Il re delle schiacciate Hamidou Diallo sfida Zion Williamson: “Ci vediamo nel 2020”

E’ già diventata leggenda una gara delle schiacciate tra Hamidou Diallo e Zion Williamson targata 2016, ai tempi del liceo per l’attuale guardia degli Oklahoma City Thunder e per il fenomeno di Duke.

La vittoria di Diallo nell’edizione 2019 della gara delle schiacciate dei “grandi” ha riportato alla luce l’oscura esibizione liceale dei due, in occasione dell’Under Armour Elite 24 2016, vinta (per la cronanca) dalla futura probabile prima scelta assoluta del draft NBA 2020 Williamson.

Brett Dawson, cronista per The Athletic, aveva intervistato Hamidou Diallo alla vigilia della gara di sabato, riportando alla memoria del rookie dei Thunder l’esibizione di tre anni prima: “La gara? Avevo praticamente vinto io. Poi ho sbagliato l’ultima schiacciata e lui mi ha superato, ma se ne facciamo un fatto di livello delle schiacciate, avevo vinto io. Ho solo finito male la gara“.

Sono andate decisamente meglio per Diallo le cose sabato notte a Charlotte. Percorso netto per il saltatore da Kentucky, che ha saltato i 216 cm di Shaquille O’Neal, citato Superman, omaggiato Vince Carter e scavalcato Quavo del gruppo trap dei Migos e conquistato il trofeo di schiacciatore massimo NBA, almeno per quest’anno.

Essere il campione in carica prevede –  di regola – la difesa del titolo appena conquistato. Se Diallo, la NBA e le circostanze lo permetteranno, l’All-Star Saturday 2020  di Chicago potrebbe ospitare la rivincita tra Hamidou e Zion, a quattro anni di distanza e sul palcoscenico più grande ed importante immaginabile.

Non mi sono scordato di quella sconfitta” garantisce Diallo riferendosi a Zion Williamson “Rifacciamolo!

All Star game: le migliori prove individuali degli ultimi anni

biglietto All Star Game? All Star Game

L’All Star game è sempre vista come un evento più spettacolare che sportivo, visto che i giocatori tendono a “dimenticare” cosa sia la difesa e ad esaltare tutte le loro doti atletiche e tecniche in attacco per far divertire i fans. Una naturale conseguenza del giocare senza difesa è ovviamente quella di sfornare tantissime prestazioni individuali veramente incredibili, con tantissimi punti ed assist nel tabellino di ogni giocatore che prende parte alla partita All Star; andiamo ora a ricordare alcune delle migliori prestazioni individuali sfornate durante l’All Star Game.

playoff LeBron James

All Star Game da ricordare

Quali sono state alcune delle migliori prestazioni degli ultimi anni?

  • Anthony Davis&Russell Westbrook: nella partita All Star del 2017 Anthony Davis fu autore di una prestazione individuale super! Infatti l’attuale giocatore dei New Orleans Pelicans (ancora per poco forse…) sfornò una partita da 52 punti conditi da 10 rimbalzi portando così il Team West alla vittoria per 192-188. A guidare Team West ci fu anche un sensazionale Russell Westbrook autore di 41 punti in 19 minuti giocati!
  • LeBron James: Nell’ultima versione vista dell’All Star Game King James sfornò una partita da 29 punti, 10 rimbalzi ed 8 assist, portando alla vittoria Team LeBron contro Team Stephen per 148-145; LeBron nel finale della partita trascinò la sua squadra insieme a Kevin Durant, visto che negli ultimi minuti le due squadre hanno anche messo su una difesa più che accettabile, quindi quest’ultima partita All Star fu senza dubbio una partita vera.
  • Paul George: All Star Game del 2016, Paul George segnò 41 punti con 5 rimbalzi e tirando con il 61% dal campo. Purtroppo per lui non fu abbastanza per permettere al Team East di vincere la partita.
  • Kyrie Irving&Kevin Durant: Il playmaker dei Boston Celtics nell’edizione della partita All Star targata 2014 segnò ben 31 punti conditi da 14 assist tirando con 11/11 da 2 punti e 3/6 dalla lunga distanza, mentre dall’altra parte KD segnò 38 punti con 10 rimbalzi e 6 assist e vincendo peraltro la partita.
  • Chris Paul: CP3 nella partita All Star del 2013 mise a referto una partita mostruosa da 20 punti, 15 assist e 4 palle rubate con un 4/5 da 3 punti; Team West vinse per 143-138.
  • Kevin Durant da una parte, LeBron James&Dwayne Wade dall’altra: All Star Game, andiamo direttamente all’anno 2012, con una gara che fu veramente bellissima: infatti per il Team West (che vinse 152-149) KD segnò 36 punti con 7 rimbalzi, 3 assist e 3 palle rubate; non bastarono per la Eastern Conference le prove di LeBron James (36 punti, 7 assist e 6 rimbalzi) e di Dwayne Wade (24,10,10)
  • Kevin Garnett: Andando un po’ più in la con la memoria, nel 2003 KG sfornò una partita All Star da 37 punti, 9 rimbalzi, 5 palle rubate e 3 assist portando alla vittoria la Western Conference per 155-145.

Tutte prove mostruose, per scoprire chi sarà il prossimo MVP della partita delle stelle dobbiamo però aspettare la sfida tra Team LeBron e Team Giannis del 18 febbraio.

Nuggets, Nikola Jokic lancia Beasley e manda coach Malone all’All-Star Game di Charlotte: “Grande onore”

La 25esima tripla doppia in carriera di Nikola Jokic consegna ai Denver Nuggets la 37esima vittoria stagionale (sesta doppia V consecutiva) ed a coach Mike Malone la nomina di allenatore di “Team LeBron”, che sfiderà la squadra selezionata dal secondo capitano Giannis Antetokounmpo a Charlotte, domenica 17 febbraio.

 

Al Pepsi Center di Denver, Nuggets-Twolves termina 107-106. Vittoria in volata per Nikola Jokic e compagni, ancora privi di Jamal Murray (caviglia) e Gary Harris (problema muscolare) ma che continuano a cavalcare il momento magico di Malik Beasley (22 punti in 28 minuti di gioco) e Monte Morris, che avvicina la tripla doppia con 17 punti, 10 assist e 7 rimbalzi in 40 minuti d’impiego.

 

 

Minnesota Timberwolves sempre sulle spalle di Karl-Anthony Towns. “KAT” chiude la sua gara con 31 punti, 12 rimbalzi, 7 assist, 2 recuperi ed una stoppata in 37 minuti di gioco. Derrick Rose torna in campo dopo tre partite d’assenza, ma la sua partota è limitata a soli 20 minuti e 8 punti a referto, con 5 assist. Per coach Ryan Saunders ancora out Jeff Teague, Robert Covington e Tyus Jones.

 

Nel weekend del Super Bowl che vedrà sfidarsi ad Atlanta New England Patriots e Los Angeles Rams, Nikola Jokic risolve la parità tra le due squadre con un “tipico” TD pass lanciato direttamente dalla rimessa di fondo campo, ad 1:04 dal termine della gara.

 

 

Sul punteggio di 105-104 in favore di Minnesota, e dopo una palla persa Twolves, Jokic raccoglie velocemente il pallone per la rimessa da fondo ed a una mano lascia andare un lungo passaggio per Malik Beasley, partito in contropiede ad anticipare la distratta difesa dei Timberwolves. Beasley deposita facilmente nella retina il pallone del definitivo vantaggio Nuggets.

 

Quel pallone è rimasto in aria per 4 o 5 secondi, come in un punt di Ray Guy (leggendario punter degli Oakland Raiders nella NFL tra 1973 e 1986, ndr). Abbiamo trovato il modo di vincere anche questa. L’All-Star Game? Ogni volta che si ha la possibilità di rappresentare i propri tifosi, la propria città e la propria squadra, ciò è sempre un grande onore. Poter andare a Charlotte con Nikola (Jokic, ndr) sarà fantastico, Gli ho detto che se allenerò l’altra squadra, dirò ai miei giocatori di raddoppiarlo tutte le volte, il suo primo All-Star Game sarà una partita dura… la nomina è un premio soprattutto al nostro grandissimo staff

 

– Coach Mike Malone dopo Nuggets-Twolves –

All-Star Game 2019, ecco i titolari, LeBron James e Giannis Antetokounmpo capitani

playoff LeBron James

NBA All Star Game 2019, votazioni chiuse e starters per le due conference determinati.

