I Philadelphia 76ers ritireranno la maglia #2 di Moses Malone: “Orgogliosi di onorarne la memoria”

I Philadelphia 76ers renderanno onore al grande e compianto Moses Malone. Il prossimo venerdì 8 febbraio, in occasione della sfida casalinga contro i Denver Nuggets i Sixers e la città di Philadelphia onoreranno “Big Moe” con il ritiro dell canotta #2 e con una statua eretta di fronte al Philadelphia Training Complex di Camden, NJ, sulla caratteristica “76ers Legens Walk” che costeggia il complesso.

Moses Malone, scomparso prematuramente nel 2015, vestì la maglia dei Philadelphia 76ers per quattro stagioni tra 1982 e 1986, e fu parte fondamentale dei Sixers di Julius Erving e coach Billy Cunningham campioni NBA 1983.

Così Chris Heck, President of Business Operations dei 76ers in un comunicato ufficiale della squadra:

Moses Malone è stato uno dei più grandi giocatori della storia della NBA, ed ha lasciato un ricordo indelebile nella memoria dei Philadelphia 76ers e dei loro tifosi. Fu parte fondamentale della corsa titolo NBA nel 1983, vincendo sia il premio di MVP della stagione che di miglior giocatore delle serie finali. Moses Malone è un’icona dello sport americano ed un grande ex dei 76ers, e siamo orgogliosi di poter onorare la sua memoria con il ritiro della sua maglia, e con una statua a lui dedicata

 

Moses Malone ha disputato in carriera 20 stagioni NBA, precedute da due stagioni giocate tra Utah Stars e Spirits of St. Loius nella defunta American Basketball Association (1974-1976), vincendo un titolo NBA (1983), tre titoli di MVP (1979, 1982, 1983), e venendo inserito nel 1996 nella celebre lista dei migliori giocatori di sempre nella storia della NBA.

Nel 1998, quattro anni dopo il ritiro ufficiale, gli Houston Rockets ritirarono la maglia #24 di Moses Malone, indossata da “The Chairman of the Boards” per sei stagioni, tra 1976 e 1982.

L’uomo che ha stoppato l’armata di Sua Maestà

“[Mutombo] was telling me how I haven’t given you permission to use my finger [wag] yet… But I love him. He’s like my big brother. I’ve had several conversations about him, especially defensively and how he was able to impact the game. Of course, he gave me permission to use his finger wag. Then I guess I just want to leave his legacy and make sure that I show him some love as my big brother.”

Parole e musica di Bismack Biyombo. Il testo lo leggete, la musica non la sentite ma è certamente una marcia trionfale: il centro Zairese classe ’92 ha infatti guidato i suoi Toronto Raptors, ottimamente coadiuvato da uno strepitoso DeMar DeRozan da 32 punti, ad una sorprendente vittoria contro i favoritissimi Cleveland Cavaliers con il punteggio di 84-99. Le cifre del numero 8 dei Raptors sono a tratti impressionanti: se il bottino di 7 punti può sembrare magro, il nostro ha messo a referto anche 4 stoppate (qui trovate il gesto a cui si faceva riferimento nello spezzone dell’intervista) e la cifra record di 26 rimbalzi, di cui 8 offensivi. Record appunto ma non in solitaria: prima di lui infatti sono riusciti in questa impresa Dwight Howard (con la canotta degli Houston Rockets l’anno scorso al primo turno contro i Dallas Mavericks), Hakeem Olajuwon (sempre in uno Houston-Dallas al primo turno ma nel 1988) e Moses Malone (all’epoca aveva 22 anni, è il più giovane ad aver ottenuto questo traguardo visto che Biyombo ne ha 23, sempre con la canotta di Houston ma contro Washington).

