Corsa al titolo di MVP, ecco chi sono i 5 favoriti per la vittoria finale

MVP

Quello di MVP (Most Valuable Player) è senza dubbio il premio più ambito tra quelli assegnati dalla NBA a fine stagione. Il riconoscimento premia il giocatore che più si è fatto valere in stagione, prendendo in considerazione numeri personali e risultati di squadra.

La statuetta bronzea è il sogno di ogni bambino che desidera giocare nella lega. Il premio è’ intitolato a Maurice Podoloff, primo Commissioner NBA (1946-1963) che istituì il trofeo.

L’MVP viene assegnato tramite votazione: i più influenti esperti e giornalisti tra Canada e USA formano una loro classifica personale, assegnando 10 punti al primo, 7 al secondo, 5 al terzo, 3 al quarto e 1 al quinto classificato. Il giocatore con il punteggio più alto vince il premio.

Nella storia della NBA vi è stato finora un solo Most Valuable Player unanime: Stephen Curry nella stagione 2015\16, quando i suoi Golden State Warriors ottennero il record NBA per vittorie in stagione regolare (73).

L’attuale detentore del trofeo è James Harden, guardia degli Houston Rockets. Il “Barba” trascinò lo scorso anno i suoi, con 30 punti, 9 assist e 5 rimbalzi di media, al primo posto nella Western Conference ed al miglior record NBA assoluto (65-17).

Durante tutta la stagione sul sito della NBA è possibile trovare la classifica aggiornata dei favoriti, sponsorizzata da KIA. Vediamo assieme la situazione attuale.

5. Nikola Jokic

 

Il Joker, soprannome di Nikola Jokic, lungo dei Denver Nuggets, sta avendo la stagione della definitiva consacrazione tra le stelle più brillanti del cielo NBA.

Il serbo è un giocatore amatissimo dai fan, sia per la sua atipicità in campo, sia per la sua particolarità fuori dal parquet. Lo stesso Jokic ha raccontato come, mentre veniva selezionato al draft NBA 2014 con la 41esima scelta assoluta, lui si trovasse a casa sua in Serbia, a dormire. Oggi Jokic sta viaggiando su medie da 20 punti, 10 rimbalzi e 7 assist a partita, conducendo i sorprendenti e giovani Denver Nuggets da vero leader.

Oggi la franchigia del Colorado, che l’anno scorso mancò i playoffs perdendo lo scontro diretto contro i Minnesota Timberwolves all’ultimo partita di stagione regolare, sta lottando per le primissime posizioni ad Ovest.

Nikola Jokic è un centro molto atipico, senza dubbio quello con le migliori qualità di passatore (7 assist di media!) e di certo non il più atletico: sono pochissime le schiacciate messe a referto in stagione.

Ecco allora una candidatura credibile alla top 5 per il titolo di MVP. Il Joker sta conducendo una squadra di giovani, di cui è apparentemente l’unica stella, ai piani alti della tostissima Western Conference. E lo sta facendo con numeri da capogiro, molto rari per un centro e vicini ad una tripla doppia di media.

Fosse anche atletico, staremmo parlando di un mostro, sebbene forse la sua vera forza (e simpatia) stia nel fare tutto ciò che fa, senza essere un superuomo.

POSIZIONE NUMERO 4>>>

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L’asta dei cimeli sportivi di Kareem Abdul Jabbar raccoglie quasi 3 milioni di dollari

Si è chiusa nella serata di domenica l’asta online di beneficenza tramite cui la leggenda dei Los Angeles Lakers Kareem Abdul-Jabbar ha venduto parte della sua collezione di cimeli sportivi.

 

L’asta, indetta e curata da Goldin Auctions, ha raccolto una cifra pari a 3 milioni di dollari.

 

Tra gli oggetti battuti, gli anelli celebrativi di campione NBA delle stagioni 1980, 1985, 1987 e 1988, maglie e e palloni formati e trofei e riconoscimenti personali accumulati dal miglior realizzatore NBA di ogni epoca in oltre 20 anni di carriera, 19 convocazioni all’All-Star Game, 6 titoli di MVP stagionale, 6 titoli NBA, 2 premi di MVP delle Finali e 10 nomine nel miglior quintetto NBA stagionale.

 

Il ricavato dell’asta andrà a finanziare le attività della Skyhook Foundation, ente benefico fondato da Kareem Abdul-Jabbar e rivolto a giovani e ragazzi in età scolare.

 

Tra i pezzi battuti all’asta, oltre agli anelli commemorativi, alcuni riconoscimenti ottenuti dal futuro Kareem Abdul-Jabbar (al secolo Lew Alcindor) alla Power Memorial Academy di New York e durante le 4 stagioni disputate a UCLA, anelli celebrativi delle 19 convocazioni alla Partita delle Stelle, maglie ed alcune paia dei celebri “occhialoni” indossati da Jabbar nella seconda parte di carriera, card da collezione autografate, pezzi d’arte ed oggetti personali, omaggi e regali ricevuti lungo l’arco della carriera dell’ex giocatore di Milwaukee Bucks e Los Angeles Lakers.

Nikola Jokic e i cori da MVP in suo onore

“Penso che sia divertente, ad essere onesto.” Nikola Jokic non sembra essere molto preoccupato per i cori di MVP in suo onore.

 

 

Il centro di Denver ha risposto così alla domanda su cosa ne pensasse dei cori da parte dei tifosi Nuggets a suo favore. Il coro “MVP, MVP” sta diventando un’habituè nel Pepsi Center, soprattutto quando il serbo riesce a procurarsi dei liberi in suo favore.

 

Una stella brilla al Pepsi Center

 

Jokic sta disputando una stagione fenomenale, viaggiando a 20.7 punti, 10.7 rimbalzi, e 7.7 assist di media per gara. “The Joker” è un centro molto atipico, eclettico, che riesce a giocare a meraviglia anche lontano dal canestro. Negli ultimi anni è diventato un beniamino per i tifosi di Denver, che hanno fatto di lui un idolo.

Denver sta giocando una stagione sorprendente, con il secondo miglior record a Ovest, dietro solo ai fenomeni della baia di Golden State. Jokic è uno dei protagonisti principali di questa gran corsa verso i playoff, ed è in lizza per il premio di MVP con gente del calibro di Antetokounmpo, Harden e George.

 

Jokic è stato protagonista anche nella settimana dell’All-Star game, quando dopo lo skill-challenge contest, alla domanda su cosa fosse stato più difficile fare, ha risposto ironicamente “La cosa più difficile è stato senza dubbio correre”.

 

La sua simpatia e i suoi modi buffi hanno fatto breccia nel cuore di molti appassionati NBA, tifosi di Denver e no.

 

Nikola Jokic stende i Blazers, il Pepsi Center lo acclama: “MVP? Stavo sbagliando il libero…”

Se al termine inglese “valuable” attribuiamo il significato di “prezioso”, difficile immaginare giocatore più prezioso per la propria squadra di Nikola Jokic, come ben sanno i quasi 20mila che sera dopo sera osservano le giocate del lungo serbo a Denver, Colorado.

40 punti, 1o rimbalzi e 8 assist, con 15 su 23 al tiro e 4 triple mandate a bersaglio per difendere le mura amiche del Pepsi Center dall’assalto nel finale di gara di Damian Lillard e dei Portland Trail Blazers. A Denver, Nuggets-Blazers termina 116-113 per i padroni di casa.

Denver riabbraccia Will Barton dopo quasi 3 mesi di assenza, e gli uomini di coach Mike Malone conservano la testa della Western Conference, con mezza partita di vantaggio dai sempre più pericolosi Golden State Warriors.

Per l’ex Blazers Barton minutaggio controllato, e 7 punti a fine gara. i Nuggets devono ancora rinunciare a Gary Harris (stagione difficile per il prodotto di Michigan State) e si affidano a Jokic ed a Jamal Murray. Per il canadese partita da 24 punti e 4 rimbalzi.

15 punti nel quarto periodo del serbo chiudono la porta in faccia ai Trail Blazers, un semi-gancio e due tiri liberi di Jokic danno il +4 a Denver (112-108) ad un minuto dalla fine. Portland accorcia con C.J. McCollum ma concede un sanguinoso rimbalzo offensivo a Murray, che dalla lunetta chiude i conti.

Nikola Jokic: “MVP? Ho sbagliati i liberi… Niente tra me e Nurkic, Warriors una sfida”

 

Il pubblico del Pepsi Center di Denver ha salutato l’ennesimo viaggio in lunetta di giornata (6 su 8) e l’ennesima grande partita di Nikola Jokic con il consueto canto “MVP-MVP”.

Sin dall’inizio della stagione abbiamo cercato di far valere il nostro fattore campo, con l’obiettivo di vincere la nostra Division. Finora sta andando tutto bene, stiamo giocando bene. Durante il riscaldamento la squadra mi era parsa un po’ piatta, così ho deciso di aggredire la partita sin dal primo minuto (…) i cori di MVP? Grazie, ma ho rischiato di sbagliare il primo dei due tiri liberi! Fatica? No, siamo appena a metà stagione, in estate ho lavorato sodo, così come i miei compagni, la fatica non è mai una scusa. Nurkic? Non so perché si continua a parlare di me e Nurk (Jusuf Nurkic, ex Nuggets, ndr), non ci sono problemi tra noi, per me era solo un’altra partita, Credo che in questa stagione (Nurkic, ndr) sia migliorato tanto, è più forte e più sicuro di se, è un grande giocatore. La prossima contro gli Warriors? hanno una talento mai visto, unico. Sarà una vera sfida per noi ed una bella partita

– Nikola Jokic dopo Nuggets-Blazers –

James Harden: chance di back to back MVP?

