Mavs, Mark Cuban giura: “Porzingis a Dallas per i prossimi 20 anni, non finirà come con Nash”

Il “duumvirato” di Luka Doncic e Kristaps Porzings a Dallas, Texas, “durerà 20 anni”, parola di Mark Cuban.

 

Il lettone Kristaps Porzingis è da poche ore ufficialmente un giocatore dei Dallas Mavericks. La squadra texana si è assicurata nella serata di giovedì scorso l’ex giocatore dei New York Knicks con un blitz, spedendo nella Grande Mela il giovane Dennis Smith Jr ed i contratti in scadenza di DeAndre Jordan e Wesley Matthews.

 

 

I Mavericks affonteranno in estate la questione relativa al rinnovo contrattuale di Porzingis. Nelle ore successive alla trade il lettone si è detto “disponibile” ad accettare la qualifying offer annuale da 4.5 milioni di dollari.

 

Segnale più di fiducia e “disponibilità” verso i nuovi datori di lavoro, che reale intenzione, per Porzingis probabilmente. Ne è consapevole il proprietario dei Mavs Mark Cuban, che alla domanda sulle possibilità di rinnovo già in estate per il lettone ha risposto:

 

Se Kristaps (Porzingis, ndr) firmerà l’estensione contrattuale in estate? Rispondo io per lui: si, lo farà (…) non mi preoccupo di questo, sinora è andato tutto bene, c’è sintonia. A meno di qualcosa di clamoroso in futuro, posso dire che Kristaps Porzingis rimarrà qui con noi per i prossimi 20 anni. Noi ci contiamo e lo speriamo

 

– Mark Cuban su Kristaps Porzingis –

 

Kristaps Porzingis: “io e Doncic speciali. Il mio rientro? Pazienza”

 

Siamo d’accordo su tutto, non c’è nemmeno bisogno di chiedere” ha immediatamente aggiunto il giocatore lettone. Come riportato da Marc Stein del NY Times, la speranza di Cuban è quella di ricreare l’accoppiata Steve Nash-Dirk Nowitzki, che nei primi anni 2000 mise i Dallas Mavericks sulla carta geografica del basket USA.

 

Fu un mio errore quello di non trattenere Steve Nash più a lungo. Non farò lo stesso errore con Luka (Doncic, ndr) e Kristaps (Porzingis, ndr)”

 

Così Kristaps Porzingis in conferenza stampa:

 

Io e Doncic? Una cosa esalatante solo a pensarci, credo davvero che assieme potremo essere speciali. il mio unico obiettivo è la pallacanestro, posso già vedere il futuro e dirvi quanto io e Luka potremo essere speciali in campo. Speciali e divertenti da veder giocare. Non vedo l’ora (…) io mi sento bene, benissimo, ma come ho sempre detto non c’è bisogno di forzare i tempi. Non c’è fretta, ho portato pazienza sino ad oggi e continuerò a portare pazienza. Sarà difficile dover aspettare ancora ma prenderemo la decisione migliore per tutti. Dallas? Ci vuole tempo per contruire delle relazioni solide, ciò che posso dire è che sono qui da due giorni e tutti mi hanno accolto a braccia aperte, mettendosi a completa disposizione (…) ciò che cerco in una organizzazione ed in una squadra

– Kristaps Porzingis –

Addio a Paul Allen, proprietario dei Portland Trail Blazers

La NBA ed il mondo dello sport americano piangono la scomparsa di Paul Allen. Il proprietario di Portland Trail Blazers e Seattle Seahawks è scomparso all’età di 65 anni, dopo una breve malattia.

A darne la notizia è la famiglia di Allen, tramite comunicato ufficiale.

Paul Allen aveva rivelato in prima persona un mese fa che la forma di tumore linfatico che aveva già colpito l’ex co-fondatore di Microsoft nel 2009 si era ripresentata.

Mio fratello era una persona speciale in ogni suo aspetto. Sebbene molti abbiano conosciuto il Paul Allen valente informatico e filantropo, Paul è stato per noi uno zio ed un fratello, ed uno straordinario amico. La sua famiglia e i suoi amici hanno avuto la fortuna di conoscere il suo spirito, il suo calore umano, la sua generosità e premura verso gli altri. Per quanto fitti fossero i suoi tanti impegni, Paul ha sempre trovato il tempo da dedicare alla sua famiglia ed ai suoi amici. Siamo estremamente grati per tutto l’affetto che Paul ci ha saputo regalare giorno dopo giorno

– Comunicato di Jody Allen, sorella di Paul Allen –

La scomparsa di Paul Allen, il tributo dello sport americano

Colleghi, ex ed attuali giocatori di Seahawks e Blazers e personalità del mondo dello sport USA hanno affidato a Twitter il proprio cordoglio per la scomparsa di Paul Allen.

I Portland Trail Blazers, che Allen rilevò nel lontano 1988, hanno reso omaggio alla figura di Allen, tramite le parole del GM Neil Olshley:

“E’ stato un onore ed un privilegio conoscere e lavorare per Paul Allen in questi ultimi sei anni. Paul è stato un uomo dall’ineguagliata dedizione e creatività, un vero visionario. Un uomo che ha sempre preteso dai suoi collaboratori lo stesso livello di eccellenza e desiderio di successo che sempre si è prefissato per sé stesso”

Altri tributi sono giunti da Steve Ballmer, proprietario dei Los Angeles Clippers e co-fondatore di Microsoft assieme ad Allen e Bill Gates:

E da Mark Cuban, proprietario dei Dallas Mavericks:

Così su Twitter LaMarcus Aldridge, ex stella dei Portland Trail Blazers, e Marshawn Lynch, ex running back dei Seattle Seahawks campioni NFL nel 2013:

Un sogno ad occhi aperti:Mark Cuban’s life

La vita di Mark Cuban è un po’ come la sua personalità. Fascinosa. Lo charme è la leva del suo successo, ciò che gli ha permesso di poter raggiungere i suoi obiettivi ed accumulare un patrimonio che Forbes ha stimato essere intorno ai 3.3 miliardi di dollari. D’altronde se a 12 anni riesci a vendere sacchi della spazzatura in giro per il tuo quartiere a Pittsburgh per poterti comprare il paio di scarpe da basket più costoso sul mercato… Se non con il fascino, come ce la fai Mark?

E’ sempre stato un uomo d’affari. Anche a 16 anni quando, in seguito ad uno sciopero del Pittsburgh Post-Gazzette, corre fino alla vicina Cleveland per prendere un ammasso di giornali da rivendere in città. E’ un pescecane, dove vede un’opportunità vi si butta a capofitto. E’ fisiologicamente normale per un ragazzo cresciuto con pochissime chances da una famiglia della working class. Padre tappezziere di auto, madre che Cuban definisce una persona “con un lavoro diverso e diversi obiettivi di carriera ogni settimana”. In un mondo così se hai una minima possibilità cerchi di sfruttarla. Non è per niente semplice, però, trovare un’occasione. Occorre andarsela a cercare. Mark lo sa, ed è ciò che farà in ogni momento della sua vita aggiungendovi creatività e una buona dose di pazzia.

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Tra tutti proprietari delle franchigie NBA, Cuban è probabilmente il più istrionico.

