Mike Conley è pronto a lasciare i Grizzlies? “Voglio vincere, qui o altrove”

Mercato Mike Conley: Utah in pole ma si inseriscono ora i Pistons

Con la dodicesima stagione che si sta per chiudere, la point guard dei Memphis Grizzlies Mike Conley, si prepara ad un estate in cui potrebbe allontanarsi dalla città del Tennessee.

Il 31enne è sicuramente stato un caposaldo dei Grizzlies negli ultimi anni, ma ora che la franchigia sembra sia intenzionata a ricostruire, le due strade si potrebbero dividere. La scelta societaria è conseguenza dei pessimi risultati ottenuti, che li hanno portati a scambiare l’altra bandiera di Memphis, Marc Gasol, sbarcato a Toronto.

Parlando con Jonathan Abrams di Bleacher Report, Conley ha ammesso che, pur amando la città e l’organizzazione, rimane aperto alla possibilità di cambiare prospettiva, se si presentasse la possibilità.

“Sono ad un punto avanzato della mia carriera, e voglio avere una possibilità di vincere. Sono in grado di competere o almeno di averne un opportunità, qualunque e dovunque essa sia. Desidero avere quell’opportunità, ma amo Memphis e amo stare qui. Amo tutto ciò che abbiamo creato e che stiamo creando. Ma se sono disposti a scambiarmi per iniziare a ricostruire, allora sarò pronto a competere per l’anello o qualunque cosa esso sia”

Il padre e agente di Conley, Mike Conley Sr., concorda pienamente con il pensiero di suo figlio, affermando che gli obiettivi di Conley e dei Grizzlies non sembrano più essere gli stessi.

“In questo periodo nella NBA, i talenti si muovono così tanto che sembra non ci sia più attaccamento al rapporto che si ha con la città. È una parte dura che appartiene al business” Conley Sr. ha poi aggiunto “Perciò, se i Grizzlies sono in rebuild, Mike non può esserne parte. Non è giusto metterlo in quel contesto, ha dato tanto alla città e al progetto per trovarsi in quel contesto. Quindi, qualunque cosa la società deciderà di fare, spero faranno la cosa giusta per lui”

Conley è attualmente al terzo anno di un contratto quinquennale da 153 milioni di dollari. Gli sono dovuti altri 67 milioni di dollari nei prossimi due anni, quindi trovare una società intenzionata a farsi carico di un contratto così pesante non sarà così facile.

Mike Conley miglior marcatore della storia dei Grizzlies, superato Gasol

Conley su Trade Gasol

Nonostante la sconfitta indolore della scorsa notte contro i Golden State Warriors, i Memphis Grizzlies hanno un buon motivo per festeggiare: Mike Conley ha superato Marc Gasol ed è diventato il miglior marcatore della storia della franchigia del Tennessee.

Con poco meno di 3 minuti rimanenti sul cronometro del secondo quarto, una tripla dall’angolo ha permesso al prodotto di Ohio State di entrare nella storia dei Grizzlies. Il match, conclusosi 118-103 a favore dei campioni in carica, ha visto Conley protagonista di 22 punti e 8 assist, in linea con le sue medie stagionali da 20.9 punti e 6.4 assist in 69 partite fin qui disputate.

Attualmente la quarta scelta assoluta al draft 2007 guida la particolare classifica citata in precedenza con un esiguo margine di 16 punti rispetto a Gasol (11700 contro 11684), con la possibilità però di estendere la propria leadership almeno in questo finale di regular season. Decisamente più distaccato nella graduatoria Zach Randolph con 9261 punti.

Mike Conley nella storia dei Grizzlies e della NBA

Il primo posto rende la point-guard di Memphis anche uno dei soli sei giocatori in attività capaci di poter godere di un tale privilegio. Gli altri a far parte della prestigiosa lista sono Dirk Nowitzki, Dwyane Wade, Russell Westbrook, Kemba Walker ed Anthony Davis.

Non finisce tuttavia qui, in quanto il trentunenne è diventato in seguito alla prestazione contro gli Warriors anche uno dei soli tre cestisti di sempre a guidare una franchigia per match disputati, punti, assist, palle rubate e canestri da tre punti. Insieme a lui due leggende come LeBron James e Reggie Miller, rispettivamente con le maglie di Cleveland e Indiana.

Mike Conley su Marc Gasol, “È un onore superarlo”

Nel corso della serata immancabili le dichiarazioni postpartita di Mike Conley, che ha voluto rendere omaggio all’ex compagno di squadra Marc Gasol, definendo come un onore l’aver scavalcato il centro attualmente in forza ai Toronto Raptors.

Poco prima della trade deadline di febbraio anche Conley, così come l’amico Gasol, è stato al centro di vari rumors di mercato. La permanenza nella contea di Shelby lo ha privato della possibilità di prendere parte ai playoff, ma quantomeno gli ha permesso di entrare negli annali della lega di basket statunitense.

Raptors, circolazione di palla e difesa, Celtics abbattuti, Siakam: “Quando difendiamo così, non ce n’e”

Leonard e Green-Kawhi Leonard

Vittoria netta dei Toronto Raptors sui Boston Celtics, cui basta un secondo quarto da 36-13 per sprofondare a-22 senza più possibilità di rimonta.

 

118-95 il risultato finale. I padroni di casa, impegnati in una corsa a due per il vertice delle Eastern Conference con gli inarrestabili Milwaukee Bucks, tornano alla vittoria dopo il tonfo contro gli orlando Magic, e lasciano dei delusi e bizzosi Boston Celtics al palo.

 

 

Kawhi Leonard torna in campo e segna 21 punti in appena 26 minuti di gioco. Pascal Siakam è ormai opzione offensiva affidabile, come dimostra la sua gara da 25 punti e 4 su 5 da dietro l’arco in 30 minuti. Dalla panchina, Marc Gasol fatica trovare tiri e canestri ma contribuisce con ben 8 assist (e zero palle perse), giocando da playmaker aggiunto in uscita dalla panchina.

 

Assist che fioccano in casa Raptors (ben 33 a fine partita, 11 per Kyle Lowry). Toronto costringe Boston ad un misero 38.4% al tiro (6 su 30 al tiro da tre punti), 14 le palle perse di squadra dei bianco-verdi, 29 a 9 Raptors il computo dei punti realizzati in contropiede.

 

Raptors-Celtics, Kawhi Leonard: “Esecuzione la chiave”

 

Ball sharing e difesa la chiavi della partita per i Toronto Raptors, come spiegato da kawhi Leonard a fine gara:

 

E’ sempre una buona cosa reagire così ad una sconfitta. Per noi la differenza è l’esecuzione e l’attenzione che ci mettiamo, in attacco ed in difesa, giocare assieme e sacrificarsi per il compagno. Abbiamo tanti buoni giocatori in questa squadra, dobbiamo essere sempre in grado di far girare il pallone

 

– Kawhi Leonard dopo Raptors-Celtics –

 

Partita fisica ed attenta difensivamente” Così coach Nick Nurse nel post gara. Pascal Siakam: “Quando siamo in grado di difendere come oggi, siamo davvero pericolosi, in attacco possiamo giocare più leggeri e liberi, fare il passaggio in più che ci porta a trovare sempre l’uomo libero

 

La sconfitta della Scotiabank Arena è la terza consecutiva per i Boston Celtics (37-24), e la quinta nelle ultime sette.

 

Garbage Time, l’altra NBA – Episodio #1

In questo preciso istante siete testimoni della storia, quella con la “s” minuscola. Ciò che avete davanti agli occhi è la prima edizione della rubrica meno necessaria di tutti i tempi: Garbage Time! Tra queste righe si tratteranno argomenti che nessun altro spazio web italiano a tema NBA tratterà mai (con validissimi motivi per non farlo). Con cadenza non settimanale, non mensile, non olimpica, ma rigorosamente ferrettiana, racconteremo l’altra NBA, quella che verrà presto (e fortunatamente) dimenticata. Nella nostra top ten troverete cadute di stile (o cadute e basta, ma forse questo è uno spoiler…), figure barbine, polemiche sterili e idiozie di vario genere, sempre con la bandiera del cazzeggio a sventolare fiera sul pennone. Qualora il vostro disagio esistenziale fosse talmente elevato dal farvi apprezzare questa rubrica, scrivete il vostro IBAN nei commenti. O magari aprite un gustoso dibattito su quale sia la GOAT tra le rubriche NBA, se questa, quella di Jordan, quella di LeBron o quella di Doncic. Qualora doveste invece considerarla un insulto all’umana decenza, non esitate a esternarlo, dando sfogo alle vostre volgarità più fantasiose. Ma soprattutto, qualora aveste delle segnalazioni per i prossimi episodi, trovate il modo di recapitarcele, magari scrivendole nei commenti. Adesso però basta con i preamboli, che si è fatta una certa… Partiamo subito!

P.S. Per comprendere a fondo l’altissimo significato degli snodi narrativi di questa rubrica è INDISPENSABILE cliccare su tutti i link che compariranno (sono quelli scritti in blu, per i neofiti dell’Internet), inclusi quelli che vi proporranno di aumentare le dimensioni di organi vari.

Disclaimer: parte dei demeriti per questa robaccia va attribuita a quelli della Kliq, che oggi saranno come minimo padri, se non addirittura madri di famiglia, per cui staranno tentando invano di insabbiare il loro passato inglorioso.

 

Posizione numero 10: L’app per allacciarsi le scarpe

Jayson Tatum con le scarpe che si allacciano da sole
Jayson Tatum con le scarpe che si allacciano da sole

Avete presente quando i vostri nonni, per sottolineare l’inettitudine delle nuove generazioni, le apostrofavano dicendo (nel dialetto che più vi è vicino): “Quelli lì non sono neanche buoni ad allacciarsi le scarpe”? Bene, oggi tale abilità non è più indispensabile. Certo, una volta ce la potevamo cavare con gli strappi ma, superati gli otto anni, le Bull Boys cominciavano a star strette. Nel 2019, però, anche gli adulti possono tirare un sospiro di sollievo: sono arrivate le Nike Adapt, ovvero le scarpe da basket che si allacciano con un’app! Perché perdere preziosi secondi di riscaldamento per stringere dei lacci (rischiando poi che il J.R. Smith di turno ti giochi un brutto scherzetto), quando bastano 750 trascurabili euro e uno smartphone (ATTENZIONE: smartphone non incluso nella confezione)?
Inutile specificare che l’idea è stata accolta con grande entusiasmo negli ambienti NBA. I Dallas Mavericks hanno già ordinato uno stock di Nike Adapt per Dirk Nowitzki: qualsiasi cosa, per evitare infortuni che ne comprometterebbero gli ultimi mesi di carriera. I Los Angeles Lakers, che arrivano sempre prima degli altri, avevano commissionato all’azienda di Portland un’app simile, in grado di far indossare a Michael Beasley i pantaloncini giusti al momento giusto. Dato che la messa a punto ha richiesto più tempo del previsto, Beasley è stato ceduto ai Clippers. La Nike ha saputo rifarsi con gli interessi, proponendo l’applicazione che cambia in un secondo il nome sulle maglie. Pare che, alla notizia, LeBron James abbia urlato, in lacrime: “New Orleans, this is for you!”.

