DeMar DeRozan sull’espulsione in gara 4 “Ero frustrato, il fallo non c’era”

Mancano solo 5 minuti al suono della sirena che decreterà la conclusione di gara 4. I Denver Nuggets conducono per 110-92 ai danni dei San Antonio Spurs, quando DeMar DeRozan viene espulso per aver scagliato il pallone in direzione del direttore di gara Scott Foster.

L’espulsione di DeRozan è avvenuta in seguito ad un tentativo di penetrazione verso il canestro avversario. Succede tutto in un attimo, Gary Harris, guardia dei Nuggets, prova ad opporsi con il corpo al tentativo di penetrazione di DeRozan. Tentativo vanificato poi dal fischietto di Foster, che interpreta il contatto DeRozan-Harris come fallo di sfondamento  ai danni della guardia di Denver. 

Al termine della partita , lo stesso DeRozan ha commentato l’accaduto attribuendo tutta la colpa alla frustrazione nata dal presunto fallo chiamato dal direttore di gara.

I 19 punti uniti ai 5 assist e 5 rimbalzi di DeMar DeRozan non sono comunque bastati ad assicurare la vittoria alla squadra di Gregg Popovich. I Nuggets si sono imposti per 117-103 pareggiando la serie, per un parziale che ora recita un equilibratissimo 2-2.

From The Corner #26: Gli Spurs non sono finiti

Se n’è andato anche il nasone. Sta benissimo, per carità, ma presumibilmente ha pensato che il suo fisico non potesse reggere un’altra stagione come quella NBA. Ha detto basta, ed almeno per il prossimo anno rimarrà negli States, a San Antonio, che a parte non esserci veramente nulla rispetto al resto del Texas, non è un posto dove ci si sta male. Ginobili ha detto basta e dopo l’addio di Duncan e la partenza di Parker e Leonard verso Charlotte e Toronto, quella dinastia Spurs è ufficialmente chiusa.

Derozan e Popovich

Resta Popovich, sia benedetto, che oltre ad essere mente e mentore di quella banda di vincenti, ne era anche un po’ il padre: Belinelli ha rimarcato più volte, anche in recentissime interviste, quanto sia incredibile il rapporto che Pop instaura con i suoi giocatori, ricordando loro che c’è una vita fuori dai 28 metri di parquet. Quando Popovich andò a trovare Duncan a Saint Croix, nel lontano luglio 1997, i due partirono dal conoscersi come persona prima che come professionisti. Due anni dopo erano sul tetto del mondo cestistico. Dobbiamo dargli ragione con 5 anelli conquistati in 15 anni di storia. Soprattutto perchè non è stata una squadra che ha sfolgorato per un periodo di tempo ristretto di qualche anno, bensì con i suoi interpreti ha battuto Shaq e Kobe prima e LBJ dopo. Mica pizza e fichi.

LaMarcus Aldridge

San Antonio però non è per niente finita. Nelle foto che vengono pubblicate ritraenti il nuovo acquisto Derozan col suo nuovo allenatore si nota subito la già figura paterna del vecchio bianco col giovane Padawan, desiderioso di conoscere le vie della Forza. Aldridge ricordo che è ancora a roster, ed anche se la scelta di andarsene da Portland per San Antonio ai più non ha mai convinto a pieno, resta il tipo di giocatore che preferiresti averlo con te piuttosto che contro. Poi c’è Murray che ha sulle spalle la pressione dell’aspettativa e che si è già contraddistinto in una più che discreta stagione, nonostante tutto.

No San Antonio non è finita, come non è finito Pop e come non è finito RC Buford. I nero-argento hanno semplicemente girato pagine, o cambiato libro, se più preferite. E’ tornato anche il Beli e, notizia dell’ultima ora, è stato firmato Quincy Pondexter, giocatore che darà profondità alla panchina e proveniente da una stagione piuttosto sfortunata vistosi spesato dai Bulls dopo 23 partite giocate. Se DaJuan Blair e Dwayne Dedmon sono diventati giocatori agli Spurs, Pondexter se si allena bene può diventare titolare. Senza dimenticarci di Gasol e Gay, magari non più freschi come fiori di ciliegio ma anche il whiskey è buono invecchiato.