Il primo anno di liceo comincia a frequentare lezioni di psicologia all’Università di Pittsburgh. Salta poi il suo ultimo anno di High School iscrivendosi preventivamente nello stesso college, quello della sua città natia. In contemporanea agli studi lavora come barman, insegnante di ballo e organizzatore di eventi. Si crea un mondo tutto suo, pieno di possibili strade da intraprendere in qualsiasi momento. Ma Mark ha solo un obiettivo in testa: fare tanti soldi. Si iscrive perciò nell’unica università della top 10 delle migliori business school americane in cui può permettersi di pagare le tasse. Kelley School of Business a Bloomington, nel grosso ateneo degli Hoosiers dove si respira basket dalla mattina alla sera: Indiana University.

 

Dopo essersi laureato in Management si espone immediatamente al mondo del lavoro. Viene licenziato 3 volte di fila, passando da barman a venditore nel giro di poche settimane. E’ il momento di mettersi in proprio per Mark, di mettere in atto i suoi progetti congegnati dalla sua mente insana ma brillante. Siamo negli anni ’80 e per far passare i dati da un computer ad un altro occorrono dei compact disk (CD). Perché non rendere tutto più veloce con un sistema che permetta una connessione simultanea e diretta? Mark pensa e attua: fonda la MicroSolutions, azienda di integrazione di sistemi e rivendita di software. Trova fornitori, clienti e finanziatori per poi rivendere il tutto alla cifra di 6 milioni di dollari, di cui 1/3 finiranno nelle sue tasche.

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Un giovanissimo Mark Cuban.

Come già detto Mark è un pescecane. Combinando la sua mente proliferante di idee con il ragguardevole capitale a disposizione, ne esce qualcosa che gli frutta 5.7 miliardi di dollari. Infatti, nel 1995 si trova in Texas e vuole vedere i suoi amati Hoosiers. Solo in Indiana il match è disponibile. Il servizio di video-streaming non esisteva. No problem, ci pensa Mark insieme all’amico Todd Wagner fondando AudioNet. Venderà la sua società, diventata Broadcast.com, all’inizio del nuovo millennio a Yahoo. Da niente a tutto nel giro di 10 anni. Adesso il giovane di Pittsburgh può realizzare i suoi sogni.

Da buon uomo d’affari, per evitare di sperperare facilmente il suo patrimonio, punta alla diversificazione del portafoglio. Non ha senso rischiare investendo in un solo settore. Crearsi una vasta gamma di occasioni è quello che Mark ha da sempre attuato nella sua quotidianità, senza tralasciare il divertimento e le passioni. Ecco perché nel 2000 acquista il pacchetto maggioritario dei Dallas Mavericks alla sonora cifra di 285 milioni di dollari. Il ventennio precedente all’arrivo di Cuban dettava 40% di match vinti e un record di 21-32 nei playoff. D’altro canto, la metropoli texana va matta per il football americano. I Mavericks non sono neanche vicini concorrenti dei Cowboys che vantano 5 SuperBowl.

Sei un’idiota, i Mavs fanno schifo ed è stato il più grande prezzo pagato per una franchigia” – erano le parole che ripetevano in continuazione a Mark Cuban. Ma a lui ciò non importava, aveva realizzato un sogno: diventare il proprietario di una squadra NBA. Il suo entusiasmo coinvolse l’ambiente texano. La tradizione perdente del team, con la nuova proprietà, cominciò a svanire. In questo contesto, egli fu il capitano che invertì prepotentemente la rotta del vascello. Nel 2001 prese vita l’American Airlines Center. Nei suoi primi 10 anni di gestione i Mavs vinsero il 69% dei loro match giocati raggiungendo tutte le volte, eccetto una, la postseason. Ha plasmato la realtà in positivo a suo piacimento, ancora una volta.

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Il miliardario di Pittsburgh durante un classico prepartita.

Non è il prototipo di proprietario NBA. Non si siede nello skybox privato con buffet e champagne, non è colui che mette i soldi e basta. Questo non è Mark Cuban. Lui ama sedersi a bordocampo indossando la maglietta con il logo del suo team e dare vita ad un vero e proprio show. Coinvolge il pubblico con smorfie buffe e imitazioni sarcastiche, salta sempre in aria ad ogni bella giocata di un suo giocatore e concede migliaia di batti-cinque ai Mavericks fans. Vizia costantemente i suoi giocatori con regali e assegni milionari. Per non parlare del jet privato extra-lusso con cui i giocatori di Dallas si spostano in giro per gli States. Leggende dicono che è il più bello tra tutte le squadre della Lega.

I circa 2 milioni di dollari di multe che è stato costretto a sborsare nei suoi anni di presidenza sono stati tutti devoluti ad associazioni benefiche. Terreno fertile per i media americani. Fa tutto parte del suo personaggio, perfettamente costruito, di atipico proprietario NBA che rilascia opinioni in merito ad arbitri, giocatori, commissioner e giustizia sportiva. Le sanzioni perpetue vanno a confermare quanto detto. Tra dichiarazioni critiche nei post partita, maledizioni a giocatori e arbitri durante i match (non ci si sorprende se a far partire i fischi o cori come “ref, you s**k!” è proprio il nostro Mark) la sua immagine sta diventando quella di uno showman.

Non si è mai riservato da nessun giudizio. Quando c’era da criticare gli arbitri per il sistema di privilegio utilizzato con le stelle come LeBron, Kobe, Shaq e co, Cuban era il primo a lamentarsi. Quando c’era da definire i Los Angeles Clippers una “franchigia ancora non degna di rispetto” per il mancato trasferimento di DeAndre Jordan alla sua corte, non si è protratto a questo tipo di dichiarazioni. Non si è arreso neppure quando Ed T. Rush, presidente degli arbitri della lega, lo ha sfidato nella gestione di un ristorante della sua catena di fast-food e gelati Dairy Queen dopo che Cuban lo aveva pubblicamente preso di mira dicendogli che non era capace di gestire la sua azienda. Detto fatto. Il giorno dopo Cuban era a servire coni gelato ai suoi fans.

Tanto orgoglio, tanta passione, molte critiche. Ma è sempre stato così. Considerato un pazzo dalle idee folli nell’industria dei computer, in quella dei sistemi di integrazione e così anche, con l’acquisizione dei Mavs, nello sport business. Come dare torto a costoro? I suoi progetti non sono frutto di una mente normale, né le sue parole si avvicinano al concetto di serietà o discrezione, ma il suo punto forte è proprio l’insania mentale. Senza di essa non avrebbe raggiunto questi traguardi, non si sarebbe elevato così tanto. Non se la sarebbe neanche potuta godere, come invece fa giorno dopo giorno all’American Airlines Center. A bordocampo, insieme alla working-class con cui è cresciuto e con cui condivide spirito e passione. Guardando i suoi Mavericks e il suo Dirk Nowitzki con cui ha stretto un rapporto indelebile. Il legame tra i due non è, infatti, prettamente economico: Cuban ha persino partecipato alla festa di laurea del tedesco e ha rifiutato di spedirlo a Los Angeles, sponda Lakers, in cambio di un certo Shaquille O’Neal.