#noncisonopiùigiovanidiunavolta #nonchosbatti #glischerzettidijr #scarpedimerdadadonnachecostanomilionialluomo

 

Posizione numero 9: L’infortunio di John Wall

John Wall e Andrew Bynum, diversi ma uniti dalla scarsa attenzione domestica
John Wall e Andrew Bynum, diversi ma uniti dalla scarsa attenzione domestica

Davvero una situazione complicata per gli Washington Wizards: anni persi ad aspettare che la squadra diventi una contender, ed ecco che il tuo uomo-franchigia, per due stagioni consecutive, viene fermato da un infortunio. Se nel 2017/18 John Wall se l’era cavata con due mesi di stop, stavolta il quadro è ben peggiore: se ne riparlerà nel 2020. Una notizia terribile per qualsiasi appassionato NBA, che non può che augurare al ragazzo una pronta guarigione, e ancor più drammatica per gli Wizards che, da qui al 2023, dovranno bonificare al giocatore la bellezza di 170 milioni di dollari. Ciò che è passato un po’ sottotraccia, però, sono le modalità con cui Wall ha aggravato le sue condizioni cliniche. Fermo dal 29 dicembre per un’operazione al tallone sinistro, un malaugurato giorno di fine gennaio è scivolato in casa, franando proprio su quel tallone.

Una carriera messa a forte rischio da un incidente domestico non è purtroppo una novità, nella storia NBA. Il precedente più illustre riguarda Larry Bird, che un’estate si rovinò letteralmente la schiena mentre lavorava nei campi della sua amata French Lick, nell’Indiana. Ma il caso più eclatante è senza dubbio quello con protagonista Andrew Bynum, che merita un piccolo approfondimento. Nell’estate del 2012, Bynum è coinvolto nella trade che porta Dwight Howard ai Los Angeles Lakers, Andre Iguodala ai Denver Nuggets e lo stesso Bynum ai Philadelphia 76ers. All’epoca ha appena disputato il suo primo (e ultimo) All-Star Game, e i Sixers lo accolgono come la stella che li farà uscire dalla mediocrità. Peccato per le giunture fragili, che destano non poche preoccupazioni alla dirigenza. Per prepararsi al meglio alla nuova stagione, il nostro decide di distruggersi definitivamente il ginocchio sinistro… giocando a bowling!
Una volta smesso di ridere, i medici si rendono conto che la situazione è più grave del previsto. Bynum passa i mesi successivi a farsi crescere i capelli in modo imbarazzante e a rilasciare dichiarazioni del tipo: “Tranquilli, che settimana prossima rientro!”, oppure: “Voi iniziate a giocare, che quando torno io gli facciamo il mazzo!”. Col passare dei mesi, il messaggio cambia: “Rientrerò quando sarò al 100%”, “Rientrerò quando riuscirò a schiacciare saltando da metà campo”, per finire con: “Mi sa che quest’anno non rientro proprio… A regà, è andata così… Divertitevi!”. Al termine della stagione, il suo contratto da oltre 16 milioni di dollari scade, e il re dei birilli non esita a trovarsi una nuova squadra (la sciagurata Cleveland di quegli anni). Facile immaginare che quella da bowling non sia stata l’unica palla a girare vorticosamente, a Philadelphia…

#mettilidapartechenonsisamai #sistameglioquandosilavora #questononèilvietnamèilbowling #staiperentrareinunavalledilacrime

 

Posizione numero 8: L’inserimento di Marc Gasol

Marc Gasol mentre riflette sugli errori commessi in gioventù
Marc Gasol mentre riflette sugli errori commessi in gioventù

I Toronto Raptors hanno fatto all-in. La partenza verso ovest di LeBron James era un’occasione troppo ghiotta per non tentare subito l’approdo alle NBA Finals, così Masai Ujiri (che ritroveremo tra poco) e soci hanno puntato tutto su due giocatori in particolare: Kawhi Leonard e Marc Gasol. Il primo è arrivato la scorsa estate, mentre il centro catalano è stato uno dei grandi colpi della recente trade deadline. Un grande innesto per coach Nick Nurse, sia in termini di talento, che di leadership. Peccato che, come si suol dire, non esistano piani perfetti. La dirigenza e lo staff tecnico hanno curato ogni minimo dettaglio per facilitare l’inserimento di Gasol nella nuova realtà, ma si sono dimenticati di un particolare fondamentale: istruirlo sul rituale prepartita.
Alla prima gara casalinga, la presentazione dei beniamini canadesi fila via liscia, finché lo speaker non annuncia l’ingresso di Kyle Lowry. Mentre il resto della squadra si esibisce in un’elaborata coreografia, consumando in trenta secondi le stesse energie che spenderà nell’intero primo quarto, il buon Marc rimane piantato come un frassino, nell’imbarazzo generale. Al termine dell’incontro, Gasol chiede lumi a Leonard, il quale rompe un silenzio che perdurava dal primo gennaio (quando aveva risposto “grazie” a una poesia di buon anno dedicatagli da Pascal Siakam) per lanciarsi in un lungo sfogo: “Io di queste pagliacciate non ne voglio sapere”, “Mi presentano per ultimo mica per niente”, “L’ultimo che l’ha proposto a Popovich è finito in un pilone della A3”, “Io pensavo che Toronto fosse in Puglia”. Ormai in preda allo sconforto, Marc decide di rivolgersi a Sergio Scariolo, già suo allenatore nella nazionale spagnola e ora assistente di Nurse in Canada. Dopo averlo invitato nella sua stanza, il sempre affidabile coach non esita a spiegargli per filo e per segno la misteriosa procedura.

#paesechevaiusanzechetrovi #vieniaballareincanada #torontella #dancingwiththeallstars #unapplausoalucatommassini #aiwendesendyraiselloww

 

Posizione numero 7: Il contrattone di Brunone

Bruno Caboclo, l'uomo a cui Kevin Durant ha copiato le mosse. O forse no...
Bruno Caboclo, l’uomo a cui Kevin Durant ha copiato le mosse. O forse no…

Si sa, il draft non è una scienza esatta. Può capitare che Anthony Bennett venga selezionato per primo, salvo poi trovarsi senza fissa dimora (cestisticamente parlando) nel giro di un paio di stagioni, oppure che Ben Wallace venga scartato da tutti i general manager e persino dai dirigenti della Viola Reggio Calabria, per poi decidere una finale NBA e vedere la sua maglia appesa al soffitto di un’arena. Valutare i margini di crescita di un giocatore è difficile, soprattutto quando si tratta di ragazzini acerbi e provenienti da realtà lontanissime da quelle dei college americani.
Nel 2013, l’anno di Bennett, i Milwaukee Bucks selezionano con la quindicesima chiamata un certo Giannis Antetokounmpo, ex-venditore ambulante di origine nigeriana proveniente dal Filathlitikos, squadra di seconda divisione greca. La sua stagione da rookie non è trascendentale (6.8 punti e 4.4 rimbalzi in 24.6 minuti di media), ma fa comunque intravedere che il ragazzo ha del potenziale. Incoraggiati dall’esito dell’esperimento, i Toronto Raptors decidono di percorrere la stessa strada. Arrivati alla ventesima scelta del draft 2014, il debuttante commissioner Adam Silver chiama tale Bruno Caboclo, diciannovenne brasiliano reduce da una stagione con l’Esporte Clube Pinheiros.
La perplessità è visibile sul volto dei dirigenti canadesi, ma il general manager, Masai Ujiri, si sta già sfregando le mani: “Ma che ne sanno ‘sti zozzoni… Questo è il Kevin Durant brasiliano!”. Per la cronaca, nel 2014 il Kevin Durant americano è l’MVP della lega, ma è facile immaginarlo terrorizzato a morte all’idea che il nuovo fenomeno paulista possa insidiarne la supremazia.

Mentre Ujiri si ostina a predicare pazienza (“Tranquilli, questo qui nel giro di due anni è All-NBA”) il tempo scorre, e i progressi di Caboclo continuano a rimanere nascosti a noi ignoranti. Il commentatore Fran Fraschilla conia per lui una definizione impeccabile: “è a due anni di distanza dall’essere a due anni di distanza”. A distanza di due anni da quel draft, Brunone ha passato gran parte del tempo in G-League. Altri due anni, e Toronto decide di tirare lo sciacq…ehm, di gettare la spugna. Lo spedisce ai Sacramento Kings con una trade che sembra destinata a spostare gli equilibri della lega: al suo posto arriva Malachi Richardson. 10 partite e 10 minuti di media in California, quindi altra G-League, poi un tentativo al training camp di Houston, ma niente, il sogno sembra sfumato per sempre.
Quando il suo futuro sembra inevitabilmente il baretto, ecco arrivare la grande occasione; i Memphis Grizzlies, nel disperato tentativo di imporsi come peggiore squadra della lega, offrono al brasileiro un contratto di dieci giorni, a cui ne segue un altro. Brunone strabilia il pubblico con prestazioni da MVP: 6.1 punti e 3.2 rimbalzi in dieci partite. Memphis non riesce a trattenersi, e lo premia con un contrattone: 2.4 milioni di dollari fino a giugno 2020! A casa Caboclo è subito festa, mentre Chris Wallace, GM dei Grizzlies, se la ghigna soddisfatto: “Vediamo chi riderà, adesso!”.

