DeMar DeRozan torna a Toronto, Spurs KO e standing ovation: “Degna fine della mia storia ai Raptors”

Il ritorno di DeMar DeRozan a Toronto, da avversario in maglia San Antonio Spurs, era una delle tante date da non perdere indicate ad inizio stagione.

 

I Toronto Raptors di Kawhi Leonard e Kyle Lowry si sono imposti alla Scotiabank Arena di Toronto, Ontario, per 120-117. Una partita tesa e difficile, risolta come nelle migliori tradizioni da un canestro di Leonard, su palla persa dell’ex idolo di casa DeRozan ad una quindicina di secondi dal termine.

 

23 punti e 8 assist a fine gara per DeMar, accolto con grandissimo affetto da quello che rimarrà per sempre il “suo” pubblico sia durante la presentazione dei quintetti di partenza, che a metà primo quarto, quando in occasione di un timeout viene proiettato sul maxischermo dell’arena un video-tributo alle nove stagioni da Toronto Raptors del 4 volte All-Star.

 

L’affetto del pubblico mi ha elettrizzato, mi ha dato una grande carica e la forza di scendere in campo e competere fino all’ultimo. Partita decisa da un paio di giocate e risolta da una mia palla persa, purtroppo. Ma una partita vera (…) penso che la partita di oggi sia stata per me il degno capitolo di chiusura. Sono tornato qui, ho rivisto tante facce familiari e mi sono tolto un peso da sopra le spalle (…) ricevere un’accoglienza del genere è qualcosa di veramente gratificante, l’ho apprezzata tanto. Lasciare il parquet dopo la sirena finale è stato il momento più emozionante, senza dubbio

 

– Ritorno di DeMar DeRozan a Toronto –

 

Col punteggio sul 117-116 Spurs e circa 20 secondi sul cronometro della partita ancora da giocare, Kawhi Leonard e Kyle Lowry pressano DeRozan all’altezza della linea di metà campo. L’ex Raptors perde il controllo del pallone sulla pressione difensiva, e consegna nelle mani dell’MVP dell finali NBA 2014 il facile canestro del +1 Raptors a 15.1 secondi dal termine.

 

Sapevo che sarebbe arrivato il raddoppio, nel tentativo di recuperare il pallone o commettere fallo” Così DeMar DeRozan a fine gara “Avrei dovuto stare più attento, non ho letto la situazione nel modo giusto“.

 

Sul successivo possesso Spurs, DeRozan scarica il pallone nelle mani di Davis Bertans che trova un tiro in palleggio arresto e tiro a fil di sirena. Il pallone del lettone rimbalza però sul primo ferro ed esce.

 

Il ritorno di DeMar DeRozan a Toronto, Kyle Lowry: “He’s my guy!”

 

17 punti e 5 assist in 36 minuti di gioco per Kyle Lowry, ex “gemello” di DeMar DeRozan per tanti anni a Toronto, che si aggiungono ai 22 con 6 rimbalzi di Pascal Siakam ed ai 17 con 5 triple a bersaglio per l’altro ex di giornata Danny Green.

 

Cosa ci siamo detti io e DeMar a fine gara? Gli ho solo detto che rimane il mio “socio”, e gli ho fatto gli auguri per il finale di stagione e per la corsa ai playoffs. La giocata finale? Dovevamo vincere, è stata una grande giocata difensiva, non abbiamo commesso fallo e segnato (…) DeMar? Una grande atmosfera qui oggi. La standing ovation, gli applausi dimostrano quanto DeMar sia stato importante per questa squadra e per la città. Un tributo bello e doveroso

 

– Kyle Lowry sul ritorno di DeMar DeRozan a Toronto –

 

 

Per Toronto (44-16) solo 4 punti ma 7 rimbalzi e 6 assist per Marc Gasol, alla sua quarta partita in maglia bianco-rossa, ed 11 punti in 19 minuti per Jeremy Lin. Grande prova in uscita dalla panchina per Marco Belinelli, autore di 21 punti in 31 minuti di gioco, con 5 triple mandate a bersaglio e 6 rimbalzi.

Luka Doncic per Gregg Popovich? “Calma, intelligenza e coraggio, gran giocatore e grande persona”

Che persona, e che giocatore è Luka Doncic per Gregg Popovich?

Le lodi, pubbliche o meno, riservate al talento sloveno dopo soli tre mesi di regular season si contano a malapena. L’ignaro ed un poco autoreferenziale palco delle autorità del basket made in USA è stato travolto dal ciclone Doncic, a suon di numeri impressionanti, maturità cestistica ed umana e step-back threes che nemmeno James Harden (a quell’età).

Niente che noi europei, che abbiamo visto il giovine sloveno danzare sui campi da basket continentali per anni, non sapessimo già. Confidandosi per un momento con Mark Followill, telecronista per le partite dei Dallas Mavericks per Fox Sports, prima della palla a due tra Spurs e Mavs di mercoledì notte, il leggendario head coach dei nero-argento si è di fatto iscritto al numeroso fan club “We Love Luka”.

Ecco come si presenta Luka Doncic per Gregg Popovich:

Il suo segreto è il suo atteggiamento. Non sembra mai agitato, mai fuori controllo. E’ sempre così calmo, in campo legge con facilità spazi e posizione di compagni ed avversari, ed in ogni momento sa cosa fare. In più non ha timore di prendere tiri pesanti e di fare le giocate che servono per vincere una partita. (Doncic, ndr) ha saputo conquistarsi il rispetto dei suoi compagni, e la velocità con cui ha ottenuto tutto questo, da rookie poi, dice tanto di lui. Tutto ciò fa di Luka Doncic un grande giocatore ed una grande persona

– Luka Doncic per Gregg Popovich –

 

 

I San Antonio Spurs hanno battuto i Dallas Mavericks ancora privi dell’uomo mercato Dennis Smith Jr. per 105-101. Lo soveno ha chiuso la sua partita con 25 punti, 8 rimbalzi e 8 assist, cifre non sufficienti ad evitare ai suoi Mavs la quinta sconfitta nelle ultime 7 gare.

Marco Belinelli uno dei migliori per San Antonio: 17 punti e 2 assist per l’ex Chicago Bulls, in 24 minuti di gioco.

Intervista col Gallo: “I miei Clippers, i playoffs, la nazionale, Doc Rivers e l’NBA store a Milano”

Los Angeles Clippers

Danilo Gallinari è in rampa di lancio, super stagione quella cominciata con i suoi Los Angeles Clippers che si stanno togliendo tante, tantissime soddisfazioni in un ovest veramente duro. Doc Rivers ha rilanciato il Gallo e Harrell rendendoli due giocatori fondamentali per il sistema della franchigia di LA.

Il Gallo, figlio di Vittorio, viaggia in stagione ad ottime medie ed ha rilasciato alcune parole molto interessanti alla call alla quale abbiamo preso parte insieme agli altri media italiani e stranieri. Vi riportiamo le sue dichiarazioni, presentando prima il personaggio Danilo Gallinari.

Chi è Danilo Gallinari?

Danilo è nato a Sant’Angelo Lodigiano l’8 di agosto del 1988, gioca nel ruolo di ala. Il Gallo, questo il suo soprannome, è figlio di Vittorio Gallinari, un ex giocatore di Olimpia e Virtus Bologna. 2.09 metri per 102 chilogrammi, il numero 8 dei Los Angeles Clippers ha giocato in diverse piazze prima di trovare un super contratto nella città degli angeli.

New York, Denver ed ora i Clippers. Ecco proprio ad LA sta trovando la sua piazza ideale, vediamo cosa ci ha detto a riguardo.

Conference Call, le parole di Danilo Gallinari: il Gallo è carico

Call conference con i media europei per Danilo Gallinari, organizzata dalla NBA in vista della sfida di sabato 22 dicembre contro i Denver Nuggets di Nikola Jokic. Il match dello Staples Center vedrà opposti due tra i talenti europei più cristallini ad aver calcato i parquet NBA negli ultimi anni.

Danilo Gallinari si presenta alla partita di sabato forte di una delle sue migliori stagioni NBA di sempre, finora: 19.5 punti, 6 rimbalzi e 2.5 assist a partita, col 45% al tiro da tre punti ed un incredibile 92.1% ai tiri liberi.

I Los Angeles Clippers di Gallinari, Tobias Harris, Lou Williams, Boban Marjanovic e Milos Teodosic sono attualmente sesti nell Western Conference, dopo la vittoria di giovedì notte allo Staples Center contro i Dallas Mavericks.

Vittoria sigillata dai 32 punti di Danilo. Di seguito vi riportimano una traduzione della lunga intervista all’azzurro.

Danilo Gallinari call conference: “Yoga ed arti marziali per tornare in forma, obiettivo playoffs per i Clippers”

 

Q: Cosa ne pensi dell’inizio di stagione dei Clippers?

G: Abbiamo avuto un’ottima partenza, ma come ogni squadra abbiamo avuto un periodo di due-tre settimane in cui le cose vanno meno bene. Nelle ultime due partite abbiamo dato segnali di crescita, dobbiamo ripartire da lì. Ci aspettano alcune partite casalinghe, speriamo di poterle sfruttare.

Q: Quali sono state le difficoltà in questo periodo?

G: La difesa. Bene ad inizio stagione, così così nelle ultime partite. Dobbiamo tornare quelli di inizio anno, ed essere più continui lungo l’arco dell’intera partita.

Q: Qual è stato il segreto della tua ritrovata forma fisica quest’anno?

G: La cosa più importante è che mi sento finalmente bene ed in forma. Da qualche anno pratico yoga ed arti marziali quale parte della mia preparazione, ed è una cosa che mi ha aiutato molto. Rimanere in salute è la cosa più importante per un giocatore NBA.

Q: Quale impatto pensi abbiate avuto tu e Marco (Belinelli, ndr) sulla popolarità della NBA in Italia?

G: Difficile da dire. Se oggi ci fossero altri giocatori italiani nella NBA oltre a noi, forse la popolarità della NBA in Italia sarebbe ancora maggiore. Io e Marco siamo gli unici due italiani qui, speriamo di poter essere dei modelli positivi per le nuove generazioni di giocatori.

Q: Quali sono i tuoi obiettivi stagionali? Playoffs, All-Star Game…

G: La cosa più importante per noi è andare ai playoffs. Sia io che la squadra siamo concentrati esclusivamente sul raggiungere la post-season.

Danilo Gallinari call conference: “Nikola Jokic è nel discorso per il premio di MVP”

 

Q: Cosa ti aspetti dalla partita di sabato contro i Denver Nuggets?

G: Denver sta facendo molto bene, sono una delle migliori squadre NBA ad oggi. Buoni giocatori e buona chimica di squadra. La partita di sabato sarà interessante: loro ci hanno battuto alla opening night e noi vogliamo prenderci una rivincita.

Q: Nikola Jokic era il “tuo” rookie a Denver. Credi possa essere considerato oggi un candidato per l’MVP?

G: Sta giocando alla grande. E’ un ottimo giocatore, uno dei migliori in attacco. sa giocare spalle a canestro e può allontarsi, è ambidestro, ha una visione di gioco pazzesca e sta giocando ad un livello tale da poterlo inserire nel discorso MVP, sicuramente. Un vero All-Star.

Q: Pensi di essere parte dell'”età dell’oro” dei giocatori internazionali nella NBA?

G: Assolutamente. La pallacanestro è diventata un movimento globale, l’Europa cresce come nessun’altro continente al mondo. Quando arrivai nella NBA non c’erano così tanti giocatori d’area FIBA come oggi. E’ una cosa positiva per la pallacanestro in generale.

Danilo Gallinari call conference: “Doc Rivers un uomo diretto, il derby coi Lakers partita sentita”

 

Q: Le prossime partite dei Clippers vedranno avversari importanti, cosa sperano di ottenere i Clippers?

G: Le prossime due settimane saranno cruciali per noi. Finire dicembre col miglior record possibile sarà importantissimo, e per andare ai playoffs dovremo battere i top team dell’ovest che incontreremo nelle prossime gare, come Golden State e Lakers. Il “derby” con i Lakers è sempre una partita sentita, contro dei rivali diretti. Un momento chiave per la nostra stagione.

Q: Anni fa con i Nuggets partecipasti agli NBA London Games. Cosa si dovranno aspettare Washington Wizards e New York Knicks, che si affronteranno a Londra il prossimo 17 gennaio?

G: La partita è importante, ma spero che troverano il tempo di visitare Londra, e vivere la città per quanto possibile. La cosa più importate è godersi la trasferta, poi la O2 Arena sarà sold out e piena di ospiti e media internazionali, sarà una grande vetrina per loro.

Q: Chi sarà il prossimo italiano a giocare nela NBA?

G: Bella domanda, non saprei. Prima o poi ci sarà qualcun altro, questo è certo.

Q: Cosa porta un allenatore come Doc Rivers alla vostra squadra?

G: Doc è un grande allenatore, perché conosce il gioco e sa come prendere i suoi giocatori. E’ un u0mo molto diretto, che ti dice in faccia ciò che pretende da te, e non si tira indietro quando fai un errore. Tutto questo fa di lui un grande coach, un coach che ha già vinto e che sa cosa ci vuole per vincere.

Danilo Gallinari call conference: “Spero di esserci ai mondiali FIBA in Cina, Harris un All-Star”

 

Q: Milos Teodosic, Tobias Harris e Shai Gilgeous-Alexander. Cosa pensi di loro? Teodosic potrebbe servire alla tua ex squadra, l’Olimpia Milano? Harris è da All-Star Game?

