Nuggets-Spurs, gara 2 è di Jamal Murray, Malone: “Noi come i Clippers!”

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E’ gara 2 tra Nuggets e Spurs, e Jamal Murray salva i Denver Nuggets da un potenziale 0-2 con un quarto periodo da 21 punti, trascinando i suoi ad una rimonta “alla Los Angeles Clippers”, nelle parole di coach Mike Malone.

I Nuggets si ritrovano a contemplare seriamente il doppio svantaggio nella serie, sotto di 19 punti (78-59) nel corso del terzo quarto. Murray ispira un quarto quarto da 39 punti per i padroni di casa, che prima di allora avevano faticato a trovare le giuste risposte a DeMar DeRozan e ad un Derrick White da 14 punti nel solo primo tempo (17 in tre quarti).

Con la partita ferma sul 73-56 a metà del terzo quarto per gli uomini di coach Gregg Popovich, Mike Malone spende un time-out extra e decide di tentare di agire sulla psiche dei suoi giocatori, entrati nella serie da ovvi favoriti ma improvvisamente sull’orlo di una voragine.

Ho ricordato ai miei ragazzi come ci fosse ancora tanto da giocare” Così coach Malone nel post gara “E gli ho ricordato di cosa avevano fatto i Clippers (la sera prima, ndr). Se avessimo continuato ad attaccare, a combattere, a crederci, allora avremmo avuto una chance. I ragazzi hanno reagito d’orgoglio con un parziale di 57-32“.

Uno 0-2 e due partite in casa dei più navigati San Antonio Spurs (32-9 in stagione all’AT&T Center) avrebbero chiuso con ogni probabilità prima del previsto la corsa playoffs della testa di serie numero 2 Denver Nuggets. I 19 punti recuperati da i Nuggets sono invece la terza peggior rimonta subita dagli Spurs nell’era Popovich: “Abbiamo concesso 39 punti nel quarto periodo, fine della storia… Millsap e Murray ci hanno puniti, e noi non abbiamo saputo opporre alcuna resistenza“.

Il quarto periodo di fuoco di Jamal Murray è arrivato in coda ad una partita difficile per la giovane point guard canadese, reduce da una gara 1 da 8 su 23 al tiro e da soli 3 punti nei primi tree quarti di gioco: “All’intervallo (Murray, ndr) era talmente frustrato per gli errori che l’ho preso da parte e gli ho detto: ‘fai un bel respiro, sembra che ogni tiro sia la fine del mondo. Jamal è il nostro asso, e noi dobbiamo credere in lui‘ Così Malone.

Nuggets-Spurs gara 2, Jamal Murray: “Un quarto periodo perfetto”

Stavo affrettando tutto” Jamal Murray analizza la sua partita “Non ero contento della mia partita in gara 1 (…) il quarto quarto è stato perfetto, tutti sanno che quando entro in ritmo, allora non ce n’è più per nessuno, mi sentivo caldo ed ho iniziato a tirare e tirare“.

Murray impatta prima e poi mette avanti i suoi Nuggets con tre triple pressoché consecutive, parte di una striscia di 8 tiri consecutivi a bersaglio nel quarto periodo.

Sul 112-101 Nuggets, Gregg Popovich si arrende e chiama in panchina i suoi titolari: “I miei compagni mi hanno aiutato tantissimo, hanno fiducia in me, mi hanno detto di continuare ad attaccare (…) dopo tre quarti in cui siamo stati bloccati, siamo riusciti a scioglierci nei minuti finali. Paul (Millsap, ndr) è uno dei leader di questa squadra, un esempio per noi, parla , ci mostra l’atteggiamento giusto e noi lo seguiamo“.

Prima dell’eruzione offensiva di Murray, sono l’esperto Paul Millsap (20 punti e 7 assist) e Gary Harris (23 a fine gara) a tenere i Nuggets in linea di galleggiamento, mentre Nikola Jokic sfiora la seconda tripla doppia in altrettante partite (21 punti, 13 rimbalzi e 8 assist).

Ai Blazers il primo colpo, Thunder KO, Lillard: “Enes Kanter MVP di serata”

Un Enes Kanter dominante sotto i tabelloni e le triple da distanza siderale di Damian Lillard sigillano in gara 1 la vittoria per i Portland Trail Blazers su degli Oklahoma City Thunder imprecisissimi al tiro.

I Blazers spezzano una serie negativa di 8 sconfitte consecutive ai playoffs e “mettono segno il primo colpo“, come dichiarato da Lillard nel post partita.

Sono 18.1 i punti di media a partita di Enes Kanter dal giorno dell’infortunio di Jusuf Nurkic. Kanter viene attaccato sistematicamente sul pick and roll ad inizio gara da Russell Westbrook e Steven Adams, ma il turco regge l’urto ed in attacco si dimostra troppo mobile per Adams, che lo soffre a rimbalzo d’attacco.

I Blazers segnano 7 tiri da tre punti nel primo quarto ed indirizza la partita, i Thunder attendono che Paul George possa entrare in partita e si affidano a Russell Westbrook ed alla loro difesa per rimanere a contatto. Dopo un primo periodo ad alto ritmo le due squadre rallentano, Portland perde 10 palloni nel solo primo tempo e OKC va al riposo sotto di sole sei lunghezze (56-48). Paul George non trova mai il canestro (3 su 15 nel primo tempo), Dennis Schroeder dà energia alla panchina nonostante le brutte percentuali di tiro e Westbrook “flirta” già con la tripla doppia.

George, ancora limitato dai problemi alla spalla, cerca di trovare un minimo di ritmo nel terzo quarto, attaccando il ferro e guadagnandosi dei preziosi tiri liberi. I Blazers accusano la pressione delle sconfitte passate e dello 0-4 subito lo scorso aprile e vengono presi per mano da C.J. McCollum (24 punti a fine gara), mentre Nerlens Noel si dimostra troppo fisico per Zach Collins, preferito a Meyers Leonard per dare minuti di riposo a Kanter.

