mondo recuperando 31 punti di svantaggio ai super-campioni Golden State Warriors, i Los Angeles Lakers si ritrovano a due mesi dal draft (e dall’inizio ufficiale della off-season più cruciale di sempre in casa giallo-viola) senza il presidente Magic Johnson (dimissioni improvvise ed irrevocabili) e senza head coach (risoluzione decorosa con Luke Walton).

Le decisioni a El Segundo verranno prese da qui in avanti da Jeanie Buss, la proprietaria della squadra, e da Rob Pelinka, ex-agente di Kobe Bryant e Larry Nance Jr, “uomo Lakers” e superstite del duumvirato a capo del front office losangelino.

Il nome del futuro capo allenatore sarà annunciato a breve. Il favorito di LeBron James Tyronn Lue e Monty Williams le due opzioni più credibili, ma la questione più spinosa da affrontare sarà quella legata alla struttura del front office che verrà.

Un altro ex Cleveland Cavs, David Griffin – l’uomo che costruì i Cavaliers tre volte finalisti – è volato a New Orleans, con pieni poteri e con la missione di guidare i Pelicans fuori dall’era Anthony Davis.

I Los Angeles Lakers dovranno fare una scelta di campo, nella selezione delle nuove figure dirigenziali. Affidarsi di nuovo alla “tradizione” (Magic) ed al “brand” Lakers, puntando su volti e nomi familiari, o scegliere – e pagare profumatamente – la competenza ai massimi livelli?

Bob Myers dei Golden State Warriors e Sam Presti degli Oklahoma City Thunder alcuni dei nomi circolati, nonostante la posizione di questi sia saldissima all’interno delle franchigie di appartenenza (le cose potrebbero però cambiare in caso di eliminazione traumatica dei Thunder).

Un – presto o tardi necessario  – cambio della guardia a San Antonio potrebbe rendere disponibile R.C. Buford, mentre gli Houston Rockets hanno provveduto a blindare il GM Daryl Morey con un aumento sostanzioso di stipendio, come riportato da Marc Stein del NY Times. Il destino di Masai Ujiri a Toronto si giocherà presumibilmente da qui a maggio.

L’uscita di scena di Magic Johnson, per quanto improvvisa, non si tradurrà con ogni probabilità in uno sconquasso. Come riportato da Ramona Shelbourne di ESPN, già da mesi l’ex stella dei Lakers aveva mostrato segnali di “disamoramento” per l’incarico, delegando a Pelinka ed agli assistenti molti aspetti del proprio ruolo.

La tornata di free agent più ricca degli ultimi anni (Klay Thompson, Kevin Durant, Kawhi Leonard, Kemba Walker, Kyrie Irving, Khris Middleton, DeMarcus Cousins, D’angelo Russell…) sarà l’ultima chiamata per dei Los Angeles Lakers con velleità di titolo durante gli ultimi anni di picco del 34enne LeBron James.

Fallire a luglio – e ritrovarsi impegnati in un derby con Danny Ainge per Anthony Davis privi di una figura dirigenziale di rilevo – aprirebbe per i Lakers scenari imprevedibili ed impronosticabili solo 10 mesi fa, alla firma di James.

Ad una seconda star in campo, L.A. dovrà considerare l’idea di aggiungerne una ai vertici dell’organigramma.

Pena, l’irrilevanza.

Lakers, la reazione di LeBron James alle dimissioni di Magic Johnson: “Pazzesco….”

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Pazzesco” E’ il commento di LeBron James alla notizia delle dimissioni di Magic Johnson.

L’ormai ex President of Basketball Operations dei Los Angeles Lakers ha annunciato nella giornata di mercoledì le sue dimissioni dall’incarico, una mossa inaspettata per tempi e modi, ricevuta con sorpresa dai vertici della squadra così come – evidentemente – dalla star LeBron James.

James non ha parlato con i reporter dopo la sconfitta all’ultimo secondo dei suoi Lakers contro i Portland Trail Blazers allo Staples Center di Los Angeles, ma le telecamere hanno catturato il momento della sua sorridente uscita verso i parcheggi del palazzetto di downtown LA.

Nel video, LeBron James parla al telefono e pare commentare le dimissioni di Magic Johnson: “Si… pazzesco, pazzesco…“.

Ore dopo il suo annuncio, Magic Johnson ha affidato a Twitter il suo saluto alla squadra ed agli ex-colleghi, ringraziando il General Manager Rob Pelinka e la proprietaria Jeanie Buss.

Prima dell’ultima palla a due della stagione, un commosso Johnson aveva rivelato ai giornalisti la sua decisione, negando qualsiasi attrito con Pelinka e Jeanie Buss e definendo la sua scelta “difficile ma giusta”:

Voglio tornare a divertirmi, ad essere me stesso. Ho pianto prima di venire qui e piangerò ancora, è dura dare una notizia così ad una squadra e ad un’organizzazione che amo così tanto come i Lakers (…) voglio tornare il Magic Johnson che ero prima di assumere l’incarico (…) una persona più felice. Spero che d’ora in avanti per i Lakers le cose possano andare nella giusta direzione, come pare oggi. Gli infortuni ci hanno davvero danneggiato quest’anno

Magic Johnson: “Ero preparato all’eventualità di dover licenziare Walton”

Magic Johnson ha rivelato a Rachel Nichols di ESPN di essersi preparato, in qualità di alto dirigente e prima delle dimissioni, “a dover prendere la decisione” di licenziare coach Luke Walton. Fonti interne ai Los Angeles Lakers, riportate da Ramona Shelbourne di ESPN, confermano che la posizione di Rob Pelinka rimarrà salda, e che in conseguenza dell’addio di Johnson “i suoi poteri esecutivi aumenteranno“.

Magic Johnson ha ammesso di non aver voluto informare Buss ed i vertici della squadra prima di rivelare la notizia, per evitare delle inevitabili interferenze nella sua decisione. Coaching staff e giocatori hanno mostrato un sincero stupore nell’apprendere delle dimissioni di Magic Johnson, così Rajon Rondo: “Sono entrato negli spogliatoi ed ho pensato: ‘LeBron ha detto che si ritira?’ Nessuno ne sapeva nulla, io non sapevo se crederci o meno“.

Stephen Curry il suo quintetto All-Time? Si, c’è LeBron James

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Il quintetto All-Time di Stephen Curry? E’ presto detto. E si, LeBron James ne fa parte.

Come riportato da Marc J. Spears di ESPN, il due volte MVP Stephen Curry non si è potuto sottrarre al gioco di stilare la personale classifica dei suoi migliori, o forse preferiti, cinque giocatori NBA di tutti i tempi.

Il risultato? “In linea con le previsioni”, verrebbe da commentare, con una segnalazione importante da fare. nel quintetto All-Time ideale di Stephen Curry c’è il suo rivale LeBron James.

James si guadagna un posto in squadra assieme a Wilt Chamberlain, Earvin “Magic” Johnson, Shaquille O’Neal e naturalmente Michael Jordan. Un quintetto da sogno che rende onore al grande rivale di Curry nelle ultime stagioni, l’unico giocatore capace di battere i Golden State Warriors targati Curry-Steve Kerr in una finale NBA.

Il siparietto riportato da Marc J. Spears e Michael Shultz di TheWarriorsWire.com ha avuto luogo durante l’evento di presentazione della docu-serie “Stephen VS The Game”, che debutterà il prossimo 2 maggio su Facebook Watch. La serie promette di essere un occhio inedito sulla superstar dei Golden State Warriors, tra allenamenti, preparazione atletica e la vita privata di Steph, la vita in famiglia ed il suo rapporto con la Fede.

Sei gli episodi previsti, che si arricchiranno di materiale “dietro le quinte” della corsa al titolo NBA 2018.

Kobe Bryant sprona LeBron James: “Non mollare, i Lakers risorgeranno”

Kobe Bryan and LeBron James

Kobe Bryant ha voluto dire la sua in merito alla situazione attuale dei Los Angeles Lakers e al fallimento di questa stagione.

I Lakers hanno oggi un record di 31 vittorie e 40 sconfitte, valido per l’11esimo posto nella Western Conference, completamente fuori dalla lotta playoffs, ed è opinione del grande ex Kobe Bryant che la debacle di quest’anno sia dovuta prevalentemente agli infortuni che hanno falcidiato il roster, dopo una partenza che aveva dato grandi speranze ai tifosi giallo-viola.

La perdita di James per un infortunio all’inguine si è andata ad aggiungere a quella permanente di Lonzo Ball, limitato da malanni di vario genere da un anno a questa parte, ed a quella di Brandon Ingram (operazione e stagione finita per la stellina della Carolina).

Sono stati sfortunati ad essere stati colpiti da così tanti infortuni in rapida successione. Quando erano al completo stavano giocando bene, oltre tutte le aspettative, ma poi sono stati falcidiati dagli infortuni. Questo li ha messi fuorigioco, andando a rompere la routine, e ora devono riavviare il sistema. Ma l’anno prossimo andranno sicuramente meglio

 

 

Quando gli è stato chiesto quale consiglio avrebbe dato a Magic Johnson, Bryant ha detto: “È solo una questione di pazienza, ovviamente prenderanno delle decisioni intelligenti; ci sono pedine da scambiare e spazio salariale sufficienti per puntare subito al titolo, oppure tanti giovani di talento su cui  puntare. Qualunque sia la loro scelta, sono ben direzionati.

“Stagioni come questa sono quelle che rendono appassionante il campionato. Cosa direi a LeBron? Continua a spingere, non mollare un centimetro” ha concluso infine il Black Mamba.