Biyombo pareggia il record di Olajuwon ed Howard
Biyombo pareggia il record di Olajuwon ed Howard

La vittoria dei Canadesi non deve però illudere: i big three di Cleveland hanno infatti chiuso con un totale di 13/45 dal campo (3/16 da 3 punti) ed è difficile capire se sia solo merito della difesa di Toronto o se i tre fossero semplicemente in giornata no. Gli uomini di coach Casey dovranno scendere in campo sempre con questa grinta che, come hanno dimostrato le bellissime partite dei Detroit Pistons che però non hanno spostato lo 0 dalla casella vittorie, potrebbe anche non bastare. Una cosa però è certa: a difendere il ferro dell’ Air Canada Centre ci sarà Bismack Biyombo, l’uomo che ha stoppato l’armata di Sua Maestà.

NBA Jersey Stories – Doctor J, la star dei due mondi

Doctor J

Doctor J l’uomo della provvidenza, l’uomo del destino. Prima di Magic, Michael, Kobe e LeBron, gli USA vennero letteralmente conquistati da un giocatore che fece impazzire gli appassionati di basket (e non solo), la prima, vera larger-than-life superstar, per l’anagrafe Julius Winfield Erving II, per tutti semplicemente ‘Doctor J’.

Con l’incredibile spettacolo che metteva in scena ad ogni partita, Erving rivoluzionò la pallacanestro professionistica, diventando il simbolo non di una, bensì delle due principali leghe cestistiche americane.

Nato a East Meadows e cresciuto a Roosevelt, entrambi sobborghi di New York, Julius entrò nella squadra della Roosevelt High School, formata da dieci bianchi e due neri: Erving, per l’appunto, e l’amico Leon Saunders.
Julius racconta di come Saunders continuasse a spronarlo e bacchettarlo all’epoca, consapevole delle grandi doti dell’amico, tanto che Erving iniziò a chiamarlo ‘Professor’. Per tutta risposta, a lui toccò il nomignolo ‘Doctor’, che diventerà parte fondamentale delle sua leggenda.

Quando Julius approdò al college (per l’esattezza alla University Of Massachusetts) nel 1968, era in vigore la cosiddetta ‘Lew Alcindor Rule’, ovvero la regola NCAA che vietava l’utilizzo della schiacciata, introdotta l’anno precedente per cercare di limitare lo strapotere di colui che sarebbe diventato Kareem Abdul-Jabbar (un progetto che peraltro fallì miseramente, visto che l’allora Alcindor approfittò di questa regola per perfezionare il suo leggendario ‘gancio-cielo’).
Nonostante Erving, che con il suo atletismo straripante eccelleva in quello spettacolare gesto, fosse parecchio limitato da questo assurdo divieto, finì la carriera universitaria con più di 20 punti e 20 rimbalzi di media a partita.

La vera leggenda del ‘Doctor’, però, nacque nei playground dell’area metropolitana newyorkese, che Erving infiammava con il suo gioco spettacolare e dove poteva tranquillamente sfoggiare le sue incredibili slam dunk.
Durante una sua mitica apparizione nella ‘Mecca’ dei playground, il famigerato Rucker Park di Harlem, gli spettatori (assiepati ovunque, dai cornicioni delle finestre agli alberi intorno al campo) iniziarono ad affibbiare ad Erving i soprannomi più fantasiosi, da Black Moses a The Claw, finchè lo stesso Julius suggerì: “Just call me ‘Doctor’”.

Nel 1971, anno in cui Doctor J si affacciò al basket professionistico, non esistevano certo i sistemi odierni per monitorare i giovani prospetti. Earl Foreman, proprietario dei Virgnia Squires, aveva sentito parlare di una giovane stella del New England che aveva fatto grandi cose, tanto al college quanto nei playground della zona, e decise quindi di offrire un ingaggio a Julius, non considerato da nessuno durante le 190 chiamate (!!) del draft di quell’anno.
Gli Squires erano una delle 28 squadre della American Basketball Association, lega professionistica fondata nel 1967 con lo scopo di fare concorrenza all’ormai ventenne NBA.
La ABA si presentava come una lega innovativa (introdusse la regola del tiro da tre ben dodici anni prima della rivale) e caratterizzata da uno stile di gioco spettacolare e, tra la fine degli Anni ’60 e l’inizio dei ’70, attirò molte star collegiali.
Tra i vari Rick Barry, Artis Gilmore e George Gervin, si fece largo a suon di schiacciate anche il giovane Julius Erving, che divenne da subito il leader indiscusso degli Squires.