I Thunder provano ad azzannare la partita con Paul George, che a fine terzo quarto segna la tripla del -1 OKC (93-92), ponendo fine ad un lungo inseguimento. Damian Lillard sente il momento, e nell’azione successiva manda a bersaglio un tiro da tre punti da ben oltre 8 metri (saranno 5 le triple a fine gara per Lillard).

Il quarto periodo è terreno di conquista per Enes Kanter, che dopo il giro in panchina rientra assieme al rivale diretto Steven Adams. OKC lo attacca di nuovo sul pick and roll, ma il turco è bravo a presidiare l’area senza commettere troppi falli, ed a rimbalzo in attacco si dimostra problema insolubile per coach Billy Donovan.

Il turco chiude la sua gara con 20 punti e 18 rimbalzi (career high nei playoffs), OKC non segna mai da dietro l’arco (5 su 33 a fine a gara, 0 su 7 per Schroeder, 4 su 15 per George) e Portland è precisa dalla lunetta e tiene gli ospiti a distanza di sicurezza sino al 104-99 finale.

Blazers Thunder, Damian Lillard: “Kanter MVP di serata”

30 punti e 5 su 11 al tiro pesante per Damian Lillard, autore di due triple da distanza proibitiva in due momenti chiave del match tra terzo e quarto quarto.

Ora siamo tornati a vincere, ci siamo tolti il peso e possiamo concentrarci sul reso della serie. sapevamo sarebbe stata una battaglia, anche sopra di 17 punti nel primo quarto sapevo che non avremmo dovuto abbassare la guardia ma rimanere solidi e ribattere colpo su colpo

Enes Kanter?” Prosegue Lillard “Giocare contro una ex squadra dà delle motivazioni extra, vuoi vincere. Abbiamo subito percepito che (Kanter, ndr) si sarebbe fatto trovare pronto, ed è stato l’MVP di serata, senza dubbio. Nel quarto periodo ci ha garantito degli extra possessi importantissimi“.

Per gli Oklahoma City Thunder una serata da incubo al tiro da fuori, le difficoltà fisiche di un Paul George costretto a saltare gli ultimi quattro giorni di allenamenti ed “arrugginito”, ma anche la consapevolezza di potersi affidare alla propria difesa, l’arma migliore a disposizione di coach Donovan.

Russell Westbrook chiude la sua partita con una tripla doppia da 24 punti, 10 rimbalzi e 10 assist (la nona in carriera ai playoffs), Nerlens Noel ha un buon impatto sulla gara (8 punti e 6 rimbalzi) nonostante i pochi minuti concessi da Donovan (appena 12).

Toronto Raptors, i padroni della Eastern Conference

Toronto Raptors Eastern Conference

Forse ci siamo: dopo anni di crescita costante, seppur con più di qualche pausa nei playoff, i Toronto Raptors si sono finalmente presi il centro della scena. Nella Eastern Conference la squadra di coach Dwane Casey veleggia in prima posizione, e la situazione infortunati in casa Boston Celtics non lascia molto spazio ad eventuali rimonte dei verdi, momentaneamente distanti 5 partite dai canadesi. Se il fattore campo a est sembra cosa fatta (e ovviamente si tratterebbe di una prima assoluta per la franchigia), è bene far presente che gli unici ad avere un record migliore ad ovest sono gli Houston Rockets, a sole 2.5 partite di distanza: se ne deduce che Toronto, numeri alla mano, a 12 gare dalla fine della regular season, è una delle 3 squadre (gli altri sono i favoritissimi Golden State Warriors, attualmente appaiati ai Raptors con 52 W e 17 L) ancora in lizza per il miglior record assoluto; scenario impensabile, a inizio stagione.

Eastern Conference Raptors Bench-Toronto Raptors
La panchina dei Raptors partecipa attivamente alle fortune della squadra. Sia in campo che fuori si percepisce un’unione di intenti mai vista prima da queste parti.

Tutti questi traguardi sono ancora più sbalorditivi se si pensa alla storia dei Toronto Raptors (allergici ai playoffs almeno fino al 2013) in questa lega: solo 5 qualificazioni fra le migliori 16 in 18 anni, un dato che non faceva sperare nulla di buono per il futuro. E invece Casey prima e Masai Ujiri poi, hanno fatto centro laddove gli altri (Colangelo su tutti) avevano fallito, riuscendo ad attuare quel culture change necessario a invertire la rotta. In regular season non sono mai più scesi sotto le 48 vittorir del 2013/14, e con le 52 attuali (e momentanee) hanno scollinato quota 50 vittorie per la terza volta di fila.

Ma quali sono i numeri che spiegano, almeno in parte,questo fenomeno? Terzi assoluti nella classifica dell’kffensive rating con 114.2, quarti nel defensive rating con 105.2 (unica squadra nella top 5 di entrambe queste categorie), terzi per triple tentate (32.9), quarti per percentuale da 2 (54%) e secondi per quella relativa ai tiri liberi (80.3%), quarti per palle perse (13.2) e infine secondi per stoppate (6).
Le cifre appena citate sono già di per sé esaustive se si vuole sottolineare la bontà del lavoro dei Raptors. Non sono però casuali, anzi: dietro ad esse si cela la grande trasformazione che Dwane Casey e il suo staff hanno attuato in questa stagione. La squadra corre di più rispetto alle vecchie abitudini (pace salito da 94.7 a 97.6), perdendo relativamente pochi palloni (grazie a una folta schiera di buoni trattatori di palla come Kyle Lowry, Fred VanVleet, Delon Wright e lo stesso DeRozan) e cercando insistentemente il tiro dalla lunga (+8.6 tentativi rispetto al 2016/17). Pazienza se la mira da oltre l’arco non sia delle migliori (35.6%, 20esimi assoluti), perchè questo modo di giocare apre inesorabilmente gli spazi, migliorando la qualità dei tiri in avvicinamento (+0.4% nella percentuale da 2), e sfruttando inoltre la precisione dei tiratori dalla lunetta (ben 8 giocatori sopra l’80%). Questa ricerca quasi ossessiva (e sicuramente più immediata nello sviluppo dell’azione) del compagno meglio piazzato sul perimetro ha fatto salire vertiginosamente il numero di assist a partita (+5.4); una piccola rivoluzione se pensiamo al fatto che in questa particolare statistica i canadesi erano addirittura i peggiori della lega appena 12 mesi fa.