Le due squadre All-Star che si sfideranno a Charlotte, NC, il prossimo 17 febbraio saranno capitanate da LeBron James e Giannis Antetokounmpo, i due giocatori a ricevere più voti per ciascuna conference.

 

I 5 selezionati per la Eastern Conference:

  • Giannis Antetokounmpo (Milwaukee Bucks – capitano)
  • Kawhi Leonard (Toronto Raptors)
  • Joel Embiid (Philadelphia 76ers)
  • Kemba Walker (Charlotte Hornets)
  • Kyrie irving (Boston Celtics)

 

Questi i selezionati per la Western Conference:

  • LeBron James (Los Angeles Lakers – capitano)
  • Paul George (Oklahoma City Thunder)
  • Kevin Durant (Golden State Warriors)
  • Steph Curry (Golden State Warriors)
  • James Harden (Houston Rockets)

 

Ai due capitani e titolari LeBron James e Giannis Antetokounmpo il compito di selezionare con uno speciale “draft” i 12 giocatori (11+1) che andranno a formare le due squadre, il prossimo 7 febbraio in diretta televisiva su TNT. Col primo turno si distribuiranno i restanti 8 titolari, le riserve sararno selezonate con un secondo “giro”.

le restanti 14 riserve (7 per squadra) saranno selezionate il prossimo 31 gennaio dagli allenatori delle 30 squadre NBA. James ed Antetokounmpo potranno scegliere i rispettivi compagni di squadra senza retrinzioni di ruolo e conference d’appartenenza.

Per LeBron James, l’All-Star Game 2019 sarà la 15esima nomina in quintetto per la Partita dele Stelle in carriera (raggiunto Kobe Bryant). James è attualmente fermo per un problema muscolare, ma la sua partecipazione all’evento non è in discussione. Kemba Walker avrà l’onore di partire in quintetto per una delle due squadre davanti al suo pubblico.

Alla NBA ed al commissioner Adam Silver spetterà il compito di selezionare i sostituti per eventuali forfait.

Slam Dunk Contest 2019, Donovan Mitchell non difenderà il titolo, Miles Bridges giocherà in casa?

Donovan Mitchell vince lo Slam Dunk Contest

Slam Dunk Contest 2019, il campione in carica Donovan Mitchell non difenderà il titolo 2018 a Charlotte, il prossimo 16 febbraio.

La giovane star degli Utah Jazz ha annunciato il suo forfait dalle pagine di The Deseret News:

Partecipare allo Slam Dunk Contest mi è piaciuto tantissimo, ma è una competizione che richiede tanta attenzione e preparazione. Oggi sono concentrato esclusivamente sugli Utah Jazz e sulla seconda parte di stagione che ci attende. Aspetto l’All-Star Weekend con trepidazione in ogni caso, parteciperò a tanti eventi. Mi sarebbe piaciuto ripresentarmi, soprattutto dopo la vittoria dello scorso anno. Ora mi godrò lo spettacolo dell’All-Star Game da un’altra prospettiva. In futuro, chissà

– Donovan Mitchell sullo Slam Dunk Contest 2019 –

 

Lo scorso anno a Los Angeles Donovan Mitchell diede vita ad uno show memorabile, omaggiando il grande ex Utah Jazz Darrell Griffith ed il Re della gara delle schiacciate Vince Carter.

Slam Dunk Contest 2019, Miles Bridges tra i partecipanti

 

Il rookie degli Charlotte Hornets Miles Bridges potrebbe essere uno dei quattro partecipanti alla prossima gara delle schiacciate. Come riportato da Chris Haynes di Yahoo Sports, Bridges “starebbe considerando l’idea di prendere parte alla gara”.

Bridges, 12esima scelta degli Hornets di Kemba Walker al draft NBA 2018 in uscita da Michigan State, sta viaggiando a 6.7 punti e 3.7 rimbalzi di media a partita in 42 partite disputate partendo dalla panchina per coach James Borrego.

Seth Curry: “Alla gara del tiro da 3 punti come Steph e mio padre”

Seth Curry, point-guard dei Portland Trail Blazers e fratello del più noto Stephen Curry che stanotte ha spazzato via i Pelicans, sta mantenendo ottime medie al tiro da 3 punti da quest’anno. La sua partecipazione all’All-Star Weekend tra i migliori realizzatori da oltre l’arco, dunque, è quasi sicura.

SETH CURRY: LE SUE DICHIARAZIONI SULLA PARTECIPAZIONE ALLA GARA DEL TIRO DA 3 PUNTI

 

Curry, 28 anni, in azione con la maglia di Portland. Questa è la sua prima stagione nell’Oregon.

 

Come riportato da Casey Holdal per NBA.com, l’ex Dallas Mavericks ha espresso candidamente il suo desiderio di voler provare a vincere un trofeo che in famiglia sono abituati a vedere, dato il trionfo dello Splash Brother Stephen nell’edizione 2015. Anche papà Dell, quando ancora era professionista, aveva partecipato alla competizione, senza però riuscire a vincerla.

Ho sempre desiderato partecipare alla gara da quando mio padre lo faceva tanti anni fa. L’All-Star Game, inoltre, si disputerà a Charlotte quest’anno. Sarà ancora più bello

Seth Curry si è soffermato sopratutto sulla volontà di voler gareggiare contro Stephen, il quale in precedenza aveva aperto ad un suo ritorno nella competizione.

“[Steph Curry, ndr] aveva detto anni fa che avrebbe partecipato al Three Point Contest qualora l’All Star Game si fosse disputato a Charlotte. Beh, questo mi sembra che accadrà. Sarà bello gareggiare contro di lui, ci metterei tutto me stesso e farò di tutto per batterlo

In questa stagione il 28enne ha giocato 40 partite, viaggiando con un ottimo 48,6% da oltre l’arco dei 3 punti. Dato che fa di Seth Curry il miglior tiratore dell’intera lega, seguito da altri giocatori, tra cui Derrick Rose (45,7%) e lo stesso Stephen Curry con il 45,6%. Tale percentuale in classifica è, comunque, limitata dal ridotto numero di tentativi a partita (2,8), frutto del basso minutaggio dell’ex Sacramento Kings.

 

In conclusione, al di là di ogni considerazione, un aspetto risulta chiaro: il binomio tra il tiro da 3 punti e la famiglia Curry non smetterà mai di venir meno.

 

Steve Kerr su Luka Doncic: “Penso che sia già un All-Star, di fatto”

L’intero mondo NBA è ormai pazzo di Luka Doncic. Il fenomeno sloveno dei Dallas Mavericks è al centro dei pensieri di tutti.

Dopo le belle dichiarazioni nei suoi confronti da parte di DeAndre Ayton, arrivano per Doncic gli elogi di uno degli uomini più influenti della lega, Steve Kerr.

Intervistato da Marc Stein del New York Times, coach Kerr ha dichiarato, ad una domanda sul talento dei Dallas Mavs: “Penso che sia già un All-Star”. Poche parole, ma che fanno comprendere la grande fama che il giovane si sta guadagnando tra tifosi e colleghi.

Il pensiero di Kerr arriva appena prima della trasferta dei suoi Golden State Warriors proprio a Dallas. Contro i campioni in carica, Doncic ha già disputato due match (di cui uno vinto), chiusi con una media di 21.5 punti, 6.0 rimbalzi e 4.5 assist a gara.

Queste statistiche rispecchiano pienamente la fantastica stagione che l’ex Real Madrid sta vivendo. I suoi 20 punti, 6.7 rimbalzi e 5 assist a partita lo rendono il principale candidato al premio di rookie dell’anno, nonché star della propria squadra, capace di credere nelle sue potenzialità fin dalla notte del draft, in cui venne scambiato con Trae Young da Atlanta.

