I Minnesota Timberwolves pensano a Michael Winger come President of basketball operations

Minnesota Timberwolves

I Minnesota Timberwolves, dopo il licenziamento dell’ex coach e GM Tom Thibodeau, sono alla ricerca di un nuovo President of basketball operations.

La franchigia di Minneapolis sembra aver messo gli occhio sul Michael Winger, GM dei Los Angeles Clippers. Stando a quanto riferito da Adrian Wojnarowski di ESPN, il team californiano ha dato la possibilità ai T’Wolves di incontrare Winger per parlare del futuro.

Winger ricopre la carica di general manager dei Clippers dall’agosto 2017 ed èuomo di grande esperienza visto che, prima di diventare GM della franchigia di coach Doc Rivers, è stato assistant GM agli Oklahoma City Thunder, ed ha lavorato per diversi anni nel nel front office dei Cleveland Cavaliers.

Timberwolves, Non c’è solo Winger

Il proprietario di Timberwolves, Glen Taylor, ha dichiarato che il Winger non è l’unico nome della sua lista per il ruolo in precedenza occupato da Thibodeau. In questi giorni, infatti, si è parlato anche di un possibile interessamento verso il vice President of basketball operations dei Rockets, Gersson Rosas.

Il front office dei T’Wolves ha già rassicurato che nelle tra le altre posizioni di rilievo non ci saranno cambiamenti. Quindi sia il direttore generale, Scott Layden, che l’head coach, Ryan Saunders, resteranno ai loro posti anche per la prossima stagione. L’attuale coach dei Minnesota Timberwolves è arrivato a stagione in corso prendendo il posto di Thibodeau, dopo il suo licenziamento.

Mark Madsen nuovo allenatore degli Utah Valley Wolverines

L’ex assistente allenatore dei Los Angeles Lakers Mark Madsen è stato nominato nuovo allenatore degli Utah Valley Wolverines.

E’ arrivata oggi l‘ufficialità per l’ex stella della Stanford University, 2 volte campione NBA negli anni 2001-2002 con la maglia dei Los Angeles Lakers. Ha militato anche nei Minnesota Timberwolves per 6 stagioni e, finita la carriera da giocatore, è diventato assistente allenatore dei giallo-viola nel 2014. Mark sarà il terzo allenatore nei 16 anni di storia della UVU nella Division 1.

Madsen si è espresso subito riguardo la sua nuova avventura sulla panchina degli Utah Valley Wolverines, a UVU.edu: “Utah Valley University è un ottimo istituto e sono entusiasta di essere il nuovo capo allenatore della scuola più grande e più in crescita nello stato dello Utah. Adoro la missione che il Presidente Tuminez ha promosso per l’università, e sono entusiasta di farne parte. Non vedo l’ora di iniziare a lavorare per aiutare i nostri giocatori a raggiungere i loro obiettivi.”

Mark Madsen, la carriera da allenatore

Il 43enne proveniente da Walnut Creek ha iniziato la carriera da allenatore come assistente negli Utah Flash dal 2009 al 2010, per poi trasferirsi nella sua vecchia squadra, gli Stanford Cardinal, dal 2012 al 2013.

Madsen E’ stato chiamato, nello stesso anno,  sulla panchina dei South Bay Lakers (allora noti con il nome di Los Angeles D-Fenders) in G-league dove ha trascorso una sola stagione per poi diventare assistente dei Los Angeles Lakers, nella stagione 2014-2015, carica ricoperta per 5 stagioni consecutive.

Derrick Rose, futuro ai Bulls? L’agente apre ad un possibile ritorno

Il sogno dei tifosi dei Chicago Bulls potrebbe realizzarsi durante la prossima estate: il ritorno di Derrick Rose ai Bulls. L’agente della point-guard dei Minnesota Timberwolves, B.J. Armstrong, ha aperto alla possibilità di un approdo del proprio assistito in Illinois.

Intervenuto al programma radiofonico Mully and Haugh, Armstrong ha fatto sapere di essere disposto a prendere in considerazione un’eventuale offerta da parte della franchigia in cui lo stesso agente ha militato nel suo passato da giocatore.

L’ipotesi di rivedere D-Rose nuovamente nella squadra di coach Jim Boylen è di certo fra le più suggestive, ma anche non così remota. L’MVP del 2011 ha vissuto una stagione sensazionale (finita anzitempo a causa di un problema al gomito), in cui ha collezionato18.0 punti, 4.3 assist e 2.7 rimbalzi in 53 match disputati.

Derrick Rose, futuro ai Bulls? Nazr Mohammed, “È un ragazzo di Chicago in tutto e per tutto”

Non solo Armstrong però, in quanto anche un ex compagno di squadra di Rose, Nazr Mohammed, ha rilasciato dichiarazioni che alimentano le speranze dei tifosi Bulls.

“Dal primo giorno da quando sono arrivato a Chicago, ha sempre parlato di cosa significhi vincere un campionato per Chicago”, ha detto, “Parla di come si sentirebbe, essendo un ragazzo di Chicago, a vincere un altro titolo qui. Le persone dovrebbero saperlo. Credetemi: questo è il suo obiettivo principale, il suo desiderio e ciò che lo spinge. È un ragazzo di Chicago in tutto e per tutto”.