Tra tutti questi numeri è bene ricordare però i nomi che hanno effettivamente fatto il salto di qualità per permettere tutto questo: Fred VanVleet, CJ Miles, Jakob Poeltl, Pascal Siakam e Delon Wright rappresentano senza ombra di dubbio la second unit migliore della NBA. Oltre a ritagliarsi ruoli importanti accanto ai titolari (VanVleet è di fatto stabilmente nel quintetto che finisce le partite), questi 5 formano di per sé un quintetto letale, con un +25.3 di differenziale fra punti segnati e subiti (in 262 minuti, 2° quintetto più utilizzato in casa Raptors) che non ha eguali nella lega.

Tra le tante accortezze tattiche dei nuovi Toronto Raptors, una delle più lampanti è senza dubbio quella riguardante Jonas Valanciunas. Il lituano, molto discusso a inizio anno e a un passo dallo scambio con DeAndre Jordan a febbraio, ha ampliato il suo raggio d’azione aggiungendo il tiro da 3 al suo repertorio. La mole di tiri non è eccessiva (meno di un tentativo a partita), ma il 45% dalla distanza costringe i lunghi avversari a fare scelte diverse dal passato, consentendo a Toronto di approfittare di ulteriori spazi in attacco.

Qui il lituano arriva in semitransizione, e Gortat non ha la prontezza di accoppiarsi con lui a questa distanza dal canestro. Jonas non ci pensa due volte e colpisce dall’arco.

E sebbene questa squadra sia tutto tranne che un one man team, non si possono non elogiare gli straordinari progressi della sua stella. DeMar DeRozan ha saputo scendere a compromessi con questa nuova filosofia (-3.7 punti a partita) imposta da Casey, limitando la sua preoccupante tendenza agli isolamenti e sviluppando le sue abilità di passatore. Pur mantenendo ottime percentuali nel suo mortifero tiro dal midrange, adesso il 20% delle sue conclusioni sono tiri da 3, dato mai lontanamente avvicinato prima d’ora in carriera. Se aggiungiamo i 5.1 assist a partita, è evidente che siamo di fronte a un giocatore migliorato sensibilmente nella lettura del gioco.

Nell’occasione DeRozan intuisce che i pochi secondi alla fine avrebbero potuto mettere ansia alla difesa avversaria. Decide quindi di attaccare a testa bassa al centro, puntando sul fatto che i giocatori dei Pistons, in emergenza, collassino su di lui. E’ quello che succede: lo scarico per il liberissimo VanVleet all’angolo ne è la logica conseguenza.

Dopo la vittoria consecutiva numero 11 (record di franchigia eguagliato) della scorsa notte all’overtime contro i Dallas Mavericks, in casa Toronto Raptors c’è ancora più bisogno di mantenere alta la concentrazione. Lo scoglio playoffs è a un passo, ma stavolta Toronto non può più nascondersi dietro ai fallimenti del passato. Sia chiaro, lo spauracchio LeBron James rimane tale, perchè si tratta di un giocatore che con le sue squadre non perde una serie playoff a Est dal 2010, e merita perciò rispetto incondizionato. Non per questo, però, i Raptors dovranno comportarsi da sparring partner come fecero un anno fa: stavolta i protagonisti sono loro.

Marco Belinelli, sinonimo di garanzia

Marco Belinelli

Sul valore di Marco Belinelli non ci sono mai stati dubbi. Dai fugaci ma significativi esordi in maglia Virtus, passando per l’esplosione di talento in casa Fortitudo, siamo ormai arrivati a parlare di un veterano della Nba, giunto alla sua undicesima stagione nella Lega più competitiva del pianeta.
A livello personale il Beli non ha mai mancato di mettere in mostra le sue indiscusse capacità, come successo peraltro agli altri 2 italiani (Bargnani e Gallinari, ovviamente) scelti nei draft del trienno di grazia 2006-08.
Ma su un aspetto il bolognese (scelto dai Warriors alla 18 nel 2007) ha surclassato i suoi 2 compagni di nazionale: la capacità di adattarsi alle diverse situazioni capitategli nel corso della carriera.
Marco ha avuto l’intelligenza di mettersi completamente a disposizione, trovando in ogni nuova realtà il ruolo più congeniale nei meccanismi del roster, aspettando per diventare protagonista, per poi magari tornare in un apparente ma temporaneo anonimato senza mai colpo ferire.

Dopo 7 stagioni caratterizzate da un continuo ma lento crescendo, frutto di una maturità sempre maggiore e di opportunità sempre più stimolanti (Bulls e Spurs in primis), l’ex stella Fortitudo ha intrapreso alla soglia dei 30 anni delle nuove sfide legate a delle possibilità contrattuali migliori, oltre che a contesti lavorativi più complicati e in divenire.
Qui si spiegano le due stagioni a Sacramento e Charlotte, nelle quali – tra mille difficoltà – è riuscito comunque a raggiungere la doppia cifra di media in circa 140 partite totali.
La nuova sfida raccolta in questo 2017/18 è invece quella di accompagnare i giovani Hawks a quella che si appresta con buona probabilità a diventare la prima stagione di transizione per Atlanta dopo 10 apparizioni consecutive ai playoffs.
E con il 32° compleanno a pochi mesi di distanza, Belinelli non sembra intenzionato ad alzare il piede dall’acceleratore: nelle prime 7 presenze con la nuova maglia viaggia a 14.6 punti a partita (miglior dato in carriera) frutto di un meraviglioso 55% da oltre l’arco, dato destinato a calare, ma non per questo meno sbalorditivo. Anche perchè stiamo parlando di un giocatore che oramai, seppur conosciuto e rispettato dalle difese avversarie, è comunque capace di costruirsi un tiro affidabile. Al momento siamo al career high anche per quanto riguarda assist (2.6) e palle recuperate (1 a partita), ma evidentemente non è abbastanza. Gli Hawks sono infatti ultimi a est con il non invidiabile record di 1-6, e si appigliano alla verve del tedesco Schroder e a poco altro.
Marco sta facendo ampiamente il suo (2° miglior marcatore della squadra in meno di 28′ sul parquet, partendo per giunta sempre dalla panchina), ma gli ostacoli che la squadra sta trovando sulla sua strada rischiano di diventare insormontabili montagne.
L’approccio di un veterano come Marco potrebbe idealmente rappresentare la scossa per dare una svolta alla stagione.