G: Milos sta trovando più minuti ultimamente, e sta giocando bene. Spero che rimarrà con noi per tutta la stagione, personalmente ho un ottimo rapporto con lui. Shai diventerà un buonissimo giocatore. Finora ha giocato benissimo, cosa non scontata per un rookie. Già al training camp si era visto quanto fosse pronto. Harris è un vero professionista, lavora sodo in palestra ed in allenamento, si prende cura del suo fisico e lavora ogni giorno sul suo gioco. Spero possa andare all’All-Star Game perché è un giocatore di quel livello, e perché se lo merita come persona.

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Q: Speri di esserci ai prossimi mondiali FIBA in Cina a settembre?

G: Lo spero tanto. Non ho mai giocato ai mondiali, sarebbe un sogno che si realizza.

Q: Los Angeles e Denver, cosa ti manca del Colorado?

G: LA mi piace, è una grande città. Ho giocato a Denver per tanti anni ed ho ancora tanti amici e conoscenti là, questo è ciò che mi manca di più di Denver.

Q: LA NBA ha appena aperto il suo primo store ufficiale a Milano, ed a gennaio Londra ospiterà Wizards e Knicks per gli NBA London Games. Si può dire che i fan europei sono oggi più vicini che mai alla NBA?

G: La pallacanestro è veramente globale oggi, e la NBA è oggi più vicina che mai, è diventato semplice vedere le partite e la decisione di aprire il primo NBA store a Milano, la mia città, è una cosa incredibile per la città stessa e per i tifosi italiani.

 

10 motivi per seguire la stagione NBA 2018/19

Dopo un’attesa apparentemente eterna, la stagione NBA 2018/19 sta finalmente per iniziare. Al termine di una lunga estate, le trenta franchigie hanno scaldato per bene i motori fra training camp e preseason, ma da oggi si inizia a fare sul serio. Da quando i Golden State Warriors si sono imposti come la squadra da battere, in molti hanno iniziato a definire la lega di Adam Silver ‘noiosa’ e ‘prevedibile’. Eppure, milioni di appassionati attendono in fibrillazione la metà di ottobre per rivedere in campo i più grandi cestisti del pianeta. Questo perché, che si voglia ammettere o meno, ogni nuova stagione presenta svariati motivi di interesse. Come ormai da tradizione, andiamo ad analizzare i dieci temi principali dell’imminente campionato. Sarà interessante, a giochi fatti, riprendere queste righe e scoprire ciò che ci avrà sorpreso o deluso.
Quest’anno, dei nostri 10 motivi abbiamo parlato anche con Flavio Tranquillo, in un’intervista che trovate sul nostro canale YouTube e su NBAPassion.com.
Cominciamo subito e, mai come stavolta, non possiamo che iniziare con…

 

1 – L.A. Bron

LeBron James con la nuova divisa 2018/19 dei Lakers
LeBron James con la nuova divisa 2018/19 dei Lakers

Il passaggio di LeBron James ai Los Angeles Lakers è un evento di proporzioni epiche, un assoluto punto di svolta per la storia NBA. Da una parte riapre la competizione nella Eastern Conference (ne parleremo più avanti) e innalza alle stelle il già elevatissimo livello medio sulla West Coast, dall’altra unisce le strade del più grande giocatore vivente e di una delle squadre più amate al mondo in un’operazione di marketing senza precedenti. Ciò premesso, come si ‘sposeranno’ le due parti, a livello prettamente cestistico?

Gran parte dell’esito dipenderà dal tipo di approccio con cui il Re affronterà la sua esperienza californiana. Se l’idea (avallata dalla dirigenza, con cui ha discusso prima di firmare) è quella di fare dei Lakers una versione 2.0. dei Cavs – palla e potere a LeBron, e tutti gli altri a muoversi di conseguenza – il risultato appare scontato, visto che, al momento, il supporting cast gialloviola non vale quello ben più esperto che King James aveva a Cleveland. Qualora invece LBJ fosse sbarcato a L.A. con il proposito di mettersi per la prima volta a disposizione di un sistema di gioco, impreziosendolo con il suo smisurato talento anziché ‘incorporandolo’ completamente, il discorso si farebbe ben più interessante. Alcuni indizi portano a pensare al LeBron ‘vecchia maniera; dall’improvvisa ondata di veterani giunti in California a fargli da ‘scudieri’ (Rajon Rondo, Lance Stephenson, Michael Beasley, JaVale McGee) al fortissimo sospetto che James fosse sicuro dell’arrivo di almeno altre due star, con cui formare una nuova versione dei ‘Big Three’. Non è successo quest’anno, ma nulla esclude che possa accadere nel 2019.
La seconda ipotesi, invece, è avvallata dal fatto che il Re sia giunto inevitabilmente all’ultima, grande corsa della sua carriera. Per provare a vincere di nuovo, quindi a battere gli inaffondabili Warriors, dovrà per forza escogitare qualcosa di diverso; il risultato delle ultime due serie finali parla molto chiaro…

Qualunque sia la versione losangelina di LeBron, di certo la sua mera presenza basterà a mettere una grandissima pressione sulle spalle dei giovani talenti del roster, quelli su cui i Lakers puntano a prescindere. Più che Kyle Kuzma e Josh Hart, piacevoli sorprese del draft 2017, gli osservati speciali di questo 2018/19 saranno Lonzo Ball e Brandon Ingram. Selezionati con la seconda chiamata assoluta dei rispettivi draft, dovranno dimostrarsi all’altezza delle elevatissime aspettative del loro nuovo capitano. Ball, dopo una stagione da rookie senza particolari lampi, dovrà confermare di poter essere il ‘motore’ della squadra, come Magic Johnson aveva predetto. Ingram, cresciuto meno del previsto nelle prime due stagioni da professionista, è invece atteso all’anno della consacrazione, sia a livello prettamente realizzativo, che come giocatore a tutto tondo; per lui, le responsabilità aumenteranno sensibilmente.
Magari la prossima estate porterà in dote qualche fenomeno (i nomi più gettonati sono Kawhi Leonard e Jimmy Butler, l’eterna suggestione è Kevin Durant) che cancellerà di colpo i progetti a lungo termine. E’indubbio, però, come questo 2018/19 rappresenti uno snodo cruciale, per la storia della franchigia e per la carriera del Prescelto.

 

2 – Invincibili?

Il 'Dream Team' 2018/19 degli Warriors. Da sinistra, Kevin Durant, Draymond Green, Stephen Curry, Klay Thompson e DeMarcus Cousins
Il ‘Dream Team’ 2018/19 degli Warriors. Da sinistra, Kevin Durant, Draymond Green, Stephen Curry, Klay Thompson e DeMarcus Cousins

Archiviato definitivamente l’ ‘incidente di percorso’ del 2016, nell’ultimo biennio i Golden State Warriors hanno messo bene in chiaro che la squadra non solo da battere, ma con cui cercare di competere, è una sola. Ogni stagione ha portato nella Baia qualche miglioramento, piccolo o grande che fosse, fino ad imporre alla lega una vera e propria dinastia. La disarmante facilità con cui gli uomini di Steve Kerr hanno dominato le ultime due edizioni dei playoff (con la notevole eccezione delle scorse finali di Conference contro i Rockets) ha fatto suonare un forte campanello d’allarme: questi Warriors sono imbattibili. Quando poi è giunta la notizia dell’aggiunta estiva di DeMarcus Cousins… apriti cielo! La franchigia meglio gestita e più innovativa nella storia del basket americano è diventata di colpo quella che ha “rovinato la NBA” per colpa di una dirigenza e di alcuni giocatori “dal dubbio valore etico”. Mentre noi ci interroghiamo sulle differenze tra “fare al meglio il proprio lavoro” e “(stra)vincere aggirando le regole”, Golden State si prepara alla stagione che potrebbe regalarle uno storico three-peat (riuscito solo ai Celtics di Bill Russell, ai Bulls di Jordan e Pippen e ai Lakers di Kobe e Shaq, altre squadre che hanno “rovinato la NBA” in passato).

Sulla carta non c’è nessuna squadra in grado di competere con il livello di perfezione raggiunto dalla franchigia, ma la storia ci insegna che, sulla carta, non si è mai vinto niente. Quello che appare più evidente è che i principali avversari di questi Warriors possano essere…gli Warriors stessi. Dopo le ultime Finals, David West (ritiratosi in estate) aveva pubblicamente ammesso l’esistenza di non meglio precisate ‘vicissitudini interne’ che avrebbero minato la stabilità del gruppo nel corso della stagione. Anche Steve Kerr, che alla vigilia dell’ultimo All-Star Game descriveva i suoi giocatori come ‘fritti’, ha associato l’imminente 2018/19 all’ “ultimo ballo” dei Chicago Bulls 1997/98, così definito da Phil Jackson nell’autobiografia Eleven Rings. Ciò che successe a quei Bulls è la dimostrazione di come, a volte, mantenere intatta una squadra così grande sia difficile quasi quanto costruirla. Ecco dunque che il pensiero va già alla prossima estate, quella del trasferimento da Oakland a San Francisco, con i contratti in scadenza di Kevin Durant e Klay Thompson e le complicate decisioni che ne conseguiranno. Ma, prima di allora, c’è un altro titolo NBA da conquistare, e non sulla carta.

Le insidie, lungo la strada, non mancheranno. Dalla carenza di stimoli al perenne mirino puntato contro, dall’invecchiamento di storici ‘gregari’ come Andre Iguodala e Shaun Livingston fino alle incognite sull’inserimento di Cousins, se e quando si rimetterà dall’infortunio al tendine d’Achille. Riuscirà Kerr ad aggiungere un All-Star dal talento e dalla personalità così ingombranti alla perfetta miscela di classe, disciplina, abnegazione e ‘follia’ creata con Stephen Curry, Draymond Green e compagni? Oppure DMC si rivelerà l’ingrediente che rovina la torta?
Di sicuro, una squadra con un potenziale del genere non si era mai vista. Che sia o no “l’ultimo ballo”, che questa franchigia abbia “rovinato” o meno la NBA, godiamoci lo spettacolo.

 

3 – Primi sfidanti

A ovest, le più credibili alternative agli Warriors sembrano i Thunder di Russell Westbrook e i Rockets di James Harden
A ovest, le più credibili alternative agli Warriors sembrano i Thunder di Russell Westbrook e i Rockets di James Harden

Se mai Golden State dovesse ‘cadere’ sulla strada verso il three-peat, i primi ad approfittarne potrebbero essere Houston Rockets e Oklahoma City Thunder. Entrambe le franchigie giungono a questo 2018/19 cariche di aspettative e, soprattutto, di motivazioni; un fattore che potrebbe – in parte – colmare il gap tecnico con gli Warriors.

I texani arrivano dalla miglior stagione della loro storia (in termini numerici, meglio anche dei Rockets di Hakeem Olajuwon), chiusa a una vittoria dalle Finals e con un James Harden eletto MVP della lega. Pur giocate senza l’infortunato Chris Paul, le gare decisive della serie contro Golden State hanno messo in evidenza il maggiore limite dei Rockets; l’incapacità di trovare soluzioni di riserva nei momenti di difficoltà. Che poi è ciò che contraddistingue una squadra da titolo. In estate, coach Mike D’Antoni e il GM Daryl Morey hanno provato a rimediare. Prima il rinnovo di Clint Capela e quello (molto caro) di CP3, poi lo ‘svecchiamento’ della panchina, con gli innesti di Michael Carter-Williams, James Ennis e Marquese Chriss e le partenze dei veterani Luc Mbah a Moute e Trevor Ariza. Infine l’innesto di Carmelo Anthony. L’ex stella di Denver e New York è in un momento molto particolare della carriera. Dopo troppe stagioni avare di risultati di squadra, non potrà permettersi di anteporre le sue esigenze a quelle del collettivo, pena la definitiva e indelebile etichetta di ‘elemento dannoso’ a cui sembra sempre più vicino.

A proposito di ‘Melo, anche i Thunder, dopo averlo – senza mezzi termini – ‘scaricato’, si presentano a questo 2018/19 con una gran voglia di riscatto. La scorsa è stata una stagione molto deludente, accompagnata dall’eterna sensazione che la scintilla, prima o poi, sarebbe arrivata. Invece non è arrivato niente, e gli Utah Jazz di Donovan Mitchell hanno ‘pasteggiato’ allegramente con la loro carcassa al primo turno di playoff. Tra quella e questa OKC, però, c’è una sostanziale differenza: la prima era una squadra dal futuro incerto, con le contemporanee scadenze dei contratti di Anthony e Paul George e nessuna garanzia sul loro rinnovo. I nuovi Thunder, invece, sono un progetto a medio/lungo termine. PG13 ha rinnovato per quattro anni (mentre Carmelo, mai del tutto integrato nel sistema di Billy Donovan, è stato lasciato andare), e gli altri due pilastri del gruppo, Russell Westbrook e Steven Adams, saranno a contratto almeno fino al 2021. Decisamente un ottimo punto di partenza, per provare a costruire qualcosa di importante. Aggiungiamo che il supporting cast comprende molti giovani (Jerami Grant, Terrance Ferguson e i neoacquisti Dennis Schroder, Nerlens Noel, Timothe Luwawu-Cabarrot, Hamidou Diallo e Abdel Nader) e che Westbrook sarà chiamato a una difficile, ma non impossibile prova di maturità, e otteniamo tutti i presupposti affinchè questi Thunder possano fare molto rumore.

 

4 – E’ ancora l’anno di Minnesota?