Parole di totale fiducia in LeBron James e nei Lakers quelle di Kobe, ex stella indiscussa dello Staples Center. Bryant ha fatto la storia recente dei Lakers, arrivando a vincere 5 anelli prima con Shaquille O’Neal e poi con Pau Gasol. Bryant è anche il terzo giocatore per punti totali della storia NBA, davanti allo stesso James e a Michael Jordan.

La sua totale fiducia nel progetto di Magic Johnson e LeBron James potrebbe servire ad aumentare l’autostima di un gruppo che deve superare le enormi difficoltà di questa stagione, e ripartire per riportare i Lakers in alto.

Garbage Time, l’altra NBA – Episodio #1

In questo preciso istante siete testimoni della storia, quella con la “s” minuscola. Ciò che avete davanti agli occhi è la prima edizione della rubrica meno necessaria di tutti i tempi: Garbage Time! Tra queste righe si tratteranno argomenti che nessun altro spazio web italiano a tema NBA tratterà mai (con validissimi motivi per non farlo). Con cadenza non settimanale, non mensile, non olimpica, ma rigorosamente ferrettiana, racconteremo l’altra NBA, quella che verrà presto (e fortunatamente) dimenticata. Nella nostra top ten troverete cadute di stile (o cadute e basta, ma forse questo è uno spoiler…), figure barbine, polemiche sterili e idiozie di vario genere, sempre con la bandiera del cazzeggio a sventolare fiera sul pennone. Qualora il vostro disagio esistenziale fosse talmente elevato dal farvi apprezzare questa rubrica, scrivete il vostro IBAN nei commenti. O magari aprite un gustoso dibattito su quale sia la GOAT tra le rubriche NBA, se questa, quella di Jordan, quella di LeBron o quella di Doncic. Qualora doveste invece considerarla un insulto all’umana decenza, non esitate a esternarlo, dando sfogo alle vostre volgarità più fantasiose. Ma soprattutto, qualora aveste delle segnalazioni per i prossimi episodi, trovate il modo di recapitarcele, magari scrivendole nei commenti. Adesso però basta con i preamboli, che si è fatta una certa… Partiamo subito!

P.S. Per comprendere a fondo l’altissimo significato degli snodi narrativi di questa rubrica è INDISPENSABILE cliccare su tutti i link che compariranno (sono quelli scritti in blu, per i neofiti dell’Internet), inclusi quelli che vi proporranno di aumentare le dimensioni di organi vari.

Disclaimer: parte dei demeriti per questa robaccia va attribuita a quelli della Kliq, che oggi saranno come minimo padri, se non addirittura madri di famiglia, per cui staranno tentando invano di insabbiare il loro passato inglorioso.

 

Posizione numero 10: L’app per allacciarsi le scarpe

Jayson Tatum con le scarpe che si allacciano da sole
Jayson Tatum con le scarpe che si allacciano da sole

Avete presente quando i vostri nonni, per sottolineare l’inettitudine delle nuove generazioni, le apostrofavano dicendo (nel dialetto che più vi è vicino): “Quelli lì non sono neanche buoni ad allacciarsi le scarpe”? Bene, oggi tale abilità non è più indispensabile. Certo, una volta ce la potevamo cavare con gli strappi ma, superati gli otto anni, le Bull Boys cominciavano a star strette. Nel 2019, però, anche gli adulti possono tirare un sospiro di sollievo: sono arrivate le Nike Adapt, ovvero le scarpe da basket che si allacciano con un’app! Perché perdere preziosi secondi di riscaldamento per stringere dei lacci (rischiando poi che il J.R. Smith di turno ti giochi un brutto scherzetto), quando bastano 750 trascurabili euro e uno smartphone (ATTENZIONE: smartphone non incluso nella confezione)?
Inutile specificare che l’idea è stata accolta con grande entusiasmo negli ambienti NBA. I Dallas Mavericks hanno già ordinato uno stock di Nike Adapt per Dirk Nowitzki: qualsiasi cosa, per evitare infortuni che ne comprometterebbero gli ultimi mesi di carriera. I Los Angeles Lakers, che arrivano sempre prima degli altri, avevano commissionato all’azienda di Portland un’app simile, in grado di far indossare a Michael Beasley i pantaloncini giusti al momento giusto. Dato che la messa a punto ha richiesto più tempo del previsto, Beasley è stato ceduto ai Clippers. La Nike ha saputo rifarsi con gli interessi, proponendo l’applicazione che cambia in un secondo il nome sulle maglie. Pare che, alla notizia, LeBron James abbia urlato, in lacrime: “New Orleans, this is for you!”.

#noncisonopiùigiovanidiunavolta #nonchosbatti #glischerzettidijr #scarpedimerdadadonnachecostanomilionialluomo

 

Posizione numero 9: L’infortunio di John Wall

John Wall e Andrew Bynum, diversi ma uniti dalla scarsa attenzione domestica
John Wall e Andrew Bynum, diversi ma uniti dalla scarsa attenzione domestica

Davvero una situazione complicata per gli Washington Wizards: anni persi ad aspettare che la squadra diventi una contender, ed ecco che il tuo uomo-franchigia, per due stagioni consecutive, viene fermato da un infortunio. Se nel 2017/18 John Wall se l’era cavata con due mesi di stop, stavolta il quadro è ben peggiore: se ne riparlerà nel 2020. Una notizia terribile per qualsiasi appassionato NBA, che non può che augurare al ragazzo una pronta guarigione, e ancor più drammatica per gli Wizards che, da qui al 2023, dovranno bonificare al giocatore la bellezza di 170 milioni di dollari. Ciò che è passato un po’ sottotraccia, però, sono le modalità con cui Wall ha aggravato le sue condizioni cliniche. Fermo dal 29 dicembre per un’operazione al tallone sinistro, un malaugurato giorno di fine gennaio è scivolato in casa, franando proprio su quel tallone.

Una carriera messa a forte rischio da un incidente domestico non è purtroppo una novità, nella storia NBA. Il precedente più illustre riguarda Larry Bird, che un’estate si rovinò letteralmente la schiena mentre lavorava nei campi della sua amata French Lick, nell’Indiana. Ma il caso più eclatante è senza dubbio quello con protagonista Andrew Bynum, che merita un piccolo approfondimento. Nell’estate del 2012, Bynum è coinvolto nella trade che porta Dwight Howard ai Los Angeles Lakers, Andre Iguodala ai Denver Nuggets e lo stesso Bynum ai Philadelphia 76ers. All’epoca ha appena disputato il suo primo (e ultimo) All-Star Game, e i Sixers lo accolgono come la stella che li farà uscire dalla mediocrità. Peccato per le giunture fragili, che destano non poche preoccupazioni alla dirigenza. Per prepararsi al meglio alla nuova stagione, il nostro decide di distruggersi definitivamente il ginocchio sinistro… giocando a bowling!
Una volta smesso di ridere, i medici si rendono conto che la situazione è più grave del previsto. Bynum passa i mesi successivi a farsi crescere i capelli in modo imbarazzante e a rilasciare dichiarazioni del tipo: “Tranquilli, che settimana prossima rientro!”, oppure: “Voi iniziate a giocare, che quando torno io gli facciamo il mazzo!”. Col passare dei mesi, il messaggio cambia: “Rientrerò quando sarò al 100%”, “Rientrerò quando riuscirò a schiacciare saltando da metà campo”, per finire con: “Mi sa che quest’anno non rientro proprio… A regà, è andata così… Divertitevi!”. Al termine della stagione, il suo contratto da oltre 16 milioni di dollari scade, e il re dei birilli non esita a trovarsi una nuova squadra (la sciagurata Cleveland di quegli anni). Facile immaginare che quella da bowling non sia stata l’unica palla a girare vorticosamente, a Philadelphia…

#mettilidapartechenonsisamai #sistameglioquandosilavora #questononèilvietnamèilbowling #staiperentrareinunavalledilacrime

 

Posizione numero 8: L’inserimento di Marc Gasol

Marc Gasol mentre riflette sugli errori commessi in gioventù
Marc Gasol mentre riflette sugli errori commessi in gioventù

I Toronto Raptors hanno fatto all-in. La partenza verso ovest di LeBron James era un’occasione troppo ghiotta per non tentare subito l’approdo alle NBA Finals, così Masai Ujiri (che ritroveremo tra poco) e soci hanno puntato tutto su due giocatori in particolare: Kawhi Leonard e Marc Gasol. Il primo è arrivato la scorsa estate, mentre il centro catalano è stato uno dei grandi colpi della recente trade deadline. Un grande innesto per coach Nick Nurse, sia in termini di talento, che di leadership. Peccato che, come si suol dire, non esistano piani perfetti. La dirigenza e lo staff tecnico hanno curato ogni minimo dettaglio per facilitare l’inserimento di Gasol nella nuova realtà, ma si sono dimenticati di un particolare fondamentale: istruirlo sul rituale prepartita.
Alla prima gara casalinga, la presentazione dei beniamini canadesi fila via liscia, finché lo speaker non annuncia l’ingresso di Kyle Lowry. Mentre il resto della squadra si esibisce in un’elaborata coreografia, consumando in trenta secondi le stesse energie che spenderà nell’intero primo quarto, il buon Marc rimane piantato come un frassino, nell’imbarazzo generale. Al termine dell’incontro, Gasol chiede lumi a Leonard, il quale rompe un silenzio che perdurava dal primo gennaio (quando aveva risposto “grazie” a una poesia di buon anno dedicatagli da Pascal Siakam) per lanciarsi in un lungo sfogo: “Io di queste pagliacciate non ne voglio sapere”, “Mi presentano per ultimo mica per niente”, “L’ultimo che l’ha proposto a Popovich è finito in un pilone della A3”, “Io pensavo che Toronto fosse in Puglia”. Ormai in preda allo sconforto, Marc decide di rivolgersi a Sergio Scariolo, già suo allenatore nella nazionale spagnola e ora assistente di Nurse in Canada. Dopo averlo invitato nella sua stanza, il sempre affidabile coach non esita a spiegargli per filo e per segno la misteriosa procedura.