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Momento intimo di Mark Cuban la notte del trionfo dei Dallas Mavericks

Dopo il titolo vinto dal duo Shaq-Wade ai danni della franchigia texana nel 2006, nessun rimorso assaltò il nostro proprietario. Prima di vedere i risultati del suo progetto bisognava aspettare del tempo. Lo sapeva lo spilungone tedesco che guidò i Dallas Mavericks alla conquista di un titolo vendicativo nei confronti degli Heat 5 anni dopo. Ma lo sapeva soprattutto Mark Cuban. Colui che vendeva sacchi della spazzatura a 12 anni era cosciente del fatto che il basket era un business e che come ogni affare aveva bisogno di tempo per realizzarsi. L’imprenditore from Pennsylvania coronò il suo sogno nel 2011, assistendo alle Finals con un inconsueto silenzio. Nessun commento, nessuna sfida lanciata, nessuna provocazione. Solo i fatti, partoriti da una mente singolare e atipica. Quella di colui che sogna costantemente ad occhi aperti. Quella di Mark Cuban.

 

LaVar Ball: “Non vedo l’ora di incontrare Donald Trump

LaVar Ball

LaVar Ball torna a parlare dopo la faccenda riguardante suo figlio LiAngelo arrestato in Cina nei giorni scorsi e poi rilasciati dopo l’intervento di Trump.

Dopo aver parlato in continuazione del tanto discusso talento di suo figlio Lonzo Ball, torna a far parlare di sé il chiacchieratissimo padre del playmaker dei Los Angeles Lakers: Mr. LaVar Ball.

LaVar Ball parla dell’avvenimento dei giorni scorsi

Questa volta però a differenza delle prestazioni altalenanti del playmaker della franchigia gialloviola allenata da coach Luke Walton, LaVar Ball parla dell’avvenimento avvenuto qualche giorno fa in Cina.

Il figlio LiAngelo Ball e altri due giocatori di UCLA University sono stati arrestati per aver rubato delle calzature e dei capi di abbigliamento in un negozio cinese, suscitando così un vero caso diplomatico.

Il caso si è concluso grazie all’intervento tempestivo del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha convinto il presidente della repubblica cinese a rilasciare e far rimpatriare i tre studenti universitari.

Al termine del match della scorsa notte perso dai Los Angeles Lakers contro i Philadelphia 76ers, lo stesso LaVar Ball ha voluto ringraziare il Presidente degli Stati Uniti in un’intervista rilasciata a ‘TMZ Sports‘:

“Sono un grande sostenitore della sua campagna elettorale. In questo momento voglio ringraziarlo per l’aiuto che ci ha dato in questa brutta situazione. Non vedo l’ora di incontrarlo, magari alla Casa Bianca. Potrei anche presentargli i nostri prodotti; avendo così migliori incentivi per il nostro nuovo brand”.

Mark Cuban: “Fossimo stati ad Est non avremmo ricostruito nulla”

IL POTERE DEL WEST

Secondo Mark Cuban, i Dallas Mavericks stanno portando a compimento un’ottima ricostruzione.

Lo stesso presidente ha però dichiarato che la ricostruzione del suo team è stata influenzata, e non poco, dalla formazione di una Western Conference impressionante.

Infatti, secondo Cuban, il fatto di poter far parte della Western Conference ha agevolato la scelta di molti giocatori, che nel dubbio hanno spesso preferito la conference più competitiva.

Ai microfoni di ESPN, Mark Cuban dichiara:

Stiamo portando avanti un ottimo progetto di ricostruzione. Se fossimo stati ad Est staremmo facendo cose diverse. I playoffs? Forse…

I Dallas Mavericks sembrano aver abbandonato la filosofia di mercato che li caratterizzava fino ad ora.

Ormai stanno sempre di più cercando di far crescere campioni, nuove leve che possano dare un apporto duraturo al team, proprio come la loro stella Dirk Nowitzki.

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#41 DIRK NOWITZKI

Mark Cuban trova poi anche il modo di scherzare e dichiara: “Dovrei rapire Adam Silver fin quando non si convince a cambiarci di conference, quest’anno sarà ancora molto dura con dei Golden State Warriors così”.

Infine, il presidente dei Dallas Mavercks lascia un suo pensiero sulla disparità che regna tra le due conference e dichiara: “Bisognerebbe rivedere la divisione e soprattutto prendere in considerazione un nuovo formato playoffs”.

 

 

 

 

Mark Cuban e i progetti futuri dei Dallas Mavericks

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I Dallas Mavericks hanno un interessante insieme di giocatori nel pacchetto playmaker, con Seth Curry e Yogi Ferrell che stanno facendo vedere ottime cose alle loro prime stagioni NBA e con J.J. Barea e Devin Harris che, da veterani, provano a dare una mano con la loro esperienza.

Nonostante la posizione di playmaker sia ampiamente ricoperta, per il proprietario del team Mark Cuban, i Mavs dovranno affrontare un dilemma al riguardo, nella prossima postseason. Il proprietario della franchigia, in un intervista al “The Dallas Morning News”,  ha spiegato:

“Abbiamo fatto bene dal punto di vista realizzativo quest’anno, grazie anche al miglioramento dei nostri passatori ma abbiamo bisogno di qualcuno che faccia girare la palla più velocemente, così da esser più competitivi” e ancora, “I ragazzi stanno migliorando e non vedo l’ora di vedere giocare anche Nicolas Brussino“.

IL PROGETTO DEI DALLAS MAVERICKS

Ormai da parecchi anni, i Dallas Mavericks, si stanno impegnando per trovare giocatori che possano dare continuità in ogni posizione del campo. Il club potrebbe aver trovato “l’oro” con l’arrivo di Nerlens Noel, che fino ad oggi ha dato molte certezze sotto canestro e sarà restricted free agent questa estate, anche se molti, già prospettano la conferma del ragazzo nel team.

Con l’importante tassello rappresentato da Noel, i Mavs potranno concentrarsi sulla ricerca di una guardia altrettanto promettente.

SPERANZE E DRAFT 2017

Dallas, per via del proprio posizionamento in classifica, non avrà molte possibilità di arrivare a futuri rookie come Lonzo Ball e Markelle Fultz, ma potrà comunque sperare nella fortuna della lotteria al Draft.

Chiaramente non esistono solo Lonzo e Markelle al Draft 2017, infatti i Mavs sperano di poter pescare giocatori interessanti come : DeAron Fox, Dennis Smith Jr. o Frank Ntilikina. Nel momento in cui  non si riuscisse a sfruttare il draft, si potrebbe concentrare su importanti free agent di questo fine stagione.

E SE VA MALE AL DRAFT ?

Tra i nomi più gettonati sembra esserci quello di Derrick Rose,  free agent a fine stagione e con molte incognite sulla sua permanenza con la maglia dei New York Knicks.

Le opzioni che si presenteranno all’orizzonte saranno molte , ma per Mark Cuban sarà fondamentale aggiungere un altro tassello al proprio roster (dopo quelli di Noel e Barnes) in grado di dare delle basi solide al progetto dei Mavs.

“Abbiamo ancora bisogno di aggiungere qualche elemento al roster e speriamo di trovare ragazzi, come Barnes e Noel, che possano costituire la base di un glorioso progetto, continueremo la ricerca sperando di raggiungere l’obiettivo”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mark Cuban non considera Russell Westbrook tra i candidati all’ MVP 2017

Mark Cuban
Mark Cuban
Il proprietario dei Dallas Mavericks Mark Cuban (foto ESPN)

L’assoluta coerenza di opinione di Mark Cuban nei confronti di Russell Westbrook si è manifestata anche la scorsa notte a margine del match che ha opposto i suoi Mavericks agli Oklahoma City Thunder di Monsterbrook, 104-89 lo score finale per i texani.