I Washington Wizards si arrendono a gara7: Celtics in festa

Thomas Wall

È stata lunga, combattuta e a tratti nervosa, ma dopo sette partite si è conclusa anche l’ultima semifinale di conference: i Boston Celtics portano a casa la serie contro i Washington Wizards.
Ebbene sì, ci sono volute tutte e sette le gare per decretare il vincitore e l’imminente sfidante dei Cleveland Cavaliers nella finale della Eastern.
I Celtics hanno sfruttato come meglio non si poteva il fattore TD Garden vincendoci tutti e a quattro gli incontri.
Ma cos’è successo in questa bellissima serie? Andiamolo a scoprire.

John Wall e (di spalle) Kelly Olynyk

BOSTON CELTICS: FORZA, GRINTA E TD GARDEN

Come vi abbiamo preannunciato nella breve introduzione, i Boston Celtics si sono portati a casa la serie sui Washington Wizards per 4 a 3.
La squadra di coach Brad Stevens, forte della prima posizione della Eastern Conference al termine della regular season, ha potuto sfruttare il fattore campo ottenendo le quattro vittorie necessarie per il passaggio del turno davanti ai propri supporters.
C’eravamo lasciati con la serie sul 2-0 per i Verdi. Il destino sembrava quasi già scritto, ma così non è stato perché nella Capitale, Thomas e compagni hanno rimediato due brutte sconfitte.

Sono state sconfitte pesanti che hanno lasciato molti più dubbi che certezze: entrambe sono maturate a seguito di parziali devastanti (26-0 in gara4 per esempio) e prestazioni collettive non da ricordare.
John Wall e Bradley Beal parevano in stato di grazia e l’inerzia della serie improvvisamente si è capovolta. Questo è anche dovuto alle polemiche che hanno seguito gara3 e la squalifica di Oubre causata dall’eccessiva reazione al fallo (duro) di Olynyk.
Nonostante ciò i ragazzi del Massachusetts – in casa – non si sono fatti prendere dal panico e si sono messi nella condizione di avere due matchpoint consecutivi. Il primo al Verizon Center è sfumato al termine di una vera e propria battaglia, mentre il secondo al Garden è stato centrato in pieno.

I Boston Celtics hanno vinto questa serie più dal punto di vista dell’inerzia che da quello tecnico-tattico. Tutti gli effettivi sono stati fondamentali e le vittorie sono state di squadra. L’unico caso contrario che ricordiamo è quello di gara2 in cui c’è stato il one-man-show di Isaiah Thomas.
Un grande merito per questo risultato va senza ombra di dubbio ai componenti della panchina che in tutta la serie, ma soprattutto nella gara del win or go home, hanno fatto la differenza surclassando i pari ruolo avversari: l’MVP del settimo atto infatti è Kelly Olynyk con una prestazione superlativa da 26 punti (10 su 14 dal campo) in 28 minuti e spiccioli d’impiego.

Ora i Celtics dovranno affrontare i Cavs in una finale di conference che sembra avere un esito scontato, ma la banda in maglia verde ci ha fatto capire che quest’anno non hanno intenzione di mollare nemmeno di un centimetro.

Kelly Olynyk
Kelly Olynyk

WASHINGTON WIZARDS: VERO FLOP E OCCASIONE SFUMATA?

Chi esce con le ossa rotte da questo confronto sono senza dubbio i Washington Wizards.
Scott Brooks e i suoi giocatori non sono riusciti a ribaltare il fattore campo, uscendone sempre sconfitti dal fantastico TD Garden.
Certo, il 4-3 finale brucia tantissimo e sarà un boccone durissimo da mandare giù in breve tempo.
John  Wall ha tenuto testa ai Celtics per tutta le serie tranne però che nei momenti decisivi di gara7 in cui negli ultimi diciannove minuti non ha realizzato nemmeno un canestro (0-11 dal campo).

Quel che ha rallentato notevolmente la corsa ai Wizards è chiaramente l’apporto della second unit.
Se poco fa elogiavamo quella dei Boston Celtics, ora tocca fare una riflessione su quella di Washington. Per tutta la serie la squadra della Capitale ha faticato con le riserve sul parquet, ma in gara7 si è raggiunto davvero il culmine della differenza tra le due rivali: a fronte dei 48 punti realizzati dalla panchina dei Celtics, quella dei Wizards ha risposto con i soli 5 messi a segno da Bogdanovic.
Possiamo dire con totale certezza che in una serie arrivata a gara7, questo è stato il fattore che ha condannato Washington alla sconfitta.

C’è sicuramente rammarico perché a livello di organico, i pronostici davano proprio i Wizards favoriti al passaggio del turno.
Sono arrivati a quarantotto minuti dal riuscirci, ma dovranno tornare a casa meditando su quel che potevano fare di più.
Questo esito può rendere un flop la stagione di Washington viste le aspettative? Probabilmente si, è un’occasione sfumata per Wall, Beal e Porter che comunque hanno giocato un’ottima serie.

Se i Wizards in estate rafforzeranno anche la second unit, allora potremo vederne delle belle già a partire dalla prossima stagione.