James Harden

Partiamo dal nocciolo della questione: quanto mostrato da James Harden il 4 gennaio contro i campioni in carica di Golden State, entra di diritto in quella manciata di prestazioni monstre, destinate a rimanere nella memoria di tutti per decenni. Sarà l’aria del Texas, ma Houston non è nuova ad eventi del genere. Non sarà comunque solo una gara a far conseguire all’ex Thunder il titolo di MVP, e la concorrenza è molto agguerrita. Andiamo ad analizzare l’andamento del Barba e di Houston, e le reali chance a sua disposizione per il back to back per l’MVP.

JAMES HARDEN: LE DIFFICOLTÀ NEL RIPETERSI

Nella storia del titolo di MVP, i casi di back to back si contano sulle dita di due mani. Stiamo ovviamente parlando di mostri sacri, che nel recente passato rispondono al nome di Jordan, Bird, Magic, Duncan, Nash, LeBron e Curry. Il motivo è presto spiegato: per ripetere il titolo di miglior giocatore della stagione, bisogna in qualche modo eguagliare o migliorare un’annata già di per sé straordinaria, risultando superiori agli altri pretendenti della Lega. Nonostante un periodo di forma incredibile, al momento Harden difficilmente raggiungerebbe il titolo, e uno dei motivi principali è da imputare all’andamento della squadra.

 

Harden, il solito baluardo dei Rockets.

Houston è attualmente quinta in solitaria nella Western Conference, e sta pagando un avvio tutt’altro che positivo. Nulla è precluso in una stagione da 82 partite, infatti ai texani è bastato una striscia positiva che li vede 8-2 nelle ultime 10 partite, per rientrare nelle zone nobili della Conference. Con la complicità degli altalenanti Warriors e del cartello work in progress esposto fuori dai palazzetti di Lakers, Thunder e Spurs, Houston può guardare al futuro con serenità, ritrovando le armi che solo 6 mesi fa l’hanno portata ad un passo dalle Finals.

I PROBLEMI DEL TEAM

L’ennesimo infortunio al tendine di Chris Paul

Il problema principale, paradossalmente era il punto di forza dell’anno passato, l’attacco. I Rockets, infatti, dopo essere stati il miglior attacco dell’NBA insieme ai Warriors nella stagione chiusasi a luglio, sono al momento diciottesimi per punti segnati a partita, tirando con percentuali bassissime anche dalla linea dei tre punti, che è alla base del gioco dantoniano. Parte della responsabilità è del front office, con alcune scelte di mercato estive scellerate, che hanno indebolito un team a cui servivano solo un paio di ritocchi per arrivare al top della lega. Sottolineiamo in particolare la disastrosa trade che ha portato a Houston un Carmelo Anthony a fine corsa da tempo, sacrificando due collanti e specialisti al tiro ed in difesa, come Trevor Ariza e Mbah A Moute. Se a questo sommiamo i problemi cronici al tendine del ginocchio sinistro che attanagliano Chris Paul, ecco delineati gran parte dei problemi di Houston, con Harden spesso costretto alla hero ball, che alla lunga rischia di pesare anche sulla corsa all’MVP. Come detto, Houston è in ripresa, ma è indubbio che il Barba sia in questo momento più solo rispetto al trio della Baia (Curry, Thompson, Durant), al duo di Oklahoma (Westbrook, George) e al sistema di gioco a marce alte che sta esaltando Antetokounmpo a Milwaukee.

LA STAGIONE DEL BARBA

In questi quasi tre mesi di regular season, le prestazioni di Harden sono andate in crescendo. Le sole 4 vittorie nelle prime 11 gare hanno mostrato i limiti di una squadra costruita male, con un Harden impreciso e confusionario. La roboante vittoria nel derby texano contro gli Spurs ha fatto da apripista per la riscossa dei Rockets, con un Barba finalmente incisivo e vero go to guy della squadra. La grafica riportata qui sotto è eloquente per definire il “discreto” impatto del prodotto di Arizona State nelle recenti partite.

Inutile dirvi chi è il miglior realizzatore della squadra…

Nel dettaglio sottolineiamo, i 50 punti con cui ha schiacciato i Lakers, i 47 punti contro l’arcigna difesa di Utah, e soprattutto le 5 partite consecutive sopra i 40 punti del periodo natalizio, con due prestazioni clutch incredibili, nella gara dell’ex contro i Thunder e nell’incredibile vittoria ad Oakland contro gli Warriors.

 

La prodezza nel big match vinto contro Golden State.
 

La faccia tosta non è mai mancata al numero 13, tanto meno la sicurezza nei propri mezzi. La completezza nei movimenti offensivi è imbarazzante, Harden è una vera macchina di canestri, che siano penetrazioni impossibili, tiri dalla media, o step back ben impossibili ( toccata quota 100 step back realizzati in stagione, il secondo è Doncic con 28…). Giocatori immarcabili come lui in questa era ne ricordiamo pochi, e anche andando indietro nel tempo facciamo fatica a trovarne tanti. Innata anche la capacità di lucrare tiri liberi, sbrogliando spesso situazioni intricate nell’attacco texano. La costanza nell’arco del match è incredibile, tenendo conto dell’alto minutaggio e della pressione continua attuata dalle difese avversarie. Difensivamente il nostro è ancora parecchio molle, ma perlomeno quest’anno sembra impegnarsi di più, evitando gli strafalcioni divenuti famosi nelle passate stagioni.

Conclusione

Dopo un inizio di regular season parecchio complicato per lui e per la squadra, l’MVP uscente è letteralmente esploso, sommando, nelle 12 partite chiuse col big match contro gli Warriors, la pazzesca media di 40.1 punti, 6.6 rimbalzi, 9.0 assist.

Come detto, Houston deve trovare delle alternative valide ad Harden, e il ritorno (dovrebbe non mancare molto) di Chris Paul, toglierà molta pressione al “Barba”. Insieme alla crescita esponenziale di Capela, del sesto uomo Gerald Green e dell’insospettabile Austin Rivers, Harden può trascinare Houston ai playoff, provando a bissare i successi dell’anno passato. Il Barba al momento è ampiamente il top scorer della Lega, e cui aggiunge più di 8 assist a partita. Sarà dura ripetere l’exploit dell’anno passato (e molto dipenderà dai successi della franchigia) ma Harden resta uno dei favoriti. Chissà se riuscirà a raggiungere l’obiettivo di cui si è autoproclamato nella gara con gli Warriors

Il
Il Barba riuscirà nell’impresa?

Joel Embiid: “Voglio diventare più forte di LeBron e Kawhi, voglio l’MVP”

Joel Embiid

Sixers, da oggi Joel Embiid gioca per l’MVP. La off-season dei Philadelphia 76ers era ufficialmente iniziata giovedì 10 maggio, all’indomani della sconfitta in gara 5 delle semifinali della Eastern Conference per mano dei Boston Celtics, ed è finita… ancor prima di cominciare.

Lo scandalo Twitter sollevato a fine maggio dal magazine online The Ringer porta il 7 giugno 2018 alle dimissioni di Bryan Colangelo, grande capo in casa Sixers, l’uomo che aveva raccolto il lavoro dell’ex GM Sam Hinkie e condotto Philadelphia definitivamente fuori dalle secche della Eastern Conference.

Di conseguenza privi – loro malgrado – di Colangelo, grande “uomo mercato” e dirigente tra i più apprezzati nella NBA, i Philadelphia 76ers hanno affidato la guida del front office a coach Brett Brown (incarico ad interim), di fatto rinunciando ad inseguire i grandi nomi dell’estate. LeBron James non ha nemmeno partecipato di persona al meeting organizzato dai Sixers, il prezzo proposto da San Antonio per Kawhi Leonard è stato giudicato improponibile, mentre Paul George ha subito fatto sapere al mondo che lui stava bene dove stava. Anche l’affare Bayless-Korver, dato già per concluso, s’è rapidamente inabissato.

Phila non è però rimasta immobile. Sfumato il gran colpo, la priorità è diventata il consolidamento di un roster capace di vincere 52 partite in stagione regolare l’anno precedente. Riconferma annuale dunque per J.J. Redick, estensione per T.J. McConnell, e gli arrivi del lungo Mike Muscala da Atlanta e, soprattutto, di Wilson Chandler da Denver.

Un’opinione autorevole sull’estate dei Sixers arriva da Pretoria, Sud africa, prossima sede dell’NBA Africa Game 2018.

Sixers, Joel Embiid gioca per l’MVP: “Niente LeBron? Non importa. Se giocherò da MVP, la squadra diventerà migliore”

Il centro camerunense Joel Embiid, co-capitano di “Team Africa” che sabato 4 agosto sfiderà alla Sun Arena di Pretoria il “Team World” di – tra gli altri – Danilo Gallinari, ha concesso una breve intervista a Yahoo Sports. “The Process” racconta di non essere preoccupato per i mancati rinforzi, e svela i suoi progetti per la prossima stagione.