Russell Westbrook non è un candidato all’MVP 2017 – ha detto ad ESPN Mark Cubanper me sarà una sfida a due fra James Harden e LeBron James con Kawhi Leonard possibile terzo incomodo

E’ chiaro quindi che nemmeno l’incredibile stagione di Westbrook è riuscita a far cambiare opinione a Mark Cuban che non ha mai considerato il playmaker dei Thunder una Superstar della Lega.

Mark Cuban è ben consapevole che Russell Westbrook sta per raggiungere un mito come Oscar Robertson nella speciale classifica di coloro che hanno una media storica da costante tripla-doppia  31,7 punti a partita,  10.1 assiste e 10.7 rimbalzi, riconosce inoltre che “è un atleta straordinario, il giocatore più esplosivo del campionato e probabilmente ha il ‘miglior motore’, ma i miei criteri non cambiano non è un MVP. E se avessi cambiato idea – ha concluso in tono ironico– non ve lo direi perché si rovinerebbe tutto il divertimento per voi ragazzi.

Dove possono arrivare i Mavericks di Mark Cuban

Passando al team di cui è proprietario, sempre ai microfoni di ESPN, Mark Cuban ha speso parole al miele per la franchigia che improvvisamente, e fuori da ogni pronostico, sta manifestando un reale potenziale per il futuro (15 vittorie nelle ultime 24 partite) con la concreta possibilità di competere per un posto nei playoffs, “Possiamo davvero farcela” ha detto con grande convinzione.

Da segnalare, infine, che all’interno dei Dallas Mavericks l’opinione su Russell Westbrook decisamente non è unanime “E ‘incredibile quello che Westbrook sta facendo” ha detto il  coach Rick Carlisle. “Ha energia illimitata, non rallenta mai ed ha un’ ampia capacità per fare cose diverse unita alla tenacia che bisogna avere per raggiungere una media rimbalzi così alta. È semplicemente impossibile da descrivere con lui sono  davvero in soggezione“.

Che sia un gioco delle parti per valorizzare l’impresa dei suoi ragazzi o sotto sotto un primissimo approccio per quando a giugno, come molti dicono, Russell Westbrook si metterà sul mercato?

Dallas Mavericks, nome in codice: Enigma…

Partiamo da un presupposto, tanto semplice quanto evidente: i Dallas Mavericks stanno attraversando un periodo di GRANDI difficoltà, come risultati e classifica testimoniano. Le ragioni sono molteplici: l’età che avanza inesorabile, il numero di infortunati (spesso in contemporanea..) da Libro dei Guinness, qualche lacuna nel talento dei singoli, e tante altre piccole e grandi cose. Sta di fatto che, dopo 44 games di RS, il record dei texani è di 15-29, con un posto in classifica costantemente a cavallo fra la quindicesima e la dodicesima posizione in Western Conference.

Così, di primo acchito e senza voler sapere altro, è più che naturale dire “non ci sono speranze, questa sarà una stagione da buttare; il tempo di rifondare è giunto, le mancanze sono troppe“. E poi? Poi, guardando un pò più nel dettaglio numeri, ultimi risultati, dati, e osservando la squadra in azione e le abilità di certi giocatori viene altrettanto spontaneo pensare “beh: la parte negativa è sempre in maggioranza, ma forse si è dato per morto chi per ora morto non è”.

E qui vi è il primo enigma: chi ha ragione? Il disfattismo estremo e brutale di tanti tifosi o le ventate di sano e rinfrancante ottimismo di altri?

Dirk Nowitzki in difficoltà, immagine simbolo del mese di Novembre di Dallas

Effettivamente il Novembre dei Mavericks è stato degno di una franchigia allo sbando, ormai defunta ed ampiamente sepolta: 3 vittorie su 14 partite giocate, e una striscia di ben 8 sconfitte consecutive. In compenso, pur con tante difficoltà, Dicembre ha avuto un altro piglio, più nel livello del gioco che nei risultati: 7 W su 17, di cui un paio (contro Clippers e Blazers) più “di spessore”, e soprattutto nessuna striscia particolarmente mortificante. Si arriva così a Gennaio e ad un altro (momentaneo) upgrade: su 10 sfide le vittorie sono state 5, l’ultima delle quali, in serata con i LA Lakers, da segnare con il pennarello rosso sul calendario visto il margine finale di +49 Pts, punteggio che rappresenta la peggior sconfitta nella storia dei californiani. Attenzione: con queste parole non si deve intendere che il buio sia completamente alle spalle, ma principalmente che quella famosa “luce in fondo al tunnel” inizia ad intravedersi anche dalle parti dell’American Airline Center.

Gli elementi che testimoniano questa evoluzione positiva non vanno solo ricercati nel rapporto tra W e L, ma li troviamo soprattutto nell’atteggiamento e nel gioco, direttamente sul parquet, insomma: la squadra è partita con percentuali disastrose, sia a livello di Team che di singoli, le assenze rendevano praticamente impossibile realizzare le idee di gioco di un ottimo coach come Carlisle, e chi era disponibile e chiamato in causa rendeva 1/3 delle reali possibilità. Ora la situazione è cambiata in modo drastico: gli infortunati sono andati via via in diminuzione, le percentuali sono tornate quelle relativamente buone che conoscevamo (fino a livelli top come contro i Lakers, con quasi il 50% dal campo, 43.6% dall’arco e 19/19 ai liberi), e i vari singoli sembrano rinfrancati e in una forma che non si vedeva da un pò.

I nuovi innesti entrano sempre meglio nell’amalgama di squadra, con Barnes che insiste nelle sue buone prestazioni, e Curry (personalmente, la vera marcia in più dei Mavs in questa stagione) che tira alla grande, segna, sforna assist al bacio e si fa trovare sempre prontissimo quando chiamato in causa (d’altronde buon sangue non mente). Anche i più giovani, come Brussino e Finney-Smith hanno una resa ben più alta di quanto il loro status richiederebbe, mentre “veterani” come Matthews e Williams hanno ricominciato ad essere decisivi per la sorte delle partite: l’ex Portland, dopo un inizio che peggiore non poteva esserci, è diventato un muro in difesa difficile da superare per qualunque avversario, e, oltre a questo, ha ripreso a tirare con una certa continuità e precisione dall’arco. Un perfetto 3-and-D Player. Allo stesso tempo, DWill si sta dimostrando un ottimo play (non ai livelli di qualche anno fa, ma comunque..), capace di servire molto bene e con intelligenza i compagni e di fare un buon numero di punti.

Anche altri sarebbero degni di menzione, come i giovani Powell (anch’egli sempre meglio inserito) e Anderson (top scorer contro i Lakers con 19 Pts), o Salah Mejri, centro d’esperienza un pò spigoloso ma efficace come pochi sotto canestro. E poi come non nominare Lui (volutamente maiuscolo), Dirk: non sarebbe corretto nei suoi confronti l’aspettarsi il giocatore di qualche anno fa, quello che con il suo Fadeaway cambiava le partite, ma è inevitabile: ora che ha smaltito l’infortunio che lo ha tenuto fuori per molto tempo, non c’è tifoso che possa trattenere la lacrimuccia quando, nei pochi minuti in cui è impiegato, lo si vede rilasciare il pallone con quelle mani più delicate del cotone, mani che non tengono minimamente conto dell’età.