Le strade di Jimmy Butler, Karl-Anthony Towns (#32) e Andrew Wiggins (#22) sono destinate a separarsi, in questo 2018/19
Le strade di Jimmy Butler, Karl-Anthony Towns (#32) e Andrew Wiggins (#22) sono destinate a separarsi, in questo 2018/19

Li aspettavano tutti. I Minnesota Timberwolves, reduci da un decennio buio, sembravano pronti a conquistare la NBA. Gli arrivi di due potenziali stelle come Andrew Wiggins e Karl-Anthony Towns, prime scelte assolute dei rispettivi draft e indiscussi Rookie Of The Year nel 2015 e 2016, avevano fatto venire l’acquolina in bocca a tutti, in primis ai loro tifosi. “E’ l’anno di Minnesota”, si dice ormai da un paio di stagioni. All’alba di questo 2018/19, però, è evidente che qualcosa si sia inceppato. L’occasione per il grande salto era arrivata nel 2017 con l’approdo di Jimmy Butler, indomito lottatore e giocatore di enorme qualità, sia in attacco che in difesa. Con lui e con Tom Thibodeau, salito alla ribalta come ‘architetto’ della difesa dei Boston Celtics versione ‘Big Three’, la franchigia pensava di raggiungere il livello successivo, che l’avrebbe portata a competere con le migliori. Un anno dopo, lo scenario è stravolto; il 2017/18 ha visto i playoff conquistati in extremis e finiti immediatamente, contro dei Rockets infinitamente superiori, e Butler ha espresso chiaramente l’intenzione di cambiare aria.

Alla base dell’insoddisfazione dell’ex guardia dei Bulls ci sarebbe una certezza: Wiggins e Towns non sono dei leader, non possono guidare questa squadra ad alcun traguardo. Più che i risultati (Wolves stabilmente intorno alla terza posizione con Butler in campo, quasi fuori dai playoff dopo il suo infortunio), a supportare la tesi di ‘Jimmy G. Buckets’ c’è l’atteggiamento con cui Minnesota è apparsa in campo in sua assenza. La totale mancanza di intensità e di applicazione difensiva, evidente soprattutto nei due giovani talenti, contrasta non solo con l’approccio al gioco di Butler, ma soprattutto con quello predicato da Thibodeau. A prescindere da come finisca la telenovela (il numero 23 inizierà la stagione con la squadra, ma il suo futuro è certamente lontano dal Minnesota), è chiaro come le filosofie di coaching staff e giocatori di punta siano tra loro inconciliabili. Di recente è stato lo stesso Butler a confermarlo, nel corso di un’intervista televisiva: “Per me la priorità è vincere le partite, per qualcun altro non lo è”.
In mezzo a questa bufera, i T’Wolves si preparano ad affrontare una stagione cruciale. La riconferma del piazzamento playoff è tutt’altro che scontata, vista l’agguerrita concorrenza, e un eventuale fallimento farebbe crollare definitivamente il castello. Più che per l’allenatore, la cui permanenza a Minneapolis sembra ormai compromessa, il 2018/19 sarà importantissimo per Wiggins e Towns, chiamati a smentire Butler e a dimostrare di poter fare realmente la differenza. Dovessero riuscire nel tanto atteso salto di qualità, “l’anno di Minnesota” potrebbe essere ancora il prossimo…

 

5 – Game of Thrones

I Celtics di Kyrie Irving e i Sixers di Ben Simmons si preparano a dare la caccia al trono dell'est in questo 2018/19
I Celtics di Kyrie Irving e i Sixers di Ben Simmons si preparano a dare la caccia al trono dell’est in questo 2018/19

L’approdo di LeBron James nella Western Conference dà il via ad un’interessantissima ‘lotta per la successione’ a Est. Dopo un decennio in cui le sue squadre (Miami e Cleveland) hanno cancellato via via i sogni di gloria delle possibili rivali, questo 2018/19 rappresenta per alcune franchigie un’imperdibile occasione per arrivare fino in fondo.
I maggiori indiziati sembrano i Boston Celtics, che l’anno scorso si erano dovuti inchinare al Re al termine di gara-7 della finale di Conference. Se consideriamo che la truppa di Brad Stevens è arrivata fino a quel punto senza gli infortunati Kyrie Irving e Gordon Hayward, è facile presumere che, con il ritorno dei due All-Star, la strada sia spianata. Guai però a dare per scontato che vedremo i Celtics alle prossime Finals. Reinserire Irving e (soprattutto) Hayward in un gruppo che ha fatto così bene comporterà un’inevitabile riduzione di minutaggio e responsabilità per i vari Terry Rozier, Marcus Smart e Marcus Morris, tutti grandi protagonisti nella passata stagione. E che dire di Jaylen Brown e Jayson Tatum? Il 2017/18 li aveva visti irrompere di prepotenza nel novero delle future star NBA, ma ora le gerarchie cambieranno. I ragazzi sembrano già abbastanza maturi per accettare di buon grado di farsi da parte e aspettare il loro turno, ma dovranno essere bravi a dimostrare questa ‘abnegazione’ sul campo, per tutta la stagione.

A frenare la corsa dei biancoverdi potrebbero essere i Toronto Raptors. La trade che ha portato DeMar DeRozan (uomo-franchigia e titolare di un lungo contratto) a San Antonio e Kawhi Leonard (in scadenza e con scarse probabilità di rinnovo) in Canada potrebbe aver compromesso il futuro a medio termine, ma in questo 2018/19 la squadra di Nick Nurse potrebbe davvero tentare il ‘colpaccio’. La panchina, l’anno scorso la migliore della lega, è rimasta pressochè inalterata; perso l’ottimo Jakob Poltl, è arrivato il più esperto (ma troppo incostante) Greg Monroe. Danny Green, altra contropartita nello scambio con gli Spurs, si aggiunge ai tanti, grandi difensori presenti nel roster (O.G. Anunoby, Serge Ibaka, lo stesso Kyle Lowry, ognuno nella propria categoria). E poi c’è Leonard, che non solo è un difensore straordinario, ma che può anche rappresentare il fulcro dell’attacco (chiedere agli Spurs, con cui nel 2016/17 fu un candidato MVP). Colui che ha ‘rinnegato’ la famiglia nero-argento ha tutte le carte in regola per dominare la Eastern Conference, e i Raptors sono pronti a farsi trascinare laddove nessuno li ha mai portati.

Alle spalle di questi due team troviamo una schiera di outisder pronte ad approfittare della minima incertezza altrui. Per i giovani Philadelphia 76ers di Ben Simmons e Joel Embiid forse è ancora troppo presto. I due sono già sulla soglia della stratosfera NBA, attorno a loro c’è un gruppo solido e affiatato e Markelle Fultz potrebbe finalmente esplodere, ma dovranno giocoforza immagazzinare esperienza per poter arrivare pronti (perché ci arriveranno) ai grandi appuntamenti. Milwaukee Bucks e Washington Wizards sono perennemente a ‘rischio-incompiuta’, mentre per gli Indiana Pacers sarebbe un’impresa titanica migliorare a tal punto da conquistare le Finals. Se c’è però una stagione in cui ci si devono attendere sorprese (almeno ad Est), è proprio questa.

 

6 – Eastern Conference: la terra delle opportunità

Nella corsa ai playoff 2018/19 potremmo trovare anche i Bulls di Lauri Markkanen e i Cavs di Kevin Love
Nella corsa ai playoff 2018/19 potremmo trovare anche i Bulls di Lauri Markkanen e i Cavs di Kevin Love

Oltre che ai piani alti, la Eastern Conference 2018/19 vedrà molta incertezza anche nella corsa agli ultimi piazzamenti ai playoff. Considerando Boston, Toronto e Philadelphia pressochè certe di giocare la post-season, Washington, Milwaukee e Indiana abbastanza sicure della qualificazione, ed escludendo con ogni probabilità gli Atlanta Hawks in ricostruzione, rimangono otto squadre potenzialmente in grado di lottare per gli ultimi due posti. Questo gruppo si può suddividere in due fasce: le franchigie emergenti e quelle in fase calante.

Nella prima categoria troviamo Orlando Magic, Brooklyn Nets, New York Knicks e Chicago Bulls. In un’ipotetica griglia di partenza sono quelle che partono più indietro, vista l’inesperienza di molti membri dei rispettivi roster. Per loro, arrivare ai playoff sarebbe un successo clamoroso. Però l’eventuale esplosione dei giocatori chiave potrebbe di colpo cambiare le prospettive. D’altronde i Pacers, l’anno scorso, partivano con idee di ricostruzione, salvo poi scoprire un Victor Oladipo versione All-Star e diventare improvvisamente la mina vagante della Conference. Senza la pressione di doversi qualificare a tutti i costi, tra queste quattro potrebbe celarsi la sorpresa dell’anno.
Una pressione che, invece, avranno Miami Heat, Detroit Pistons, Charlotte Hornets e Cleveland Cavaliers. Si trovano tutte in quello scomodo limbo che separa le credibili contender e le squadre in rebuilding, per cui non possono fare altro che sperare di arrivare più lontano possibile con i pochi margini di manovra a disposizione. Nei loro organici ci sono diversi All-Star (Blake Griffin, Andre Drummond, Kemba Walker, Kevin Love) che vorranno certamente prendersi il centro del palcoscenico, ora che il Re ha cambiato costa.
Cosa troveremo ai prossimi playoff? Una Eastern Conference ‘conservatrice’ o un esercito di nuovi protagonisti, giovani e affamati? Non ci resta che metterci comodi e scoprire la soluzione del giallo.

 

7 – Diventerai un All-Star

Da sinistra, Victor Oladipo, Joel Embiid e Bradley Beal, tutti debuttanti all'ultimo All-Star Game. A chi toccherà nel 2018/19?
Da sinistra, Victor Oladipo, Joel Embiid e Bradley Beal, tutti debuttanti all’ultimo All-Star Game. A chi toccherà nel 2018/19?

A proposito di nuovi protagonisti. Le fortune delle aspiranti outsider, come detto, dipenderanno dall’eventuale esplosione di alcuni giocatori. Trovarsi all’improvviso un All-Star in casa può stravolgere un progetto, trasformando una stagione di transizione in un’entusiasmante corsa tra le grandi. Il caso di Victor Oladipo è stato certamente il più eclatante degli ultimi anni. Gli stessi Indiana Pacers avevano già vissuto situazioni simili in passato, con gli inattesi exploit di Danny Granger (rimasto poi una ‘meteora’) e Paul George (che di Granger avrebbe dovuto essere la riserva).
Cercare il ‘nuovo Oladipo’ è uno degli aspetti più intriganti di ogni stagione NBA. Anche se non dovesse ripetersi un’escalation così clamorosa, sarà comunque interessante vedere quali giocatori riusciranno a salire di livello, magari quel tanto che basta per essere convocati per la prima volta alla partita delle stelle.
L’anno scorso, a debuttare furono dei ‘predestinati’ come Joel Embiid (partito addirittura in quintetto), Karl-Anthony Towns e Kristaps Porzingis (costretto poi a saltare l’evento per infortunio). Se per loro era semplicemente questione di tempo, per Bradley Beal e Goran Dragic, oltre che per lo stesso Oladipo, la chiamata fra le stelle era tutt’altro che scontata.

Con una Western Conference che pullula di All-Star, il giocatore-rivelazione del 2018/19 potrebbe più facilmente nascondersi a Est. Se Ben Simmons è da considerarsi fuori concorso (non stupiamoci di vederlo fra i titolari, nella notte di Charlotte), tanti altri giovani saranno chiamati al definitivo salto di qualità. A Indianapolis, ad esempio, si aspettano che Oladipo venga affiancato da Myles Turner, colui sul quale – nei piani iniziali – si sarebbe dovuto ricostruire. A Orlando, in attesa di capire quanto valgono Jonathan Isaac e Mohamed Bamba, potrebbe essere Aaron Gordon a prendere il timone. Idem dicasi per D’Angelo Russell a Brooklyn e per Tim Hardaway Jr. (ad oggi il più pronto, nel cantiere aperto dei Knicks) a Manhattan.
Parlando di potenziali breakout players, ad averne più di tutti sono i Chicago Bulls. Se almeno uno tra Jabari Parker, Zach LaVine e Kris Dunn (Lauri Markkanen e Wendell Carter Jr. hanno appena cominciato) dovesse riuscire a mantenere le grandi promesse iniziali, ecco che i playoff non sarebbero più un miraggio.
Per molti, se non per tutti i giocatori fin qui citati, il 2018/19 rappresenta un bivio cruciale. Se il tanto atteso exploit non dovesse arrivare, la fastidiosa etichetta di ‘promessa non mantenuta’ rischierebbe di accompagnarli in eterno.

 

8 – Avanti il prossimo

La classe di rookie 2018/19
La classe di rookie 2018/19

Come ogni anno, particolare attenzione verrà riservata alle matricole. Dopo gli incredibili debutti di Ben Simmons, Donovan Mitchell e Jayson Tatum (ma anche di Kyle Kuzma, Lauri Markkanen e Dennis Smith Jr.) nella scorsa stagione, per i rookie 2018/19 sarà quasi impossibile reggere il confronto. Eppure, anche l’ultima infornata di talenti ha portato nella lega dei prospetti potenzialmente in grado di cambiare le sorti delle rispettive franchigie.

