Nba Paris Game 2020, ora è ufficiale: sarà Charlotte vs Milwaukee

Nba Paris Game 2020, ora è ufficiale: sarà Charlotte vs Milwaukee

Nba Paris Game 2020 ufficializzata in queste ultime ore dalla Nba. Dopo Londra la nuova casa della Nba in Europa dal prossimo anno sarà in Francia.

Nba Paris Game 2020: le parole dei protagonisti

Dopo il successo del Mexico City del recente passato e dell’iniziativa europea svoltasi a Londra fino allo scorso gennaio, l’Nba ha deciso di “traslocare” per la partita che si svolgerà nel Vecchio Continente come già si vociferava da tempo.

Stando a quanto riportato in queste ultime ore, l’ Nba ha deciso come nuova sede l’affascinante ‘Ville Lumiére‘ come sede del match di regular season da svolgersi in Europa.

A tutto ciò si aggiunge anche la decisione delle due squadre che nel prossimo gennaio 2020 si sfideranno a Parigi: saranno i Milwaukee Bucks guidati da Giannis Antetokounmpo e soci a sfidarsi contro gli Charlotte Hornets del patron Micheal Jordan.

Il primo ad esprimere grande gioia sullo spostamento della sede europea è proprio Mr. Micheal Jordan, che ai microfoni diTheScore.com’, ha comunicato il grande entusiasmo del front-office di Charlotte intorno all’evento del prossimo anno:

Ho disputato molte partite di pre-season nella mia carriera in Francia e sono contento dell’entusiasmo che si respira qui. Noi abbiamo anche due stelle della pallacanestro francese come Nicolas Batum e Tony Parker, pronte a portar maggior supporto al nostro team in una giornata davvero speciale”.

D’altro canto, anche il leader tecnico del team del Wisconsin Giannis Antetokounmpo, ha espresso la sua felicità riguardo la scelta dei Milwaukee Bucks come avversario dei sovracitati Charlotte Hornets di coach Steve Clifford:

“L’opportunità nel disputare il primo storico match di regular season in quel di Parigi rappresenta un grande onore per noi. A Londra c’è stato grande spettacolo lo scorso gennaio, quindi toccherà a noi rendere speciale anche questa prima storica partita per la fan base presente a Parigi”.

Adam Silver su NBA e Europa: “Dopo Londra, Parigi, la nuova arena di Bercy è pronta”

Dopo Londra, Parigi, il Commissioner NBA Adam Silver dedica alla capitale francese un passaggio della conferenza stampa che ha inaugurato l’edizione 2019 di NBA London Game.

Secondo Silver, Parigi potrebbe essere la futura sede dell’ormai fisso appuntamento stagionale della lega più bella del mondo con l’Europa. Dopo anni di assenza dalla Ville Lumiere, la NBA è pronta a ritornare a Parigi, alla rinnovata arena di Bercy, la AccorHotels Arena che ospita l’annuale torneo Master 1000 del circuito ATP di Parigi-Bercy.

Negli anni scorsi abbiamo giocato tante partite a Parigi. Ero presente quando Michael Jordan ed i Chicago Bulls giocarono a Parigi, e ricordo con piacere il grande entusiasmo che circondò allora squadra ed evento, la Francia continua ad essere un mercato importante per noi. Negli ultimi anni non ci è stato possibile giocare a Parigi per via dei lavori di ristrutturazione del palazzo dello sport. Non ho ancora avuto il piacere di visitare la nuova arena di Bercy, ma mi è stato riferito che si tratta di un impianto all’avanguardia. Sarà un vero piacere poter ritornare a Parigi in futuro

– Adam Silver su NBA e Europa –

 

La stagione NBA 2019\20 prevede un solo appuntamento europeo. Parigi potrebbe succedere a Londra, e nel frattempo la lega si prepara a sbarcare per la prima volta in India.