Luka Doncic, All-Star di fatto

Le dichiarazioni di Steve Kerr su Luka Doncic non sono affatto un’esagerazione. Sebbene sia sempre molto difficile per un rookie giadagnarsi la convocazione alla partita delle stelle, ciò che il coach dei Warriors ha detto rispecchia la realtà dei fatti.

Il giovane fuoriclasse della nazionale slovena ha entusiasmato i fan, dei Mavs e non solo, che lo hanno votato per prendere parte all’All-Star Game 2019, in programma a Charlotte il prossimo 17 febbraio.

Le votazioni sono ancora aperte, ma i tanti voti ricevuti che collocano Doncic al secondo posto tra i più preferiti ad Ovest lasciano ben sperare. Le premesse per vedere dunque lo sloveno in campo a Charlotte ci sono tutte.

Grizzlies, un Mike Conley da All-Star Game: “Dopo 12 anni, è giunto il momento”

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Memphis Grizzlies, Mike Conley è alla ricerca quest’anno della “giusta considerazione” tra colleghi, fan ed addetti ai lavori, dopo 12 anni di onorata carriera.

Guidati dall’inossidabile coppia Conley-Gasol, i Grizzlies sono in questa stagione rinari dalle ceneri di un 2017\18 da 22-60, vissuto all’insegna del “tanking”. Il ritorno a pieno regime di Conley, che ha saltato l’intera stagione scorsa per un problema al piede sinistro che ha richiesto un intervento chirurgico ed un lungo periodo di riposo, ha rivitalizzato l’ambiente in riva al grande fiume Mississippi.

Una prima parte di stagione da 14-9 (record valido per il sesto posto ad ovest), che ha visto il ritorno dell’epoca d’oro del “grit and grind” per una squadra che si propone attualmente come la quarta miglior difesa NBA (103.9 di net defensive rating, inferiore ai soli Thunder, Celtics e Pacers) e nettamente la più “lenta” dell’intera lega (pace index da 98.6).

Le cifre di Mike Conley Jr da Ohio State? in 23 gare disputate, il tassametro dice 21.1 punti e 6.5 assist a partita (career high), tirando col 35.1% da tre punti su un massimo in carriera di 6.4 tentativi a partita (16.7 i tentativi dal campo a gara, altro career high).

Numeri che, sommati all’ottimo record di squadra, non possono che lanciare la candidatura di Conley al primo All-Star Game della carriera, dopo ben 12 anni nella NBA.

Mike Conley, sarà All-Star Game?

 

La competizione ad ovest per un posto tra i migliori 24 giocatori della lega è davvero “stiff”, serrata – come cantavano i Cheap Trick nel 1978. Talmente affollata risulta la Western Conference da permettersi di escludere una tra le 10 migliori point guard della NBA da ormai diversi anni.

Mike Conley ha rivelato a Michael Lee di The Athletic di tenere particolarmente a ricevere gli onori destinati ad un All-Star NBA, specie dopo un inizio di stagione tanto solido.

Io cerco di guadagnarmi il rispetto e la considerazione di tutti. Quando diventi un All-Star e puoi citare tale menzione sul tuo curriculum, la gente improvvisamente si accorge di te e dice ‘ora è diventato bravo’. Ma se non ce l’hai, pare che tu non abbia mai combinato nulla di buono, ci sarà sempre qualcuno più bravo di te. Sto cercando di rompere la campana di vetro sotto la quale sono stato messo. E’ qualcosa che diventa un po’ frustrante, man mano che gli anni passano. Ho 31 anni, sono nella NBA da 12, sono arrivato ad un punto in cui so che la mia carriera finirà, presto o tardi (…) e quando mi guardo indietro, guardo a tutto quello che ho costruito durante la mia carriera, e vedo certe occasioni sfumate… è una sensazione che per un po’ di tempo mi ha accompagnato

Kanter su LeBron: “Con lui all’ASG? Chiederei la trade”

Enes Kanter-New York Knicks-LeBron James:

Storie tese tra il giocatore dei Knicks e il Re, ma questa volta Kanter su LeBron spende parole poco graffianti, si limita a scherzare con il leader dei Cavs.

Dato il recente infortunio alla mano di Kevin Love, Adam Silver dovrà occuparsi di trovare un giocatore che possa sostituire il centro dei Cavs. Stando ai numeri riportati dalle preselezioni, Enes Kanter aveva un indice di gradimento molto elevato, sia tra il pubblico che tra i giocatori.

Adam Silver potrà comunque decidere autonomamente se seguire un ordine “gerarchico” oppure scegliere un altro tipo di giocatore da aggiungere al Team LeBron.

Questa uscita scherzosa di Kanter su LeBron James ha un antefatto. La dichiarazione che il Re rilasciò alcuni mesi fa criticando il front office dei Knicks per aver scelto al draft Frank Ntilikina invece he Dennis Smith Jr non passarono inosservate.

Queste parole infastidirono non poco Kanter. Tutto questo venne alimentato da un post di LeBron che si celebrava sui social come “Re di New York”, dopo aver rimontato la partita del Madison. Risposta secca di Kanter che nominò Re di New York il suo compagno Porzingis.

Kanter su LeBron ha sempre e comunque speso parole di elogio, riconoscendo a lui di essere tra i più grandi, ma non ha nemmeno fatto mancare le frecciatine nei confronti di James. L’ultimo episodio è stato il tweet riguardo la rovinosa sconfitta dei Cavs contro OKC, quella dei 148 punti subiti.

Le parole di Kanter su Lebron e l’ASG

Dopo lo scontro social, nella giornata di ieri, il giocatore turco scherza riguardo la sua possibile convocazione all’All Star Game in sostituzione di Kevin Love. Queste le sue parole a Ian Begley di ESPN:

Potrei chiedere una trade. Se succede, succede. Nel caso, andrò a rompere. Ho intenzione di tifare per (Kristaps Porzingis).

La decisione di Adam Silver avverà nella giornata odierna e si scoprirà se davvero la scelta ricadrà sul turco, oppure possibili profili come Kemba Walker o Goran Dragic.

NBA All Star Game: 7 “snobbati” eccellenti

NBA All Star Game-Chris Paul infortunio

L’NBA All Star Game è una partita spettacolare, non dagli alti contenuti tattici, delle grandi difese (almeno negli ultimi anni): è semplicemente un modo per dare ulteriore spettacolo ai fans. Per questo lato ludico e di divertimento i giocatori ci tengono ad essere selezionati per questa partita. Come ogni anno sono stati esclusi alcuni giocatori che stanno disputando una stagione più che positiva, andiamo a vedere chi sono i giocatori esclusi dall’NBA All Star Game 2018:

C.J. McCollum

La guardia dei Portland Trail Blazers sta dimostrando ormai da tempo di essere un All Star a tutti gli effetti, migliorando giorno dopo giorno il suo gioco offensivo e acquistando sempre più sicurezza nei suoi mezzi. Insieme a Lillard è il leader della sua squadra e stanno portando i Trail Blazers al settimo posto nella Western Conference, rispettando dunque le attese; inoltre le sue statistiche sono ottime, visto che viaggia a 21.5 punti di media per partita, conditi da 3.3 assist e 4 rimbalzi di media, effettuando anche un recupero a partita. McCollum è cresciuto anche sotto l’aspetto della leadership e della personalità, visto che si prende ben 18.2 tiri a partita, mai come quest’anno e ne realizza anche il 45%, con anche il 42% da oltre l’arco. Insomma, cifre potenzialmente da All Star, ma avrà sicuramente tempo per prendersi la sua rivincita.

 Kemba Walker

Kemba Walker sta disputando un’ottima stagione, ma è stato escluso dalla partita All Star; paga sicuramente la brutta stagione almeno fino a questo momento dei suoi Charlotte Hornets, situati all’undicesimo posto nella modesta Eastern Conference con un record di 20 vinte e 28 perse. Nonostante ciò il playmaker della franchigia di Michael Jordan sta sfornando ottime prestazioni, con ben 22.1 punti, 5.8 assist e 3.5 rimbalzi di media per partita, rubando anche di media 1.2 palle ai suoi avversari. Kemba è sicuramente la stella degli Hornets e per lui ci sono rumors di trade viste le poche ambizioni della squadra di Charlotte.