Se, sulla carta, quello del 2017 era il draft dei playmaker (Fultz, Ball, eccetera), l’ultima edizione era ricca di lunghi interessanti. I primi due selezionati, DeAndre Ayton e Marvin Bagley, potrebbero garantire un impatto immediato, in termini di punti e rimbalzi, nel reparto avanzato di Phoenix Suns e Sacramento Kings. Due squadre che, con il loro innesto, non si giocheranno da subito l’accesso ai playoff, ma che daranno ampio spazio ai due big men per renderli pietre angolari della loro ricostruzione. Tra gli altri lunghi chiamati in lotteria, quelli dalle prospettive più intriganti sono Jaren Jackson Jr. (Memphis) e Mohamed Bamba (Orlando). Magari avranno bisogno di qualche stagione di ‘rodaggio’, ma hanno tutte le caratteristiche, sia fisiche che tecniche, per arricchire la crescente popolazione di ‘unicorni’ della NBA.
Minori margini di crescita, ma maggiori chance di dare subito un solido contributo, per Wendell Carter Jr., chiamato dai Chicago Bulls dopo una stagione passata al fianco di Bagley a Duke.
Restando in tema dei cosiddetti ‘NBA ready’, tra gli esterni troviamo Miles Bridges, degli Charlotte Hornets. Il prodotto da Michigan State potrebbe far registrare cifre importanti, in una squadra che ha disperato bisogno di qualcuno che aiuti Kemba Walker in fase realizzativa. Della stessa categoria fa parte Grayson Allen, che arriva agli Utah Jazz dopo una lunga e decorata carriera collegiale alla corte di Coach K.

Ogni classe, però, ha le sue punte di diamante, quei giocatori accompagnati nella NBA da enormi aspettative. In questo 2018/19, oltre che ad Ayton (se non altro per il fatto di essere stato chiamato per primo), toccherà a Luka Doncic. Lo sloveno, a soli diciannove anni, può vantare un palmares che farebbe impallidire i veterani più navigati; vincitore dell’Eurolega (da MVP del torneo e delle Final Four) nel 2018, campione d’Europa con la nazionale nel 2017, tre volte campione di Spagna, di cui l’ultima da MVP del campionato, una Coppa del Re (sempre con la maglia del Real Madrid) e svariati riconoscimenti individuali. Il passato ci insegna che Europa e NBA sono due pianeti diversi, anche per i giocatori più talentuosi (chiedere a Mario Hezonja, letteralmente ‘annegato’ in un mare di attese non ripagate). Doncic, però, farà il suo debutto tra i professionisti in uno dei migliori contesti possibili, quei Dallas Mavericks guidati da coach Rick Carlisle e dal più grande cestista europeo di sempre, Dirk Nowitzki.
Il talento sloveno è finito in Texas dopo essere stato scelto dagli Hawks con la terza chiamata. Al suo posto, ad Atlanta è arrivato Trae Young (oltre alla scelta al primo giro del 2019), accompagnato dalla scomoda nomea di ‘nuovo Steph Curry’ per lo sconfinato range di tiro. Se riuscirà a lasciarsi alle spalle l’inopportuno paragone e a costruirsi una credibilità tutta sua, potrebbe essere un pilastro fondamentale di una squadra già proiettata nel futuro. Anche Collin Sexton farà i conti con un elevato carico di responsabilità. Dovrà infatti cercare di scacciare più velocemente il ricordo di LeBron James, magari aiutando Kevin Love a trascinare i Cleveland Cavaliers ai playoff.
Fra i prospetti da tenere d’occhio in questo 2018/19, meglio segnare su un taccuino i nomi di Kevin Knox e Shai Gilgeous-Alexander, entrambi allievi di coach John Calipari a Kentucky. New York Knicks e Los Angeles Clippers aspettano con impazienza la prossima free-agency per dare la caccia a qualche All-Star, ma chissà che non si accorgano di averla già in casa, una stella.

 

9 – The real MVP

La sobrietà di James Harden, eletto MVP nel 2017/18
La sobrietà di James Harden, eletto MVP nel 2017/18

E’ vero, il concetto di Most Valuable Player, massimo riconoscimento individuale nel basket NBA, stride un po’ con quello di ‘gioco di squadra’. Anche perché gli ultimi tre MVP (compreso Stephen Curry, eletto all’unanimità nel 2016) non hanno poi vinto il titolo a fine stagione. Venire nominato miglior giocatore di un’intera annata NBA, però, ti proietta in eterno nell’Olimpo dei più grandi, è una testimonianza tangibile del tuo impatto sulla lega. E spesso, come nel caso di James Harden, questo riconoscimento arriva per aver guidato la tua squadra a un risultato eccellente. In un’epoca storica stracolma di fenomeni, la corsa all’MVP è ogni anno più agguerrita, e l’imminente 2018/19 non sembra fare eccezione.

In fase di pronostici, solitamente si danno per favoriti quei giocatori che svettano nettamente, in quanto a talento, sui compagni di squadra, e allo stesso tempo si trovano in un contesto vincente. Ecco allora emergere i primi nomi: Giannis Antetokounmpo e Kawhi Leonard. Milwaukee e Toronto hanno realistiche possibilità di lottare per le primissime posizioni in una Eastern Conference rimasta senza Re, e le loro sorti dipenderanno principalmente dalle prestazioni delle loro star incontrastate. Idem dicasi per LeBron James, ora al comando dei Los Angeles Lakers. Se il talento non è mai stato in discussione, la condizione fisica e la capacità di controllare mentalmente ogni partita non sono mai arrivate ai livelli dell’ultima stagione. Resta semmai da capire se, effettivamente, i Lakers siano una squadra competitiva.
Anche le possibilità di Anthony Davis, finalista con Harden e James nel 2017/18, passano per i risultati di una squadra tutta da decifrare; i suoi Pelicans, reduci da un’ottima stagione, non avranno certo vita facile nella selvaggia lotta per i playoff dell’Ovest.

Le altre contender hanno filosofie di gioco più improntate sul collettivo, che sul singolo giocatore. E’ per questo che fuoriclasse del calibro di Kevin Durant, Stephen Curry e Kyrie Irving (ma anche Ben Simmons e Joel Embiid, in caso di sorprese) potrebbero risultare ‘penalizzati ‘nella corsa. Gli ultimi due vincitori del trofeo, James Harden e Russell Westbrook, fanno invece parte di due progetti che puntano a distaccarsi dal concetto di ‘one man show’ visto nelle stagioni precedenti. Gli Houston Rockets avranno sempre il numero 13 come punto di riferimento, ma per sperare di battere Golden State dovranno affidare responsabilità e possessi anche ai nuovi arrivati (su tutti Carmelo Anthony) e ai super-remunerati Chris Paul e Clint Capela. Gli Oklahoma City Thunder hanno capito che un Westbrook sovrumano non è sufficiente, se intorno non si costruisce qualcosa. E in questo 2018/19, intorno a ‘Mr. Triple-Double’ ci sarà un roster molto più competitivo, impreziosito da un All-Star come Paul George che, a differenza della passata stagione, non sarà più ‘di passaggio’.

Per individuare i possibili outsider nella caccia all’MVP dobbiamo cercare tra le squadre che potrebbero stupire, un po’ come fece New Orleans l’anno scorso. Agli scommettitori più audaci potrebbero quindi far gola i nomi di Victor Oladipo (Indiana), John Wall (Washington), Damian Lillard (Portland) e Donovan Mitchell (Utah). Letti ad ottobre, sono pronostici ai limiti della follia, ma… ricordatevi della percentuale, in caso di vincita!

 

10 – Italians

Per Danilo Gallinari (Clippers) e Marco Belinelli (Spurs) il 2018/19 si presenta ricco di incognite
Per Danilo Gallinari (Clippers) e Marco Belinelli (Spurs) il 2018/19 si presenta ricco di incognite

Divenuti ormai super-veterani NBA, i nostri connazionali si preparano a un 2018/19 che sa tanto di nuovo inizio. Danilo Gallinari è alla seconda stagione con i Los Angeles Clippers, ma la prima l’ha trascorsa più in infermeria, che in campo, tormentato dai problemi a una mano (rotta in circostanze evitabili, va precisato). In questa preseason ha dimostrato di essere in grande spolvero, sia fisicamente, che sul piano realizzativo. La squadra di Doc Rivers è in un periodo di grandi cambiamenti, una fase di passaggio tra l’era ‘Lob City’ e l’estate del 2019, quando partirà la caccia ai grossi free-agent.
Il roster sembra comunque abbastanza attrezzato da poter ambire alla qualificazione ai playoff, dopo una stagione di astinenza. Tra i tanti veterani ci sono grandissimi difensori come Avery Bradley, Patrick Beverley e Luc Mbah a Moute e affidabili realizzatori come Tobias Harris e Lou Williams, Sixth Man Of The Year nel 2017/18. Il reparto lunghi non sarà più impreziosito dallo strapotere atletico di Blake Griffin e DeAndre Jordan, ma Marcin Gortat, Montrezl Harrell e Boban Marjanovic garantiscono una solidità che, forse, i Clippers non hanno mai avuto.
Da tenere d’occhio anche le giovani guardie: oltre a Shai-Gilgeous-Alexander, che potrebbe togliere il posto in quintetto a Milos Teodosic, anche Jerome Robinson, Tyrone Wallace e Sindarius Thornwell cercheranno di guadagnare spazio nelle rotazioni di Rivers. In mezzo a questo interessante mix, il Gallo potrebbe imporsi come il giocatore di riferimento. Il talento c’è, serve solo che rimanga la salute ad assisterlo.

Marco Belinelli arriva da una off-season particolare. Era partito con l’intenzione di restare in un contesto giovane e promettente come Philadelphia, in cui aveva vissuto un’ottima seconda parte di stagione. Poi, però, la dirigenza dei Sixers ha preferito alleggerire il monte salari per puntare (senza risultati) a qualche grosso free-agent, spingendo il Beli a cercare una nuova sistemazione. Quando a bussare alla sua porta è arrivato Gregg Popovich, Marco non ha saputo dire di no.
I San Antonio Spurs del 2018/19, però, sono molto diversi da quelli con cui Belinelli ha vissuto la parentesi più memorabile della sua carriera, culminata con il titolo NBA nel 2014. Senza Tim Duncan, Manu Ginobili, Tony Parker e Kawhi Leonard, la squadra è alla ricerca di una nuova identità, oltre che di un biglietto per i playoff. La presenza di due stelle del calibro di LaMarcus Aldridge e DeMar DeRozan da buone chance di qualificazione ai texani. Il problema è che intorno alla coppia ci sono troppi veterani e che i giovani di punta inizieranno la stagione in borghese. Se Lonnie Walker e Derrick White ne avranno al massimo per un paio di mesi, Dejounte Murray, erede designato (almeno come ruolo sul campo) di Parker, salterà con ogni probabilità l’intera regular season. Da un lato, gli infortuni renderanno ancora più ripida la scalata ai playoff, dall’altro garantiranno un minutaggio molto maggiore a Belinelli. Anche se, facile immaginarlo, di quei minuti Marco avrebbe fatto volentieri a meno…

I numeri più strabilianti di questi eccezionali Playoff 2018

Playoffs NBA 2018

Playoffs NBA 2018, abbiamo le finaliste: si tratta di Cavaliers vs Warriors, ancora loro. Ma prima di concentrarci sulle NBA Finals andiamo a ripercorrere tutti i momenti migliori di questi playoffs arrivati all’atto conclusivo.

“Se torturi i numeri abbastanza a lungo, confesseranno qualsiasi cosa”: queste parole, uscite dalla penna del giornalista statunitense Gregg Easterbrook, sono il motto di tutti i detrattori della statistica. Un esercito sempre più folto, costituito non solo da sconsolati studenti alle prese con indici di correlazione o variabili aleatorie, ma anche da alcuni volti più e meno noti della NBA. Inutile negarlo, fidarsi ciecamente del freddo studio dei numeri può portare a rappresentare i fatti con superficialità ed incompletezza, soprattutto nella pallacanestro. È anche vero però, che esistono cifre in grado di saltare inevitabilmente all’occhio dando immediatamente il giusto valore alle cose. È il caso ad esempio dei playoff NBA, uno spettacolo straordinario che può essere sintetizzato e descritto attraverso l’analisi di alcuni numeri eccezionali: è questo difatti, il modo migliore per contestualizzare ed apprezzare a pieno ciò a cui abbiamo assistito in questi due mesi e che dal 31 maggio, si concluderà con le NBA Finals, l’ultimo attesissimo atto di una stagione sicuramente indimenticabile.

PLAYOFFS NBA 2018, 2: I SURREALI BUZZER BEATER DEL PRESCELTO

Le statistiche accumulate da LeBron James nel corso di questi Playoff sono semplicemente spaventose. Partita dopo partita, la completezza del suo gioco ha raggiunto livelli superiori addirittura agli standard proibitivi fissati dal Re durante la sua stessa carriera: siamo stati tutti fortunati testimoni di momenti di surreale onnipotenza cestistica destinati a modificare inevitabilmente la narrativa attorno alla sua legacy, consacrandolo definitivamente all’interno del Monte Rushmore degli NBA greatests. Il 23 dei Cavs è stato in grado di far ricredere perfino chi insisteva testardamente nel puntare il dito sulla sua incapacità, o supposta tale, di essere decisivo nei finali delle partite. “Why can’t LeBron James make change for a dollar? Because he has no 4th quarter!” (“Perché LeBron James non è in grado di cambiare un dollaro? Perché non ha mai il 4° quarto (di dollaro)!”): questo era l’ironico mantra ripetuto beffardamente dagli haters di LeBron in seguito ad ogni sua sconfitta. I due incredibili buzzer beaters che hanno risolto gara 5 contro i Pacers e gara 3 contro i Raptors, hanno spazzato via anche questa fragilissima convinzione: vincere una partita di playoff con un tiro allo scadere è un’impresa quasi impossibile da compiere (secondo un approfondimento di ESPN ad esempio, una leggenda del gioco come Kobe Bryant ci è riuscito una sola volta in carriera). Realizzarne due a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro, significa essere un Prescelto.