Avevamo le nostre chance (di arrivare a LeBron). Io sono un giocatore, credo non sia mio dovere immischiarmi nelle trattative. Non mi piace intromettermi in cose che riguardano il front office. LeBron non aveva certo bisogno del mio aiuto per decidere se venire qui o meno. In fondo, non importa

– Embiid su LeBron James –

James ha dichiarato di aver considerato a lungo l’opzione Philadelphia, prima di scegliere L.A. Joel Embiid però guarda avanti, e si dice entusiasta della propria squadra: “Abbiamo un grande gruppo. Molti dei ragazzi torneranno (per un’altra stagione). L’anno scorso abbiamo vinto 52 partite, quest’anno saremo ancora migliori con l’arrivo di Wilson Chandler, e mi aspetto che Markelle (Fultz) torni ad essere sé stesso“.

Il recupero di Markelle Fultz, ex scelta numero uno al draft 2017, 68 partite saltate l’anno passato, è uno degli obiettivi principali dei Sixers. Durante la semifinale di conference persa contro i Boston Celtics, la guardia ex Washington Huskies non ha mai visto il campo, mentre Jayson Tatum, scelto da Boston con la numero 3 nel medesimo draft, registrava numeri da All-Star.

Embiid ricorda a proposito di quella serie:

Il nostro primo obiettivo stagionale erano i playoffs. Abbiamo chiuso la stagione con una serie positiva di vittorie, e ci siamo detti ‘abbiamo una chance’. Abbiamo superato in bellezza – anzi direi facilmente – il primo turno, quindi sentivo di avere buone possibilità anche contro Boston. Loro ci hanno preso alla sprovvista, sono una squadra di talento. Ma pensavo che avremmo potuto farcela, continuavo a dire ai ragazzi ‘possiamo farcela, possiamo andare in finale’. Siamo migliorati tanto, col tempo. Abbiamo vinto 52 partite, abbiamo avuto una striscia di 16 vittorie, eravamo convinti che la finale fosse possibile. L’approccio non cambia, dobbiamo solo continuare a fare le nostre cose

– Joel Embiid sulla stagione passata –

Embiid e Ben Simmons, due giocatori dal talento smisurato, formano oggi il tandem dei sogni per una franchigia storica ed ambiziosa, ma che manca le Finali NBA dal 2001. Quali sono gli aspetti su cui Joel crede di dover migliorare in futuro?

A fine stagione” racconta Embiid “c‘erano un sacco di voci su possibili nuovi arrivi. A me non importava nulla, perché tutto quello che voglio è migliorare, diventare più bravo di quei giocatori i cui nomi giravano, sempre che non lo sia già, più bravo. Questo è ciò che intendo. Per la prima volta ho un’intera off-season in cui sto bene e posso lavorare. Chiunque fosse arrivato, il mio obiettivo rimaneva questo

E ancora:

Ho tutto ciò che serve, devo solo essere più continuo. Di nuovo, questa è la prima estate in cui posso davvero concentrarmi sul mio gioco (…) lavorare su tutto, perfezionarmi. Cose come il mio tiro da tre punti, il trattamento di palla, che sono dei punti deboli. Ora posso farlo. In fondo credo si possa dire che sono nuovo del gioco, sto ancora imparando. Credo di avere tanto potenziale, tanta pallacanestro in più da mostrare

Sulle possibilità di vincere il titolo di MVP:

Niente free agent, niente nuovi giocatori, non importa. Il mio obiettivo in questa off-season è migliorare. Voglio diventare MVP. D’accordo, si tratta di un premio individuale, però quando io gioco bene, di conseguenza tutta la squadra gioca bene. Se sarò in grado di competere per l’MVP, o addirittura di vincerlo, allora la squadra potrà salire di livello

– Joel Embiid sull’obiettivo MVP –

Joel Embiid: l’Africa, gli infortuni e l’All-Star Game

Joel Embiid ha iniziato a giocare a basket a 15 anni, nella nativa Yaoundé in Camerun. Fu scoperto ad un camp organizzato da Basketball Without Borders nel 2011, e portato in Florida l’anno seguente per giocare a livello liceale. Nei primi anni di permanenza negli States, il mentore del giovane Embiid fu l’ala dei Los Angeles Clippers Luc Richard Mbah a Moute, suo connazionale.

Dopo una ottima stagione da freshman a Kansas, Embiid viene selezionato da Philadelphia con la scelta numero 3 al draft del 2014. Le prime due stagioni da professionista Joel le passa ai box, a seguito di due operazioni chirurgiche necessarie per riparare una frattura all’osso navicolare del piede destro. L’esordio NBA avviene due anni più tardi, il 26 ottobre 2016 contro gli Oklahoma City Thunder.

La sua stagione da rookie dura solo 31 partite. L’11 febbraio 2017 Embiid si rompe il menisco del ginocchio sinistro, e complicazioni incorse durante la convalescenza, unite alla stagione perdente in cui incappano i 76ers, rimandano il suo ritorno in campo sino all’inizio della stagione successiva.

L’annata 2017\18 è la prima vera stagione disputata da Embiid. Il camerunense chiude la regular season con 22.9 punti, 11 rimbalzi, 3.2 assist e 1.8 stoppate a partita in 63 incontri, nonostante un impiego che non supera i 30 minuti a partita. Embiid si guadagna la convocazione in quintetto per l’All-Star Game di di Los Angeles ed arriva secondo nella corsa al premio di miglior difensore dell’anno.

 

 

 

NBA Passion Awards 2017/18

NBA Awards 2017-18

Per molti appassionati NBA, la seconda metà di aprile significa principalmente una cosa: mentre le giornate continueranno ad allungarsi, le nottate saranno sempre più corte. L’arrivo dei playoff segna l’inizio della fase decisiva della stagione. Per sedici delle trenta franchigie inizia la corsa verso il Larry O’Brien Trophy, per le altre quattordici inizia ufficialmente la lunghissima off-season. Per la redazione di NBA Passion, invece, la fine della regular season è l’occasione per assegnare gli ‘ambitissimi’ premi stagionali. Certo, ormai la lega ha posticipato gli esiti delle votazioni a fine stagione (quest’anno addirittura a luglio), con i vincitori che saranno annunciati nel corso di uno show televisivo. Noi, invece, preferiamo rimanere fedeli alla tradizione, evitando che l’esito dei playoff e il tempo possano influenzare i nostri giudizi. D’altronde, questi riconoscimenti si riferiscono a quanto successo da ottobre ad aprile. Per cui, basta preamboli: è il momento degli NBA Passion Awards 2017/18!

 

Rookie Of The Year: Ben Simmons (Philadelphia 76ers)

Ben Simmons, al debutto tra i pro nel 2017/18
Ben Simmons, al debutto tra i pro nel 2017/18

La stagione 2017/18 è stata fantastica per i rookie. Una bellissima inversione di tendenza, dopo le difficoltà e le delusioni degli ultimi anni. Lo scorso draft verrà ricordato fra i migliori di questo decennio, con diversi giocatori capaci di avere da subito un impatto significativo. Prendiamo come primi esempi Dennis Smith Jr. e Lauri Markkanen, già oggi colonne portanti del futuro di Dallas Mavericks e Chicago Bulls. Il lungo finlandese ha chiuso la stagione come miglior realizzatore (tra i giocatori con almeno 30 gare disputate) e rimbalzista di squadra, mentre l’esplosivo playmaker da NC State ha riacceso quel fuoco dell’entusiasmo che nella ‘Big D’ mancava da troppo tempo.

Anche Josh Hart (Lakers), Dillon Brooks (Grizzlies), John Collins (Hawks) e Sindarius Thornwell (Clippers) hanno saputo ritagliarsi un certo spazio. Nonostante le attenzioni verso di loro non fossero quelle riservate alle primissime scelte, sono annoverabili tra le poche note liete nella stagione delle rispettive squadre. C’è anche chi ha saputo fare molto bene in contesti vincenti, come Jordan Bell (Warriors) e O.G. Anunoby (Raptors).
A proposito di primissime scelte, su alcune delle potenziali star del futuro il giudizio va rimandato. Josh Jackson (Suns) ha vissuto una stagione altalenante, chiusa però con un nettissimo crescendo. Dei primi due nominati da Adam Silver, ovvero Markelle Fultz (Sixers) e Lonzo Ball (Lakers), abbiamo visto ancora poco; buoni lampi, ma parecchia incostanza (Ball) e infortuni che li hanno tenuti fermi a lungo (Fultz è rimasto ai box per 5 mesi per un misterioso problema alla spalla). La questione infortuni ha compromesso anche il 2017/18 di Jonathan Isaac (Magic), sceso in campo solamente in 27 occasioni.