Seth Curry, una fra le note più positive di questa stagione, in azione contro i Lakers

Ma.. ALT! Sembra (quasi) tutto in grande risalita, il profumo di quella fiducia che sembrava persa sta tornando ad inondare fans e staff, e proprio per questo troviamo il secondo enigma: conviene davvero ai Mavericks tentare questa faraonica risalita, esultare per le vittorie in più, o bisognerebbe essere più felici nell’arrivare il più indietro possibile, rimandando le eventuali soddisfazioni alle stagioni future, con magari qualche baldo giovane pieno di talento finalmente in casacca azzurra?

E’ difficile.. MOLTO difficile. Non è né una nota di merito né di demerito, ma i tifosi dei Mavericks non sono affatto abituati a sentir parlare di Tank, volontario o involontario che sia. Presidente, coach e veterani di squadra hanno l’abitudine di provare sempre e comunque a portare a casa l’intera posta in palio, è una questione di mentalità. Vai a spiegare a giocatori come Dirk o Barea, eroi tra gli eroi del 2011, così come a Harris, DWill o Matthews che in certi casi è meglio perdere! Mission Impossible.

In effetti, guardando i distacchi in classifica, si può affermare che l’ottavo posto non è poi così un miraggio inafferrabile: tra Dallas terzultima e i provvisoriamente ottavi Nuggets ci sono solamente 3.5 gare di distacco. Questo può avere diverse cause, ma la motivazione principale è un netto gap tra le primissime della classe (irraggiungibili e di un altro livello) e la “seconda fascia”; per rendersi conto basta constatare che c’è più distacco tra il settimo e l’ottavo seed (6.5 gare) piuttosto che tra l’ottavo e l’ultimo (4.5). Le posizioni della Western Conference sono ancora tutte in divenire, e la lotta per l’ultimo posto disponibile per l’accesso alla Post-season sarà senza’altro dura e ricca di sorprese, fino alla fine della stagione, anche perchè le franchigie in corsa sono molte. E in questa guerra un posto per la squadra di Cuban c’è eccome.

E siamo a tre, numero perfetto. Terzo grande enigma: come detto, i distacchi tra le prime della classe, a livello di gioco, personalità e atteggiamenti, e le altre sono oggettivamente abissali; sarebbe seriamente la best choice per i Mavericks il ricercare un posticino ai Playoffs, soprattutto per rendere il dovuto onore alle ultime (ultima?) stagione di Nowitzki, o il fatto di essere al 99.9% buttati fuori al primo turno con un 4-0 (o nel migliore dei casi 4-1) renderebbe questa fatica inutile se non dannosa?

Mark “TheBoss” Cuban, tra alti e bassi la perfetta rappresentazione dello spirito dei Mavs

I punti di domanda sono tanti, le incognite altrettante. I tifosi sono divisi, soprattutto sulla scelta del finale più appropriato per questa stagione piena di tribolazioni. La cosa che pare certa è una sola, cioè che, a discapito dell’epilogo, giocatori, coach, staff e dirigenza hanno un obiettivo comune: il lottare in ogni game, su ogni pallone, con tutti i mezzi a disposizione, aldilà di infortuni o altri problemi, per raggiungere la vittoria, e quel che sarà… Sarà. Potrebbe sembrare un atteggiamento poco prudente o scarsamente lungimirante (e forse lo è), ma verrà messo in pratica, possiamo starne certi. Per gratificare e inorgoglire chi la squadra la ama e la supporta, ma soprattutto per rendere onore a quella casacca troppo spesso bistrattata e scarsamente presa in considerazione. L’orgoglio texano vince su qualunque logica, la #MavsNation è questa, che piaccia o no.

Chiamarsi MVP presenta Falling Stars: Caron Butler

Capitolo V: Caron Butler

Ci sono delle volte in cui il buio cerca di inghiottire le stelle, quasi per invidia del loro splendore. Periodi difficili, scelte sbagliate, strade sterrate, porte chiuse. A volte persino le sbarre gelide di una prigione. E’ in quei momenti che ci si accorge di quanto il buio possa fare male, ed è in quei momenti che l’essere umano arriva a provare un sentimento che è tanto nobile quanto potente: la voglia di rivalsa. E’ una voglia che diventa volontà in un attimo, si accende come una supernova, più aumenta più diventa incandescente, dal buio scoppia una luce destinata a durare nel tempo e che difficilmente tornerà a spegnersi. La storia di Caron Butler è surreale, quasi un rompicapo, è la sceneggiatura di un film che diventa realtà, è il Montecristo di Dumas riscritto sulla pelle di un afroamericano del Wisconsin: le parole del romanzo corrispondono alle cicatrici sul suo corpo.

Non c’è niente di più vero.

Le Origini

Caron Butler nasce a Racine, una bella cittadina sul lago Michigan, famosa per l’invenzione dell’asciugacapelli e per essere il centro che ospita più danesi negli States, di origine scandinava sono anche i tipici dolci locali, i Kringles, che Obama adora assaggiare quando ha conferenze a Milwaukee. Ma alla fine degli anni ’90 Racine soffre un’alta incidenza di delinquenza, riportata alla normalità solo dopo il 2009. I ghetti della città in quel tempo diventano una fucina di delinquenti che controllano il transito di droga da Chicago a Milwaukee; a volte sono divisi in bande rivali e quando i rapporti si incrinano la situazione degenera in risse e sparatorie in cui i ragazzi della zona si ammazzano tra loro indossando le maschere di Jason Vorhees. In questo inferno Caron Butler è spesso da solo, sua mamma deve fare due lavori per mantenerlo e durante la giornata non è a casa. A Racine o eviti la strada stando a casa, o è la strada a diventare casa tua. Così, tra un gioco e l’altro, un saluto e l’altro, uno scherzo e l’altro, Caron si ritrova a vendere droga a 11 anni.

Un’adolescenza difficile

Diventa un “Paper Boy” senza nemmeno rendersene conto: affidare lo spaccio ad un ragazzino che consegna giornali (come copertura) è uno dei modi dei clan per avere la roba in strada senza coinvolgere visi noti alle forze dell’ordine. Il problema è che la polizia ha schedato i consumatori per beccare gli spacciatori e Caron si ritrova più volte le manette ai polsi. In dipartimento contano 15 arresti in poco meno di 4 anni. Ormai vive sempre con la paura, gira costantemente armato. Al suo ultimo arresto, avvenuto al secondo anno di liceo, la polizia trova un sacchetto di cocaina, una pistola e 1.200 dollari in contanti nel suo armadietto. La condanna, in questo caso, risulterà diversa dalle passate: Caron deve scontare diciotto mesi in prigione. Sua madre è distrutta, il dolore che traspare dai suoi occhi nel momento in cui viene portato via dalla polizia è lancinante.

Caron Butler da adolescente

Il Carcere: il Primo Passo Per La Redenzione

A volte però servono scossoni del genere per tirare il meglio dal cuore di un ragazzo. A volte è il dolore che plasma l’animo umano e lo rende migliore. Durante i primi mesi della detenzione Butler resta coinvolto in una rissa, ne conseguono 15 giorni di isolamento, 23 ore al giorno da solo in una cella di 4 mq con un letto d’acciaio. E’ una vita impossibile, Caron legge i versi della Bibbia che gli invia sua nonna, “Dio ti pone davanti delle cose per un motivo”: il caso vuole che dalla minuscola apertura della cella di isolamento si vedesse un campo da basket, così Butler passa gran parte del suo tempo a guardare le partite dei detenuti e una volta finito, comincia a giocarci lui. “That was my ticket out”, Butler capisce che quella è la sua strada. Scontata la pena, una volta libero, giura alla mamma che quella sarà l’ultima volta che vedrà un penitenziario.