Jimmy Butler stanotte torna in Minnesota: “Sono il cattivo, mi fischieranno”

TRADE JIMMY BUTLER:

Questa notte i Minnesota Timberwolves, che hanno appena battuto i Golden State Warriors, ospiteranno i Philadelphia 76ers per la seconda uscita di un back-to-back casalingo. La storia principale della notte sarà il ritorno di Jimmy Butler davanti ai suoi ex tifosi.

L’esterno ex Chicago Bulls aveva forzato lo scambio nel passato Novembre con delle mosse molto forti. Ebbe un rimbalzo mediatico molto potente l’allenamento in cui, secondo i report, avrebbe battuto il quintetto titolare guidando le terze linee della squadra.

Proprio per tutta questa risonanza e per i modi con cui si sono lasciati, si presume che i tifosi dei Timberwolves non accoglieranno con calore il loro ex giocatore. Il tutto sebbene un anno fa li avesse riportati ai Playoff, dopo 14 stagioni di attesa.

Butler: Mi fischieranno? Mi piace fare il cattivo!

La stella di Philadelphia ha parlato di quello che si aspetta di ritrovare al suo ritorno sul suo vecchio parquet di casa alla penna del New York Times, Marc Stein.

“Lo so, mi fischieranno, anche io mi fischierei, anche dei miei amici che mi verranno a vedere mi fischierebbero, è così e non posso dirti bugie”

Marc Stein riporta che, in un momento in cui si sta cercando di dare molto peso alla felicità e alla volontà dei giocatori NBA, Butler vada un po’ controcorrente. Se Kyrie Irving e Kevin Durant si lamentano duramente dei media che li dipingono come “bad guys” per le scelte forti che hanno preso personalmente riguardo la loro carriera, il giocatore dei 76ers risponde così:

“Adoro essere ritratto come il cattivo. Lo adoro, lo adoro, lo adoro, chi vorrebbe essere amato tutto il tempo?! Va bene così, non ho bisogno che tutti mi apprezzino”

Ha poi parlato della sua identità:

“Io so perfettamente chi sono, non so quante volte ripeterlo. So perfettamente come sono fatto. So cosa c’è nel mio cuore. Le persone diranno: è fatto così, o così… ma nessuno lo sa veramente a parte chi mi sta intorno ogni giorno. Chiedete loro e vi risponderanno in modo diverso”.

 

 

Supplementare thriller, i Timberwolves battono gli Warriors, Curry polemico: “L’arbitro è stato MVP”

Sul parquet di Minneapolis, dopo un tempo supplementare molto intenso, i Minnesota Timberwolves hanno superato i Golden State Warriors per 130-131. Ora la squadra di Coach Steve Kerr è stata raggiunta al primo posto ad Ovest dai Denver Nuggets, che hanno battuto gli Oklahoma City Thunder.

Non bastano i 37 punti di Steph Curry, che ha anche realizzato 11 triple su 19 tentate, nè i 23 con 12 rimbalzi di Kevin Durant. Bene tra i Timberwolves Andrew Wiggins, con 24 punti, e Josh Okogie, con 21. Doppia doppia di Karl Anthony Towns da 15 e 13, condita dal libero decisivo.

Ribaltamenti continui e confusione finale

Gli Warriors avevano condotto con tranquillità la prima metà di partita, rientrando dagli spogliatoi con un vantaggio di 14 punti. Tuttavia Minnesota è stata capace di ricucire lo svantaggio, fino a portarsi avanti sul 111-115, quando una tripla di Steph Curry ha riportato i suoi a -1 a 48 secondi dalla fine.

Una stoppata da dietro di Karl Anthony Towns su Kevin Durant aveva illuso Minnesota, ma alla fine dei 4 quarti il risultato era di parità sul 115-115: overtime.

A 1:41 dalla fine del supplementare una tripla dall’angolo di Josh Okogie ha portato i suoi sul 119-128, di nuovo sembrava fatta per i Timberwoles, ma di nuovo ci ha pensato Steph Curry: 3 triple in rapida successione, parziale di 11-2 e partita sul 130-130.

Dopo la tripla del pareggio a 0.5 secondi dal termine, il numero 30 ha urlato qualcosa agli ufficiali di gara, colpevoli forse di una chiamata sbagliata sul canestro precedente di KD, una tripla non contata in quanto, secondo gli arbitri, il contatto sarebbe avvenuto prima della conclusione.

Giocata successiva, rimessa offensiva per Minnesota, passaggio troppo alto per Towns che si perde tra il pubblico, ma fischio a favore: Durant appoggia le mani sui fianchi del centro avversario.

Risultato, primo tiro libero segnato e secondo sbagliato volontariamente per far scadere il tempo, tra le mille proteste di Golden State, che si è sentita derubata sulle ultime due chiamate.

Finale 130-131.

Warriors, quante polemiche nel post-partita

I membri di Golden State non le hanno mandate a dire agli ufficiali di gara nelle interviste post-partita. Gli Warriors si sono sentiti davvero molto penalizzati dalle due chiamate, negli ultimi 5 secondi, su KD.