I Sacramento Kings del proprietario indo-americano Vivek Ranadivé e gli Indiana Pacers giocheranno due partite di pre-season a Mumbai, India, il prossimo 4 e 5 ottobre. Sempre ad ottobre (in rigoroso regime di pre-season) i Los Angeles Lakers di LeBron James ed i Brooklyn Nets voleranno in Cina, tra Shanghai e Shenzhen, per due partite. Utah Jazz, Orlando Magic e Chicago Bulls sono state invece le protagoniste di una tre giorni NBA a Città del Messico, lo scorso 13, 14 e 15 dicembre.

Wizards vincenti a Londra, Ted Leonsis suona la carica: “Tanking? Mai, nostro obiettivo i playoffs”

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Ted Leonsis, proprietario degli Washington Wizards, aveva un sogno: “50 vittorie e la finale di Conference – come minimo”. Il trionfo nella Stanley Cup 2018 dei suoi Washington Capitals avrebbe dovuto funzionare da trampolino di lancio per degli Wizards forti di 3 All-Star (Wall-Beal-Howard) e di una panchina rinforzata dagli arrivi di Jeff Green da Cleveland e dalla Finale NBA, e di Austin Rivers dai Los Angeles Clippers.

Era solo ottobre.

4 mesi malcontati dopo, gli Washington Wizards (19-26) di Bradley Beal, Tomas Satoransky e poco altro sbarcano a Londra per sfidare i New York Knicks e tenere vive le speranze di playoffs, nonostante una prima metà di stagione da incubo.

Un posto di rincalzo ad Est non si nega a nessuno, da anni ormai. Fuori John Wall (intervento al piede sinistro, stagione finita), fuori da subito Dwight Howard (seconda operazione alla schiena, rientro previsto a… chissà), via Austin Rivers, via Kelly Oubre Jr, dentro il talismano Trevor Ariza, minuti di valore per la classe operaia NBA, rappresentata al suo meglio da Sam Dekker da Cleveland, dal secondo anno Thomas Bryant, persino dall’undrafted Chasson Randle, passato anche dalla massima serie ceca.

Alla o2 Arena di Londra il copione funziona alla perfezione, e salva “capra e cavoli” per la NBA nonostante le assenze per infortunio ed i problemi di politica internazionale.

Wizards sotto di 10 all’intervallo, sotto di 12 a fine terzo quarto contro dei Knicks (10-34) privi di Trey Burke, Enes Kanter, ovviamente di Kristaps Porzingis (“non schierato” nemmeno per gli autografi) e guidati dall’arrembante Emmanuel Mudiay (25 punti e 7 rimbalzi a fine gara).

Un quarto quarto giocato all’assalto riporta (ça va sans dire) gli Wizards in partita. Dekker suona la carica, Beal e Otto Porter Jr (20 punti e 11 rimbalzi in uscita dalla panchina) sorpassano a destra i Knicks (92-91) con 4:34 ancora da giocare. Mudiay non permette alla gara di sfuggirgli di mano ed a 33 secondi dal termine il punteggio dice +1 New York (100-99 su canestro di Noah Vonleh).

Sbaglia Beal da tre, ri-sbalgia Kevin Knox sempre da tre (infrazione di 24 secondi annessa) e con 0.4 decimi di secondo sul cronometro della partita è Thomas Bryant a depositare nella retina l’assist di Trevor Ariza per il definitivo 101-100 (Allonzo Trier devia il layup di Bryant ma la palla è già in parabola discendente).

 

Washington Wizards, Ted Leonsis: “Tanking? Mai”

 

Vittoria, coriandoli e speranze di playoffs sempre vive per gli Washinton Wizards. Le circostanze hanno costretto Mr. Leonsis a correggere il tiro, ma non hanno fiaccato la volontà di vedere la sua squadra ancora tra le 16 grandi:

Si fissano degli obiettivi, ed è a questi che bisogna guardare. Il nostro obiettivo è fare i playoffs, e fare meglio di quanto fatto lo scorso anno. Questo farebbe della nostra stagione un successo, nonostante tutto. E incoraggiante sapere che nessuno dei ragazzi si stia piangendo addosso. Per tanti di loro è una nuova opportunità, ci sono giocatori che stanno avendo tanti minuti, e tutti vogliono trarre il massimo da tale opportunità. L’obiettivo della squadra sono i playoffs