Devin Booker

Il numero 1 dei Phoenix Suns è senza dubbio uno degli esclusi dalla partita All Star più importanti, vista la stagione superlativa che sta disputando fino a questo momento. I suoi Suns stanno faticando moltissimo in stagione, visto che sono tredicesimi ad ovest con un record di 17 vinte e 33 perse, ma Booker si sta sicuramente facendo notare già dalla passata stagione: la guardia americana infatti viaggia con 24.7 punti, 4.8 assist e 4.5 rimbalzi di media e tira con quasi il 44% dal campo con 18.8 tiri a partita. Booker è un realizzatore micidiale ed infatti in ben 13 partite ha superato i 30 punti, che gli permettono così di essere l’ottavo miglior realizzatore di tutta la NBA.

Ben Simmons

Il rookie dei Philadelphia 76ers sta dominando la corsa al premio rookie of the year nonostante ci sia una concorrenza agguerrita con ad esempio Donovan Mitchell, Jayson Tatum e via dicendo, ma ciò non è bastato per essere selezionato per la partita All Star; l’ala dei 76ers sta viaggiando con 16.6 punti, 7.9 rimbalzi e 7.4 assist di media per partita, tirando con il 52% dal campo. L’ultimo rookie a concludere la stagione con almeno 16 punti, 7 rimbalzi e 7 assist fu Magic Johnson nella stagione 79/80. Inoltre Simmons è anche uno dei motivi principali del successo dei suoi 76ers, visto che si trovano all’ottavo posto ad est.

Chris Paul

Il playmaker degli Houston Rockets è forse il principale escluso dalla partita All Star, visto che insieme ad Harden e compagni sta portando la sua squadra verso un testa a testa contro i Golden State Warriors per il primo posto ad ovest. Chris Paul sta viaggiando con 19.4 punti, 8.6 assist e 5.7 rimbalzi, rubando anche quasi 2 palle a partita e tirando con il 46% dal campo e il 40% da 3 punti, prendendosi quasi 7 triple a partita (mai come quest’anno). A 32 anni sta dimostrando di essere ancora uno dei migliori playmaker della lega, paga forse l’aver disputato fino ad ora solamente 31 partite per via di un infortunio e l’aver avuto bisogno di qualche partita prima di ambientarsi a Houston.

Lou Williams

Lou Williams sta avendo una stagione pazzesca e che sicuramente avrebbe meritato una convocazione all’All Star Game. Si sta dimostrando la rivelazione dell’anno, perchè mai come quest’anno aveva avuto un impatto così importante nelle partite: infatti la guardia dei Clippers sta viaggiando con 23.5 punti, 5.2 assist e 2.5 rimbalzi e tirando da 3 punti con quasi il 40%. I Clippers si trovano al nono posto ad ovest grazie soprattutto a Lou Williams, visti anche i tanti infortuni che hanno subito i loro giocatori principali.

Andre Drummond

Il centro dei Detroit Pistons sta avendo forse la sua miglior stagione in NBA, viaggiando con una super doppia doppia di media da 14.7 punti e 15.1 rimbalzi di media a partita, conditi anche da quasi 4 assist, 1.4 palle rubate e 1.5 stoppate. Drummond è sicuramente il motivo principale per cui i suoi Pistons sono noni ad est e quindi ampiamente in corsa per i Playoff ed ha anche notevolmente migliorato il suo rapporto con i tiri liberi, passando dal tirarli con il 38% a tirarli con il 62%. Ha trovato finalmente una buona continuità ed ora avrà anche Blake Griffin al suo fianco….

 

Three Points – Cosa resterà di questo All Star Weekend?

Questa edizione di ‘Three Points’ arriva al termine di una settimana senza partite NBA, ma non per questo povera di spunti. Se la pausa per l’All Star Weekend ha regalato ai giocatori una settimana di vacanza, il lavoro fuori dal parquet è proseguito con più fervore che mai, in vista della trade deadline di ieri. In attesa di tuffarci a capofitto nell’infuocata corsa ai playoff, andiamo ad analizzare tre argomenti ‘caldi’ degli ultimi sette giorni. Let’s go!

 

1 – Cosa resterà di questo All Star Weekend?

Anthony Davis alza il trofeo di All Star Game MVP; per lui anche il record assoluto di punti realizzati (52)
Anthony Davis alza il trofeo di All Star Game MVP; per lui anche il record assoluto di punti realizzati (52)

“E così, anche il sabato è andato così…” diceva una delle più belle canzoni di Luciano Ligabue. Un altro All Star Weekend è passato agli archivi tra musica, spettacolo e, negli intermezzi, qualche sprazzo di pallacanestro.
Partendo dai doverosi presupposti sciorinati la scorsa settimana, cerchiamo di fare un resoconto di quanto accaduto in quel di New Orleans, vero e proprio centro del mondo cestistico di questi ultimi giorni.

C’è solo una partita, durante l’anno, meno competitiva della tradizionale sfid…ehm, esibizione tra Ovest ed Est: il Rising Stars Challenge. Se a molti può dar fastidio l’atteggiamento tenuto in campo la domenica da superstar affermate e pluridecorate, cosa si può pensare allora vedendo un gruppo di ventenni appena usciti da scuola (letteralmente, visto che molti di loro due anni fa erano al liceo) fare su e giù per il campo tentando le giocate più assurde?
L’unico vero motivo per seguire questo incontro è vedere questi giovanissimi fenomeni dare prova del loro talento in un contesto più importante del solito, almeno dal punto di vista mediatico. Ecco allora l’esaltazione dell’atletismo di giocatori come Jonathon Simmons, Marquese Chriss o Dante Exum (finora piuttosto ‘quieto’ con la maglia degli Utah Jazz), delle abilità balistiche di Devin Booker e dei trucchi da playground di D’Angelo Russell, per finire con le clamorose doti di passatore di Nikola Jokic, astro nascente dei Denver Nuggets (che venerdì notte non avrebbe tirato nemmeno sotto tortura). A proposito di Nuggets, l’MVP della serata è stato Jamal Murray, autore di un vero e proprio ‘bombardamento’ culminato nell’unico momento di ‘simil-competizione’ dell’ncontro (durato 2 o 3 minuti, niente di più). Ad insidiarlo per la conquista del premio un altro componente del ‘Team World’, quel Buddy Hield ancora ignaro di stare disputando l’ultima partita nella ‘sua’ New Orleans. Il match del venerdì è stato una nuova occasione per vedere di fronte Karl-Anthony Towns e Kristaps Porzingis, due assoluti fuoriclasse che, presto o tardi (presumibilmente già l’anno prossimo), si troveranno di fronte anche nel main event del fine settimana. Così come per la gar…ehm, lo show della domenica, il valore assoluto di questo evento aumenterà con il passare degli anni. Chissà mai che, in futuro, non andremo a recuperare il filmato di questa partita per rivivere l’ingresso nell’elite NBA dei dominatori di domani.
Piccola nota a margine per Brandon Ingram. La giovanissima ala dei Los Angeles Lakers, sebbene si trovasse in un contesto più ‘festaiolo’ che agonistico, è rimasto quasi volutamente nell’ombra. Uno, due tiri al massimo (mentre al suo fianco Hield e Murray avrebbero scaraventato verso il canestro anche gli spettatori più vicini), grossolani errori nel passaggio, un evidente disagio. L’unico suo lampo, forse involontario, è stata un’inaspettata rivelazione al microfono del bordocampista: “Sai, D’Angelo (Russell, ndr) non è uno che passa troppo il pallone…”. E’ vero che avrà modo e soprattutto tempo per mettersi in luce in gialloviola; si può tranquillamente affermare, però, che il suo ingresso nella lega avrebbe potuto essere dei migliori.

L’All Star Saturday è stato piuttosto incolore. Certo, fare meglio delle ultime edizioni della gara di tiro da tre punti (con le prodezze degli ‘Splash Brothers’) e, soprattutto, del memorabile Slam Dunk Contest 2016 (con l’epico duello finale tra Aaron Gordon e Zach LaVine) era obiettivamente impossibile; durante il sabato appena trascorso, però, l’entertainment si è visto più che altro fuori dal campo. Con tutta la stima per Glenn Robinson III e per Derrick Jones Jr. (il quale ha ostentato una sicurezza rara per un neo-ventenne), la loro esibizione ha messo a nudo la dura realtà: salvo eccezioni come l’epocale edizione 2016, la gara delle schiacciate rischia di aver fatto il suo tempo. Sembra arrivato il momento di escogitare qualcosa di nuovo.

