Michigan State batte Duke, Zion Williamson: “Draft? Probabile”

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La stagione di Zion Williamson e R.J. Barrett si è conclusa contro la Michigan State di coach Tom Izzo ad una fermata dalla Final Four di Minneapolis. Gli Spartans hanno battuto i Blue Devils di coach Mike Krzyzewski per 68-67, in una partita risolta dal tiro da tre punti di Kenny Goins a 30 secondi dal termine.

Non sono bastati a Duke i 24 punti, 14 rimbalzi e 3 stoppate di Zion Williamson, ed i 21 punti con 6 rimbalzi e 6 assist di R.J. Barrett.

Con l’eliminazione alle “elite eight” del torneo NCAA dei Blue Devils termina con ogni probabilità la carriera universitaria dei due gioielli di Durham, che saranno due tra le stelle principali del prossimo draft NBA.

Subito dopo la bruciante sconfitta, Williamson non ha voluto rendere ufficiale la sua iscrizione al draft, una decisione “importante, sulla quale dovrò discutere con i miei genitori. Ogni anno qui a Duke c’è un gruppo di giocatori che se ne va, e che può potenzialmente passare tra i pro, quindi bisogna godersi i momenti passati con questa squadra, perché questa cambia di anno in anno“.

Chiaramente, c’è un’ampia possibilità che sarò al prossimo draft” ha poi dichiarato Williamson.

Zion Williamson sarà con ogni probabilità la prima scelta assoluta del prossimo draft NBA. Il suo compagno di squadra R.J. Barrett, assieme a Ja Morant di Murray State, le possibili seconda e terza chiamata.

Oltre al duo Williamson-Barrett, Duke riuscirà a “piazzare” con ogni probabilità un terzo giocatore tra le prime 10 chiamate, la guardia freshman Cameron “Cam” Reddish. La Final Four di Minneapolis vedrà affrontarsi oltre a Michigan State anche la Texas Tech di Jarret Culver, Virginia Tech e Auburn.

Condizioni infortunio di Zion Williamson: salterà il derby contro UNC, ma tornerà per il torneo di Conference

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Sono pochissime le possibilità di rivedere Zion Williamson in campo nel match di chiusura della regular season NCAA. Match che vedrà di fronte i college di Duke e North Carolina, squadra contro il quale si è infortunato il nativo di Salisbury, il prossimo sabato 9 marzo. L’allenatore dell’università di Durham, Mike Krzyzewski, crede che la sua matricola tornerà sul parquet di gioco già dalla prima partita del torneo ACC, stando a quanto riportato David M. Hale di ESPN.

Coach Krzyzewski sull’infortunio di Zion Williamson

Zion ha ripreso ad allenarsi, ma adesso deve ritrovare la forma e il ritmo gara prima di poter tornare in campoha dichiarato il coach dei Blue Devils. “Non penso che riuscirà a tornare per l’importantissima gara di sabato al Dean Smith Center. Però sarei sorpreso se non potessi schierare Zion già nella prima gara del torneo di Conference“.

La distorsione al ginocchio destro subita da Williamson il 20 febbraio scorso lo ha tenuto fuori da quella che poteva essere la sua ultima partita casalinga con la canotta di Duke. Con ogni probabilità questo incidente negherà al numero 1 del college di Durham di giocare il suo ultimo match di RS. Zion Williamson dovrebbe riuscire a giocare per intero (salvo nuovi imprevisti) il prossimo torneo di ACC division.

Al ragazzo piacerebbe tanto tornare a giocare già contro i Tar Heelsha aggiunto Krzyzewski. “Purtroppo sarà molto difficile che sia già pronto per questo weekend. Per ora riprenderà gli allenamenti con i compagni, poi vedremo. Però questa voglia di tornare a giocare è un ottimo segnale per noi, soprattutto con la post-season in vista“.

Ecco quanto ha pesato l’infortunio di Zion Williamson sulla stagione di Duke

Il torneo ACC partirà il prossimo 12 marzo, anche se vista l’alta posizione in classifica del college di Duke, i Blue Devils salteranno il primo turno e debutteranno il 13.

La partita contro UNC sarà comunque fondamentale per cammino nel torneo di Conference. Il derby del North della Carolina sarà cruciale per i due team, visto che Duke è oggi terza con un record di 14-3, ad una sola vittoria di distanza da Virginia. In più la seconda in classifica nella ACC Division è proprio North Carolina. Quindi, il risultato della sfida di sabato significherebbe una posizione guadagnata o persa per entrambe le squadre.

È pur vero che i Blue Devils, da quando Williamson è si è infortunato, hanno un record di 3-2 e che nell’ultima partita contro i Tar Heels hanno perso. In queste 5 sfide è decisamente salito di livello R.J. Barrett e un derby rimane sempre una partita a parte, soprattutto se è così sentito e decisivo.

Infortunio Zion Williamson, Nike annuncia indagine interna, Puma ne approfitta

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Infortunio Zion Williamson, le calzature (rigorosamente Nike) del fenomeno di Duke non hanno saputo reggere l’irruenza atletica della futura probabile prima scelta assoluta al draft NBA 2019, rischiando di comprometterne la stagione.

Dopo un solo minuto di gioco della classicissima Duke-North Carolina al Cameron Indoor Stadium di Durham, North Carolina, Zion Williamson cerca la virata di potenza all’altezza della lunetta. La scarpa sinistra del fenomenale Zion si apre letteralmente lungo il lato sinistro, facendo perdere aderenza al terreno al giocatore di Duke, che cade a terra dopo una torsione innaturale del ginocchio destro.

Williamson rimane a terra dolorante, prima di essere aiutato a raggiungere gli spogliatoi. Partita finita per Zion, mentre coach Mike Krzyzewski tranquillizza i reporter a fine gara parlando di una “leggera distorsione al ginocchio”, in attesa di esami più approfonditi.

Esami il cui esito si conoscerà nella serata italiana di giovedì. L’insolita dinamica dell’infortunio ha subito provocato le reazioni di personaggi del calibro di LeBron James (tra i più reattivi a twittare i suoi auguri di pronto recupero a Zion Williamson) e dell’ex POTUS Barack Obama.

L’infortunio di Zion Williamson ha rafforzato nelle ultime ore posizioni come quelle dell’ex grande giocatore dei Chicago Bulls Scottie Pippen, che aveva consigliato nelle settimane precedenti a Williamson di “sospendere” anzitempo la propria carriera collegiale onde evitare infortuni seri. La matricola di Duke aveva replicato giurando impegno assoluto e lealtà verso “Coach K” e verso l’ateneo che lo aveva reclutato e dato l’opportunità di provare il proprio talento.