PLAYOFFS NBA 2018, 62 e 33: I NUMERI DI UNA LEGA SEMPRE PIÙ GLOBALE

Tutte le 16 squadre dei Playoffs NBA 2018 hanno schierato tra le loro fila almeno un giocatore nato al di fuori dei confini statunitensi. Un trend, quello della globalità delle franchigie NBA, ormai talmente consolidato da rendere da record l’attuale postseason: durante questi playoff difatti, hanno vestito i colori di una squadra NBA 62 atleti international rappresentando ben 33 nazioni sparse per il mondo. Due primati che superano quelli fissati nella postseason 2014 (quando i giocatori international furono 60 provenienti da 30 diversi paesi) e a cui hanno contribuito in particolar modo i Philadelphia 76ers e gli Utah Jazz: infatti, sia i Sixers (la cui divisa è stata indossata in questi Playoff anche dal “nostro” Marco Belinelli) che i Jazz (da cui proviene tra l’altro il futuro coach dei Phoenix Suns Igor Kokoskov, il primo non-American born head coach della storia NBA), hanno potuto contare all’interno del loro roster su 7 atleti, alcuni dei quali vere e proprie colonne della loro squadra come Joel Embiid o Rudy Gobert, nati al di là dell’Oceano. Un segnale che, assieme alla crescita esponenziale nel numero dei partner televisivi internazionali in grado di collegare ai playoff anche i tifosi sparsi per gli angoli più remoti del globo, mostra la volontà della lega di allargare la propria sfera di influenza al di fuori del territorio USA.

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A proposito di numeri, dei Playoff da 12,9 punti, 2,0 assist e 2,1 rimbalzi per l’international Marco Belinelli-Playoffs NBA 2018

36, 30, 24, 12: GLI ARBITRI E IL LORO PERCORSO VERSO LE FINALS

Quella di quest’anno non è stata sicuramente una stagione da incorniciare per gli arbitri NBA: una serie di episodi controversi hanno compromesso irrimediabilmente il rapporto con i giocatori creando un clima di diffidenza nei confronti delle loro capacità di dirigere le partite. Un generale scetticismo, amplificato dal ritiro di alcuni mostri sacri del fischietto come Danny Crawford e Monty McCutchen, a cui la lega ha provato a rispondere collocando figure riconoscibili in ruoli delicati (lo stesso McCutchen è passato immediatamente dal campo alla scrivania diventando il responsabile dello sviluppo degli arbitri proprio per cercare, citando le parole del coach dei Dallas Mavericks Rick Carlisle, di “creare una comunicazione costruttiva” tra giocatori, allenatori ed ufficiali di gara), organizzando meeting per provare a diminuire il nervosismo tra le parti e puntando fortemente sull’accurato monitoraggio delle prestazioni degli arbitri per individuare tra di loro, quelli più adeguati ai palcoscenici maggiormente delicati. In questo senso, la selezione dei fischietti designati per arbitrare le partite dei playoff è stata severissima: in base ad un ranking stilato dalla NBA Referee Operations, ad una classifica indicata dalle 16 squadre partecipanti alla postseason e ad una valutazione sulla correttezza o meno dei singoli fischi eseguiti dai direttori di gara durante le partite di stagione regolare, la Lega ha composto una rosa dei 36 arbitri più meritevoli da impiegare durante il primo turno dei playoff, restringendo in seguito il gruppo a 30 per le semifinali di Conference, a 24 per le finali di Conference ed infine, a 12 per le Finals.

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La prima espulsione in carriera di LeBron James: un altro momento di tensione tra giocatori ed arbitri durante questa stagione

351: I PUNTI DI JAYSON TATUM AI SUOI PRIMI (STRAORDINARI) PLAYOFFS NBA 2018

Bastavano soltanto due punti a Jayson Tatum per scavalcare l’hall of famer Kareem Abdul-Jabbar, diventando il giocatore al primo anno ad aver segnato il maggior numero di punti nella storia dei playoff. Difatti, come riportato dal reporter Statunitense Jared Weiss, il prodigioso rookie dei Celtics ha realizzato durante i Playoffs NBA 2018 351 punti, non riuscendo per un soffio ad agguantare un record apparentemente inaviccinabile, scritto più di 45 anni fa dal leggendario inventore del gancio-cielo. Poco importa, i playoff di Tatum sono stati, numeri alla mano, semplicemente eccezionali: nonostante le pesantissime assenze di Kyrie Irving e Gordon Hayward, i Celtics, guidati dall’inaspettata leadership e dalla magnetica pulizia tecnica della loro matricola, sono arrivati ad una sola partita dal giocarsi le NBA Finals. Interrogato sul potenziale dell’attuale classe di rookie (che può contare non solo su altri due sorprendenti interpreti di questi playoff quali Ben Simmons e Donovan Mitchell, ma anche su due talenti non ancora del tutto sbocciati come Lonzo Ball e Markelle Fultz), LeBron James ha dichiarato scherzosamente, ma probabilmente neanche troppo, che questo a suo parere è il gruppo migliore dai tempi del Draft 2003. Quello, per intenderci, da cui uscirono oltre che lo stesso LeBron, giocatori del calibro di Carmelo Anthony, Chris Bosh e Dwyane Wade: Tatum e le altre matricole non vedono l’ora di poter smentire il Re.

4: I NUMERI DI UNA RIVALITÀ SENZA PRECEDENTI IN QUESTI PLAYOFFS NBA 2018

Cavs e Warriors saranno dunque le due squadre che ancora una volta, anche nei Playoffs NBA 2018, si sfideranno nell’ultimo atto dei playoff per contendersi l’anello: una serie di finale a cui gli uomini di Kerr e Lue arrivano dopo aver superato ogni genere di difficoltà, dagli infortuni dei giocatori più rappresentativi al rivoluzionamento dei roster, passando per episodi di inspiegabile nervosismo e insistenti voci di mercato. Ancor prima del verdetto del campo, la rivalità tra queste due franchigie ha già ridisegnato i contorni della storia dello sport professionistico Statunitense: mai difatti era successo in una delle 4 principali leghe sportive professionistiche (NBA, NFL, NHL, MLB), che due squadre si incontrassero per 4 Finals consecutive. Dopo aver assistito a dei Playoff da urlo, prepariamoci dunque a seguire una serie di finale che ha tutti i numeri giusti per essere ancora una volta eccezionale.

 

I Philadelphia 76ers, una delle squadre rivelazioni del 2018

Programmazione Sky Sport NBA-Ben Simmons e Joel Embiid, le stelle dei Philadelphia 76ers

I Philadelphia 76ers sono senza dubbio una delle squadre più interessanti della lega. Il team è passato dall’essere uno dei peggiori dell’intera NBA con record sempre negativi per ottenere le scelte alte al draft, ad essere attualmente una delle migliori squadre della Eastern Conference, imprevedibile e soprattutto futuribile. La panchina non è affatto male: sono stati aggiunti veterani come Amir Johnson, Marco Belinelli, ed altri in quintetto come JJ Redick stanno portando la squadra ad elevare il proprio livello e considerando che anche Markelle Fultz è ancora da vedere in NBA, i limiti di questa squadra sembrano essere infiniti.

Brett Brown-coach-Marco Belinelli-philadelphia 76ers
Brett Brown.

La squadra di Coach Brett Brown si trova ad occupare la sesta posizione nella rispettiva conference, con un record di 36 partite vinte e 30 partite perse ed un distacco di 6.5 partite dai Detroit Pistons, ovvero la nona squadra ad est e quindi prima tra le escluse dai playoff. A questo record dobbiamo aggiungere anche l’assenza per gran parte della stagione di Markelle Fultz (prima scelta assoluta nel draft 2017, quindi uno dei più ricchi di talento da anni a questa parte) e i continui problemi fisici che fino a pochi mesi fa hanno perseguitato la stella Joel Embiid. I 76ers, a meno di clamorosi colpi di scena da qui a fine regular season, parteciperanno dunque ai playoff NBA; traguardo questo che in pochi si sarebbero aspettati ad inizio anno, vista la scarsa attitudine della franchigia della Pennsylvania ed anche per via dell’età media molto bassa del roster dei 76ers (25 anni contando anche Marco Belinelli ed Ersan Ilyasova che sono arrivati da poche partite a Philadelphia). Proprio gli ultimi arrivati in casa 76ers si stanno rivelando degli elementi veramente importanti nel sistema di coach Brett Brown, visto che uscendo dalla panchina possono portare sicuramente esperienza e capacità di leggere ed interpretare nel modo giusto una partita, oltre ad avere entrambi tanti punti nelle mani; inoltre Brown non ha mai nascosto la stima che nutre nei confronti dell’italiano, ed ha inoltre giocato un ruolo chiave nella trattativa che ha portato la guardia bolognese a Philadelphia.

I 76ers sono una squadra piena di entusiasmo, cosa che portano senz’altro all’interno del parquet e nel loro modo di giocare, facendo muovere tanto il pallone e questo aspetto lo si può riscontrare guardando la classifica di assist distribuiti a partita. I 76ers sono in terza posizione con 25.9 assist di media a partita, dietro solamente ai Golden State Warriors (30.1) e ai New Orleans Pelicans (26.7). D’altro canto però sono anche la squadra che perde più palloni a partita, con 17.1 di media, ed anche una delle peggiori squadre per punti segnati in contropiede (diciannovesimi con 10.3 punti di media). Questo ultimo dato, unito a quello riguardante le palle perse, testimonia il dover maturare ancora molto mentalmente e il dover diventare più concreti, visto che i Philadelphia 76ers hanno un’efficienza offensiva in contropiede pari a 1.2 punti (ciò è anche comprensibile visto che le due stelle di questa squadra sono Embiid e Simmons, ovvero giocatori aventi rispettivamente 23 e 21 anni). Inoltre i 76ers sono una delle squadre che segnano di più nella NBA, con 107.8 di media e quindi alla decima posizione in questa classifica, mentre sono la quattordicesima miglior difesa della lega con 105.6 punti di media concessi a partita. La loro distribuzione di tiri è di 29 triple prese di media a partita (segnate con il 36.5%) e di 56 tiri da due punti di media (segnati con il 52%). Un dato importante per i 76ers sono senza dubbio i rimbalzi, visto che ne prendono 54.7 di media a partita (seconda squadra della lega in questa classifica, dietro solamente ai Los Angeles Lakers con 55), di cui 10.8 sono rimbalzi offensivi (quarti nella lega); questo permette alla squadra di coach Brett Brown di avere molti secondi possessi a disposizione, un fattore molto importante all’interno di una partita, anche se ne concedono altrettanti agli avversari.

 

I 76ers fanno girare la palla in modo da trovare la soluzione giusta per andare a canestro.

 

Ora andiamo ad analizzare i due giocatori più importanti dei Philadelphia Philadelphia 76ers:

  • Joel Embiid: il centro dei Philadelphia 76ers è sicuramente il giocatore di maggior talento della squadra, visto che è il miglior realizzatore e il miglior rimbalzista della squadra di Brown. Embiid viaggia infatti a 23.5 punti e 11 rimbalzi di media a partita, conditi anche da 3.2 assist, 1.8 stoppate e 0.7 palle rubate di media; inoltre è un giocatore in grado di segnare in tantissimi modi diversi, a partire dal post basso fino ad arrivare al tiro da tre punti (30.3%), ma è anche un giocatore in grado di battere dal palleggio i propri avversari e chiudere al ferro grazie ad un atletismo ed una potenza fisica fuori dalla norma. Ad appena 23 anni è già uno dei migliori giocatori della lega ed ha ancora ampi margini di miglioramento, le prospettive future per i 76ers sono veramente rosee fino a quando The Process sarà con loro.

 

  • Ben Simmons: Il numero 25 dei Philadelphia 76ers è un giocatore veramente atipico, visto che ha un fisico da ala grande (2.08 metri per 104 chilogrammi) ma gioca di fatto come il costruttore di gioco della squadra vista la sua grande abilità di passare la palla ed il suo ball handling da vero playmaker. Ben Simmons è il candidato principale al premio di rookie of the year, visto che viaggia con 16.2 punti, 7.7 rimbalzi e 7.6 assist di media a partita (sarebbe il primo rookie a chiudere la stagione con almeno 15 punti, 7 rimbalzi e 7 assist dai tempi di Magic Johnson), uniti anche a 1.7 palle rubate di media e 0.9 stoppate a partita. Tira da due punti con il 53.6% e la sua unica pecca è quella di non avere un range di tiro ampio, fondamentale che dovrà sicuramente costruire nel corso delle prossime stagioni. Ha un offensive rating di 108 punti su 100 possessi e ne concede solamente 103 su 100 possessi; LeBron James lo ha pubblicamente elogiato e designato come suo erede, mentre alcune voci di mercato parlano riguardante la prossima free agency dicono di un serio interessamento dei 76ers nell’ingaggiare King James e lui ha già mandato i primi segnali

Da 5 a 10, le pagelle della Trade Deadline: flop Orlando, rivoluzione in Ohio

Blake Griffin 50

La scorsa settimana è giunta la trade deadline, ovvero il termine ultimo concesso a tutte le franchigie per scambiare i loro giocatori. Il tutto per puntellare il roster in vista dei playoff oppure per smantellare la squadra e ricominciare da zero. Nell’articolo seguente proveremo a stilare una pagella dal 5 al 10 sulle principali trade che si sono concluse in questa breve sessione di mercato.

