Spurs, è il giorno di Manu Ginobili: “Gli Spurs, i ragazzi dell’Argentina, fortunato ed onorato”

Olè olè ol olè, Manu, Manu!” Il microfono passa nelle mani dell’uomo del giorno a San Antonio, Texas. Emanuel David Ginobili è pronto per il suo discorso di ringraziamento al popolo ed alla famiglia Spurs, che tra pochi minuti isseranno la sua maglia numero 20 sulle volte dell’AT&T Center. Al centro del campo sono esibiti i quattro Larry O’Brien Trophies vinti in carriera da Manu.

Di fianco a lui le sue due famiglie. La moglie Mariangela Orono, Dante e Nicola, i due gemelli, e l’ultimo arrivato di casa Ginobili, Luca.

E poi la sua famiglia sul campo: Tony Parker, ora a Charlotte e volato a San Antonio assieme ai suoi ex compagni dopo la trasferta degli Spurs in North Carolina. Fabricio Oberto, compagno di tanti successi nella nazionale argentina. Coach Gregg Popovich, Tim Duncan e R.C. Buford, general manager degli Spurs.

Pensavo al mio discorso, a cosa dire” Attacca Ginobili, che passeggia emozionato al centro del campo “Poi ho riflettuto: cosa ci faccio esattamente in mezzo a tutti voi? Cosa ho fatto per essere Qui? Non sarebbe dovuta andare così. Quando ho iniziato pensavo che si, avrei potuto avere una bella carriera, magari in Europa. Forse vincere qualcosa con la nazionale. Poi mi sono ritrovato di colpo qui, in mezzo a voi e tra tutte queste leggende, questi ragazzi che hanno parlato prima di me, persone che ammiro e a cui voglio bene (…) sono così contento e frastornato dall’emozione che vorrei venire a stringere la mano ad ognuno di voi per ringraziarvi di cuore“.

Ginobili ringrazia poi i suoi genitori, presenti all’AT&T Center, che alimentarono ed appoggiarono la passione del giovane Manu e dei suoi due fratelli per la pallacanestro, e la moglie Mariangela, per poi ricordare la notte del draft NBA 1999: “Ricordo che ci stavamo preparando per un torneo, quando mi dissero che ero stato scelto dai campioni NBA. Cosa?, Poi vidi che ero stato chiamato con la 57esima scelta (…) e capii che con una scelta così bassa, il mio futuro sarebbe dipeso da me. Se fossi diventato abbastanza bravo, forse un giorno mi avrebbero convocato a San Antonio. Quel giorno arrivò, fui davvero fortunato“.

Manu Ginobili: “Grazie alla città, Tim e Tony due amici, Pop… sei un matto!”

Ginobili passa poi a ringraziare le tante persone speciali incontrate nei suoi anni in Argentina, in Italia e s San Antonio. La città ed i suoi tifosi: “Non sapevo nulla della città quando arrivai qui, ed avevo tanti dubbi: sarei riuscito a giocare con Tim (Duncan, ndr), con David Robinson? E poi ho sentito quanto voi tutti mi abbiate sempre appoggiato , come abbiate sempre acclamato il mio nome (…) per cui grazie di cuore“.

L’organizzazione degli Spurs e tutte le persone che ne fanno parte, il personale dell’arena, ed i tanti allenatori e compagni di una carriera: “Ho imparato tantissimo da molte di queste persone, e sono troppe per citarle tutte. Ma ci sono due gruppi in particolare che ho il dovere di ringraziare: i ragazzi della nazionale argentina (a cui si rivolge in spagnolo, ndr), ed i miei compagni a San Antonio: Tim e Tony. Come abbiamo fatto ad instaurare un’intesa così? A capirci con uno sguardo, a giocare assieme senza chiamare schemi o parlarci in campo (…) ragazzi, siete stati speciali ed è stato un onore giocare con voi (…)  Patty (Mills, ndr), Thiago (Splitter, ndr), Bobo, (Boris Diaw, ndr), voi ragazzi avete mantenuto giovani questi 40enni per tanti anni, poi Bruce (Bowen, ndr), Nazr (Mohammed, ndr), Sean (Elliot, ndr), Malik (Rose, ndr), Rasho (Nesterovic, ndr)… siete davvero tanti, 16 anni sono tanti, le cene, le chiacchierate… siete stati fantastici“.

Ginobili si rivolge poi a Gregg Popovich: “Pop, sei una persona sensibile, generosa, premurosa, intelligente… e sei matto! Sei un matto, ma sei una delle persone più importanti della mia vita, grazie per tutto quello che hai fatto per me e per la mia famiglia. Ho imparato tanto da te, sul basket e sulla vita“.

Quando annuncia mesi fa il mio ritiro” Chiude Ginobili “Dissi che la mia carriera era andata ben oltre ciò che avrei potuto desiderare nei miei sogni più sfrenati. Ed ero sincero, e devo ringraziare ancora tutti voi, tutti i ragazzi presenti qui e quelli che non ci sono. Vi sono debitore, vi voglio bene“.

Infortunio Zion Williamson, Nike annuncia indagine interna, Puma ne approfitta

Duke University

Infortunio Zion Williamson, le calzature (rigorosamente Nike) del fenomeno di Duke non hanno saputo reggere l’irruenza atletica della futura probabile prima scelta assoluta al draft NBA 2019, rischiando di comprometterne la stagione.

Dopo un solo minuto di gioco della classicissima Duke-North Carolina al Cameron Indoor Stadium di Durham, North Carolina, Zion Williamson cerca la virata di potenza all’altezza della lunetta. La scarpa sinistra del fenomenale Zion si apre letteralmente lungo il lato sinistro, facendo perdere aderenza al terreno al giocatore di Duke, che cade a terra dopo una torsione innaturale del ginocchio destro.

Williamson rimane a terra dolorante, prima di essere aiutato a raggiungere gli spogliatoi. Partita finita per Zion, mentre coach Mike Krzyzewski tranquillizza i reporter a fine gara parlando di una “leggera distorsione al ginocchio”, in attesa di esami più approfonditi.