– Ted Leonsis sugli Washington Wizards –

 

Con la vittoria di Londra, sale a 7-4 il record degli Wizards in assenza John Wall. Bradley Beal è uno dei motivi principali della tenuta della squadra:

Bradley Beal me l’ha promesso: ‘andremo ai playoffs, abbiamo abbastanza armi, non la deluderemo’ Per cui, chi sono io per cambiare piani in corsa? Ninete scuse, per noi sarebbe stato facile dare la colpa agli infortuni, ma non lo faremo (…) siamo stati a Philadelphia, loro avevano scarpe con il motto ‘Trust The Process’. Per anni (i Sixers, ndr) hanno faticato (…) giocare a perdere sistematicamente è una cosa rischiosa, non credo si possa ordinare a giocatori e staff di perdere apposta. Noi non ci daremo mai al tanking. Quando rilevai la squadra, il nostro piano fu liberarsi dei contratti pesanti e ricostruire via draft. E l’abbiamo fatto, siamo stati in grado di trattenere qui le nostre prime scelte con un secondo, a volte con un terzo contratto. Questa è stata a nostra versione di “The Process”. E non è una cosa che ho intenzione di ripetere a breve, per cui non dirò a nessuno di cercare di non vincere troppe partite. Se questa squadra sarà in grado a fine stagione di partecipare ai playoffs, sarà un risultato fantastico (…) se non saremo in grado di tener fede ai nostri obiettivi, allora bisognerà prendere dei provvedimenti, questo è certo. Ci penseremo a tempo debito, ma ora siamo solo alla 40esima partita. Le decisioni possono attendere

Knicks, Kristaps Porzingis fa progressi, Fizdale: “Non guardo, altrimenti lo metterei già in campo! Non sarà a Londra”

Continua il percorso di recupero di Kristaps Porzingis, in vista del suo ritorno in campo a 12 mesi dalla rottura del legamento crociato del ginocchio sinistro, riportata nel febbraio 2017.

I New York Knicks hanno collezionato nella notte di venerdì l’ennesima sconfitta di una stagione fatta di esperimenti in campo, mangiate da record e politica internazionale lontano dai campi (citofonare Enes Kanter) e suggestioni di mercato estivo (Kevin Durant, ma anche Zion Williamson).

I Knicks “timbrano il cartellino” perdendo come da copione in casa contro degli Indiana Pacers desiderosi di riscatto dopo la disfatta del TD Garden di Boston di due giorni prima.

121-106 al Madison Squadre Garden di New York, e l’ennesima partita da 10 in pagella di Domantas Sabonis. Il figlio del “Principe del Baltico” chiude con 22 punti, 15 rimbalzi, 3 assist, 0 palle perse e 9 su 14 dal campo in 32 minuti, Partita dopo partita, Sabonis sale la graduatoria nella corsa al premio di Sesto Uomo dell’Anno (15.2 punti, 9.7 rimbalzi e e 3 assist a gara per il lituano).

Per New York 18 punti per Emmanuel Mudiay e sprazzi di talento per il rookie Kevin Knox (14 punti in 28 minuti per il prodotto di Kentucky) e poco altro. I Knicks proseguiranno la loro estenuante stagione ospitando i Philadelphia 76ers domenica sera, per poi imbarcarsi per Londra e la O2 Arena, dove il prossimo giovedì 17 gennaio sfideranno gli Washington Wizards per l’edizione 2019 dell’NBA London Game.

Come annunciato da coach David Fizdale, Kristaps Porzingis non viaggerà in Europa con in compagni, ma rimarrà a New York ad allenarsi, con l’obiettivo di tornare in campo prima della fine della stagione regolare.