#braziliankd #brunantula #potenzialefenomeno #mostunderratedever #blockbustertrade #meglioungianninodomaniounbrunonedopodomani

 

Posizione numero 6: Nik Stauskas, Wade Baldwin & Danuel House

Dopo l'ennesimo trasferimento, Nik Stauskas ha optato per un part-time da McDonald's
Dopo l’ennesimo trasferimento, Nik Stauskas ha optato per un part-time da McDonald’s

Quando non sei una star di prima grandezza, e nemmeno un inamovibile elemento da quintetto, la vita da giocatore NBA può essere particolarmente avventurosa. Per conferma, chiedere alla coppia formata da Nik Stauskas e Wade Baldwin IV. Il 3 febbraio 2019 i due si trovano a Portland, Oregon, in quanto membri del roster dei Trail Blazers. Quello stesso giorno, uno scambio con i Cavaliers li porta a Cleveland, a quasi quattromila chilometri di distanza. Una trade come le altre, che non fa certo notizia in NBA. Tre giorni più tardi, però, eccoli di nuovo con la valigia in mano, stavolta in direzione Houston, duemila chilometri a sudovest. Nemmeno il tempo di sognare gli assist di Chris Paul e James Harden che, qualche ora dopo, squilla di nuovo il telefono: “tutti a Indianapolis, i Rockets vi hanno ceduto ai Pacers!”. Stavolta il tragitto è breve, ‘solo’ milleseicento chilometri. Peccato che, mentre la strana coppia sta ancora recuperando i cappotti pesanti dall’armadio, arriva la notizia che Indiana li ha appena tagliati entrambi. A questo punto, purtroppo, le strade dei due si separano. Wade torna mestamente a casa, aspettando la prossima occasione, mentre Nik… Viene richiamato dai Cavs! Un vero peccato, perché nei quasi ottomila chilometri percorsi on the road in appena quattro giorni, tra i due si era creata una profonda amicizia.

Bizzarra anche la vicenda che ha coinvolto Danuel House. In questo caso, il giocatore non si è mai mosso dal suo amato Texas (del resto, con quel cognome… Ok, scusate), ma ad aggravare la situazione c’è indubbiamente il suo nome di battesimo (perché Daniel e Manuel erano troppo mainstream, effettivamente), che gli avrà creato non pochi grattacapi in gioventù. Nato a Houston, cresciuto a Houston, studente-giocatore a Houston, House corona il sogno dei suoi parenti trovando lavoro…a Houston, dopo un biennio non indimenticabile passato tra Washington e Phoenix. I Rockets lo chiamano in prima squadra dopo che una tragica serie di infortuni aveva indotto Mike D’Antoni a prendere in seria considerazione un rientro in campo, con tanto di incarico a Dan Peterson come head coach. Danuel si fa trovare pronto, ritagliandosi un ruolo importante nelle rotazioni. Dopo appena cinque partite, però, la doccia fredda: i Rockets lo hanno tagliato! La delusione del povero (soprattutto per il nome) Danuel dura solo quarantotto ore, fin quando il general manager Daryl Morey lo ricontatta: “Ciao Manuel, hai presente la storia del taglio? Dai, era uno scherzo! Me l’ha suggerito P.J. Tucker, lo sai che si diverte con poco… Ti facciamo un two-way-contract, ok?”. House non batte ciglio e torna in campo a darci dentro come un matto. Dopo una serie di tre incontri, tra l’11 e il 14 gennaio, chiusi a oltre 14 punti di media, è lui a chiamare Morey: “We, Derrick! Hai presente la storia del two-way-contract? Beh, è scaduto! Adesso voglio il grano vero, altrimenti non mi alzo nemmeno dal letto”. Morey però non si scompone: “Dai, Daniel, facciamo un triennale al minimo salariale e siamo a posto così”. “Va bè, gioia, ho capito, tenetevi pure il tedesco, come si chiama… Frankenstein. Io torno a casa. Te salùdi!”. Testa alta e sguardo fiero, Danuel torna in G-League, dove ora gioca per i Rio Grande Valley Vipers. In Texas, ovviamente.

#icampionigiranosempreincoppia #dueanniluigiraperilmondo #questagiunglamistressa #danielomanueleratroppomainstream #lohoustoneseimbruttito #hartensteinjunior

 

Posizione numero 5: I nuovi italiani

LeBron James tradisce le sue indubbie origini italiane stringendo il trofeo più ambìto
LeBron James tradisce le sue indubbie origini italiane stringendo il trofeo più ambìto

A inizio stagione si è discusso della possibilità di concedere il passaporto italiano ad alcuni giocatori NBA, in particolare a Donte DiVincenzoRyan Arcidiacono e Raul Neto. Se per il rookie dei Milwaukee Bucks c’è ancora qualche speranza, per il suo ex compagno a Villanova e per il brasiliano degli Utah Jazz sembra non ci sia nulla di fattibile. La FIP, però, non si è persa d’animo e ha sguinzagliato un pool di investigatori per rintracciare altri possibili legami tra il Bel Paese e le star d’oltreoceano, in modo da poter finalmente rilanciare il nostro basket. Perché sprecare tempo ed energie per investire sullo sviluppo dei giovani, quando potresti far indossare la maglia azzurra a una stella NBA con un semplice giro di documenti?
I risultati di questa certosina ‘caccia al naturalizzabile’ sono racchiusi in un documento talmente scottante che la Federbasket ha deciso di secretarlo, affidandolo a tale Rich Paul, da sempre sinonimo di discrezione. E’ per questo che oggi siamo in grado di pubblicarlo senza remore. Dall’elaborato rapporto stilato dagli Sherlock Holmes tricolori emerge il potenziale nuovo quintetto della Nazionale italiana.

PG – Giannis Antetokounmpo. Il suo passato da venditore ambulante fa assolutamente al caso nostro. Basterà dichiarare che, durante il tragitto verso la Grecia, la sua famiglia ha lavorato un’estate sulla spiaggia di Porto Cesareo. Potrebbe sembrare cinico, ma se si vuole rilanciare il movimento non esistono scrupoli morali. E poi, vedendo giocare Antetokounmpo al posto di Brian Sacchetti, nessuno avrebbe più da obiettare sullo ius soli.

SG – Kyrie Irving. La scorsa estate è stato reso noto che la madre aveva origini Sioux, ma qualcuno ha indagato sul ramo paterno della famiglia? Con il giusto incentivo, si potrebbe convincere Irving a travestirsi da Uncle Drew e riprenderlo mentre valuta le operazioni in un cantiere di Fiuggi. D’altronde, gli americani hanno sempre uno zio di Frosinone. Kyrie avrebbe anche un futuro assicurato fuori dal parquet: le dichiarazioni sul terrapiattismo fanno di lui il perfetto leader di qualche movimento complottista, stile No Vax.

SF – Carmelo Anthony. Con un nome del genere, non può ingannare nessuno. Se aggiungiamo che ha fatto il college a Syracuse, affibbiargli un’imprecisata discendenza sicula sarà piuttosto semplice. Inoltre, le sue recenti esperienze a Oklahoma City e Houston lo rendono un perfetto capro espiatorio. E in Italia c’è sempre bisogno di un capro espiatorio.

PF – LeBron James. Il fatto che abbia sempre dichiarato di non sapere chi sia suo padre gioca indiscutibilmente a nostro favore. Chi potrà mai obiettare, quando la paternità sarà rivendicata da… Gianni Petrucci? Per l’Italbasket, questo ed altro… Oltretutto, LeBron giocherebbe a Est; dopo Pavlovic, Dellavedova e Mozgov, portare in finale Filloy e Biligha sarebbe una passeggiata di salute.

C – DeMarcus Cousins. Modificare i documenti trasformandolo in Marco Cusin sarebbe un gioco da ragazzi; siamo pur sempre il Paese che ha inventato i dischi orari rotanti, dannazione! Se qualcuno dovesse asserire che Marco Cusin non ha mai fatto triple-doppie da 55 punti, 20 rimbalzi e 15 assist, potremmo tranquillamente rispondere che lo spirito patriottico migliora sempre le prestazioni dei singoli in Nazionale. O forse no, bisogna studiarne un’altra…

PRINCIPALI RISERVE – Rudy Gay e Kevin Love. Risalire a fantomatiche parentele sarebbe leggermente più complicato (anche se magari lo zio di Love, Mike, fondatore dei Beach Boys, ha avuto qualche relazione con groupie nostrane), ma schierarli contemporaneamente nella second unit rappresenterebbe senz’altro un forte messaggio a sostegno dei diritti civili. L’importante sarebbe non scadere nella volgarità, come già successo in altri Paesi.

#italianisipuòdiventare #italiaagliamericanibraviagiocareabasket #ciaosettoregiovanileciao #ntuculualsettoregiovanile #myunclenatoinfrocinone #theitalianfreak #lebronraymonepetrucci

 

Posizione numero 4: Dell Demps e il caso Davis – Lakers

Dell Demps mentre escogita la prossima burla ai danni di Magic Johnson
Dell Demps mentre escogita la prossima burla ai danni di Magic Johnson

La vicenda Anthony Davis – Los Angeles Lakers, principale oggetto di dibattito nelle scorse settimane, ha più volte oltrepassato i confini del grottesco. Tutto era cominciato con l’invito a cena di LeBron James a Davis, al termine della sfida tra Lakers e Pelicans del 22 dicembre scorso, che aveva fatto seguito alle sviolinate del numero 23 gialloviola su quanto sarebbe bello giocare insieme al numero 23 blu-bianco-rosso-viola-giallo-verde (ma quali sono i colori sociali dei Pelicans??). Interrogato a riguardo, Davis aveva risposto alquanto stizzito: “Ma cosa vi salta in mente? Io a New Orleans sto benissimo! Il carnevale è una figata, si mangia da Dio, sono comodo coi mezzi, ho gli alligatori in piscina che aspettano un cucciolo… Da qui non mi muovo! Anzi, ci chiudo la carriera, in Louisiana!”.
Un mese dopo, però, la farsa viene smascherata. Il Monociglio si confida con il suo agente, Rich Paul, citando una nota band della scena underground di Chicago“Sai, Rich, la Louisiana è bella e tutto quanto, ma alla lunga rompe i coglioni. E poi i Pelicans fanno proprio cagare… Come facciamo a levarci dalle palle al più presto?”. Commosso dalla dialettica del suo assistito, Paul decide di affidarne le ‘segrete’ volontà ad Adrian Wojnarowski, giornalista e ‘re del mercato’ made in USA. Dopo qualche ora, la notizia diventa di dominio pubblico. E’ qui che entra in gioco Dell Demps, general manager dei Pelicans. Ed è qui che la vicenda raggiunge il suo apice di teatralità.

