Il re delle schiacciate Hamidou Diallo sfida Zion Williamson: “Ci vediamo nel 2020”

E’ già diventata leggenda una gara delle schiacciate tra Hamidou Diallo e Zion Williamson targata 2016, ai tempi del liceo per l’attuale guardia degli Oklahoma City Thunder e per il fenomeno di Duke.

La vittoria di Diallo nell’edizione 2019 della gara delle schiacciate dei “grandi” ha riportato alla luce l’oscura esibizione liceale dei due, in occasione dell’Under Armour Elite 24 2016, vinta (per la cronanca) dalla futura probabile prima scelta assoluta del draft NBA 2020 Williamson.

Brett Dawson, cronista per The Athletic, aveva intervistato Hamidou Diallo alla vigilia della gara di sabato, riportando alla memoria del rookie dei Thunder l’esibizione di tre anni prima: “La gara? Avevo praticamente vinto io. Poi ho sbagliato l’ultima schiacciata e lui mi ha superato, ma se ne facciamo un fatto di livello delle schiacciate, avevo vinto io. Ho solo finito male la gara“.

Sono andate decisamente meglio per Diallo le cose sabato notte a Charlotte. Percorso netto per il saltatore da Kentucky, che ha saltato i 216 cm di Shaquille O’Neal, citato Superman, omaggiato Vince Carter e scavalcato Quavo del gruppo trap dei Migos e conquistato il trofeo di schiacciatore massimo NBA, almeno per quest’anno.

Essere il campione in carica prevede –  di regola – la difesa del titolo appena conquistato. Se Diallo, la NBA e le circostanze lo permetteranno, l’All-Star Saturday 2020  di Chicago potrebbe ospitare la rivincita tra Hamidou e Zion, a quattro anni di distanza e sul palcoscenico più grande ed importante immaginabile.

Non mi sono scordato di quella sconfitta” garantisce Diallo riferendosi a Zion Williamson “Rifacciamolo!

All Star Saturday, Jayson Tatum, Joe Harris e Hamidou Diallo i trionfatori del sabato sera

Sono Jayson Tatum dei Boston Celtics, Joe Harris dei Brooklyn Nets e Hamidou Diallo degli Oklahoma City Thunder i trionfatori dell’edizione 2019 dell’All-Star Saturday di Charlotte, North Carolina.

Lo Skills Challenge, gara di abilità tra slalom in palleggio, passaggi precisi e tiro dalla distanza è terreno di conquista per la giovane star dei Celtics, che batte in serie Mike Conley dei Memphis Grizzlies, Nikola Jokic dei Denver Nuggets e Trae Young degli Atlanta Hawks nonostante lo svantaggio iniziale, grazie al tiro da tre punti.

Tatum risolve il round finale contro la point guard degli Hawks con un incredibile tiro da centrocampo, che incoccia contro il pallone lanciato da Young, batte contro il tabellone e poi finisce in fondo alla retina, per la delusione di un basito Trae.

All-Star Saturday, Joe Harris infallibile

La gara del tiro da tre punti è introdotta da uno speciale round di beneficenza, che vede impegnati alcuni grandi ex giocatori NBA. Il “padrone di casa” Dell Curry, Ray Allen, l’ex Charlotte Hornets Glen Rice e Mark Price si alternano al tiro, chiudendo con un non esaltante punteggio di 8 canestri complessivi (curioso il caso di Ray Allen, che sbaglia tutti e 5 i palloni a disposizione).

Nel primo giro di carrelli emerge l’outsider Joe Harris dei Brooklyn Nets, che con un punteggio di 25 punti si piazza al terzo posto parziale, dietro a Steph Curry e Buddy Hield ma davanti a Khris Middleton, Kemba Walker, Damian Lillard, Dirk Nowitzki, al campione uscente Devin Booker, Buddy Hield e Danny Green.

Dignitosa la prova del vecchio Dirk Nowitzki, che nonostante un paio di vistosi air-ball chiude con 18 punti il suo primo round.

Harris, Steph Curry (che vince la sfida nella sfida col fratello Seth dei Portland Trail Blazers) e Buddy Hield accedono alla manche finale. La guardia dei Brooklyn Nets si dimostra troppo forte persino per Steph Curry: Harris chiude il suo secondo round con 26 punti, mentre il due volte MVP non fa meglio di 23. Hield è terzo con 19 punti.

All Star Saturday, Hamidou Diallo il re delle schiacciate

Miles Bridges degli Charlotte Hornets, Dennis Smith Jr dei New York Knicks, John Collins degli Atlanta Hawks e Hamidou Diallo degli Oklahoma City Thunder danno vita ad una gara delle schiacciate spettacolare e divertente.

Il rookie degli Oklahoma City Thunder mette subito in mostra le sue soprannaturali doti di stacco verticale con una “windmill” laterale, affondata dopo il passaggio al tabellone del compagno di squadra Russell Westbrook.

Dennis Smith Jr cerca il numero ad effetto ma commette qualche errore di troppo, prima di calare l’asso da 50 punti volando sopra il rapper e produttore discografico J. Cole.

Bridges replica con un omaggio al grande ex Charlotte Hornets Larry Johnson, mentre John Collins mette in scena una complessa scenografia, camuffandosi da pioniere del volo e schiacciando sopra un modellino di un biplano d’epoca.

Diallo si dimostra l’uomo da battere a fine primo turno, superando in salto Shaquille O’Neal ed affondando l’intero avambraccio nel ferro, alla “Vince Carter Oakland 2000”. Punteggio di 50 d’obbligo e finale raggiunta, assieme a Smith Jr e per la delusione di un piccatissimo John Collins.

Dennis Smith Jr si avvale dell’aiuto di Dwyane Wade e Steph Curry, ma l’effetto sorpresa sperato viene vanificato da troppi errori. Diallo gioca sugli errori dell’avversario e chiude con due schiacciate “semplici”, saltando sopra all’ospite d’onore Quavo ed affondano una “windmill” a due mani.

Pacers, Victor Oladipo batte Charlotte e chiude con la gara delle schiacciate: “Mai più”

Myles Turner sul ritorno di Oladipo

Victor Oladipo e gli Indiana Pacers passeggiano su dei modesti Charlotte Hornets, guidati dall’ex giocatore degli Orlando Magic e dal compagno di reparto Darren Collison.

21 punti, 7 assist, 3 recuperi e zero palle perse per Oladipo, 19 punti con 9 assist per Collison, ed i Pacers (31-15) chiudono la pratica Hornets già nel primo tempo (56-41 all’intervallo). Charlotte si riaffaccia alla gara a fine terzo quarto (77-71 Indiana ad 1:48 dalla sirena) con una tripla del rookie Miles Bridges, ma Victor Oladipo e Domantas Sabonis ricacciano indientro Kemba Walker e compagni sino al +20 di metà quarta frazione (104-84).

Troppo solo Walker (23 punti, 7 assist e 4 rimbalzi in 36 minuti). Dalla panchina 11 punti in 15 minuti di un Malik Monk deludente, sul quale inizia a pesare l’ombra di Donovan Mitchell (scelto due chiamate più tardi dagli Utah Jazz al draft NBA 2017), e possibile partente in caso di Charlotte Hornets attivi sul mercato in vista della trade deadline del prossimo 7 febbraio.