Così cambia casa, cambia vita, adesso ha anche una bimba a cui badare , nata quando era in prigione. Ma i fantasmi del passato a volte ritornano. Una sera, il suo vecchio amico, Andre King, torna per parlargli di un affare al parco da concludere quella stessa notte, uno scambio di stupefacenti che gli avrebbe fruttato migliaia di dollari in pochi minuti. Butler ripensa all’isolamento, alle lacrime di sua madre e agli occhi della sua bimba e rifiuta, ormai è cambiato. L’amico allora lo saluta e si dirige al parco per il colpo. Due ore dopo Caron Butler apprende che Andre King è morto in una sparatoria, proprio durante lo scambio a cui avrebbe dovuto prendere parte anche lui.

Il Nuovo Caron Butler

E’ un altro segno del destino. Non può fare a meno di pensare che se fosse andato con King probabilmente sarebbe morto con lui. Ma forse è proprio questa la verità: il vecchio Caron Butler è morto con Andre King. Il ragazzo uscito dal penitenziario di Ethan Allen adesso è diverso. Finisce il liceo con buone medie scolastiche e soprattutto mostra tutta la sua bravura in campo con la squadra di basket; inizia poi a lavorare in uno dei fast food di Burger King per mettere da parte i soldi per il college (nel caso in cui non arrivi la chiamata per una borsa di studio) e provvedere a sua figlia. Friggere patatine e servirle ai suoi vecchi amici è una cosa che fa sorridere molti della sua vecchia banda, ma cucinando in un fast food non ha più bisogno di guardarsi le spalle. Eppure i fantasmi del passato continuano a tormentarlo, arrivano come quelli di Scrooge, uno dopo l’altro.

Butler tra i banchi di scuola

L’Ultima Grande Paura

E’ un pomeriggio del Gennaio del 1998, il dipartimento della polizia di Racine, nella persona di Richard Geller, organizza un raid antidroga nella città. Come scritto in precedenza, nella metà degli anni ’90 i crimini legati agli stupefacenti erano tantissimi, Racine era la prima città dello stato in questa triste lista. I raid erano quasi all’ordine del giorno e quella era la volta della casa dei Butler.

Geller sapeva del passato di Caron, quindi affronta la situazione con la massima attenzione. L’assalto comincia, la polizia sfonda la porta e comincia a cercare la droga in ogni angolo della casa. Butler è solo a casa, sua madre era andata in farmacia a comprargli delle medicine perché aveva la febbre. Il ragazzo implora Geller di fermarsi, ripetendo che ne era venuto fuori ormai. Purtroppo però alcuni agenti della squadra di Geller trovano l’equivalente di 1.400 dollari di crack nel suo garage. La situazione precipita, a Caron vengono messe le manette, gli agenti lo tengono spalle al muro. Geller si avvicina a un palmo dal viso di Caron. “Ragazzo, dimmi la verità, cosa ci fa questa roba in casa tua se dici di esserne fuori?” Caron risponde che non ne sa nulla e che adesso non gli interessa più quella strada, ha una bambina, ha un lavoro e non ha bisogno di continuare a rischiare la vita per vendere droga. I suoi occhi sono pieni di lacrime, le scottature sulle sue mani dimostrano quanto tempo passi in friggitoria e in tutta la casa vengono trovati appena 10 dollari. La decisione di Geller cambierà per sempre la sua vita, un suo possibile arresto infatti, visti i suoi precedenti, avrebbe comportato almeno 10 anni di galera. Geller lo sa bene, e decide di dare un’ultima possibilità a Caron: “Adesso voglio fidarmi di te, ma devi promettermi che non tornerai mai più a trattare quella roba, perché in tal caso aggiungerò anche questi mille dollari di crack alla lista”. Un poliziotto bianco dà fiducia ad un ragazzo afroamericano con 15 arresti alle spalle e 1.400 dollari di crack da giustificare. E’ una storia incredibile che entrambi racconteranno negli anni a venire.

Il Riscatto

Con la grande paura alle spalle, Butler diventa ancora più determinato nel seguire la sua strada. Ormai è in missione. Nello stesso anno prende parte allo “Spiece Run ‘N Slam AAU Tournament” organizzato dall’Università di Purdue. Vince il premio di MVP del torneo, nonostante la presenza di altri giocatori importanti già a quel tempo, come Dwayne Wade, Corey Maggette, Quentin Richardson e Darius Miles.

Il ragazzo di Racine è cambiato, adesso deve rimettersi in pista per spiccare il volo. Ha bisogno di frequentare una scuola privata per mettere a posto gli anni persi, è l’unico modo per ricevere una borsa di studio. Ha bisogno di 5.000 dollari prima dell’estate, e purtroppo né il suo lavoro né sua madre possono darglieli. Così entra in gioco James “J-Fee” Harris, il capo dello spaccio di Racine al tempo. Caron riceve raccomandazioni persino da lui “Ragazzo prendi i soldi ma promettimi che non metterai più piede in strada. I soldi me li ridarai solo quando li avrai guadagnati onestamente, senza obblighi”.

Butler così frequenta l’istituto MCI nel Maine durante l’estate, rendendo accettabile il suo curriculum per gli scout universitari. Il telefono comincia a squillare, ci sono almeno quattro Università che gli offrono una borsa di studio, ma è solo un allenatore su quattro ad arrivare in auto fino a Racine per convincerlo. E’ Jim Calhoun, il coach dell’Università del Connecticut.

La simbiosi con Coach Calhoun e gli anni a UConn

I due passano una giornata insieme, Jim conosce mamma Mattie, fanno un giro al parco e mangiano al fast food dove ancora lavora Caron. E’ nel momento dei saluti che il coach finalmente gli dice quello che  voleva sentirsi dire da una vita intera: “Voglio che tu sappia che la mia intenzione non è solo quella di farti diventare il miglior giocatore possibile ma intendo anche farti diventare il miglior Caron Butler possibile. Sono parole che commuovono il ragazzo. Teoricamente nei recruitments sono i coach che convincono i ragazzi perché hanno bisogno di loro in squadra, nel suo caso invece aveva più bisogno lui di Jim Calhoun a livello personale, decisamente più di quanto il coach potesse averne di lui sportivamente parlando. Negli anni di Connecticut Caron s’impegna al massimo, mette in pratica tutto quello che Jim gli suggerisce, sviluppa un’etica di lavoro incredibile. Perde 7 kg in un anno e migliora il suo gioco dal perimetro arrivando a segnare oltre 20 punti di media conditi anche da 7 rimbalzi. Ormai è pronto per il grande salto, si dichiara eleggibile per il Draft NBA del 2002.