David Fizdale: “Non vedo l’ora di allenare Kristaps Porzingis, sta facendo grandi progressi”

 

Coach Fizdale ha aggiornato media e tifosi dei Knicks sullo stato dei lavori e sulla condizione di Kristaps Porzingis, dopo la partita di venerdì del Madison Squadre Garden:

Posso dire che stiamo mantenendo la stessa cautela (di inizio anno, ndr) ma anche che il lavoro presegue senza sosta. Kristaps cresce di condizione, salta, corre… prima della partita l’ho visto in campo ad allenarsi e ho cercato di non guardare per resistere all’idea di farlo cambiare e metterlo in campo. Ho questo giocatore di 2.2o che si muove così… ho davvero cercato di non guardare, poi Kristaps mi ha visto e si è messo a ridere: ‘coach, non guardi!’. Sta facendo progressi, è veramente a buon punto (…) si sta impegnando tantissimo, lavora su condizione e tecnica. Gli manca il campo, ovviamente, per lui è stata dura dover guardare le partite da casa per tanto tempo, ma diventa ogni giorno più forte (…) non vedo alcun problema nei suoi movimenti, niente che mi possa lasciare perplesso. Sembra più forte, tirato a lucido, è davvero una questione di settimane ormai

– Coach David Fizdale su Kristaps Fizdale –

 

 

Knicks, Enes Kanter non giocherà a Londra: “Rischierei la vita. Non posso giocare per colpa di un dittatore”

Enes Kanter-Bucks

NBA London game, il centro turco dei New York Knicks Enes Kanter salterà la trasferta londinese dei suoi, in programma giovedì 17 gennaio alla O2 Arena, per timore di rappresaglie del governo turco.

Enes Kanter è da tempo finito sulla lista nera degli oppositori politici del presidente Turco Recep Tayyip Erdogan. Al tempo del tentato e fallito golpe dell’esercito turco (estate 2016) Kanter aveva appoggiato il magnate Fethullah Gulen, principale avversario politico di Erdogan e ad oggi residente negli Stati Uniti.

Le “strette” su amministrazione pubblica ed organi statali del governo turco all’indomani del fallito coup hanno portato – tra le altre conseguenze – alla cancellazione dei documenti e visti internazionali rilasciati dalla Turchia all’ex giocatore di Utah Jazz ed Oklahoma City Thunder.

In un’intervista rilasciata nell’estate 2017, Kanter aveva raccontato di aver rischiato alcuni mesi prima l’arresto da parte delle autorità turche, dopo la revoca del suo passaporto, mentre si trovava in viaggio in Europa. Enes Kanter rimase per alcuni giorni bloccato all’Henri Coandă International Airport di Bucarest, Romania, prima di poter riparare a Londra e da lì reimbarcarsi per gli Stati Uniti.

Il governo turco ha formalmente riconosciuto Kanter quale “appartente ad un gruppo terroristico” ed ha iniziato nel dicembre 2017 un procedimento penale in contumacia ai danni del giocatore dei New York Knicks.

NBA London game, Enes Kanter: “E’ triste, a causa di un dittatore non potrò giocare”

 

Enes Kanter non volerà a Londra con i Knicks, che saranno impegnati contro gli Washington Wizards nell’edizione 2019 di NBA London game.

Come riportato da Ohm Youngmisuk di ESPN, l’assenza di Kanter sarebbe ufficialmente legata a “problemi circa il rilascio del visto”. Il giocatore turco ha così commentato la vicenda:

E’ triste, ma è così. Non potrò giocare (a Londra, ndr) per colpa di un lunatico come Erdogan. Esiste la possibilità che che finisca assassinato, andando a Londra, così ho parlato con il front office dei Knicks, ed ho spiegato le mie ragioni. Tutta questa vicenda è davvero triste, perché danneggia me, danneggia la mia carriera e la mia squadra, vorrei poter scendere in campo con i miei compagni ed aiutarli a vincere. E invece, per colpa di un dittatore ossessionato non posso nemmeno fare il mio lavoro. A Londra il governo turco ha un sacco di spie, potrei davvero finire assassinato. Rimarrò qui a New York, ad allenarmi

– Enes Kanter NBA London game –

 

In Turchia, la famiglia ed il padre di Enes Kanter sono stati costretti a disconoscere pubblicamente il giocatore dei Knicks, sostenitore dell’oppositore politico e leader del Movimento Hizmet Fethullah Gulen.