Infortunio Zion Williamson, l’assicurazione e la “guerra delle sneakers”

Come riportato da Darren Rovell di ESPN, Zion Williamson sarebbe coperto da un’assicurazione contro gli infortuni, che coprirebbe eventuali danni economici e patrimoniali derivati da un infortunio serio, che potrebbe compromettere le possibilità che il freshman venga selezionato con la prima scelta assoluta al prossimo draft.

La polizza sarebbe coperta dall’ateneo, in completa osservanza delle regole.

I primi contratti dei giocatori selezionati al draft NBA sono elargiti “a scalare“, a seconda dell’ordine di chiamata. Un’eventuale “caduta” di Wiliamson lontano dalla pronosticata prima chiamata assoluta costerebbe dunque cifre nell’ordine dei milioni di dollari. La polizza stipulata da Duke interverrebbe quindi ad impattare le potenziali perdita economiche per Williamson, tanto più se l’infortunio dovesse rivelarsi di grave entità.

Dal canto suo, Nike si è subito attivata per parare ogni polemica derivata dall’insolito incidente. L’azienda di Portland ha diffuso nelle ore successive la partita un comunicato ufficiale, nel quale la compagnia ha augurato un pronto recupero a Wiliamson, ed annunciato un’indagine per chiarire i motivi del “guasto”: “Qualità e resistenza dei nostri prodotti sono della massima importanza per noi, siamo al lavoro per capire i motivi di tale problema“.

In attesa dei risultati dell’indagine interna di Nike su possibili difetti di fabbricazione del modello “PG 2.5” (scarpa signature della star degli Oklahoma city Thunder Paul George), una diretta concorrente della compagnia, la Puma, ha approfittato dell’accaduto per lanciare quella che potrebbe essere una efficace campagna di marketing, via Twitter.

Puma ha successivamente cancellato il Tweet, ottenendo però la voluta pubblicità ai danni della concorrenza.

Infortunio Zion Williamson, il precedente Ginobili

L’incidente di Zion Williamson ha inoltre ricordato un episodio analogo occorso qualche stagione fa ad Emanuel Ginobili. Durante una partita casalinga contro i Detroit Pistons, la scarpa sinistra griffata Nike del giocatore argentino dei San Antonio Spurs si squarciò completamente, dopo un cambio di direzione difensivo di Manu.

Ginobili non riportò in quell’occasione conseguenze fisiche, sebbene la dinamica dell’accaduto abbia ricordato in maniera evidente le circostanze dell’infortunio occorso a Zion Williamson.

Non solo Zion: quanti talenti usciti da Duke University…

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Il numero 1 di Duke University, Zion Williamson, sta deliziando tifosi, scout ed addetti ai lavori della pallacanestro statunitense. In effetti, le cifre del nativo di Salisbury, nei 600 minuti in cui ha messo piede in campo, sono a dir poco sorprendenti. 22.3 punti, 9 rimbalzi, 2 recuperi e 2 stoppate di media. Ma se dovessimo concentrarci solamente sui suoi numeri, staremo tralasciando un aspetto fondamentale del personaggio in questione. Con una struttura di 129 kg per 198 cm, il diciannovenne in maglia Blue Devils riesce a combinare la sua prestanza fisica ad una straordinaria esplosività. Il risultato è questo

 

Tutti gli indizi portano ad un’unica conclusione: Zion verrà scelto tra le prime chiamate al Draft del 2019 (quasi tutte le previsioni lo danno per favorito alla numero 1). D’altronde, il talento di questo ragazzo era già stato scovato alla Spartanburg Day School in South Carolina, proprio come tutte le giovani promesse. Sono molte le università che si fanno avanti per i ragazzi provenienti dalle high school statunitensi, soprattutto se nascono e crescono in uno degli stati federali limitrofi. La competizione in questo mercato è spietata, soprattutto quella tra i due più rinomati atenei dell’intero panorama cestistico americano: Duke e North Carolina. Avversarie sul campo, quanto nel recruitment dei migliori liceali nel contesto della palla a spicchi.

Williamson, come molteplici altre stelle liceali americane, ha riposto la sua scelta in Duke University. I motivi sono vari. Tra questi, di certo, vi è la presenza del noto coach Mike Krzyzewski, che ha vinto di tutto nei suoi 39 anni fin ora trascorsi con i Blue Devils. La domanda sorge spontanea. Quale sarà l’impatto di Zion Williamson nel mondo NBA? Riuscirà a lasciare il segno e diventare a tutti gli effetti un all star? Molti talenti coltivati da coach K a Durham hanno avuto un impatto più che positivo nella lega. Si sono resi protagonisti a livello personale e di squadra. Tra questi, occorre ricordare coloro che si sono distinti maggiormente negli ultimi venticinque anni a livello di performance e di vittorie. Una premessa: vengono considerati i giocatori che hanno giocano in NBA almeno 5 anni.

GRANT HILL (pick n.3 al Draft del 1994)

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L’ala piccola texana vince due tornei NCAA consecutivi con i Blue Devils (1991 e 1992) con la maglia numero 33, che verrà poi ritirata. Approda nella Lega con numerose aspettative sul suo conto: uno così avrebbe vinto sicuramente qualcosa. Eppure, tra i vari riconoscimenti ricevuti dal nativo di Dallas, manca proprio il più importante: l’anello NBA. Vince il Rookie of the Year a Detroit, dove trascorrerà sei stagioni con medie punti che si incrementano di anno in anno (dai 19.9 del primo ai 25.5 dell’ultimo). Scorer, rimbalzista, difensore: per i suoi tempi, era una pedina fondamentale da aggiungere allo scacchiere per una squadra da titolo. Passa agli Orlando nel 2000 dove trascorrerà uno dei periodi più tormentati della sua vita. I vari infortuni gli faranno saltare buona parte delle stagioni negli anni in cui avrebbe potuto maggiormente incidere. Durante il suo periodo in Florida verrà dunque etichettato come “vecchio” ed è per questo che nel 2008, da free-agent non sa se ritirarsi o provarci di nuovo. Firma un contratto da 1.97 milioni con i Phoenix Suns e decide di rimettersi in gioco. E’ la scelta giusta, sono i Phoenix di Nash e Stoudemire, quelli del seven seconds or less di D’Antoni che incantano i palcoscenici NBA, arrivando ad un passo dalla finale NBA nel 2010. Chiude la carriera ai Clippers nel 2012. I suoi numeri dicono 16 punti e 6 rimbalzi di media nelle 18 stagioni (di cui 7 da All-star e una da miglior quintetto della Lega). Entra nella Hall of Fame nel 2018.