Coach Kerr ha amesso che la prestazione dei suoi all’inizio del secondo tempo, quando si sono fatti rimontare 19 punti, fosse la causa principale della sconfitta, ma ha commentato così la mancata chiamata sulla tripla del suo numero 35:

Mi sta facendo incastrare il cervello…non capisco come sia possibile. Ha ricevuto la palla, alzato le braccia per tirare ed ha subito il fallo. Quello viene punito con tiri liberi in qualsiasi campionato, non solo in NBA”

Steph Curry ha invece avuto parole ancora più dirette verso gli ufficiali:

“La peggior chiamata della partita? Chiedetelo all’MVP della partita, Mark Kogut (L’arbitro delle ultime 2 chiamate, ndr). Non so se sia la peggior chiamata che ho mai visto, ma sicuramente al momento mi sta facendo rodere molto. Inoltre stasera la comunicazione con gli arbitri è stata pessima, Draymond (Green, ndr) ha preso un tecnico per aver detto <Oggi non vi si può parlare?> Tutto questo è abbastanza imbarazzante”

 

 

 

Twolves, Derrick Rose operato al gomito destro, un mese di stop

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Minnesota Timberwolves, Derrick Rose si è sottoposto ad intervento chirurgico per rimuovere alcuni frammento ossei all’altezza del gomito destro.

La notizia è stata riportata da Shams Charania per The Athletic, via Twitter. I Twolves avevano annunciato nella giornata di giovedì di aver fermato Rose, Robert Covington e Jeff Teague in via precauzionale e per motivi fisici in vista delle ultime 11 partite di regular season.

Ryan Saunders, il giovane head coach dei Minnesota Timberwolves, subentrato a gennaio a Tom Thibodeau, ha dichiarato a Chris Hine del Minneapolis Star Tribune che i tempi di recupero per Derrick Rose non saranno lunghi. La tempistica stimata per interventi di questo genere è di un mese circa.

L’ex giocatore di Chicago Bulls e New York Knicks ha chiuso la sua stagione viaggiando a 18 punti e 4.3 assist a gara, in 51 partite disputate.

Una stagione di forte rilancio per un giocatore sembrato vicino al ritiro nel novembre del 2017, a causa dei ripetuti problemi fisici che da anni affliggono l’MVP 2011.

I Minnesota Timberwolves (32-40) sono al momento decimi nella Western Conference, e fuori dalla lotta per un posto ai playoffs. Rose sarà free agent a partire dal prossimo 1 luglio.

 

Minnesota, fuori per il resto della stagione Rose, Covington e Teague

Derrick Rose sta trovando una seconda giovinezza in uscita dalla panchina di Minnesota

Brutte notizie per i Minnesota Timberwolves, che saranno costretti a fare a meno di Derrick Rose, Robert Covington e Jeff Teague per le ultime 11 partite di una stagione che non li vedrà comunque quasi certamente prendere parte ai playoff.

Finisce così, con un problema al gomito destro, un 2018/2019 fantastico per Rose, capace di realizzare prestazioni di assoluto livello, tra cui i 50 punti messi a segno lo scorso novembre, che hanno riportato alla mente il suo passato da MVP della lega. Per lui 18 punti, 4.3 assist e 2.7 rimbalzi a partita con un career-high per percentuale nel tiro da 3 punti, con il 37% in 51 match disputati.

Si conclude anche la travagliata stagione di Robert Covington, iniziata con la maglia dei Philadelphia 76ers, prima di essere coinvolto nella trade che ha spedito Jimmy Butler in Pennsylvania. Solo 35 partite giocate, in cui ha messo a referto 13.3 punti, 5.5 rimbalzi ed il proprio consueto apporto in fase difensiva, come dimostrato dalle 2.1 rubate e 1.3 stoppate di media.

12.1 punti e 8.2 assist invece per Jeff Teague, costretto però ad alzare bandiera bianca a causa di un problema al piede sinistro.

Queste assenze non saranno comunque determinanti per i Timberwolves, che hanno ben poco da chiedere a questo finale di regular season. La squadra di coach Sunders occupa infatti al momento la decima posizione della Western Conference, con un record di 32-39 e una distanza di ben 9.5 partite dall’ottavo posto degli Oklahoma City Thunder. Non è quindi bastato l’apporto di Karl-Anthony Towns, rigenerato dall’incidente in cui ha rischiato di perdere la vita.

Gail Miller, proprietaria degli Utah Jazz: “No al razzismo, senza rispetto reciproco nessun vincitore”

Gli Utah Jazz tornano alla Vivint Smart Home Arena di Salt Lake City dopo la trasferta vincente di Phoenix, e soprattutto dopo la partita contro gli Oklahoma City Thunder dell’incidente tra Russell Westbrook ed il tifoso Shane Keisel.

Prima della palla a due, la proprietaria della squadra Gail Miller (la famiglia Miller assunse il controllo della franchigia nel 1985) ha preso il microfono per leggere al pubblico un comunicato con il quale ancora una volta la squadra prende le distanze da quanto accaduto martedì scorso, invitando i tifosi a rispettare il codice di comportamento previsto dalla NBA e dalle 30 squadre.