Three Points – Celtics vs. Sixers, il futuro di scena a Londra

calendario NBA-Kyrie Irving Ben Simmons Boston Celtics

Dopo una lunga pausa dedicata alle feste e, soprattutto, alla doverosa celebrazione di Kobe Bryant, torna l’appuntamento con ‘Three Points’, la rubrica che analizza tre temi ‘caldi’ della settimana NBA appena trascorsa. In questo periodo di nostra assenza, la situazione nelle due Conference si è sempre più delineata, con il ‘giro di boa’ rappresentato dall’All Star Game ormai in linea d’avvistamento. La stagione delle feste non si è chiusa, come da proverbio, con l’Epifania, bensì con il London Game 2018, che finisce inevitabilmente per prendersi la copertina di questo primo ‘Three Points’ del 2018.

 

1 – Celtics vs. Sixers, il futuro di scena a Londra

Kyrie Irving (Celtics) contro Ben Simmons (Sixers)
Kyrie Irving (Celtics) contro Ben Simmons (Sixers)

Un giorno, forse, si guarderà alla partita di Londra fra Sixers e Celtics come al vero e proprio inizio della nuova era. Di certo non poteva esserci vetrina migliore, per la lega di Adam Silver, che uno ‘showdown’ tra due franchigie destinate (chi prima, chi poi) a prendere il controllo della Eastern Conference. L’inedito appeal dell’evento (i London Games del passato avevano visto la partecipazione di squadre non altrettanto in rampa di lancio) ha causato la sparizione pressoché istantanea dei biglietti (complici anche alcune norme sul ‘secondary ticketing’ decisamente da rivedere) e ha reso la O2 Arena, per i fan NBA, quello che fu San Francisco per gli hippy nell’estate del 1967: una meta di pellegrinaggio, un luogo in cui radunarsi e celebrare la propria passione (magari non esattamente con le stesse modalità).
Più che per gli inglesi (i quotidiani sportivi locali dedicavano alla serata piccoli trafiletti, generalmente come ‘spalla’ alle infinite discussioni sul possibile addio di Alexis Sanchez all’Arsenal), l’avveniristico impianto londinese è stato il punto di ritrovo per gli appassionati di tutta Europa, con italiani e spagnoli a farla da padroni.

Una volta scampato alla Jubilee Line (solitamente molto efficiente, ma resa infernale da un treno bloccato sui binari) e aggirata la folla oceanica stipata intorno allo store ufficiale allestito per l’occasione, mi sono ritrovato in una vera e propria arena NBA: 20.000 posti, negozi, ristoranti, staff super-efficiente e l’atmosfera dei grandi palazzetti americani, amplificata dalle pirotecniche presentazioni delle squadre (con tanto di “oooh…” generale all’annuncio dell’altezza di Joel Embiid: 7 piedi e 2! Al suo cospetto, Al Horford sembrava una guardia), dai consueti ‘teatrini’ durante i timeout e dalla cerimonia degli inni nazionali (The Star-Spangled Banner e God Save The Queen, con quest’ultimo eseguito dalla London Philarmonic Orchestra). Dopo un riscaldamento caratterizzato dagli inspiegabili giochi di prestigio di Kyrie Irving (Jaylen Brown ha provato a imitarne quasi tutti i ‘trucchetti’, con alterne fortune) e il saluto al pubblico dello stesso ‘Uncle Drew’ e di Embiid (che ha chiuso con un bel “and… trust the Process!”), è arrivato il momento della palla a due. Intorno alle stelle in campo, quelle fuori; dai calciatori (più o meno noti) al leggendario allenatore Alex Ferguson, una vita di trionfi alla guida del Manchester United, passando per gli ‘ambasciatori’ NBA presentati all’intervallo, tra cui Robert Parish, l’ ‘amico’ Rip Hamilton e Dikembe ‘Not In My House’ Mutombo, osannato dagli spettatori.
Inizio ‘freddino’, poi è arrivato il ‘J.J. Redick Show’: 13 punti nel primo quarto, a suon di triple ‘folli’, 21 nel primo tempo… e nel secondo? UNO. La folla ha cominciato ad intonare il coro “MVP! MVP!”, riservato poi esclusivamente a Irving in seguito ad una netta simulazione da parte di un Redick via via calante. Sixers oltre quota 20 punti di vantaggio, poi l’inarrestabile rimonta Celtics e la rissa sfiorata tra Marcus Morris e Ben Simmons, che ha dato il via al ‘garbage time’ finale.