Thomas Wall
Thomas Wall

Golden State Warriors, un cammino (finora) perfetto senza parecchi pezzi pregiati…

Kevin Durant

I playoffs NBA dei Golden State Warriors fino ad ora?

#Game1  Warriors – Blazers 121 – 109

#Game2  Warriors – Blazers 110 – 81

#Game3 Blazers – Warriors 113 – 119

#Game4 Blazers – Warriors 103 – 128

Stephen Curry e Klay Thomposn

Golden State archivia la pratica Blazers in quattro partite con un secco 4-0

L’entrata in questi playoff è stata affrontata con tanti dubbi e pochissime certezze dai ragazzi della baia, infatti le incognite erano tante, a partire da Kevin Durant, le percentuali di Curry e di Klay, la condizione mentale di Green, l’apporto dalla panchina… Insomma erano parecchi i punti interrogativi per Steve Kerr, come tante le attese per il team della Oracle.

Partiamo dal numero 35: Kevin Durant infortunato il 28 marzo in quel di Washington ha saltato, praticamente, tutto questo finale di stagione salvo rientrare per delle partite-rodaggio alla Oracle arena per poi continuare scendendo in campo per Gara 1. Si alza la palla a 2 di gara 1, Kd è al suo posto, Kerr è al suo posto, Green è tranquillo e motivato, la panchina pure, si inizia.

Portland parte forte , trainata dai suoi unici terminali offensivi, Lillard e C.J che sfornano una prestazione incredibile, dalla parte di Golden State basse percentuali al tiro degli Splash Brothers, ma grandissima coesione di squadra e capacità di superare gli ostacoli insieme. Importantissimi per l’andamento della partita i giovanissimi Ian Clark e Patrick McCaw che oltre alla fiducia dei tecnici hanno conquistato anche la fiducia dei giocatori “esperti”. La partita nonostante una tenace resistenza dei Blazers finisce con un divario abbastanza netto (12 punti).

Gara 2 inizia bene o male nello stesso modo, con i Blazers ancora ancorati ai loro terminali offensivi (Dame Lillard e CJ), i Warriors invece da gara 1 a gara 2 hanno apportato delle piccole modifiche difensive, queste modifiche gli hanno permesso di condurre una partita diversa dalla precedente. La parte più importante di Gara 2 la si ha nel secondo tempo, quando per un momento si vede inquadrato Kerr in piedi senza giacca, (ricordiamo che per un allenatore NBA è obbligatorio portare la giacca e non se la può levare per nessun motivo), a causa del dolore alla schiena che è tornato a tormentarlo. Tuttavia i Golden State Warriors archiviano anche questa partita con relativa facilità, rispettando il fattore campo e andando in Oregon con un confortante (2-0).

Fattore McGee

Mentre la serie si sposta in Oregon ci sembra doveroso spendere due parole per il fenomeno del momento Javale McGee ed il “Javale Effect”.  Javale è un giocatore che si sta rivelando sempre più importante nell’economia di questa squadra, la gestione è particolare (5-6 minuti) intervallati da  periodi in panchina. Gestione perfetta per il tipo di giocatore che è, perchè quando è in campo da il tutto per tutto da subito, come ha sempre fatto.  In quest’ultimo periodo però ha aggiunto al suo bagaglio ed alle sue prestazioni anche tanta, tanta concentrazione e determinazione che sono sempre stati i suoi punti deboli. Apporto difensivo con aiuti , rotazioni, stoppate. In attacco non è da meno dove riesce a mettere dentro tutto quello che gli viene alzato nei pressi del canestro . Solo il tempo ce lo dirà ma avrà sempre piu peso in questi playoff.

Golden State Warriors

L’assenza di Steve Kerr

Non possiamo parlare di gara 3 senza parlare dell’assenza importante del coach Steve Kerr , il quale per dei seri problemi alla schiena ha dovuto saltare la seconda partita di fila ed il suo ritorno a bordo campo è ancora piuttosto incerto. La serie si è spostata nell’Oregon ed i Blazers partono forte, veramente forte dominando nelle due metà campo. I ragazzi della baia a metà partita si trovano sotto anche di 17 punti e tutta l’inerzia sembra dalla parte dei padroni di casa, che già si gustano la riduzione del distacco , ma cosi non è stato. Da metà terzo i Golden State Warriors aumentando la concentrazione e giocando in maniera più intelligente riescono a ricucire lo strappo ed a completare la rimonta andando in vantagglio.  Fondamentali per la rimonta gli Splash Bros, mentre nella metà campo difensiva Iguodala e Green facevano la voce grossa. Questa partita è stata la prima vera e propria dimostrazione della reale forza dei Warriors come gruppo.

Arriviamo all’ultima, la tanto attesa gara 4 con un messaggio chiaro dei giocatori di GS rivolto Kerr , assente anche in questa partita: partenza razzo, quasi a voler dire “Coach ti aspettiamo , ma mentre te non ci sei portiamo avanti quello che abbiamo iniziato insieme, vinceremo per te”. Il primo quarto si vede protagonista di un nuovo record per Golden State, infatti siglato il record di punti in un quarto nei playoff (45 punti). In questa partita si è visto di nuovo l’assassino con la faccia da bambino, prova sontuosa di Steph che con 37 punti sigla gara4. Curry è ufficialmente entrato in questi playoff, ma è tornato anche KD, a minutaggio limitato (per lui solo 20 minuti in campo), ma con tanta voglia di fare bene.

I custodi dei Golden State Warriors

Infine per chiudere il discorso parliamo dell’anima della squadra e dei custodi delle chiavi di questo gruppo. Iguodala e Green. Insieme con la loro leadership, con il loro carisma e con la loro energia stanno guidando, letteralmente, i Golden State Warriors, anche se spesso il loro apporto sembra essere dimenticato… I due riescono a trasmettere energia a tutti i componenti della squadra mostrando loro la via, sono i primi che danno l’esempio e sono un faro sia per i giovani, che infatti stanno migliorando tutti, sia per i “TOP” che trovano in loro dei compagni di squadra pronti a sacrificarsi ed a dare tutto per la causa.