Nell’estate del 1972, Doctor J divenne oggetto del desiderio di due grandi squadre dell’epoca: i Milwaukee Bucks di Kareem e Oscar Robertson (che lo scelsero al draft NBA) e gli Atlanta Hawks di ‘Pistol’ Pete Maravich, con i quali il Doctor aveva firmato un accordo in precedenza. Erving e Maravich giocarono qualche partita di esibizione insieme ma, in seguito ad un’intricata vicenda legale, Julius fu costretto a tornare nella ABA.
I Virginia Squires, però, si trovavano in grosse difficoltà economiche, e l’anno seguente furono costretti a cedere il loro miglior giocatore ai New York Nets.

Ormai affermatosi come uno dei migliori giocatori al mondo, Doctor J era pronto a diventare una leggenda.

Tornato nella sua amata New York, il Dottore divenne definitivamente l’uomo simbolo della ABA, consegnando alla storia la splendida maglia a stelle e strisce dei Nets.

Nei tre anni di permanenza a Long Island, Doctor J vinse tutto: tre volte miglior realizzatore della lega, tre titoli di MVP stagionale, due di MVP dei playoff e, soprattutto, due titoli ABA (1974 e 1976). Inoltre, chiuse la stagione ‘75/’76 tra i migliori 10 giocatori della lega in TUTTE le categorie statistiche.

Durante l’intervallo dell’All Star Game 1976 fu inaugurato lo Slam Dunk Contest, che vide (naturalmente) la partecipazione – e la vittoria – di Erving. Il momento clou della gara fu quello in cui Doctor J eseguì una memorabile schiacciata con stacco dalla linea del tiro libero, facendo letteralmente esplodere l’arena di Denver.

La schiacciata staccando dalla linea del tiro libero, ASG 1976 Doctor J
La schiacciata staccando dalla linea del tiro libero, ASG 1976

Pur essendo una lega più spettacolare rispetto alla NBA, la ABA rimaneva un prodotto ‘di nicchia’, non potendo certo contare sulla copertura televisiva e sul bacino di utenza della ‘sorella maggiore’.
La minore visibilità fu una delle principali cause che portò, nel 1976, alla fusione tra le due leghe e alla conseguente scomparsa della American Basketball Association.
I Nets furono tra le quattro franchigie (insieme a Denver, Indiana e San Antonio) ad essere inglobate dalla NBA, e si presentarono nella nuova lega come favoriti assoluti, grazie alla presenza di Erving e del neoacquisto Nate ‘Tiny’ Archibald, altra grande star di origine newyorkese.
Sulla loro strada trovarono però l’altra grande squadra della ‘Big Apple’ degli Anni ’70: i New York Knicks, i quali fecero imporre ai ‘cugini’ una multa di 4,8 milioni di dollari per aver ‘invaso’ il loro territorio.
Questa mossa mise in ginocchio la dirigenza dei Nets, che fu costretta ad offrire Erving, la più grande star della squadra, proprio ai Knicks, in cambio dell’annullamento del debito. Un po’ come se il Barcellona offrisse Lionel Messi al Real Madrid, per intenderci…

Incredibilmente, l’offerta fu declinata. I Nets, comunque, non potevano più permettersi un contratto oneroso come quello di Doctor J, così dovettero cedere alla proposta dei Philadelphia 76ers: 3 milioni alla squadra, altri 3 a Julius. Quella epocale trade portò la stella più luminosa della ABA a vestire la terza, gloriosa maglia della sua storia: quella rossa, bianca e blu dei Sixers.