Una gara combattuta solo fino a un certo momento, quindi, ma soprattutto una gara che ha fatto venire l’acquolina in bocca ai presenti (e non solo) in ottica futura. In casa Celtics, oltre al funambolico Kyrie e ai sempre affidabili Horford, Morris, Smart, Baynes e Theis, i grandi protagonisti sono stati Jaylen Brown e Jayson Tatum. Il primo, giocatore di estrema intensità e sempre pericoloso sulle linee di passaggio, ha chiuso come miglior realizzatore di squadra (21 punti), mentre l’ex-Duke (che al college era forte, ma ben lontano dalla meraviglia di oggi), ha messo in luce sprazzi di infinita classe. Il tutto, per entrambi, con una tranquillità che, a vent’anni e alla prima occasione del genere, non si dovrebbe avere.
I Sixers, ancora piuttosto immaturi, si possono consolare pensando in prospettiva, anche a breve termine. Già adesso hanno giocatori in grado di portare un contributo significativo anche senza pretese da superstar (su tutti T.J. McConnell e Robert Covington), ma a far davvero paura (a tutti gli altri) è ciò che promettono di diventare Embiid e Simmons. Il centro camerunese non ha particolarmente brillato nella sua uscita britannica; 15 punti (perlopiù frutto di avvicinamenti di prepotenza spalle a canestro) e 10 rimbalzi, con un calo nel finale che è andato di pari passo con quello della squadra, ma è ben visibile lo sconfinato talento racchiuso in un corpo così imponente. La ‘six-foot-ten point guard’ (come annunciato dallo speaker) da Melbourne ha invece rubato la scena; in controllo totale di quanto avvenuto in campo, è arrivato al ferro come e quando ha voluto, regalandoci di tanto in tanto qualche ‘fucilata’ verso i compagni liberi dall’arco. Quando (e non “se”) aggiungerà al suo repertorio anche un tiro credibile (a Londra avrà tentato massimo una conclusione fuori dal pitturato), basteranno solo tre lettere per definirlo: M-V-P.

 

2 – E’ (ancora) un paese per vecchi

Pau Gasol e Manu Ginobili, 'vecchie speranze' degli Spurs
Pau Gasol e Manu Ginobili, ‘vecchie speranze’ degli Spurs

Mentre il pianeta NBA si prepara ad inchinarsi ai futuri dominatori, questa fase della stagione è diventata il territorio di caccia di un gruppo di ‘anzianotti’ davvero duri a morire. A pochi passi dalla sospirata (non per loro, a quanto pare) pensione, la brigata dei quarantenni si sta regalando un ‘canto del cigno’ di assoluto livello.

In quel di San Antonio, in attesa di capire che squadra si presenterà ai playoff (è notizia di questi giorni il nuovo stop di Kawhi Leonard), si godono in prima fila lo show di Pau Gasol e, soprattutto, Manu Ginobili. Se il catalano (10.5 punti e 8.2 rimbalzi in 25 minuti di media) ha ancora, realisticamente, tre/quattro stagioni ad alto livello di fronte a sé, l’argentino è lo stesso giocatore che, dopo l’eliminazione in finale di Conference dello scorso maggio, veniva congedato con affetto e commozione dai propri tifosi. Invece ‘El Narrigòn’, classe 1977, è ancora sul parquet a deliziare gli appassionati. Non solo: il Ginobili versione 2017/18 sembra nettamente più in forma rispetto a quello della passata stagione. Dal 1 dicembre al 7 gennaio ha viaggiato a 11.1 punti di media in 22.1 minuti, entrambi dati enormemente superiori a quelli degli ultimi anni. Grazie ai 21 punti contro Phoenix e ai 26 di Portland, è diventato il primo quarantenne nella storia NBA a far registrare due ‘ventelli’ partendo dalla panchina, nonché il primo dai tempi di Michael Jordan (stagione 2002/03) ad andare oltre quota 15 per due gare consecutive. Per non parlare della tonante schiacciata contro Denver (su favoloso assist di Gasol)… Come cantava l’indimenticabile Dolores, “Ridiculous Thoughts”. Le sue straordinarie prestazioni hanno scatenato i fan di tutto il mondo, i quali hanno lanciato una petizione online per far partecipare Manu al suo terzo All Star Game.