Victor Oladipo: “La gara delle schiacciate? Ho chiuso”

 

Senza dare troppo nell’occhio, gli Indiana Pacers di coach Nate McMillan salgono a 11-3 nell ultime 14 gare disputate, tenendo a distanza avversarie pericolose come Philadelphia 76ers e Boston Celtics e confermandosi terza forza nell Eastern Conference. L’attuale percentuale di vittorie per i Pacers è la migliore dalla stagione 2013\14.

Oggi ci siamo assicurati che per loro la partita potesse essere più complicata rispetto a novembre, quando ci batterono. Un grandissimo lavoro di squadra. Se parteciperò ancora alla gara delle schiacciate all’All-Star Game? No, ho chiuso con la gara delle schiacciate

– Victor Oladipo –

 

Al pari del campione in carica Donovan Mitchell, Victor Oladipo, veterano degli Slam Dunk Contest e con due partecipazioni all’alltivo (2015 e 2018) non parteciperà all’evento in programma a Charlotte il prossimo 16 febbraio.

Tre dei quattro partecipanti allo Slam Dunk Contest 2019 sono intanto stati “ufficiosamente” resi noti: oltre al padrone di casa Miles Bridges, saranno della partita il secondo anno John Collins degli Atlanta Hawks e l’ala dei Miami Heat Derrick Jones Jr, alla sua seconda partecipazione.

Slam Dunk Contest 2019, Donovan Mitchell non difenderà il titolo, Miles Bridges giocherà in casa?

Donovan Mitchell vince lo Slam Dunk Contest

Slam Dunk Contest 2019, il campione in carica Donovan Mitchell non difenderà il titolo 2018 a Charlotte, il prossimo 16 febbraio.

La giovane star degli Utah Jazz ha annunciato il suo forfait dalle pagine di The Deseret News:

Partecipare allo Slam Dunk Contest mi è piaciuto tantissimo, ma è una competizione che richiede tanta attenzione e preparazione. Oggi sono concentrato esclusivamente sugli Utah Jazz e sulla seconda parte di stagione che ci attende. Aspetto l’All-Star Weekend con trepidazione in ogni caso, parteciperò a tanti eventi. Mi sarebbe piaciuto ripresentarmi, soprattutto dopo la vittoria dello scorso anno. Ora mi godrò lo spettacolo dell’All-Star Game da un’altra prospettiva. In futuro, chissà

– Donovan Mitchell sullo Slam Dunk Contest 2019 –

 

Lo scorso anno a Los Angeles Donovan Mitchell diede vita ad uno show memorabile, omaggiando il grande ex Utah Jazz Darrell Griffith ed il Re della gara delle schiacciate Vince Carter.

Slam Dunk Contest 2019, Miles Bridges tra i partecipanti

 

Il rookie degli Charlotte Hornets Miles Bridges potrebbe essere uno dei quattro partecipanti alla prossima gara delle schiacciate. Come riportato da Chris Haynes di Yahoo Sports, Bridges “starebbe considerando l’idea di prendere parte alla gara”.

Bridges, 12esima scelta degli Hornets di Kemba Walker al draft NBA 2018 in uscita da Michigan State, sta viaggiando a 6.7 punti e 3.7 rimbalzi di media a partita in 42 partite disputate partendo dalla panchina per coach James Borrego.

Three Points – Cosa resterà di questo All Star Weekend?

Questa edizione di ‘Three Points’ arriva al termine di una settimana senza partite NBA, ma non per questo povera di spunti. Se la pausa per l’All Star Weekend ha regalato ai giocatori una settimana di vacanza, il lavoro fuori dal parquet è proseguito con più fervore che mai, in vista della trade deadline di ieri. In attesa di tuffarci a capofitto nell’infuocata corsa ai playoff, andiamo ad analizzare tre argomenti ‘caldi’ degli ultimi sette giorni. Let’s go!

 

1 – Cosa resterà di questo All Star Weekend?

Anthony Davis alza il trofeo di All Star Game MVP; per lui anche il record assoluto di punti realizzati (52)
Anthony Davis alza il trofeo di All Star Game MVP; per lui anche il record assoluto di punti realizzati (52)

“E così, anche il sabato è andato così…” diceva una delle più belle canzoni di Luciano Ligabue. Un altro All Star Weekend è passato agli archivi tra musica, spettacolo e, negli intermezzi, qualche sprazzo di pallacanestro.
Partendo dai doverosi presupposti sciorinati la scorsa settimana, cerchiamo di fare un resoconto di quanto accaduto in quel di New Orleans, vero e proprio centro del mondo cestistico di questi ultimi giorni.

C’è solo una partita, durante l’anno, meno competitiva della tradizionale sfid…ehm, esibizione tra Ovest ed Est: il Rising Stars Challenge. Se a molti può dar fastidio l’atteggiamento tenuto in campo la domenica da superstar affermate e pluridecorate, cosa si può pensare allora vedendo un gruppo di ventenni appena usciti da scuola (letteralmente, visto che molti di loro due anni fa erano al liceo) fare su e giù per il campo tentando le giocate più assurde?
L’unico vero motivo per seguire questo incontro è vedere questi giovanissimi fenomeni dare prova del loro talento in un contesto più importante del solito, almeno dal punto di vista mediatico. Ecco allora l’esaltazione dell’atletismo di giocatori come Jonathon Simmons, Marquese Chriss o Dante Exum (finora piuttosto ‘quieto’ con la maglia degli Utah Jazz), delle abilità balistiche di Devin Booker e dei trucchi da playground di D’Angelo Russell, per finire con le clamorose doti di passatore di Nikola Jokic, astro nascente dei Denver Nuggets (che venerdì notte non avrebbe tirato nemmeno sotto tortura). A proposito di Nuggets, l’MVP della serata è stato Jamal Murray, autore di un vero e proprio ‘bombardamento’ culminato nell’unico momento di ‘simil-competizione’ dell’ncontro (durato 2 o 3 minuti, niente di più). Ad insidiarlo per la conquista del premio un altro componente del ‘Team World’, quel Buddy Hield ancora ignaro di stare disputando l’ultima partita nella ‘sua’ New Orleans. Il match del venerdì è stato una nuova occasione per vedere di fronte Karl-Anthony Towns e Kristaps Porzingis, due assoluti fuoriclasse che, presto o tardi (presumibilmente già l’anno prossimo), si troveranno di fronte anche nel main event del fine settimana. Così come per la gar…ehm, lo show della domenica, il valore assoluto di questo evento aumenterà con il passare degli anni. Chissà mai che, in futuro, non andremo a recuperare il filmato di questa partita per rivivere l’ingresso nell’elite NBA dei dominatori di domani.
Piccola nota a margine per Brandon Ingram. La giovanissima ala dei Los Angeles Lakers, sebbene si trovasse in un contesto più ‘festaiolo’ che agonistico, è rimasto quasi volutamente nell’ombra. Uno, due tiri al massimo (mentre al suo fianco Hield e Murray avrebbero scaraventato verso il canestro anche gli spettatori più vicini), grossolani errori nel passaggio, un evidente disagio. L’unico suo lampo, forse involontario, è stata un’inaspettata rivelazione al microfono del bordocampista: “Sai, D’Angelo (Russell, ndr) non è uno che passa troppo il pallone…”. E’ vero che avrà modo e soprattutto tempo per mettersi in luce in gialloviola; si può tranquillamente affermare, però, che il suo ingresso nella lega avrebbe potuto essere dei migliori.