Doctor J nel nuovo mondo

Approdato nel nuovo ‘mondo’, Doctor J scelse la maglia numero 6, come i milioni spesi dal club per averlo, ma anche come omaggio al nome abbreviato della squadra, Sixers appunto.
Mentre i suoi vecchi Nets sprofondavano nella mediocrità, con Erving Philadelphia divenne un’autentica corazzata, annientando un avversario dopo l’altro (compresi i Boston Celtics campioni in carica) fino alle NBA Finals.
Lo scontro con i Portland Trail Blazers, che vinsero il titolo, verrà ricordato soprattutto per due episodi: la rissa tra Maurice Lucas e “Chocolate Thunder” Darryl Dawkins, uno dei momenti simbolo di un’era caratterizzata dalla violenza dilagante, e la tremenda schiacciata di Doctor J sulla testa del grande Bill Walton, leader dei Blazers ed MVP delle finali.

Dopo la prima stagione nella nuova lega, Julius Erving era ormai il cestista più popolare al mondo, e divenne oggetto del desiderio di svariate aziende, che facevano a gara per averlo come testimonial.

Il successo di Erving non fu seguito però da quello della squadra, almeno inizialmente. Nei due anni successivi i Sixers furono sconfitti prima dai Washington Bullets di Elvin Hayes e Wes Unseld in finale di Conference, poi al secondo turno da ‘vecchie conoscenze’ quali George Gervin e i suoi Spurs (che all’epoca erano inseriti nella Eastern Conference).

Con l’arrivo della stagione 1979/80, la concorrenza per il dominio della NBA si fece decisamente più agguerrita. Dal draft erano arrivati i due giocatori che avrebbero segnato la storia cestistica degli Anni ’80; Larry Bird, selezionato dai Boston Celtics, ed Earvin “Magic” Johnson, nuovo playmaker dei Los Angeles Lakers.
Quest’ultimo era uno dei più grandi fan del Doctor e, al momento della scelta di diventare un professionista, chiese consigli al suo idolo, il quale lo invitò a casa sua per un’intera settimana. Nel bellissimo documentario When Greatness Meets Class (da una definizione dello stesso Johnson su Erving), Magic racconta:

“Ogni giorno andavo a scuola e dicevo ai miei compagni ‘Avete visto Doctor J?? Avete visto le mosse che ha fatto??’. (…) Quel giorno presi il telefono e li chiamai tutti. ‘Starò una settimana da Doctor J!!! Non ci posso credere!!!’”

Doctor J e i Sixers incontrarono entrambi i nuovi fenomeni nei playoff del 1980. Dopo aver sconfitto i Celtics nella prima di innumerevoli sfide alle Conference Finals, Phila tornò alle finali NBA, dove ad aspettarli c’erano i Lakers.
I due protagonisti annunciati (nonché ex coinquilini), Magic e Doctor J, non tradirono le aspettative. Johnson fu a dir poco stratosferico, e grazie alla più incredibile delle prestazioni in una serie finale, regalò ai suoi il primo titolo dell’era ‘Showtime’.
Erving riuscì comunque a lasciare un segno indelebile su quelle Finals con la leggendaria ‘baseline move’.

La stagione successiva fu quella della consacrazione, almeno sul piano individuale, visto che Doctor J fu eletto MVP. Erving divenne così il primo ed unico giocatore ad aver vinto il titolo di MVP in due leghe differenti. D’altronde, si tratta della ‘star dei due mondi’…

Per arrivare al titolo NBA, invece, gli ostacoli da superare erano sempre gli stessi: Celtics e Lakers.
Nel 1981 Bird e compagni si presero la rivincita sui Sixers, battendoli in una tiratissima finale di Conference decisa in sette partite. La stagione successiva fu la squadra di Doctor J a prevalere su quella di Larry Legend. A due anni di distanza dalla prima volta, la finale fu nuovamente Sixers vs. Lakers, e il risultato fu identico: vittoria gialloviola in sei partite e Magic Johnson eletto Finals MVP.