ELTON BRAND (pick n.1 al Draft del 1999)Risultati immagini per elton brand

L’ala grande newyorkese approda ai Chicago Bulls dopo essere stato eletto il miglior giocatore collegiale nel suo anno da sophemore con i Blue Devils. Anche lui vince il premio di Rookie of the Year, con una doppia doppia di media (20.1 punti e 10 rimbalzi. Cifre che ripeterà l’anno successivo). Dopo due stagioni a Chicago, la dirigenza lo spedisce a Los Angeles, sponda Clippers. Nei suoi 7 anni trascorsi nella franchigia di Donald Sterling vanterà due apparizioni all’All-Star game (2002 e 2006) e sfiorerà il premio MVP del 2006 poi vinto da Steve Nash. Grazie ai colpi della robusta ala fabbricata dai Blue Devils, i Clippers torneranno ai playoff dopo 30 anni. Nonostante i suoi 25.4 punti e 10.3 rimbalzi di media, quell’anno, il team di Mike Dunleavy Sr. si arrenderà al secondo turno contro i Phoenix Suns, dopo un’asfissiante gara 7. Nel 2008 approda ai Philadelphia 76ers, con un quinquiennale da 82 milioni. Purtroppo, è la fase discendente della sua carriera. Una parentesi, quella della città dell’amore fraterno, da 13.3 punti e 7.4 rimbalzi con due apparizioni a playoff. Dopo una stagione ai Mavericks e due agli Hawks, firmerà di nuovo per i 76ers, dove annuncerà il suo ritiro.

COREY MAGGETTE (pick n.13 al Draft del 1999)

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La shooting guard dell’Illinois si rende eleggibile dopo un solo anno a Duke University, nello stesso Draft del suo compagno, nonché amico, Elton Brand. Il primo anno agli Orlando è sottotono e viene scambiato nel giugno del 2000, approdando così ai Los Angeles Clippers. I primi due anni nella west coast sono complicati per la guardia di Melrose Park. E’ all’arrivo del suo ex compagno ai tempi dei Blue Devils che Maggette mette in mostra la sua classe innata e il suo talento spregiudicato con un massimo di 22.2 punti nella stagione 2004-2005. Molti lo ricordano come un solista che preferiva sfidare gli avversari in uno contro uno piuttosto che passare il pallone. Forse è uno dei motivi che innesca la faida con il coach Dunleavy Sr. che lo spedirà dritto alla Baia. In due anni con i Warriors registra una media di 19.3 punti e 5.4 rimbalzi. Le ultime tre stagioni saranno continui alti e bassi tra Milwaukee, Charlotte e Detroit. Sebbene fosse disprezzato da molti per il suo modo di giocare, la spettacolarità della guardia nordamericana non è mai stata oggetto di discussione. E qui sotto trovate il perché…

 

SHANE BATTIER (pick n.6 al Draft del 2001)

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Difensore asfissiante, tiratore dall’angolo infallibile. Shane Battier aveva già lasciato degli indizi nei suoi 4 anni trascorsi con Duke University che non sarebbe stato un giocatore qualunque. Dopo aver vinto il titolo NCAA del 2001, viene scelto dai Memphis Grizzlies dove mette in mostra tutta la sua versatilità. Qualsiasi ruolo gli fosse assegnato, lui lo portava a termine. Il tipico 3 & D che occorre ad una squadra per vincere un titolo. Ne ha vinti ben due (2012 e 2013) il nativo di Birmingham (Michigan) con quei gloriosi Miami Heat guidati da Lebron James. Probabilmente, il nostro Shane ne avrebbe potuti collezionare anche di più, se Tracy McGrady e Yao Ming non fossero stati tormentati dagli infortuni durante le cinque stagioni in Texas. Registra 14.4 punti nel suo anno da rookie, che rimane il suo massimo in carriera. Non uno scorer, ma un vincente.

 

 

 

CARLOS BOOZER (pick n.35 al Draft del 2002)

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Anche la power forward di Juneau (Alaska), Carlos Boozer, conquista il titolo NCAA nel 2001. Ma, a differenza del suo compagno di squadra Shane Battier, decide di candidarsi al Draft un anno dopo e viene scelto dai Cleveland Cavaliers. Giocatore solido e affidabile, con un impeto agonistico dai pochi eguali. Proprio come tutti i migliori prospetti di Duke, mostra segnali di crescita progressivi, grazie al suo impegno e alla sua costanza. Anno dopo anno i suoi numeri crescono, le apparizioni tra gli all-star si incrementano e Carlos si afferma una delle ali grandi più complete del panorama NBA. Dai Cavs passa ai Jazz, dove formerà, assieme a Deron Williams, una delle coppie che Salt-Lake City farà fatica a dimenticare. In quei sei anni nello Utah mette a segno 19.3 PTS e 10.5 REB di media, trascinando la squadra di Jerry Sloan per quattro annate consecutive ai playoffs. Nell’estate del 2010 passa ai Bulls, dove intravede la possibilità di chiudere la sua carriera NBA con un anello al dito (Derrick Rose story though…). Anche a Chicago il suo contributo risulta vitale per le sorti del team guidato da Tom Thibodeau: difesa, tiri dalla media, solidità al

JJ REDICK (pick n.11 al Draft del 2006)

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La small guard di Cookeville (Tennesee) attrae l’attenzione di parecchi scout NBA durante il suo periodo a Durham. Vince parecchi riconoscimenti a livello personale e di squadra tant’è che la sua maglia, la numero 4, verrà ritirata da Duke University. Una promessa dal futuro prospero, dotata di talento e dedizione al miglioramento continuo. Non molti, tuttavia credono che l’NBA sarà il suo palcoscenico: il suo fisico è docile e di guardie tiratrici la Lega è piena zeppa. Ma Orlando crede in lui e per ben 7 stagioni. Sembra che i suoi detrattori non avessero poi così tanto torto: tira da distanze siderali, difende alla perfezione, ma non è abbastanza. Quando sei alto 192 cm e giochi nell’NBA devi fare ben di più. Lui non ci sta e cambia completamente contesto: i Los Angeles Clippers. Squadra con potenzialità da titolo che ha bisogno di un solido tiratore. Lui perfeziona la sua arte, la rende quasi impeccabile: 47% fuori dall’arco nelle 4 stagioni in California. Il gioco si evolve e il tiro dalla lunga distanza diventa essenziale per qualsiasi squadra. Redick ha la sua rivincita e ottiene la media punti migliore in carriera in questa sua ultima esperienza a Philadelphia (17.8 PTS), a 34 anni. E chissà, magari un titolo non tarderà ad arrivare…

 

KYRIE IRVING (pick n.1 al Draft del 2011)

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La point guard nativa di Melbourne (Australia) ancora la sua storia nella Lega la deve scrivere. Tuttavia, della breve esperienza sui campi da gioco del talento di 191 cm, qualcosa ci è già pervenuto. Nelle 11 partite giocate con i Blue Devils, Irving scrive 17.5 PTS, 1.4 STL, 4.3 AST. Movimenti armoniosi, classe innata, cambi di velocità spaventosi: se sa sfruttare le sue carte, può diventare una stella. Cleveland non ci pensa due volte e lo sceglie alla numero uno. Non sbaglia. Dipinge basket d’autore con appoggi a tabellone, crossover spezza-caviglie, canestri nel clutch time: sembra di vedere un veterano, ma è semplicemente un rookie. Lebron James capisce che è il momento giusto di tornare per poter aspirare in grande a Cleveland. Il duo Lebron-Kyrie rimane così alla storia come una delle coppie più produttive della storia NBA.