L’All Star Saturday è stato piuttosto incolore. Certo, fare meglio delle ultime edizioni della gara di tiro da tre punti (con le prodezze degli ‘Splash Brothers’) e, soprattutto, del memorabile Slam Dunk Contest 2016 (con l’epico duello finale tra Aaron Gordon e Zach LaVine) era obiettivamente impossibile; durante il sabato appena trascorso, però, l’entertainment si è visto più che altro fuori dal campo. Con tutta la stima per Glenn Robinson III e per Derrick Jones Jr. (il quale ha ostentato una sicurezza rara per un neo-ventenne), la loro esibizione ha messo a nudo la dura realtà: salvo eccezioni come l’epocale edizione 2016, la gara delle schiacciate rischia di aver fatto il suo tempo. Sembra arrivato il momento di escogitare qualcosa di nuovo.

P.S. ormai anche chi non segue il basket ha afferrato il concetto secondo cui il gioco sta cambiando e anche i lunghi possono portare palla e tirare da tre punti; non è indispensabile organizzare tutta quella pantomima!

Se fino a questo punto sono stato piuttosto d’accordo con le critiche riservate all’ultimo All Star Weekend, mi trovo invece a dissentire vigorosamente su molto di quanto letto in questi giorni riguardo allo ‘showdown’ della domenica sera.
Per parlare di un evento come di una ‘delusione’ è strettamente necessario esserci arrivati con un certo tipo di aspettative. Diciamoci la verità: qualcuno pensava di vedere a New Orleans un remake di Gara-7 delle scorse Finals?
L’All Star Game è andato esattamente come bisognava aspettarselo. C’è chi lo ha vissuto più intensamente degli altri, come Giannis Antetokounmpo (preda di una contagiosa esaltazione per il primo ASG in carriera), Russell Westbrook (che non giocherebbe sotto al 100% nemmeno a scala 40) e l’MVP Anthony Davis, osservato speciale in quanto ‘padrone di casa’. Per quest’ultimo è arrivato anche il record all-time di punti realizzati (52, stracciando i 42 di tale Wilt Chamberlain). Chiaro, quando la tua squadra ne realizza 192 e tutti (tranne Westbrook!) giocano per farti segnare, tutto è relativo, ma i complimenti al Monociglio per averci regalato qualcosa da ricordare sono comunque doverosi.

Eccezion fatta per i nomi già citati, è stata la solita ‘scampagnata’ tra amici, con quelli più a loro agio (vedi un LeBron James in campo per pochissimi, ma intensi minuti), quelli palesemente fuori posto (consiglio vivamente di rivedere il match cercando ogni volta la faccia di Kawhi Leonard) e quelli che invece avevano la testa altrove (DeMarcus Cousins, su cui torneremo più avanti). La poca competitività (il più grande eufemismo di sempre) della serata è stata magistralmente sottolineata dai colpi di genio di due futuri stand-up comedians: Kyrie Irving e Stephen Curry. Il playmaker dei Cleveland Cavaliers si è esibito in una splendida (e passata praticamente inosservata) rimessa in favore degli avversari (già che ci siamo…), mentre il due volte MVP, ‘spaventato’ dalla furia distruttiva di Antetokounmpo, ha deciso di fingersi morto e regalarci il momento clou della serata:

https://www.youtube.com/watch?v=gtFvHkwfbFw

Questi due episodi non sono stati altro che una satira bella e buona su quello che effettivamente è diventato (o è sempre stato?) l’All Star Game: un susseguirsi di alley-oop e tiri da distanze siderali, accompagnato da balletti e risate d’ordinanza. A lunghi tratti, non proprio il massimo dello spettacolo.
Ed ecco che arriviamo al nodo della questione: come ‘salvare’ l’All Star Game?
Certamente saremo in moltissimi (tra cui azzarderei a inserire Adam Silver) a non voler vedere mai più la ‘farsa’ inscenata dalle due formazioni, ben lontana dalle reali possibilità dei migliori cestisti del pianeta. Le soluzioni proposte dalle più disparate fonti, però, appaiono francamente irrealizzabili ed illogiche. Perché mai assegnare il fattore campo nelle Finals, rendendo di fatto inutili gli sforzi delle trenta franchigie nella ben più significativa regular season? Peggio ancora, per quale motivo la lega dovrebbe staccare un bell’assegno da 500.000 dollari ad ogni membro del team vincente? Gonfiare ulteriormente le tasche di atleti multimilionari sarebbe il modo più deplorevole in assoluto per utilizzare tali somme. Perché, piuttosto, non proporre di organizzare il successivo All Star Weekend in una delle città della Conference vincente? E’ un’idea buttata lì; anche se minima, sarebbe pur sempre un ‘scossa’. Di certo Silver e soci si trovano di fronte a un dilemma piuttosto spinoso.

Tra i momenti da ricordare nella serata dello Smoothie King Center, a parte gli sketch di Irving & Curry e le feroci ‘inchiodate’ di Giannino, potremmo annoverare la schiacciata di DeAndre Jordan su alzata al tabellone di Westbrook (che ha fatto tremare anche il televisore) e, senza alcun dubbio, il dai-e-vai Westbrook-Durant-Westbrook, con tanto di festeggiamento dei compagni in panchina. Alla fine è stata l’unica interazione tra i due protagonisti più attesi del weekend, ma l’ ‘effetto scenico’ di quella giocata è assolutamente innegabile.
In chiusura, una nota di merito per lo spettacolo che ha accompagnato la domenica delle stelle. Non tanto per John Legend, sulla cui eccellenza non ci sono mai stati dubbi, quanto per il magnifico pezzo con cui The Roots hanno aperto la serata e dato il via all’introduzione delle squadre. Senza rinunciare alla ‘tamarraggine’ richiesta dall’occasione, il gruppo ha lanciato un chiaro ed efficace messaggio (che dovrebbe essere assimilato per bene da chiunque si diletti ad analizzare lo sport) sul concetto di ‘Evolution Of Greatness’: non si potrà mai dire se sia stata meglio questa o quell’altra epoca, poiché ognuna è l’evoluzione di quella precedente. Chapeau.

 

2 – Monsters & Co.

DeMarcus Cousins con i nuovi compagni a New Orleans: Jrue Holiday (a sinistra) e Anthony Davis
DeMarcus Cousins con i nuovi compagni a New Orleans: Jrue Holiday (a sinistra) e Anthony Davis

Un weekend delle stelle tutt’altro che indimenticabile che si è però concluso col botto, ovvero con l’annuncio del passaggio di DeMarcus Cousins ai New Orleans Pelicans. Una notizia comunicata ad un sorpreso Cousins proprio di fronte alle telecamere, pochi minuti dopo la fine delle ‘ostilità’ sul parquet dello Smoothie King Center, da quel momento nuova ‘casa’ del fenomenale centro.