Sono davvero delusa dal fatto che uno dei nostri tifosi si sia comportato in modo tanto riprovevole, offendendo non solo un ospite della nostra arena, ma offendendo anche me, la mia famiglia, la squadra, la nostra comunità ed il nostro pubblico, il migliore dell’intera NBA. Una cosa che non sarebbe mai dovuta accadere. Noi non siamo una comunità razzista, crediamo nel rispetto reciproco tra essei umani. In futuro potrà accadere di nuovo che qualche individuo si dimentichi di tutto ciò e torni a comportarsi in maniera scorretta: se questo dovesse accadere, vorrei che tutti voi prendeste posizione e diciate: basta. Il codice di comportamento dell’arena verrà d’ora in poi rafforzato ed osservato in pieno

Gli Utah Jazz avevano rapidamente reagito all’episodio, punendo Keisel con un bando a vita da ogni attività ed evento futuro alla Vivint smart Home Arena. Alcuni giocatori, tra cui la star Donovan Mitchell, avevano diffuso appelli e comunicati ai tifosi in nome della tolleranza e del rispetto reciproco.

La NBA ha multato Russell Westbrook per 25mila dollari per linguaggio e condotta inappropriati. “I nostri avversari non sono nemici” Prosegue Miller “La competizione è una buona cosa, sprona i giocatori a dare il meglio di sé, e sprona i tifosi ad incoraggiare e sostenere la squadra, a gioire o soffrire assieme“.

Gli Utah Jazz hanno battuto facilmente i Minnesota Timberwolves (120-100 il risultato finale). 24 punti per Mitchell e doppia-doppia da 17 punti e 11 rimbalzi per Derrick Favors, mentre sono 18 i punti dalla panchina per Jae Crowder, in 28 minuti di gioco.

La vittoria riporta i Jazz (39-29) al sesto posto nella Western Conference, a due partite e mezza di distanza dagli Oklahoma City Thunder ed a pari merito con i San Antonio Spurs.

Kyrie Irving: “Insulti razzisti un po’ ovunque, non solo a Utah”

La star dei Boston Celtics Kyrie Irving non ha fatto mancare la sua opinione riguardo ai fatti di Salt Lake City esprimendo solidarietà al collega ed avversario Russell Westbrook. Irving ha denunciato una certa cattiva abitudine dei tifosi delle tante arene NBA di ricorrere all’insulto – anche a sfondo razzista – come metodo di manifestazione di antipatia verso un avversario.

Così Kyrie a Jay King di The Athletic:

Commenti razzisti? Li ho sentiti un po’ ovunque. Utah, Phoenix, California… ovunque. I tifosi sono appassionati e fanno il tifo per la loro squadra, ma ultimamente stiamo esagerando. A Salt Lake City poi i tifosi ti stanno proprio addosso. Non mi preoccupo un gran che di ciò che un tifoso può dire, però vorrei vedere le loro facce se io irrompessi nel loro ufficio o al loro posto di lavoro ed iniziassi ad urlargli nelle orecchie

Prosegue poi Irving: “Felice di sapere che Russ (Westbrook, ndr) è OK. E’ il campo ad esasperare le cose, se fossi nella stessa città con la mia famiglia come una persona qualunque, nessuno mi direbbe niente… è la natura umana“.

Pronostici NBA 18-19: Nuggets-Timberwolves, la sfida del martedì

Pronostici NBA 18-19: Nuggets-Timberwolves è il match di punta del martedì Nba, con la sfida sotto canestro tra Jokic e Towns che promette spettacolo. Denver ancora in corsa per il primo posto nella Western Conference mentre Minnesota difficilmente riuscirà a colmare il gap di 5 partite che la separano dall’ottava piazza. Poco prima, i Pelicans attendono i Bucks di Giannis Antetokounmpo.

Prosegue la marcia dei Clippers, che superano agilmente i Celtics grazie al solito contributo dalla panchina di Lou Williams (34+4+5 per lui). Ottima vittoria esterna dei Thunder sul campo dei Jazz (Westbrook 23+11+8) mentre cadono i Raptors sotto i colpi dei Cleveland Cavaliers. Successi importanti infine per Houston (+10 su Charlotte) e Nets, nello scontro diretto contro i Pistons.

Pronostici NBA 18-19: prima di Nuggets-Timberwolves , Pelicans vs Bucks

New Orleans Pelicans (30-39) vs Milwaukee Bucks (50-17). La stagione di Nola sta scivolando verso la fine con pochi picchi e tantissime domande sul futuro. Detto che in estate ci sarà la forzata cessione di Anthony Davis, rimangono da sciogliere altri dubbi, su come approcciare le prossime stagioni. Julius Randle merita la conferma così come Jrue Holiday, ma non è detto che le scelte della dirigenza andranno in questa direzione. Si avvicina sempre più, invece, il primo posto assoluto della lega per i cervi, guidati dal candidato coach dell’anno Budenholzer. Il lavoro dell’ex assistente di Popovich è sotto gli occhi di tutti e anche la dirigenza con gli innesti prima di Brook Lopez, poi di Nikola Mirotic, ha dato una svolta alle ambizioni della squadra. Ovviamente il tutto passa dal principale candidato al titolo di Mvp, il greco, autore di una stagione a dir poco straordinaria.