Esami il cui esito si conoscerà nella serata italiana di giovedì. L’insolita dinamica dell’infortunio ha subito provocato le reazioni di personaggi del calibro di LeBron James (tra i più reattivi a twittare i suoi auguri di pronto recupero a Zion Williamson) e dell’ex POTUS Barack Obama.

L’infortunio di Zion Williamson ha rafforzato nelle ultime ore posizioni come quelle dell’ex grande giocatore dei Chicago Bulls Scottie Pippen, che aveva consigliato nelle settimane precedenti a Williamson di “sospendere” anzitempo la propria carriera collegiale onde evitare infortuni seri. La matricola di Duke aveva replicato giurando impegno assoluto e lealtà verso “Coach K” e verso l’ateneo che lo aveva reclutato e dato l’opportunità di provare il proprio talento.

Infortunio Zion Williamson, l’assicurazione e la “guerra delle sneakers”

Come riportato da Darren Rovell di ESPN, Zion Williamson sarebbe coperto da un’assicurazione contro gli infortuni, che coprirebbe eventuali danni economici e patrimoniali derivati da un infortunio serio, che potrebbe compromettere le possibilità che il freshman venga selezionato con la prima scelta assoluta al prossimo draft.

La polizza sarebbe coperta dall’ateneo, in completa osservanza delle regole.

I primi contratti dei giocatori selezionati al draft NBA sono elargiti “a scalare“, a seconda dell’ordine di chiamata. Un’eventuale “caduta” di Wiliamson lontano dalla pronosticata prima chiamata assoluta costerebbe dunque cifre nell’ordine dei milioni di dollari. La polizza stipulata da Duke interverrebbe quindi ad impattare le potenziali perdita economiche per Williamson, tanto più se l’infortunio dovesse rivelarsi di grave entità.

Dal canto suo, Nike si è subito attivata per parare ogni polemica derivata dall’insolito incidente. L’azienda di Portland ha diffuso nelle ore successive la partita un comunicato ufficiale, nel quale la compagnia ha augurato un pronto recupero a Wiliamson, ed annunciato un’indagine per chiarire i motivi del “guasto”: “Qualità e resistenza dei nostri prodotti sono della massima importanza per noi, siamo al lavoro per capire i motivi di tale problema“.

In attesa dei risultati dell’indagine interna di Nike su possibili difetti di fabbricazione del modello “PG 2.5” (scarpa signature della star degli Oklahoma city Thunder Paul George), una diretta concorrente della compagnia, la Puma, ha approfittato dell’accaduto per lanciare quella che potrebbe essere una efficace campagna di marketing, via Twitter.

Puma ha successivamente cancellato il Tweet, ottenendo però la voluta pubblicità ai danni della concorrenza.

Infortunio Zion Williamson, il precedente Ginobili

L’incidente di Zion Williamson ha inoltre ricordato un episodio analogo occorso qualche stagione fa ad Emanuel Ginobili. Durante una partita casalinga contro i Detroit Pistons, la scarpa sinistra griffata Nike del giocatore argentino dei San Antonio Spurs si squarciò completamente, dopo un cambio di direzione difensivo di Manu.

Ginobili non riportò in quell’occasione conseguenze fisiche, sebbene la dinamica dell’accaduto abbia ricordato in maniera evidente le circostanze dell’infortunio occorso a Zion Williamson.

Gli Spurs ritireranno la maglia #20 di Manu Ginobili

Manu Ginobili

I San antonio Spurs ritireranno la maglia di Manu Ginobili il prossimo 28 marzo, in occasione della gara casalinga degli Spurs contro i Cleveland Cavaliers.

La jersey #20 bianco-nera di Ginobili verrà issata sulle volte dell’AT&T center di San Antonio al termine della partita.

Emanuel Ginobili, 41 anni, ha annunciato il suo ritiro dal basket il 27 agosto scorso. Scelto dai San antonio Spurs alla fine del secondo giro al draft NBA 1999, l’ex Viola Reggio Calabria e Virtus Bologna si unì alla squadra allenata da Gregg Popovich 3 anni più tardi, nel 2002.

Tim Duncan e Manu Ginobili

Con La maglia dei San Antonio Spurs, Manu Ginobili ha vinto 4 titoli NBA, assieme a Tim Duncan e Tony Parker.

Ginobili fu inserito nel secondo quintetto delle migliori matricole dopo la stagione 2002\03 e nominato due volte nel terzo miglior quintetto assoluto della lega (2008, 2011).

Nel 2008, Ginobili vinse il premio di Miglior Sesto Uomo dell’Anno. Due anche le partecipazioni in carriera all’All-Star Game, nel 2005 e nel 2011.

Manu Ginobili diventerà quindi il nono giocatore nella storia della franchigia texana a vedere la propria maglia ritirata.

Manuale San Antonio Spurs 2018/2019: the end of an era

Manuale San Antonio Spurs.

C’erano una volta un caraibico, un argentino e un francese, che in un decennio ricco di titoli e successi rivoluzionarono il mondo della pallacanestro. Di quel formidabile trio oggi non ne è rimasto che un dolce ricordo: Tim Duncan e Manu Ginobili hanno appeso le scarpe al chiodo mentre Tony Parker si è accasato agli Charlotte Hornets. Anche Kawhi Leonard se ne è andato, dopo una serie di querelle con la dirigenza neroargento. Da paladino indiscusso a traditore della patria, il passo può essere piuttosto breve. È rimasto invece Gregg Popovich, l’ultimo baluardo della dinastia più lungimirante e allo stesso tempo vincente del nuovo millennio. È la fine di un era e di una franchigia che è prossima ricostruire da zero. Ecco a voi il Manuale San Antonio Spurs, edizione 2018/2019.