Caron Butler con Jim Calhoun

Finalmente in NBA

Viene selezionato con la 10° scelta assoluta dai Miami Heat, con cui gioca due stagioni di grande solidità, facendo registrare 15 punti di media nel suo anno da rookie. Nel 2005 viene scambiato insieme a Odom e Grant per Shaquille O’Neal. Giocherà un solo anno ai Lakers che gli basta per entrare nel cuore di Kobe Bryant. Insieme condividono quell’etica di lavoro ossessiva, il continuo desiderio di migliorarsi, Caron per redimersi da un passato burrascoso, il Mamba per diventare uno dei migliori di sempre. Kobe definisce più volte Caron come uno dei suoi compagni di squadra preferiti in carriera, e curerà persino l’introduzione alla biografia che Butler scriverà nel 2010. La dirigenza dei Lakers, però, nonostante ottime cifre e il legame con Kobe lo scambia per Kwame Brown nel 2005. Così arriva a Washington, firmando un contratto da 46 milioni in 5 anni. Proprio con i Wizards Butler gioca il miglior basket della sua carriera, diventando All Star nel 2007 e nel 2008, arrivando a scollinare oltre i 20 di media nel 2008 e nel 2009. Ma è nel 2011 che raggiunge l’olimpo della NBA, vincendo il titolo con i Dallas Mavericks, anche se da infortunato. Proprio a Dallas comincerà a seguire i consigli finanziari di Mark Cuban su come costruire il suo futuro a carriera conclusa. Giocherà in seguito con, i Clippers, i Bucks, i Thunder, i Pistons e i Kings.

Butler All Star nel 2008 e Campione NBA nel 2011

Una Fiaba Da Raccontare

Oggi Caron Butler lavora come opinionista per una famosa TV americana, sta meditando di ritirarsi definitivamente, ma può farlo con tutta serenità. Ormai non ci sono più i fantasmi adolescenziali a tormentarlo. Ogni anno regala migliaia di vestiti e giocattoli ai bambini delle comunità di Racine. “Devi cercare sempre di fare del tuo meglio.” Afferma Butler. “Bisogna sempre essere positivi, mostrare ai ragazzi cosa è giusto fare cercando di non fargli ripetere i tuoi errori. Non sempre devi essere la persona che eri un tempo. Questo è il motivo per cui la chiamano maturità: le persone cambiano, crescono”. Sono le parole di chi ha acquisito la consapevolezza di una forza disarmante che gli ha permesso di arrivare più in alto di quanto chiunque avrebbe potuto immaginare. Butler ha chiuso il cerchio diventando proprietario unico di sei fast food della catena Burger King, tra cui lo stesso in cui ha lavorato una volta uscito di prigione. I suoi amici d’infanzia e membri della sua banda sono tutti morti, tranne J-Fee Harris che è in prigione, ma sa che i suoi 5000 dollari sono stati ben spesi e quando avrà scontato la pena Caron gliene tornerà indietro almeno il doppio. Col tempo è diventato un amico fidato di Richard Geller, il poliziotto che gli ha salvato la vita, e di suo figlio Sawyer che ha visto ogni partita che Butler ha giocato a Milwaukee indossando la sua canotta: “ Il bene che è scaturito da quella seconda possibilità ha giovato a questa comunità molto di più di quanto avrebbe fatto un eventuale arresto di Caron.” Ha dichiarato Geller.“C’è un detto in giro, una volta delinquente rimani sempre delinquente. Non è vero, è la vita che me l’ha insegnato. A volte il perdono serve più di una punizione”.

Sembra il finale di una classica fiaba natalizia, eppure è tutto reale, scritto lì, tra una cicatrice e l’altra, sulla pelle di un afroamericano del Wisconsin.

Il detective Richard Geller assiste ad una partita con sua moglie e suo figlio che indossa la maglia di Butler

“Russell Westbrook non è una superstar”

I Dallas Mavericks sono alle prese con uno degli inizi di stagione più negativi della loro storia. Al momento la franchigia del Texas occupa l’ultima posizione nella Western Conference con un record che recita cinque vittorie e ben quindici sconfitte.

Un declino inaspettato considerando le ambizioni di una squadra che lo scorso anno si era classificata come sesta nella Western Conference ed era riuscita ad arrivare ai playoff.

Torniamo un attimo indietro con il tempo proprio ai playoff della passata stagione dove i texani avevano affrontato gli Oklahoma City Thunder.
La serie si concluse dopo solo cinque partite con una vittoria netta da parte degli uomini di Billy Donovan, ma la cosa che rimase impressa a tutti i tifosi furono le parole dell’eccentrico proprietario dei Dallas Mark Cuban alla vigilia di gara 5.

“Kevin Durant è l’unica superstar degli Oklahoma City Thunder. Russell Westbrook è un All-Star ma non è una superstar”.

Nella conferenza stampa dopo la partita, prima che Westbrook potesse prendere parola a riguardo, è arrivata la risposta di Kevin Durant allora compagno inseparabile del numero #0 dei Thunder.

“Mark Cuban è un idiota, non ascoltatelo. Questo è quello che abbiamo da dire in merito”.

Da quel mese di aprile sono cambiate molte cose ad Oklahoma. Kevin Durant ha lasciato la franchigia per trasferirsi ai Golden State Warriors e Westbrook è diventato il leader indiscutibile dei Thunder.

In questa prima parte di stagione il prodotto di UCLA sta facendo registrare cifre straordinarie. Ad oggi Westbrook viaggia ad una tripla doppia di media a partita con 31.1 punti 11.0 assist e 10.9 rimbalzi ad allacciata di scarpe. Nonostante ciò l’opinione di Cuban non è cambiata. Queste le sue parole riportate da ‘SportsDay’:

“Sta facendo registrare numeri clamorosi, questo è sicuro. Non sto cercando di sminuire quello che sta facendo ma non cambierò la mia idea”.

Se i Thunder riusciranno a raggiungere le cinquanta vittorie stagionali Cuban non avrà altra scelta che concedere l’appellativo di superstar al numero #0.

“Non voglio mancare di rispetto a Russell, fino a questo momento è stato una bestia. In pochi hanno fatto quello che lui sta facendo, ma non cambierò la mia opinione. Questo non significa che non riuscirà a dimostrarmi il contrario entro la fine della stagione”.

 

 

Dallas Buyers Club (parte II)

Deron e Dirk

“Eh, si era scritto che Dallas valeva il quinto posto ad Ovest, ma chiaramente era inteso sulla carta”. Se il lettore si aspetta una marcia indietro abbozzata, un campionato mondiale di arrampicata sugli specchi degno seguace della stella polare della italica palla a spicchi, sappia che qui non ne troverà. Né troverà sinonimi come “virtualmente” o “teoricamente”, e nemmeno perifrasi che sanno di giustificazionismo come “senza infortuni” o “quando la fortuna inizierà a girare”.

Gli infortuni ci sono, la fortuna a volte non gira, ma da questo piccolo angolo la convinzione è ancora quella che Dallas valga il quinto posto e una semifinale occidentale, e se suona utopistico o illuso o sognatore, pace. Rick Carlisle sa quello che fa, Cuban finora ha dimostrato troppo rispetto per i supporter dei Mavericks e troppo orgoglio interiore per anche solo azzardarsi di pensare (semicitazione del grande Giuseppe Giacobazzi) alla pratica cavernicola del tanking. Quindi, l’impressione è che si andrà così, dritto per dritto, cercando di raccogliere il più possibile e tracciando il bilancio alla fine.