La seconda parte di questo inedito spettacolo ruota attorno a un dettaglio tutto sommato rilevante: Paul non è solo l’agente di Davis, ma anche quello di LeBron James. I soliti malpensanti, tra cui Demps, traggono subito conclusioni affrettate: “Ma non è che forse quei tre si sono messi d’accordo?”. Solo infamanti supposizioni, ovviamente. Il fatto che le due squadre siano in un momento imbarazzante, che i due vadano a cena insieme, che abbiano lo stesso agente e che manchi una settimana alla trade deadline vi sembrano indizi sufficienti? Allora vi meritate le toghe rosse e i complotti delle sinistre!
I giorni che precedono la deadline sono intrisi di pura follia. La dirigenza dei Lakers, capitanata dal presidente Magic Johson e dal general manager Rob Pelinka, arriva ad offrire a New Orleans tutti i giovani, tre veterani, quattro prime scelte future, Luke Walton, Bill Walton e gli occhiali da sole di Jack Nicholson, ma Demps resiste stoicamente. Dopo un po’ inizia persino ad evitare le chiamate di Magic, o a liquidarlo con banali scuse quando la leggenda gialloviola si presenta direttamente al suo cospetto. Il picco dello humour si raggiunge prima con i tifosi degli Indiana Pacers che cantano a Brandon Ingram “LeBron will trade you!”, poi con l’account Twitter dei Pelicans che, il giorno della deadline, posta la foto di una clessidra. Quando il termine ultimo scade, l’affare sfuma ufficialmente.
Questa spassosa commedia degli equivoci meritava un finale degno, e infatti… I Lakers riescono a centrare comunque un gran colpo di mercato, acquistando… Mike Muscala, ma la situazione interna è alquanto tesa; lo stesso Magic è costretto a incontrare uno per uno tutti quei giocatori che aveva messo esplicitamente sul mercato, abbracciandoli forte e promettendo di credere in loro, ma solo fino a giugno. Anthony Davis resta a godersi le paludi della Louisiana e il calore del pubblico, che lo tempesta di fischi e insulti non appena lo incontra per strada. Gioca pochissimo, eppure riesce a infortunarsi a una spalla (strano, di solito è l’integrità fisica fatta giocatore NBA…), trovando così una scusa buona per sparire dalla circolazione per qualche settimana. E Demps? Licenziato, ovviamente!

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Posizione numero 3: Il tampering

Magic Johnson mentre tampera
Magic Johnson mentre tampera

Da un po’ di tempo a questa parte (o meglio: da quando Magic Johnson fa parte della dirigenza dei Lakers) c’è un nuovo tormentone che furoreggia tra le alte sfere NBA: il tampering. No, non si tratta di una rischiosa pratica sessuale, bensì di un comportamento traducibile con “reclutamento illecito di giocatori da parte di tesserati di altre fran…” va bè, dai, tampering suona meglio. Una norma piuttosto controversa ed estremamente severa, che ha fatto piovere fior di sanzioni soprattutto a livello collegiale. Spesso basta un passaggio in auto, un mazzo di fiori regalato alla nonna, addirittura che un assistente partecipi a una partitella al playground con un prospetto (tutti casi realmente accaduti, a parte forse quello della nonna), per far scattare una squalifica. Tra i professionisti, la situazione è ulteriormente sfuggita di mano, generando una vera e propria tamperingfobia. Il caso più recente ha coinvolto uno dei proprietari dei Milwaukee Bucks, multato per aver pronunciato la seguente frase: “Speriamo che atleti come Anthony Davis e altri vogliano venire a giocare per noi.”. Il leggendario motore dello Showtime, però, si è rivelato un innovatore anche in questo campo, elevando il tampering a una vera e propria arte. Nell’estate del 2017, pochi mesi dopo essere entrato in società, Magic era ospite al popolare show di Jimmy Kimmel. Quando il conduttore gli aveva chiesto di Paul George, allora in scadenza con i Thunder, il vecchio buontempone aveva dichiarato di fargli l’occhiolino ogni volta che lo incontra. E subito… Multa!
Non pago, il nostro si era ripetuto il febbraio successivo: Giannis Antetokounmpo diventerà un MVP, porterà i Bucks al titolo”… Multa! Nuovo anno, nuova prodezza, anche se stavolta nessun verbale. Pochi giorni fa, la sagomaccia se ne esce con un curioso aneddoto: Ben Simmons mi ha chiamato, vuole che io lo alleni l’estate prossima”. Ovviamente altro putiferio, con Adam Silver pronto a strapparsi i capelli, salvo poi desistere arrendendosi alla triste realtà.
Ora, la regola andrebbe sicuramente rivista, ma è stupendo immaginare Rob Pelinka e il resto dello staff dei Lakers trattenere il fiato ad ogni conferenza stampa di Magic: “Oddio, adesso spara la cazzata…”. In ogni caso, per evitare di prosciugare le casse del club, la proprietaria Jeanie Buss ha obbligato il mitico numero 32 a seguire un intensivo corso anti-tampering, in cui imparerà come reagire alle domande più provocatorie dei media. Pare che i primi test, affrontati in coppia con coach Walton, abbiano dato risultati brillanti.

#glidiaunabellamultina #iopensocheanthonydavissiaungiocatoreehmungiocatoreebasta #lenormesonotantemilionidimilioni #magiclatrottola #tivedreibeneailakers #bensimmonschechiamagente

 

Posizione numero 2: La campagna abbonamenti dei Knicks

Mitchell Robinson e Kevin Durant nella campagna abbonamenti dei Knicks. Per Michael Jordan e Wilt Chamberlain non c'era abbastanza spazio
Mitchell Robinson e Kevin Durant nella campagna abbonamenti dei Knicks. Per Michael Jordan e Wilt Chamberlain non c’era abbastanza spazio

Non dev’essere facile tifare i New York Knicks. Gli unici due titoli NBA sono arrivati nel 1970 e 1973, e da allora (eccezion fatta per le due curiose finali disputate negli Anni ’90, quando Patrick Ewing spadroneggiava sotto i tabelloni) la franchigia ha collezionato un fallimento dopo l’altro; stelle strapagate e trasformate in monnezza appena giunte a Manhattan, allenatori sbagliati, dirigenti incompetenti, fischi ai giovani scelti al draft, sparizioni immotivate (Derrick Rose), ex-giocatori arrestati sugli spalti del Madison Square Garden (Charles Oakley). Mica male, eh? Il tutto con l’aggravante di un’esposizione mediatica con pochi eguali, vista la piazza.
Con tali premesse, convincere i poveri supporters blu-arancio, anche quelli più fedeli, a rinnovare il loro abbonamento stagionale non è un’operazione semplicissima (anche perchè un season ticket al Garden non si trova in regalo con La Repubblica del venerdì). Ma è proprio nelle difficoltà che viene fuori il genio.

A poche settimane dal termine ultimo entro cui presentare le richieste di rinnovo, sul sito della franchigia compare una bella foto promozionale, raffigurante il rookie Mitchell Robinson e la superstar Kevin Durant. Niente di malizioso, se non fosse per due piccoli particolari: 1) tra i due, solo Robinson gioca nei Knicks e 2) Kevin Durant sarà quasi certamente free-agent l’estate prossima, con i newyorchesi in prima fila nel corteggiamento. I nostri amici malpensanti, ai quali la vicinanza con lo scalo milanese rende piuttosto agevoli gli spostamenti aerei, azzardano subito che dietro ci possa essere un ‘velatissimo’ messaggio subliminale“Abbonatevi, che l’anno prossimo arriva Durant!”. La risposta del club non tarda ad arrivare: “Davvero c’era la foto di Durant? Ma guarda te le sorprese che ci riserva la vita! No ma tranquilli, nessun messaggio subliminale! E’ stato un caso, era una foto tra le tante… Poteva capitare anche quella di Frank Ntilikina e Spike Lee, o quella di Charles Oakley in manette; va abbastanza a culo, diciamo”. Nel frattempo, la foto è stata prontamente rimossa.

Venuto a conoscenza dell’accaduto, Magic Johnson va su tutte le furie“Ma come, adesso arrivano quelli di New York a insegnare a noi come tamperare?! Qualcuno verrà licenziato per questo!”. Dopodiché prende il suo motoscafo e, accompagnato da un assistente, va a far visita ai responsabili della comunicazione dei Lakers, per manifestare il suo disappunto e studiare insieme a loro un modo per uscire dall’impaccio. Inizialmente la collaborazione sembra infruttuosa, ma in qualche modo il pool di grandi menti ne viene fuori. Come spesso accade, la soluzione migliore è anche quella più semplice. “Capo, qual è stato il grande colpo del nostro mercato?” chiede uno dei responsabili. “Ma chi, quer pippone de Muscala?” risponde inviperito Johnson. “No, dottore… l’altro”“Guarda, nun me parlà de Reggie Bullock, che me sale er nazismo!” sbotta Magic, tradendo le sue origini laziali. “Presidente, che numero di maglia ha preso Reggie Bullock?”“Il 35, perchè?”. “Maestro, ha presente Photoshop, quel programma che usiamo per mandare a LeBron le immagini dei vari All-Star in maglia Lakers?”. Dopo qualche secondo di collettiva riflessione, la soddisfazione è palpabile.

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Posizione numero 1: Gli haters dei punteggi

James Harden e Kevin Durant mentre rovinano la NBA
James Harden e Kevin Durant mentre rovinano la NBA

Come la luna dei Pink Floyd, anche l’esplosione dei social network ha il suo lato oscuro. Rimanendo ancorati al tema NBA, ciò è rappresentato dalla proliferazione degli haters. Difficile spiegare la natura di questa particolare specie; in poche parole, è qualcuno con tanto tempo a disposizione e perennemente insoddisfatto di ciò che lo circonda. Approfittando inopinatamente dello schermo e della tastiera a sua disposizione, ma soprattutto della consapevolezza di non poter incontrare mai di persona il personaggio pubblico di turno, l’hater scatena la sua frustrazione contro il proprio bersaglio. Un po’come succedeva nelle scuole di una volta, quando il maestro lasciava carta bianca agli alunni. Solitamente, individuare chi sarà il prossimo a finire nel mirino degli haters è piuttosto facile: si tratta di qualcuno (nel nostro caso, di un giocatore) che è riuscito a emergere, tanto da iniziare a far parlare di sé. Esauriti gli elogi, si passerà quasi automaticamente ai primi insulti e alle prime critiche.