MANUALE SAN ANTONIO SPURS: L’ANNATA PRECEDENTE

  • Record: 47-35, settimo posto nella Western Conference
  • Piazzamento finale: primo turno playoff (sconfitta per 4-1, vs Golden State Warriors)
  • Offensive Rating: 105.5
  • Defensive rating: 102.4
  • Team Leader: LaMarcus Aldridge (23.1 PTS), LaMarcus Aldridge (8.5 REB), Tony Parker (3.5 AST).

MANUALE SAN ANTONIO SPURS: I MOVIMENTI ESTIVI

Marco Belinelli è tornato a San Antonio.

È stata un’estate rovente per i San Antonio Spurs e non nel senso positivo del termine. La colpa è stata di Kawhi Leonard che a giugno, come un fulmine a ciel sereno, ha chiesto di essere ceduto ai Los Angeles Lakers. Ma le richieste eccessive degli Spurs (Lonzo Ball, Brandon Ingram e Kyle Kuzma) hanno convinto Magic Johnson a bloccare le trattative e a posticipare, forse, l’arrivo di The Glaw per la prossima stagione. Si sono cosi fatti sotto i Cavaliers, i Sixers e infine i Raptors, che alla fine hanno avuto la meglio sulle concorrenti: via DeMar DeRozan e Jakob Pöltl, dentro Kawhi Leonard e Danny Green (altro scudiero di Pop). La scelta di puntare su DeRozan testimonia la volontà di rimandare una rebulding inevitabile e puntare ancora una volta alla postseason. Un obiettivo difficile ma non impossibile. Per il resto, Kyle Anderson, giovane di belle speranze, è volato a Memphis mentre Quincy Pondexter e Dante Cunningham hanno fatto il percorso inverso. Il ritorno di Marco Belinelli potrà rivelarsi prezioso, ma difficilmente sposterà gli equilibri, cosi come la conferma di Rudy Gay che ha rinnovato per un’altra stagione, probabilmente l’ultima in Texas. Gli Spurs hanno anche aggiunto il rookie Lonnie Walker IV, un prospetto interessante che sotto l’attenta guida di Pop avrà modo di ritagliarsi il suo spazio nella lega. Peccato per l’infortunio occorso nelle ultime ore a Dejounte Murray: il nativo di Seattle ha rimediato una rottura del crociato anteriore che con ogni probabilità lo terrà ai box per tutta la stagione. Un problema non da poco per gli Spurs, visto e considerato che ora l’unico play presente a roster è Patty Mills (30 anni compiuti ad agosto). Trade in vista?. Un probabile starting five per la stagione ventura potrebbe essere il seguente: Patty Mills, DeMar DeRozan, Rudy Gay, LaMarcus Aldridge e Pau Gasol.

 

MANUALE SAN ANTONIO SPURS: L’ANALISI

Gregg Popovich è uno dei migliori coach della lega e, malgrado i suoi maggiori scudieri siano partiti, anche quest’anno non muterà il suo sistema di gioco. Gli Spurs tendono a muoversi molto senza palla, smarcarsi attraverso una fitta serie di blocchi e sfruttare tutti i 24 secondi per crearsi la miglior conclusione possibile. Anche se non mancano episodi di isolamento (soprattutto con Aldridge spalle a canestro), la coralità è la principale caratteristica di questa squadra. in questo senso l’innesto di DeMar DeRozan potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio: l’ex Raptors aumenterà la produzione offensiva ma al tempo stesso, vista la sua attitudine a tenere la palla in mano, potrebbe anche rallentare i meccanismi della squadra.

Difficilmente DeRozan potrà permettersi tiri del genere a San Antonio.

Nelle situazioni di pick and roll, il play di turno predilige il lob per il rollante, mentre nel pick and pop  LaMarcus Aldridge o Pau Gasol, dopo aver portato il blocco, si aprono per il tiro da fuori. Soluzione, quest’ultima, che si è rivelata molto efficiente nella passata stagione (lo spagnolo ha infatti chiuso con il 40% da oltre l’arco).

Gasol, dopo aver bloccato, riceve da Ginobili per il tiro da tre punti.

Per quanto concerne la difesa invece, basta ribadire che gli Spurs hanno la quarta miglior efficienza difensiva della lega, alle spalle dei Boston Celtics, Golden State Warriors e Philadelphia 76ers. La retroguardia texana è solita difendere a tutto campo e pressare il portatore di palla avversario. Il roster di Pop conta molti validi elementi difensivi, temibili stoppatori e abili nell’anticipo. Durante la fase del pick and roll usano la soluzione contenimento: il giocatore bloccato tenta di spezzare il blocco per inseguire il portatore di palla, al contrario il difensore del rollante si stacca dal suo avversario per contenere il portatore in attesa del rientro del compagno. Un metodo piuttosto stancante ma che, se ben fatto, mette in difficoltà qualsiasi avversario. Il segreto di questa squadra risiede nella mentalità e quella, a differenza di Leonard, non potrà mai essere scambiata.

Contenimento.

CONCLUSIONE

L’obiettivo della prossima stagione sono i playoff, come da 20 anni a questa parte. Stavolta però non sarà facile, visto il pessimo mercato condotto in estate e il contemporaneo rafforzamento delle altre contendenti. Ad oggi infatti squadre come Warriors, Rockets, Thunder, Lakers o Jazz sono superiori alla franchigia texana. Probabile che lotteranno per gli ultimi posti disponibili fino alla fine della regular season. La solita magia Spurs potrebbe verificarsi anche a questo giro, ma sicuramente i fattori intrinsechi non sono dalla loro parte. Un’ultima grande stagione prima del passaggio del testimone.

Manu Ginobili parla del suo ritiro: “Decisione dura e difficile da prendere”

Manu Ginobili ritorna a parlare della sua decisione di ritiro dal basket giocato. L’ex guardia degli Spurs, in una recente intervista, ha dato la sua versione dei fatti dopo la sua ultima stagione Nba.