Un colpo di tale importanza finisce indubbiamente per ridisegnare lo scenario della Western Conference, almeno per quel che riguarda la corsa all’ottavo posto.
I Pelicans, attualmente undicesimi (a due partite mezza di distanza da Denver), si ritrovano con un frontcourt dallo sconfinato potenziale, formato da Cousins e dall’All Star Game MVP Anthony Davis. Sul piano individuale parliamo di fatto dei migliori ‘big men’ della lega, entrambi all’apice della carriera. Due autentici ‘mostri’ che stanno riscrivendo partita dopo partita il concetto di ‘lungo NBA’: oltre al sovrannaturale atletismo, infatti, AD e DMC possono vantare un repertorio offensivo pressoché illimitato (impreziosito da un tiro da tre punti in costante miglioramento) e un controllo dei movimenti fino a poco tempo fa sconosciuto a giocatori delle loro dimensioni (come ha tenuto a ricordarci lo Skills Challenge di sabato scorso).

Il grande punto interrogativo, però, riguarda la possibile coesistenza dei due in quel di NOLA.
Dal punto di vista tattico i due sono teoricamente compatibili; l’arrivo di ‘Boogie’ comporterà un utilizzo pressoché costante di Davis come ala grande, con conseguenti incubi causati alle difese avversarie. E’ piuttosto l’incendiario carattere di Cousins a far sorgere i maggiori dubbi. I suoi inqualificabili atteggiamenti da ‘superstar capricciosa’ hanno condizionato pesantemente la storia recente dei Sacramento Kings. Sarà in grado di accettare il ruolo di ‘co-protagonista’, oppure il suo gigantesco ego finirà col far implodere la situazione anche in Louisiana? Lo scopriremo molto presto. Quel che è certo è che il Monociglio ha finalmente l’occasione di giocare di fianco ad un altro All Star, dopo quattro stagioni e mezza passate a ‘predicare nel deserto’. Se tutto dovesse funzionare per il meglio, potremmo trovarci di fronte ad una versione evoluta delle twin towers, schierate da Houston prima (Sampson-Olajuwon) e da San Antonio poi (Robinson-Duncan). Evolution Of Greatness, dicevamo poco fa…
Poi, ovviamente, ci sarebbe bisogno di una squadra intorno. Per arrivare a Cousins, la dirigenza Pelicans ha spedito a Sacramento un tris di esterni composto da Tyreke Evans (di ritorno alla squadra che lo lanciò), Langston Galloway e Buddy Hield (rookie che stava iniziando ad ‘ingranare’ dopo un inizio difficile). I soli Jrue Holiday e Tim Frazier non sembrano abbastanza per poter ambire a qualcosa di più di un primo turno playoff. Senza ulteriori aggiustamenti, i sogni di gloria rischiano di essere rimandati alla prossima stagione.

Se in casa Pelicans prevalgono l’entusiasmo e la curiosità, la situazione a Sacramento è tutt’altro che rosea. Il general manager Vlade Divac è finito sul banco degli imputati per aver lasciato partire l’unica star dei Kings dai tempi di Chris Webber senza ottenere in cambio una contropartita adeguata. Effettivamente due scelte al draft (una al primo e una al secondo giro) e tre ‘comprimari’ non sono proprio il massimo, considerato il valore del giocatore trasferito (Cousins, tre volte All Star, stava viaggiando a una media di 27.8 punti e 10.7 rimbalzi di media). La giustificazione di Divac (in sostanza: “abbiamo dovuto accettare per non perdere l’occasione di scambiarlo”) non è sicuramente indice di un’acuta pianificazione, ma è tutto sommato condivisibile. Aldilà dei molteplici rumors, erano davvero pochissime le squadre disposte a ‘svenarsi’ per assoldare un elemento tanto problematico. I Pelicans hanno tentato l’all-in, e Divac ha deciso di chiudere una volta per tutte l’era di DMC a Sacramento. Deve essere proprio questo il principale motivo di sollievo in casa Kings. In quasi sette anni di permanenza in California, Cousins non si è mai dimostrato in grado di poter guidare la franchigia ai playoff. Anzi, la sua fama da ‘bullo’ ha tenuto alla larga i vari free-agent un’estate dopo l’altra. Era lampante che il futuro della squadra e quello del centro non avrebbero più dovuto coincidere. Oltretutto, grazie al nuovo accordo collettivo, DMC rischiava di tenere sotto scacco la franchigia anche per gli anni a venire, con lo spettro di un astronomico contratto da oltre 200 milioni di dollari. Ora le ambizioni da playoff dei californiani vengono definitivamente abbandonate. La (ri?)salita sarà probabilmente lunga, molto lunga ma, come cantavano gli Smiths, questo era decisamente un “Good time for a change…”.

 

3 – Tanti rumors per nulla

Nerlens Noel, passato da Philadelphia a Dallas nelle ultime ore di mercato
Nerlens Noel, passato da Philadelphia a Dallas nelle ultime ore di mercato

L’affare Cousins sembrava solo l’inizio di una scoppiettante settimana di mercato che avrebbe dovuto sconvolgere gli equilibri della lega. Una volta raggiunta la trade deadline, invece, la quasi totalità degli innumerevoli rumors si è risolta in un nulla di fatto.

La trattativa più importante delle ultime ore è stata quella che ruotava intorno a Paul George. In particolare, Denver Nuggets e Boston Celtics pare abbiano presentato offerte molto interessanti agli Indiana Pacers per convincerli a cedere la loro stella. I Celtics, indiscussi protagonisti delle voci di mercato di queste settimane, hanno messo sul piatto anche l’ambita scelta dei Brooklyn Nets al prossimo, ricchissimo draft (scelta che, con ogni probabilità, sarà fra le prime tre assolute), ma Larry Bird e soci hanno preferito declinare, almeno per il momento. Difficile pensare, infatti, che il discorso su PG13 non possa riprendere a giugno, quando l’effettiva posizione della chiamata di Boston sarà stata ufficializzata dalla draft lottery. Una scelta che, prima o poi, Danny Ainge e colleghi finiranno per scambiare. I pezzi più pregiati del draft 2017 sono delle point guard, ruolo che ai Celtics è ricoperto alla grande da Isaiah Thomas. Francamente, sarebbe poco saggio privarsi di IT, il miglior esempio possibile di come il contesto possa fare la differenza tra un ottimo giocatore e un candidato MVP. Boston ha l’occasione di provare a vincere (o quantomeno a sorprendere Cleveland) nel breve termine; affidare la franchigia ad una giovane promessa (viste anche le difficoltà mostrate dai rookie di quest’anno) potrebbe far passare il treno buono.