P.S. ormai anche chi non segue il basket ha afferrato il concetto secondo cui il gioco sta cambiando e anche i lunghi possono portare palla e tirare da tre punti; non è indispensabile organizzare tutta quella pantomima!

Se fino a questo punto sono stato piuttosto d’accordo con le critiche riservate all’ultimo All Star Weekend, mi trovo invece a dissentire vigorosamente su molto di quanto letto in questi giorni riguardo allo ‘showdown’ della domenica sera.
Per parlare di un evento come di una ‘delusione’ è strettamente necessario esserci arrivati con un certo tipo di aspettative. Diciamoci la verità: qualcuno pensava di vedere a New Orleans un remake di Gara-7 delle scorse Finals?
L’All Star Game è andato esattamente come bisognava aspettarselo. C’è chi lo ha vissuto più intensamente degli altri, come Giannis Antetokounmpo (preda di una contagiosa esaltazione per il primo ASG in carriera), Russell Westbrook (che non giocherebbe sotto al 100% nemmeno a scala 40) e l’MVP Anthony Davis, osservato speciale in quanto ‘padrone di casa’. Per quest’ultimo è arrivato anche il record all-time di punti realizzati (52, stracciando i 42 di tale Wilt Chamberlain). Chiaro, quando la tua squadra ne realizza 192 e tutti (tranne Westbrook!) giocano per farti segnare, tutto è relativo, ma i complimenti al Monociglio per averci regalato qualcosa da ricordare sono comunque doverosi.

Eccezion fatta per i nomi già citati, è stata la solita ‘scampagnata’ tra amici, con quelli più a loro agio (vedi un LeBron James in campo per pochissimi, ma intensi minuti), quelli palesemente fuori posto (consiglio vivamente di rivedere il match cercando ogni volta la faccia di Kawhi Leonard) e quelli che invece avevano la testa altrove (DeMarcus Cousins, su cui torneremo più avanti). La poca competitività (il più grande eufemismo di sempre) della serata è stata magistralmente sottolineata dai colpi di genio di due futuri stand-up comedians: Kyrie Irving e Stephen Curry. Il playmaker dei Cleveland Cavaliers si è esibito in una splendida (e passata praticamente inosservata) rimessa in favore degli avversari (già che ci siamo…), mentre il due volte MVP, ‘spaventato’ dalla furia distruttiva di Antetokounmpo, ha deciso di fingersi morto e regalarci il momento clou della serata:

https://www.youtube.com/watch?v=gtFvHkwfbFw

Questi due episodi non sono stati altro che una satira bella e buona su quello che effettivamente è diventato (o è sempre stato?) l’All Star Game: un susseguirsi di alley-oop e tiri da distanze siderali, accompagnato da balletti e risate d’ordinanza. A lunghi tratti, non proprio il massimo dello spettacolo.
Ed ecco che arriviamo al nodo della questione: come ‘salvare’ l’All Star Game?
Certamente saremo in moltissimi (tra cui azzarderei a inserire Adam Silver) a non voler vedere mai più la ‘farsa’ inscenata dalle due formazioni, ben lontana dalle reali possibilità dei migliori cestisti del pianeta. Le soluzioni proposte dalle più disparate fonti, però, appaiono francamente irrealizzabili ed illogiche. Perché mai assegnare il fattore campo nelle Finals, rendendo di fatto inutili gli sforzi delle trenta franchigie nella ben più significativa regular season? Peggio ancora, per quale motivo la lega dovrebbe staccare un bell’assegno da 500.000 dollari ad ogni membro del team vincente? Gonfiare ulteriormente le tasche di atleti multimilionari sarebbe il modo più deplorevole in assoluto per utilizzare tali somme. Perché, piuttosto, non proporre di organizzare il successivo All Star Weekend in una delle città della Conference vincente? E’ un’idea buttata lì; anche se minima, sarebbe pur sempre un ‘scossa’. Di certo Silver e soci si trovano di fronte a un dilemma piuttosto spinoso.

Tra i momenti da ricordare nella serata dello Smoothie King Center, a parte gli sketch di Irving & Curry e le feroci ‘inchiodate’ di Giannino, potremmo annoverare la schiacciata di DeAndre Jordan su alzata al tabellone di Westbrook (che ha fatto tremare anche il televisore) e, senza alcun dubbio, il dai-e-vai Westbrook-Durant-Westbrook, con tanto di festeggiamento dei compagni in panchina. Alla fine è stata l’unica interazione tra i due protagonisti più attesi del weekend, ma l’ ‘effetto scenico’ di quella giocata è assolutamente innegabile.
In chiusura, una nota di merito per lo spettacolo che ha accompagnato la domenica delle stelle. Non tanto per John Legend, sulla cui eccellenza non ci sono mai stati dubbi, quanto per il magnifico pezzo con cui The Roots hanno aperto la serata e dato il via all’introduzione delle squadre. Senza rinunciare alla ‘tamarraggine’ richiesta dall’occasione, il gruppo ha lanciato un chiaro ed efficace messaggio (che dovrebbe essere assimilato per bene da chiunque si diletti ad analizzare lo sport) sul concetto di ‘Evolution Of Greatness’: non si potrà mai dire se sia stata meglio questa o quell’altra epoca, poiché ognuna è l’evoluzione di quella precedente. Chapeau.

 

2 – Monsters & Co.

DeMarcus Cousins con i nuovi compagni a New Orleans: Jrue Holiday (a sinistra) e Anthony Davis
DeMarcus Cousins con i nuovi compagni a New Orleans: Jrue Holiday (a sinistra) e Anthony Davis

Un weekend delle stelle tutt’altro che indimenticabile che si è però concluso col botto, ovvero con l’annuncio del passaggio di DeMarcus Cousins ai New Orleans Pelicans. Una notizia comunicata ad un sorpreso Cousins proprio di fronte alle telecamere, pochi minuti dopo la fine delle ‘ostilità’ sul parquet dello Smoothie King Center, da quel momento nuova ‘casa’ del fenomenale centro.

Un colpo di tale importanza finisce indubbiamente per ridisegnare lo scenario della Western Conference, almeno per quel che riguarda la corsa all’ottavo posto.
I Pelicans, attualmente undicesimi (a due partite mezza di distanza da Denver), si ritrovano con un frontcourt dallo sconfinato potenziale, formato da Cousins e dall’All Star Game MVP Anthony Davis. Sul piano individuale parliamo di fatto dei migliori ‘big men’ della lega, entrambi all’apice della carriera. Due autentici ‘mostri’ che stanno riscrivendo partita dopo partita il concetto di ‘lungo NBA’: oltre al sovrannaturale atletismo, infatti, AD e DMC possono vantare un repertorio offensivo pressoché illimitato (impreziosito da un tiro da tre punti in costante miglioramento) e un controllo dei movimenti fino a poco tempo fa sconosciuto a giocatori delle loro dimensioni (come ha tenuto a ricordarci lo Skills Challenge di sabato scorso).