#paesechevaiusanzechetrovi #vieniaballareincanada #torontella #dancingwiththeallstars #unapplausoalucatommassini #aiwendesendyraiselloww

 

Posizione numero 7: Il contrattone di Brunone

Bruno Caboclo, l'uomo a cui Kevin Durant ha copiato le mosse. O forse no...
Bruno Caboclo, l’uomo a cui Kevin Durant ha copiato le mosse. O forse no…

Si sa, il draft non è una scienza esatta. Può capitare che Anthony Bennett venga selezionato per primo, salvo poi trovarsi senza fissa dimora (cestisticamente parlando) nel giro di un paio di stagioni, oppure che Ben Wallace venga scartato da tutti i general manager e persino dai dirigenti della Viola Reggio Calabria, per poi decidere una finale NBA e vedere la sua maglia appesa al soffitto di un’arena. Valutare i margini di crescita di un giocatore è difficile, soprattutto quando si tratta di ragazzini acerbi e provenienti da realtà lontanissime da quelle dei college americani.
Nel 2013, l’anno di Bennett, i Milwaukee Bucks selezionano con la quindicesima chiamata un certo Giannis Antetokounmpo, ex-venditore ambulante di origine nigeriana proveniente dal Filathlitikos, squadra di seconda divisione greca. La sua stagione da rookie non è trascendentale (6.8 punti e 4.4 rimbalzi in 24.6 minuti di media), ma fa comunque intravedere che il ragazzo ha del potenziale. Incoraggiati dall’esito dell’esperimento, i Toronto Raptors decidono di percorrere la stessa strada. Arrivati alla ventesima scelta del draft 2014, il debuttante commissioner Adam Silver chiama tale Bruno Caboclo, diciannovenne brasiliano reduce da una stagione con l’Esporte Clube Pinheiros.
La perplessità è visibile sul volto dei dirigenti canadesi, ma il general manager, Masai Ujiri, si sta già sfregando le mani: “Ma che ne sanno ‘sti zozzoni… Questo è il Kevin Durant brasiliano!”. Per la cronaca, nel 2014 il Kevin Durant americano è l’MVP della lega, ma è facile immaginarlo terrorizzato a morte all’idea che il nuovo fenomeno paulista possa insidiarne la supremazia.

Mentre Ujiri si ostina a predicare pazienza (“Tranquilli, questo qui nel giro di due anni è All-NBA”) il tempo scorre, e i progressi di Caboclo continuano a rimanere nascosti a noi ignoranti. Il commentatore Fran Fraschilla conia per lui una definizione impeccabile: “è a due anni di distanza dall’essere a due anni di distanza”. A distanza di due anni da quel draft, Brunone ha passato gran parte del tempo in G-League. Altri due anni, e Toronto decide di tirare lo sciacq…ehm, di gettare la spugna. Lo spedisce ai Sacramento Kings con una trade che sembra destinata a spostare gli equilibri della lega: al suo posto arriva Malachi Richardson. 10 partite e 10 minuti di media in California, quindi altra G-League, poi un tentativo al training camp di Houston, ma niente, il sogno sembra sfumato per sempre.
Quando il suo futuro sembra inevitabilmente il baretto, ecco arrivare la grande occasione; i Memphis Grizzlies, nel disperato tentativo di imporsi come peggiore squadra della lega, offrono al brasileiro un contratto di dieci giorni, a cui ne segue un altro. Brunone strabilia il pubblico con prestazioni da MVP: 6.1 punti e 3.2 rimbalzi in dieci partite. Memphis non riesce a trattenersi, e lo premia con un contrattone: 2.4 milioni di dollari fino a giugno 2020! A casa Caboclo è subito festa, mentre Chris Wallace, GM dei Grizzlies, se la ghigna soddisfatto: “Vediamo chi riderà, adesso!”.

#braziliankd #brunantula #potenzialefenomeno #mostunderratedever #blockbustertrade #meglioungianninodomaniounbrunonedopodomani

 

Posizione numero 6: Nik Stauskas, Wade Baldwin & Danuel House

Dopo l'ennesimo trasferimento, Nik Stauskas ha optato per un part-time da McDonald's
Dopo l’ennesimo trasferimento, Nik Stauskas ha optato per un part-time da McDonald’s

Quando non sei una star di prima grandezza, e nemmeno un inamovibile elemento da quintetto, la vita da giocatore NBA può essere particolarmente avventurosa. Per conferma, chiedere alla coppia formata da Nik Stauskas e Wade Baldwin IV. Il 3 febbraio 2019 i due si trovano a Portland, Oregon, in quanto membri del roster dei Trail Blazers. Quello stesso giorno, uno scambio con i Cavaliers li porta a Cleveland, a quasi quattromila chilometri di distanza. Una trade come le altre, che non fa certo notizia in NBA. Tre giorni più tardi, però, eccoli di nuovo con la valigia in mano, stavolta in direzione Houston, duemila chilometri a sudovest. Nemmeno il tempo di sognare gli assist di Chris Paul e James Harden che, qualche ora dopo, squilla di nuovo il telefono: “tutti a Indianapolis, i Rockets vi hanno ceduto ai Pacers!”. Stavolta il tragitto è breve, ‘solo’ milleseicento chilometri. Peccato che, mentre la strana coppia sta ancora recuperando i cappotti pesanti dall’armadio, arriva la notizia che Indiana li ha appena tagliati entrambi. A questo punto, purtroppo, le strade dei due si separano. Wade torna mestamente a casa, aspettando la prossima occasione, mentre Nik… Viene richiamato dai Cavs! Un vero peccato, perché nei quasi ottomila chilometri percorsi on the road in appena quattro giorni, tra i due si era creata una profonda amicizia.

Bizzarra anche la vicenda che ha coinvolto Danuel House. In questo caso, il giocatore non si è mai mosso dal suo amato Texas (del resto, con quel cognome… Ok, scusate), ma ad aggravare la situazione c’è indubbiamente il suo nome di battesimo (perché Daniel e Manuel erano troppo mainstream, effettivamente), che gli avrà creato non pochi grattacapi in gioventù. Nato a Houston, cresciuto a Houston, studente-giocatore a Houston, House corona il sogno dei suoi parenti trovando lavoro…a Houston, dopo un biennio non indimenticabile passato tra Washington e Phoenix. I Rockets lo chiamano in prima squadra dopo che una tragica serie di infortuni aveva indotto Mike D’Antoni a prendere in seria considerazione un rientro in campo, con tanto di incarico a Dan Peterson come head coach. Danuel si fa trovare pronto, ritagliandosi un ruolo importante nelle rotazioni. Dopo appena cinque partite, però, la doccia fredda: i Rockets lo hanno tagliato! La delusione del povero (soprattutto per il nome) Danuel dura solo quarantotto ore, fin quando il general manager Daryl Morey lo ricontatta: “Ciao Manuel, hai presente la storia del taglio? Dai, era uno scherzo! Me l’ha suggerito P.J. Tucker, lo sai che si diverte con poco… Ti facciamo un two-way-contract, ok?”. House non batte ciglio e torna in campo a darci dentro come un matto. Dopo una serie di tre incontri, tra l’11 e il 14 gennaio, chiusi a oltre 14 punti di media, è lui a chiamare Morey: “We, Derrick! Hai presente la storia del two-way-contract? Beh, è scaduto! Adesso voglio il grano vero, altrimenti non mi alzo nemmeno dal letto”. Morey però non si scompone: “Dai, Daniel, facciamo un triennale al minimo salariale e siamo a posto così”. “Va bè, gioia, ho capito, tenetevi pure il tedesco, come si chiama… Frankenstein. Io torno a casa. Te salùdi!”. Testa alta e sguardo fiero, Danuel torna in G-League, dove ora gioca per i Rio Grande Valley Vipers. In Texas, ovviamente.

#icampionigiranosempreincoppia #dueanniluigiraperilmondo #questagiunglamistressa #danielomanueleratroppomainstream #lohoustoneseimbruttito #hartensteinjunior

 

Posizione numero 5: I nuovi italiani

LeBron James tradisce le sue indubbie origini italiane stringendo il trofeo più ambìto
LeBron James tradisce le sue indubbie origini italiane stringendo il trofeo più ambìto

A inizio stagione si è discusso della possibilità di concedere il passaporto italiano ad alcuni giocatori NBA, in particolare a Donte DiVincenzoRyan Arcidiacono e Raul Neto. Se per il rookie dei Milwaukee Bucks c’è ancora qualche speranza, per il suo ex compagno a Villanova e per il brasiliano degli Utah Jazz sembra non ci sia nulla di fattibile. La FIP, però, non si è persa d’animo e ha sguinzagliato un pool di investigatori per rintracciare altri possibili legami tra il Bel Paese e le star d’oltreoceano, in modo da poter finalmente rilanciare il nostro basket. Perché sprecare tempo ed energie per investire sullo sviluppo dei giovani, quando potresti far indossare la maglia azzurra a una stella NBA con un semplice giro di documenti?
I risultati di questa certosina ‘caccia al naturalizzabile’ sono racchiusi in un documento talmente scottante che la Federbasket ha deciso di secretarlo, affidandolo a tale Rich Paul, da sempre sinonimo di discrezione. E’ per questo che oggi siamo in grado di pubblicarlo senza remore. Dall’elaborato rapporto stilato dagli Sherlock Holmes tricolori emerge il potenziale nuovo quintetto della Nazionale italiana.