Ancora una volta, il titolo era sfuggito per un soffio. Julius cominciava ad avvertire, per dirla alla Mourinho, ‘il rumore dei nemici’, i quali sostenevano che potevi aver vinto tutto in una lega minore come la ABA, ma finché non vincevi in NBA non potevi essere considerato un vero campione.
Per mettere a tacere tutti, Doctor J non poteva confidare solamente nelle sue straordinarie capacità. Aveva bisogno di una squadra all’altezza, di qualcuno che lo aiutasse nei momenti decisivi.
Quel ‘qualcuno’ rispondeva al nome di Moses Malone.

Soprannominato ‘The Chairman Of The Boards’ (traducibile con ‘Il Signore Dei Rimbalzi’), l’innesto di Malone fu la miccia che accese definitivamente I Sixers.
Con il fantastico trio formato da Erving, Malone e dal playmaker Maurice Cheeks (futuro allenatore di Gigi Datome ai Pistons), Phila dominò la stagione; miglior record NBA, Moses Malone MVP stagionale, Doctor J MVP di un All Star Game reso indimenticabile dalla leggendaria esecuzione di The Star-Spangled Banner da parte di Marvin Gaye.
Durante una partita contro gli acerrimi rivali dei Lakers, Erving si esibì in quella che rimane probabilmente la più spettacolare schiacciata in-game di tutti i tempi, ribattezzata dai telecronisti ‘Rock The Baby’; lanciato in contropiede, il Doctor trovò come unico ostacolo tra lui e il canestro il miglior difensore avversario, Michael Cooper, che ricorda così quell’azione:

“Dentro di me pensavo: ‘Ok, è la mia occasione per una stoppata che entrerà nella storia’”

In effetti ‘Coop’ nella storia ci entrò, ma dalla parte sbagliata…

Dopo avere spadroneggiato per tutta la regular season, l’inarrestabile corsa dei Sixers proseguì nei playoff, che si chiusero con 12 vittorie e una sola sconfitta, contro i Milwaukee Bucks (che avevano appena demolito 4-0 i Celtics) alle finali di Conference.
Erving e compagni tornarono alle NBA Finals e, per la terza volta in quattro anni, gli avversari avevano il sorriso di Magic Johnson e la classe di Kareem Abdul-Jabbar.

In quel 1983, però, nessuno era in grado di contrastare quei Sixers. Grazie ad un superlativo Malone (nominato poi Finals MVP), i Lakers furono annientati in quattro partite. Al termine di gara-4 il coach dei Lakers Pat Riley andò di persona negli spogliatoi a congratularsi con Julius Erving, il suo più fiero avversario.
Finalmente Doctor J era riuscito a trionfare anche nella principale lega cestistica del pianeta.

Una stagione del genere era pressoché irripetibile; infatti quei Sixers non solo non vinsero più un titolo, ma non riuscirono più a tornare alle NBA Finals. Per due volte eliminati prematuramente dai Bucks, soltanto nel 1985, grazie anche all’aiuto del rookie Charles Barkley, Erving, Malone e soci sembrarono tornare ai vecchi fasti, dando filo da torcere ai ‘soliti’ Celtics, i quali vinsero comunque la serie 4-1, alle Conference Finals.

Nel corso della opening night 1986/87, Doctor J annunciò al mondo l’intenzione di ritirarsi al termine della stagione, dando inizio ad un ‘farewell tour’ molto simile a quello, più recente, di Kobe Bryant.
Innumerevoli furono i tributi dedicati al Doctor, dal pezzo di parquet regalatogli dai Boston Celtics alle parole di stima pronunciate a Los Angeles dal grande Kareem. La giovane stella dei Chicago Bulls, Michael Jordan, dichiarò:

“Non sarebbe mai esistito MJ senza Doctor J”

Ci furono però, anni dopo, delle parole che descrivevano al meglio la grandiosa carriera della ‘star dei due mondi’, del super-atleta che lasciava pubblico, compagni ed avversari con gli occhi sbarrati e le mani nei capelli. A pronunciarle fu uno dei suoi più grandi rivali, Bill Walton:

“Doctor J aveva un dono innato: rendeva la gente felice”

 

Il Gallo impone la cresta sui pellicani: Denver schianta NOLA

Senza Anthony Davis i New Orleans Pelicans si mostrano poca roba, mentre Danilo Gallinari conferma di esserne tantissima. Questo il verdetto dallo Smoothie King Center, dove i Denver Nuggets hanno battuto 115-98 dei Pelicans sempre più allo sbando.