Il grande punto interrogativo, però, riguarda la possibile coesistenza dei due in quel di NOLA.
Dal punto di vista tattico i due sono teoricamente compatibili; l’arrivo di ‘Boogie’ comporterà un utilizzo pressoché costante di Davis come ala grande, con conseguenti incubi causati alle difese avversarie. E’ piuttosto l’incendiario carattere di Cousins a far sorgere i maggiori dubbi. I suoi inqualificabili atteggiamenti da ‘superstar capricciosa’ hanno condizionato pesantemente la storia recente dei Sacramento Kings. Sarà in grado di accettare il ruolo di ‘co-protagonista’, oppure il suo gigantesco ego finirà col far implodere la situazione anche in Louisiana? Lo scopriremo molto presto. Quel che è certo è che il Monociglio ha finalmente l’occasione di giocare di fianco ad un altro All Star, dopo quattro stagioni e mezza passate a ‘predicare nel deserto’. Se tutto dovesse funzionare per il meglio, potremmo trovarci di fronte ad una versione evoluta delle twin towers, schierate da Houston prima (Sampson-Olajuwon) e da San Antonio poi (Robinson-Duncan). Evolution Of Greatness, dicevamo poco fa…
Poi, ovviamente, ci sarebbe bisogno di una squadra intorno. Per arrivare a Cousins, la dirigenza Pelicans ha spedito a Sacramento un tris di esterni composto da Tyreke Evans (di ritorno alla squadra che lo lanciò), Langston Galloway e Buddy Hield (rookie che stava iniziando ad ‘ingranare’ dopo un inizio difficile). I soli Jrue Holiday e Tim Frazier non sembrano abbastanza per poter ambire a qualcosa di più di un primo turno playoff. Senza ulteriori aggiustamenti, i sogni di gloria rischiano di essere rimandati alla prossima stagione.

Se in casa Pelicans prevalgono l’entusiasmo e la curiosità, la situazione a Sacramento è tutt’altro che rosea. Il general manager Vlade Divac è finito sul banco degli imputati per aver lasciato partire l’unica star dei Kings dai tempi di Chris Webber senza ottenere in cambio una contropartita adeguata. Effettivamente due scelte al draft (una al primo e una al secondo giro) e tre ‘comprimari’ non sono proprio il massimo, considerato il valore del giocatore trasferito (Cousins, tre volte All Star, stava viaggiando a una media di 27.8 punti e 10.7 rimbalzi di media). La giustificazione di Divac (in sostanza: “abbiamo dovuto accettare per non perdere l’occasione di scambiarlo”) non è sicuramente indice di un’acuta pianificazione, ma è tutto sommato condivisibile. Aldilà dei molteplici rumors, erano davvero pochissime le squadre disposte a ‘svenarsi’ per assoldare un elemento tanto problematico. I Pelicans hanno tentato l’all-in, e Divac ha deciso di chiudere una volta per tutte l’era di DMC a Sacramento. Deve essere proprio questo il principale motivo di sollievo in casa Kings. In quasi sette anni di permanenza in California, Cousins non si è mai dimostrato in grado di poter guidare la franchigia ai playoff. Anzi, la sua fama da ‘bullo’ ha tenuto alla larga i vari free-agent un’estate dopo l’altra. Era lampante che il futuro della squadra e quello del centro non avrebbero più dovuto coincidere. Oltretutto, grazie al nuovo accordo collettivo, DMC rischiava di tenere sotto scacco la franchigia anche per gli anni a venire, con lo spettro di un astronomico contratto da oltre 200 milioni di dollari. Ora le ambizioni da playoff dei californiani vengono definitivamente abbandonate. La (ri?)salita sarà probabilmente lunga, molto lunga ma, come cantavano gli Smiths, questo era decisamente un “Good time for a change…”.

 

3 – Tanti rumors per nulla

Nerlens Noel, passato da Philadelphia a Dallas nelle ultime ore di mercato
Nerlens Noel, passato da Philadelphia a Dallas nelle ultime ore di mercato

L’affare Cousins sembrava solo l’inizio di una scoppiettante settimana di mercato che avrebbe dovuto sconvolgere gli equilibri della lega. Una volta raggiunta la trade deadline, invece, la quasi totalità degli innumerevoli rumors si è risolta in un nulla di fatto.

La trattativa più importante delle ultime ore è stata quella che ruotava intorno a Paul George. In particolare, Denver Nuggets e Boston Celtics pare abbiano presentato offerte molto interessanti agli Indiana Pacers per convincerli a cedere la loro stella. I Celtics, indiscussi protagonisti delle voci di mercato di queste settimane, hanno messo sul piatto anche l’ambita scelta dei Brooklyn Nets al prossimo, ricchissimo draft (scelta che, con ogni probabilità, sarà fra le prime tre assolute), ma Larry Bird e soci hanno preferito declinare, almeno per il momento. Difficile pensare, infatti, che il discorso su PG13 non possa riprendere a giugno, quando l’effettiva posizione della chiamata di Boston sarà stata ufficializzata dalla draft lottery. Una scelta che, prima o poi, Danny Ainge e colleghi finiranno per scambiare. I pezzi più pregiati del draft 2017 sono delle point guard, ruolo che ai Celtics è ricoperto alla grande da Isaiah Thomas. Francamente, sarebbe poco saggio privarsi di IT, il miglior esempio possibile di come il contesto possa fare la differenza tra un ottimo giocatore e un candidato MVP. Boston ha l’occasione di provare a vincere (o quantomeno a sorprendere Cleveland) nel breve termine; affidare la franchigia ad una giovane promessa (viste anche le difficoltà mostrate dai rookie di quest’anno) potrebbe far passare il treno buono.

Paul George resta dov’è, dunque, e come lui Jimmy Butler e Carmelo Anthony, gli altri All Star in odore di trade. Nulla di fatto anche per le chiacchierate trattative che avrebbero dovuto far cambiare squadra a Derrick Rose, Andre Drummond, Danilo Gallinari e Jahlil Okafor. Quest’ultimo era indicato da tempo come il giocatore ‘sacrificabile’ dell’affollato reparto lunghi dei Phialdelphia 76ers; a poche ore dalla deadline, però, a muoversi è stato Nerlens Noel, alla faccia di qualsiasi indiscrezione. Il centro, sesta chiamata assoluta al draft 2013, è passato ai Dallas Mavericks in cambio di Justin Anderson, Andrew Bogut (che verrà tagliato) e una prima scelta futura. Tutto sommato una buona mossa soprattutto per i Mavs, che si rinforzano sotto canestro e ringiovaniscono il roster, ora decisamente più futuribile.
Lo ‘sfoltimento’ a Philadelphia era iniziato con la cessione di Ersan Ilyasova agli Atlanta Hawks. Il turco stava disputando un’ottima stagione, ma in estate diventerà free agent. Dalla sua partenza, Phila ha ricavato Tiago Splitter (probabilmente verso il taglio) e l’ennesima seconda scelta (saranno quattro a giugno, più una al primo giro).

Tra gli scambi più significativi di questi ultimi giorni c’è sicuramente quello che ha portato Lou Williams agli Houston Rockets in cambio di Corey Brewer e di una scelta al primo giro al prossimo draft. Una trade da cui escono abbastanza bene entrambe le franchigie. Houston aggiunge una letale ‘arma da fuoco’ al suo arsenale (Williams viaggia a 18.7 punti di media in stagione), mentre i Lakers si liberano di un giocatore superfluo per le loro ambizioni e accumulano scelte per proseguire la lunga risalita ai vertici.
Da segnalare una serie di movimenti interessanti (ed è davvero sorprendente scriverlo) da parte dei Brooklyn Nets, che cercano disperatamente uno spiraglio per accelerare un minimo la lunghissima ricostruzione. Se Brook Lopez è rimasto (almeno per il momento; molto probabile che parta nel corso dell’anno), l’unico altro giocatore con valore di mercato, Bojan Bogtdanovic, è stato spedito ai Washington Wizards (che rinforzano finalmente la loro panchina) in cambio di Marcus Thornton, Andrew Nicholson e una prima scelta 2017. Una contropartita che permetterà ai Nets di fare un po’di ‘pulizia’ per dare spazio ai giovani (Thornton verrà tagliato). Successivamente, a Brooklyn è arrivato anche K.J. McDaniels, un giocatore che aveva iniziato molto bene la carriera NBA a Philadelphia per poi sparire dai radar a Houston. In un contesto come quello dei Nets, K.J. avrà l’occasione di tornare a mettersi in luce.
Ottima ‘sessione invernale’ per i Toronto Raptors, che rinforzano ulteriormente il reparto ali, vero punto debole del roster. Dopo aver messo sotto contratto Serge Ibaka, infatti, i canadesi si sono aggiudicati anche P.J. Tucker, arrivato dai Phoenix Suns per Jared Sullinger e due scelte future. Una vera e propria boccata d’ossigeno, per una squadra in visibile calo come Toronto.