 

Di Luca Poggianti

Russell Westbrook, l’aviatore de parquet

Siamo all’inizio della tanto attesa fase cruciale della stagione NBA: finita la regular season, siamo entrati nei playoffs. Ci siamo lasciati con la sorprendente vittoria di Cleveland su Golden State, che ha lasciato tutti a bocca aperta. Ma l’evento che in estate ha fatto più scalpore è il passaggio di Kevin Durant da Oklahoma, ai vice-campioni 2016. Una scelta presa con il pensiero di chi vuole vincere il titolo e non con il cuore legato alla città, tifosi e squadra che lo ha forgiato e fatto diventare quello che è adesso, anche senza mai arrivare al tanto agognato titolo. Un colpo durissimo per i fan di OKC, ma soprattutto per Russell Westbrook, colui che riponeva totalmente la propria fiducia nell’ala piccola di Washington, per provare ancora una volta a puntare al titolo NBA.

Ora tocca a Russ nei playoffs confermare di poter trascinare la squadra che guarda senza rimorsi al futuro, e tutto questo per Westbrook è uno stimolo in più, per dimostrare di avere tutte le carte in regola per traghettare la squadra e chi spera da anni di vedere alzare il trofeo da Russ e compagni.

Ma per sapere chi è Russell Westbrook, dobbiamo recarci “In The Golden State, senza farlo apposta. Russ nasce infatti in California nel 1988, dove la pallacanestro è molto diffusa, quindi la scelta ricadrà proprio su quest’ultimo; Hawthorne diventa il luogo preferito da Westbrook, coltiva la sua passione con il suo strettissimo amico Kheley Barrs che avrà un ruolo importantissimo per la crescita del playmaker. Iniziato il liceo, il ragazzo passa inosservato (solo per poco, per fortuna) infatti non riceverà la lettera del reclutamento del college fino all’estate del suo ultimo anno da liceale. Ma niente paura, è solo un momento di transizione che lo aiuterà nella sua esponenziale crescita, sia tecnica che fisica, tanto da crescere di 20 centimetri passando da 170 cm di altezza a 190. Un segno del destino, dato non solo dal cielo, ma soprattutto dalla enorme volontà e grinta che lo farà emergere e diventare quello che è ora. E proprio nell’anno del diploma, “l’anatroccolo” diventa cigno: conclude la stagione mettendo a referto una media di 25 punti, 8 rimbalzi, 3 palle rubate e 2 assist per partita. Siamo davanti a uno dei tanti fenomeni della sua generazione, come dimostrerà il draft 2008 a cui si eleggerà. La ciliegina sulla torta della stagione, sono le 14 doppie-doppie e i 51 punti contro Carson. Il momento più atteso da Russ, ovvero la chiamata di un college di livello, arriva da UCLA. All’inizio, Westbrook parte come riserva di Darren Collisson che quindi gli nega un bel po’ di spazio, ma il fato gli ha riservato per il futuro, un posto in prima fila. Collisson si infortunia e arriva il momento per Russell di far vedere di che pasta è fatto: oltre a partire tra i titolari, chiude la stagione con ottimi numeri che lo porteranno a vincere il premio “Difensore dell’anno”. Arriva il fatidico 2008. Dopo due anni di college, arriva la consacrazione per il Playmaker californiano: il draft NBA. Una selezione molto folta di altri astri nascenti della palla a spicchi come Derrick Rose, Kevin Love, Danilo Gallinari e altri. Westbrook viene selezionato dagli OKC come quarta scelta assoluta. E’ il momento di far esplodere questa bomba ad orologeria che è questo ragazzo di 1,90 metri. Parte subito con il turbo, producendo la sua prima tripla-doppia della carriera, che soprattutto in questi ultimi tempi sono il suo marchio di fabbrica (nell’ultima stagione, ne ha messe 18, superando il record di Magic Johnson della stagione 81-82), portandolo nell’Olimpo dei migliori giocatori in circolazione ma soprattutto della storia NBA. Grinta, incredibile atletismo, forza di volontà, tecnica sopraffina e un carisma non presente in tutti. Questi sono gli aspetti che lo stanno consacrando, ma proprio l’ultimo citato, è quello che ha impressionato maggiormente, sua altezza Michael Jordan e, sempre secondo le sue parole, potrebbe diventare il suo erede diretto. “Come me, 30 anni fa” e continua “Ha l’atteggiamento giusto, ama il gioco, ci mette energia e talento”. E Westbrook che dice? “Io davvero non so cosa dire. Quando il miglior giocatore che abbia mai giocato a basket dice certe cose su di te come giocatore e come persona è davvero incredibile. Queste parole mi daranno la forza di continuare a lottare”. Un altro motivo per poter far pentire KD della sua scelta, è la voglia di vendetta di Oklahoma, uscita alla finale di Conference proprio contro GS a gara-7. E sappiamo perfettamente che Mr Why Not ne è capace: non resta che aspettare una delle partite più sentite e goderci lo spettacolo. Good luck, Russ.

Di Alessandro Ranieri

Guida Playoffs, selvaggio Est: LeBron James contro George, Butler contro Thomas

Stasera si comincia: i Cavaliers aprono le danze contro i Pacers di Paul George, vediamo la guida playoffs della Eastern Conference.

#1 Boston Celtics vs #8 Chicago Bulls

La lunga stagione regolare NBA si è conclusa. Ora tutte le squadre sono ben sistemate e le fantastiche sedici (otto ad est e otto ad ovest) sono pronte a darsi battaglia nei playoff. Tra ‘l’otto volante’ della conference orientale, troviamo – quasi a sorpresa – i Boston Celtics al primo posto e gli sfidanti dell’ultimo, Chicago Bulls.
Sarà una serie molto interessante e ricca di spunti: chi avrà la meglio?