Manu Ginobili: “A livello mentale, la scorsa stagione doveva essere l’ultima”

Manu Ginobili continua a far parlare di sè. L’ex guardia dei San Antonio Spurs, vista nel quartier generale del team texano guidato da coach Gregg Popovich negli allenamenti antecedenti agli imminenti training camp, ha voluto parlare ancora una volta del suo addio al basket giocato.

Dopo ben 23 stagioni da professionista tra Argentina, Italia e il mondo Nba; ‘Il Genio de Bahia Blanca‘ lo scorso 27 agosto ha deciso di smettere per dedicarsi completamente alla sua famiglia.

A distanza di quasi un mese dalla sua lettera aperta pubblicata tramite il quotidiano argentino ‘La Nacion‘, lo stesso Ginobili ha voluto spiegare ancora una volta le sue motivazioni del ritiro all’insider americano Chris Wright.

Ecco le parole rilasciate dall’argentino ai microfoni di ‘Espn.com‘:

È davvero difficile pensare ad una decisione del genere dopo 23 stagioni agonistiche dove hai dimostrato di essere pronto a giocare in maniera intensa a dispetto dell’età anagrafica che inesorabilmente scorre. Per parlare con voi colleghi americani, quindi, ho aspettato qualche settimana, perché la decisione si è rivelata dura e sensibilmente difficile da prendere. Ho pensato sin dall’ultimo match con i Warriors che a livello mentale, la scorsa stagione doveva essere l’ultima. Dopo quel match ho visto semplicemente che il mio corpo non ne aveva più come nelle passate stagioni e non mi sentivo pieno di passione e di grinta come mostrato in passato”.

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Manu Ginobili: “Dopo il ritiro resterò vicino al progetto Spurs”

Manu Ginobili resterà al fianco della sua squadra. Dopo aver annunciato il ritiro dal basket giocato, il ‘Genio de Bahia Blanca‘ ha deciso di restare a contatto con il roster texano.

Manu Ginobili: “Ho sentito il peso degli ultimi due infortuni subiti nella scorsa stagione”

Amato, criticato, sottovalutato, umile e vincente. Questi aggettivi sintetizzano al meglio 23 anni di pallacanestro giocata messa in mostra da Emmanuel David Ginobili. Il ‘Genio de Bahia Blanca‘, dopo aver annunciato il ritiro dal basket giocato, ha deciso di spiegare le motivazioni del suo ritiro con una lettera aperta ai fan.

Manu Ginobili, in queste ultime settimane, ha confessato di essere rimasto in silenzio, parlando soltanto con il suo padre cestistico Gregg Popovich, poco prima della sua vacanza in famiglia in Canada.

Nella giornata di ieri il fuoriclasse argentino ha deciso di rispondere ai tanti messaggi di stima e affetto ricevuti da colleghi avversari e non solo, ma anche dai tanti suoi tifosi sparsi in tutto il mondo.

Ecco un estratto della lettera aperta scritta da Ginobili e pubblicata sul massimo quotidiano argentino ‘La Nacion‘:

“Dopo che ho deciso di parlare del mio possibile ritiro con coach Popovich, ho pensato di annunciare il mio ritiro in maniera pubblica.Mi sono sentito decisamente meglio, ma il tempo aveva presentato ufficialmente il conto. Ho deciso di abbandonare il basket giocato dopo aver visto che i giovani ragazzi del roster degli Spurs ci davano dentro con gli allenamenti. Io, invece, non riuscivo a spingere come un tempo, complice anche il doppio stop fisico subito nella passata stagione. Dopo il ritiro ho deciso di restare qui a San Antonio. I miei figli cominceranno la scuola tra poco e in questa città ho costruito una connessione pazzesca. resterò a disposizione del progetto Spurs, della squadra e di tutto lo staff che per me ormai rappresentano la casa da ben 16 lunghi anni”.

 

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Ritiro Manu Ginobili: le reazioni dei colleghi e dell’intero mondo Nba

Il ritiro Manu Ginobili è stato un fulmine a ciel sereno che ha colpito appassionati, tifosi, addetti ai lavori e colleghi della Nba. Ecco le reazioni di avversari, compagni di squadra e non solo arrivate in queste ultime ore.

Ritiro Manu Ginobili: da LeBron James a Kobe Bryant ecco i messaggi più belli riservati al ‘Genio de Bahia Blanca’

25 aprile 2018. L’atmosfera all’Oracle Arena, tana dei Warriors di coach Kerr è stata elettrica per la probabile ultima partita di Manu Ginobili. L’ultimo tango del ‘Mascalzone Latino‘ da 10 punti, 7 assist, 5 rimbalzi in 25 minuti di gioco contro i Golden State Warriors, rappresentano quella sera l’ultima apparizione in 16 anni trascorsi in Nba dal fuoriclasse argentino di Bahia Blanca.

Il ritiro di Manu Ginobili, arrivato nella tarda serata di ieri dopo 23 stagioni spese tra successi in Argentina, Italia, nazionale albiceleste campione olimpica nel 2004 esattamente 14 anni fa e i San Antonio Spurs; ha lasciato sotto shock gli appassionati, tifosi ma anche colleghi della Nba.

Da Lebron James a Kobe Bryant, passando per le giovani leve Donovan Mitchell, Gordon Hayward e CJ McCollum per finire con leggende come Dirk Nowitzki e alcuni dei suoi compagni di squadra ai San Antonio Spurs hanno riservato un messaggio di stima e affetto nei confronti di Manu Ginobili.

Ecco i messaggi pubblicati dalle superstar Nba sui social network in queste ultime ore.

 

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Manu Ginobili si ritira, ringrazia per i “favolosi” 23 anni di carriera

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Manu Ginobili si ritira. Lo annuncia direttamente il campione argentino tramite il proprio profilo Twitter. Ginobili, 40 anni, appende le scarpette al chiodo dopo 23 anni di professionismo, e 16 stagioni NBA disputate con la maglia dei San Antonio Spurs.