Paul George resta dov’è, dunque, e come lui Jimmy Butler e Carmelo Anthony, gli altri All Star in odore di trade. Nulla di fatto anche per le chiacchierate trattative che avrebbero dovuto far cambiare squadra a Derrick Rose, Andre Drummond, Danilo Gallinari e Jahlil Okafor. Quest’ultimo era indicato da tempo come il giocatore ‘sacrificabile’ dell’affollato reparto lunghi dei Phialdelphia 76ers; a poche ore dalla deadline, però, a muoversi è stato Nerlens Noel, alla faccia di qualsiasi indiscrezione. Il centro, sesta chiamata assoluta al draft 2013, è passato ai Dallas Mavericks in cambio di Justin Anderson, Andrew Bogut (che verrà tagliato) e una prima scelta futura. Tutto sommato una buona mossa soprattutto per i Mavs, che si rinforzano sotto canestro e ringiovaniscono il roster, ora decisamente più futuribile.
Lo ‘sfoltimento’ a Philadelphia era iniziato con la cessione di Ersan Ilyasova agli Atlanta Hawks. Il turco stava disputando un’ottima stagione, ma in estate diventerà free agent. Dalla sua partenza, Phila ha ricavato Tiago Splitter (probabilmente verso il taglio) e l’ennesima seconda scelta (saranno quattro a giugno, più una al primo giro).

Tra gli scambi più significativi di questi ultimi giorni c’è sicuramente quello che ha portato Lou Williams agli Houston Rockets in cambio di Corey Brewer e di una scelta al primo giro al prossimo draft. Una trade da cui escono abbastanza bene entrambe le franchigie. Houston aggiunge una letale ‘arma da fuoco’ al suo arsenale (Williams viaggia a 18.7 punti di media in stagione), mentre i Lakers si liberano di un giocatore superfluo per le loro ambizioni e accumulano scelte per proseguire la lunga risalita ai vertici.
Da segnalare una serie di movimenti interessanti (ed è davvero sorprendente scriverlo) da parte dei Brooklyn Nets, che cercano disperatamente uno spiraglio per accelerare un minimo la lunghissima ricostruzione. Se Brook Lopez è rimasto (almeno per il momento; molto probabile che parta nel corso dell’anno), l’unico altro giocatore con valore di mercato, Bojan Bogtdanovic, è stato spedito ai Washington Wizards (che rinforzano finalmente la loro panchina) in cambio di Marcus Thornton, Andrew Nicholson e una prima scelta 2017. Una contropartita che permetterà ai Nets di fare un po’di ‘pulizia’ per dare spazio ai giovani (Thornton verrà tagliato). Successivamente, a Brooklyn è arrivato anche K.J. McDaniels, un giocatore che aveva iniziato molto bene la carriera NBA a Philadelphia per poi sparire dai radar a Houston. In un contesto come quello dei Nets, K.J. avrà l’occasione di tornare a mettersi in luce.
Ottima ‘sessione invernale’ per i Toronto Raptors, che rinforzano ulteriormente il reparto ali, vero punto debole del roster. Dopo aver messo sotto contratto Serge Ibaka, infatti, i canadesi si sono aggiudicati anche P.J. Tucker, arrivato dai Phoenix Suns per Jared Sullinger e due scelte future. Una vera e propria boccata d’ossigeno, per una squadra in visibile calo come Toronto.

I ‘vincitori morali’ delle ultimissime ore di mercato, però, sono gli Oklahoma City Thunder, che con un vero e proprio ‘furto’ hanno portato via da Chicago Doug McDermott e Taj Gibson. Due ottimi rinforzi in vista dei playoff, dove il cortissimo roster dei Thunder non avrebbe sicuramente retto il confronto con quelli dei top team dell’Ovest. Davvero inspiegabile, dall’altra parte, la scelta della dirigenza Bulls, che si priva di due giocatori di sicuro valore (e di una seconda scelta 2018) per ricevere in cambio Cameron Payne, Anthony Morrow e Jeoffrey Lauvergne. Una mossa apparentemente inutile per qualsivoglia obiettivo, che sia esso arrivare (e fare strada) ai playoff oppure smantellare e ricostruire. E’ proprio la mancanza di obiettivi chiari il principale problema a Chicago. Butler è rimasto, Rajon Rondo (per ora) non si è mosso, così come Nikola Mirotic e Robin Lopez, altri giocatori indicati come possibili partenti. La situazione è sempre più pericolosa; diventare una contender è impensabile, ripartire da zero molto difficile. Che fare?

Terminato lo spazio disponibile per gli scambi, inizia ora la caccia ai free agent. Alcuni dei giocatori non scambiati saranno liberati dalle rispettive squadre e potranno così accasarsi altrove. Il nome più appetibile in circolazione è quello di Deron Williams, tagliato dai Dallas Mavericks, L’ex All Star sembra destinato ad unirsi a LeBron James e ai suoi Cavs per dare la caccia al titolo NBA. Gli altri pezzi pregiati attualmente disponibili sono Terrence Jones, protagonista di una buonissima stagione a New Orleans ma chiuso dall’arrivo di DeMarcus Cousins, e lo stesso Bogut, sempre che riesca a recuperare una forma quantomeno accettabile.

Flying Men: Jason Richardson

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Jason Richardson durante una schiacciata

Ben ritrovati amici lettori, spero che le puntate di Flying Men vi stiano piacendo.
Per il pezzo di questa settimana ho voluto puntare gli occhi su un grandissimo schiacciatore degli anni 2000, sto parlando di Jason Richardson.
Molti di voi lo ricorderanno sicuramente per le sue apparizioni a vari Slam Dunk Contest e per le sue grandissime giocate sopra il ferro soprattutto negli anni a Golden State, ma partiamo con ordine.
Sbarcato in NBA all’età di 20 anni, selezionato appunto dai Warriors come 5^ scelta al Draft 2001, J-Rich continua ad affascinare migliaia di tifosi come aveva già fatto al college con la maglia dei Michigan State Spartans.
L’anno da rookie lo chiuderà a 14.4 punti di media e 4.3 rimbalzi, numeri modestissimi.
I tifosi e gli esperti iniziano ad etichettarlo come schiacciatore (e basta), questo se da un lato lo esalta e sprona a realizzare giocate mirabolanti, dall’altro lo fa sentire come un giocatore parziale, in grado di mettere a segno i punti soltanto grazie al suo atletismo.
Con gli anni invece Richardson inizierà a sviluppare anche gli altri aspetti del gioco e ad ampliare la sua gamma di opzioni offensive, nella stagione 2007-08 vincerà addirittura il premio come miglior realizzatore da oltre l’arco con 243 triple messe a bersaglio.
Al fianco di Baron Davis formerà un duo stupendo a Golden State, portando la squadra ai Playoffs proprio nel suo ultimo anno con loro.
Sono da segnalare sicuramente le sue apparizioni agli Slam Dunk Contest del 2002, 2003 e 2004, e le sue vittorie nelle prime due edizioni.

Qui un piccolo assaggio delle giocate di J-Rich:

Nell’estate del 2007 arriva l’accordo con i Charlotte Bobcats, squadra in piena fase di rifondazione.
Richardson trova subito il suo posto nel quintetto base e dimostra di avere ancora tanto da dare.
Ma un passo fondamentale lo farà nel Dicembre del 2008 quando approderà in casa Phoenix Suns, andandosi ad accostare al genio di Steve Nash, formando un’ottima coppia di esterni avendo migliorato notevolmente il suo tiro da oltre l’arco dei 3 punti.
Proprio ai Suns, Jason ritroverà quel playmaker che sa quando passargli il pallone proprio come faceva precedentemente Baron Davis.