Proprio Kyrie Irving è un giocatore che non ha avuto bisogno dei primi anni di assestamento in NBA per poter mettere in mostra il suo talento. E’ quello che sta dimostrando Jayson Tatum, anche lui giovane sfornato da Duke nella classe Draft del 2017. Ed è quello che ci si aspetta da Zion Williamson, classe Draft 2019: we are waiting for you!

NCAA Masters: Jim Boeheim

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Jim Boeheim diventava coach di Syracuse il primo di aprile del 1976. Nello stesso periodo, da qualche parte in California Stephen Wozniak e Steven Jobs fondavano la Apple Computer, i Phoenix Suns raggiungevano per la prima volta nella loro storia le Finals NBA perdendo in sei partite contro i Boston Celtics di Tom Heinsohn e la rivale ABA chiudeva i battenti dopo nove anni di vita, non prima però di aver dato vita al primo storico Slam Dunk Contest. Il vincitore? Doctor J, ovviamente.

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Boeheim con la maglia da giocatore degli Orange.

Una vita da Orange

L’introduzione era dovuta, una premessa indispensabile per poter bene individuare le coordinate temporali della carriera di Jim Boeheim. Attualmente è l’allenatore in attività con più anni di carriera nella stessa squadra, ben quarantuno. Dietro di lui Coach K, da trentasette a Duke. Ma Jim Boeheim è un caso a parte nel mondo sportivo. Il nativo di Lyons, New York, ha speso praticamente tutta la sua vita da adulto a Syracuse: prima come giocatore, poi come assistente di coach Roy Danforth dal 1969, e infine come allenatore. Dal 1962 a oggi Boeheim si è allontanato dalla sua alma mater per soli 3 anni, e cioè dal 1966 al 1969, quando era in forza agli Scranton Miners della ABL (dove vinse anche due titoli).

Dal 1969 collaboratore di Danforth, Syracuse si guadagnò la prima apparizione alla Final Four nella stagione 1974-75. Quando Danforth lasciò, nell’estate 1976, Boeheim ereditava una squadra che vantava cinque apparizioni consecutive al torneo NCAA. Con lui quella striscia arrivò a nove. Nel 1979 Syracuse fa parte delle squadre fondatrici della Big East Conference, insieme (ad esempio) a Georgetown University. Proprio gli Hoyas in quell’annata interrompono una striscia di 57 vittorie casalinghe consecutive per gli Orange. Era l’ultima partita giocata sul parquet della Manley Field House, che sarebbe stata sostituita a partire dall’anno successivo dal Carrier Dome. Era nata una rivalità che sarebbe esplosa durante gli anni ’80.

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Nel brevissimo periodo lontano da Syracuse, Boeheim ha militato come guardia negli Scranton Miners, squadra della ABL.

Un titolo che continua a sfuggirgli

È proprio durante una delle partite di Big East contro gli Hoyas che Boeheim dimostra la sua caratura morale. Durante la stagione 1983-84 infatti, un giovane Patrick Ewing, centro dominante di Georgetown, è bersagliato ovunque vada da insulti razzisti. Al Carrier Dome un’arancia sfiora addirittura lo stesso Ewing mentre il lungo si prepara a tirare un libero. Così proprio non va. Coach Boeheim prende il microfono, raggiunge il centro del campo e minaccia di sospendere la partita, zittendo gli oltre 30.000 spettatori presenti, dimostrando di essere molto più che un semplice allenatore di basket.

Syracuse non fallisce mai la qualificazione al torneo NCAA. A partire dal 1982/83 saranno dieci le qualificazioni consecutive per gli Orange, serie interrotta nel 1992 solo a causa di alcune sanzioni. Manca solo il titolo. In un paio di occasioni gli Orange ci arrivano ad un passo. Nel 1986/87 Boeheim se lo vede sfuggire all’ultimo secondo, grazie al canestro decisivo di Keith Smart che a quattro secondi dalla fine consegna la vittoria a Indiana. Nel 1996 Syracuse torna a giocarsi la finale nazionale, questa volta però la favorita è la Kentucky di Rick Pitino (anche assistente di Boeheim durante nel 1976), che non fa sconti. Quei Wildcats hanno nelle proprie fila nove futuri giocatori NBA. Gli Orange, ancora una volta, si fermano a pochi passi dal traguardo.

La consacrazione di Jim Boeheim

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Il valore del Boeheim allenatore non è mai stato in dubbio. Il suo guardaroba invece…

Dalla seconda sconfitta in Finale NCAA a oggi ne sono successe di cose in quel di Syracuse. Boeheim aiuta la nazionale americana junior a vincere il mondiale in Giappone del 2001. Tornerà a occuparsi della nazionale maggiore (dopo essere già stato assistente di Krzyzewski per i mondiali dal 1990) sia come assistente che come dirigente delle operazioni cestistiche dal 2006 in poi, col ritorno di Coach K in panchina. Sempre nel 2001 gli viene diagnosticato un cancro alla prostata. Scoperto in tempo, nel pieno della stagione collegiale, Boeheim decide di operarsi immediatamente. Salta solo tre gare, dopo 10 giorni è di nuovo a bordocampo con i suoi Orange.

È qui che la nostra storia cambia definitivamente direzione. Nel 2002 Boeheim recluta un ragazzo con le treccine, di nomoe fa Carmelo. Non solo: Anthony è il giocatore del destino per Boeheim e per la storia degli Orange. Nel suo unico anno al college, Melo è dominante: 22.2 punti e 10 rimbalzi di media. Dopo soli 16 mesi dall’aver sconfitto il cancro, Jim Boeheim può finalmente alzare il titolo NCAA, il primo nella storia degli Orange. Nella finale del torneo contro Kansas (quella della stoppata di Hakim Warrick su Michael Lee) Syracuse vince 81-78. Anthony viene premiato Most Outstanding Player del torneo NCAA, e lascia per il Draft NBA.