PG – Giannis Antetokounmpo. Il suo passato da venditore ambulante fa assolutamente al caso nostro. Basterà dichiarare che, durante il tragitto verso la Grecia, la sua famiglia ha lavorato un’estate sulla spiaggia di Porto Cesareo. Potrebbe sembrare cinico, ma se si vuole rilanciare il movimento non esistono scrupoli morali. E poi, vedendo giocare Antetokounmpo al posto di Brian Sacchetti, nessuno avrebbe più da obiettare sullo ius soli.

SG – Kyrie Irving. La scorsa estate è stato reso noto che la madre aveva origini Sioux, ma qualcuno ha indagato sul ramo paterno della famiglia? Con il giusto incentivo, si potrebbe convincere Irving a travestirsi da Uncle Drew e riprenderlo mentre valuta le operazioni in un cantiere di Fiuggi. D’altronde, gli americani hanno sempre uno zio di Frosinone. Kyrie avrebbe anche un futuro assicurato fuori dal parquet: le dichiarazioni sul terrapiattismo fanno di lui il perfetto leader di qualche movimento complottista, stile No Vax.

SF – Carmelo Anthony. Con un nome del genere, non può ingannare nessuno. Se aggiungiamo che ha fatto il college a Syracuse, affibbiargli un’imprecisata discendenza sicula sarà piuttosto semplice. Inoltre, le sue recenti esperienze a Oklahoma City e Houston lo rendono un perfetto capro espiatorio. E in Italia c’è sempre bisogno di un capro espiatorio.

PF – LeBron James. Il fatto che abbia sempre dichiarato di non sapere chi sia suo padre gioca indiscutibilmente a nostro favore. Chi potrà mai obiettare, quando la paternità sarà rivendicata da… Gianni Petrucci? Per l’Italbasket, questo ed altro… Oltretutto, LeBron giocherebbe a Est; dopo Pavlovic, Dellavedova e Mozgov, portare in finale Filloy e Biligha sarebbe una passeggiata di salute.

C – DeMarcus Cousins. Modificare i documenti trasformandolo in Marco Cusin sarebbe un gioco da ragazzi; siamo pur sempre il Paese che ha inventato i dischi orari rotanti, dannazione! Se qualcuno dovesse asserire che Marco Cusin non ha mai fatto triple-doppie da 55 punti, 20 rimbalzi e 15 assist, potremmo tranquillamente rispondere che lo spirito patriottico migliora sempre le prestazioni dei singoli in Nazionale. O forse no, bisogna studiarne un’altra…

PRINCIPALI RISERVE – Rudy Gay e Kevin Love. Risalire a fantomatiche parentele sarebbe leggermente più complicato (anche se magari lo zio di Love, Mike, fondatore dei Beach Boys, ha avuto qualche relazione con groupie nostrane), ma schierarli contemporaneamente nella second unit rappresenterebbe senz’altro un forte messaggio a sostegno dei diritti civili. L’importante sarebbe non scadere nella volgarità, come già successo in altri Paesi.

#italianisipuòdiventare #italiaagliamericanibraviagiocareabasket #ciaosettoregiovanileciao #ntuculualsettoregiovanile #myunclenatoinfrocinone #theitalianfreak #lebronraymonepetrucci

 

Posizione numero 4: Dell Demps e il caso Davis – Lakers

Dell Demps mentre escogita la prossima burla ai danni di Magic Johnson
Dell Demps mentre escogita la prossima burla ai danni di Magic Johnson

La vicenda Anthony Davis – Los Angeles Lakers, principale oggetto di dibattito nelle scorse settimane, ha più volte oltrepassato i confini del grottesco. Tutto era cominciato con l’invito a cena di LeBron James a Davis, al termine della sfida tra Lakers e Pelicans del 22 dicembre scorso, che aveva fatto seguito alle sviolinate del numero 23 gialloviola su quanto sarebbe bello giocare insieme al numero 23 blu-bianco-rosso-viola-giallo-verde (ma quali sono i colori sociali dei Pelicans??). Interrogato a riguardo, Davis aveva risposto alquanto stizzito: “Ma cosa vi salta in mente? Io a New Orleans sto benissimo! Il carnevale è una figata, si mangia da Dio, sono comodo coi mezzi, ho gli alligatori in piscina che aspettano un cucciolo… Da qui non mi muovo! Anzi, ci chiudo la carriera, in Louisiana!”.
Un mese dopo, però, la farsa viene smascherata. Il Monociglio si confida con il suo agente, Rich Paul, citando una nota band della scena underground di Chicago“Sai, Rich, la Louisiana è bella e tutto quanto, ma alla lunga rompe i coglioni. E poi i Pelicans fanno proprio cagare… Come facciamo a levarci dalle palle al più presto?”. Commosso dalla dialettica del suo assistito, Paul decide di affidarne le ‘segrete’ volontà ad Adrian Wojnarowski, giornalista e ‘re del mercato’ made in USA. Dopo qualche ora, la notizia diventa di dominio pubblico. E’ qui che entra in gioco Dell Demps, general manager dei Pelicans. Ed è qui che la vicenda raggiunge il suo apice di teatralità.

La seconda parte di questo inedito spettacolo ruota attorno a un dettaglio tutto sommato rilevante: Paul non è solo l’agente di Davis, ma anche quello di LeBron James. I soliti malpensanti, tra cui Demps, traggono subito conclusioni affrettate: “Ma non è che forse quei tre si sono messi d’accordo?”. Solo infamanti supposizioni, ovviamente. Il fatto che le due squadre siano in un momento imbarazzante, che i due vadano a cena insieme, che abbiano lo stesso agente e che manchi una settimana alla trade deadline vi sembrano indizi sufficienti? Allora vi meritate le toghe rosse e i complotti delle sinistre!
I giorni che precedono la deadline sono intrisi di pura follia. La dirigenza dei Lakers, capitanata dal presidente Magic Johson e dal general manager Rob Pelinka, arriva ad offrire a New Orleans tutti i giovani, tre veterani, quattro prime scelte future, Luke Walton, Bill Walton e gli occhiali da sole di Jack Nicholson, ma Demps resiste stoicamente. Dopo un po’ inizia persino ad evitare le chiamate di Magic, o a liquidarlo con banali scuse quando la leggenda gialloviola si presenta direttamente al suo cospetto. Il picco dello humour si raggiunge prima con i tifosi degli Indiana Pacers che cantano a Brandon Ingram “LeBron will trade you!”, poi con l’account Twitter dei Pelicans che, il giorno della deadline, posta la foto di una clessidra. Quando il termine ultimo scade, l’affare sfuma ufficialmente.
Questa spassosa commedia degli equivoci meritava un finale degno, e infatti… I Lakers riescono a centrare comunque un gran colpo di mercato, acquistando… Mike Muscala, ma la situazione interna è alquanto tesa; lo stesso Magic è costretto a incontrare uno per uno tutti quei giocatori che aveva messo esplicitamente sul mercato, abbracciandoli forte e promettendo di credere in loro, ma solo fino a giugno. Anthony Davis resta a godersi le paludi della Louisiana e il calore del pubblico, che lo tempesta di fischi e insulti non appena lo incontra per strada. Gioca pochissimo, eppure riesce a infortunarsi a una spalla (strano, di solito è l’integrità fisica fatta giocatore NBA…), trovando così una scusa buona per sparire dalla circolazione per qualche settimana. E Demps? Licenziato, ovviamente!

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Posizione numero 3: Il tampering

Magic Johnson mentre tampera
Magic Johnson mentre tampera

Da un po’ di tempo a questa parte (o meglio: da quando Magic Johnson fa parte della dirigenza dei Lakers) c’è un nuovo tormentone che furoreggia tra le alte sfere NBA: il tampering. No, non si tratta di una rischiosa pratica sessuale, bensì di un comportamento traducibile con “reclutamento illecito di giocatori da parte di tesserati di altre fran…” va bè, dai, tampering suona meglio. Una norma piuttosto controversa ed estremamente severa, che ha fatto piovere fior di sanzioni soprattutto a livello collegiale. Spesso basta un passaggio in auto, un mazzo di fiori regalato alla nonna, addirittura che un assistente partecipi a una partitella al playground con un prospetto (tutti casi realmente accaduti, a parte forse quello della nonna), per far scattare una squalifica. Tra i professionisti, la situazione è ulteriormente sfuggita di mano, generando una vera e propria tamperingfobia. Il caso più recente ha coinvolto uno dei proprietari dei Milwaukee Bucks, multato per aver pronunciato la seguente frase: “Speriamo che atleti come Anthony Davis e altri vogliano venire a giocare per noi.”. Il leggendario motore dello Showtime, però, si è rivelato un innovatore anche in questo campo, elevando il tampering a una vera e propria arte. Nell’estate del 2017, pochi mesi dopo essere entrato in società, Magic era ospite al popolare show di Jimmy Kimmel. Quando il conduttore gli aveva chiesto di Paul George, allora in scadenza con i Thunder, il vecchio buontempone aveva dichiarato di fargli l’occhiolino ogni volta che lo incontra. E subito… Multa!
Non pago, il nostro si era ripetuto il febbraio successivo: Giannis Antetokounmpo diventerà un MVP, porterà i Bucks al titolo”… Multa! Nuovo anno, nuova prodezza, anche se stavolta nessun verbale. Pochi giorni fa, la sagomaccia se ne esce con un curioso aneddoto: Ben Simmons mi ha chiamato, vuole che io lo alleni l’estate prossima”. Ovviamente altro putiferio, con Adam Silver pronto a strapparsi i capelli, salvo poi desistere arrendendosi alla triste realtà.
Ora, la regola andrebbe sicuramente rivista, ma è stupendo immaginare Rob Pelinka e il resto dello staff dei Lakers trattenere il fiato ad ogni conferenza stampa di Magic: “Oddio, adesso spara la cazzata…”. In ogni caso, per evitare di prosciugare le casse del club, la proprietaria Jeanie Buss ha obbligato il mitico numero 32 a seguire un intensivo corso anti-tampering, in cui imparerà come reagire alle domande più provocatorie dei media. Pare che i primi test, affrontati in coppia con coach Walton, abbiano dato risultati brillanti.