November 25, 2009: The Phoenix Suns play the Memphis Grizzlies at US Airways Center in Phoenix, AZ. The Suns defeated the Grizzlies 126-111
Jason Richardson con la magia dei Suns

Gli anni con i Suns procedono abbastanza bene e nel 2010 Phoenix si riaffaccia ai Playoffs con una buona squadra, qui Richardson nelle 16 gare disputate, viaggerà a quasi 20 punti di media tirando col 50% dal campo e col 47% da 3 punti.
Il 18 Dicembre del 2010 verrà scambiato agli Orlando Magic insieme a Hedo Turkoglu e Earl Clark, in cambio di Vince Carter, Marcin Gortat e Mickael Pietrus.
Proprio nel suo primo anno coi Magic, Jason parteciperà subito ai Playoffs uscendo però al primo turno contro gli Atlanta Hawks.
Anche in maglia Magic, continuò a stupire i fan di mezzo mondo con le sue bellissime schiacciate, dimostrando di avere ancora la dinamite dentro le gambe.
Arriviamo così verso il termine della sua carriera, gli ultimi due anni in NBA li passò fra le file dei Philadelphia 76ers, giocando però ben poche partite per via di vari infortuni, in questi ultimi anni passò dall’essere un giocatore super esplosivo, ad essere un veterano intelligente e affidabile nel tiro da fuori.
Di lui avremo sempre un bellissimo ricordo come uno dei giocatori più spettacolari degli ultimi 10 anni, grazie al suo enorme atletismo si è guadagnato un posto di diritto fra i migliori dunkers di sempre, al pari di gente come Vince Carter, Julius Erving e Michael Jordan.

Chiudiamo questo articolo con un breve video delle sue schiacciate più belle:

Premi: 2x Slam Dunk Contest Champion (2002-2003)

Flying Men: Dominique Wilkins

Eccoci di nuovo al nostro appuntamento settimanale con i migliori dunkers di sempre: questa settimana andremo ad analizzare uno che ha rivoluzionato il modo di concepire le schiacciate.
Stiamo parlando di Dominique Wilkins, giocatore originario di Parigi, dove nacque nel 1960, e trasferitosi successivamente col padre a Washington, dove inizierà a praticare lo sport del quale poi rimarrà innamorato.
Nel 1979, Dominique si iscrive alla Georgia University, nella quale resta per 3 anni, viaggiando sull’ottima media di 21.6 punti a partita.RackMultipart.10287.0_original
Nel 1982 viene selezionato dagli Utah Jazz durante il Draft NBA, come 3^ scelta assoluta.
I Jazz lo scambiano prima dell’inizio della regular season con gli Atlanta Hawks, dei quali Wilkins diventerà il leader e giocatore simbolo.
Come aveva già fatto vedere in precedenza, The Human Highlight Film (questo il suo soprannome), mette subito in chiaro quale sia il suo potenziale anche fra i pro, dimostrando leadership e doti cestistiche oltre la media.
Con le sue mirabolanti schiacciate elettrizza per anni i tifosi degli Hawks ed entra a far parte della élite dei migliori giocatori della NBA.
Escludendo la sua stagione da rookie, Wilkins rimase sempre oltre i 20 punti di media stagionali, vincendo addirittura il premio come Miglior Realizzatore nel 1986 con 30.3 punti di media.
Partecipò a ben 5 edizioni dello Slam Dunk Contest, vincendone 2, la prima nel 1985 ad Indianapolis battendo un certo Michael Jordan e la seconda nel 1990 battendo Shawn Kemp dei Seattle Super Sonics.
Il suo marchio di fabbrica divenne la cosiddetta Windmill Dunk eseguita sia con una mano che con due.

Qui un assaggio delle sue incredibili doti atletiche:

Dopo 12 stagioni passate con gli Atlanta Hawks, il nostro uomo giocò 25 partite con i Clippers nella stagione 1993-94, poi volò a Boston per giocare quasi un’intera stagione coi Celtics.
Nell’estate del 1995 decise di provare a giocare in Europa e venne firmato dal Panathinaikos (Grecia), squadra che gli offrì un contratto biennale da 7 milioni di dollari (abbastanza alto per un 35enne).
Purtroppo però Wilkins non si adattò subito bene al contesto europeo, iniziò a viaggiare moltissimo avanti e indietro dall’America fra una partita e l’altra e questo gli causò una multa di 50 mila dollari da parte della società.
Fu lui però che aiutò il Panathinaikos a vincere le Final Four di Eurolega nel 1996, grazie ai suoi 20.1 punti di media e 7.4 rimbalzi, vincendo inoltre il premio di MVP delle Final Four.77579784384423f5340ea0ecfe3fbc7b
Quello stesso anno vinse inoltre la Greek Cup e il premio di MVP della Coppa stessa.
Tornato in America prima della stagione 1996-97, venne messo sotto contratto come free-agent dai San Antonio Spurs per dare solidità alla panchina.
In quella stagione guidò la squadra per punti segnati con 18.2, ma dopo una sola stagione, durante un suo viaggio oltreoceano, firmò un contratto con la Teamsystem Bologna, squadra militante nel campionato italiano.
L’anno successivo, ovvero il 1998 firmò quello che sarebbe stato poi il suo ultimo contratto in carriera, con gli Orlando Magic, nelle 27 partite disputate in quella stagione, Dominique segnò in media appena 5 punti e prese 2.6 rimbalzi.
Decise quindi di appendere definitivamente le scarpe al chiodo, potendo vantare un ottima collezione di premi e il 13esimo posto come miglior realizzatore della storia della NBA.
Un giocatore che fece dell’atletismo il suo punto di forza e che seppe “inventare” nuovi modi di attaccare il ferro anche in situazioni critiche, un simbolo tuttora elogiato dagli amanti di questo sport e che rimarrà sempre l’icona degli Atlanta Hawks degli anni ’80 e ’90.

Un video in onore di questo magnifico giocatore:

Premi: 2x NBA Slam Dunk Contest Champion

Flying Men: Julius Erving

Ben tornati al nostro consueto appuntamento settimanale, nella nostra rubrica non poteva certo mancare uno come Julius Erving, personaggio che ha caratterizzato la NBA degli anni ’70 con le sue spettacolari schiacciate.Julius_Erving_Nets_(3)
Nato e cresciuto a New York, Julius capisce fin da piccolo di avere un talento speciale, quel talento che lo porterà ad essere uno dei giocatori più significativi nella storia della NBA.
Julius inizia il suo percorso fra i professionisti nella meno rinomata ABA, la cosidetta “Lega dei Neri“, dove a farla da padrone sono i giocatori di colore con le loro mirabolanti azioni sopra il ferro.
Dovrà attendere fino al 1976 per arrivare in NBA, più precisamente alla corte dei Philadelphia 76ers, con i quali rimarrà fino a fine carriera nel 1987.
Come già aveva fatto in ABA, Erving mette subito in mostra le sue immense doti di schiacciatore, lasciando il mondo del basket ad occhi aperti, diventa il dunker per antonomasia e nel circuito NBA tutti iniziano a vederlo come il miglior schiacciatore di sempre.
La cosa bizzarra fu che Erving vinse l’unico titolo di Campione della Gara delle Schiacciate nel 1976, quando ancora si trovava nella ABA con gli allora New York Nets.
Con la sua caratteristica pettinatura afro e i calzettoni tirati su fin sotto al ginocchio, Dr. J come verrà soprannominato, ammalia ed ispira milioni di appassionati, le sue formidabili schiacciate restano impresse nella memoria collettiva e per le squadre per cui gioca questo significa essere sulla bocca di tutti.