L’ala dei Nuggets ha confezionato una prova da incorniciare, realizzando 32 punti, 8 rimbalzi e 8 assist Stavo solo cercando di giocare aggressivo. Sono riuscito a segnare sia da lontano sia ad entrare in post. Il merito però va prima di tutto ai miei compagni di squadra, perché mi hanno sempre trovato al momento giuso al posto giusto”.

A dar man forte all’italiano per la squadra del Colorado è intervenuto Jameer Nelson, autore di 16 punti segnati tutti negli ultimi 14.10 minuti che hanno permesso così alla squadra di Malone di vincere la quarta partita nelle ultime cinqueCome playmaker devo sapere tutte le situazioni ed esigenze della squadra. Avevamo iniziato così così, poi è cambiato” spiega l’ex Orlando Magic.

Per i Pelicans invece non bastano i 24 punti di Anderson e i 19 di Gordon, che avevano permesso a NOLA di rimanerei in scia i Denver fino alle ultime fasi della partita “Abbiamo finito il gas” commenta amareggiato coach Alvin Gentry “Abbiamo giocato duramente, siamo stati competitivi, i ragazzi hanno fatto grandi giocate fino alla fine”.

Quello che ancora una volta ha condannato la squadra della Louisiana sono stati i tiri dalla distanza, con Denver che ha tirato con il 50% e un 15 su 30 contro il 7 su 23 dei pellicani: nello specifico, Gallinari ha realizzato 5 triple su 8 tentativi, mentre Nelson 4 su 6.

Il coach dei Pelicans però prova a smorzare la negatività che avvolge la squadra dopo quest’ultimo periodo “Non sono una persona negativa e non voglio che i miei ragazzi lo siano. Qualunque cosa la gente scriva, dica o ascolti in radio, ha tutto il diritto di farlo, ma io sto solo dicendo che la nostra situazione può migliorare. Io non credo che la stagione sia finita”.

Per New Orleans però la svolta sembra essere ancora molto lontana: stanotte ci saranno gli Oklahoma City Thunder e, oltre alle assenze già note, mancherà anche Holiday che da quando è tornato dall’infortunio non ha mai giocato match in back-to-back per prevenire una ricaduta.

https://www.youtube.com/watch?v=xGnbwbcAvks

 

NBA, l’ultimo saluto a Moses Malone

Ultimo saluto a Moses Malone, ultimo saluto dei suoi compagni di squadra, dei suoi amici, dei suoi familiari e di tutto il mondo NBA che saluta un grandissimo di questo sport.

Un saluto particolare lo hanno voluto fare due giocatori fantastici del passato come Barkley e Dottor J.

Charles Barkley: “E’ un onore essere qui, Moses è stata una persona molto importante nella mia vita. E’ stato come un padre per me, sento oggi una profonda tristezza. Eravamo in un rapporto che supera quello della famiglia.”

Julius Erving (Dr. J): “Giocatore ed uomo unico, per me era comparabile solo a Frank Sinatra, un uomo che si è fatto da solo, che andava avanti per la sua strada e nel percorrerla è riuscito a cambiarsi rimanendo sempre se stesso.”

NBA Throwback Time: Moses Malone, il dominio nel pitturato di una leggenda underrated (VIDEO)

Se ne è andato a 60 anni, probabilmente troppo presto, ma le sue prodezze e la sua carriera rimarranno impresse per sempre nell’album dei ricordi della NBA: Moses Malone è stato senza dubbio uno dei migliori giocatori della storia della pallacanestro.