#glidiaunabellamultina #iopensocheanthonydavissiaungiocatoreehmungiocatoreebasta #lenormesonotantemilionidimilioni #magiclatrottola #tivedreibeneailakers #bensimmonschechiamagente

 

Posizione numero 2: La campagna abbonamenti dei Knicks

Mitchell Robinson e Kevin Durant nella campagna abbonamenti dei Knicks. Per Michael Jordan e Wilt Chamberlain non c'era abbastanza spazio
Mitchell Robinson e Kevin Durant nella campagna abbonamenti dei Knicks. Per Michael Jordan e Wilt Chamberlain non c’era abbastanza spazio

Non dev’essere facile tifare i New York Knicks. Gli unici due titoli NBA sono arrivati nel 1970 e 1973, e da allora (eccezion fatta per le due curiose finali disputate negli Anni ’90, quando Patrick Ewing spadroneggiava sotto i tabelloni) la franchigia ha collezionato un fallimento dopo l’altro; stelle strapagate e trasformate in monnezza appena giunte a Manhattan, allenatori sbagliati, dirigenti incompetenti, fischi ai giovani scelti al draft, sparizioni immotivate (Derrick Rose), ex-giocatori arrestati sugli spalti del Madison Square Garden (Charles Oakley). Mica male, eh? Il tutto con l’aggravante di un’esposizione mediatica con pochi eguali, vista la piazza.
Con tali premesse, convincere i poveri supporters blu-arancio, anche quelli più fedeli, a rinnovare il loro abbonamento stagionale non è un’operazione semplicissima (anche perchè un season ticket al Garden non si trova in regalo con La Repubblica del venerdì). Ma è proprio nelle difficoltà che viene fuori il genio.

A poche settimane dal termine ultimo entro cui presentare le richieste di rinnovo, sul sito della franchigia compare una bella foto promozionale, raffigurante il rookie Mitchell Robinson e la superstar Kevin Durant. Niente di malizioso, se non fosse per due piccoli particolari: 1) tra i due, solo Robinson gioca nei Knicks e 2) Kevin Durant sarà quasi certamente free-agent l’estate prossima, con i newyorchesi in prima fila nel corteggiamento. I nostri amici malpensanti, ai quali la vicinanza con lo scalo milanese rende piuttosto agevoli gli spostamenti aerei, azzardano subito che dietro ci possa essere un ‘velatissimo’ messaggio subliminale“Abbonatevi, che l’anno prossimo arriva Durant!”. La risposta del club non tarda ad arrivare: “Davvero c’era la foto di Durant? Ma guarda te le sorprese che ci riserva la vita! No ma tranquilli, nessun messaggio subliminale! E’ stato un caso, era una foto tra le tante… Poteva capitare anche quella di Frank Ntilikina e Spike Lee, o quella di Charles Oakley in manette; va abbastanza a culo, diciamo”. Nel frattempo, la foto è stata prontamente rimossa.

Venuto a conoscenza dell’accaduto, Magic Johnson va su tutte le furie“Ma come, adesso arrivano quelli di New York a insegnare a noi come tamperare?! Qualcuno verrà licenziato per questo!”. Dopodiché prende il suo motoscafo e, accompagnato da un assistente, va a far visita ai responsabili della comunicazione dei Lakers, per manifestare il suo disappunto e studiare insieme a loro un modo per uscire dall’impaccio. Inizialmente la collaborazione sembra infruttuosa, ma in qualche modo il pool di grandi menti ne viene fuori. Come spesso accade, la soluzione migliore è anche quella più semplice. “Capo, qual è stato il grande colpo del nostro mercato?” chiede uno dei responsabili. “Ma chi, quer pippone de Muscala?” risponde inviperito Johnson. “No, dottore… l’altro”“Guarda, nun me parlà de Reggie Bullock, che me sale er nazismo!” sbotta Magic, tradendo le sue origini laziali. “Presidente, che numero di maglia ha preso Reggie Bullock?”“Il 35, perchè?”. “Maestro, ha presente Photoshop, quel programma che usiamo per mandare a LeBron le immagini dei vari All-Star in maglia Lakers?”. Dopo qualche secondo di collettiva riflessione, la soddisfazione è palpabile.

#nonvendiamosognimasoliderealtà #charlesoakleyinmanette #piccolitamperisticrescono #querpipponedemuscala #tivedreibeneaiknicks #andiamoasaraghi #genio

 

Posizione numero 1: Gli haters dei punteggi

James Harden e Kevin Durant mentre rovinano la NBA
James Harden e Kevin Durant mentre rovinano la NBA

Come la luna dei Pink Floyd, anche l’esplosione dei social network ha il suo lato oscuro. Rimanendo ancorati al tema NBA, ciò è rappresentato dalla proliferazione degli haters. Difficile spiegare la natura di questa particolare specie; in poche parole, è qualcuno con tanto tempo a disposizione e perennemente insoddisfatto di ciò che lo circonda. Approfittando inopinatamente dello schermo e della tastiera a sua disposizione, ma soprattutto della consapevolezza di non poter incontrare mai di persona il personaggio pubblico di turno, l’hater scatena la sua frustrazione contro il proprio bersaglio. Un po’come succedeva nelle scuole di una volta, quando il maestro lasciava carta bianca agli alunni. Solitamente, individuare chi sarà il prossimo a finire nel mirino degli haters è piuttosto facile: si tratta di qualcuno (nel nostro caso, di un giocatore) che è riuscito a emergere, tanto da iniziare a far parlare di sé. Esauriti gli elogi, si passerà quasi automaticamente ai primi insulti e alle prime critiche.

Di norma, gli ‘odiati’ hanno grande talento, ma anche qualche peculiarità controversa che alimenterà per anni i loro detrattori. Pensiamo a LeBron James, per andare finalmente sul concreto. Agli albori dei social network, il Re veniva accusato da molti ‘leoni da tastiera’ di essere “un perdente”. Poco importava che stesse già mostrando sprazzi di onnipotenza cestistica o che avesse trascinato i Cleveland Cavaliers di Zydrunas Ilgauskas, Larry Hughes e Daniel Gibson alla finale NBA più squilibrata della storia; finché non vinci un titolo, non sei nessuno. Quando poi James ha vinto e rivinto, il rancore di questi individui si è spostato progressivamente sui vari Stephen Curry, Kevin Durant, Russell Westbrook e James Harden. Il principale capo d’accusa mosso nei loro confronti? “Stanno rovinando la NBA”. Interessanti anche le ‘argomentazioni’ a riguardo: uno “rovina la NBA” perché può segnare da dieci metri mentre balla la Macarena, l’altro perché domina due finali consecutive ma è antipatico, un altro ancora perché fa sempre tripla-doppia, l’ultimo perché segna troppi punti, invece di lasciare spazio a fenomenali compagni come Gary Clark e Vince Edwards.
Di recente, però, la fantasia degli haters ha raggiunto picchi inesplorati. A finire sulla gogna non è stato un giocatore, e nemmeno una squadra, bensì…i punteggi. In particolare, ha suscitato un’ondata di sdegno la vittoria dei Golden State Warriors sul campo dei Denver Nuggets, nell’incontro del 15 gennaio scorso. I campioni in carica si sono imposti per 142 a 111, segnando 51 punti nel solo primo quarto. “NBA ridicola!”, “Basta con questa pagliacciata!”, “Questo non è basket!”. Come in passato, anche oggi all’hater non è necessario approfondire il perché accadano certe cose. Sarebbe uno shock scoprire che le nuove regole sul cronometro di tiro hanno aumentato il numero di possessi o, peggio ancora, che gli Warriors hanno dominato giocando una pallacanestro strabiliante, muovendo la palla come nei sogni più spinti di Gregg Popovich e, più in generale, costruendo con meticolosa cura una corazzata inaffondabile. L’importante è gridare allo scandalo, approfittandone per sottolineare quanto fosse meglio ai tempi di Larry Bird (quando – e se anche solo i loro genitori fossero nati avrebbero potuto testimoniarlo – i punteggi erano gli stessi) o quanto oggi sia più divertente assistere a un 40-36 del campionato UISP lombardo, piuttosto che al solito teatrino americano. Questa favola non ha assolutamente una morale, ma ci lascia un interrogativo importante: cosa odieranno adesso?