Un nuovo millennio tra luci e ombre

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Boeheim ed Anthony: la coppia che ha portato a Syracuse il primo titolo NCAA della loro storia

Dopo i riconoscimenti ottenuti nel ruolo di allenatore per USA Basketball e il titolo NCAA, nel 2005 Boeheim viene indotto nella Hall of Fame di Springfield. Nel 2013 la squadra guidata da Michael Carter-Williams torna alla Final Four, il quinto e ultimo viaggio finora con Boeheim in panca. Contemporaneamente, delle indagini portate avanti dalla NCAA su alcune violazioni commesse dal programma comportarono, nel 2015 (dopo otto anni di indagini), una sanzione molto pesante per Syracuse. Ben 101 vittorie ottenute nel corso del decennio precedente furono cancellate. Boeheim si è sempre assunto le proprie responsabilità.

Giocatori non eleggibili in campo, come nel caso di Fab Melo (scomparso qualche settimana fa in Brasile); violazioni delle politiche antidroga; presunti aiuti monetari ad atleti del college da parte dello staff dell’università. Queste alcune delle cause delle sanzioni a Syracuse. Il 4 febbraio scorso, dopo una rimonta contro Virginia, il coach è arrivato alla sua millesima vittoria. Nonostante per la NCAA si tratti ‘solo’ della numero 899, membri attuali e passati degli Orange hanno fatto arrivare a Coach B le proprie congratulazioni, come se le sanzioni della lega non fossero mai state applicate.

Il commento di Coach B: “Brutte sconfitte. Pessime decisioni. Cose negative che sono accadute. Questa è la vita. Così vanno le cose. La chiave è superare tutto questo, per procedere alla prossima sfida. E sono stato sempre capace di fare tutto ciò”. Jim Boeheim si ritirerà l’anno prossimo, nel 2018, dopo 56 anni di permanenza semiininterrotta a Syracuse. Un allenatore speciale, un uomo vero. Una vera e propria colonna portante del college basketball.

So you wanna be a star: Jayson Tatum

Ritorna puntualmente la rubrica dedicata agli astri nascenti del panorama cestistico a stelle e strisce. Questa volta gli occhi puntati su Jayson Tatum, giocatore dei Blue Devil di Duke, momentaneamente dato alla n°6 nel Mock Draft 2017.

Jayson Tatum.
Jayson Tatum.

 

 

DATI PERSONALI

Ruolo: Ala piccola

Data di nascita: 3 Marzo 1998

Altezza: 203 cm

Peso: 93 kg

Squadra: Duke University

Paragoni: Paul George

 

 

STORIA

Jayson Christopher Tatum nasce a St.Louis, Missouri. Da sempre considerato tra le migliori promesse del basket americano. Al liceo frequenta la Chaminade College Preparatory School. Nel suo anno da matricola mette a referto 13.3 punti e 6.4 rimbalzi a partita. Nel suo secondo anno liceale aumenta nettamente tutte le statistiche personali: 26 punti e 11 rimbalzi a partita. Nel suo anno da Junior, Jayson riceve la menzione nel secondo quintetto del Naismith Trophy All American. L’ultimo anno di high school è quello della consacrazione, la sua media realizzativa sale a ben 29.6 punti a partita, conducendo nella stagione 2015-16 Chaminade al secondo titolo nazionale.

Partecipa ai miglior eventi riservati ai migliori prospetti collegiali come il McDonald’s All American, Jordan Brand Classic e il Nike Hoop Summit. In estate Tatum presenzia all’AAU (Amateur Athletic Union) basketball con i St.Louis Eagles. Successivamente arriva il premio più prestigioso, venendo nominato Gatorade National Player of the Year, ossia miglior giocatore liceale dell’anno negli USA.

Con la nazionale statunitense vanta un mondiale under-17 nel 2014 e under-19 nel 2015.

Il 12 Luglio 2015 rende noto di aver scelto i Duke Blue Devils allenati da coach Mike Krzyzewski. Purtroppo un inizio di stagione abbastanza difficile, con un infortunio che non ha permesso a Tatum di esordire nel College Basketball per il momento, la diagnosi conferita è stata di due settimane di stop. Nelle prossime settimane vedremo come si comporterà il natio di St.Louis.

 

CHE GIOCATORE E’?

Jayson Tatum viene considerato da tutti come una delle maggiori promesse del basket USA, la sua trafila liceale parla da sè:è stato giocatore capace di dominare in lungo e largo, guidando la sua squadra al titolo nazionale. Certo il difficile viene adesso, confermarsi al college e divenire un top- prospect al draft non sarà cosa facile, specialmente per un ragazzo che ancora dimostra di essere poco maturo fisicamente (vedasi i problemi con Duke). Jayson Tatum dalla sua ha un vantaggio: coach K, che saprà sicuramente allevarlo per bene e sviluppare tutto il talento che il giovane si ritrova, così da renderlo un prospetto sicuro al prossimo Draft NBA.

Parlando delle sue caratteristiche fisiche e tecniche,  Tatum è un’ala versatile, sapendo giocare in svariati modi, sia da esterno che da interno. Ottimo tiratore dal perimetro e grazie al suo fisico è decisamente difficile da marcare in post. Grazie alla sua agilità e altezza lo rendono un cliente scomodo per gli avversari, sia in attacco che in difesa.

Atleticamente non è un giocatore fenomenale per esplosività e realizzazione al ferro, ma destinato certamente a migliorare attraverso un miglioramento fisico.

 

A CHI SOMIGLIA?

Per le caratteristiche tecniche un confronto più che onesto potrebbe essere quello con Paul George, stella degli Indiana Pacers, nonchè 10° scelta al draft 2010. Entrambi sono due ali molto duttili, con fisico slanciato, braccia lunghe e grande reattività, così da renderli anche degli ottimi difensori a rimbalzo.

Di certo il curriculum di George parla da sè ed il paragone che stiamo affidando al giovane Tatum è molto pesante, e ricordiamo che George arrivò nella lega in punta di piedi da  sconosciuto, al contrario proprio di Tatum, considerato da tanti anni un futuro prospetto NBA.

Ciò che servirà al freshman di Duke sarà un miglioramento fisico e muscolare, così da renderlo molto più solido e prorompente, consapevolezza nei propri mezzi e gestione tattica per riuscire a reggere l’impatto con il piano di sopra.

Team USA: ci sono rischi, sai?