Di norma, gli ‘odiati’ hanno grande talento, ma anche qualche peculiarità controversa che alimenterà per anni i loro detrattori. Pensiamo a LeBron James, per andare finalmente sul concreto. Agli albori dei social network, il Re veniva accusato da molti ‘leoni da tastiera’ di essere “un perdente”. Poco importava che stesse già mostrando sprazzi di onnipotenza cestistica o che avesse trascinato i Cleveland Cavaliers di Zydrunas Ilgauskas, Larry Hughes e Daniel Gibson alla finale NBA più squilibrata della storia; finché non vinci un titolo, non sei nessuno. Quando poi James ha vinto e rivinto, il rancore di questi individui si è spostato progressivamente sui vari Stephen Curry, Kevin Durant, Russell Westbrook e James Harden. Il principale capo d’accusa mosso nei loro confronti? “Stanno rovinando la NBA”. Interessanti anche le ‘argomentazioni’ a riguardo: uno “rovina la NBA” perché può segnare da dieci metri mentre balla la Macarena, l’altro perché domina due finali consecutive ma è antipatico, un altro ancora perché fa sempre tripla-doppia, l’ultimo perché segna troppi punti, invece di lasciare spazio a fenomenali compagni come Gary Clark e Vince Edwards.
Di recente, però, la fantasia degli haters ha raggiunto picchi inesplorati. A finire sulla gogna non è stato un giocatore, e nemmeno una squadra, bensì…i punteggi. In particolare, ha suscitato un’ondata di sdegno la vittoria dei Golden State Warriors sul campo dei Denver Nuggets, nell’incontro del 15 gennaio scorso. I campioni in carica si sono imposti per 142 a 111, segnando 51 punti nel solo primo quarto. “NBA ridicola!”, “Basta con questa pagliacciata!”, “Questo non è basket!”. Come in passato, anche oggi all’hater non è necessario approfondire il perché accadano certe cose. Sarebbe uno shock scoprire che le nuove regole sul cronometro di tiro hanno aumentato il numero di possessi o, peggio ancora, che gli Warriors hanno dominato giocando una pallacanestro strabiliante, muovendo la palla come nei sogni più spinti di Gregg Popovich e, più in generale, costruendo con meticolosa cura una corazzata inaffondabile. L’importante è gridare allo scandalo, approfittandone per sottolineare quanto fosse meglio ai tempi di Larry Bird (quando – e se anche solo i loro genitori fossero nati avrebbero potuto testimoniarlo – i punteggi erano gli stessi) o quanto oggi sia più divertente assistere a un 40-36 del campionato UISP lombardo, piuttosto che al solito teatrino americano. Questa favola non ha assolutamente una morale, ma ci lascia un interrogativo importante: cosa odieranno adesso?

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Pau Gasol augura il meglio al fratello Marc: “Grizzlies corretti con lui, grande chance a Toronto”

Pau Gasol vuole solo il meglio per il suo fratellino Marc, fresco rinforzo dei Toronto Raptors che si apprestano ad ingaggiare battaglia per la vetta della Eastern Conference in questi ultimi due mesi di regular season.

Da nemmeno una settimana, e dopo ben 18 stagioni, nessun componente della famiglia Gasol indossa più una maglia dei Memphis Grizzlies. Risale al febbraio 2008 il passaggio di consegne tra Pau e Marc, i cui diritti vennero scambiati dai detentori Los Angeles Lakers in cambio dei servigi del fratello maggiore.

A Los Angeles, Pau Gasol avrebbe poi raggiunto per 3 volte la Finale NBA (due i titoli vinti). Ed è proprio Pau ad augurare a Marc la medesima fortuna, in quel di Toronto, Ontario:

“(La trade) dice tutto dei Memphis Grizzlies. Anni fa mi permisero di trasferirmi in una squadra vincente, ed ora hanno permesso a Marc di fare lo stesso. Credo sia un segno di grande rispetto ed apprezzamento per un giocatore. Chiaramente (i Grizzlies, ndr) hanno dovuto attendere il momento giusto, ottenere la giusta contropartita, giocatori , scelte… credo che Marc abbia ora una grande opportunità a Toronto, spero possa avere successo. Mi dispiace che l’era Gasol sia terminata a Memphis, ma sono contento per Marc

– Pau Gasol sul fratello Marc –

Trade Deadline piccante, ma per i veri botti aspettare la prossima estate

Los Angeles Lakers playoffs

Il grande botto di febbraio alla fine non è scoppiato: Anthony Davis è rimasto a New Orleans, con buona pace dei Los Angeles Lakers che tenteranno una nuova sortita ad inizio luglio. Il duo Pelinka-Johnson ha messo sul piatto tutto il giovane core della squadra più i contratti di Rondo e Stephenson, ma la dirigenza dei Pelicans, nonostante l’esplicita richiesta di essere ceduto, non ha voluto sentir ragioni. Non si sono mossi nemmeno Mike Conley, a lungo conteso dagli Utah Jazz, e Nikola Vucevic, al centro di discussioni a poche ore dalla trade deadline. Questa breve sessione di mercato ha comunque offerto una serie di scambi intriganti, alcuni volti ad avere un impatto immediato nella corsa ai playoff, altri in ottica lungimirante. Ecco qui un riassunto dei principali affari conclusi questa settimana.

Alla conquista del Canada

Si parte dal Colpo per antonomasia di questa trade deadline. Marc Gasol ai Toronto Raptors, Jonas Valanciunas, Delon Wright, C.J. Miles e una seconda scelta 2024 ai Memphis Grizzlies. Il catalano non ha bisogno di presentazioni: centro versatile, abile nel tiro da fuori, elegante nel gioco in post e dotato di una visione di gioco pari a quella di Jokic. I lunghi di scuola europea hanno sempre detto la loro in NBA e il fratello di Pau non fa eccezione. I Raptors puntano al bottino grosso e considerati i contratti in scadenza di Leonard, Green e Siakam, questa potrebbe essere la loro unica occasione. Memphis invece dà inizio a un rebuilding troppo a lungo rimandato, l’era Grizz & Grind è ufficialmente giunta al termine e la cessione di Conley è stata solo posticipata a luglio. Il presente e soprattutto il futuro dei Grizzlies risponde al nome di Jaren Jackson Jr.

Marc Gasol non dovrebbe cambiare casacca prima della trade deadline.
Trade deadline: Gasol ai Raptors

New York si gioca tutto in estate, Dallas sempre più europea

Un infortunio al ginocchio ha impedito a Kristaps Porzingis di essere protagonista sul parquet ma non nelle vicende extra-cestistiche : la settimana scorsa ha chiesto la cessione e qualche ora dopo è stato ceduto ai Dallas Mavericks in cambio di Dennis Smith Jr, DeAndre Jordan e Wesley Matthews (immediatamente rilasciato). Alla corte di Carlisle sono arrivati insieme al lettone Courtney Lee, Trey Burke e Tim Hardaway Jr. New York punta tutto sulla free agency 2019, con il rischio di rimanere a bocca asciutta ma anche con la possibilità di pescare due All-Star del calibro di Durant e Irving. Molto dipenderà da quanti zeri sottoscriveranno nel contratto e dal rookie che approderà nella Grande Mela (Zion?). Il gioco vale la candela. La franchigia di Cuban, reduce dall’esperienza Nowitzki, affida le chiavi della squadra nelle mani di due giovani europei destinati alla grandezza. Qualora Porzingis tornasse l’anno prossimo al 100% in coppia con Doncic potrebbe seriamente rendere Dallas una mina vagante della Western Conference. Se poi dovessero sbarcare in estate dei talentuosi role-players, si potrebbero nutrire ben altre ambizioni.

Trade deadline: Porzingis ai Mavericks

L’era dei big-four

Quando si fa riferimento ai giocatori più sottovalutati della NBA, impossibile non citare Tobias Harris. Le stats annuali recitano 20.9 punti, 7.9 rimbalzi e 2.7 assist tirando con il 49% dal campo e con il 43% da tre. Avesse giocato subito ad Est sarebbe stato chiamato all’All-Star Game. E invece il trasferimento si è consumato qualche settimana dopo le nomination: I Philadelphia 76ers hanno scambiato Wilson Chandler,  Landry Shamet, Mike Muscala (subito girato ai Lakers) e un pacchetto di prime scelte in cambio di Tobias Harris e Boban Marjanovic. I Clippers si rifanno il look in vista dei playoff, perdendo il loro top scorer ma allungando le rotazioni, Philadelphia invece rinnova le sue ambizioni da titolo: solo il quintetto base (Simmons-Redick-Butler-Harris-Embiid) è in grado di garantire una produttività offensiva da almeno 90 punti a partita. Basterà per vincere la conference? Forse. Nel frattempo le altre contender dell’Est si sono rinforzate.

Trade deadline: Harris ai 76ers

Mirotic-Bucks: l’ennesimo tiratore alla corte di Budenholzer

Che i Bucks siano la rivelazione di questa stagione non fa più notizia. Antetokounmpo sta giocando da MVP, Bledsoe ha messo la testa a posto e Middleton sta proseguendo una impetuosa crescita che lo ha portato al primo All-Star Game in carriera. Il vero segreto dell’attuale capolista però siede in panchina: Mike Budenholzer ha tirato fuori il massimo dai suoi giocatori e orchestrato un sistema di gioco affine con il roster a disposizione. Antetokoumpo è libero di gestire i possessi, penetrare ogni qualvolta ce ne fosse l’occasione per poi concludere in lay-up o scaricare per uno degli altri 4 tiratori presenti sul parquet (i due lunghi, Lopez e Ilyasova stanno tirando con il 40% da oltre l’arco). Milwaukee ha il secondo miglior attacco ed è la franchigia che ha realizzato più triple in stagione. Ecco perciò spiegata la trade per Nikola Mirotic scambiato con Stanley Johnson, Thon Maker, Jason Smith e tre seconde scelte. Lo spagnolo allunga le rotazioni e garantisce ulteriore pericolosità da oltre l’arco (17 punti di media con il 37% da tre). Una potenza di fuoco che rende questi  Bucks i principali Anti-Warriors.

Trade deadline: Mirotic ai Bucks

Step-by-step Kings

A proposito di rivelazioni, nemmeno il tifoso più ottimista avrebbe mai pensato di trovare i Sacramento Kings in zona playoff a questo punto della stagione. Eppure Fox e compagni, giocando un corale basket champagne, si sono presi lo scalpo delle squadre più accreditate e occupano il nono posto della Western Conference. Il passo successivo è stato inserire in questo solido meccanismo un giocatore quale Harrison Barnes, campione NBA con i Warriors, difensore roccioso e tiratore impeccabile. Tralasciando le modalità con cui è stato comunicato, l’acquisto di Barnes rappresenta un colpo interessante in ottica lungimirante. Prossimo passo, raggiungere quella postseason che manca da ormai 13 anni. La strada è ancora lunga e in salita, ma questi giovani Kings hanno ampi margini di miglioramento e, passo dopo passo, ritorneranno in vetta alla classifica.