#neverenough #sistavameglioquandosistavaprima #conunrimbalzoinmenoandavabene #loser #choker #statpadder #undertaker #loacker #mavuoimettereilcsi #ceressquarantacapatnbocc

Pelinka e Magic al lavoro per risolvere gli effetti dei rumors di mercato

Dopo i vari rumors di mercato sulla possibile trade per Anthony Davis, i Lakers hanno concluso la finestra degli scambi con un nulla di fatto. Non ci sono stati movimenti di mercato che hanno stravolto il roster della franchigia californiana, bensì solo un paio di trade importanti, ma certamente minori.

 

Ciò ha permesso ai Los Angeles Lakers di mantenere intatto il proprio Young Core, ma provocando gravi preoccupazioni nella testa dei giocatori, a causa delle tante proposte recapitate ai New Orleans Pelicans.

 

Secondo Tania Ganguli, il GM dei Lakers, Rob Pelinka, è stato interrogato sugli effetti dei rumors di mercato degli scorsi giorni. Pelinka ha scelto di rispondere attraverso una storia riguardante un pastore e la propria fidanzata che, assaliti da 100 persone intenzionate a separarli, godevano di due possibilità: permettere alle persone di compiere il loro intento, o rimanere uniti per affrontarle insieme.

 

 

Un semplice racconto, ma che rispecchia in pieno la situazione dei losangelini in questo momento. Gli ultimi giorni prima della trade deadline hanno messo a dura prova l’intesa dei giocatori. Ora spetterà a loro scegliere se rimanere uniti o lasciarsi sopraffare dalle critiche.

 

Effetti dei rumors di mercato: al lavoro anche Magic

 

Oltre a Rob Pelinka, anche l’altro uomo chiave in casa Lakers, Magic Johnson, si sta muovendo per risolvere la difficile situazione della squadra. L’ex point-guard dei gialloviola incontrerà la squadra a Philadelphia, dove la squadra si trova per l’impegno degli Nba Sundays contro i Sixers, per risolvere i tanti problemi che la situazione Anthony Davis ha comportato.

 

Certamente la vittoria allo scadere contro i Boston Celtics avrà fatto molto piacere alla dirigenza, ma ci sarà ancora da lavorare per lasciarsi alle spalle i postumi di una trade non ancora avvenuta.

Jeanie Buss a ruota libera: LeBron, Walton, Kobe & Shaq

Jeanie Buss, owner and president of the Los Angeles Lakers

Lowe intervista Jeanie: durante la partecipazione all’ultima puntata di The Lowe Post, il podcast di Zach Lowe di ESPNJeanie Buss ha parlato del presente (Magic & Pelinka, LeBron), del futuro (Walton, la free agency) e del passato (Stern, Kobe & Shaq) dei Los Angeles Lakers.

In primis, Jeanie è tornata sulla clamorosa rivoluzione del Febbraio 2017, quando spodestò i fratelli Johnny e Jim Buss e licenziò il GM Mitch Kupchak:

<Il passaggio da Jim e Mitch a Magic è stata la mossa giusta. Al momento con Jim non ci sono rancori, lui è ancora un membro del trust di famiglia.>

La nomina di Magic Johnson come President of basketball operations è stata la pietra miliare della ricostruzione gialloviola:

<Credo che la ragione per cui i Lakers stiano andando così bene è che abbiamo qualcuno che ha la giusta visione del basket: Magic Johnson. Lui, con Rob Pelinka, sta gestendo il nostro programma.>

La controller Owner ha poi parlato dell’arrivo in California di LeBron James. Ha confermato di non aver mai incontrato il quattro volte MVP prima della sua firma, mentre era a conoscenza del meeting in programma tra Magic e LeBron. Jeanie ha saputo della firma tramite un messaggio ricevuto da Rich Paul, l’agente di James.

La Buss poi ha enfatizzato quanto la franchigia lacustre ha rispettato il processo decisionale di LBJ:

<È importante che gli atleti – che non sempre hanno il controllo della propria situazione – abbiamo a disposizione tutto il tempo necessario per prendere una decisione così importante.>

Lowe intervista Jeanie: Walton ed il suo futuro

Il podcaster di ESPN ha poi chiesto alla Presidente lacustre chiarimenti sulla posizione di Luke Walton. In primis ha confermato che tutti nell’organizzazione fanno il tifo per il coach…

<Posso dirti subito che tutti – Magic, Rob, io – nell’organizzazione supportano Luke. Non c’è niente di più importante per Magic – oltre alla sua famiglia – di questi Lakers. Stiamo facendo tutto il possibile per assicurarci che Luke riesca nel suo lavoro. Questo è il nostro lavoro.>

…e che sono soddisfatti del lavoro svolto finora…

<Penso che stia facendo un lavoro fantastico, considerati gli infortuni che abbiamo avuto. È una sfida. Le persone dimenticano che ha avuto degli starter infortunati. Ed hanno vinto gare importanti in trasferta, dimostrando che è possibile anche senza LeBron>

…nonostante qualche passo falso interno di troppo ha allontanato i Lakers dalla zona playoff:

<È difficile quando perdi delle partite che credi di poter vincere, in casa, contro squadre con un record inferiore al .500. È davvero dura perdere quelle gare. Ma quando poi vai a vincere ad Oklahoma City – uno dei grandi team della nostra conference che è dove noi vogliamo essere, al top – credo che siano evidenti i progressi che sono stati fatti senza due dei nostri starter. Credo che Luke stia facendo un lavoro impressionante.>

Lowe chiede poi in merito alla suo presunto veto sul destino del coach, ma viene subito stoppato:

<Lo stai chiedendo alla persona sbagliata. Decide Magic. Ma dalla mia posizione, posso dirti che ogni cosa che stiamo facendo, ogni singola persona della nostra organizzazione… è qui per aiutare Luke ad avere successo.>

Lowe intervista Jeanie: il rapporto con il front office

Il giornalista coglie l’occasione al volo per chiedere alla Buss quanto è influente nelle scelte relative al basket…

<Per il ruolo che ricopro, sono responsabile di ogni decisione presa da ciascun dipendente. Non sarò mai più fuori da giro, come è accaduto in passato.>

…e se si immagina porre un veto alle scelte del front office:

<L’importante è capire il processo, come una decisione viene presa. Non ho tutte le informazioni, ma mi aspetto che tutte le decisioni vengano prese con cognizione.>

Magic e Pelinka-Magic Johnson, Rob Pelinka and Jeanie Buss
Magic Johnson, Rob Pelinka and Jeanie Buss (Allen Berezovsky, Getty Images)

E le decisioni prese da Magic e ed il GM Rob Pelinka al momento soddisfano le aspettative della proprietà…

<Credo che Magic sia stato paziente, penso che Rob Pelinka abbia fatto cose incredibili riuscendo a darci flessibilità senza cercare scorciatoie per provare a fare solo i playoff, per poi perdere al primo turno. Vedono il quadro generale e si muovono in quella direzione. Occorre essere pazienti, perché le cose non si possono cambiare durante la notte. Anche se credo che in due anni siamo arravati più avanti rispetto alle mie aspettative.>

…e – si augura Jeanie – quelle dei tifosi:

<Questo è quello che voglio vedere. E penso che la nostra fanbase sia intelligente, amano il basket, conoscono l’NBA oderna, vedono cosa sta costruendo Magic e non vogliono prendere scorciatoie.>

Lowe poi chiede alla figla del compianto Dr. Jerry Buss cosa ne pensa della narrativa che viene blaterata riguardo al fatto che le star non vogliono giocare con LeBron:

<Ho sentito la stessa cosa ai tempi di Kobe. Se qualcuno non vuole giocare con il miglior giocatore della NBA, non lo voglio nella squadra.>

Lowe intervista Jeanie: Stern, Kobe & Shaq, il futuro

L’intervista prosegue poi ritornando su alcuni dei momenti più importanti della storia recente dei Lakers. Lowe chiede alla Buss un giudizio sull’operato di David Stern, l’ex commissioner della NBA:

<Non l’ho mai visto come un tiranno o come qualcuno che stesse cercando di causarci dei problemi. Ogni cosa che ha fatto, incluso il veto alla trade per CP3, era nei suoi diritti. All’epoca non è stato facile accettarlo, ma era un periodo di cambiamenti.>

Jeannie Buss and Dr. Jerry Buss, owner of the Los Angeles Lakers
Jeannie Buss and Dr. Jerry Buss, owner of the Los Angeles Lakers (Andrew D. Bernstein, NBAE Getty Images)

Ancora un salto indietro, fino all’estate 1996 ed all’arrivo ad L.A. di Shaq & Kobe. Dal primo incontro con Kobe Bryant

<Ricordo del primo incontro con Kobe, a pranzo. Quando il cameriere gli disse che parlava spagnolo lui rispose che lo avrebbe imparato.>

…alle motivazioni della rottura con Shaquille O’Neal

<Si è trattato di soldi più che di incompatibilità caratteriali. Se Shaq avesse preteso meno, sarebbe rimasto.>

…respingendol’ipotesi che The Big Diesel avesse chiesto di scegliere tra lui o il Black Mamba.