I ‘vincitori morali’ delle ultimissime ore di mercato, però, sono gli Oklahoma City Thunder, che con un vero e proprio ‘furto’ hanno portato via da Chicago Doug McDermott e Taj Gibson. Due ottimi rinforzi in vista dei playoff, dove il cortissimo roster dei Thunder non avrebbe sicuramente retto il confronto con quelli dei top team dell’Ovest. Davvero inspiegabile, dall’altra parte, la scelta della dirigenza Bulls, che si priva di due giocatori di sicuro valore (e di una seconda scelta 2018) per ricevere in cambio Cameron Payne, Anthony Morrow e Jeoffrey Lauvergne. Una mossa apparentemente inutile per qualsivoglia obiettivo, che sia esso arrivare (e fare strada) ai playoff oppure smantellare e ricostruire. E’ proprio la mancanza di obiettivi chiari il principale problema a Chicago. Butler è rimasto, Rajon Rondo (per ora) non si è mosso, così come Nikola Mirotic e Robin Lopez, altri giocatori indicati come possibili partenti. La situazione è sempre più pericolosa; diventare una contender è impensabile, ripartire da zero molto difficile. Che fare?

Terminato lo spazio disponibile per gli scambi, inizia ora la caccia ai free agent. Alcuni dei giocatori non scambiati saranno liberati dalle rispettive squadre e potranno così accasarsi altrove. Il nome più appetibile in circolazione è quello di Deron Williams, tagliato dai Dallas Mavericks, L’ex All Star sembra destinato ad unirsi a LeBron James e ai suoi Cavs per dare la caccia al titolo NBA. Gli altri pezzi pregiati attualmente disponibili sono Terrence Jones, protagonista di una buonissima stagione a New Orleans ma chiuso dall’arrivo di DeMarcus Cousins, e lo stesso Bogut, sempre che riesca a recuperare una forma quantomeno accettabile.

Three Points – All Star Game, l’importante è partecipare

Il weekend dell’All Star Game è finalmente arrivato. Per tre giorni, New Orleans sarà la capitale mondiale della pallacanestro, con i migliori giocatori del globo riuniti a dare spettacolo nella cornice dello Smoothie King Center. L’edizione di questa settimana di ‘Three Points’ non può che partire dall’imminente evento, dunque. Ci sarà comunque spazio per l’attesissimo ritorno di Kevin Durant ad Oklahoma City e per i primi colpi di mercato di questa sessione invernale. Si comincia!

 

1 – L’importante è partecipare

Kobe Bryant e LeBron James, avversari all'All Star Game 2016
Kobe Bryant e LeBron James, avversari all’All Star Game 2016

Un modo di dire che non si associa molto spesso ad un mondo ultra-competitivo come quello del basket NBA. Eppure è la frase che meglio rappresenta il concetto di All Star Game. La tradizionale partita tra Western ed Eastern Conference è, salvo rarissime eccezioni, la gara meno competitiva dell’anno. Senza niente in palio, l’intensità e l’agonismo non possono che lasciare spazio ad un mero susseguirsi di virtuosismi individuali, con buona pace di concetti come “difesa”.
Se da una parte lo spettacolo non è sempre dei più gradevoli (fa quasi male pensare a cosa potremmo vedere in una partita ‘seria’ tra i migliori giocatori del pianeta), è anche vero che difficilmente i giocatori e le franchigie coinvolte accetterebbero il rischio del benché minimo infortunio.
Così è, dunque, e così sarà. Poco male; ci sono comunque mille motivi per gustarsi ed apprezzare un appuntamento come questo.

Nella gara delle stelle, l’importante non è vincere, ma esserci. Per alcuni dei 24 giocatori convocati l’All Star Weekend è semplicemente una ‘vacanza’ all’insegna del glamour e del marketing; per qualcun altro, però, il semplice fatto di indossare una di quelle maglie con la scritta WEST o EAST è il coronamento di una carriera, nonché un’occasione unica e forse irripetibile per mettersi in mostra agli occhi del grande pubblico.
Una luccicante vetrina per alcuni talenti, ma anche per la NBA stessa. Tradizionalmente, il weekend delle stelle è l’appuntamento più ‘mondano’ della stagione. Tra la moltitudine di eventi promozionali correlati alle varie gare e la presenza, ogni anno, di qualche super-ospite (da chi viene invitato per cantare l’inno nazionale a chi semplicemente si gode la partita dagli spalti), lo spettacolo della lega di pallacanestro americana raggiunge un numero di persone decisamente più elevato rispetto ad un normale incontro, per quanto importante possa essere.

Tutta una questione di entertainment, dunque? Soprattutto. Ma, per fortuna, non solo. L’All Star Game rappresenta innanzitutto una ‘panoramica’ sul meglio che la NBA ha da offrire attualmente. Provate a rivedervi un’edizione di dieci, quindici, venti anni fa; vi ritroverete a pronunciare frasi come “Mamma mia, che giocatore che era Marbury…”, oppure “Tom Gugliotta all’ASG?? L’avevo rimosso!”. Lo stesso succederà quando, in un futuro più o meno lontano, mostrerete ai vostri figli la partita di quest’anno. “No, non è un film della Marvel, quelli  si chiamano LeBron James e Kevin Durant!”, o ancora “Fidati! E’ assolutamente ‘normale’ che il numero 0 abbia appena schiacciato in testa a gente alta il doppio di lui!”. Un vero e proprio specchio sullo stato attuale della lega e sui suoi protagonisti.

La sfida tra Est ed Ovest mette faccia a faccia superstar che potrebbero non affrontarsi mai alle NBA Finals (per quanti anni abbiamo atteso inutilmente un duello Kobe-LeBron per il titolo?). Certo, l’agonismo dell’uno e dell’altro contesto non saranno mai paragonabili, però, in caso di un finale di partita equilibrato, una sfida tipo Bryant-Garnett-Duncan contro Iverson- Jordan-McGrady (2003) non sarebbe proprio spazzatura…
Bene che vada, poi, potremmo anche assistere a qualcosa di memorabile. Magari non come nel 1992 (ritorno in campo di Magic Johnson), 2003 (ultimo ASG di Michael Jordan) o 2016 (ritiro di Kobe Bryant), ma sono tanti i fattori, nascosti tra le righe di un evento del genere, che potrebbero lasciarci qualcosa da ricordare. Prendiamo come esempio l’edizione del 1985, passata alla storia per il presunto ‘boicottaggio’ orchestrato da Isiah Thomas ai danni del rookie Michael Jordan (il cosiddetto “freezeout game”). Anche la gara di quest’anno vedrà diversi ‘incroci pericolosi’: da LeBron James contro Draymond Green alla ‘convivenza forzata’ tra Russell Westbrook e Kevin Durant… Siete pronti?

 

2 – Manifesta superiorità

Kevin Durant (#35) contro Russell Westbrook (#0)
Kevin Durant (#35) contro Russell Westbrook (#0)

A proposito di Westbrook e Durant… Per apparecchiare la tavola a dovere, i vertici della lega hanno ‘malignamente’ organizzato il ritorno di KD ad Oklahoma City a pochi giorni di distanza dall’All Star Weekend. Quanto avvenuto nel corso della partita più attesa di questa regular season si può benissimo riassumere nel seguente scambio di battute tra i due ex compagni, avvenuto a gioco fermo:

RW – “I’m coming, Kevin!”
KD – “That’s cool. You’re still losing.”

Due approcci diametralmente opposti alla ‘spinosa’ diatriba, che finiscono inevitabilmente per schiacciare il fenomeno dei Thunder e, allo stesso tempo, far vincere il ‘match’ a Durant per manifesta superiorità. Se da un lato è comprensibile (anche se non pienamente condivisibile) il ‘teatrino’ messo in piedi dai tifosi di casa, dall’altro è assolutamente inqualificabile il comportamento tenuto dal leader della squadra. Attenzione: il comportamento tenuto in campo, ovvero l’unico analizzabile e giudicabile in queste righe.