Quote

  • Money Line: Bucks (quota 1.16)
  • Handicap: Bucks -10,5 (quota 1.90)
  • Over/Under: 234.5

Suggerimento

  • Under 245.5 (1.44)

Pronostici NBA 18-19: Nuggets-Timberwolves

Denver Nuggets (43-22) vs Minnesota Timberwolves (32-35). Denver sembra un attimo in flessione, con una sola vittoria nelle ultime 5 uscite stagionali. Un momento di appannamento o qualcosa di più strutturale? Difficile dirlo, anche se probabilmente, con il secondo posto di Conference quasi sicuro, i giocatori stanno aspettando Aprile per dare di nuovo il massimo. Coach Malone dovrà dimostrare che la squadra non è solo una bellissima realtà di Regular Season ma che può competere anche al massimo livello. La difesa soprattutto dovrà tornare quella di inizio stagione, attraverso la quale Jokic e compagni hanno costruito i successi dell’annata.

Minnesota, dopo l’ennesima stagione travagliata, sta scoprendo il miglior Karl-Anthony Towns mai visto. Il centro, purtoppo ancora in dubbio per la notte, sta facendo registrare un mese assolutamente clamoroso, cosa che magari ci aspettavamo tutto l’anno. Lui sarà il perno da cui ripartire per l’ennesima volta l’anno prossimo, potendo contare su un Derrick Rose ritrovato e volenteroso di tornare a competere per la vittoria. Le scelte dovranno essere fatte maggiormente su Andrew Wiggins. Il canadese numericamente sta facendo la sua onesta stagione, ma da un giocatore che “chiama” 27.000.000 $, ci si aspetta lo step decisivo.

Quote

  • Money Line: Nuggets (quota 1.16)
  • Handicap: Nuggets -10,5 (quota 1.90)
  • Over/Under: 226.5

Suggerimento

  • Over 216.5 (1.41)

Pronostici NBA 18-19: le altre in pillole

  • Philadelphia 76ers vs Cleveland Cavaliers: over 215.5 (1.51)
  • Chicago Bulls vs Los Angeles Lakers: over 218.5 (1.53)

Towns, 40 punti e infortunio nella vittoria contro Washington

Karl-Anthony Towns continua ad incantare con prestazioni eccezionali dopo il suo rientro in campo a seguito dell’incidente stradale in cui ha rischiato la vita. Nella partita della scorsa notte tra Minnesota Timberwolves e Washington Wizards, il prodotto di Kentucky non si è fatto mancare nulla: 40 punti, 16 rimbalzi ma anche un infortunio nella vittoria ai supplementari della squadra di Minneapolis, la quinta consecutiva tra le mura amiche.

Coach Saunders ha potuto contare anche sul grande apporto di Derrick Rose, autore di 29 punti e di un canestro decisivo a 58.2 secondi dal termine, che ha indirizzato la partita verso il 135-130 finale.

Niente da fare per i Wizards, a cui non sono bastati i 27 punti di Trevor Ariza e soprattutto i 36 di Bradley Beal, che aveva spedito la gara all’overtime grazie ad una tripla sulla sirena. Bene anche Bobby Portis che ha messo a referto la sua nona partita stagionale da almeno 20 punti, realizzandone 21. Questa sconfitta condanna Washington a rimanere all’undicesimo posto nella Eastern Conference, con un record di 27-39.

Towns, 40 punti e infortunio: quanto starà fuori?

Karl-Anthony Towns, a causa di un infortunio al ginocchio subito nel quarto periodo, non ha potuto prendere parte ai tempi supplementari, da cui comunque la sua squadra è uscita vincitrice.

Non vi sono ancora notizie ufficiali riguardo l’entità del problema ma, secondo quanto dichiarato dall’head coach di Minnesota a fine gara, non dobrebbe trattarsi di nulla di serio. “Ha appena avuto delle valutazioni iniziali, ma non ci sono informazioni al momento ‘‘, ha aggiunto Saunders.

 

Three Points – Lakers, Celtics e Timberwolves – Il maxi-processo

Los Angeles Lakers e Boston Celtics, con le dovute proporzioni, stanno vivendo una stagione deludente. Anche i Minnesota Timberwolves, seppur oscurati dalle disavventure delle due storiche rivali, si avviano al definitivo fallimento di un progetto tanto ambizioso, quanto incompleto. In questa edizione di ‘Three Points’ non ci limiteremo a ‘sparare sulla Croce Rossa’, ma cercheremo di analizzare i diversi fattori che hanno determinato questi deludenti risultati. Che dite, cominciamo senza troppi preamboli? Vaaaaaaaaaaaaa bene!

 

Caso 1 – Los Angeles Lakers

Per i Los Angeles Lakers, questo 2018-19 si è trasformato in un flop clamoroso
Per i Los Angeles Lakers, questo 2018-19 si è trasformato in un flop clamoroso

Come cantava Mario Venuti, “sembrava impossibile potesse capitarmi, invece mi è successo veramente”. I Los Angeles Lakers sono quasi ufficialmente fuori dai playoff. La matematica è ancora dalla loro parte, ma l’atteggiamento con cui la squadra di Luke Walton ha affrontato le ultime partite parla chiaramente di una resa ormai inevitabile. Restare fuori dalla post-season sarebbe stata una delusione anche per i Lakers dell’anno scorso, ma assume le sembianze di un colossale flop se in maglia gialloviola troviamo LeBron James, uno che i playoff li aveva saltati per l’ultima volta nel 2005 e che, dal 2011 fino allo scorso giugno, non ha mai mancato un appuntamento con le NBA Finals. In virtù di un tonfo tanto assordante, il banco degli imputati non può che essere alquanto affollato. Del 2018/19 dei Lakers non c’è niente e nessuno da salvare.