Non ce lo aspettavamo così presto, eppure quando è stato annunciato è stato quasi un sollievo. Coach Kryzewski non deve aver avuto molta voglia di tirare per le lunghe i tryout, di valutare, osservare, soppesare. Anche perché, ammettiamolo, ovunque pesca, pesca bene.
Offrire una valutazione di Team USA non è mai facile. È una squadra che nasce appositamente per vincere, che ha il trionfo nel DNA, come gli All Blacks di rugby, o quello che una volta il Brasile del calcio (titolo forse ereditato dalla Spagna). Anzi, più di tutte loro, che in qualche competizione hanno permesso che il titolo gli scappasse, mentre gli USA no: dall’arrivo dei professionisti, hanno mancato l’oro solo a cavallo tra il 2002 (Mondiali di Indianapolis) e il 2006 (Mondiali di Tokyo). Da quella lezione di pick&roll subita dalla Grecia, storica non perché siamo in vena di iperboli ma perché viene citata ancora oggi, gli Stati Uniti non hanno più perso un incontro in una competizione ufficiale.
Così, analizzando il roster a freddo a quaranta giorni circa dall’inizio della competizione, proviamo a offrire un quadro (che sarà per forza di cose incompleto, viste le mille variabili in gioco) di quella che verosimilmente sarà la kermesse a cinque cerchi della selezione a stelle e strisce.

 

La forza nella leggerezza

Le qualità degli Stati Uniti sono sterminate, inutile negarlo, non si sa da dove iniziare a scegliere il quintetto. No, un momento, forse sì. Dal playmaker.

Kyrie Irving MVP dell'ultimo Mondiale
Kyrie Irving MVP dell’ultimo Mondiale

Ora banalità appena detta a parte, è ipotizzabile che del ruolo di regista, almeno inizialmente sarà investito Kyrie Irving, che è presumibile parta davanti in quanto a) allievo di Coach K a Duke, b) già dotato di un discreto bagaglio di esperienza a livello internazionale, e c) detentore del titolo di MVP del campionato mondiale in Spagna, tanto per gradire. Lowry partirà di rincalzo, magari per entrare con quel DeRozan con cui ha formato un back court strepitoso a Toronto. Come guardia titolare, la scelta è tra la chirurgica precisione balistica di Thompson e quella di Butler, ma seguendo il primo punto relativo a Irving propenderemmo per la guardia dei Warriors.
Gli spot delle ali, salvo cataclismi o acumi tattici di cui al contrario del c.t. statunitense non siamo certo dotati, dovrebbero essere di Durant ed Anthony. Entrambi sono due “3” a livello NBA, ma al livello più “sotto taglia” del basket FIBA hanno giostrato spesso et volentieri da “4”, peraltro con risultati tutt’altro che disprezzabili. Chiaro che non saranno dei lunghi vecchia maniera, ma viceversa delle ali che tagliano, si aprono dopo il blocco, più per un “pop” che per un “roll”. Per non soffrire l’agilità dei lunghi internazionali, Kryzewski dovrebbe insomma seguire il percorso lui stesso ha tracciato tra il 2008 e il 2012. Logico che poi l’essere più ala piccola classica di Barnes porterà ad assetti più tipici, ma l’eclettismo di George e Green va nella direzione già menzionata. Per tutto quanto presunto sopra, Cousins starà verosimilmente sul parquet più di Jordan, in quanto maggiormente mobile e con una gamma di tiro più ampia.
Quindi, tutto facile: gli altri giocano per l’argento, no? Ecco…
Sì. Forse. Non esattamente. Insomma, No.

 

Orgoglio e pregiudizi

Magari chi legge considererà disfattista chi scrive. Magari lo spernacchierà o ne metterà in dubbio la sanità mentale. Il rischio di sembrare impopolari non ci scrollerà però di dosso la sensazione che mai come questa volta ci sia una squadra che possa togliere la corona ai re della NBA scesi come ogni due anni a miracol mostrare.
Anzitutto andiamo sul tecnico: questa squadra che non è una fusione tra quella del Mondiale e quella della precedente Olimpiade, il modo in cui viceversa fu concepito il Team USA di Londra. Al contrario, la selezione del 2016 ha ereditato più dalla kermesse iridata che da quella pentacerchiata: Irving, Thompson, De Rozan, e Cousins hanno preso parte alla prima, solo Anthony e Durant alla seconda, mentre la metà assoluta dei giocatori sono i debuttanti assoluti (Lowry, Butler, Barnes, George, Green e Jordan). Può non voler dire nulla, perché in fondo gli americani a questo gioco sono ancora i migliori e presumibilmente lo resteranno finché il Sole non si spegnerà, ma può anche essere significativo.
Un vecchio adagio della pallacanestro dice che un giocatore al Mondiale può anche non andare, dato che rimane una competizione per appassionati, mentre alle Olimpiadi farà di tutto per esserci, perché alla fine le vedono tutti, anche solo per caso. Sarà anche la saggezza popolare ma trova riscontro nei fatti, se si pensa che le ultime due finali iridate si sono chiuse sopra i venti punti di scarto per gli Stati Uniti e le avversarie mai in partita, mentre le ultime due olimpiche sono state talmente belle e combattute da venire considerate tra le

Carmelo Anthony e Kevin Durant sono gli unici due già esperti di Olimpiadi
Carmelo Anthony e Kevin Durant sono gli unici due già esperti di Olimpiadi

migliori della storia della palla a spicchi. Così, mentre le avversarie avranno piacere di schierare la cavalleria pesante, la nazionale a stelle e strisce farà sì corsa di testa ma con equilibri interni da trovare e senza qualche vecchia cariatide a fare da bussola, un Kobe, un Kidd, un Wade, un James. È rimasto Anthony, bontà sua, che è già alla quarta edizione di fila dei giochi, ma avere solo lui e Durant come chiocce è molto diverso che disporre anche di tutti i nomi fatti in precedenza. Il rischio minore è patire l’inesperienza con gli avversari, quello maggiore è che il gruppo si spacchi dall’interno. E visto il testosterone e i contrattoni di cui sono titolari i membri del roster, quest’ultima opzione è tutt’altro che improbabile, così come tutt’altro che improbabile è la possibilità che qualcuno degli imberbi prenda sottogamba non tanto le partite quanto l’opponente di turno.