Centro di 208 centimetri, Big Mo combinava la sua maestria accademica nei fondamentali del gioco ad una straordinaria attitudine da rimbalzista: per ben sei volte ha dominato la graduatoria, arrivando ad essere (tutt’ora) il primo rimbalzista offensivo di tutti i tempi. Ma non solo. Malone è l’ottavo realizzatore della storia della lega, ha vinto tre volte il titolo di MVP, è stato convocato undici volte all’All Star Game ed è stato inserito tra i cinquanta migliori giocatori del cinquantennio NBA. Insomma, un percorso sportivo fantastico, da vera leggenda, che lo ha visto mettere l’anello al dito nel 1983, quando militava nei Philadelphia Sixers insieme a Julius ‘Doctor J’ Erving.

Tuttavia, rispetto ad altri grandissimi di questo sport, spesso è stato ‘trascurato‘. Urge dunque ricordarsi di come dominava nel pitturato, sia nella metà campo offensiva che in quella difensiva: in gara 5 delle Eastern Conference Finals contro i Milwaukee Bucks, Malone sfornò una prestazione maiuscola mettendo a referto 28 punti, 17 rimbalzi e 4 stoppate. I Sixers ebbero la meglio per 115-113, andando poi a trionfare alle Finals contro i Los Angeles Lakers, conquistando il titolo con un secco 4-0 nella serie.

Per NBA Passion,

Olivio Daniele Maggio (@daniele_maggio on Twitter)

NBA, i quintetti all-time per Yahoo!: Philadelphia 76ers

Yahoo! Sport si è divertita a raccogliere i migliori quintetti all-time per ogni squadra NBA. Ecco lo starting five selezionato per i Philadelphia 76ers:

  • Moses Malone
  • Charles Barkley
  • Julius Erving
  • Hal Greer
  • Allen Iverson

C: MOSES MALONE

Moses MaloneSixers dal 1982 al 1986
20.3 punti di media, 12.3 rimbalzi, 1.3 stoppate per gara per un totale di 29580 punti e 17834 rimbalzi.

PF: CHARLES BARKLEY

BarkleySixers dal 1984 al 1992
22.1 punti di media, 11.7 rimbalzi e 3.9 assist per un totale di 23757 punti, 12546 rimbalzi. 

SF: JULIUS ERVING

Erving SixersSixers dal 1976 al 1987
24.2 punti, 8.5 rimbalzi, 4.2 assist di media per un totale di 30026 punti e 10525 rimbalzi.

SG: HAL GREER 

Hal GreerSixers dal 1963 al 1972
19.2 punti, 5 rimbalzi e 4 assist di media, per un totale di
21586 punti, 5665 rimbalzi e 4540 assist in carriera

PG: ALLEN IVERSON

IversonSixers dal 1996 al 2006, quindi dal 2009 al 2010.
26.7 punti di media, 6.2 assist, 2.2 palle rubate e 3.7 rimbalzi per un totale di 24368 punti, 1983 palle rubate, 5624 assist e 3394 rimbalzi.

Illustre assente: Uno su tutti.
Wilt Chamberlain

wiltchamberlain

 

 

Nowitzki sempre più leggendario: superato M.Malone nei marcatori All-Time! (VIDEO)

Dirk Nowitzki continua a deliziare gli amanti del gioco e a scrivere pagine importantissime della storia NBA.

Stanotte, con 34 secondi sul cronometro ancora da giocare nel primo OT della sfida contro i Nets, il tedesco ha ricevuto palla dopo un pick&roll, e nonostante Teletovic gli fosse letteralmente incollato addosso, subito dopo il passaggio di Ellis si è alzato e ha messo la tripla del +8 Dallas. Match chiuso ma soprattutto standing ovation dell’interao Barclays Center e dei compagni di squadra per aver superato, al 7o posto All-Time dei marcatori NBA, Moses Malone. 27.412 i punti di Dirk, ora distante 1.184 dal sesto posto occupato da Shaq. Una cifra sicuramente alla portata per il simbolo dei Mavs, che continua ad aggiungere voci alla sua leggendaria carriera!

http://youtu.be/Bjq0seQEMaQ

Focus on Kevin Love: i Timberwolves hanno la loro super star!