La notizia non era del tutto inaspettata. Già la settimana scorsa, Manu aveva manifestato l’intenzione di volersi confrontare con coach Gregg Popovich prima di prendere una decisione definitiva.

Nel prendere commiato, Ginobili ringrazia famigliari, amici, compagni di squadra e fan di tutto il mondo per il supporto e l’affetto tributatigli durante i 23 anni di carriera. Un lungo viaggio che Manu definisce “favoloso” e “ben oltre i suoi sogni più grandi”.

Col ritiro di Ginobili, i San Antonio Spurs salutano l’ultimo membro del big-three formato da Manu, Tony Parker e Tim Duncan.

Il palmarés sconfinato di Manu Ginobili comprende quattro titoli NBA (2003, 2005, 2007, 2014), un oro ed un bronzo olimpico con la nazionale argentina (Atene 2004, Pechino 2008) e un’Eurolega (nel 2001 con la Virtus Bologna), sommati a svariati premi e riconoscimenti individuali, nelle competizioni europee e nella NBA.

 

Euro step: il movimento del Barba, e non solo…

lotta MVP-euro step-James Harden, specialista dell' euro step.

James Harden, la superstar degli Houston Rockets, è al momento considerato il favorito per la corsa al premio di MVP della stagione regolare: una della sue mosse più celebri sul parquet è senza dubbio lo step back ma anche l’Euro step. L’ex OKC è il perno del secondo miglior attacco NBA (dopo GS) e le sue intenzioni sono di non farsi sfuggire il riconoscimento di miglior giocatore dopo la disfatta dello scorso anno inflitta da Russel Westbrook. Il Barba sta sfornando più di 31 punti a partita; ogni match il suo sventurato difensore deve fare delle scelte ben precise su come marcarlo e che tipologia di tiri concedergli. Il fadeaway da oltre l’arco è la sua specialità: metà delle sue conclusioni sono da 3 punti. Dunque non si può permettere al numero 13 un tiro talmente comodo. Al tempo stesso, sia in situazioni di isolamento, sia giocando in pick and roll con Clint Capela, le sue penetrazioni sono difficilmente contenibili. Soprattutto per un movimento che esegue con alta frequenza: l’euro step. Di cosa si parla?

 

James Harden’s euro step

Che cosa è l’Euro Step?

L’euro step è sostanzialmente un terzo tempo eseguito in una maniera tale da eludere il difensore. Dopo aver fermato il palleggio, infatti, occorre affondare il primo piede nella direzione in cui è posizionato colui che vuole contrastare il tiro, per poi evitarlo cambiando velocemente direzione con l’altro piede, ottenendo così una conclusione in solitudine. The Beard non è il primo a sfruttare questo movimento per poter realizzare buona parte dei suoi canestri in penetrazione. Così come Harden, infatti, molteplici guardie utilizzano spesso questa move per lasciare inermi i difensori in aiuto dal lato debole.

Le radici di questo gesto atletico risalgono agli anni ’60. Elgin Baylor, Julius Erving e Archie Clarck sono i primi ad averlo eseguito in un campo da basket professionistico. Tuttavia il brevetto e così la diffusione dell’euro step hanno (il nome non mente) connotazioni europee. E’ Šarūnas Marčiulionis, guardia dei GSW ai tempi dei Run TMC, a battezzarlo nei palazzetti NBA negli anni ’90. A renderlo popolare sarà invece una guardia che lo sfrutterà nella miglior maniera possibile: con giocate di astuzia e imprevedibilità, l’euro step è una delle mosse più spettacolari ed efficaci del numero 20 dei San Antonio Spurs, Manu Ginobili.

Dapprima lo esibisce nelle arene italiane con le maglie di Viola Reggio Calabria e Virtus Bologna, poi lo sfoggia davanti al mondo intero evitando le stoppate dei più grossi centri statunitensi nelle Finals NBA, giocate con il suo team nel primo decennio degli anni 2000. Adesso nel web circolano parecchi video tutorial su come eseguire il movimento correttamente. Il più esaustivo rimane quello dell’argentino.

Video tutorial su come eseguire l’euro step.

La diffusione dell’Euro Step e l’arrivo in NBA

La diffusione di questo movimento, tanto utile quanto difficile, si è implementata nel corso degli anni. Così, parecchi coach insegnano ai loro giocatori come eseguire correttamente l’euro step, sia perché è semplice incorrere in un’infrazione di passi, sia perché permette alle point guard più soluzioni offensive da giocare nell’arco di una partita. John Calipari, coach della squadra di college di Kentucky, è uno di questi. Ne troviamo conferma in alcuni dei talenti da lui sfornati che adesso deliziano i parquet degli USA con giocate ad altissima intensità concluse con varie modificazioni dell’originario euro step.

Oltre agli ex Wildcats (John Wall, Eric Bledsoe, Tyreke Evans, Derrick Rose, Brandon Knight) troviamo altre guardie statunitensi che eseguono in ogni match, per almeno una volta, questo movimento. A chi non è capitato vedere Dwyane Wade lasciare immobile il difensore e battere ogni legge della fisica per concludere da solo con un semplice sottomano? Eh sì, è pure questione di fisica. La finta di corpo è fondamentale per riuscire ad andare a canestro incontrastato, ed è dunque l’equilibrio del giocatore che stabilisce se il movimento avrà una buona o una cattiva realizzazione.

Dato che agilità ed equilibrio sono i due focus del movimento, sono i giocatori dotati di tali caratteristiche ad utilizzarlo maggiormente, nei momenti giusti e con astuzia. Harden ne risulta essere l’esempio più lampante. Non vuol dire, però, che solo le guardie abbiano tali attributi, soprattutto nell’attuale contesto NBA, in cui ogni ruolo sta vivendo una sua evoluzione.

 

Euro step del pivot francese in contropiede.

 

Un centro in particolare, infatti, non disdegna l’utilizzo di questo gesto, sfruttandolo contro i pari ruolo dalle movenze più lente, dotati di fisici molto meno atletici del giocatore a cui si sta facendo riferimento. Non a caso anch’egli è un europeo, gioca a Utah e risponde al nome di Rudy Gobert.