Trade deadline: Barnes ai Kings

Provaci ancora Fultz

Tra Philly e Markelle Fultz non è mai scoccata la scintilla. Selezionato con la first pick al draft 2017, negli ultimi due anni ha passato più tempo in infermeria che sul campo a causa di un problema alla spalla che continua a tormentarlo ancora oggi. 33 partite giocate, 7.7 punti, 3.4 rimbalzi e 3.4 assist in media con il solo merito di essere diventato il più giovane di sempre ad aver realizzato una tripla doppia in regular season. Ancora più impetuose le percentuali al tiro: 41.9% dal campo, 26.7% da tre e 53.4% ai liberi. Il rischio di essere ricordato come il peggior bust della NBA è alto, i 76ers lo hanno aspettato e coccolato ma alla fine hanno perso la pazienza. Nel ultimo giorno della trade deadline è stato spedito agli Orlando Magic per Jonathon Simmons, una prima e una seconda scelta al prossimo draft. Orlando mette le basi per un rebuilding prossimo ed inevitabile, la scelta di Fultz potrebbe essere stata un azzardo ma, se dovesse tornare lo splendido diamante ammirato a Washington State, allora il presidente Weltman si troverebbe fra le mani una sicura All-Star in futuro.

Trade deadline: Fultz ai Magic

Dalle stelle alle stalle

Non ce ne voglia Mike Muscala, ma i tifosi Lakers si aspettavano ben altro alla fine della trade deadline. Anthony Davis, malgrado le estenuanti trattative di Magic, è rimasto a New Orleans ed i Lakers hanno perciò virato sull’ex power forward dei 76ers, spedendo all’altro lato della città Micheal Beasley e Ivan Zubac. La caccia alle All-Star riprenderà in estate, per il momento coach Walton potrà comunque disporre di un giocatore versatile, capace di garantire pericolosità nel pitturato e oltre l’arco. Negli ultimi anni molti semplici role-player hanno superato i loro limiti stando al fianco di LeBron James. Che Muscala possa ripercorrere le loro orme? I “delusi” tifosi purple-gold se lo augurano.

Mike Muscala
Trade deadline: Muscala ai Lakers

Sacramento Kings e Detroit Pistons interessati a Marc Gasol?

Marc Gasol and JaVale McGee, Los Angeles Lakers vs Memphis Grizzlies at FedExForum

I Memphis Grizzlies hanno messo sul mercato le loro stelle Mike Conley e Marc Gasol. Tra i due giocatori in uscita, quello che attualmente sta destando maggior interesse è proprio il centro catalano. I Sacramento Kings e i Detroit Pistons tra le franchigie interessate a Marc Gasol, sebbene ancora non siano arrivate offerte ufficiali.

A frenare gli entusiami dei potenziali interessati sarebbero le richieste dei Memphis Grizzlies.

la squadra allenata da coach J.B. Bickerstaff spera di poter includere nelle prossime trattative l’ala Chandler Parsons. L’ex giocatore degli Houston Rockets è titolare di un pesantissimo contratto quadriennale di 94,4 milioni di dollari che scadrà tra due anni. Parsons ha disputato solo 73 partite in due stagioni a causa di una lunga serie di infortuni.

Kings e Pistons interessati a Marc Gasol

 

Analizzando le situazioni di Sacramento e Detroit, i Sacramento Kings sembrano essere in vantaggio.

I Kings hanno uno dei payroll più bassi della NBA, visti i tanti rookie contract presenti, e sarebbero alla ricerca di un lungo. Coach Dave Joerger dispone di un reparto lunghi ampio, ma privo dell’esperienza e della classe dello spagnolo Gasol.

Willie Cauley-Stein è attualmente il titolare. Il prodotto di Kentucky è alla sua terza stagione NBA ed ha dimostrato miglioramenti in questa stagione. Il primo cambio di Cauley-Stein è la seconda scelta del draft 2018 Marvin Bagley III.

Bagley è uno dei giocatore sui quali i Kings punteranno per ricostruire la squadra ed è quello che più beneficerebbe dall’arrivo di Marc Gasol. A chiudere il reparto lunghi in casa Sacramento Kings Kosta Koufus e Skal Labissiere, al momento fuori dalle rotazioni. Cauley-Stein, Koufos e l’ex Kentucky Labissiere potrebbero essere inseriti in una eventuale trade per il lungo dei Memphis Grizzlies.

Per quanto riguarda i Detroit Pistons, Gasol sarebbe una pesante aggiunta per la corsa ai playoff, sebbene uno scambio appaia decisamente difficile. Con due giocatori del calibro di Blake Griffin e Andre Drummond, Gasol sarebbe costretto ad uscire dalla panchina, ma difficilmente il fratello minore di Pau accetterebbe un ruolo da riserva.

Per una quadra NBA, muovere giocatori con contratti pesanti come Marc Gasol e Mike Conley a stagione in corso non è mai facile. Per lo spagnolo sembra però essere seriamente arrivato il momento dell’addio.

Marc Gasol e Mike Conley, quattro squadre per quattro (possibili) trade

Trade Marc Gasol-Grizzlies-Raptors-marc-gasol-conley

Marc Gasol e Mike Conley, a chi conviene? Quattro idee per quattro squadre, quattro team con ambizioni diverse e tutti potenziali acquirenti del duo di star dei Memphis Grizzlies.

La ricostruzione in casa Grizzlies è ufficialmente avviata. Marc Gasol (che potrà diventare free agent a fine stagione) e Mike Conley potrebbero partire già a febbraio in caso di offerta adeguata, e come insegnatoci tanti anni fa dalla famosa trade Rasheed Wallace – Detroit Pistons, la trade giusta al momento giusto potrebbe fare da subito della squadra “giusta” una contender con tutte le carte in regola.

Marc Gasol e Mike Conley: Milwaukee Bucks con Gasol per il titolo

 

Rinunciando ad una parte sostanziosa dell’attuale second unit a disposizione di coach Mike Budenholzer, i Milwaukee Bucks di Giannis Antetokounmpo potrebbero giocare la “carta Rasheed” e piombare sul lungo catalano dei Grizzlies.

Brook Lopez è stato sinora perfetto nel ruolo di “valvola di sfogo” per le penetrazioni di Antetokounmpo. Il lungo ex Brooklyn Nets viaggia in stagione con il 38.3% al tiro da tre punti, su una mole impressionante di tentativi a partita (6.6). Il contratto relativamente ecomomico (3.3 milioni per una stagione) e l’eta di Lopez non sono certo ciò che una squadra come Memphis cercherebbe in cambio di Marc Gasol.

Sacrificando i veterani Ersan Ilyasova e Tony Snell, ed aggiungendo al pacchetto i giovani ed interessanti D.J. Wilson e Sterling Brown (e presumibilmente una scelta futura al primo giro), i Milwaukee Bucks potrebbero arrivare a Gasol, e disporre così di un’alternativa a Lopez, aggiungendo playmaking, difesa accorta ed ulteriore pericolosità dall’arco (35.4% in stagione per Marc Gasol, dato analogo a quello di Ilyasova e leggermente più basso di quello di Brown, ma su una mole maggiore di tentativi). Una carta di valore per puntare già da quest’anno al bersaglio grosso, la Finale NBA.

D.J. Wilson e Sterling Brown, entrambi 23enni, hanno mostrato segnali di crescita incoraggianti in questa stagione. Il prodotto di Michigan Wilson ha sfruttato lo spazio concessogli da coach Budenholzer in uscita dalla panchina, rispondendo con medie da 5.9 punti e 4.6 rimbalzi a gara, con un ottimo 45.4% da dietro l’arco ed una discreta capacità di intimidazione a centro area (1,2 stoppate a gara per 36 minuti).

I nodi da risolvere? Ersan Ilyasova è titolare di un contratto lungo e oneroso (triennale da 21 milioni di dollari siglato nell’estate 2018), che lo renderebbe un “candidato ideale” per una veloce risoluzione contrattuale da parte dei Memphis Grizzlies. I Milwaukee Bucks non disporranno delle prime scelte al draft 2019 e 2021, e la prima scelta sacrificabile per Marc Gasol non sarebbe disponibile per i Grizzlies prima del 2023.

 

Marc Gasol e Mike Conley: Charlotte Hornets con Gasol per i playoffs

Sin da inizio stagione, la parola d’ordine per Kemba Walker e compagni è sempre stata una sola: playoffs. Post-season che a Charlotte manca dal 2016.

Kemba Walker compirà 29 anni il prossimo 8 maggio, e diventerà free agent in estate. La situazione salariale degli Hornets è bloccata dai contratti, lunghi ed onerosi, di Nicolas Batum, Bismack Biyombo e Cody Zeller, giocatori con poco appeal sul mercato.

Il secondo miglior giocatore della squadra è probabilmente l’ex OKC Thunder Jeremy Lamb. L’esplosione del secondo anno per Malik Monk da Kentucky tarda ad arrivare, e forse mai arriverà nonostante il potenziale e la giovanissima età (20 anni). Per gli Charlotte Hornets, arrivare a Marc Gasol significherebbe accrescere le possibilità di una buona posizione di ingresso ai playoffs. Per farlo, il neo-GM Mitch Kupchak dovrebbe rinunciare ad uno (forse ad entrambi) dei due migliori prospetti di cui la squadra dispone: Monk e Miles Bridges da Michigan State, selezionato con la chiamata numero 12 al draft NBA 2018.

La coppia Monk-Bridges potrebbe convincere i Grizzlies ad accogliere il pesante contratto di Bismack Biyombo (ancora 2 anni e 34 milioni di dollari) o Cody Zeller (3 anni e circa 33 miioni di dollari). L’aggiunta di Frank Kaminsky (interessante ma mai sbocciato, e free agent in estate), potrebbe sbloccare la situazione.

Il solo Marc Gasol rappresenterebbe per Charlotte un enorme progresso rispetto all’attuale front-line a disposizione di coach James Borrego. A fine stagione, il 35enne Gasol potrebbe decidere di sfruttare la sua player option sull’ultimo anno di contratto, rimanendo una stagione di più in North Carolina, o decidere di diventare free agent. Per gli Hornets, in ogni caso la prospettiva più simile ad una “win-win situation” oggi possibile.