Forse le principali responsabilità vanno attribuite al progetto stesso, che ha destato da subito molte perplessità. Per il punto a cui erano arrivati il percorso di LeBron e quello della franchigia, unire i due sentieri appariva una forzatura fin dall’inizio. Il Re, ormai trentaquattrenne, aveva come unico obiettivo la scalata alla leggenda. Sul piano individuale ha portato il concetto di ‘giocatore totale’ a livelli mai raggiunti. Nel corso di questa stagione ha lasciato per strada, almeno in termini statistici, ‘divinità’ come Wilt Chamberlain e Michael Jordan, diventando oltretutto il primo cestista nella storia NBA a comparire sia nella top ten dei migliori realizzatori che in quella dei migliori assistmen all-time; lo stato di grazia in cui ancora verte, nonostante l’età, lo obbliga di fatto a puntare sempre e solo all’anello, senza potersi concedere il lusso di una pausa.
Sull’altro piatto della bilancia c’era una franchigia che pian piano stava trovando la sua strada, dopo gli anni disastrosi che avevano accompagnato l’addio alle scene di Kobe Bryant. La stagione 2017/18 si era chiusa ancora una volta senza playoff, ma con la consapevolezza di avere un’ossatura su cui lavorare per il futuro. Possibilmente, su cui lavorare con pazienza.
Ecco, forse la chiave di tutto sta in quella parola: pazienza. Un concetto che per logica non può appartenere a LeBron, giunto ormai all’ultima, grande corsa della sua carriera, e un motto che ai Lakers non è mai stato di casa, fin dalla notte dei tempi. Difficile, quindi, comprendere dall’esterno il ‘piano’ di King James e della dirigenza gialloviola, capitanata dal presidente Magic Johnson e dal general manager Rob Pelinka (dando per scontato che le parti abbiano discusso, prima della firma). Le opzioni più plausibili sono le seguenti: 1. LeBron era convinto di poter trasformare rapidamente i giovanissimi talenti del roster (su tutti Lonzo Ball, Brandon Ingram e Kyle Kuzma) nei comprimari ideali per la caccia al titolo; 2. La premiata ditta era sicura di poter utilizzare i suddetti giovani come pedine per arrivare ad altre stelle. Le dichiarazioni dei protagonisti hanno sempre indicato la prima alternativa, ma episodi come il (timido) corteggiamento a Kawhi Leonard e quello (decisamente meno timido) ad Anthony Davis hanno fatto invece intendere il contrario.

Il caso-Davis e l’infortunio di LeBron hanno indubbiamente segnato lo spartiacque di questa infausta annata gialloviola; dopo l’All-Star Game si è vista in campo una squadra molle, disunita e abbandonata a sé stessa da un leader evidentemente frustrato e demotivato. Intorno a lui, giovani a cui è stato fatto chiaramente intendere di non essere più al centro del progetto, veterani consapevoli di essere solo ‘di passaggio’ in California e un allenatore assunto per dirigere un gruppo in divenire, non certo una squadra da titolo. Questa fallimentare stagione potrebbe lasciare enormi strascichi: Walton è ormai alla porta, molti dei giovani aspettano solo di ricominciare altrove (come accaduto a D’Angelo Russell, passato da L.A. prima di loro), LeBron si ritrova con una grossa macchia su un curriculum leggendario e, cosa più importante, il ‘progetto-Lakers’ rischia di aver perso una certa dose di credibilità, agli occhi di quei free-agent che appaiono ormai come l’unica via d’uscita da una situazione così spinosa.

 

Caso 2 – Boston Celtics

I Boston Celtics partivano come assoluti favoriti a Est, ma qualcosa sembra essersi rotto
I Boston Celtics partivano come assoluti favoriti a Est, ma qualcosa sembra essersi rotto

Qui è obbligatorio parafrasare il proverbio: se i Lakers piangono, i Celtics non si ammazzano certo dalle risate. A differenza dei rivali di sempre, gli uomini di Brad Stevens i playoff li giocheranno. Se però inizi la stagione come principale favorito nella Eastern Conference e ti ritrovi a marzo ad annaspare al quinto posto, vuol dire che qualcosa non ha funzionato. E non tanto per il piazzamento in sé, quanto per il fatto di non avere ancora trovato, a un mese dalla fine della regular season, gli equilibri adatti per arrivare pronti al cospetto di una concorrenza molto agguerrita.
In questa fase del nostro ‘maxi-processo’, trovare un colpevole è veramente difficile; anzi, può essere che non esista. Per quanto paradossale sembri, il principale problema dei Celtics è aver fatto troppo bene l’anno scorso. Con Gordon Hayward fuori dai giochi dopo soli cinque minuti di stagione e Kyrie Irving infortunatosi nel momento più importante, la squadra aveva fatto fronte comune, trasformandosi in una ‘corazzata in missione’. Spinta dal talento di Jayson Tatum e Jaylen Brown, dai canestri pesanti di Terry Rozier, dalla furia agonistica di Marcus Smart e dall’esperienza di Al Horford, Boston aveva scorrazzato indisturbata fino alle finali di Conference, terminate solo in gara-7 contro i Cleveland Cavaliers. “Quando saranno al completo, non li fermerà più nessuno” era l’opinione più diffusa lo scorso maggio. Un anno dopo, troviamo una squadra completa nell’organico, ma lontana anni luce dallo splendido gruppo che conoscevamo. Hayward è tornato ma, seppur in netta ripresa, è ancora la copia sbiadita della star vista in maglia Jazz. E’ tornato anche Kyrie Irving, ed è forse lì che sono venuti a galla i problemi. Chiariamo subito: il numero 11 sta disputando una grande stagione, mettendo in mostra ogni sera l’abbagliante repertorio di magie che lo rendono un giocatore unico, anche nella lega dei fenomeni. Spesso ha deciso le partite, la maggior parte delle volte si è preso la squadra sulle spalle nei momenti critici. Un po’ come LeBron James a Los Angeles.