LA REGULAR SEASON DEI CELTCIS

  • Record: 53-29 (30-11 home; 23-18 on the road)
  • Offensive rating: 108.6 (8th)
  • Difensive rating: 105.5 (12th)
  • Team leaders: Isaiah Thomas (29.1 PTS), Al Horford (6.8 REB), Isaiah Thomas (5.9 AST)

LA REGULAR SEASON DEI BULLS 

  • Record: 41-41 (25-16 home; 16-25 on the road)
  • Offensive rating: 104.6 (21st)
  • Difensive rating: 104.5 (6th)
  • Team leaders: Jimmy Butler (23.9 PTS), Robin Lopez (6.4 REB), Rajon Rondo (6.7 AST)

IL DUELLO

Come abbiamo detto sopra, al primo posto della Eastern Conference non figurano – come tutti pensavano – i Cleveland Cavaliers, bensì i Boston Celtics.
Ai ragazzi di Brad Stevens e a coach Stevens stesso, vanno i più sinceri complimenti per il lavoro e l’impresa svolta.
Nessuno si sarebbe aspettato di vederli lassù in alto, figuriamoci in pole position davanti ai campioni in carica.
La regular season dunque si può tranquillamente dire essere andata alla grande. Nonostante alcuni infortuni (specialmente quello prolungato per diversi mesi di Avery Bradley) che potevano condizionare l’andamento della stagione, Boston non ha mollato ed è rimasta aggrappata alle prime per poi dare la stoccata finale nelle ultime partite.
L’uomo squadra è senza ombra di dubbio Isaiah Thomas che per tutta la stagione, ha trascinato i Boston Celtics nonostante il suo 1.75: la sua annata è stata tanto stratosferica quanto inaspettata, da MVP.
È importante sottolineare ancora una volta quanto il “folletto di Tacoma” abbia un peso specifico sulla squadra mettendo in evidenza un semplice dato: con IT in campo l’offensive rating dei Celtics è di 113.6 punti mentre senza di lui si abbassa a 99.0.
Thomas però non è da solo. Al suo fianco infatti ci sono i suoi fedeli destrieri: Avery Bradley (un vero mastino in difesa), Al Horford (uomo da 30 milioni all’anno), Jae Crowder, Jaylen Brown e Marcus Smart.
Come per l’attacco, anche per la difesa valutiamo lo stesso dato. Quando Thomas è in campo i verdi subiscono più punti rispetto a quando è seduto in panchina: il defensive rating infatti passa da 108.9 a 99.7.
I Celtics giocano una pallacanestro veloce, fatta di molte conclusioni oltre l’arco. Gli schemi di Stevens sono ormai ben collaudati, ma i punti deboli sono la difesa e i rimbalzi.
In più occasioni infatti si sono viste ingenuità difensive (un dubbio che tutti hanno è: Thomas reggerà fisicamente ai playoff?) e tante altre volte Boston è uscita con le ossa rotte per via dei pochi rimbalzi catturati. Questi saranno fattori davvero importanti per andare avanti nella competizione.

NBA: Chicago Bulls at Boston Celtics
Dec 9, 2015; Boston, MA, USA; Boston Celtics guard Isaiah Thomas (4) returns the ball against Chicago Bulls guard Jimmy Butler (21) in the second half at TD Garden. Celtics defeated the Bulls 105-100. Mandatory Credit: David Butler II-USA TODAY Sports

Per quanto riguarda le sorprese, anche quella di vedere i Chicago Bulls lottare fino all’ultimo per l’ottavo posto lo è.
Chicago infatti dopo la rivoluzione estiva era accreditata come una delle possibili contender ad est dei Cleveland Cavaliers.Questo non è avvenuto, ma solo nelle ultime settimane i Bulls hanno trovato qualcosa di simile ad una quadratura del cerchio. Il leader indiscusso di questa squadra è Jimmy Butler, anche se Dwayne Wade garantisce esperienza e carisma mentre Rajon Rondo dà quel pizzico di follia.Il resto del roster farà il massimo per aiutare la squadra (Zipster, Lopez, Mirotic e Portis su tutti) per far fuori la testa di serie numero uno.

Chicago potrà benissimo mettere in difficoltà i Boston Celtics (cosa che è già successa in regular season) mettendo sul piatto fisicità e aggressività.
Nonostante il fattore campo a sfavore la serie non è per nulla scontata per Butler e soci. Coach Hoiberg deve cercare comunque di evitare gli errori visti durante la stagione regolare: attacchi statiti con poche idee chiare e difese distratte. Un ulteriore punto importante è la suddivisione dei possessi, così come le scelte di tiro.
Insomma vedremo comunque una bellissima serie, con Rondo pronto a sfidare il suo (più roseo) passato.

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Boston Celtics, dal 1980 solo due squadre hanno chiuso al primo posto con un record peggiore

I Boston Celtics hanno blindato il primo posto ad est grazie alla vittoria nell’ultima gara di stagione contro i Bucks: i Cleveland Cavaliers hanno mollato la presa sul primato dopo la doppia sconfitta contro gli Hawks e contro Miami e stanotte si sono ripetuti perdendo a Toronto.

53 vittorie, 29 sconfitte, primo record ad Est, ma solo quarto assoluto della lega e per distacco: i Warriors hanno chiuso a quota 67, gli Spurs con 61 ed i Rockets con 55 (le prime tre ad Est). Il quarto record? Ancora Ovest, con gli Utah Jazz, con Cavaliers, e Raptors. Insomma il livello tra le due conference non sembra ancora essersi avvicinato del tutto almeno per quanto riguarda la regular season: i Boston Celtics sono il quarto team dal 1980 ad oggi che finiscono con un record di conference con 53 o meno sconfitte (escludendo le stagioni “corte” del 1998-99, e del 2011-2012). Una curiosa statistica riportata da Elias: chi chiuse la stagione al primo posto con un record peggiore?