Anche a Sacramento le cose hanno preso una piega inaspettata. La prima, vera stagione di rebuilding doveva servire ai Kings per mettere in mostra i loro nuovi, giovanissimi talenti (proposito che, comunque, verrà mantenuto nel prossimo futuro, quando coach Dave Joerger ridurrà il minutaggio dei veterani). Fino a questo momento, invece, a ‘tirare la carretta’ ci hanno pensato Vince Carter (41 anni il 26 gennaio) e Zach Randolph (35 anni, ma con una stazza ormai difficile da trasportare). Il fu ‘VinSanity’ si è preso le luci della ribalta nella sfida del 27 dicembre contro i Cleveland Cavaliers, sconfitti soprattutto grazie ai suoi 24 punti, con un incredibile 83% dal campo. Qualche settimana prima, la furia di ‘Z-Bo‘ si era abbattuta sui New Orleans Pelicans: 35 punti (con 5 triple!) e 13 rimbalzi. Roba da Anthony Davis

A proposito di cifre altisonanti, ecco Rajon Rondo, ben lontano dai 40 anni (ne farà 32 a febbraio), ma non proprio ‘di primo pelo’. Nella partita contro i Brooklyn Nets, l’ex playmaker dei Celtics ha rifornito i suoi compagni con 25 assist. Record di franchigia, ovviamente, ma anche primato personale. Con quella performance, Rondo è diventato il settimo membro del ‘club dei 25’, unendosi a Scott Skiles, John Stockton, Jason Kidd, Kevin Johnson, Nate McMillan e Isiah Thomas.
Classe 1986 anche per Gerald Green, ex compagno di Rondo ai Celtics. Lo schiacciatore giramondo (Russia e Cina, oltre alla D-League, tra le mille tappe della sua carriera) è stato tra i grandi protagonisti del passaggio tra il 2017 e il 2018. Preso con una sorta di ‘stage’ dagli Houston Rockets, si è guadagnato la fiducia di Mike D’Antoni, l’affetto dei tifosi e, soprattutto, un contratto garantito fino al termine della stagione grazie a una serie di nove partite (dopo un debutto incolore) chiusa a 17.3 punti di media in 28.4 minuti. Tra queste, spiccano le performance da 27 e 29 punti (con 7 e 8 triple a bersaglio) contro Orlando e Golden State.

Merita una menzione anche l’immenso Dirk Nowitzki. Gambe e fiato non saranno più quelle dei tempi migliori, ma i 12.2 punti e 5.5 rimbalzi di media in 25 minuti sono cifre di assoluto rispetto, per uno che spegnerà 40 candeline il prossimo 19 giugno. I Dallas Mavericks, in attesa dei progressi di Dennis Smith Jr., sono ancora la sua squadra. Così come la NBA, alle soglie di un’inevitabile svolta generazionale, è ancora ‘un paese per vecchi’.