Fin qui abbiamo trattato di ottimi debutti, ora passiamo ai debutti eccellenti, quelli che hanno reso davvero speciale il draft 2017. Cominciamo da Kyle Kuzma, che ha letteralmente ‘rubato la scena’ nella Los Angeles gialloviola. Mentre tutti aspettavano le magie di Ball e l’esplosione di Brandon Ingram (che è certamente cresciuto, ma non ha ancora fatto il salto di qualità defnitivo), l’ala da Utah si è caricata la squadra sulle spalle, chiudendo come miglior realizzatore (a pari media con Ingram e Julius Randle) pur partendo spesso dalla panchina. Eletto Rookie Of The Month per la Western Conference a dicembre, ha poi avuto un calo nella fase centrale della stagione, per poi rialzare il livello nell’ultimo periodo. La sua inattesa esplosione (ventisettesima scelta al draft, arrivato da Brooklyn nella trade per D’Angelo Russell) ha dato una forte scossa alla risalita dei Lakers, che ora possono contare su un’assoluta certezza (almeno nella metà campo offensiva) per guardare con ottimismo al futuro prossimo.
Se Atene sorride, anche Sparta non se la passa malissimo. Cedendo ai Sixers la prima scelta assoluta (poi tramutatasi in Markelle Fultz), il general manager dei Boston Celtics, Danny Ainge, ha estratto l’ennesimo coniglio dal cilindro. E che coniglio! Jayson Tatum è arrivato in NBA dopo una sola stagione a Duke, in cui aveva mostrato, più che altro, di essere un abilissimo attaccante. Neanche il tempo di mettere piede in campo, che il paesaggio intorno a lui è stato completamente stravolto: Gordon Hayward, grande rinforzo estivo dei biancoverdi e suo pari-ruolo, out for the season dopo una terribile caduta. Anziché farsi schiacciare dalla pressione e dalle responsabilità, improvvisamente aumentate, Tatum ha reagito da fenomeno. I 13.9 punti e 5 rimbalzi di media non dicono nulla sul reale impatto di un ragazzo che gioca con la classe di un predestinato e con una maturità totalmente inspiegabile per un neo-ventenne.

Per il nostro NBA Passion Award, però, non potevano che esserci due principali contendenti. Da un lato abbiamo Ben Simmons (Sixers), dall’altro Donovan Mitchell (Jazz). Entrambi hanno trascinato la loro squadra ai playoff da assoluti protagonisti, ma i loro percorsi non potrebbero essere più diversi. Simmons era una star annunciata. Pubblicizzato ed acclamato all’inverosimile ai tempi del liceo, aveva trascorso qualche mese (di malavoglia, a quanto pare) a LSU per poi essere scelto con la prima chiamata assoluta da Phila al draft 2016. Dopo un intero anno passato ai box per una frattura a un piede, era atteso come il Messia dai tifosi e dalla dirigenza dei Sixers. Mitchell, cresciuto con la doppia passione basket-baseball (il suo numero 45 è un omaggio alla parentesi sul diamante di Michael Jordan), si era dichiarato eleggibile per il draft 2017 senza nemmeno assumere un agente. D’altronde, nei due anni di college a Louisville aveva fatto intravedere buone doti realizzative, ma sulla sua schiena non compariva nessun tatuaggio con la scritta “The Chosen One”… Tredicesima scelta dei Denver Nuggets, Utah lo aveva ottenuto scambiandolo con Trey Lyles e Tyler Lydon (scelta numero 24).

Il valore assoluto dei due giocatori, almeno in termini di talento puro, non è neanche paragonabile. Simmons è un potenziale MVP, con una combinazione di tecnica, atletismo e intuito che passa una volta ogni vent’anni. E’ salito alla postazione di comando dei Sixers, reduci da anni di umiliazioni, e li ha resi (al fianco di un Joel Embiid finalmente in salute) una potenza della Eastern Conference a suon di prestazioni strabilianti, con cifre e giocate spettacolari che richiamano sinistramente (per gli altri) il primo Magic Johnson. Dal canto suo, Mitchell è arrivato nello Utah come la Manna arrivò agli Israeliti sul Monte Sinai. Il suo exploit offensivo (20.5 punti di media, primo per distacco tra le matricole, 7 volte oltre quota 30 e due ‘quarantelli’) ha tolto le castagne dal fuoco a una squadra storicamente in difficoltà sul piano realizzativo. Dopo l’addio di Hayward, l’unico modo per restare in orbita playoff era sperare che un rookie diventasse un punto di riferimento in attacco. Detto, fatto. Incredibilmente.
Tra i membri della redazione di NBA Passion ha iniziato a prendere forma l’ipotesi di una vittoria ex aequo, ma alla fine ha prevalso la consapevolezza di trovarsi di fronte al debutto di un giocatore, Simmons, che potrebbe lasciare un segno profondo sulle prossime generazioni.

Albo d’oro:
2016/17: Dario Saric (Philadelphia 76ers)
2015/16: Karl-Anthony Towns (Minnesota Timberwolves)

 

All-Rookie Team:

  • Dennis Smith Jr. (Dallas Mavericks)
  • Donovan Mitchell (Utah Jazz)
  • Ben Simmons (Philadelphia 76ers)
  • Jayson Tatum (Boston Celtics)
  • Kyle Kuzma (Los Angeles Lakers)

 

Coach Of The Year: Mike D’Antoni (Houston Rockets)

Mike D'Antoni, coach della migliore squadra NBA nel 2017/18
Mike D’Antoni, coach della migliore squadra NBA nel 2017/18

La corsa al premio di allenatore dell’anno è sempre la più agguerrita. Come nelle stagioni precedenti, anche in questo 2017/18 ci sono tanti pretendenti, ognuno con validi motivi per portare a casa il Red Auerbach Trophy. Il nostro premio ‘virtuale’, dopo l’egemonia di Brad Stevens nell’ultimo biennio, va a Mike D’Antoni. Dopo che, l’anno scorso, aveva trasformato gli Houston Rockets da eterna incompiuta a credibile contender, l’ex-baffo è riuscito a superare se stesso. I suoi Rockets sono stati – per distacco – la migliore squadra della regular season, chiudendo con il miglior record della loro storia (65-17). Non sono solo i risultati a rendergli onore, bensì l’aver dimostrato – ancora una volta – di essere tra i più grandi innovatori che la lega abbia mai conosciuto. Se nel 2016/17 aveva avuto l’intuizione di ‘convertire’ James Harden a playmaker ‘full-time’, quest’anno ha vinto un’altra scommessa che in molti ritenevano folle: affiancare al Barba un’altra point guard di assoluto livello, ovvero Chris Paul. Non solo i due hanno coesistito splendidamente, suddividendosi le responsabilità e i minuti in campo, ma la loro unione non ha minimamente scalfito i principi cardine del gioco dantoniano, basato sugli attacchi al ferro e sugli scarichi per i tiratori. Anzi, l’arrivo di CP3 ha portato nuove soluzioni offensive e un’applicazione difensiva con cui è riuscito a contagiare persino un difensore ‘pigro’ come Harden. Nel mentre, il sistema creato dall’allenatore ha reso Clint Capela uno dei giocatori più determinanti nel panorama NBA. Insomma, un vero capolavoro.

A insidiare l’ex playmaker dell’Olimpia Milano nella corsa al nostro Award troviamo Dwane Casey, timoniere dei migliori Toronto Raptors di sempre, e Quin Snyder, capace di guidare gli Utah Jazz a una qualificazione ai playoff tutt’altro che scontata, dopo il doloroso addio di Gordon Hayward. Sorprendente anche il lavoro di Nate McMillan, che ha portato alla post-season una squadra apparentemente destinata al tanking come gli Indiana Pacers, rimasti ‘orfani’ di Paul George in estate. Menzioni doverose anche per Alvin Gentry (Pelicans) e Terry Stotts (Trail Blazers), mentre il futuro è tutto dalla parte di Brad Stevens, il cui splendido operato ha fatto volare i Boston Celtics nonostante i gravi infortuni di alcuni elementi chiave del roster.
Dopo anni di umiliazioni, il 2017/18 è stata la stagione del riscatto per Brett Brown. Una volta completato il famigerato ‘Process’, i suoi Philadelphia 76ers sono decollati ai vertici della Eastern Conference. Le meraviglie di Ben Simmons e Joel Embiid sono state certamente un fattore decisivo, ma la solidità e la coesione con cui il gruppo si presenta ai playoff sono indubbiamente frutto delle sapienti mani dell’allenatore.

Albo d’oro:
2016/17: Brad Stevens (Boston Celtics)
2015/16: Brad Stevens (Boston Celtics)

 

6th Man Of The Year: Lou Williams (Los Angeles Clippers)

Lou Williams, leader per punti dalla panchina nel 2017/18
Lou Williams, leader per punti dalla panchina nel 2017/18

Stabilire se un giocatore NBA sia effettivamente un ‘6th man’ non è semplicissimo, visto che durante la stagione i quintetti e le rotazioni cambiano continuamente. Ci sono però casi di ‘sesti uomini di professione’. Quelli che, per le loro caratteristiche, vengono ritenuti più idonei a guidare la ‘second unit’, piuttosto che a partire tra i primi cinque. E’ assolutamente il caso di Lou Williams. Nel corso della sua carriera da ‘girovago’ del parquet, per il ‘Mago Lou’ il copione è stato sempre lo stesso: entrare a partita in corso e stracciare le retine. E’ successo a Philadelphia, dove Williams ha chiuso la stagione 2011/12 da miglior realizzatore di squadra e si è rivelato l’unica alternativa credibile a James Harden per il 6th Man Of The Year Award. E’ successo ad Atlanta, nonostante il brutto infortunio che lo ha costretto a saltare la prima stagione, e a Toronto, dove finalmente ha conquistato l’ambito riconoscimento. L’anno scorso ha alzato ulteriormente il tiro, facendo benissimo sia nei disastrosi Lakers che nei rampanti Rockets. In questo 2017/18 Lou si è superato, tenendo a galla i decimati Los Angeles Clippers grazie ai suoi 22.6 punti di media (massimo in carriera, leader NBA tra i giocatori con almeno 10 gare iniziate in panchina) e sfiorando la convocazione all’All-Star Game di Los Angeles. Nella stagione di Willams c’è anche una notte da 50 punti contro Golden State (10 gennaio). Tutto sommato facile, dunque, assegnare il nostro Award al numero 23.