 

Combattere per un centimetro

Vogliamo essere ancora una volta cristallini su questo: nessuno di chi era in condizione, dalle altre nazionali, ha disertato la chiamata alla armi, chi poteva ha risposto presente e tutti saranno bramosi di detronizzare gli statunitensi. A cominciare dalla Spagna, degna avversaria nelle ultime due finali e composta da una generazione che è all’ultima chance per fregiarsi dell’oro, ma anche la Lituania, o la Francia e la Serbia se si qualificheranno. Tutti vorranno la testa dell’aquila sul proprio camino, nessuno risparmierà una goccia di sudore, un tuffo sul parquet, un contatto. Per questo, fossimo in Coach K o in chi ha a cuore le sorti di Team USA, pregheremmo di avere più articoli, da più parti, che ne mettono in dubbio la vittoria. Ancorché molto cialtrone, uno dei metodi di motivazione più in voga tra gli allenatori è convogliare le energie della loro squadra in una risposta allo scetticismo esterno, una sorta di “Vi faremo ricredere”. La prova in effetti ce la fornì la squadra del 2010, quando quello che veniva considerato un Team-B conquistò l’oro e Durant vergò un tweet polemico per ribattere alle critiche.
È passato un secolo, e il rischio che gli Stati Uniti si siedano sull’alloro invece di mettersene corone in testa esiste, anche se per ora è solo pura teoria. Per non far sì che diventi dolorosa pratica, gli atleti a stelle e strisce dovranno non mollare mai di un centimetro tenendo presente che ogni avversario farà altrettanto. Mettere meno dell’impegno che metteranno gli altri potrebbe costare brutte sorprese. O brutte figure.

Gregg Popovich e Team USA: comunione d’intenti

Come ormai tutti sappiamo, la carriera di Gregg Popovich vivrà presto un nuovo ed inaspettato inizio.

Nel dicembre del 1996, Popovich era il GM dei San Antonio Spurs, supervisore del coach Bob Hill. In quel periodo, San Antonio era martoriata dagli infortuni – incluso un brutto malanno alla schiena che tenne fuori il centro David Robinson – ed iniziò la stagione con un brutto record di 3-15. Popovich, quindi, licenziò Hill e prese il comando della squadra, convenientemente, nel giorno del ritorno sul parquet di Robinson. Nella notte del debutto, comunque, Gli Spurs, furono umiliati dai Phoenix Suns, per 96-73.

Mi sono sentito come se fossi stato tirato fuori dalla naftalina”, disse successivamente il coach, a proposito di quella sera.

Nel corso delle oltre diciotto stagioni passate in panchina, le cose sono enormemente migliorate: Popovich ha vinto cinque titoli e spinto le sue squadre oltre le 50 vittorie ogni anno (avrebbe forse raggiunto questo traguardo anche nella stagione 1998-99, se non fosse stato per il lockout).

Lo scorso venerdì, gli è stata data un’opportunità oggettivamente perfetta per lui: allenare il Team USA al posto di Mike Krzyzewski, il quale gli cederà il posto dopo le Olimpiadi di Rio del 2016.

Popovich voleva questa mansione da tempo. Negli ultimi anni, tuttavia, credeva di aver perso le speranze di ottenerla.

Mentirei se dicessi che non mi è passato per la testa”, ha raccontato Pop, nella giornata di venerdì. “Tutti hanno l’aspirazione di ricevere un incarico del genere ma, negli ultimi 5-6 anni, pensavo che non avrei più preso quel treno, in tutta onestà”.

Gregg Popovich, 66 anni.
Gregg Popovich, 66 anni.

Popovich assumerà il ruolo con un invidiabile background internazionale: i suoi Spurs sono stati i paladini della rivoluzione etnica attuata dalla NBA con l’inizio del nuovo millennio, grazie all’ingaggio della guardia argentina Manu Ginobili ed il regista francese Tony Parker. Questi due giocatori sono presto diventati le fondamenta sulle quali gli Spurs hanno costruito il loro incredibile successo.

Popovich possiede anche una vasta esperienza personale: ha giocato a basket per la Air Force Academy negli anni ’70 e, durante il suo servizio nell’aviazione, ha viaggiato molto in Europa. Inoltre, è stato un osservatore ravvicinato del Team USA durante i giorni peggiori: fu assistente di George Karl nel corso dei Mondiali del 2002, quelli che videro gli Stati Uniti messi letteralmente alla berlina, autori di un imbarazzante 6-3, valevole soltanto per il sesto posto; poi, lavorò affianco a Larry Brown alle Olimpiadi del 2004, al termine delle quali il Team USA si aggiudicò la medaglia di bronzo (5-3).

La debacle di quelle ultime uscite fu il motore che spinse gli USA ad assumere Jerry Colangelo nel ruolo di direttore esecutivo e Krzyzewski in quello di head coach. Da allora, molto sarebbe cambiato.

La prima cosa che si può notare è il cambiamento strutturale”, ha detto Popovich. “Da quando è arrivato Jerry, è stata messa in piedi un’infrastruttura che permette selezione e sviluppo dei giocatori per un lungo periodo di tempo, in modo tale da creare una cultura. Non era mai successo prima. A questo punto, dopo aver istituito questa organizzazione per oltre una decade, sembra che si sia creata una sorta autoalimentazione, per cui il progresso non smette mai. E’ un meccanismo perfetto”.

Colangelo ha fatto del rispetto per gli avversari e di una solida personalità collettiva le caratteristiche primarie del programma attuale della USA Basketball, e ha citato la cultura che Popovich ha sviluppato a San Antonio come ragione principale del suo ingaggio.

In 19 anni alla guida degli Spurs, Popovich ha ottenuto cinque titoli NBA, l'ultimo nel 2014.
In 19 anni alla guida degli Spurs, Popovich ha ottenuto cinque titoli NBA, l’ultimo nel 2014.

Il suo lungo record di successi – sia in termini di titoli che di creazione della cultura dell’eccellenza – è molto ben documentato”, ha affermato Colangelo. “Pop è considerato tra i migliori allenatori del pianeta. Per via del suo passato militare e della sua abilità unica di tirar fuori il meglio dai suoi uomini, questa scelta risulta perfetta”.

Di certo, la domanda che tutti si fanno è quanto ancora Popovich intenderà restare sulla panchina degli Spurs. L’allenatore compirà 67 anni il prossimo gennaio, e si è molto speculato sul fatto che lascerà San Antonio quando il suo pupillo – il trentanovenne Tim Duncan – deciderà di ritirarsi. Le esigenze concernenti la gestione di una squadra NBA e di una Nazionale – che richiede un input non solo nella scelta dei giocatori, ma anche nello scouting degli avversari per i tornei, ogni due anni – sono molto alte.

Popovich ha detto che pensa di riuscire a cavarsela in entrambi i campi, almeno nel breve periodo, pungolato dall’euforia della nuova nomina. Qualunque sarà il suo futuro con gli Spurs, dunque, non è ancora tempo per una soluzione drastica.