 

Three Points – Celtics vs. Sixers, il futuro di scena a Londra

calendario NBA-Kyrie Irving Ben Simmons Boston Celtics

Dopo una lunga pausa dedicata alle feste e, soprattutto, alla doverosa celebrazione di Kobe Bryant, torna l’appuntamento con ‘Three Points’, la rubrica che analizza tre temi ‘caldi’ della settimana NBA appena trascorsa. In questo periodo di nostra assenza, la situazione nelle due Conference si è sempre più delineata, con il ‘giro di boa’ rappresentato dall’All Star Game ormai in linea d’avvistamento. La stagione delle feste non si è chiusa, come da proverbio, con l’Epifania, bensì con il London Game 2018, che finisce inevitabilmente per prendersi la copertina di questo primo ‘Three Points’ del 2018.

 

1 – Celtics vs. Sixers, il futuro di scena a Londra

Kyrie Irving (Celtics) contro Ben Simmons (Sixers)
Kyrie Irving (Celtics) contro Ben Simmons (Sixers)

Un giorno, forse, si guarderà alla partita di Londra fra Sixers e Celtics come al vero e proprio inizio della nuova era. Di certo non poteva esserci vetrina migliore, per la lega di Adam Silver, che uno ‘showdown’ tra due franchigie destinate (chi prima, chi poi) a prendere il controllo della Eastern Conference. L’inedito appeal dell’evento (i London Games del passato avevano visto la partecipazione di squadre non altrettanto in rampa di lancio) ha causato la sparizione pressoché istantanea dei biglietti (complici anche alcune norme sul ‘secondary ticketing’ decisamente da rivedere) e ha reso la O2 Arena, per i fan NBA, quello che fu San Francisco per gli hippy nell’estate del 1967: una meta di pellegrinaggio, un luogo in cui radunarsi e celebrare la propria passione (magari non esattamente con le stesse modalità).
Più che per gli inglesi (i quotidiani sportivi locali dedicavano alla serata piccoli trafiletti, generalmente come ‘spalla’ alle infinite discussioni sul possibile addio di Alexis Sanchez all’Arsenal), l’avveniristico impianto londinese è stato il punto di ritrovo per gli appassionati di tutta Europa, con italiani e spagnoli a farla da padroni.

Una volta scampato alla Jubilee Line (solitamente molto efficiente, ma resa infernale da un treno bloccato sui binari) e aggirata la folla oceanica stipata intorno allo store ufficiale allestito per l’occasione, mi sono ritrovato in una vera e propria arena NBA: 20.000 posti, negozi, ristoranti, staff super-efficiente e l’atmosfera dei grandi palazzetti americani, amplificata dalle pirotecniche presentazioni delle squadre (con tanto di “oooh…” generale all’annuncio dell’altezza di Joel Embiid: 7 piedi e 2! Al suo cospetto, Al Horford sembrava una guardia), dai consueti ‘teatrini’ durante i timeout e dalla cerimonia degli inni nazionali (The Star-Spangled Banner e God Save The Queen, con quest’ultimo eseguito dalla London Philarmonic Orchestra). Dopo un riscaldamento caratterizzato dagli inspiegabili giochi di prestigio di Kyrie Irving (Jaylen Brown ha provato a imitarne quasi tutti i ‘trucchetti’, con alterne fortune) e il saluto al pubblico dello stesso ‘Uncle Drew’ e di Embiid (che ha chiuso con un bel “and… trust the Process!”), è arrivato il momento della palla a due. Intorno alle stelle in campo, quelle fuori; dai calciatori (più o meno noti) al leggendario allenatore Alex Ferguson, una vita di trionfi alla guida del Manchester United, passando per gli ‘ambasciatori’ NBA presentati all’intervallo, tra cui Robert Parish, l’ ‘amico’ Rip Hamilton e Dikembe ‘Not In My House’ Mutombo, osannato dagli spettatori.
Inizio ‘freddino’, poi è arrivato il ‘J.J. Redick Show’: 13 punti nel primo quarto, a suon di triple ‘folli’, 21 nel primo tempo… e nel secondo? UNO. La folla ha cominciato ad intonare il coro “MVP! MVP!”, riservato poi esclusivamente a Irving in seguito ad una netta simulazione da parte di un Redick via via calante. Sixers oltre quota 20 punti di vantaggio, poi l’inarrestabile rimonta Celtics e la rissa sfiorata tra Marcus Morris e Ben Simmons, che ha dato il via al ‘garbage time’ finale.

Una gara combattuta solo fino a un certo momento, quindi, ma soprattutto una gara che ha fatto venire l’acquolina in bocca ai presenti (e non solo) in ottica futura. In casa Celtics, oltre al funambolico Kyrie e ai sempre affidabili Horford, Morris, Smart, Baynes e Theis, i grandi protagonisti sono stati Jaylen Brown e Jayson Tatum. Il primo, giocatore di estrema intensità e sempre pericoloso sulle linee di passaggio, ha chiuso come miglior realizzatore di squadra (21 punti), mentre l’ex-Duke (che al college era forte, ma ben lontano dalla meraviglia di oggi), ha messo in luce sprazzi di infinita classe. Il tutto, per entrambi, con una tranquillità che, a vent’anni e alla prima occasione del genere, non si dovrebbe avere.
I Sixers, ancora piuttosto immaturi, si possono consolare pensando in prospettiva, anche a breve termine. Già adesso hanno giocatori in grado di portare un contributo significativo anche senza pretese da superstar (su tutti T.J. McConnell e Robert Covington), ma a far davvero paura (a tutti gli altri) è ciò che promettono di diventare Embiid e Simmons. Il centro camerunese non ha particolarmente brillato nella sua uscita britannica; 15 punti (perlopiù frutto di avvicinamenti di prepotenza spalle a canestro) e 10 rimbalzi, con un calo nel finale che è andato di pari passo con quello della squadra, ma è ben visibile lo sconfinato talento racchiuso in un corpo così imponente. La ‘six-foot-ten point guard’ (come annunciato dallo speaker) da Melbourne ha invece rubato la scena; in controllo totale di quanto avvenuto in campo, è arrivato al ferro come e quando ha voluto, regalandoci di tanto in tanto qualche ‘fucilata’ verso i compagni liberi dall’arco. Quando (e non “se”) aggiungerà al suo repertorio anche un tiro credibile (a Londra avrà tentato massimo una conclusione fuori dal pitturato), basteranno solo tre lettere per definirlo: M-V-P.