 

Marc Gasol e Mike Conley: Detroit Pistons con Conley per Blake Griffin

Le squadre NBA si costruiscono in due modi: scegliendo bene al draft ed indovinando il (o i) free agent giusto quando l’occasione si presenta. I Detroit Pistons non hanno fatto nessuna delle due cose.

Gli ultimi draft hanno portato nella Motown giocatori come Stanley Johnson (2015), grande prospetto da Arizona appena tre anni fa ed ora separato in casa, in attesa di accasarsi altrove in estate. il tiratore mancino Luke Kennard da Duke (2017), pescato alla numero 12, si è sinora dimostrato tiratore di stirpe anche a livello NBA, ma poco altro (1.3 assist e 0.9 palle perse a partita in stagione), mentre il pariruolo scelto con la chiamata successiva dagli Utah Jazz… si, lo sappiamo.

La free agency? Un solo nome: Reggie Jackson da Colorado, via Oklahoma City Thunder. Dopo quattro scalpitanti stagioni alle spalle di Russell Westbrook nel midwest, la grande occasione di un quinquennale da 80 milioni di dollari con i Detroit Pistons, decisi a fare di “RJ” il braccio armato del giovane Andre Drummond.

Quasi 5 anni e tanti infortuni dopo, Reggie Jackson rappresenta per i Pistons la più classica delle scelte sbagliate. Poco playmaking (4.2 assist in stagione, a fronte di 1.8 palle perse), poco tiro da fuori per rappresentare una minaccia in posizione di shooting guard di fianco all’affidabile veterano Ish Smith. La trade che nel febbraio scorso portò Blake Griffin a Detroit fu più che giustificabile. Aggiungere un All-Star affermato ed ancora giovane (29 anni) per “mettere una pezza” e sperare almeno nei playoffs.

I primi sei mesi in maglia Pistons dell’ex LA Clippers non sono bastati. I Detroit Pistons 2018\19 (21-27) sono tenuti in zona playoffs solo dalla debolezza delle avversarie. Ciò che resta dei migliori anni di carriera di Blake Griifin (per il quale i Pistons hanno “ingoiato” un contratto enorme, aggravata da una “trade kicker” del 15%) sta andando sprecato, l’highlight più bello in stagione di Reggie Jackson rimarrà probabilmente il surreale “video-bombing” con cui l’ex point-guard dei Thunder interrompe la tirata di Griffin su maturità e serietà di squadra, a fine partita.

Mike Conley è il giocatore più antitetico a Jackson che si possa immaginare. Difesa, tiro, esperienza, conoscenza oxfordiana del pick and roll farebbero di Conley il giocatore perfetto per Blake Griffin, abituato ai lob di Chris Paul (non a caso, in assenza Ish Smith, coach Dwane Casey ha affidato per lunghi tratti le chiavi della squadra al vecchio Jose Calderon).

L’arrivo di Mike Conley significherebbe l’automatica partenza di Reggie Jackson. I Pistons potrebbero offire.. di tutto a Memphis, per averlo. Detroit dispone della totalità delle proprie future prime scelte. Luke Kennard può e deve crescere, Lanston Galloway è giocatore d’esperienza ed affidabile, nonostante i limiti. Il contratto di Reggie Jackson è pesante (ancora 2 anni e 25 milioni di dollari) ma – una volta perso Conley – i Grizzlies avranno bisogno di una point-guard di livello (no, Shelvin Mack e Jevon Carter non sono la risposta).

 

Marc Gasol e Mike Conley: Orlando Magic con Conley per trattenere Vucevic

 

Chi è il giocatore franchigia degli Orlando Magic? Mo Bamba? Troppo giovane. Evan Fournier? Buono, ma non buonissimo. Aaron Gordon? Si, ma no. Nikola Vucevic? Si, ma sarà free agent tra pochi mesi.

Vucevic, 28 anni e protagonista di una stagione da All-Star Game, rappresenta ciò che di più vicino esista ad un giocatore franchigia per gli Orlando Magic dai tempi di Dwight Howard. Perdere il montenegrino a luglio significherebbe per Orlando reimbarcarsi in una estenuante ricostruzione fondata sul giovane ed atipico duo Jonathan Isaac-Mo Bamba. Evan Fournier ha 27 anni, un contratto blindato sino al 2021 (player option) ed è già probabilmente all’apice della sua carriera.

Aaron Gordon rimane un costoso mistero. Punti di media giù, assist su (3.4 contro i 2.3 dello scorso anno), tiri liberi tentati a partita: 3.2 (meglio di lui J.J. Redick, Jeremy Lin, Bojan Bogdanovic e DeMarre Carroll). I Magic punteranno ancora su di lui e sul suo contratto (primo anno di un quadriennale “a scendere” da 85 milioni di dollari), nonostante tutto.

La point-guard titolare degli Orlando Magic è oggi l’usato sicuro D.J. Augustin. Elfrid Payton è stato archiviato mesi fa, Jerian Grant è sparito presto dalle carte nautiche di coach Steve Clifford, che nelle ultime uscite gli ha preferito il rookie undrafted da Kentucky Isaiah Briscoe.

Se i Magic vogliono trattenere Vucevic (che a 28 anni è stanco di perdere), dovranno dimostrarlo. Sfruttare gli ultimi due\tre anni di carriera ad alto livello di Mike Conley, e scommettere sulla sua capacità di migliorare i compagni (Aaron Gordon su tutti) potrebbe valere la pena di sacrificare uno tra Bamba e Isaac.

Evan Fournier sarebbe il predestinato a partire assieme ad uno dei due giovani talenti, Jonathon Simmons o D.J. Augustin chiuderebbero il pacchetto da girare a Memphis. Inserire Gordon al posto di Fournier sarebbe probabilmente chiedere troppo, da parte dei Grizzlies.

Grizzlies in dismissione, si valutano proposte per Marc Gasol e Mike Conley. Il nodo Chandler Parsons

Kyla Kuzma, Mike Conley and Marc Gasol. Los Angeles Lakers vs Memphis Grizzlies at FedExForum

Aria di dismissione in casa Memphis Grizzlies. Come riportato da Adrian Wojnarowski di ESPN, i Grizzlies potrebbero prendere in “seria considerazione” l’ipotesi di cedere le due star della squadra Marc Gasol e Mike Conley.

Nelle prossime settimane, il front office della franchigia del Tennessee ascolterà eventuali offerte per i due giocatori. L’obiettivo dei Grizzlies (19-28) sarà quello di ottenere in cambio della coppia Gasol-Conley scelte future, giocatori giovani e contratti in scadenza.

La crisi tecnica, di risultati e di nervi in cui la squadra allenata da coach J.B. Bickerstaff pare irreversibilmente caduta dopo una prima parte di stagione positiva (un disastroso record di 3-17 seguito alla vittoria di Portland del 13 dicembre scorso, striscia aperta di 6 sconfitte consecutive) avrebbe convinto dirigenza e proprietà ad accelerare il processo di ricostruzione della squadra attorno al promettente rookie Jaren Jackson Jr.

Nei giorni scorsi, il proprietario della squadra Robert Pera ha incontrato la sua coppia di star, sebbene fonti citate da ESPN rivelano come nessuno dei due giocatori abbia ufficialmente chiesto di lasciare Memphis in tale occasione.

Memphis Grizzlies, Gasol-Conley, il nodo Parsons…

 

I Grizzlies cercheranno da qui al prossimo 7 febbraio di ottenere il massimo da un’eventuale trade. Il General Manager Chris Wallace è inoltre da settimane al lavoro per trovare acquirenti per l’ala Chandler Parsons, reduce da sole 73 partite giocate in più di due anni in Tennessee e titolare di un quadriennale da 96 milioni di dollari complessivi, firmato nel 2016.

Parsons, dichiarato a fine dicembre idoneo a scendere in campo, è attualmente in rotta con la dirigenza, e di comune accordo con la squadra ha fatto recentemente ritorno a Los Angeles per proseguire la preparazione, in attesa di sviluppi. In caso di mancata trade, le parti potrebbero accordarsi per una risoluzione contrattuale.

Mike Conley, 31 anni, è al secondo anno di un contratto quinquennale da 153 milioni di dollari complessivi (early termination option sull’ultimo anno). Marc Gasol è invece attualmente al quarto anno di un’estensione contrattuale da 5 anni e cira 110 milioni di dollari. L’ultimo anno di contratto prevede una player option, che se esercitata farà di Gasol un unrestricted free agent a partire dal prossimo 1 luglio.

…Ed i Boston Celtics

 

La scelta sulla cessione immediata del duo Gasol-Conley sarà legata anche alla questione draft.

I Boston Celtics detengono i diritti su una prima scelta dei Grizzlies per i prossimi 3 anni (2019-2021), risultato della trade che coinvolse nel 2015 l’ala Jeff Green. L’opzione sulla prima scelta 2019 sarà protetta sino all’ottava chamata (ovvero, la scelta rimarrà a Memphis in caso questa risultasse tra le prime otto di lotteria). La scelta 2020 sarà invece protetta sino alla sesta chiamata, mentre la scelta 2021 sarà priva di restrinzioni.

I Grizzlies hanno finora resistito a qualsiasi tentazione di ricostruzione totale con l’intenzione di “sbarazzarsi” dei Celtics, cercando di girare al GM dei bianco-verdi Danny Ainge la scelta meno pregiata possibile (quella del 2019, che passerebbe di mano dalla nona chiamata in su), in modo da tornare padroni del proprio destino.

La profonda crisi della squadra potrebbe però aver indotto il front office dei Grizzlies a scegliere “l’uovo oggi”, come diremmo in Italia, cedendo subito la coppia di star Gasol-Conley e puntando alla scelta più alta possibile già in questa stagione (le attuali proiezioni sull’ordine di scelta al prossimo draft NBA pronosticano i Grizzlies tra la sesta e la nona chiamata), ed inevitabilmente nella prossima.

Tale scenario lascerebbe i Memphis Grizzlies privi della loro prima scelta nel 2021, sebbene per quell’epoca un’eventuale trade Gasol-Conley potrebbe aver lasciato in dote in Tennesse risorse ed asset con cui “consolarsi”.

Le sorprese NBA: Memphis Grizzlies e Milwaukee Bucks

sorprese NBA-Antetokounmpo-Risultati NBA gara 6

Sorprese NBA fino ad ora? Due squadre in particolare secondo noi si stanno mettendo in luce. I rankings stilati dagli esperti durante la preseason non prevedevano l’exploit di due squadre attualmente ai vertici delle rispettive Conference. Memphis Grizzlies e Milwaukee Bucks sono fino a questo momento le sorprese della stagione NBA. Oggi analizzeremo più attentamente come le due franchigie abbiano raggiunto gli ottimi risultati di inizio stagione.I Grizzlies sono addirittura in testa alla Western Conference, con il record di 12-5; i Bucks sono invece secondi dietro ai Toronto Raptors, a 2 vittorie di distanza, con il record di 13-4.