Voto 5 agli Orlando Magic

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Elfrid Payton, il colpo alla deadline dei Phoenix Suns

La maledizione playoff non accenna a placarsi in casa Magic; con questa sono sei le stagioni consecutive fuori dalla postseason (al momento). La dirigenza aveva quindi deciso di cedere tutti i suoi talenti durante la deadline per ottenere alte scelte al draft. Ma tra i vari Aaron Gordon, Evan Fournier e Mario Hezonja alla fine nessuno si è mosso e cosi ci si è dovuti accontentare di vendere Elfrid Payton ai Suns in cambio di una seconda scelta al prossimo draft. Poco rispetto al reale valore del ragazzo, unica nota lieta nelle ultime stagioni dei Magic. La ricostruzione è comunque alle porte e in estate probabilmente ci sarà un bel via vai dalle parti di Orlando.

Voto 6 a Marco Belinelli: Trust the Process

Questa deadline ha lasciato posto anche al trasferimento del nostro Marco Belinelli ai 76ers. Dopo Chicago, San Antonio, Charlotte e Atlanta il nativo di San Giovanni in Persiceto prosegue la carriera NBA nella città dell’amore fraterno, mai come quest’anno cosi vicina ai playoff. Philadelphia si arricchisce di un veterano con esperienza di titolo, capace di portare triple in uscita dalla panchina. Marco avrà il compito di far rifiatare JJ Redick e al contempo di aiutare nella crescita i tanti giovani presenti a roster. L’entusiasmo di certo non manca, come lui stesso ha dichiarato in un tweet:

Voto 7 al ritorno di Dwyane Wade

Certi amori non finiscono, fanno giri immensi e poi ritornano“. Sulle note di Venditti i Miami Heat hanno riaccolto il loro figliol prodigo, Dwyane Wade. The Flash, approfittando del caos di Cleveland, ha deciso di tornare all’ovile, dove in più di dieci anni ha conquistato tre titoli e un MVP delle Finals. Malgrado la veneranda età e un fisico ormai logorato dal tempo, la sua leadership potrà rivelarsi utile alla causa degli Heat soprattutto in ottica postseason. Dopotutto parliamo di una delle migliori guardie della storia NBA.

I tifosi non si sono dimenticati del loro beniamino

Voto 8 alla rischiosa (ma vincente) rivoluzione dei Cavs

Quando si rivoluziona una franchigia a febbraio di solito si manifestano problemi di coesione e adattamento in campo. Eppure da quando si è chiusa la deadline i Cavaliers hanno vinto tre partite di fila, dimostrando un affiatamento mai visto prima in stagione. Rilasciati i giocatori più disfunzionali (Derrick Rose, Isaiah Thomas, Jae Crowder e Dwayne Wade), i Cavs si sono gettati su giovani di grande talento, non certo All-Star, e con la giusta mentalità (Rodney Hood, George Hill, Larry Nance Jr. e Jordan Clarkson). L’efficienza difensiva è notevolmente migliorata, cosi come la percentuale da oltre l’arco grazie soprattutto ad un ritrovato J.R. Smith. I Celtics al momento distano solo 6 partite, e la rimonta di Cleveland è tutt’altro che impossibile.

A LeBron è tornato il sorriso, ora l’addio non è più scontato

Voto 9 al colpo dei Detroit Pistons

I Pistons sono riusciti a mettere sotto contratto il pezzo più pregiato di questa deadline: il 5 volte All-Star Blake Griffin. L’ex Clippers non ha palesato problemi di ambientamento anzi, con Andre Drummond compone la coppia lunghi più devastante della lega. La perdita di due validi giocatori come Tobias Harris e Avery Bradley si farà sentire (soprattutto in difesa), ma a conti fatti il gioco è valso la candela: Detroit è tornata in corsa per la postseason più agguerrita che mai.

Blake Griffin e Andre Drummond combinano in sintonia

Voto 10 ai Los Angeles Lakers

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Magic Johnson.

La lode spetta ai giovani Lakers di Magic Johnson: fuori Jordan Clakson e Larry Nance Jr., dentro Isaiah Thomas e Channing Frye. Los Angeles accoglie un piccolo play che aldilà dei suoi limiti difensivi rimane uno scorer di tutto rispetto e una power forward abile nel tiro da fuori (I gialloviola sono penultimi nella lega per percentuale da tre punti con un misero 33.2%). Ma la notizia migliore riguarda le cessioni: l’addio di un contratto pesante come quello di Clarkson aumenta lo spazio salariale in vista di questa estate e quindi anche le chance di firmare un pezzo grosso nella prossima free agency. Si prospetta un futuro radioso nella città degli angeli.

Three Points – A ritmo di Jazz

Arrivati al tanto atteso All Star Break, l’eco della folle trade deadline di settimana scorsa rimbomba ancora nelle orecchie degli appassionati NBA. I Cleveland Cavaliers hanno (stra)vinto tre partite consecutive, dopo la clamorosa rivoluzione che aveva allontanato dall’Ohio ben sei giocatori di rotazione. Più che i loro rimpiazzi, decisivo è stato – finora – il netto cambiamento di attitudine di chi è rimasto (J.R Smith e Tristan Thompson, ma anche lo stesso LeBron James). In sostanza, chi fino a settimana scorsa aveva volontariamente ‘scioperato’, ora si sta ricordando del motivo per cui è lautamente pagato. A prescindere dal fatto che sia passato troppo poco tempo per avere giudizi definitivi, quanto successo non rappresenta certo un bel segnale nei confronti della lega, letteralmente ‘presa in ostaggio’ dai capricci di un gruppo di giocatori.
Qualche lieve polemica (per fortuna spenta sul nascere) è sorta anche dopo la curiosa decisione, da parte di Steve Kerr, di far gestire alcuni timeout ai veterani dei suoi Golden State Warriors (Andre Iguodala, Draymond Green e David West), durante la ‘passeggiata di salute’ contro i Phoenix Suns. A chi lo accusava di “mancanza di rispetto” nei confronti degli avversari, il coach dei campioni NBA ha saggiamente spiegato che quello stratagemma era necessario al gruppo per mantenere concentrazione e coinvolgimento, anche in una fase pre-All Star Game in cui le batterie sembrano piuttosto scariche.

La settimana appena trascorsa è stata anche quella del ritiro della maglia numero 34 di Paul Pierce, celebrato a Boston di fronte, tra gli altri, alle colonne portanti dei Celtics titolati del 2008: Kevin Garnett, Rajon Rondo e coach Doc Rivers. Mi sembrava di ricordare un altro giocatore, determinante per quella squadra, ma non presente al Garden. Ma forse mi confondo con il protagonista di un film di Spike Lee

A proposito di ‘tuffi nel passato’, negli ultimi giorni sono tornate sul palcoscenico alcune vecchie conoscenze degli appassionati NBA. Emeka Okafor (seconda scelta assoluta al draft 2004) si è guadagnato due contratti decadali con i rimaneggiati New Orleans Pelicans, mentre Greg Oden (chiamato prima di tutti, Kevin Durant incluso, nel 2007) ha annunciato che si unirà alla lega di sport-entertainment BIG3. Nella stessa lega giocherà anche Amar’e Stoudemire, altro atleta la cui carriera è stata pesantemente rallentata (anche se non ai livelli di Oden) dagli infortuni. Parlando di ritorni, Chris Bosh ha annunciato la sua intenzione di tentare un clamoroso come back dopo i gravi problemi ai polmoni che lo avevano di fatto costretto al ritiro. Tanti auguri!

Nell’appuntamento odierno con ‘Three Points’, però, lasceremo da parte le glorie passate per concentrarci sul presente – ma anche sull’immediato futuro – della lega. Cominciamo subito!

 

1 – A ritmo di Jazz

Momento eccellente per gli Utah Jazz di Ricky Rubio (#3), Donovan Mitchell (#45) e Derrick Favors (#15)
Momento eccellente per gli Utah Jazz di Ricky Rubio (#3), Donovan Mitchell (#45) e Derrick Favors (#15)

C’è una squadra che, da un mesetto a questa parte, ha alzato il volume a tal punto da diventare una seria candidata ai playoff: gli Utah Jazz. Sì, gli stessi Utah Jazz che, non più tardi della scorsa estate, sembravano destinati a tornare nell’oblio da cui erano venuti. Archiviati da tempo i fasti dell’era Stockton-to-Malone, ma anche quelli più recenti (e ben più modesti) di Deron Williams e Carlos Boozer, la franchigia era sprofondata in un lungo anonimato. Poi, con l’esponenziale crescita di Gordon Hayward e Rudy Gobert e l’arrivo in panchina di Quin Snyder (2014), avevano finalmente ritrovato la strada verso il successo, fino all’exploit del 2016/17: 51 vittorie, quinto piazzamento ad Ovest e semifinali di Conference raggiunte dopo sette anni. Un’accelerazione inarrestabile, o quasi.

La decisione di Hayward di lasciare lo Utah, per ricongiungersi con coach Brad Stevens a Boston, era stata il primo di una serie di eventi sfavorevoli. Durante la pre-season, infatti, Dante Exum (già costretto a saltare interamente la stagione 2015/16) era stato travolto da T.J. Warren dei Phoenix Suns; lussazione alla spalla con interessamento dei legamenti, operazione inevitabile, altra annata persa. L’eterna promessa australiana è poi stata raggiunta in infermeria dallo stesso Gobert, fermo diverse settimane per problemi al ginocchio, e da Thabo Sefolosha, anche lui ‘out for the season’ dopo un infortunio al ginocchio destro patito a gennaio contro gli Charlotte Hornets.

Sembrava una situazione disperata per i Jazz, che in effetti avevano iniziato questo 2017/18 con parecchie difficoltà. Il 22 gennaio, dopo la sconfitta di Atlanta, il tabellino riportava 19 vittorie e 28 sconfitte. Poi, la svolta.
La vittoria in overtime in casa dei Pistons è stata la prima di una serie di UNDICI consecutive. Tra le vittime della truppa-Snyder troviamo anche Raptors, Warriors (schiantati con 30 punti di scarto), Spurs (battuti due volte), Pelicans e Blazers. Un’avanzata incontenibile, che ha inserito di prepotenza Utah nella corsa ai playoff. Attualmente i Jazz sono decimi ad Ovest, con l’ottavo posto di New Orleans (priva di DeMarcus Cousins) distante solo una partita e mezza.

L’uomo-copertina di questo grande momento è indubbiamente Donovan Mitchell. La guardia da Louisville è la maggiore sorpresa dell’eccellente classe di rookie 2017. Scelto con la tredicesima chiamata da Denver e girato ai Jazz in cambio di Trey Lyles e Tyler Lydon, ha mostrato fin da subito sprazzi di talento degni di un futuro All-Star. Votato miglior matricola della Western Conference sia a dicembre che a gennaio, ha colmato in un colpo solo le due maggiori carenze di Utah: un giocatore da prima pagina (quello che Hayward non era ancora diventato) e un realizzatore seriale. Attualmente viaggia a 19.6 punti di media, per distacco miglior marcatore dei Jazz. La recente striscia vincente lo ha visto salire ulteriormente di livello: 21.3 a sera, con sette gare oltre quota 20 e una performance da 40 punti (la seconda stagionale, dopo il career-high di 41 contro i Pelicans) a Phoenix. Il suo straordinario rendimento ha reso molto più semplice la cessione di Rodney Hood, passato ai Cavs in cambio di Derrick Rose e Jae Crowder. Mentre l’ex-MVP è stato immediatamente tagliato, Crowder può invece rappresentare l’aggiunta ideale per tentare l’aggancio alla post-season. Giocatore perfetto per un sistema organizzato come quello di Snyder (e non come quello di Tyronn Lue a Cleveland, dove infatti non ha reso), l’ex ala dei Celtics è un ottimo difensore inserito in un’ottima difesa (al momento la quinta della lega per defensive rating). Con uno specialista della materia come Gobert (possibilmente in salute) a dirigere le operazioni, passare sul ‘cadavere’ di questi Jazz sarà compito arduo per chiunque.

Mitchell a parte, sorprende anche il rendimento eccezionale di giocatori come Ricky Rubio e Joe Ingles, entrambi con le migliori cifre realizzative in carriera. Lo spagnolo è il giocatore altalenante per antonomasia, per cui potrebbe ‘spegnersi’ in un batter d’occhio, ma l’australiano, reduce da un cospicuo rinnovo contrattuale, è sempre più una certezza. Anche Derrick Favors, ‘corpo estraneo’ l’anno scorso, sembra rinato in questo 2017/18. A remare contro i Jazz nella lotta furiosa per l’ottavo posto è però la panchina, indubbiamente molto corta. In questo senso, una menzione la merita Royce O’Neale. Non scelta al draft 2015, l’ala texana si è ‘fatta le ossa’ tra Germania (Ludwigsburg) e Spagna (Gran Canaria), prima di riuscire a conquistare un piccolo spazio nella lega più competitiva al mondo. Dopo un avvio di stagione difficile, è entrato stabilmente nelle rotazioni di Snyder, mettendo a referto 8.2 punti in 21.9 minuti di media, dal 10 gennaio a oggi.

Che i playoff vengano raggiunti o meno, il futuro in casa Jazz è meno compromesso di quel che si pensasse. Riprendere il percorso interrotto l’anno scorso è possibile, anche nel breve-medio termine. Qualche free-agent di livello farebbe molto comodo, a riguardo. Peccato che nello Utah, storicamente, non voglia andarci nessuno… Basterà l’esplosione di Donovan Mitchell per sovvertire la tendenza?