 

2 – E’ (ancora) un paese per vecchi

Pau Gasol e Manu Ginobili, 'vecchie speranze' degli Spurs
Pau Gasol e Manu Ginobili, ‘vecchie speranze’ degli Spurs

Mentre il pianeta NBA si prepara ad inchinarsi ai futuri dominatori, questa fase della stagione è diventata il territorio di caccia di un gruppo di ‘anzianotti’ davvero duri a morire. A pochi passi dalla sospirata (non per loro, a quanto pare) pensione, la brigata dei quarantenni si sta regalando un ‘canto del cigno’ di assoluto livello.

In quel di San Antonio, in attesa di capire che squadra si presenterà ai playoff (è notizia di questi giorni il nuovo stop di Kawhi Leonard), si godono in prima fila lo show di Pau Gasol e, soprattutto, Manu Ginobili. Se il catalano (10.5 punti e 8.2 rimbalzi in 25 minuti di media) ha ancora, realisticamente, tre/quattro stagioni ad alto livello di fronte a sé, l’argentino è lo stesso giocatore che, dopo l’eliminazione in finale di Conference dello scorso maggio, veniva congedato con affetto e commozione dai propri tifosi. Invece ‘El Narrigòn’, classe 1977, è ancora sul parquet a deliziare gli appassionati. Non solo: il Ginobili versione 2017/18 sembra nettamente più in forma rispetto a quello della passata stagione. Dal 1 dicembre al 7 gennaio ha viaggiato a 11.1 punti di media in 22.1 minuti, entrambi dati enormemente superiori a quelli degli ultimi anni. Grazie ai 21 punti contro Phoenix e ai 26 di Portland, è diventato il primo quarantenne nella storia NBA a far registrare due ‘ventelli’ partendo dalla panchina, nonché il primo dai tempi di Michael Jordan (stagione 2002/03) ad andare oltre quota 15 per due gare consecutive. Per non parlare della tonante schiacciata contro Denver (su favoloso assist di Gasol)… Come cantava l’indimenticabile Dolores, “Ridiculous Thoughts”. Le sue straordinarie prestazioni hanno scatenato i fan di tutto il mondo, i quali hanno lanciato una petizione online per far partecipare Manu al suo terzo All Star Game.

Anche a Sacramento le cose hanno preso una piega inaspettata. La prima, vera stagione di rebuilding doveva servire ai Kings per mettere in mostra i loro nuovi, giovanissimi talenti (proposito che, comunque, verrà mantenuto nel prossimo futuro, quando coach Dave Joerger ridurrà il minutaggio dei veterani). Fino a questo momento, invece, a ‘tirare la carretta’ ci hanno pensato Vince Carter (41 anni il 26 gennaio) e Zach Randolph (35 anni, ma con una stazza ormai difficile da trasportare). Il fu ‘VinSanity’ si è preso le luci della ribalta nella sfida del 27 dicembre contro i Cleveland Cavaliers, sconfitti soprattutto grazie ai suoi 24 punti, con un incredibile 83% dal campo. Qualche settimana prima, la furia di ‘Z-Bo‘ si era abbattuta sui New Orleans Pelicans: 35 punti (con 5 triple!) e 13 rimbalzi. Roba da Anthony Davis

A proposito di cifre altisonanti, ecco Rajon Rondo, ben lontano dai 40 anni (ne farà 32 a febbraio), ma non proprio ‘di primo pelo’. Nella partita contro i Brooklyn Nets, l’ex playmaker dei Celtics ha rifornito i suoi compagni con 25 assist. Record di franchigia, ovviamente, ma anche primato personale. Con quella performance, Rondo è diventato il settimo membro del ‘club dei 25’, unendosi a Scott Skiles, John Stockton, Jason Kidd, Kevin Johnson, Nate McMillan e Isiah Thomas.
Classe 1986 anche per Gerald Green, ex compagno di Rondo ai Celtics. Lo schiacciatore giramondo (Russia e Cina, oltre alla D-League, tra le mille tappe della sua carriera) è stato tra i grandi protagonisti del passaggio tra il 2017 e il 2018. Preso con una sorta di ‘stage’ dagli Houston Rockets, si è guadagnato la fiducia di Mike D’Antoni, l’affetto dei tifosi e, soprattutto, un contratto garantito fino al termine della stagione grazie a una serie di nove partite (dopo un debutto incolore) chiusa a 17.3 punti di media in 28.4 minuti. Tra queste, spiccano le performance da 27 e 29 punti (con 7 e 8 triple a bersaglio) contro Orlando e Golden State.

Merita una menzione anche l’immenso Dirk Nowitzki. Gambe e fiato non saranno più quelle dei tempi migliori, ma i 12.2 punti e 5.5 rimbalzi di media in 25 minuti sono cifre di assoluto rispetto, per uno che spegnerà 40 candeline il prossimo 19 giugno. I Dallas Mavericks, in attesa dei progressi di Dennis Smith Jr., sono ancora la sua squadra. Così come la NBA, alle soglie di un’inevitabile svolta generazionale, è ancora ‘un paese per vecchi’.