25.9 punti per partita, 13.9 rimbalzi per partita, 4.2 assist per partita ma soprattutto 31.2 punti EFF (dato che misura la reale incidenza di un giocatore), il più alto della NBA. Questi sono i numeri stratosferici di un ragazzone di 2,08 metri per 108 kg che sta dominando la lega: stiamo parlando di Kevin Love.

Kevin-love-seth

Selezionato con la quinta scelta assoluta dai Grizzlies nel 2008, fu subito coinvolto in uno scambio che lo portò tra le fila dei Minnesota Timberwolves. La sua stagione da rookie fu ottima: finì sesto nella classifica di Rookie of the Year con 29 doppie doppie fatte registrare in stagione, la sua specialità.

Nel 2010 in una partita contro i Knicks mette a referto 31 punti e 31 rimbalzi: l’ultimo a farlo fu Moses Malone, 28 anni prima. Proprio a Moses Malone, Love va a rubare un altro record che resisteva da circa trent’anni ovvero quello delle doppie-doppie consecutive, segnandone 53 in fila.

Strepitoso in attacco, ottimo sotto canestro, tiratore eccellente sia dal campo che da fuori, rimbalzista eccezionale in molti lo paragonano a Larry Bird, la somiglianza c’è e si nota. Forse colpa del padre, che fin da piccolo, lo istruisce facendogli vedere dei video con i movimenti dei grandi giocatori, tra cui, appunto, Larry Bird.

Nella stagione attuale, K. Love sta tentando di trascinare, a suon di mega prestazioni, i suoi TWolves ai Playoff. Ultima, ad esempio, quella contro i Clippers dove Kevin fa registrare 45 punti e 19 rimbalzi che però non basteranno a evitare la sconfitta per la sua squadra.

La sfortuna di Minnesota è essere nella Western Conference dove con un record di 13-15 stanno faticando per un posto ai PO: nella Estern sarebbero già in zona.

La stagione, comunque, è ancora lunga e i Timberwolves possono contare su una superstar come Kevin Love per strappare un posto per i Playoff e, chissà, magari anche il titolo di MVP dalle mani di King James. Un talento americano bianco così non si vedeva dai tempi di Bird.

Ecc0 d0ve vedere tutte le sue giocate migliori: Kevin Love best plays

Kevin Love, Greg Monroe

Miami batte Toronto 104-95. LeBron nella storia, va in doppia cifra per la 500esima volta

lebron-james-seduto-miami-heat

Scrivi Miami Heat leggi LeBron James: è innegabile, il successo degli Heat, che superano per le quinta partita su 5 quota 100 punti, parte senza dubbio dalla potenza di LBJ. The King fa 35 punti, e raggiunge la 500esima partita consecutiva in doppia cifra, impresa riuscita solo ad altri 4 prima di lui: Michael Jordan (866), Kareem Abdul-Jabbar (con strisce di 787 e 508 partite), Karl Malone (575) e Moses Malone (526).

LeBron nella storia

E i suoi 35 punti, accompagnati da 8 assist e 8 rimbalzi, sono l’ossigeno della vittoria di Miami (3-2) a Toronto (2-2), la prima in trasferta per gli Heat. I padroni di casa avevano cominciato bene, agguantando un +11 grazie a  Jonas Valanciunas a metà del secondo quarto. Ma poi Miami viene fuori con Dwyane Wade (20 punti, 6 rimbalzi) e Ray Allen (14 punti, 4 rimbalzi). Completano il quadro dei Raptors, oltre Valanciunas (18 punti, 9 rimbalzi), DeMar DeRozan (21 punti, 3 assist), Kyle Lowry (13 punti) e un Rudy Gay in double double (13 punti, 10 assist).

Per i Raptors la possibilità di rilanciarsi ci sarà già questa notte contro i Bobcats Charlotte, mentre per i campioni 1 giorno di riposo e poi la grande sfida west-est a Los Angeles contro i Clippers di Doc Rivers: ne vedremo delle belle.