 

2 – I nuovi Denver Nuggets

Da sinistra, Gary Harris, Nikola Jokic e Jamal Murray
Da sinistra, Gary Harris, Nikola Jokic e Jamal Murray

Un’altra franchigia da tenere d’occhio, nei prossimi anni, è quella della ‘Mile High City’. I Nuggets, presenza fissa ai playoff sia nell’era Anthony-Iverson-Billups che negli anni di coach Karl, avevano intrapreso un lento declino. Alla stagione di grazia 2012/13 (quella in cui il quintetto Lawson-Iguodala-Gallinari-Faried-McGee sentì quasi il profumo dell’All Star Game) ne sono seguite quattro senza post-season. Durante questo periodo, in Colorado si sono gettate le basi per un nuovo corso. Salutato definitivamente il ‘Gallo’, con Iggy e JaValone campioni NBA ad Oakland, Lawson a combattere i suoi demoni personali e ‘Manimal’ finito mestamente ai margini delle rotazioni, i nuovi Nuggets si apprestano a tornare una mina vagante nella Western Conference. Al momento, gli uomini di coach Mike Malone sono a mezza vittoria di distanza dal quinto posto, reduci da sei successi nelle ultime sette partite. Degni di nota, tra questi, i trionfi contro Golden State, Oklahoma City e San Antonio.

Se il presente fa sorridere, sono le prospettive future l’aspetto migliore in casa Nuggets. Il processo di ricostruzione ha dato vita ad un nucleo giovanissimo e molto promettente. Gli unici over-30 sono Richard Jefferson e Devin Harris (entrambi in scadenza), Wilson Chandler (ormai da un paio d’anni con la valigia pronta) e Paul Millsap. Il caso dell’ex-Atlanta va un po’in controtendenza rispetto ai piani della franchigia. Certo, si tratta pur sempre di un 4 volte All-Star che, una volta rientrato dal brutto infortunio al polso, potrebbe dare una spinta decisiva nelle corsa ai playoff. Detto questo, il triennale da quasi 90 milioni di dollari firmato in estate è follia allo stato puro, per un giocatore che ha appena compiuto 33 anni.

La bassissima età media del resto dell’organico rende Denver una delle franchigie con il più ampio margine di crescita nell’intera lega. La ‘spina dorsale’ della squadra è costituita da Jamal Murray (20 anni), Gary Harris (23) e Nikola Jokic (22). Il primo, dopo una buonissima stagione da rookie, si sta confermando un attaccante formidabile. Con il ‘cecchino’ Harris al suo fianco, minaccia di formare una versione ‘in miniatura’ degli Splash Brothers. Jokic è una delle grandi rivelazioni dell’ultimo biennio NBA. Selezionato con la quarantunesima scelta all’attesissimo draft 2014 (la cui reale profondità è ancora in attesa di giudizio), il centro serbo è letteralmente esploso nella scorsa stagione, tanto da chiudere al secondo posto le votazioni per il Most Improved Player Of The Year Award (riconoscimento assegnato a Giannis Antetokounmpo). Quest’anno si sta confermando a grandissimi livelli. Ad inizio stagione ha fatto registrare il suo primato personale segnando 41 punti nella vittoria sui Brooklyn Nets. Poi ha messo a referto 5 triple doppie, tra cui quella contro i Milwaukee Bucks, completata in 14 minuti e 33 secondi; record ogni epoca (il precedente risaliva al 1955, anno in cui Jim Tucker dei Syracuse Nationals impiegò 17 minuti). Mani fatate e piedi da ballerino in un corpo che sotto canestro si fa sentire, eccome, Jokic avrebbe tutte le carte in regola per diventare una superstar NBA. Se solo abbandonasse quell’atteggiamento così ‘svagato’ ed evitasse l’eccessivo autocompiacimento, potrebbe davvero tentare il decisivo salto di qualità.

Se i tre sopra citati possono essere considerati pilastri inamovibili della nuova era, tutti gli altri rappresentano dei ghiotti asset per possibili scambi. Il primo a salutare è stato Emmanuel Mudiay, passato ai Knicks in cambio di Devin Harris (in scadenza) e di una seconda scelta 2018. Se la dirigenza riuscisse a far fruttare a dovere anche i vari Faried, Mason Plumlee, Trey Lyles, Juancho Hernangomez e Malik Beasley, tutti under-30 con contratti a lungo termine, potrebbe costruire in brevissimo tempo una squadra estremamente interessante. Anche perché ci sarebbe lo spazio salariale per qualche innesto di grosso calibro (sempre che ci siano free-agent interessati, ovviamente). In questo senso, decisivi saranno anche i rinnovi di Will Barton (a libro paga per 3,5 milioni fino a luglio) e dello stesso Jokic, che finora ha praticamente giocato ‘gratis’ (neanche 1,5 milioni percepiti nel 2017/18). In altre parole, i Nuggets sono un classico esempio di franchigia arrivata a uno snodo cruciale della propria storia: lavorando e pianificando con cura potrebbe raggiungere presto grandi risultati, altrimenti si riaprirebbero i neri portoni della mediocrità.

 

3 – Marco & The Process

Marco Belinelli al debutto in maglia Sixers
Marco Belinelli al debutto in maglia Sixers

Oltrepassata la soglia di una trade deadline piuttosto movimentata, il mercato NBA continua con i cosiddetti ‘buyout’. In sostanza, quei giocatori che si ritrovano (solitamente in seguito a scambi passati) in un contesto non di loro gradimento, a cui non possono dare un contributo significativo (tradotto: squadre che, da qui in avanti, penseranno solo a perdere il più possibile, per scalare posizioni al draft), hanno la possibilità di chiedere la rescissione contrattuale, con l’intenzione di cercare un posto in un team da playoff. E successo a Derrick Rose, ancora in cerca di squadra, e a Joe Johnson, prontamente reclutato dagli Houston Rockets. Lo stesso percorso è stato intrapreso da Marco Belinelli.
Dopo un avvio di stagione caratterizzato dalle soddisfazioni personali (11.4 punti di media in uscita dalla panchina, come nell’anno del titolo a San Antonio), ma dai pessimi risultati di squadra (ultima ad Est, lanciata verso il tanking selvaggio), il Beli ha deciso di lasciare gli Atlanta Hawks per firmare con i Philadelphia 76ers, nona franchigia della sua carriera NBA.

Una scelta impegnativa, quella di fidarsi di ‘The Process’; Rockets e Thunder, citate speso come pretendenti ai suoi servigi, avrebbero potuto garantirgli una corsa più lunga ai playoff, rispetto alla giovane e inesperta Phila. I Sixers, però, rappresentano per Marco la migliore combinazione di prospettive e minutaggio. Anche dal punto di vista della franchigia, l’operazione calza a pennello. Il nostro connazionale è l’innesto perfetto per ‘aprire’ ulteriormente il campo, lasciando spazio alle incursioni dei due fenomeni Ben Simmons (ancora poco avvezzo al gioco perimetrale) e Joel Embiid. L’alternanza tra Belinelli e J.J. Redick, altro micidiale tiratore, minaccia di trasformarsi in un incubo per le difese avversarie. Chiedere, per conferma, ai Miami Heat, battuti in rimonta anche grazie ai 14 punti di Redick e ai 17, 11 dei quali nel quarto periodo, di un Beli al debutto con la nuova maglia.

In quello che, di fatto, è il primo anno della seconda fase del ‘Processo’, avere risultati immediati sarà difficile. Probabilmente i maggiori frutti del binomio Belinelli-Sixers si potrebbero raccogliere l’anno prossimo, con un gruppo più maturo e con i giusti ritocchi al roster. Prima, però, si dovrà passare dalla free-agency, che coinvolgerà anche Marco. Dovesse confermare la sua scelta e adeguare le richieste economiche al fine ultimo, potrebbero aprirsi le porte per un finale di carriera estremamente interessante. Ci sarebbe anche la remota ipotesi che tale LeBron James decida di abbracciare ‘The Process’ la prossima estate, ma qui siamo ancora nell’ambito della fantascienza…

Marco Belinelli, sinonimo di garanzia

Marco Belinelli

Sul valore di Marco Belinelli non ci sono mai stati dubbi. Dai fugaci ma significativi esordi in maglia Virtus, passando per l’esplosione di talento in casa Fortitudo, siamo ormai arrivati a parlare di un veterano della Nba, giunto alla sua undicesima stagione nella Lega più competitiva del pianeta.
A livello personale il Beli non ha mai mancato di mettere in mostra le sue indiscusse capacità, come successo peraltro agli altri 2 italiani (Bargnani e Gallinari, ovviamente) scelti nei draft del trienno di grazia 2006-08.
Ma su un aspetto il bolognese (scelto dai Warriors alla 18 nel 2007) ha surclassato i suoi 2 compagni di nazionale: la capacità di adattarsi alle diverse situazioni capitategli nel corso della carriera.
Marco ha avuto l’intelligenza di mettersi completamente a disposizione, trovando in ogni nuova realtà il ruolo più congeniale nei meccanismi del roster, aspettando per diventare protagonista, per poi magari tornare in un apparente ma temporaneo anonimato senza mai colpo ferire.

Dopo 7 stagioni caratterizzate da un continuo ma lento crescendo, frutto di una maturità sempre maggiore e di opportunità sempre più stimolanti (Bulls e Spurs in primis), l’ex stella Fortitudo ha intrapreso alla soglia dei 30 anni delle nuove sfide legate a delle possibilità contrattuali migliori, oltre che a contesti lavorativi più complicati e in divenire.
Qui si spiegano le due stagioni a Sacramento e Charlotte, nelle quali – tra mille difficoltà – è riuscito comunque a raggiungere la doppia cifra di media in circa 140 partite totali.
La nuova sfida raccolta in questo 2017/18 è invece quella di accompagnare i giovani Hawks a quella che si appresta con buona probabilità a diventare la prima stagione di transizione per Atlanta dopo 10 apparizioni consecutive ai playoffs.
E con il 32° compleanno a pochi mesi di distanza, Belinelli non sembra intenzionato ad alzare il piede dall’acceleratore: nelle prime 7 presenze con la nuova maglia viaggia a 14.6 punti a partita (miglior dato in carriera) frutto di un meraviglioso 55% da oltre l’arco, dato destinato a calare, ma non per questo meno sbalorditivo. Anche perchè stiamo parlando di un giocatore che oramai, seppur conosciuto e rispettato dalle difese avversarie, è comunque capace di costruirsi un tiro affidabile. Al momento siamo al career high anche per quanto riguarda assist (2.6) e palle recuperate (1 a partita), ma evidentemente non è abbastanza. Gli Hawks sono infatti ultimi a est con il non invidiabile record di 1-6, e si appigliano alla verve del tedesco Schroder e a poco altro.
Marco sta facendo ampiamente il suo (2° miglior marcatore della squadra in meno di 28′ sul parquet, partendo per giunta sempre dalla panchina), ma gli ostacoli che la squadra sta trovando sulla sua strada rischiano di diventare insormontabili montagne.
L’approccio di un veterano come Marco potrebbe idealmente rappresentare la scossa per dare una svolta alla stagione.

Atlanta Hawks, una piacevole sorpresa o una realtà?

Atlanta Hawks Marco Belinelli

Atlanta Hawks, una piacevole sorpresa o una realtà? In Georgia si respira cauto ottimismo sulla stagione

Nella Eastern Conference, oltre agli slot per i playoffs disponibili per Cleveland Cavaliers, Boston Celtics e Washington Wizards, Toronto Raptors i restanti slot per l’accesso ai playoff sono tutti in discussione. Questo dipende dal livello medio delle squadre e dal crearsi di super team che secondo sua maestà Jordan starebbe “distruggendo la Nba”.

Una delle franchigie dal futuro incerto sono di sicuro gli Atlanta Hawks di coach Mike Budenholzer. Dopo un periodo di accesso costante alla postseason culminato anche con le finali di Conference nel 2015 contro i Cleveland Cavaliers, quest’anno pare che la franchigia della Georgia non abbia molto appeal e sarà destinata a un lento processo di rebuilding sperando in giorni migliori.

Gli Atlanta Hawks ripartono dal made in Europe

Lo smantellamento degli Atlanta Hawks: Dopo aver perso nel corso della free agency 2017 la PF Paul Millsap, approdato a ovest ai Denver Nuggets, del quintetto dei record delle stagioni 2014 e 2015 non c’è più nulla. DeMarre Carroll passò per la stagione 2014-2015 ai Toronto Raptors e oggi è ai Brooklyn Nets. Jeff Teague per la stagione 2016-2017 è finito prima gli Indiana Pacers ed oggi è ai Minnesota Timberwolves. Al Horford nella stagione 2016-2017 passò ai Boston Celtics di cui attualmente fa parte, mentre Kyle Korver è stato scambiato ai Cleveland Cavaliers durante la trade deadline. Quest’estate invece il rinato Tim Hardway Jr. è tornato ai New York Knicks dopo una convincente stagione agli Atlanta Hawks.

Il quintetto delle meraviglie si è andato a sfaldare con gli anni, lasciando un nucleo di giovani interessanti come Kent Bazemore e Dennis Schroder, a cui hanno fatto seguito delle decisioni ambigue come l’acquisizione del centro natio di Atlanta Dwight Howard. Questo idillio, culminato con il cambio di numero di maglia dallo storico 12 al numero 8 anche per motivi di sponsor, non è mai nato. Di conseguenza oltre al non convincente rendimento in campo del lungo si è deciso di scambiarlo a Charlotte in cambio di Marco Belinelli, e c’è chi ha affermato che alla notizia della trade di Howard alcuni giocatori abbiano festeggiato.