Certo, la convinzione (solo di chi scrive, a quanto pare) che Big D valga il quinto spot della classifica di Conference non toglie però dagli occhi le difficoltà attuali. Le più gravi riscontrate finora sono la difesa sul contropiede primario (e passi) e quella sul perimetro (e passi decisamente meno). Se l’esecuzione offensiva è a) efficace e b) bella da vedere, altrettanto non si può dire della protezione del proprio plexiglass. Chiudere il pitturato concedendo il tiro da fuori finora si è rivelata una scelta controproducente, in quanto gli avversari stanno trovando con continuità il tiro da fuori. Ok, può essere il momento, e di sicuro con l’andare della stagione non sarà sempre così agevole trovare il fondo della retina dei Mavs sparando da oltre l’arco, però la falla va tamponata as soon as possible prima di trovarsi pericolosamente indietro. Anche perché sul percorso a volte ti trovi squadre con cecchini dalla lunga distanza come Warriors o Celtics, ma anche come i Knicks che tramite blocchi e tagli e penetrazioni il modo di segnare da dentro l’area lo trova comunque, e allora cosa racconti poi? Anche perché la difesa è parsa, almeno in questa fase, tra lo svagato, il confuso e il morbido, peccato mortale che in NBA non ci si può mai e poi mai permettere, se si punta alla post season.

Poi chiaro, nell’ottica non del giustificazionismo di cui sopra ma di una sana analisi oggettiva, senza quattro quinti dell’assetto iniziale (e presumibilmente finale) che avevi pensato in prestagione è difficile costruire equilibri. Eppure i margini sempre ridotti (salvo al Madison) segnalano una squadra che resta lì, che si impegna, che non lascia andare la partita perché tanto chissene. Contro i Knicks, una squadra che attacca molto bene o molto male e alla voce “difesa” accompagna la dicitura “minimo sindacale”, Dallas è rimasta in partita fintanto che ha continuato a giocare in modo ordinato, intelligente, a basso ritmo mentre quando le iniziative si sono fatte più spasmodiche ha perso di incisività. È quindi palese che questa squadra dipenda in tutto e per tutto dall’ordine, dallo sfruttamento dei pregi di ogni singolo elemento cercando per quanto possibile di mascherarne i difetti.

Dallas, insomma, è ora come ora un brutto anatroccolo che auspica di trovare fattori e chiave per diventare un cigno. O se non i fattori e chiave, almeno una sana e corroborante botta di…

Seattle Confidential

Tra un mese e mezzo o poco più si alzerà il sipario sulla nuova stagione NBA, questo lo sappiamo tutti. Ci saranno le luci, le presentazioni, i chest-to-chest, le cheerleader, la musica negli spogliatoi. Ma soprattutto ci sarà l’inno nazionale. Lui lo avrebbe suonato così, a buon diritto peraltro.

Sigla.

 

È difficile accettare l’idea che, per la nona stagione di fila per le squadre della Lega dove accadono meraviglie non ci sarà alcun pit-stop a Seattle, nello stato di Washington. È difficile soprattutto perché i Sonics, in diverse forme ma con colori pressoché sempre identici, hanno lasciato nell’immaginario collettivo qualcosa di simile all’impronta tracciata dai vari concittadini Jimi Hendrix, Kurt Cobain, Chris Cornell, Bruce Lee, Adam West, Bill Gates: qualcosa a metà tra il “È qui la festa” e il “Dopo di me il diluvio”, ma approcciate un attimo storie e aneddoti su Seattle e il quadro che avrete andrà ben oltre queste due abbozzate espressioni. È difficile ma tocca perché questo è il mercato baby, questo è il business, questo è il… Beh, lasciamo stare, che se no uscirebbero solo termini da bollino rosso, i tre quarti dei quali all’indirizzo di Clay Bennett, che da buon capitano di ventura al momento dell’insediamento promise che avrebbe tenuto la squadra nella città di Smeraldo il più a lungo possibile. Parole dal valore non dissimile da quello di certi politici nostrani di ieri e di oggi.

seattle-paytonEppure ancora qualcuno legato al vecchio Boeing c’è. Più d’uno in realtà, e si sono susseguiti sussurri e grida negli ultimi mesi. La voce più tonante, per lui che in braghini era viceversa una radiolina (copyright di Sarunas Jasikevicius), quella di Gary Payton: “Vorrei far parte del progetto e tornare a Seattle. Seattle lo merita”, ha dichiarato il Guanto, che si vede (bontà sua) in veste di co-proprietario. In effetti la prospettiva è affascinante: ve lo immaginate ad andare in escandescenze contro Mark Cuban? O a prendere a male parole Steve Ballmer, addossandogli magari la colpa di essere un tifoso Sonics che non si è impegnato abbastanza per salvare la squadra della sua città? Quando poi in realtà l’attuale proprietario dei Clippers a suo tempo ci provò, a rilevare le quote di Bennett quando fu chiaro che la squadra avrebbe transmigrato da Seattle, ma la sua opposizione fu sfilettata dagli avvocati dell’allora nuovo proprietario, che era anche buon amicone di David Stern. Le coincidenze.

Chi dell’Avvocato Commissioner (specifica doverosa visto che dalle nostre parti il nickname legale è già adottato) era il delfino è quell’Adam Silver che oggi poggia le proprie terga sullo scranno più rinomato e importante della NBA. Il buon Adam sarà anche una giovane volpe che ha appreso l’arte della caccia (al soldo) dalla vecchia volpe, ma quando si è trovato in mezzo ai lupi è parso un pelo in affanno: nella fattispecie, gli è stato chiesto esplicitamente, in occasione del Southwest Festival, cosa ne pensasse di un’espansione. Il Giovin Rampollo ha abbozzato la sua risposta basandola su ragioni economiche e necessità di mettere tutti d’accordo lanciandosi poi in un “qquantoèbbellalaenbieioggi”, ma è parsa una scalata a una parete di specchi tanto quelle del predecessore quando gli venne chiesto come mai dal board non ci si fosse impegnati un po’ di più per salvare i Sonics.

Al di là di quali furono le ragioni dell’addio alla Rainy City, che evidentemente sopravanzarono la riconoscenza che la Lega delle Meraviglie doveva alla Perla Verde, di recente si è tornato a parlare di un ritorno dei gialloverdi. Sempre Silver, nell’occasione già menzionata, ha caracollato sulle trenta squadre NBA e sul fatto che espandersi vorrebbe dire togliere dindi a tutte e trenta, ma è chiaro che quelle sono giustificazioni puerili, tanto che in un interessante articolo su Sports Daily l’autore si chiede come sia possibile che la NFL faccia il gioco delle sedie e la NBA non possa accettare la sfida di rimettere in gioco qualcuno che ha contribuito ai suoi successi negli anni ’80 e ’90. Tanto più, continuava, che Nets, Sixers e Pelicans sembrano dissanguarsi ogni anno. Il ragionamento, condivisibile, proseguiva, e se siete curiosi l’invito è quello ad approfondire l’articolo, perché ben scritto e sensato. Purtroppo lo scenario sembra ancora di là da venire, e non aiuta che l’amministrazione locale non sia riuscita a trovare una soluzione solida per la nuova arena.

A questo punto bisogna mettersi in pari col cuore, somatizzando l’idea che forse potremmo arrivare non solo ai dieci, che sono dietro l’angolo, ma forse persino ai vent’anni senza Seattle in NBA.

Vent’anni. Senza Seattle. In NBA.

Solo il sottoscritto è terrorizzato da questa frase?