Brooklyn Nets, nel 2001-2002 con 52 vittorie e 30 sconfitte, i Detroit Pistons sia nel 2002-2003 che nel 2006-2007 prima con 50 vittoria e 32 sconfitte, quindi con 53 vittorie e 29 sconfitte. Di questi team chi ha raggiunto le NBA Finals? Solo i Brooklyn Nets. Il risultato finale? Chiedetelo ai Lakers…

Boston Celtics guard Isaiah Thomas (4) gestures from the bench to a fan in the fourth quarter of an NBA basketball game against the Milwaukee Bucks, Thursday, Feb. 25, 2016, in Boston. (AP Photo/Elise Amendola)

 

Celtics o Cavaliers: ultima gara di passerella per entrambe

Thomas vs Frye Cavaliers vs Boston Celtics

Si pensa ai Playoffs ad Ovest, dove abbiamo già tutti gli accoppiamenti, mentre ad Est restano ancora delle questioni in sospeso… I Cleveland Cavaliers sembravano essere in controllo della stagione dopo la grande vittoria contro i Boston Celtics nella tana del “nemico” ma alcuni risultati davvero negativi hanno ribaltato nuovamente la situazione.

I Cavs di LeBron James, Kyrie Irving e Kevin Love hanno perso 3 gare consecutive, contro Atlanta in maniera a dir poco rocambolesca, contro i Miami Heat all’overtime facendo riposare i due leader della squadra e si avvicinano all’ultimo match contro i Toronto Raptors, terza forza dell’Est ancora senza il Prescelto, che verrà tenuto a riposo per i playoffs che inizieranno sabato sera. Record Cavaliers? 51 vittorie e 30 sconfitte. Non proprio come ci si aspettava…

Dall’altro lato una delle sorprese, anche se ormai di sorprese non si può più parlare: i Boston Celtics sono a quota 52 vittorie e 29 sconfitte stagionali, quarto miglior record della lega, dietro alle corazzate dell’ovest Golden State Warriors, San Antonio Spurs e l’altra rivelazione Houston Rockets del Barba. Ultima gara stagionale per i ragazzi di Stevens sarà contro i Bucks a Boston. Gara da  vincere per archiviare il primato ed aspettare l’esito dello scontro per le ultime due posizioni utili per i playoffs…

Boston Celtics guard Isaiah Thomas (4) gestures from the bench to a fan in the fourth quarter of an NBA basketball game against the Milwaukee Bucks, Thursday, Feb. 25, 2016, in Boston. (AP Photo/Elise Amendola). Anche nei Playoffs sarà decisivo? 

 

Rivincite e Conferme: Kyle Lowry e Dame Lillard

Damian Lillard e Kyle Lowry oscurano le prestazioni da urlo di Draymond Green e Dwyane Wade nelle due sfide playoffs delle semifinali di Conference: la guardia dei Trail Blazers si impone con una prestazione da 40-10-5, mentre il playmaker dei canadesi ne piazza 33 nella sfida di Miami. I loro avversari non sono da meno ma devono arrendersi e concedere la vittoria a Portland e Toronto: la serie ad Ovest è ancora in mano ai Golden State (2-1) con Game 4 ancora in Oregon, dove Lillard e compagni si trasformano, mentre i Raptors (2-1) si riprendono immediatamente il fattore campo vicendo game 2 e game 3. 56
Damian Lillard non deve dimostrare più nulla: la sua più che una rivincita è una conferma del suo essere decisivo nei momenti decisivi. 22 punti di media nella serie con i Clippers, 30 in gara 1 in California, 25 in gara 2 ed ora il quarantello, il primo di questi playoffs. 56.3% da tre punti in questa serie con i campioni in carica: 31.7 punti, una conferma.
Grande rivincita per Lowry autentico oggetto misterioso di questi playoffs per i Raptors: negativo nelle prime sfide della serie, ha ritrovato se stesso nella sfida più importante, quella per riprendersi il comando, quando il suo compagno di squadra, (altro con la sindrome “playoffs”) DeRozan era più in difficoltà e con Valanciunas costretto ai box. Percentuali da tre punti super (62.5%) e serie di nuovo in mano ai Raptors. Una rondine non fa primavera, ma potrebbe essere suonata la sveglia per la guardia dei canadesi.
Ecco le prestazioni sensazionali di Damian Lillard e Kyle Lowry:
40 punti
10 assist
5 rimbalzi
61.5% da tre punti
Dame
 
33 punti
2 assist
2 rimbalzi
62.5% da tre punti
Kyle
 

Dominio Spurs: OKC travolta da LMA e Leonard

LMA degli Spurs contro Ibaka
LMA degli Spurs contro Ibaka

Game 1 dura pochi minuti: gli Spurs spazzano via i Thunder già nei primi minuti del primo quarto, con Leonard che si presenta subito in grande stile ad OKC con una schiacciata ad una mano da autore, Aldridge che parte caldo come una stufa, mettendo a referto praticamente qualunque pallone gli capiti sotto mano, complice una difesa avversaria davvero incomprensibile. A completare il quadro ci pensa Danny Green con le bombe da fuori l’arco da tre punti ed il solito Tim Duncan.
61% dal campo per i San Antonio Spurs, Aldridge è una macchina da guerra: 78.3% a fine match, numeri che dimostrano il dominio totale della squadra di Popovich che distrugge quella di un Donovan apparso senza molte idee su come risollevare un match che rischia di pesare molto psicologicamente sulle ambizioni di OKC di passare il turno.

124 punti realizzati dai texani, all’half time saranno 73, non accadeva dal 2010 che San Antonio faceva nei primi due quarti tanti punti: Leonard scende in campo solo 21 minuti, tutti i big vengono preservati, Popovich mantiene le forze fresche in vista di game 2.

Parziale 111-74 mitigato nel finale: finisce 124 a 92 con Tim Duncan che tocca quota centocinquantasei vittorie ai Playoffs diventando il secondo di sempre preceduto solo da Derek Fisher a quota 161 e superando Horry.