Alle sue spalle troviamo le punte di diamante di alcune tra le migliori panchine NBA, da Eric Gordon (Rockets, vincitore del premio l’anno scorso) a Terry Rozier (Celtics), passando per la rivelazione Fred Vanvleet, principale punto di riferimento della strepitosa ‘second unit’ dei Toronto Raptors. Tra i nominati ci sono anche giocatori per i quali 2017/18 è stato ben più soddisfacente a livello personale, che di squadra. Su tutti Tyreke Evans, letteralmente ‘rinato’ nei pessimi Memphis Grizzzlies, ma anche Kyle Kuzma, grande sorpresa di una versione dei Los Angeles Lakers ancora troppo acerba. Come nel caso di Lou Williams, è pressoché automatica la candidatura di altri specialisti della materia come Andre Iguodala (Warriors) e Jamal Crawford (Timberwolves).

Albo d’oro:
2016/17: Eric Gordon (Houston Rockets)
2015/16: Jeremy Lin (Charlotte Hornets)

 

Defensive Player Of The Year: Rudy Gobert (Utah Jazz)

Rudy Gobert, faro difensivo degli Utah Jazz nel 2017/18
Rudy Gobert, faro difensivo degli Utah Jazz nel 2017/18

Tra i vari premi stagionali, quello di miglior difensore è uno dei più difficili da assegnare. Se non altro perché il concetto in sé è un po’ vago, ci sono troppi parametri da considerare. Ci sono difensori eccellenti nell’uno-contro-uno, altri perfetti nelle chiusure, altri ancora abili a proteggere il ferro. Poi ci sono quelli capaci di ergersi a veri e propri ‘registi difensivi’, forse la specie più rara del panorama NBA. Tra questi è doveroso citare Al Horford, ‘totem’ difensivo dei Boston Celtics, ma il migliore è senza dubbio Rudy Gobert, che per il secondo anno di fila si prende il nostro Award. Il suo dominio sotto i tabelloni e la sua innata capacità di organizzare la retroguardia sono tra i principali fattori dell’ottima stagione 2017/18 degli Utah Jazz. Non a caso, una volta recuperato il loro centro dopo una serie di problemi al ginocchio, gli uomini di Quin Snyder hanno iniziato un’inarrestabile marcia verso i playoff; 29 vittorie e 8 sconfitte. La prolungata assenza dai campi ne ha compromesso la selezione per il suo primo All-Star Game, ma l’anno prossimo sarà difficile lasciar fuori il gigante francese dalla cerchia dei migliori.

Tra gli inseguitori di Gobert per il nostro premio ne troviamo uno piuttosto insospettabile, almeno fino a poche stagioni fa: Kevin Durant. Il fenomeno dei Golden State Warriors, già oggi uno dei migliori attaccanti della storia NBA (quattro volte miglior realizzatore della lega e MVP della stagione 2013/14), ha mostrato un’incredibile evoluzione anche nella metà campo difensiva. La ‘trasformazione’ di KD si era già intravista ai tempi dei Thunder quando, soprattutto ai playoff, era riuscito a innalzare sensibilmente il livello anche nei pressi del proprio canestro. Con il trasferimento agli Warriors, il numero 35 è diventato una formidabile arma, anche da questo punto di vista, per la cavalcata verso il titolo. In questo 2017/18, Durant ha giocato da autentico ‘MVP difensivo’, eccellendo in tutti gli aspetti della specialità; difesa sul pallone, aiuti e protezione del ferro. Che ambisca a diventare un Kevin Garnett 2.0?
Nella corsa al riconoscimento, una menzione la meritano anche fenomenali rim protector come Anthony Davis, Giannis Antetokounmpo e Joel Embiid, oppure fuoriclasse del single coverage come Paul George, Jimmy Butler, Klay Thompson e Chris Paul. A proposito di ‘giocatori totali’…

Albo d’oro:
2016/17: Rudy Gobert (Utah Jazz)
2015/16: Kawhi Leonard (San Antonio Spurs)

 

Most Improved Player Of The Year: Victor Oladipo (Indiana Pacers)

Per Victor Oladipo, il 2017/18 è stata una stagione da All-Star
Per Victor Oladipo, il 2017/18 è stata una stagione da All-Star

Torniamo con la memoria al 6 luglio 2017. Paul George, ormai da tempo in rottura con la dirigenza, viene scambiato da Indiana con gli Oklahoma City Thunder. In cambio della loro star, i Pacers ricevono Domantas Sabonis e Victor Oladipo. Subito inizia una tempesta mediatica nei confronti del neo-presidente Kevin Pritchard (che ha da poco sostituito Larry Bird), reo di aver ceduto l’uomo-franchigia in cambio di due ‘mezzi giocatori’, due ‘bidoni’ destinati a far sprofondare la squadra negli abissi del tanking. Nove mesi dopo, quello che ci troviamo di fronte è uno scenario estremamente diverso; Indiana si prepara a un nuovo viaggio ai playoff, e lo fa soprattutto grazie al contributo dei due ex-Thunder. Il figlio di Arvydas è passato dai 5.9 punti e 3.6 rimbalzi della sua stagione da rookie agli 11.6 e 7.7 del 2017/18. Questo farebbe di lui un legittimo candidato al premio di ‘giocatore più migliorato’, anche se per un atleta al secondo anno ci vorrebbe un discorso a parte. Ciò che ha fatto Oladipo, però, va oltre ogni concetto di ‘miglioramento’. Tornato nello stato in cui era diventato un idolo del pubblico con la maglia degli Hoosiers, ha riscattato in una sola stagione tutte le amarezze di quelle passate, dalle delusioni con gli Orlando Magic (che lo avevano scelto per secondo, dietro all’ormai ‘leggendario’ Anthony Bennett nel 2013) fino all’annata vissuta nell’ombra del ‘Russell Westbrook Show’. Al massimo in carriera in tutte le categorie statistiche, Oladipo si è trasformato in un All-Star. Oltre alla prima apparizione in carriera alla partita delle stelle, il suo memorabile 2017/18 ha fruttato a Indiana un’insperata (alla vigilia della stagione) qualificazione ai playoff, addirittura con il quinto miglior record a Est.

Riconoscimento ‘obbligatorio’, quindi, anche se la regular season appena conclusa ha visto parecchi giocatori salire notevolmente di livello. Ad esempio Kristaps Porzingis e Bradley Beal, che come Oladipo hanno raggiunto per la prima volta l’All-Star Game. A differenza dell’ex-Hoosier, però, per questi due ci si aspettava un salto di qualità. Ce lo si aspettava decisamente meno da Spencer Dinwiddie, una delle poche note liete della stagione dei Brooklyn Nets.
Che dire poi di Tyreke Evans? Un giocatore che sembrava quasi sparto dai radar NBA, ma che a Memphis è stato protagonista di un’improvvisa ‘seconda giovinezza’. In netta crescita, rispetto al recente passato, anche Aaron Gordon (Magic), Julius Randle (Lakers), il nostro 6th Man Of The Year Lou Williams e Tobias Harris (Pistons / Clippers). Se finora, esclusi Oladipo e Sabonis, abbiamo citato solo elementi di roster mediocri (o comunque deludenti), troviamo degli ‘improved players’ anche nelle squadre più competitive: dallo splendido Clint Capela di Houston alla coppia Terry Rozier-Jaylen Brown di Boston (anche se per Brown vale lo stesso discorso fatto per Sabonis, come lui al secondo anno), passando per Jrue Holiday, inatteso trascinatore (insieme alla coppia Davis-Cousins) dei sorprendenti New Orleans Pelicans.

Albo d’oro:
2016/17: Nikola Jokic (Denver Nuggets)
2015/16: C.J. McCollum (Portland Trail Blazers)

 

Disappointing Team Of The Year: Oklahoma City Thunder

2017/18 al di sotto delle aspettative per i Thunder di Paul George (#13), Carmelo Anthony (#7) e Russell Westbrook (#0)
2017/18 al di sotto delle aspettative per i Thunder di Paul George (#13), Carmelo Anthony (#7) e Russell Westbrook (#0)

I Thunder erano tra le franchigie più attese di questo 2017/18, se non altro per gli arrivi di Paul George e Carmelo Anthony alla corte dell’MVP Russell Westbrook. Almeno fino a questo momento (magari ai playoff arriverà una radicale trasformazione), tali aspettative sono state deluse. La squadra di Billy Donovan ha sempre dato l’impressione di essere lì lì per esplodere, per dare sfogo a tutto il suo enorme potenziale. Solo che, a furia di aspettare, la regular season è terminata, e dopo i proclami iniziali ci si è dovuti ‘arrangiare’. E’ vero, è arrivato il quarto posto finale, ma ottenuto all’ultima partita, dopo aver oscillato per mesi tra il quinto e il settimo piazzamento. Poca roba, per un roster tutto sommato competitivo e impreziosito dalla presenza delle tre stelle. Ecco, le superstar…

Westbrook ha iniziato piano, cercando di favorire l’inserimento degli illustri compagni. Poi ha scalato le marce e ha ripreso la consueta velocità, divorando parquet, ferri, retine e nuovi record. Alla fine, per lui è arrivata un’altra stagione storica, la seconda consecutiva in tripla-doppia di media (pur senza le irripetibili cifre del 2016/17). Mai nessuno come lui. Stagione di alti e bassi per Paul George, il cui andamento è spesso coinciso con quello della squadra; picchi di eccellenza (in entrambe le metà campo) e alcuni giri a vuoto. Decisamente un ‘pesce fuor d’acqua’ Carmelo Anthony. Ormai lontano dai suoi giorni migliori, dopo un inizio promettente è apparso sempre più intristito e fuori contesto. Che l’era degli ‘OK3’ sia già al capolinea?