Doverosa premessa: chi scrive è un assiduo fan di Russell Westbrook fin dai suoi esordi, quando ancora in pochi erano abituati a vederlo strapazzare i ferri di mezza America. Detto ciò, episodi come le urla, le occhiatacce e i volontari spintoni nei confronti di Durant sono quanto di più lontano ci possa essere dal concetto di sport.
Le azioni di Westbrook vanno condannate alla stessa maniera in cui va condannato il brutto fallo di Andre Roberson, che poi è esattamente quello che fecero qualche settimana fa Draymond Green (su LeBron James) e Zaza Pachulia (sullo stesso Westbrook). In questo caso, però, si tratta di un giocatore che, a differenza dei due sopraccitati, avrebbe tutte le carte in regola per ‘parlare’ solo attraverso il campo. Un po’ come ha sempre fatto Durant, sia nella gara della Chesapeake Energy Arena (34 punti) che nelle due disputate ad Oakland (39 e 40 a referto). Un po’come aveva – in parte – già fatto Russell (47 punti, dopo la tripla-doppia ‘d’ordinanza’ nella gara del 18 gennaio). Invece il numero 0 ha preferito recitare la parte della ‘fidanzata tradita’ che si ostina a rinfacciare le colpe del suo ‘ex’ davanti al mondo intero. Il fatto che gli altri Thunder, su tutti Roberson ed Enes Kanter (già protagonista di un plateale battibecco con KD in quel di Oakland), lo abbiano seguito ciecamente è l’ennesima dimostrazione della mentalità perdente con cui OKC sta affrontando la dolorosa fase post-Durant.

Dal canto suo, il ‘grande traditore’ è sceso in campo con la solita, glaciale determinazione. Poche, pochissime parole (con l’eccezione di quello “You’re still losing” che sa tanto di sentenza), molti, moltissimi fatti e la consueta furia agonistica, con cui aveva già annichilito i Thunder negli incontri precedenti. Triple in transizione, fade-away, devastanti inchiodate; altri 34 punti, 130-114 Warriors e tanti saluti alla sua vecchia ‘famiglia’ e ai tifosi travestiti da cupcakes.
Non che ci volessero le parole di KD per evidenziare l’incolmabile divario fra una squadra da titolo e una da settimo / ottavo posto. In casi come questo, però, bisognerebbe proprio saper perdere…

 

3 – Trade deadline: i primi colpi

Serge Ibaka con la nuova maglia dei Toronto Raptors
Serge Ibaka con la nuova maglia dei Toronto Raptors

Con la trade deadline (la chiusura del ’mercato di riparazione’ NBA) fissata per giovedì 23 febbraio, gran parte delle manovre avverrà (se avverrà) la prossima settimana. Ciononostante, i primi colpi, seppur minori, sono già stati sparati, in un periodo dominato dagli innumerevoli ed immancabili rumors.

Ad aprire le danze ci hanno pensato i Cleveland Cavaliers, che hanno spedito ad Atlanta Mike Dunleavy, Mo Williams (poi tagliato dagli Hawks) e una prima scelta futura per regalare a LeBron James uno dei più grandi tiratori viventi: Kyle Korver. Sebbene non si tratti di un atleta nel fiore degli anni (36 anni a marzo), quella di Korver è un importantissima aggiunta per i campioni in carica. L’ex guardia di Sixers, Jazz e Bulls potrebbe rivelarsi per questi Cavs ciò che Ray Allen fu per i Miami Heat, ovvero un giocatore dalla grande esperienza capace di punire le difese nei momenti decisivi. In attesa di eventuali repliche del miracolo di ‘He Got Game’ alle NBA Finals 2013, Korver si sta godendo per bene i micidiali scarichi di King James per le sue uscite dai blocchi. Oltre che su di lui, coach Tyronn Lue può contare su una batteria di tiratori di primissimo livello: Channing Frye, Iman Shumpert e gli attualmente infortunati J.R. Smith e Kevin Love. Mica male, eh?
Per cercare di sopperire alla brutta tegola dello stop di Love, il general manager David Griffin e soci hanno messo sotto contratto anche Derrick Williams. Arrivato in NBA con la seconda scelta assoluta al draft 2011 (subito dietro a Kyrie Irving) e accompagnato da grandi aspettative, il prodotto da Arizona si è letteralmente ‘perso per strada’. Nelle sue prime cinque stagioni ha cambiato quattro squadre diverse, tutte abbastanza lontane dal potersi definire “il contesto giusto” (Minnesota, Sacramento, New York, Miami). Alla corte del Re ha finalmente l’opportunità di competere ad alti livelli, portando grande energia ed atletismo in uscita dalla panchina. In attesa del probabilissimo terzo atto delle Finals contro Golden State, due innesti come Korver e Williams servono come il pane ad una squadra finora troppo dipendente dalle magie dei ‘Big Three’.

Periodo piuttosto movimentato anche per due dei tre fratelli Plumlee (il terzo, Marshall, sembra destinato a rimanere ai New York Knicks). Il maggiore, Miles, è passato dai Milwaukee Bucks agli Charlotte Hornets, i quali hanno spedito nel Wisconsin Spencer Hawes e Roy Hibbert. Una trade tutto sommato misteriosa: l’ex giocatore di Duke è un eccellente atleta e può dare un grande contributo se inserito in un sistema a lui congeniale (vedi i Phoenix Suns, con cui disputò una grande stagione nel 2013/14), ma ha un contratto di 12 milioni fino al 2020. Valeva davvero la pena sacrificare ben due lunghi di rotazione, seppur lontani dal loro meglio? Dall’altra parte, i Bucks ne approfittano per liberare spazio salariale: Hibbert è in scadenza a fine anno, mentre Hawes (giocatore mai definitivamente esploso) avrà una player option la prossima estate.
Il fratellino Mason ha invece lasciato i Portland Trail Blazers per accasarsi ai Denver Nuggets, che in cambio hanno lasciato partite Jusuf Nurkic. La cessione di Plumlee è stato un colpo difficile da digerire per giocatori e tifosi dei Blazers, squadra con cui il centro stava disputando la miglior stagione in carriera. In compenso Nurkic, chiuso a Denver dall’esplosione di Nikola Jokic, avrà maggiore spazio in Oregon per mostrare il suo non indifferente talento.
Con l’arrivo di Mason, i Nuggets potranno contare su una coppia di lunghi giovane, talentuosa (sia Plumlee che Jokic sono degli eccellenti passatori) e dinamica con cui puntare con decisione ai playoff. Allo stesso tempo, di conseguenza, i giorni di Kenneth Faried in Colorado sembrano sempre più contati.

Il vero ‘botto’ di queste prime settimane di mercato, però, è stato lo scambio che ha portato Serge Ibaka ai Toronto Raptors e Terrence Ross (più una prima scelta al draft) agli Orlando Magic. Una trade apparentemente vantaggiosa per entrambe le franchigie. I Raptors, reduci da un pessimo inizio di 2017 (precipitati dal secondo al quinto posto ad Est), erano alla disperata ricerca di un giocatore con le sue caratteristiche. Oltre a confermare le ben note abilità difensive, infatti, Ibaka sta viaggiando alla miglior media punti in carriera, sebbene il suo inserimento ad Orlando non sia andato come previsto.
Il progetto dei Magic, che in estate avevano sovraffollato il reparto lunghi (Ibaka, Biyombo, Vucevic, Gordon) è chiaramente fallito sul nascere. La cessione dello spagnolo e la prima scelta ottenuta in cambio sono degli importanti tasselli per continuare (o meglio, ricominciare) il processo di ricostruzione. Ross in Florida troverà maggiore spazio (a Toronto era limitato dall’ingombrante presenza del miglior DeMar DeRozan di sempre) per esaltare le sue eccellenti doti realizzative, che lo hanno reso un ottimo sesto uomo per i Raptors e che ne fanno un potenziale titolare (magari giocando da ala piccola, con il ritorno di Aaron Gordon al prediletto ruolo da ‘4’) nella città di Disneyworld. Con i dovuti paragoni, è un po’ quello che successe una quindicina di anni fa ad un altro giovane swingman di belle speranze ed immenso atletismo, anch’egli passato da Toronto ad Orlando, dove esplose definitivamente. Il suo nome di battesimo era Tracy, forse qualcuno se lo ricorda…