Se sei in grado di prenderti carico delle sfide, penso che sia una buona cosa”, ha detto Pop. “Non sono pronto ad andare in pensione e mettermi a piantare pomodori in giardino, ho ancora molto da fare”.

 

Claudio Spagnuolo

Twitter: @KlausBundy

 

Tratto da: Sean Deveney, “Gregg Popovich can use USA Basketball as an ideal post-Spurs path”, sportingnews.com.

Team USA, coach Krzyzewski ai saluti: lascerà la nazionale dopo Rio 2016

Si chiude un’era piena di successi per Team USA, per il momento in maniera ‘ufficiosa‘: già, perchè bisognerà aspettare la fine delle Olimpiadi 2016 per assistere al congedo di  Mike Krzyzewski dal ruolo di head coach della nazionale di basket a stelle e strisce.

Mike Krzyzewski.
Mike Krzyzewski.

Lo stesso allenatore di Duke ha infatti annunciato ad ‘ESPN’ che la rassegna che si svolgerà a Rio de Janeiro sarà l’ultima  con lui alla guida della selezione:  “Lo sarà sicuramente. Penso che sia il momento di andare avanti e cambiare. Durante la prossima stagione verranno prese alcune decisioni che riguarderanno la nazionale, compresa la scelta del nuovo coach. Dovrà essere pianificato tutto per bene, con brave persone pronte a dare continuità al progetto attualmente in corso”. Sul suo possibile successore, coach K non ha voluto sbilanciarsi, sottolineando però una prerogativa necessaria per assegnare l’incarico.
“Penso che sarebbe bene scegliere qualcuno che abbia abbastanza esperienza in campo internazionale –  ha dichiarato – In ogni caso credo che verrà presa la decisione più giusta possibile, a prescindere dall’ambiente da cui arriverà il nuovo allenatore (NBA o college, ndr). Sono convinto che verrà messo in piedi un nuovo staff competente che possa continuare il ciclo vincente”.

Non ci sarebbe niente di meglio che chiudere la propria avventura con Team USA accaparrandosi una bella medaglia d’oro: Krzyzewski vuole riuscirci dopo aver trionfato alle Olimpiadi 2008 e 2012 (dove la squadra è stata paragonata allo storico Dream Team del 1992) e conquistato due ori (2010 e 2014) e due bronzi (1990 e 2006) ai Mondiali, senza contare il primo posto ai FIBA Americas del 2007. Inoltre, il nativo di Chicago può vantare un record di 75 vittorie ed una sola sconfitta. Palmares e numeri da leggenda, che verranno celebrati con una meritata standing ovation tra poco meno di un anno.

Per NBA Passion,

Olivio Daniele Maggio (@daniele_maggio on Twitter)

Nazionale USA : Dal Dream Team alla D-league?

La Fiba negli ultimi giorni ha deciso di cambiare alcune regole che riguardano la qualificazione ai mondiali del 2019. L’idea sarebbe di modificare il calendario delle partite, sulla falsa riga della Fifa. In questo caso 2 dei 4 periodi designati per le partite di qualificazione, sarebbero programmati a novembre e febbraio. Questo cambiamento quindi toglierebbe ogni possibilità ai giocatori che militano nei campionati NBA e NCAA di partecipare all’evento.

La federazione ha tempo fino al 2017 per “sistemare” il calendario prima che questo entri in vigore, in quanto la lega americana potrebbe permettere ai giocatori di partecipare alle sessioni di giugno e settembre, ma non é disposta a concedere nemmeno qualche giorno nella pausa dell’All Star Game; Gli altri campionati invece non avrebbero problemi a fare uno stop di 10 giorni per lasciare i propri giocatori  con le nazionali. Gli americani prefererirebbero scegliere i giocatori nella lega di sviluppo piuttosto che andarli a prendere in Europa o nel campionato universitario.

Il direttore Fiba, Predrag Bogosavljev, ha dichiarato a Marc Woods di ESPN, che tutta l’operazione é stata eseguita a stretto contatto con la Nba e ha aggiunto « Hanno delle difficoltà ad adoperare i giocatori Nba per le qualificazioni, ma insieme stanno discutendo varie possibilità. Una di queste é usare la D-league, ma ci sono altre opzioni. In ogni caso parteciperanno e troveranno il miglior modo per farlo. » – Bogosavljev conclude affermando – « La nba era vicina a chiudere ogni possibilità per tutti i giocatori. Ma questa é una soluzione che é stata presa in collaborazione con il commissioner nba Mark Tatum e speriamo di continuare a lavorare ancora insieme .»

Mark Tatum e Adam Silver a colloquio in sede Fiba

 

Certo, anche le seconde linee degli US dovrebbero garantire un posto tra i sette disponibili per andare ai mondiali e poi si potranno mettere in campo i pezzi grossi, che nel caso offrirebbero uno dei due pass olimpici a disposizione per continente. Anche se gli statunitensi vincessero le Olimpiadi 2016 non si qualificherebbero direttamente per i  mondiali 2019. Un altro argomento scottante riguarda invece l’impiego delle star nelle fasi finali dei tornei internazionali, e la discussione si é accesa in seguito all’infortunio di Paul George.

L’utilizzo della squadra B potrebbe essere molto più complicato per Francia e Canada più che per gli USA, mentre invece il problema per gli americani sarebbe maggiormente per Mike Krzyzewski e il suo staff che saranno impegnati nei vari campionati nazionali, costringendo così la federazione ad assumere altri allenatori. Alcune persone importanti nell’ambiente, come l’allenatore Sergio Scariolo, provano a guardare la situazione dal lato positivo, considerando che sarebbe un buon modo per fare crescere i giovani che avranno più spazio in manifestazioni di questo tipo. L’idea, che aveva tra i suoi sostenitori anche Mark Cuban, di trasformare le olimpiadi in un torneo under 22 era stata discussa, ma non sarà realizzabile prima del 2026 .

É intervenuto allora Patrick Koller, spiegando i motivi che hanno portato all’accantonamento di questa modifica : « In realtà se voi chiedeste oggi a Lionel Messi che cosa vorrebbe vincere, lui risponderebbe  che vuole vincere il mondiale, invece se lo chiedereste a Lebron James, risponderebbe di voler vincere le olimpiadi. Questa é la realtà. L’idea é di portare la coppa del mondo di basket ad un livello successivo. Quindi, nonostante tutte le discussioni sui cambiamenti possibili per le olimpiadi, crediamo che queste siano molto positive per il basket e non vogliamo abbassarne il livello. Ecco perché le terremo cosi come sono. » 

 

Per NBA Passion,

Aaron Lionti