Tra gli altri ‘disappointing teams’ di questo 2017/18 è obbligatorio citare i Minnesota Timberwolves. Reduci da un 2016/17 caratterizzato dalle aspettative deluse, venivano indicati tra le squadre più interessanti del selvaggio Wesr. Merito di una off-season da assoluti protagonisti, con l’arrivo di Jimmy Butler e di altri veterani di qualità (Jeff Teague, Jamal Crawford, Taj Gibson). Tra la carta e il campo, però, c’è la stessa distanza che passa tra il dire e il fare. Guidati da un Tom Thibodeau sempre più furioso, questi T’Wolves non hanno mai convinto. In avvio di stagione, la leadership di Butler è la ‘voglia’ dei giocatori più esperti hanno tenuto la squadra ben oltre la linea di galleggiamento, tanto che Minnie è arrivata fino al terzo posto della Western Conference. Con l’infortunio di ‘Jimmy G. Buckets’, però, sono emerse tutte le lacune del gruppo. Nove sconfitte in venti partite, e ottavo biglietto per i playoff staccato solo all’ultima gara, vincendo all’overtime lo scontro diretto con Denver. Più che l’inesistente applicazione difensiva (Karl-Anthony Towns) o l’incostanza di rendimento (Andrew Wiggins), ciò che balza maggiormente all’occhio è la scarsa alchimia tra l’allenatore e le due giovani stelle, coloro che dovrebbero rappresentare non più il futuro, bensì il presente della franchigia. I playoff acciuffati per i capelli gettano una nuova ombra sul futuro, o almeno su quello prossimo. Anche stavolta, la stagione del grande salto di Minnesota sarà la prossima…

Anche la regular season dei Cleveland Cavaliers si potrebbe benissimo definire deludente. Coloro che nelle ultime tre stagioni hanno dominato la Eastern Conference hanno messo in scena un’inedita ‘altalena’ di grandi momenti e terrificanti pause, culminata con la ‘rivoluzione’ della trade deadline. Una serie di mosse che, in un solo colpo, ha screditato gran parte del lavoro fatto dalla dirigenza a partire dalla scorsa estate. Il tutto con la scadenza del contratto di LeBron James sempre più vicina…
Ci sono altre squadre che, pur qualificandosi per la post-season, sono andate ben al di sotto delle aspettative iniziali. Su tutte Washington Wizards e Milwaukee Bucks, dal rendimento mai costante e nettamente superate da organici sulla carta inferiori (vedi Indiana). O ancora, quelle che ai playoff non ci sono arrivate. Ecco dunque Los Angeles Clippers (condizionati da molti infortuni, ma inguardabili anche al completo), Detroit Pistons e Charlotte Hornets. Più che di semplici delusioni, in questi casi sarebbe meglio parlare di progetti clamorosamente falliti.

Albo d’oro:
2016/17: New York Knicks
2015/16: Chicago Bulls

 

Breakout Team Of The Year: Utah Jazz

Da sinistra, Rudy Gobert, Ricky Rubio e Donovan Mitchell, 'anima' degli Utah Jazz 2017/18
Da sinistra, Rudy Gobert, Ricky Rubio e Donovan Mitchell, ‘anima’ degli Utah Jazz 2017/18

Come accade pressoché in ogni stagione, anche questo 2017/18 ha riservato parecchie sorprese. Prendiamo i Toronto Raptors; si sapeva che i canadesi, almeno in regular season, avrebbero potuto ambire ai piani alti della Eastern Conference. In pochi, però, si aspettavano un dominio assoluto, condito dal miglior record nella storia della franchigia (59-23) e da una supremazia casalinga con pochi eguali (34 vinte e 7 perse – solo Houston ha fatto altrettanto).

Anche i Philadelphia 76ers partivano con tante ambizioni, forti del rientro di Joel Embiid e del debutto delle due prime scelte assolute Ben Simmons e Markelle Fultz. Anche qui, però, abbiamo esagerato: gli uomini di Brett Brown non si sono semplicemente limitati a tornare ai playoff, ma ci sono arrivati da terza testa di serie (superando perfino i Cavs, tre volte campioni della Conference) e con tutte le credenziali per essere la mina vagante ad Est. Sull’altra costa americana troviamo i Portland Trail Blazers, protagonisti di un avvio difficile e di un sontuoso 2018, che li ha visti salire fino al terzo piazzamento, alle spalle delle ‘corazzate’ Rockets e Warriors. Difficile chiedere di più ad un roster che, a parte un Damian Lillard formato MVP, non può certo contare su chissà quali fenomeni.

Ci sono poi quelle franchigie che, ai playoff, non avrebbero nemmeno dovuto arrivarci. Prendiamo gli Indiana Pacers, ad esempio. Per la truppa di Nate McMillan si prospettava una stagione di tanking selvaggio, preludio a una lunga ricostruzione. Ben presto, però, si è capito che i Pacers avevano intenzione di stupire. Trascinati dall’inaspettata esplosione di Victor Oladipo, dalla repentina crescita di Domantas Sabonis (più che quella di Myles Turner, l’uomo su cui avrebbe dovuto basarsi il rebuilding) e dall’altrettanto inatteso impatto di giocatori come Darren Collison e… Lance Stephenson (sì, quello che soffiava nell’orecchio di LeBron qualche anno fa!), sono entrati stabilmente in orbita playoff, fino a conquistare un insensato (almeno alla vigilia) quinto posto. Scagli la prima pietra che ci aveva creduto fin dall’inizio…
I New Orleans Pelicans avevano aspettative leggermente più ottimistiche, vista la contemporanea presenza a roster di due superstar come Anthony Davis e DeMarcus Cousins. Il progetto, però, sembrava destinato a fallire, vista la scarsissima propensione di DMC a coesistere con chicchessia e un roster piuttosto corto. Invece, ecco la deflagrazione, con le ‘Twin Towers’ più devastanti che mai e con un sorprendente supporting cast (dal ‘rinato’ Jrue Holiday a E’Twaun Moore, passando per il redivivo Emeka Okafor). Il grave infortunio patito da Cousins (tendine d’Achille, out for the season) sembrava la pietra tombale sulle ambizioni della squadra, ma un Davis mostruoso ha zittito tutti, riportando NOLA ai playoff dopo tre anni di digiuno.

Il nostro NBA Passion Award per la squadra rivelazione del 2017/18 va però agli Utah Jazz, ‘azzoppati’ in estate dall’addio di Gordon Hayward e in autunno dai continui infortuni di Rudy Gobert. Anche a Salt lake City c’era aria di ricostruzione, invece eccoli lì, a fare la voce grossa tra le grandi, guidati da un incredibile Donovan Mitchell, da un Gobert finalmente sano, da un Ricky Rubio ritrovato e da coach Quin Snyder, ormai consacratosi tra i migliori allenatori NBA.

Albo d’oro:
2016/17: Washington Wizards
2015/16: Portland Trail Blazers

 

Most Valuable Player Of The Year: LeBron James (Cleveland Cavaliers)

LeBron James, protagonista di un 2017/18 spaziale
LeBron James, protagonista di un 2017/18 spaziale

Esatto, proprio LeBron James. L’edizione 2017/18 degli NBA Passion Awards si chiude con un risultato forse inatteso. In effetti, questo sembrava (e forse sarà, per la giuria NBA) l’anno di James Harden. Partiamo dalle cifre: i 30.4 punti di media rappresentano il suo massimo in carriera, e lo mettono saldamente davanti a tutti gli altri realizzatori NBA. La regular season del numero 13 è un’autentica collezione di perle; undici partite oltre quota 40, quattro (di cui due consecutive, 20 e22 dicembre) oltre i 50 e la leggendaria tripla-doppia da 60 punti, 11 assist e 10 rimbalzi rifilata il 30 gennaio agli Orlando Magic. Ridurre il 2017/18 di Harden alle mere statistiche, però, sarebbe ingiusto. Oltre alle sfuriate offensive, l’ex-Thunder ha messo in scena il solito spettacolo di assist fulminanti, giocate ad effetto (memorabile la combinazione crossover-step-back-tripla con cui ha ‘sdraiato’ il povero Wesley Johnson dei Clippers) e controllo totale del campo, tutto al suo solito, indecifrabile ritmo. Guidati da tale fenomeno, gli Houston Rockets hanno dominato in lungo e in largo la Western Conference, staccando nettamente gli Warriors campioni in carica e chiudendo con il miglior record nella storia della franchigia (65-17). Tutto straordinario, ma il Barba, come tutti gli altri grandi campioni di questa generazione, deve fare i conti con un ostacolo pressoché insormontabile.