 

3 – I Bulls che non ti aspetti

Grande momento per i Chicago Bulls di Kris Dunn, Lauri Markkanen e Justoin Holiday
Grande momento per i Chicago Bulls di Kris Dunn, Lauri Markkanen e Justoin Holiday

Il 6 dicembre 2017, gli Indiana Pacers infliggevano ai Chicago Bulls la loro decima sconfitta consecutiva, la ventesima su 23 incontri disputati fino a quel momento. Neanche il tempo di iniziare i classici discorsi sul ‘tanking’ e sul draft 2018, che è arrivata un’inaspettata svolta: 14 vittorie nelle successive 22 partite, con gli ‘scalpi eccellenti’ di squadre in piena corsa playoff come Boston, Milwaukee (2 volte), Philadelphia, Indiana e Detroit. Certo, il prossimo giugno – salvo cataclismi – la franchigia dell’Illinois sceglierà comunque in lotteria, ma la truppa di Fred Hoiberg ha ridato ai tifosi una botta di quell’orgoglio che sembrava ormai perduto.

Dopo lo sbandamento iniziale, l’atmosfera da ‘cantiere appena aperto’ ha finito col giovare ai molti giovani del roster. Lauri Markkanen è fin qui una delle punte di diamante della splendida classe di rookie del 2017. Capace di segnare sia nei pressi del ferro che dalla lunga distanza (di recente è diventato il più veloce di sempre a raggiungere le 100 triple segnate), il lungo finlandese viaggia a 15.4 punti e 7.6 rimbalzi di media in 30 minuti a sera. Su 42 incontri disputati è sceso solo 4 volte sotto la doppia cifra a referto, in nove occasioni ha chiuso in doppia-doppia e per due volte ha scollinato quota 30 (tra cui una prova da 33 punti e 10 rimbalzi al Madison Square Garden). Possiamo azzardare un pronostico: uno dei pilastri dei Bulls del futuro sarà il ventenne da Arizona. Un altro di questi potrebbe esser Kris Dunn, che a Chicago sembra aver trovato il contesto giusto pèr esprimersi al meglio, dopo le difficoltà patite nel Minnesota. Divenuto in breve tempo un punto fermo del quintetto di Hoiberg, l’ex ragazzo-prodigio di Providence si è regalato un career high da 32 punti (con 9 assist e 4 recuperi) nella gara disputata a Dallas il giorno dell’Epifania.

Con i vari Denzel Valentine, Paul Zipster e Jerian Grant che faticano ancora ad emergere, la vera rivelazione di questo 2017/18 è stato Justin Holiday, alla miglior stagione in carriera dopo aver cambiato cinque maglie in altrettanti anni. Il fratello maggiore di Jrue (in forza ai Pelicans), 13.7 punti di media contro i 7.1 in carriera, è stato fin qui il giocatore più utilizzato dal suo allenatore (34.2 minuti a partita). Ancora più sorprendente, per certi versi, l’esito della brutta vicenda che, in preseason, aveva coinvolto Bobby Portis e Nikola Mirotic. Il primo, che aveva colpito il secondo con un pugno, è rientrato dalla sospensione più carico che mai, garantendo un notevole apporto sia dal punto di vista statistico (12.1 punti e 6 rimbalzi di media) che, soprattutto, da quello emotivo, contribuendo a dare al gruppo la ‘scossa’ decisiva per l’inversione di marcia. Mirotic, finito in ospedale in seguito all’alterco e costretto a saltare il primo mese di regular season, sta giocando la sua miglior pallacanestro di sempre. 17.7 punti e 6.8 rimbalzi di media (11.4 e 5.4 in carriera), con una continuità di rendimento che finora era stata la sua maggiore pecca.

Salvo sorprese, però, né Portis, né Mirotic faranno parte del roster l’anno prossimo. Anzi, la loro stagione positiva non fa altro che innalzarne il valore in chiave trade. Da qui alla deadline di febbraio, ci sono tutte le probabilità di vederli al centro di qualche trattativa. Stesso discorso per Justin Holiday, recentemente messo sul mercato dalla dirigenza. Uno che invece non dovrebbe partire è Zach LaVine, rientrato dal bruttissimo infortunio al ginocchio con una serie di prestazioni incoraggianti. Non tanto per la stagione, dalla quale ci si aspettava ben poco, ma soprattutto per il prosieguo della lunga, lunghissima risalita dei Bulls.