 

3 – I Bulls che non ti aspetti

Grande momento per i Chicago Bulls di Kris Dunn, Lauri Markkanen e Justoin Holiday
Grande momento per i Chicago Bulls di Kris Dunn, Lauri Markkanen e Justoin Holiday

Il 6 dicembre 2017, gli Indiana Pacers infliggevano ai Chicago Bulls la loro decima sconfitta consecutiva, la ventesima su 23 incontri disputati fino a quel momento. Neanche il tempo di iniziare i classici discorsi sul ‘tanking’ e sul draft 2018, che è arrivata un’inaspettata svolta: 14 vittorie nelle successive 22 partite, con gli ‘scalpi eccellenti’ di squadre in piena corsa playoff come Boston, Milwaukee (2 volte), Philadelphia, Indiana e Detroit. Certo, il prossimo giugno – salvo cataclismi – la franchigia dell’Illinois sceglierà comunque in lotteria, ma la truppa di Fred Hoiberg ha ridato ai tifosi una botta di quell’orgoglio che sembrava ormai perduto.

Dopo lo sbandamento iniziale, l’atmosfera da ‘cantiere appena aperto’ ha finito col giovare ai molti giovani del roster. Lauri Markkanen è fin qui una delle punte di diamante della splendida classe di rookie del 2017. Capace di segnare sia nei pressi del ferro che dalla lunga distanza (di recente è diventato il più veloce di sempre a raggiungere le 100 triple segnate), il lungo finlandese viaggia a 15.4 punti e 7.6 rimbalzi di media in 30 minuti a sera. Su 42 incontri disputati è sceso solo 4 volte sotto la doppia cifra a referto, in nove occasioni ha chiuso in doppia-doppia e per due volte ha scollinato quota 30 (tra cui una prova da 33 punti e 10 rimbalzi al Madison Square Garden). Possiamo azzardare un pronostico: uno dei pilastri dei Bulls del futuro sarà il ventenne da Arizona. Un altro di questi potrebbe esser Kris Dunn, che a Chicago sembra aver trovato il contesto giusto pèr esprimersi al meglio, dopo le difficoltà patite nel Minnesota. Divenuto in breve tempo un punto fermo del quintetto di Hoiberg, l’ex ragazzo-prodigio di Providence si è regalato un career high da 32 punti (con 9 assist e 4 recuperi) nella gara disputata a Dallas il giorno dell’Epifania.

Con i vari Denzel Valentine, Paul Zipster e Jerian Grant che faticano ancora ad emergere, la vera rivelazione di questo 2017/18 è stato Justin Holiday, alla miglior stagione in carriera dopo aver cambiato cinque maglie in altrettanti anni. Il fratello maggiore di Jrue (in forza ai Pelicans), 13.7 punti di media contro i 7.1 in carriera, è stato fin qui il giocatore più utilizzato dal suo allenatore (34.2 minuti a partita). Ancora più sorprendente, per certi versi, l’esito della brutta vicenda che, in preseason, aveva coinvolto Bobby Portis e Nikola Mirotic. Il primo, che aveva colpito il secondo con un pugno, è rientrato dalla sospensione più carico che mai, garantendo un notevole apporto sia dal punto di vista statistico (12.1 punti e 6 rimbalzi di media) che, soprattutto, da quello emotivo, contribuendo a dare al gruppo la ‘scossa’ decisiva per l’inversione di marcia. Mirotic, finito in ospedale in seguito all’alterco e costretto a saltare il primo mese di regular season, sta giocando la sua miglior pallacanestro di sempre. 17.7 punti e 6.8 rimbalzi di media (11.4 e 5.4 in carriera), con una continuità di rendimento che finora era stata la sua maggiore pecca.

Salvo sorprese, però, né Portis, né Mirotic faranno parte del roster l’anno prossimo. Anzi, la loro stagione positiva non fa altro che innalzarne il valore in chiave trade. Da qui alla deadline di febbraio, ci sono tutte le probabilità di vederli al centro di qualche trattativa. Stesso discorso per Justin Holiday, recentemente messo sul mercato dalla dirigenza. Uno che invece non dovrebbe partire è Zach LaVine, rientrato dal bruttissimo infortunio al ginocchio con una serie di prestazioni incoraggianti. Non tanto per la stagione, dalla quale ci si aspettava ben poco, ma soprattutto per il prosieguo della lunga, lunghissima risalita dei Bulls.

Manu Ginobili: “Questa squadra ha bisogno del grande apporto di Kawhi Leonard”

Leonard-Cavs trade

Kawhi Leonard è ancora fermo ai box per i suoi problemi fisici accusati nel corso della recente preseason, e sono ancora incerti i tempi di rientro sul parquet dell’ala piccola della franchigia texana.

I San Antonio Spurs non stanno vivendo un inizio di stagione esaltante. Dopo l’infortunio di Tony Parker nelle ultime semifinali di Western Conference contro i Rockets, anche Kawhi Leonard non ha potuto esordire in questa nuova stagione Nba.

L’importanza di Kawhi Leonard per gli Spurs

Il numero #2 degli Spurs è ancora fermo ai box a causa di un infortunio al quadricipite, di cui sono ancora ignari i segnali di recupero.

Questo infortunio, oltre a quello subito alla caviglia contro i Golden State Warriors ha minato le certezze del roster di coach Popovich, alla ricerca di un vero leader in questo faticoso inizio di stagione. A confermare la grave crisi di gioco ci ha pensato uno dei veterani dello spogliatoio: Mr. Manu Ginobili.

La leggenda argentina secondo quanto riportato da Michael Wright, ha parlato dell’importanza di Leonard nel sistema ideato da coach Popovich per la franchigia texana.

Ecco le sue parole rilasciate a ‘Espn.com‘:

“In questo inizio di stagione stiamo faticando, ma stiamo avendo l’opportunità di dare a giocatori giovani come Forbes, Paul e Anderson di prendere decisioni importanti nel corso del match. Nonostante ciò, Leonard per noi è troppo importante. Questa squadra ha bisogno dell’apporto di Kawhi Leonard, perchè è il fulcro del nostro gioco. Con lui sono sicuro che le cose si aggiusteranno. Serve pazienza e un po’ di tempo.”