Per LeBron James l’arrivo dei 33 anni non ha comportato una biblica dipartita, bensì il raggiungimento di un livello cestistico incredibile, persino per i suoi standard abituali. Se i Cleveland Cavaliers si presentano ai playoff come la più credibile pretendente alle Finals, nonostante le innumerevoli vicissitudini a cui abbiamo assistito, lo devono principalmente ad un incontenibile King James (che di tali vicissitudini è stato spesso tra le cause); 27.5 punti (miglior dato personale dal 2010), 9.1 assist e 8.6 rimbalzi (entrambi career-high) di media. Tutto ciò senza saltare nemmeno una delle 82 partite in calendario. Premesse più che sufficienti per aggiudicarsi il nostro NBA Passion Award come MVP stagionale.
Quanto mostrato dal numero 23 da ottobre ad aprile siamo abituati a vederlo più avanti, quando l’importanza delle partite aumenta. Solo i playoff ci diranno se ciò è stato un bene, oppure se invece il Re si sia ‘spremuto’ più del previsto. Di sicuro, il 2017/18 ha portato una serie di nuovi ‘milestones’ nella sua collezione: dal traguardo dei 30.000 punti, 8.000 assist e 8.000 rimbalzi (unico giocatore nella storia NBA a oltrepassarlo) a quello delle 867 gare consecutive in doppia cifra (superato Michael Jordan), passando per il mese intero in tripla-doppia di media (febbraio) e alla sontuosa prestazione da 57 punti (seconda miglior performance in carriera), 11 rimbalzi e 7 assist contro Washington. A fare da contorno, il terzo trofeo di MVP dell’All_Star Game. Nel suo caso, più che di una corsa all’MVP, si tratta di una corsa all’immortalità sportiva.

Tra gli altri candidati al premio, reduci come Harden e James dalla miglior stagione in carriera, troviamo Anthony Davis (New Orleans Pelicans), Damian Lillard (Portland Trail Blazers) e Giannis Antetokoumpo (Milwaukee Bucks), che con Harden e James completano il nostro All-NBA Team. Trascinatori indiscussi delle loro squadre, rispetto ai due sopra citati hanno avuto il demerito di una minore costanza. Il greco è partito fortissimo, per poi calare a metà stagione. Gli altri due hanno iniziato tutto sommato ‘tranquillamente’, salvo poi dare una brusca accelerata da gennaio in poi (soprattutto Davis, costretto agli ‘straordinari’ dal grave infortunio di DeMarcus Cousins). Ad inizio anno anche Kyrie Irving era in lizza per il premio, ma il calo dei suoi Boston Celtics e infortuni di vario genere ne hanno poi compromesso la stagione, e quindi la candidatura.
Ci sono poi tre ex-vinciitori tra gli altri papabili MVP. Se Stephen Curry e Kevin Durant, nonostante una stagione egregia, sono stati penalizzati dai numerosi problemi fisici, Russell Westbrook paga invece una regular season tutt’altro che convincente dei suoi Oklahoma City Thunder. Il fatto che un ‘mostro’ del genere, capace di chiudere la seconda stagione consecutiva in tripla-doppia di media (anche se con cifre meno altisonanti rispetto al 2016/17), non vinca nuovamente questo premio, ci dà un’idea ben chiara del livello di eccellenza a cui si è arrivati…

Albo d’oro:
2016/17: Russell Westbrook (Oklahoma City Thunder)
2015/16: Stephen Curry (Golden State Warriors) 

All-NBA Team:

  • James Harden (Houston Rockets)
  • Damian Lillard (Portland Trail Blazers)
  • LeBron James (Cleveland Cavaliers)
  • Giannis Antetokounmpo (Milwaukee Bucks)
  • Anthony Davis (New Orleans Pelicans)

Eurolega, MVP Round 25: Andrew Goudelock trascina l’Olimpia

Andrew Goudelock Olimpia Milano roster

L’ennesima stagione di tante ombri e pochissime luci quella dell’Olimpia Milano in Eurolega, ancora una volta, le sensazioni della vigila e di inizio stagione sono state notevolmente smentite dal campo: eppure, le premesse erano veramente interessanti; una delle più grandi speranze dei tifosi di Milano era costituita da una guardia americana di 29 anni: Andrew Goudelock di Stone Mountain.

L’ex Fenerbahce veniva da una grandissima stagione al Maccabi Tel-Aviv ed aveva il compito di traghettare Milano almeno a ridosso dei playoff a 8. Situazione quanto mai lontana dalla classifica odierna, che colloca Milano a 9 vittorie e 16 sconfitte, comunque in netta ripresa nel girone di ritorno. Nonostante l’inizio di stagione incoraggiante sia in campionato che in Eurolega, Andrew Goudelock è andato affievolendosi assieme a tutta la squadra nella parte centrale di regular season. Un vero peccato, sinceramente, poichè negli ultimi incontri l’Olimpia sta facendo vedere un bel gioco e dei netti progressi a livello di coesione di squadra.

Dimostrazione lampante è stata la grandissima vittoria contro il Khimki di Aleksej Shved, in piena lotta playoff. I russi sono considerati la “mina vagante” della competizione, capace quest’anno di sconfiggere il Real Madrid di Luka Doncic in trasferta. L’americano ha guidato i biancorossi ad una netta vittoria risultando, al termine del round 25, MVP assoluto del round numero 25 dell’Eurolega 2017-2018.

Eurolega, MVP Round 25: la partita di Andrew Goudelock

La prestazione di Andrew Goudelock contro il Khimki è stata perfetta in tutte le fasi. Season-high e grande pressione in fase difensiva. I numeri lo certificano: 26 punti (7/10 da due, 2/5 da tre, 6/6 dalla lunetta), 5 rimbalzi e 2 assist in 36 minuti di gara. Tirando con il 71% dal campo, migliorando notevolmente l’andamento medio di quest’anno (49,5% FG).

Importante per la guardia aver trovato subito ritmo già nel primo tempo, segnando più della metà dei punti alla fine messi a referto. Partita globalmente vicina alla prefezione quella di Goudelock, che ha vinto il confronto con il miglior marcatore della Eurolega Aleksej Shved. La stagione di Andrew Goudelock, nel complesso, è la peggiore della sua carriera in Eurolega.

Ancor di più, la partita con il Khimki potrebbe significare una svolta emotiva per il giocatore, in vista del finale di campionato e dei playoff Scudetto. Importante sarebbe trovare una continuità ed una dimensione anche in Europa, sia per Andrew che per Milano, anche per testare il livello raggiunto dalla squadra di Pianigiani dopo l’arrivo e il completo inserimento di Kuzminskas.

Bilancio finora sotto le aspettative, quindi, quello di Goudelock in Eurolega. L’ex Maccabi e Fenerbahce, inserito nel “Second Team” 2014-2015 della manifestazione, 20esimo posto nella classifica marcatori con 277 punti e nella classifica delle triple realizzate con 37 “bombe” dall’arco. Numeri che possono ampliamente migliorare in vista del finale di stagione, soprattuto se Milano e il suo numero “0” manterranno la stessa intensità espressa a Mosca.

James Harden potrebbe tornare in campo contro i Minnesota Timberwolves

James Harden barba-Infortunio James Harden James Harden, possibile MVP 2017/2018

Dopo aver saltato sei match consecutivi James Harden sembra esser pronto per il rientro in campo. I suoi Houston Rockets hanno saputo reggere il colpo e durante la sua assenza hanno portato a casa un record di 4W – 2L.

A comunicare la buona notizia è stato coach D’Antoni, che ora non vedrà l’ora di poter riutilizzare il suo campione. Il Barba dal canto suo ha fatto sapere che presto tornerà a pieno regime e che non vede l’ora di tornare per aiutare i propri compagni di squadra.

La data del rientro non è ancora certa, ma lo staff medico ha stimato insieme al giocatore, che il tanto atteso rientro potrebbe avvenire giovedì. In quella giornata i Rockets affronteranno i Minnessota Timberwolves, che faranno di tutto per rovinare la festa a James Harden.

La rincorsa al titolo di MVP

Nonostante l’infortunio al bicipite femorale rimediato contro i Los Angeles Lakers, James Harden rimane ancora uno dei principali candidati al titolo di MVP.

Il Barba ha saputo dimostrare di sapersi adattare al sistema di gioco D’Antoniano prima e all’innesto di un giocatore come Chris Paul poi. Questa sua capacità di adattamento gli ha permesso di rimanere costante nel suo rendimento e di risultare fondamentale per il suo team.

Ad oggi le sue medie fanno segnare: 32,3 punti, 5 rimbalzi e 9,1 assist.

Steph Curry è tornato: rivuole il suo trono?

Steph è tornato Stephen Curry-infortunio
Steph is back
Steph Curry con il suo iconco paradenti

Steph se sei tornato batti un colpo. Si, l’ha battuto. Dopo l’infortunio avvenuto il 4 dicembre in quel di New Orleans, dove ha riportato una distorsione alla caviglia destra che non ha permesso a noi di gustarcelo nella partita di Natale contro LeBron, Curry è tornato più determinato che mai, alla riconquista del suo trono.

Qualche notte fa contro i malcapitati Memphis Grizzlies di Marc Gasol, il figlio di Dell con una prestazione da MVP di un MVP, mette a referto 38 punti con un discreto 76% da 3, tutto questo in soli 25 minuti di partita.

Come se non bastasse la notte del 3 gennaio incontra un’altra squadra che detto fra noi non sta attraversando il suo periodo migliore, nella fattispecie i Mavs di coach Carlisle, andando di nuovo sopra quota 30 con soli 19 tiri di cui 13 dalla lunga distanza, segnando 6 triple e mettendo qualche minuto in più sulle gambe, in vista del back to back che i Golden State Warriors stavano per andare ad affrontare. Davanti a loro si sono presentati i Rockets di D’Antoni e CP3, orfani di Harden fuori anche lui per un infortunio al bicipite femorale sinistro rimediato nel match contro i Lakers. Beh, inutile stare a fare inutili giri di parole: liquidati con 29 punti e un curioso step-back da 3 che sfiora morbidamente il cotone, come se fosse la cosa più semplice del mondo.