Il futuro degli Hawks nella mani di Schroder

Cosa succederà nel futuro degli Atlanta Hawks? Nonostante il roster non sia di primo livello per poter competere apertamente a est, la squadra di coach Mike Budenholzer  penterà sicuramente sulla crescita (anche a livello di comportamenti) di Dennis Schroder. Per il talento tedesco si prospetta una stagione da trascinatore, mentre dalla panchina potrà arrivare tutta l’esperienza di role players navigati come il nostro Marco Belinelli, del centro Miles Plumlee, dell’ala turca Ersan Ilyasova e dell’ala tiratrice Luke Babbitt.

Il coach, una certezza:

Non dimentichiamo che coach Mike Budenholzer  è un discepolo di coach Popovich e cultore del sistema Spurs, tant’è che lo stesso Belinelli ha affermato che gli Atlanta Hawks gli ricordano molto una San Antonio in miniatura e non è un caso che si sia subito calato nella parte con una grande prima gara stagionale. Per 14 anni di fila il coach è approdato ai playoff, di cui 9 da vice allenatore di Popovich e 5 come capo allenatore degli Atlanta Hawks. Insomma numeri che parlano chiaro, ma questa stagione probabilmente servirà qualcosa di più di un miracolo per portare la squadra della Georgia ai Playoffs.

Sicuramente a est sarà difficile se non impossibile imporsi date le realtà delle più blasonate Cleveland Cavaliers, Boston Celtics e Washington Wizards per una squadra che l’anno scorso ha concluso la stagione con un record di 43 vittorie e 39 sconfitte e priva quest’anno di tanti giocatori importanti tra cui come detto Millsap. Sarà possibile sovvertire i pronostici? Ad Est sicuramente niente è impossibile ed una ottava  posizione non è preclusa a nessuna squadra: stanotte una sfida molto interessante proprio contro l’ex centro della squadra Howard. Avremo ulteriori conferme del gioco fluido offensivo espresso dagli Hawks? Oppure si paleseranno i primi problemi?

E’ presto per fare bilanci ma gli Atlanta Hawks potrebbero diventare una sorpresa dopo che gli addetti ai lavori prima della stagione pronosticavano una stagione da ultimissima piazza ad Est?

A favore degli Atlanta Hawks ci sono la relativa omogeneità delle squadre di media classifica e talento, a sfavore degli Hawks nella corsa alla postseason un probabile piazzamento all’ottavo posto, che significherebbe primo turno di playoff contro una delle contender tipo Cavs e Celtics. Questo si tramuterebbe in un possibile 4-0 e in un ulteriore anno perso per cominciare il procedimento di rebuilding e fare in modo che si torni nel giro di pochi anni nuovamente competitivi a Est.

 

Atlanta Hawks: The Americans

Atlanta, capitale del Peach Country (lo stato delle pesche), primi anni ’80. Da San Giovanni in Persiceto viene spedito uno dei migliori 007 italiani, Marco Belinelli (nome in codice Elizabeth Jennings), da poco rientrato dalla missione in Europa dell’est. Il Beli raggiunge l’agente speciale Dennis Schroder (nome in codice Philip Jennings).

 

Dennis, rispetto a Elizabeth, si è adattato molto bene allo stile di vita americano, e il sentimento per il collega, da montatura governativa, sta cominciando a diventare qualcosa di serio. Marco, dal canto suo, è super impegnato a mantenere la famiglia oltre che a salvare le apparenze con la loro piccola agenzia di viaggi e a fare carriera.

Atlanta
Dennis Schroder e Marco Belinelli in ‘The Americans’.

 

La missione non è semplice, dopo 10 anni gli Atlanta Hawks si trovano all’alba di una nuova era, l’inizio del processo di rebuilding. I ragazzi del Vecchio Continente dovranno fare quanto possibile per poter prendere il controllo della città. Tra i cambiamenti e gli abbandoni, oltre ai vari Kyle Korver e Paul Millsap, c’è da registrare il passo indietro di coach Mike Budenholzer che, fino al maggio scorso, ricopriva anche il ruolo di President Of Basketball Operations. L’incarico è stato assunto da Travis Schlenk, che negli ultimi 12 anni ha ricoperto con grande successo diversi ruoli manageriali (soprattutto quelli concernenti la gestione dei dipendenti) con i Golden State Warriors. Travis ha lavorato in tutti i campi della dirigenza e per la prima volta assumerà l’incarico più ambito, quello del decision making.

 

Per portare a termine la missione i nostri agenti speciali dovranno essere molto attenti a non farsi smascherare; la buona riuscita della missione, nonché la salute dei nostri ragazzi, dipende tutto dalle loro capacità di mimetizzazione.

Riusciranno a prendere il controllo di Atlanta senza far scoprire le loro origini europee? Come se non bastasse, a rendere ancora più complicata la missione, negli States il mercato è sempre più in fermento: da est e ovest infatti ci sono stati movimenti che hanno sconvolto gli equilibri geo-politici conosciuti finora e le nostre spie preferite dovranno fare un grande lavoro per portare a casa il trofeo più ambito. Quale? La first pick per il draft del 2018. Per constatare l’ultima volta in cui il team della Georgia ha pescato per primo , dobbiamo salire sulla DeLorean e tornare indietro al 1975, quando fu scelto David Thompson.

Dal 2013, inizio della gestione Budenholzer, la franchigia ha sempre centrato i playoff e, soprattutto, ha sempre costruito un gioco molto piacevole e corale grazie anche al salto di qualità fatto fare a molti protagonisti. Basti pensare a Korver, Millsap e Al Horford, grandissimi campioni a cui l’ex assistant coach dei San Antonio Spurs ha dato un grande aiuto. Oltre questo Atlanta, durante questo periodo, ha sempre fatto registrare più di 100 punti a partite. Quest’anno il primo scoglio sarà proprio questo: trasformare buoni giocatori in solidi ed affidabili scorer. Basti pensare che il solo Schroder ha registrato in qualche fase della carriera una media di almeno 12 tiri presi a gara (gli altri non arrivano a 10). Belinelli invece sarà chiamato a dare un contributo ancora maggiore in attacco, sia se avrà la possibilità di partire in quintetto che partendo dalla panchina, sfruttando la sua capacità di muoversi senza palla e di colpire in uscita dai blocchi. L’altro indiziato è Kent Bazemore, buonissimo swingman con un passato in California (prima nel nord con Golden State e poi a sud dai Los Angeles Lakers): dovrà prendersi più responsabilità offensive (cercando di incrementare il 34.6% da 3) ma allo stesso tempo dovrà essere efficace anche in difesa.

 

Bazemore ha tutte le carte in regola per diventare ancora più efficiente in attacco, divenendo una delle bocche di fuoco più calde degli Hawks.

John Collins invece è il giovane che tutta la città spera di poter vederlo premiato col Rookie of the Year (premio che manca ad Atlanta dalla stagione 1954/1955 quando a vincerlo fu Bob Pettit). Finora ha impressionato gli addetti ai lavori tanto che, secondo fonti vicine alla franchigia, coach Mike vorrebbe dargli più minuti possibili in modo da poter accumulare subito esperienza e capire quanto si può contare su questo ragazzo. Il prodotto di Wake Forest potrà essere utile qualora si deciderà di banchettare dentro l’area, sfruttando la sua discreta tecnica e il suo atletismo. Inoltre non è da trascurare la sua solidità a rimbalzo, grazie alla quale potrà dare una mano a far partire le transizioni (quando prenderà quelli difensivi) e andare a segno coi tap-in, dopo che i tentativi dei compagni andranno a sbattere sul ferro. Per vincere il premio di rookie dell’anno è fondamentale mettere da parte delle buone statistiche e, vista la situazione ad Atlanta, potrebbe tranquillamente chiudere la stagione in doppia cifra sia di punti che di rimbalzi. La concorrenza però, è davvero molto folta.

 

Dal punto di vista del gioco, nel complesso, coach Bud avrà Schroder come cardine principale: oltre agli isolamenti, il play tedesco giocherà molti pick and roll usufruendo dell’area sgombra per le sue penetrazioni. Ovviamente, sull’arco stazioneranno i vari Bazemore Ilyasova, e il Beli pronti a raccogliere e a finalizzare gli scarichi (anche se solo gli ultimi due sono affidabili tiratori).  Nella propria metà campo, invece, spicca il ruolo dei lunghi, su tutti quello di Dewayne Dedmond, ennesimo giocatore plasmato dalle mani del sapiente coach Gregg Popovich, pronto a svolgere il ruolo di rim protector. Servirà mettere l’intensità giusta per impedire agli avversari di colpire dal perimetro e una particolare attenzione nel scegliere i cambi e i tempi di aiuto. Saremo di fronte ad una difesa ‘di sistema’ dove sarà importante l’intesa tra i giocatori.

In uscita dalla panchina Belinelli strapperà una bella fetta di minutaggio, assieme presumibilmente a Collins che  da starter potrebbe rendere troppo alto il quintetto quindi poco adatto alla moderna NBA. In panchina gli altri giocatori come Miles Plumlee e DeAndre Bramby potrebbero dare un buon contributo.

Gli Hawks potrebbero chiudere la Eastern Conference come tra gli ultimi della classe: in questo modo Atlanta potrebbe raggiungere il piatto grosso avendo buone probabilità di pescare una scelta alta al draft.

Torna la classica mediterranea: leggere Italia-Serbia

Potete chiamarla come vi pare: Jugoslavia, Yugoslavia, Serbia-Montenegro, Serbia. Fatto sta che quella tra noi e loro è una classica del basket europeo, più o meno come quella tra loro e la fu Unione Sovietica, ora Russia.

Tornano in mente ricordi piacevoli (Nantes ’83, Parigi ’99), agrodolci (Roma ’91) o più spesso spiacevoli (Barcellona ’97, Atene 2004, euroqualificazioni 2008 e gli ultimi tre Eurobasket).

Siamo sempre noi contro di loro, in una sfida tradizionale. La Serbia per l’Italia è come Petar Blagojevic, noi probabilmente per loro siamo come le streghe nostrane: creature da esorcizzare.

Negli ultimi tempi è andata meglio a loro.

QUI SERBIA

Non è la Serbia dei nostri nonni, non quella dei nostri padri, zii, cugini e via di albero genealogico. Hanno rinunciato in sette, quattro particolarmente gravi: Teodosic lucido folle, Kalinic ramponiere, Bjelica multitasking e Jokic mente muscolare.

È meno arcigna in difesa e più volante in attacco, affidandosi molto ai lob che non sono nella tradizione cestistica slava.

Poi certo, è ancora temibile sui pick&roll laterali e centrali, specie se hai Bogdanovic che ha un range di tiro pressoché illimitato e visione di passaggio, o Gurovic che fa passare la spicchiata in pertugi semi-invisibili.

Ha lunghi come Marjanovic e Kuzmic che sanno prendere posizione, distanziarsi e segnare, salvo poi perdersi i tagli dietro sotto il proprio tabellone.

Finora, però, quello che pare mancata è la cattiveria agonistica serba, e quel misto di presunzione e sicurezza in sé stessi che rende sempre difficile giocare contro di loro in gara secca.

Probabile che le assenze abbiano un po’ suggestionato l’ambiente, in questo senso. Finora i serbi hanno giocato due sole gare veramente probanti (una vinta, Lettonia, e una persa, Russia), passeggiando il ciabatte nelle altre.

Per una squadra che fa della motivazione, della mentalità tremendista e dell’agonismo la propria maggiore spinta propulsiva questo potrebbe essere uno svantaggio non indifferente.

Significa che, finora, non si sono abituati a lottare. E iniziare farlo in una gara secca è pericoloso.

Ne sono capaci, ma è sempre difficile.

QUI ITALIA

Messina contro Djordjevic a livello di nazionali. Quand’era successo l’ultima volta? Ah già, Europeo di Barcellona, Anno Domini 1997.

Ettore lasciava la panchina a Tanjevic dopo un argento conquistato. Non aveva voluto rinnovare qualche mese prima per non essere un peso in caso di risultato negativo.

Era stato criticato e invitato a lasciare subito la panchina: non era ancora l’Ettore europeo e ‘mmerigano, simbolo della rivincita di noi italiani stortignaccoli ma brava gente.

Barcellona, dunque. La Jugo va avanti, in campo fa quello che vuole (in più sensi), i signori in grigio non ritengono doveroso intervenire e gli uomini di Belgrado si prendono il secondo oro di fila.

Inutile buttarla sulla rivincita personale, sarebbe una lettura cialtrona. È però vero che Messina ha memoria da elefante, e queste cose tende a ricordarle.

I concetti in vent’anni non sono mutati: spirito di squadra, il gruppo davanti a tutti, stelle al servizio della squadra e non il contrario, stelle che però hanno licenza di brillare quando più gli garba.

Datome, Belinelli e Melli in questo senso sono le stelle, Cusin il protettore del verniciato, Hackett l’orologiaio che alla bisogna uccide col pendolo, Filloy la garra italo-argentina, Biligha il solido fondente perugino, Aradori l’acciarino magico.

Gli altri a rotazione, sperando che le energie non siano già in riserva, dopo una vittoria convincente totalmente (Israele), una parzialmente (Finlandia), due quasi per nulla (Ucraina e Georgia), una sconfitta bella (Lituania) e una brutta (Germania).

L’Italia probabilmente in questo Eurobasket morirà come ha vissuto: cercando il ribaltamento del lato per il tiro da tre (o l’arresto e tiro da da due) da smarcati in attacco, e intasamento dell’area con mani addosso e tiri contestati in quantità.

Non è detto però che debba morire contro la Serbia.