Tra la situazione dei Celtics e quella dei Lakers si può trovare un parallelismo; forse, il percorso delle due squadre non era compatibile con quello delle loro superstar. Irving aveva lasciato il ‘focolare’ di Cleveland anche per diventare un leader a tutti gli effetti. A dimostrazione di ciò, le numerose interviste rilasciate a stagione in corso, in cui ‘bacchettava’ i giovani e manifestava vicinanza all’ex-compagno LeBron per le responsabilità richieste dal proprio ruolo. A lungo andare questa auto-investitura, sommata agli innumerevoli rumors su un possibile addio in estate, ha creato un muro tra Kyrie e il resto del gruppo. Sul parquet, il ritorno di ‘Uncle Drew’, al netto delle dichiarazioni distensive (e obbligatorie) della vigilia, ha fatto saltare il perfetto equilibrio raggiunto negli scorsi playoff dalla formazione di Tatum, Brown e Rozier, inevitabilmente (e giustamente) ‘scavalcati’ nelle gerarchie. Gli ultimi due, in particolare, assomigliano a quelli del 2017/18 solo per il cognome sulla maglia. Come i singoli, anche la squadra nel suo insieme è irriconoscibile. Se l’attacco faticava anche nel recente passato, a colpire maggiormente è la fase difensiva; aggressiva e organizzata nella scorsa stagione, passiva e distratta in questo 2018/19. Anche se non quanto i Lakers, spesso i Celtics si presentano sul parquet piatti, apatici, incapaci di imporre il loro gioco persino al TD Garden, fortino pressoché inespugnabile l’anno scorso. A riassumere perfettamente la situazione della squadra ci ha pensato Jaylen Brown, che ha parlato alla stampa di “clima tossico”.

Trovatisi con le spalle al muro dopo l’imbarazzante sconfitta casalinga contro Houston (la quinta in sei gare dopo l’All-Star Game), i biancoverdi hanno avuto un moto d’orgoglio a Oakland, imponendosi con un perentorio +33 sugli Warriors. Una vittoria che va presa con le pinze, visto il momento opposto attraversato dalle due squadre (i campioni in carica, con la testa rivolta da tempo a metà aprile, si sono presi una serata di vacanza, giocando a un ritmo da preseason), ma che potrebbe rappresentare la scintilla necessaria per riaccendere finalmente il motore. La sera dopo è arrivato un altro successo, sancito da un canestro in extremis di Hayward contro i Sacramento Kings. La proverbiale solidità dell’organizzazione lascia spazio all’ottimismo, all’idea dura a morire che, arrivati ai playoff, sarà tutto sistemato. Mentre però Milwaukee e Toronto corrono da inizio stagione e Philadelphia si staglia minacciosa all’orizzonte (al momento quarti, i Sixers incontrerebbero i Celtics già al primo turno), Boston ha zoppicato vistosamente per mesi. Riusciranno Stevens e i giocatori a trovare la fasciatura adatta, da qui alle prossime settimane? Il tempo stringe…

 

Caso 3 – Minnesota Timberwolves

Andrew Wiggins, Karl-Anthony Towns e Derrick Rose, leader (o presunti tali) di un progetto ormai fallito
Andrew Wiggins, Karl-Anthony Towns e Derrick Rose, leader (o presunti tali) di un progetto ormai fallito

Con il tracollo dei Lakers e le difficoltà dei Celtics a conquistare (comprensibilmente) le luci dei riflettori, situazioni come quella dei Minnesota Timberwolves stanno passando un po’ sottotraccia. Dopo che il mantra “occhio a Minnesota” ha imperversato per anni, sembra che il progetto di rilancio della franchigia si sia arenato. Il gruppo giovane e talentuoso che avrebbe dovuto imporsi come mina vagante della Western Conference ha strappato un misero ottavo posto all’ultima partita della scorsa stagione. Neanche il tempo di festeggiare la prima apparizione ai playoff dal 2004, ed ecco gli uomini di Tom Thibodeau rispediti a casa, senza alcuna difficoltà, dagli Houston Rockets. Quello che poteva essere considerato comunque un nuovo inizio si è rivelato invece una parentesi estemporanea; anche nel 2019, come successo tredici volte negli ultimi quattordici anni, si andrà in vacanza ad aprile.