Qui un video di alcune sue stupende giocate:

Per quell’epoca veder fare in partita certe cose era impensabile, schiacciate che probabilmente oggi sono state ampiamente superate per complessità, in quel periodo della storia della NBA lasciarono un segno indelebile, dando il via a quelli che oggi conosciamo come i più grandi dunkers moderni, vedi Zach Lavine, Aaron Gordon o Blake Griffin.
La sua capacità di elevazione mista all’inventiva, lo portò a distruggere avversari fisicamente più grossi di lui, sui campetti di mezzo mondo, i ragazzi cercavano e cercano tutt’ora di imitare le sue giocate.Dr-J-Larry-Bird
Nel 1983 con i Sixers riuscì anche a vincere un Titolo NBA, guidato dal Coach Billy Cunningham e affiancato da due ottimi giocatori quali Maurice Cheeks e Moses Malone.
La sua personale bacheca dei trofei è talmente vasta che non stiamo qui a menzionare tutto, però soprattutto ai tempi della ABA, portò a casa risultati degni di nota, 2 volte vinse il campionato vincendo anche il premio di MVP dei Playoffs, venne eletto per 3 volte di seguito MVP del campionato e partecipò per 5 volte all’ABA All Star Game.
Sia i Brooklyn Nets che i Philadelphia 76ers hanno deciso di rendergli omaggio ritirando la sua maglia, i primi col numero 32 e gli altri col 6.
Venne inserito nel 1993 nella Hall of Fame del Basket e l’anno successivo Sports Illustraded lo mise nella lista dei 40 atleti più importanti di sempre.
Ma le parole non basteranno mai a descrivere quello che è stato Dr. J per tutti gli amanti del basket, credo sia meglio lasciare spazio alle immagini…

Premi: ABA Slam Dunk Contest Champion 1976

Flying Men: Vince Carter

Vince Carter non è soltanto uno dei migliori giocatori di sempre nella storia della NBA, selezionato per ben 8 volte per prendere parte all’All-Star Game, al pari di altri grandissimi giocatori come Michael Jordan e Kobe Bryant.VC1
E’ stato anche e soprattutto una delle figure che hanno modificato per sempre il concetto di schiacciata, in particolar modo delle cosiddette “dunk in game“, ovvero quelle schiacciate effettuate dal giocatore durante un match ufficiale.
Nato a Daytona Beach, in Florida, Vince porterà il suo talento nella rinomata università della North Carolina, diventando l’idolo dei tifosi locali grazie alle sue spettacolari prodezze ad altezze incredibili.
Come dicevamo poco fa, Vince Carter riuscì a trasportare in un certo senso quelle schiacciate che si vedevano fare nei campetti americani o nei videogames, nelle partite ufficiali, lasciando letteralmente a bocca aperta tutti gli spettatori.

Arrivò così anche per lui l’attesa chiamata al Draft NBA, precisamente nel 1998: venne selezionato dai Golden State Warriors che lo girarono subito ai Toronto Raptors in cambio di Antawn Jamison… I Warriors non sapevano cosa stavano cedendo.
Punti, leadership e in particolar modo SPETTACOLO!
Sì perchè Vince Carter ogni volta che calcava i parquet NBA dava spettacolo, sia in campo aperto che su azione, metteva a segno delle pazzesche giocate ad alta quota posterizzando decine e decine di avversari come fosse la cosa più semplice da fare.
Alto appena 1.96m (la NBA tende ad aumentare le misure e lo segnala come 1.98m), Carter dimostrò al mondo della pallacanestro di essere, se non il migliore in assoluto, uno dei dunkers più forti di sempre.
Negli anni passati ai Raptors, le sue giocate gli valsero il soprannome di AIR CANADA, ed ancora oggi i tifosi di Toronto hanno uno splendido ricordo di lui.
Da ricordare sicuramente la sua prova mostruosa durante lo Slam Dunk Contest del 2000 svoltosi ad Oakland, in cui mostrò al pubblico delle schiacciate mai viste prima… Vi basti sapere che Shaquille O’Neal, non proprio la persona più facile da shockare su questo pianeta, rimase a bocca aperta.

Epica inoltre la sua schiacciata durante le Olimpiadi di Sydney 2000, in cui scavalcò letteralmente il centro francese Frederic Weis (2.18m) che si era posizionato per prendere sfondamento, una cosa mai vista prima in una partita e che nessuno ancora oggi ha mai replicato (qui sotto il video).

Nonostante gli anni siano passati e anche le squadre siano cambiate, Carter ha continuato a dimostrare quanto le sue gambe valgano ancora la pena di essere venerate: prima con i Nets (2004-09) e poi con i Magic (2009-10), fece ricredere tutti quelli che ormai lo davano per “vecchietto”; in seguito, anche in maglia Suns, Mavericks e ora con quella dei Grizzlies, ha costantemente mantenuto (anche se chiaramente non è più quello di prima) il suo atletismo.
Ancora oggi alla veneranda età di 39 anni, e probabilmente alla sua penultima stagione NBA, riesce a volare oltre il ferro facendo riemergere nell’immaginario collettivo quei ricordi legati ai primi anni 2000, in cui volava davvero e in cui regalò agli amanti di questo sport un’icona da emulare.
Grazie di tutto Vince!

Premi: Slam Dunk Contest Champion 2000

Flying Men: Michael “AIR” Jordan

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Jordan

Ben ritrovati per la nuovissima rubrica settimanale Flying Men: in queste puntate il nostro cammino si articolerà fra i più grandi dunkers di sempre nella storia della NBA, quei giocatori che in qualche modo hanno cambiato o comunque influenzato la concezione stessa della schiacciata.
Per la prima puntata della serie non potevamo non scegliere Michael Jordan, probabilmente il più forte giocatore di tutti i tempi, MJ è stato anche un atleta spettacolare ed uno dei migliori schiacciatori di sempre, tanto da guadagnarsi il soprannome di “AIR“. Per ben 13 stagioni è stato il simbolo dei Chicago Bulls, portando la franchigia dell’Illinois a vincere la bellezza di 6 Titoli NBA.