Si torna al futuro, Lowe schiettamente chiede se la famiglia Buss potrebbe valutare di cedere la franchigia:

<Non c’è nessuno motivo per cui dovremmo vendere i Lakers, sono detenuti da un fondo ed io sono la responsabile. I beneficiari sono tutti i miei fratelli.>

L.A. Lakers, il miglior sponsor di coach Luke Walton è la proprietaria Jeanie Buss

Coach Luke Walton, Los Angeles Lakers vs San Antonio Spurs at Staples Center

I vertici dei Los Angeles Lakers precisano che, nonostante le difficoltà della squadra in assenza di LeBron James, la panchina di coach Luke Walton rimane solida.

Come riportato da Ramona Shelbourne di ESPN, rimane immutata la fiducia della “triade” Jeanie Buss-Magic Jonhson-Rob Pelinka nell’ex assistente allenatore dei Golden State Warriors: “I Lakers hanno assunto Walton perché credono nel suo potenziale, così come rimangono fiduciosi nel potenziale dei loro giovani talenti”.

Luke Walton, Brandon Ingram (eredità della gestione Mitch Kupchak-Jim Buss), Kyle Kuzma e Lonzo Ball non avrebbero pertanto nulla da temere, mentre la trade deadline del prossimo 7 febbraio si avvicina.

Lakers, Luke Walton ha il “totale supporto di Jeanie Buss”

 

Troppo poche le 3o partite malcontate giocate dallo “young core” losangelino al fianco di LeBron James, troppo lo spazio salariale a disposizione in vista della prossima free agency per i Lakers per decidere di far saltare il banco già a metà stagione, nonostante il concreto rischio – James o non James – che i Los Angeles Lakers (24-21) possano ritrovarsi fuori dalla post-season per il sesto anno consecutivo.

“(Allenare i Los Angeles Lakers, ndr) è il lavoro più bello del mondo, e io adoro le sfide che mi si presentano davanti. tensione e notti insonni, ma un lavoro gratificante (…) di notte mi ritrovo a pensare: ‘Su cosa lavorare domani in allenamento? Di cosa ha bisogno la squadra?’ Ora che LeBron è fuori, ho variato diversi quintetti, dobbiamo limitarci a fare le cose semplici e far giocare i giovani, è un continuo tentativo di trovare l’equilibrio tra la nostra situazione attuale e gli obiettivi di stagione, e la squadra che vogliamo diventare (…) sapevo sarebbe stata dura, ma diavolo, è anche tremendamente eccitante (…) allenare nella NBA è fantastico, ed allenare la squadra per la quale hai giocato tanti anni, allenare un giocatore come LeBron ed i ragazzi che hai contribuito a portare qui a L.A. è una cosa davvero incredibile

– Luke Walton sui Los Angeles Lakers –

 

Come riportato da Marc Stein del NY Times, il miglior sponsor di coach Luke Walton a Los Angeles sarebbe proprio il “grande capo” Jeanie Buss.

La figlia del compianto Jerry “non avrebbe problemi” ad opporsi a qualsiasi mossa del duo Johnson-Pelinka riguardo al futuro dell’attuale head coach dei Lakers, in caso di bisogno, e soprattutto a stagione in corso.

LeBron torna LeGM? Pelinka “Lo scopo è raggiungere l’eccellenza”

Lebron James, Lance Stephenson, Rajon Rondo and Ivica Zubac. Los Angeles Lakers vs Oklahoma City Thunder at Staples Center

LeBron torna LeGM? Sono bastati pochi fotogrammi della gara tra Los Angeles Lakers ed Oklahoma City Thunder per scatenare il web.

Che la gara non sarebbe stata una tra le tante lo si è capito prima della palla a due. Il pubblico dello Staples Center ha manifestato fin dal riscaldamento tutto il suo disappunto nei confronti di Paul George, colpevole di non aver firmato con i lacustri nella scorsa free agency.

La sfida poi è stata equilibrata, con tanto agonismo ed un pizzico di nervosismo.

Dopo diversi lead change, i gialloviola non sono più riusciti a segnare soccombendo nell’ultimo quarto sotto i colpi dello scatenato Young Trece.

Nel mentre, LeBron James – ancora out per il problema all’inguine – osservava. Il quattro volte MVP ha seguito quasi tutta la gara seduto in panchina con i compagni…

…salvo poi appartarsi nei pressi dell’ingresso della locker room con Magic Johnson ed il GM Rob Pelinka.

Il momento, immortalato dalla telecamere, ha scatenato le reazioni dei fan e dei media, provocando le ricostruzioni più fantasiose e diversi meme esilaranti.

Ovviamente il tema principale non poteva essere che uno: il nativo di Akron in versione LeGM, obiettivo? Anthony Davis.

LeBron torna LeGM? The Brow il sogno.

Che a James piaccia Davis è risaputo. Dalle dichiarazioni rilasciate proprio al termine della sfida con i Pelicans e la successiva cena, passando dalle lamentele di alcuni GM che hanno determinato un generico richiamo per il rispetto sulle regole relative al tampering, in questi mesi non sono mancati gli ammiccamenti tra i due.

La stagione poco brillante di New Orleans – al momento penultima nella WC a 5 partite dall’ottavo seed – nonostante le prestazioni irreali del prodotto di Kentucky, nonn aiuta a sgombrare le nubi sulla permanenza di AD.

Lakers e Celtics – da sempre accostate al fenomeno – sono alla finestra, in attesa di qualche crepa nel rapporto che possa agevolare le proprie mosse. Tra l’altro proprio un grande ex C’s, Kevin Garnett, ha recentemente dichiarato che i tempi sono maturi per l’approdo di Davis in California.

A completare il quadro, la firma di The Brow con la Klutch Sports Group di Rich Paul, agente – tra gli altri – ed amico di LeGM.

LeBron torna LeGM? Il core il prezzo.

Nel caso di trade, il prezzo da pagare per un’atleta del calibro di Davis non può essere che tutto, o quasi, lo young core del Los Angeles Lakers.

Tra alti e bassi, da quando il #23 in purple & gold è infortunato, i giovani lacustri hanno provato ad alzare il livello delle proprie prestazioni ed i record conseguito (1-3) sarebbe potuto essere persino migliore.

PlayersGPMINUSG%NETRTGPTSFG%3P%FT%REBASTTOVSTLBLKPF+/-
Brandon Ingram437.623.41.519.346.227.353.87.04.03.30.51.32.52.3
Lonzo Ball436.516.7-6.013.846.838.127.35.07.82.51.00.82.3-4.0
Josh Hart436.214.6-2.114.345.834.855.68.02.51.02.30.53.3-0.8
Kyle Kuzma434.625.9-4.919.840.922.286.47.04.03.81.00.02.5-2.8

Fonte NBA Advanced Stats su NBA.com

Basteranno queste prestazioni a convincere James della bontà del core lacustre? O questa vetrina potrebbe servire per valorizzarli in ottica trade?

Dopo la gara con OKC, l’unico partecipante al conciliabolo a rilasciare qualche dichiarazione è stato il GM Pelinka:

<I Lakers sono lo standard gold per tutte le franchigie sportive del mondo, per questo non condividiamo la responsabilità di raggiungere l’eccellenza in ogni cosa che facciamo.>

<L’eccellenza è ciò che i Lakers rappresentano, quello che incarnano Jeanie Buss ed Earvin Johnson e ciò che richiede il coach Luke Walton.>

…che ha ribadito il concetto ormai diventato il mantra del front office.

Eccellenza che con un innesto come quello di Davis, se non raggiunta sarebbe davvero ad un passo.

Lakers, LeBron James: “Capisco Magic e Kobe, ma non esiste un problema minuti”

LeBron pazienza-LeBron James, Los Angeles Lakers vs Golden State Warriors at T-Mobile Arena

LeBron James: “Magic e Kobe preoccupati dei miei minuti in campo? Lo capisco, ma non è un problema“.

la solida prima parte di stagione dei Los Angeles Lakers (14-9, quarto posto ad ovest) ha sinora impedito ai tanti predicatori di sventure di svolazzare sopra la testa di LeBron James e compagni.

Il record positivo, l’impatto devastante di James, la crescita dei giovani leoni e la presenza positiva e mai invadente dei tanti veterani (Rondo, Chandler, Stephenson e McGee) sono fattori che rientrano al momento perfettamente nella tabella di marcia programmata dal plenipotenziario in casa Lakers, Magic Johnson.

L’obiettivo dichiarato di Magic è quello di rendere i suoi Los Angeles Lakers una corazzata dalle tante bocche di fuoco, che non dipenda esclusivamente dalle prestazioni di LeBron James. I.E. dei nuovi Cleveland Cavs.

La partita in due tempi per Johnson si giocherà tra il resto della stagione 2018\19 e – soprattutto – la free agency 2019. Il duo Johnson-Pelinka sarà chiamato in estate al reclutamento della seconda star da affiancare a LeBron, a coach Walton ed ai giovani di belle speranze dei giallo-viola il compito di passare la selezione da qui alla fine della stagione corrente.

Recentemente, sia Magic Johnson che Kobe Bryant hanno espresso un certo grado di “preoccupazione” circa il massiccio sforzo richiesto sin qui a LeBron James. Due giorni fa ad un evento tenutosi allo Staples Center di L.A. Kobe ha parlato della necessità per i Lakers di “trovare una soluzione a lungo termine: ora (affidarsi a LeBron, ndr) è utile per tenere la squadra a galla e dare respiro e spazio ai giovani, ma è tempo di trovare ed implementare il giusto sistema, di introdurre la pallacanestro che vogliamo giocare. Ora Lebron sta facendo tutto. Non è la ricetta giusta per vincere tanti titoli“.