Il nuovo corso dei Timberwolves si è imbattuto in un problema analogo a quello che hanno avuto Lakers e Celtics: l’incompatibilità fra il progetto di base e il leader della squadra. Appena Jimmy Butler ha messo piede nel Minnesota, si è capito subito che sarebbe stato lui il giocatore di riferimento. L’indiscutibile efficacia su entrambi i lati del campo e l’innato agonismo (doti di cui coach Thibodeau aveva disperatamente bisogno) gli hanno permesso di ‘scavalcare’ i leader designati, Karl-Anthony Towns e Andrew Wiggins. L’indole dura ed esigente di Butler (e di Thibodeau) mal si sposava con quella dei giovani, ancora troppo acerbi e mai in grado, fin qui, di avvicinarsi a quel livello di intensità. La stagione e mezza di ‘Jimmy G. Buckets’ a Minneapolis ha regalato un primo turno di playoff, ma in fin dei conti si è rivelata una perdita di tempo per tutti. Capita l’antifona, l’ex guardia dei Chicago Bulls ha chiesto la cessione, e la sua partenza in direzione Philadelphia ha dato il via libera per la cacciata dell’allenatore-presidente. In quel momento, i Timberwolves hanno riavvolto il nastro, cercando di tornare a quel bivio da cui, evidentemente, avevano preso la direzione sbagliata. Peccato che questa annata ‘di transizione’ fosse ormai compromessa. I playoff sono rimasti alla portata solo nella fase iniziale della regular season, quando a Ovest gli unici esclusi dalla bagarre erano i derelitti Phoenix Suns. Col passare dei mesi, i reali valori sono emersi e Minnie si è trovata ancora una volta fuori dai giochi. Il 2018/19 dei T’Wolves ha avuto anche dei risvolti positivi: su tutti la ‘rinascita’ di Derrick Rose, ma anche gli arrivi di Robert Covington e Dario Saric e il buon debutto di Josh Okogie rappresentano dei mattoncini importanti per il futuro. Il presente, però, parla di una squadra mediocre e tragicamente incostante.

A preoccupare di più è l’incertezza creatasi attorno a coloro che avrebbero dovuto trascinare la franchigia verso una nuova era di successi. Towns è cresciuto visibilmente nelle ultime settimane, ma per il resto della stagione ha avuto un rendimento ben al di sotto delle aspettative (dovute soprattutto all’eccellente anno da rookie), sia in termini statistici che di leadership. Che dire poi di Wiggins? Alla vigilia del draft 2014, il canadese era atteso come un talento generazionale, che negli anni a venire avrebbe fatto le fortune di chi lo avesse scelto. In costante crescita nelle sue prime tre stagioni NBA, ha subito una spaventosa involuzione dopo l’arrivo di Butler. Anche in questo caso, le statistiche aiutano solo in parte; i sei punti e i quasi tre minuti di media in meno rispetto al 2015/16 sono un brutto segnale, ma lo è ancor di più vederlo in campo. Un giocatore ‘anonimo’, con guizzi sempre più rari di quel talento fuori dal comune e, più in generale, un ragazzo che trasmette la sensazione di essersi in qualche modo ‘perso per strada’. Peccato che sul suo contratto sia riportata la notevole cifra di 148 milioni di dollari, con scadenza fissata a giugno 2023… Insomma, il rischio impasse è piuttosto concreto. Con le ambizioni da ‘Next Big Thing’ che sembrano ormai naufragate, la dirigenza (il cui operato non è sempre stato impeccabile) sarà chiamata a una serie di importanti decisioni, prima fra tutte quella sul nuovo allenatore: confermare Ryan Saunders (figlio del compianto Flip, il coach degli anni d’oro con Kevin Garnett) o chiamare qualcun altro (si è fatto spesso il nome di Fred Hoiberg, che nella squadra di KG è stato un prezioso gregario), con l’augurio che faccia ‘scattare la scintilla’ alle aspiranti stelle?

Towns, ritorno in campo dopo l’incidente: “Fortunato di essere ancora vivo”

I Minnesota Timberwolves sono pronti a riabbracciare Karl-Anthony Towns nella sfida di questa notte contro i Sacramento Kings. Il n°32 è stato vittima di uno spaventoso incidente d’auto lo scorso giovedì, che lo ha costretto a saltare due match.

Ciò lo ha costretto ad interrompere, a quota 303, la striscia record di partite consecutive giocate a partire dal proprio ingresso nella lega. Il centro della franchigia di Minneapolis tuttavia, si sente molto fortunato ad essere ancora in vita, esplicitando di aver rischiato diverse e drammatiche conseguenze.

“Sono solo felice di essere vivo e di parlare in questo momento”, ha dichiarato KAT ai giornalisti, “Avevo il 5% di possibilità di salvarmi”

Towns, ritorno in campo dopo l’incidente: le dinamiche dell’accaduto

Il ventitreenne si trovava in viaggio verso l’aeroporto, quando il suo SUV è stato colpito. Qui di seguito il comunicato con i dettagli dell’accaduto.

La speranza è che il giovane uomo-franchigia dei Timberwolves possa presto lasciarsi alle spalle uno tale spavento. Proverà a farlo già stanotte, visto che contro i Kings in questa stagione aveva già realizzato una super prestazione da 39 punti e 19 rimbalzi, lo scorso Novembre.