 

SEATTLE - FEBRUARY 7: (L-R) Terrence Standsbury, Johnny Dawkins, Ron Harper, Clyde Drexler, Tom Chambers, Michael Jordan, Jerome Kersey and Gerald Wilkins pose for a portrait prior to the 1987 Slam Dunk Contest on February 7, 1987 at the Kingdome in Seattle, Washington. NOTE TO USER: User expressly acknowledges that, by downloading and or using this photograph, User is consenting to the terms and conditions of the Getty Images License agreement. Mandatory Copyright Notice: Copyright 1987 NBAE (Photo by Andrew D. Bernstein/NBAE via Getty Images)
Terrence Standsbury, Johnny Dawkins, Ron Harper, Clyde Drexler, Tom Chambers, Michael Jordan, Jerome Kersey e Gerald Wilkins

Arrivato ai piani alti dopo aver giocato nella North Carolina University, col la quale aveva dato già prova della sua capacità di elevazione ed atletismo, Jordan farà proprio della sua elevazione una delle armi più pericolose di sempre. Se da un lato i suoi tiri in sospensione spiazzano completamente i difensori, i quali non riescono praticamente mai a restare in aria come lui, dall’altro questo gli permette di effettuare numerosissime giocate sopra il ferro, andando ad inchiodare schiacciate mostruose anche di fronte a giocatori notevolmente più grossi di lui ed abituati a difendere il canestro con poderose stoppate.

Sto parlando di gente del calibro di Pat Ewing, Dikembre Mutombo e Alonzo Mourning, centri che avrebbero fatto impallidire qualsiasi giocatore dell’epoca che cercasse di avvicinarsi al ferro. Nel corso della stagione 1986-87 e in quella successiva, viene votato per partecipare allo Slam Dunk Contest NBA…naturalmente li vincerà entrambi.
Durante la Gara delle Schiacciate dell’87 realizzerà la famosissima schiacciata dalla linea del tiro libero, rimasta nell’immaginario comune come la più famosa schiacciata di sempre. Qui un breve video di quella edizione dello Slam Dunk Contest:

Come dicevamo, Michael Jordan ha cambiato per sempre il concetto di schiacciata, è stato uno dei pochi giocatori a riuscire a lievitare letteralmente in aria. Come si vede in molti vecchi video, aveva la capacità di restare in aria sempre quella frazione di secondo in più che gli permetteva sia di tirare più facilmente sia di effettuare delle schiacciate rubando il tempo ai difensori.

Negli anni passati ai Bulls, numerosissimi atleti si scontrarono con lui sul piano atletico, vedi Clyde Drexler, Dominique Wilkins o Kobe Bryant, ma Jordan uscì sempre vincitore dimostrando di essere effettivamente un gradino superiore a tutti gli altri.
Addirittura nel 2001 quando tornò in NBA vestendo la maglia dei Washington Wizards, alla tenera età di 38 anni era ancora in grado di regalare giocate sopra il ferro, sia in attacco che in difesa, segno che il suo corpo era diverso rispetto alla stragrande maggioranza degli altri giocatori. Era e rimarrà sempre una delle icone più grandi di sempre di questo sport…era e rimarrà sempre semplicemente MJ!

In questo video alcune delle sue migliori schiacciate di sempre:

Premi: 1987 e 1988 NBA Slam Dunk Contest Champion

 

The Unspoken Men: Stromile Swift

Bentornati a The Unspoken Men, questa settimana ho scelto per voi una seconda scelta del draft, un giocatore di cui si
è sempre parlato poco anche mentre militava in NBA, sto parlando di Stromile Swift.sswift_400_061218
Nato a Shreveport in Louisiana, il nostro Stromile entra nella squadra di basket della Louisiana State University (LSU) guidandola alle Sweet 16 (migliori 16 del campionato NCAA) durante il suo anno da sophomore.
Durante il Draft del 2000, gli allora Vancouver Grizzlies vedono in lui la pedina mancante e decidono di prenderlo alla seconda chiamata, dietro solo a Kenyon Martin (proveniente da Cincinnati e preso dai Nets).
L’anno da rookie non è dei più felici, gioca in 80 partite di regular season ma mette a referto appena 4.9 punti, 3.6 rimbalzi (stiamo parlando di un 2.08 m) e 1 stoppata.
Quello stesso anno viene votato per partecipare allo Slam Dunk Contest, assieme a Baron Davis, DeShawn Stevenson, Corey Maggette, Desmond Mason e Jonathan Bender, e strappa un quarto posto.

Eccovi alcune immagini delle sue giocate migliori:

 

Nel suo secondo anno ai Grizzlies incrementa notevolmente i suoi numeri, passa a 11.8 punti a partita con 6.3 rimbalzi, 1.7 stoppate e 0.7 assist.
Gli anni successivi sono bene o male la copia del suo secondo anno, sia per il numero di partite giocate (70 in media) sia per i numeri dal campo.
Rimane nelle file dei Grizzlies fino al termine della stagione 2004-05, quando diventa free-agent in estate e firma con gli Houston Rocketsrockets_331_preview un biennale da 22 Milioni di dollari, in squadra trova degli ottimi giocatori quali Tracy McGrady, Yao Ming e Derek Anderson, qui Swift viaggia a 9 punti di media però con soli 4.4 rimbalzi.
Nella stagione 2006-07 riapproda ai Grizzlies, che ormai si sono spostati a Memphis, gioca sotto canestro al fianco di Pau Gasol e quindi si trova molto spesso a dover giocare da centro.
I suoi numeri iniziano a scendere, tocca i 6.8 punti di media e 3.7 rimbalzi durante l’annata 2007-08.
Il 4 Febbraio 2008 i Grizzlies lo tagliano e lo spediscono ai Nets in cambio di Jason Collins.
Ai Nets i suoi numeri sembrano quelli di un bambino alle prime armi, tutto il suo atletismo e il suo talento difensivo
appaiono come volatilizzati, fa registrare solamente 3.8 punti e 2.2 rimbalzi…cifre imbarazzanti per una seconda scelta.

Il 4 Marzo 2009 viene firmato dai Phoenix Suns, con la maglia dei viola-arancio Stromile gioca appena 13 partite, non partendo mai in quintetto, come anche nei due anni precedenti, fa registrare 3 punti a partita e 2.5 rimbalzi, le stoppate sono 0.3 a partita e gli assist appena 0.2…lascio a voi i dovuti commenti!
Dopo la deludente stagione ai Suns il nostro uomo sente di avere ancora qualcosa da poter dimostrare e sceglie di intraprendere la strada della CBA (massima lega cinese di basket), sbarca così agli Shandong Lions che di giocatori Osports3155007
americani ne hanno avuti diversi nel corso della loro storia, a cominciare da Rodney White (ex Nuggets), Pooh Jeter
(ex Kings), Alan Anderson (attualmente ai Nets) ed Earl Clark (ex Lakers).
I sogni di gloria però si spengono molto presto, i risultati non sono certo quelli sperati e nel 2010 Stromile decide di ritirarsi dal basket professionistico.
Un altro talento rimasto sempre un pò ai margini, uno che avrebbe potuto dire la sua in molte franchigie NBA che si è ritrovato a soli 30 anni ad elemosinare un posto in Cina (con tutto il rispetto per la CBA, ma non c’è paragone con l’america), una seconda scelta del Draft che svanisce nel nulla senza aver lasciato un segno importante ai massimi livelli.

per NBAPassion,

@LucaNikoNicolao