LeBron James: “Comprendo, ma è un problema che non esiste, in realtà”

L’infortunio di Rajon Rondo, e la naturale tendenza di un giocatore “soprannaturale” come LeBron di dominare ogni fase della partita, hanno in breve tempo accentrato il gioco dei Lakers nelle mani del figlio di Akron, Ohio. Una tendenza analoga a quanto successo nell’ultima edizione dei Cleveland Cavs (quella priva di Kyrie Irving). Edizione distinta da un supporting cast di livello minore rispetto ai Lakers attuali.

LeBron ha parlato a lungo della questione con Dave McMenamin di ESPN a El Segundo, il quartier generale dei Lakers a Downtown L.A.

Comprendo la logica che sta dietro a questi discorsi. Capisco cosa Magic e Kobe intendano, loro pensano al bene della squadra. Vogliamo vedere come e quanto i nostrio giovani siano in grado di crescere. Ma sia Kobe che Magic sanno chi sono io, e sanno cosa aspettarsi da me, partita dopo partita (…) non potrò giocare e tirare bene tutte le volte, ma quando il gioco si farà duro, tutti sanno che possono fare affidamento su di me, e tutti sanno che toccherà a me

– LeBron James su Kobe Bryant –

LeBron James sta viaggiando a 34.7 minuti a partita. Career low per LBJ, ma un minutaggio alto (seppur non esagerato), soprattutto per un giocatore di quasi 34 anni. LeBron non ha mai gradito i discorsi sulla gestione programmata dei minuti in campo, convinto di come non siano dieci o venti minuti in meno giocati in un mese a fare la differenza:

Non conta poi molto. Ogni tanto mi chiedete: ti senti più riposato dopo aver giocato 30 minuti invece che 40? Io lavoro perché il mio fisico sia in grado di reggere, per tutta la stagione. Io non mi fermo. L’anno scorso non ho saltato una partita, ho giocato 48 minuti in una gara 7. Non ne ho saltata una, la stagione scorsa. Per cui non è un problema, io capisco cosa Kobe e Magic intendano, qui tutti abbiamo interesse nel far fare esperienza ai giovani e perseguire un piano a lungo termine. Altrimenti, perché darsi la pena? Fosse per me giocherei 48 minuti ogni sera, ma non è una cosa intelligente da fare. Io sono uno competitivo, non mi piace sedermi in panchina, ma tenermi in campo ogni minuto non sarebbe la miglior cosa ne per me, ne per la squadra soprattutto. Finora le cose qui ad L.A. sono andate benissimo, adoro il modo in cui stiamo facendo le cose

Magic Johnson su LeBron: “I miei Lakers? Non saranno dei Cleveland Cavs 2.0”

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Magic Johnson è stato chiaro, perentorio sulla costruzione messa in atto con Los Angeles. Riassumiamo il concetto in una semplice frase: “I miei Lakers non saranno dei Cleveland Cavs 2.0”. Più chiaro di così non avrebbe potuto essere l’ex playmaker proprio dei Los Angeles Lakers, uno dei migliori giocatori di sempre ed uno dei migliori giocatori della storia della franchigia purple and gold.

Chi è Magic Johnson oggi? Il presidente delle operazioni di basket dei Lakers. Rimasto dunque in casa e la sua mossa principale fino ad ora è stata quella di mettere sotto contratto lui, il Prescelto, uno dei migliori giocatori di sempre, da molti considerato già ora il migliore, il goat. LeBron James.

Il president of basketball operation dei Lakers ha parlato a 360° della franchigia, ma in particolare ha acceso i riflettori su un particolare. Quale? La forza dei Lakers, come franchigia, che non permetteranno a LeBron di trasformarli in dei Cavs 2.0. Chiaro no?

Vediamo cosa è successo in estate e quali sono state la parole di Magic Johnson sulla situazione e sulle aspettative per la stagione in arrivo, accompagnata da grandi aspettative da parte sia degli addetti ai lavori che dagli stessi media e tifosi.

 

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Hanging out with former Spartan, Laker and NBA Champion, Shannon Brown.

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Magic Johnson ed una firma Reale

In estate, i Los Angeles Lakers hanno investito tutto il peso e la storia che accompagnano la maglia giallo-viola nel tentativo di tornare in alto, per farlo si sono affidati al – forse – miglior giocatore di pallacanestro di tutti i tempi: LeBron James.

4 anni e 154 milioni di dollari per un giocatore di 33 anni sono tanti, anche se il 33enne in questione non sembra accusare il peso degli anni (volo pindarico: citofonare Juventus Football Club per una consulenza sui fuoriclasse 33enni).

Il presidente e plenipotenziario dei Lakers Magic Johnson è ben consapevole dell’impresa in cui si è imbarcato nemmeno due anni fa, una volta salito al timone della squadra che contribuì a rendere leggendaria negli anni ’80.

La sfida è quella di costruire un sistema vincente attorno a LeBron. Per farlo, occorrono rinforzi e cultura di pallacanestro, per far sì che i Los Angeles Lakers non si rassegnino ad essere “James-dipendenti”.

Magic Johnson su LeBron James: “Minuti e possessi, non abuseremo di LeBron”

Intervistato dall’emittente radiofonico SiriusXM Radio, Magic Johnson ha parlato dell’utilizzo previsto in campo per LeBron James quest’anno. L’obiettivo dei Lakers è quello di non “abusare” della presenza del Re, e coinvolgere i tanti trattatori della palla presenti a roster:

Ci stiamo assicurando di monitorare il suo minutaggio, ma vogliamo far si che il nostro attacco non debba scorrere esclusivamente attraverso LeBron. perché così facedno diventerebbe una Cleveland 2.0. E noi non vogliamo questo

 – Magic Johnson su LeBron James –

Magic si è poi dilungato sulla questione, come riportato da Ohm Youngmisuk di ESPN:

I minuti per prima cosa: assicurarsi di non farlo giocare troppo. E poi, il rate di utilizzo, quanto tempo la palla sta nelle sue mani (…) abbiamo tanti trattatori della palla, non dobbiamo abusare di LeBron e limitarci a condurre il nostro attacco esclusivamente attraverso di lui. Abbiamo degli ottimi realizzatori – Kuzma, Ingram – e due ottime point-guad come Lonzo Ball e Rajon Rondo, non c’è davvero bisogno che LeBron abbia la palla in mano in ogni azione

– Magic Johnson su LeBron James –

 

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Lakers, Magic Johnson: “Walton qui è e qui rimane, a meno di disastri”

Magic Johnson su Luke Walton: “Coach Walton rimmarrà sulla panchina dei Lakers per tutta la stagione, a meno di sviluppi drastici – che non ci saranno”.

Rassicurante ma non troppo Magic, il cui posto ai Lakers dipende a sua volta dai risultati che la squadra saprà ottenere già in questa stagione, e soprattutto nella decisiva off-season che seguirà per i giallo-viola, all’assalto dei grandi nomi della free agency 2019.

Sviatoslav Mykhailiuk, Los Angeles Lakers vs Toronto Raptors at Staples Center
Sviatoslav Mykhailiuk, Los Angeles Lakers vs Toronto Raptors at Staples Center (Adam Pantozzi, NBAE via Getty Images)

I Los Angeles Lakers delle prime 10 partite procedono a scatti.

Grandi prestazioni offensive, momenti che lasciano intravedere un gran potenziale difensivo di una squadra di atipici, che schiera una (nominale) shooting guard di 206 cm, e che concede però 34 punti (con 15 su 17 dal campo!) a Serge Ibaka nella debacle casalinga di domenica sera contro i Toronto Raptors, privi di Kawhi Leonard.

Bill Plaschke del Los Angeles Times riporta le parole di Magic Johnson.

L’ex fuoriclasse ed oggi presidente dei Lakers rispolvera la classica e calcistica “fiducia a tempo” per coach Luke Walton.

Luke Walton and Kyle Kuzma

Già nella giornata di venerdì erano emersi alcuni dettagli su un metting dai toni perentori, tenuto da Magic alla presenza anche di Walton.

Johnson avrebbe ribadito gli obiettivi stagionali (playoffs, possibilmente con una delle prime quattro teste di serie) e confermato le posizioni dell’attuale staff tecnico dei Lakers.

Luke Walton riferisce di sentire la piena fiducia del front office losangelino, e dichiara di non preoccuparsi minimamente di ciò che circola al di fuori dello spogliatoio (ovviamente ben conscio di quale razza di tritacarne possa diventare lo sport cittadino a LA).

Los Angeles Lakers, Walton fiducia a tempo?

Concetto ribadito da LeBron James dopo la vittoria di sabato a Portland.

Per i Lakers, la sconfitta di domenica sera è stata pesante sotto ogni aspetto (seconda serata di un back-to-back, ma contro dei Raptors Leonard-less). Sarebbe facile – e banale – scomodare (data la presenza di LeBron) paragoni tra il David Blatt 2016 a Cleveland ed il Luke Walton 2018 a LA.

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Showtimeeeeeee

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LeBroncome spiegato anche da Flavio Tranquillo durante la nostra intervista esclusiva di inzio stagione – si è sempre dimostrato in grado di raddrizzare anche la stagione più difficile. Ed è appena al primo anno di un contratto quadriennale, davvero ai primi passi della sua nuova avventura.

Il roster è estremamente giovane ed estremamemte intrigante.

Difficile però pensare che – proiettando l’attuale squadra avanti di un mese almeno – dei Lakers giunti alla trentesima partita stagionale con un record attorno al 50% (o poco sotto) non pensassero già di dover correre ai ripari.