Sorprese NBA: Memphis Grizzlies, 12-7

Tra le corazzate e i team emergenti della Western Conference, i Grizzlies avrebbero dovuto trovare poche soddisfazioni e si sarebbero dovuti limitare a una stagione di transizione. Lo scorso anno infatti la squadra ottenne il pessimo record di 22-60, piazzandosi al penultimo posto. La sfortuna perseguitò i Grizzlies, che videro i loro migliori giocatori, Conley e Gasol, fermati dagli infortuni. Abbandonate precocemente le speranze di post-season, la dirigenza decise di puntare a una scelta alta al Draft 2018. Nemmeno la lottery fu favorevole, facendo scivolare la scelta di Memphis, che deteneva il secondo peggior record, dalla seconda alla quarta. A posteriori, Memphis può dirsi lieta di aver pescato un talento come Jaren Jackson Jr. Il rookie continua infatti a stupire per la costanza di rendimento sia giocando da ala grande che da centro. Deve ancora migliorare dal punto di vista offensivo, mentre difensivamente è già un fattore, come confermano le statistiche (0.3 Off/Win shares, 0.9 Def/Win shares).

 

In questa azione Jackson cancella il tentativo di Marvin Bagley III, scelto due chiamate prima di lui al Draft ’18.

Il rendimento dell’intera squadra è però principalmente dovuto non al talento dei giovani, ma alla concretezza dei veterani. Marc Gasol e Mike Conley sembrano tornati in piena forma e garantiscono un contributo solido both ends ogni notte. Il centro spagnolo in 34 minuti sul parquet mette a referto 17 punti e quasi 10 rimbalzi di media. Conley, principale terminale offensivo della squadra (28% di Usage), ne mette 20 e 6 assist di media.

La forza dei Grizzlies rimane, come da tradizione, la difesa, che concede agli avversari 104.7 punti per 100 possessi, il quarto miglior dato della lega. I giocatori sembrano consapevoli di questa qualità e sono pronti a sacrificarsi per la causa.

 

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A family that grinds together, shines together. 11-5 📸 ✅

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Le prospettive

Continuare su questa strada, rimanendo al vertice della Western Conference, significherebbe andare oltre ogni più rosea aspettativa. Restare tra le prime otto fino alla fine dell’anno sembra invece un obiettivo più realistico, a patto che i giocatori chiave delle rotazioni rimangano sani. Anche in caso di infortuni, i Grizzlies non potranno puntare al Draft, dato che la loro scelta, protetta entro le prime 8, è destinata a Boston. Aspettiamoci quindi una Memphis pronta a dar battaglia per un posto in post-season fino all’ultimo minuto di questa stagione.

Aggiornamento

Negli ultimi giorni, Memphis ha dato qualche segno di calo fisico. Sono arrivate due sconfitte consecutive, la prima all’overtime contro degli ottimi Clippers e la seconda in casa contro New York. In seguito a questi risultati negativi, i Grizzlies hanno abbandonato la testa della Western Conference. Coach Bickerstaff dovrebbe preoccuparsi non per le sconfitte, ma per il primo calo di energie dei suoi veteran., In particolare Mike Conley è parso stremato nel finale contro i Knicks, dopo aver trascinato i suoi per gran parte del match.

Sorprese NBA: Milwaukee Bucks, 14-5

I Bucks vennero eliminati agli scorsi playoffs dai Boston Celtics privi di Irving e Hayward. Un risultato deludente secondo la dirigenza della franchigia del Wisconsin, che ha perciò puntato su un allenatore di successo come Budenholzer. L’ex allenatore di Atlanta ha potuto ottenere in off-season un roster più congeniale alle sue idee di basket e alle caratteristiche della stella Antetokounmpo. Sono infatti arrivati in free agency Brook Lopez, Ersan Ilyasova e Pat Connaughton, tutti ottimi tiratori da tre punti. Il cambiamento del sistema di gioco è stato radicale. I Bucks sono primi in Nba per tiri da tre punti tentati (40 a partita!) e segnati (15 di media). Migliorare lo spacing significa esaltare di conseguenza l’abilità di Antetokounmpo e compagni ad attaccare il ferro, come evidenzia l’incredibile 58% di tiri da due punti realizzati (i Bucks sono primi nella lega in questa statistica). I miglioramenti si sono visti anche in fase difensiva. Milwaukee è prima per percentuali dal campo concesse agli avversari (solo il 42%) e seconda per rimbalzi difensivi totali. Controllare il proprio tabellone per aprire la transizione offensiva: questo il principio chiave del basket di Budenholzer.

I dati elencati riassumono lo strapotere attuale di Milwaukee sull’intera lega. La squadra di Antetokounmpo è prima per Offensive Rating e seconda nel Defensive Rating. La concretezza del gioco di Budenholzer non esclude giocate spettacolari da parte del giocatore attualmente in testa alla corsa all’Mvp, Giannis Antetokounmpo:

 

Le prospettive

I Bucks vogliono diventare una certezza, non più una sorpresa. Per farlo, l’obiettivo minimo è il fattore campo al primo turno playoff. Tuttavia, il potenziale del Greek Freak sembra non avere limiti: che sia questo l’anno buono per agguantare il primo posto nella Eastern Conference, con annesso titolo di Mvp?

Aggiornamento

Nell’ultima settimana i Bucks hanno perso per la prima volta tra le mura amiche, contro una squadra non dalle alte pretese come i Phoenix Suns. La sconfitta è parsa però frutto di un’episodica cattiva prestazione, dal momento che Antetokounmpo e compagni si sono subito ripresi vincendo in back to back contro San Antonio. Il Greek Freak ha trascinato ancora una volta i suoi con una prestazione straordinaria da 34 punti, 18 rimbalzi e 8 assist, rimanendo in testa alla corsa per l’Mvp.

 

 

Memphis Grizzlies: gli orsi stanno tornando a graffiare

Trade Marc Gasol-Grizzlies-Raptors-marc-gasol-conley

Un anno di letargo. Una stagione di tanking. Un anno di riposo. Una stagione per ricostruire. Un anno nella tana. Una stagione lontano dai grandi palcoscenici. Ora gli orsi stanno tornando a graffiare, cacciare, sbranare. I Memphis Grizzlies sono di nuovo sulla strada per essere una delle squadre protagoniste nella Western Conference. Merito di coach Bickerstaff, capace di attuare quel “ritorno al futuro” di cui vi avevamo raccontato con fare (per ora) profetico. Merito dei veterani, capaci di inculcare nei giovani e nei nuovi arrivi la vecchia logica del Grit&Grind. Merito dei giovani, talentuosi e pronti a recepire i messaggi tecnici e tattici, ma anche ad abituarsi in fretta all’atmosfera. Merito dei nuovi comprimari, acquisiti azzeccati e ben inseriti nell’ingranaggio.

Coach Bickerstaff ha cominciato al meglio la propria avventura ai Memphis Grizzlies
Coach Bickerstaff ha cominciato al meglio la propria avventura ai Memphis Grizzlies

Difesa, difesa e ancora difesa

Il record dei Memphis Grizzlies dice 12-5, i punti subito per 100 possessi appena 103.3. Guarda che strana coincidenza. Quello su cui i Grizzlies, tra il 2011 e il 2017, avevano costruito i loro successi ora torna a essere un fattore primario e imprescindibile. Gli avversari della squadra del Tennessee tirano con appena il 44.9% dal campo. E se la protezione dell’area grazie alla stazza di Gasol e alle leve lunghe di Jackson è punto di forza evidente, anche la difesa del perimetro funziona in maniera più che sufficiente, concedendo alle squadre avversarie appena il 34.6% da tre punti. Merito degli esterni, la cui asfissiante pressione parte già dal leader Mike Conley, che è sempre un segnale importante. I Grizzlies riescono a forzare gli avversari a ben 18 palle perse a match, un’infinità, limitando gli assist ad appena 23.2.

Mike Conley è leader dei Memphis Grizzlies prima di tutto in difesa
Mike Conley è leader dei Memphis Grizzlies prima di tutto in difesa

In tutto questo, il Fedex Forum sta tornando un autentico fortino. Il record casalingo per ora parla di 7 vittorie in 8 gare. E, altra curiosa (o forse no) casualità, in casa la difesa dei Grizzlies sale ulteriormente di livello. I punti subiti su 100 possessi sono appena 100.3, gli avversari tirano con il 43.6% dal campo e con il 32.6% da tre punti. In pratica le squadre ospitate in quel di Memphis sono costrette a spadellare, dovendo tentare circa 33 triple ad ogni uscita, grazie soprattutto all’area costantemente intasata, come testimoniato anche dalle 5.5 stoppate rifilate mediamente ai penetratori avversari. Su queste basi, la pericolosità dei Memphis Grizzlies per le concorrenti non può che continuare a crescere. Gli orsi saranno squadra tignosa e fastidiosa anche per i team più attrezzati della Western Conference.

L’attacco dei Memphis Grizzlies intorno a Conley e Gasol

Conley e Gasol. Gasol e Conley. I pilastri su cui si regge l’attacco dei Memphis Grizzlies sono ancora loro. Dalle loro giocate, in isolamento o inserite in giochi a due, si sviluppa il più delle volte la trama delle azioni offensive. I due segnano oltre 37 punti a partita in coppia, raccolgono 13.2 rimbalzi e distribuiscono 10 assist. Il loro esser fattori prima di tutto in difesa fa seguire l’assoluta fiducia dei compagni, che quest’anno stanno rispondendo presente. Emblematico il caso di un sorprendente Garett Temple da 11.5 punti e quello di un Shelvin Mack in doppia cifra. E intorno a loro cresce anche il talento di Jaren Jackson (12.6 punti), capace di usare il proprio atletismo come di colpire dal perimetro (pur dovendo migliorare il 27% dall’arco). Un attacco finalmente vario in cui il tiro da tre punti finalmente funziona (36.9%) e che rende i Grizzlies una squadra moderna, pur costruita sui suoi vecchi fondamenti di cattiveria agonistica e aggressività difensiva. Una vera autentica mina vagante.

 

 

Una sequenza di attacco e difesa dei Memphis Grizzlies