La scorsa notte si è limitato a giocare “solo” fino al terzo quarto e in assenza di Durant si è sentito in obbligo di massacrare gli ormai pochi giocatori sopravvissuti dei Clippers, perforando la retina 11 volte con 8 triple a referto: 45 punti in 29 minuti. Misterioso.

E’ sicuramente la stagione della rivalsa, la seconda stagione insieme a Durant e quella del riscatto dopo esser passato nel 2016 da essere MVP unanime, primo nella storia dell’NBA, a quella del 2017 con meno voti dello straordinario Isaiah Thomas, che grazie alle sue prestazioni ha portato i Celtics in vetta alla Eastern Conference.

Steph is back, rivuole lo scettro e di certo quest’anno farà di tutto per riprenderselo e 36 punti di media in 4 partite e il 58% dal campo sono cifre chiare a tutti i contender per il titolo di MVP.

MVP Power Ranking: cinque candidati per il premio

James Harden MVP

Con la Regular Season 2017-2018 quasi al giro di boa, e con le votazioni per l’All Star Game 2018 di Los Angeles, vari rumors iniziano a diventare sempre più insistenti per quanto riguarda il vincitore del premio di MVP per la stagione 2017-2018. Ovviamente ci sono Power Ranking che, come ogni altra statistica NBA, vengono aggiornati quotidianamente basandosi sulle prestazioni dei singoli, ovvero le prestazioni dei candidati al premio di MVP, e delle prestazioni di squadra, ovvero la percentuale di vittorie e sconfitte durante la Regular Season.

Ecco i giocatori che in questa stagione stanno facendo in modo di mettersi in palio per la vittoria del premio di MVP (escludendo purtroppo Michael Beasley):

1) LeBron James

Che il Prescelto stia giocando la miglior stagione della carriera in 15 anni di disumana carriera è risaputo. 28,4 punti, 8,2 rimbalzi e 9,2 assist a partita sono medie spaventose. The Chosen One viaggia quasi a una tripla doppia di media a partita, e i suoi Cleveland Cavaliers, dopo un inizio tutt’altro che incoraggiante, sembrano aver trovato la giusta alchimia, trovandosi nelle prime posizioni ad Est con 24 vittorie e 9 sconfitte e a una sola vittoria di differenza dalla capolista Boston Celtics. C’è anche da dire che King James ha un elevato minutaggio, infatti resta in campo 37,3 minuti di media per partita. Eterno e Prescelto:

 

2) James Harden

Nonostante tutti i dubbi estivi relativi alla trade che ha portato in forza agli Houston Rockets Chris Paul, e alle solite frasi da bar su quanti palloni sarebbero serviti in campo al Toyota Center per condividere i possessi tra Paul e Harden, gli Houston Rockets sono primi a Ovest con 25 vittorie e 5 sconfitte, davanti ai Golden State Warriors, distanti solo mezza partita. La coesistenza con Paul non sembrava così scontata, complice anche il cambiamento di ruolo della passata stagione di Harden da Shooting Guard a Playmaker. Invece The Beard non sta soffrendo molto queste dicerie e i numeri in campo parlano per lui: 31,9 punti, 5,1 rimbalzi e 9 assist di media a partita gestendo i possessi con Chris Paul a far girare la second unit come una macchina perfetta. Se i Rockets in Regular Season riusciranno ad imporsi sulla corazzata Warriors, il premio di MVP potrebbe arrivare in Texas.

 

3) Giannis Antetokounmpo

Con un inizio di stagione in salita dal punto di vista emotivo, vista la tragica scomparsa del padre, The Greek Freak ha deciso di riversare in campo tutta la sua rabbia e delusione trasformandola in puro agonismo e determinazione. I suoi Milwaukee Bucks sono quinti ad Est con 16 vittorie e 13 sconfitte e il greco sta conducendo la franchigia verso le parti alte della classifica consolidando le sue qualità da leader, in quella che potrebbe essere la stagione fondamentale, consacrandolo a superstar. In questa stagione Giannis in 38 minuti di utilizzo medio a partita mette a referto 29,7 punti, 10,6 rimbalzi e 4,6 assist a partita. Un tale dominio in campo a Milwaukee non si vedeva da molto tempo. Con queste medie sognare non è per nulla proibito, bisognerà vedere se, premio di MVP a parte, il giovane greco trasformerà una buona franchigia piena di talento in un vero ostacolo e in una potenziale contender con cui Boston e Cleveland dovranno lottare.

4) Kevin Durant

Nel più che rodato sistema dei Golden State Warriors di talento ce n’è in abbondanza, e soprattutto è ben bilanciato. Nel momento in cui una delle quattro superstar sia in difficoltà ci sono sempre le altre che arrivano in soccorso della franchigia. Anche in questo caso, con Steph Curry ai box per infortunio ecco che sull’attenti si presenta Kevin Durant. Il numero 35 della Baia in questa stagione sta facendo registrare 26,3 punti, 7,2 rimbalzi e 5,3 assist a partita in 34,7 minuti di utilizzo medio per partita. Numeri che trasmettono una certa solidità, ma quello che fa riflettere sono anche le 2,2 stoppate a partita, che lo rendono il secondo stoppatore nella lega preceduto da Myles Turner con 2,3 stoppate a partita, ma considerando che Turner è un centro mentre KD è un’ala ha di sicuro dello strabiliante. Che torni ad essere lui The Real MVP a fine stagione?

 

 

5) Kyrie Irving

NBA Finals 2016-2017. Sconfitta dei Cleveland Cavaliers 4-1 contro i Golden State Warriors. Aria di novità e di nuovi posti e relative nuove sfide. Voglia di diventare il primo violino, aumentare le proprie responsabilità e diventare il leader di una franchigia e non la seconda opzione. Queste le intenzioni di Kyrie Irving, che ha deciso di portare il suo talento ai Boston Celtics. Probabilmente molti avranno pensato che avesse sbagliato a prendere questa decisione dopo i primi cinque minuti dell’Opening Night con l’infortunio dell’altra stella dei Celtics Gordon Hayward. Invece, dopo un inizio leggermente sotto le aspettative, la point guard ha iniziato a macinare prestazioni importanti e giocate clutch che hanno portato i Boston Celtics a vincere 16 partite di fila e ad essere primi a Est con 26 vittorie e 9 sconfitte. Per l’ex Cavs quest’anno in 32,3 minuti di utilizzo medio a partita (il più basso dalla stagione 2015-2016) registra 24,9 punti, 2,9 rimbalzi e 4,9 assist a prestazione. Di sicuro, vista anche la sciagurata assenza di Hayward, il leader di questi Celtics è lui. Probabilmente con un primo posto in Regular Season a Est il premio di MVP potrebbe arrivare in Massachusetts, e servirebbe a smentire molti fan che ipotizzavano la scelta di lasciare Cleveland e il Prescelto come una mossa azzardata.

 

Sicuramente i candidati all’MVP sono tanti e con l’evolversi della stagione potranno sicuramente aumentare o magari si consolideranno quelli già in lizza oggi. Di sicuro ci sarà tanta competizione e tanti match da seguire per capire chi sarà The Real MVP della stagione 2017-2018.

 

 

Antetokounmpo-MVP: sogno o realtà?

Antetokounmpo-MVP

Antetokounmpo-MVP: possibilità dopo questo avvio di stagione del talento della nazionale greca? 

Già da un paio d’anni si era visto che Giannis Antetokounmpo avesse un potenziale enorme di talento, atletismo e forza fisica, ma questa stagione nonostante le aspettative fossero alte su di lui, il greco sta sorprendendo tutti andando anche oltre a quanto ci si aspettasse da lui. Ovviamente è ancora molto presto per parlare del discorso Antetokounmpo-MVP o per giudicare la stagione di un giocatore visto che sono state giocate solamente 3 partite di regular season, quindi non dobbiamo sbilanciarci tantissimo, però l’avvio di stagione di Giannis Antetokounmpo è veramente impressionante ed in più ha già giocato anche contro i Cavs e i Celtics, ovvero due delle migliori squadre ad est e della lega.

Antetokounmpo sta viaggiando a delle cifre pazzesche di media:

  • 38,3p
  • 5a
  • 9,6r per partita

Ovviamente guardando bene queste cifre non ci vuole tanto a capire che se dovesse continuare così o abbassare leggermente le sue statistiche l’ipotesi Antetokounmpo-MVP non è assolutamente infondata; lo stesso Kevin Durant lo ha elogiato, definendolo come uno dei migliori giocatori della lega e va ricordato anche che Giannis ha solamente 23 anni e quindi ha ancora ampi margini di miglioramento! Potenzialmente la lega sarà sua tra qualche anno, ma per farlo ha bisogno di ampliare il suo gioco, in quanto il suo tiro da 3 punti è altamente sotto la media visto che in queste prime 3 partite ha tirato con solamente il 16,7% dalla lunga distanza ed in carriera tira con il 27%.

Se riuscisse ad arrivare a tirare con almeno il 33% dalla lunga distanza potrebbe diventare veramente immarcabile ancora più di quanto lo è adesso, visto che le difese dovrebbero iniziare a rispettare anche il suo tiro da fuori e dunque penetrare nelle difese avversarie sarebbe ancora più facile per il greco. Per il bene della NBA, dobbiamo sperare che continui a dominare così, perchè veder giocare Antetokounmpo è un piacere per gli occhi.