San Antonio è lì, sempre presente, in piena zona Playoff, magari non pretendenti al titolo, ma non credo che in molti abbiano poi tanta voglia di incontrarli nella Post-Season

Ritorno Leonard: rientro previsto giovedì contro i Pelicans

Free Agency NBA 2018

Il ritorno Leonard potrebbe essere molto vicino. La stella dei San Antonio Spurs infatti, secondo Lisa Salters di ESPN, sarebbe ormai ad un passo dall’effettivo rientro in campo, stimato addirittura per la gara di giovedì contro i New Orleans Pelicans.

Ritorno Leonard: la fine dell’incubo

L’infortunio al quadricipite che ha colpito Kawhi Leonard sembrava aver compromesso del tutto la sua stagione. La sua ultima apparizione, quella del 13 gennaio, è stata appena la nona presenza in questa annata terribile. Di quell’infortunio, poi, se ne è parlato più e più volte, compreso il pensiero di coach Gregg Popovich che aveva sottolineato di come sarebbe stato sorprendente rivederlo in campo prima della prossima stagione.

Già a febbraio, va detto, che lo staff medico degli Spurs aveva autorizzato il ritorno di Leonard in campo ma il giocatore ha deciso di non affrettare i tempi, ignorando dunque il consiglio di rientrare in rosa.

 

 

I numeri della stella di San Antonio, in queste 9 gare, sono 16.2 punti e 4.7 rimbalzi in 23.3 minuti di gioco. Il ritorno di Leonard sarà fondamentale per gli Speroni che arrivano da 9 KO nelle ultime 12 partite e che sono seriamente a rischio di non disputare i prossimi play-off.

Pau Gasol-infortunio: problema alla spalla dopo scontro con il fratello Marc

Pau Gasol-infortunio è solo l’ultimo dei problemi fisici che hanno afflitto la stagione dei San Antonio Spurs. Il lungo spagnolo è andato KO nel match di questa notte, vinto 100 a 98 contro Memphis, dopo uno scontro di gioco con il fratello Marc.

Pau Gasol-infortunio: le parole di Parker

“Pau si è fatto male alla spalla e mi ha detto di sentire molto dolore. Vedremo meglio nelle prossime ore l’entità dell’infortunio ma era abbastanza sicuro di non giocare contro Golden State”, queste le parole di Tony Parker dopo la gara contro Memphis.

L’infortunio è arrivato nel secondo tempo ed ha costretto Gasol ad uscire anzitempo, chiudendo la partita con 2 punti, 7 rimbalzi e 4 assist. Nelle prossime ore lo spagnolo verrà sottoposto a degli accertamenti che definiranno meglio l’entità del suo problema fisico.

Come se non bastasse in casa Spurs c’è da fare i conti anche con Rudy Gay che ha sofferto di un problema all’orecchio sinistro che lo ha costretto a rientrare negli spogliatoi nel corso del primo tempo.

Rudy Gay-infortunio: le parole di Popovich

E’ stato il coach di San Antonio, Gregg Popovich, a commentare quanto accaduto a Rudy Gay“Ha avuto questo problema ma non riporta nessuna ferita o altro del genere”. Tuttavia l’ala americana ha disputato poi una parte del secondo tempo, concludendo con 7 punti e 4 rimbalzi, ma è stato già annunciato che le sue condizioni verranno valutate nella giornata odierna.

Stagione davvero sfortunata quella degli Spurs fino al momento a causa dei tanti, e ripetuti, infortuni. Al momento sono ben 22 i quintetti iniziali cambiati da Popovich a causa delle assenze (quinta squadra in NBA), tra le quali quella prolungata di Kawhi Leonard, senz’altro la più pesante.

 

 

 

 

Gregg Popovich-razzismo: “E’ ancora insidioso ed è un nostro problema”

Popovich razzismo

Popovich-razzismo, parole chiare e dure quelle del coach dei San Antonio Spurs dopo le ultime uscite di Donald Trump che hanno scosso negativamente l’America.

Dopo Adam Silver che domenica è intervenuto a nome di tutta la lega per manifestare dissenso sulle parole gravi di Trump, non si fanno attendere anche le parole di Gregg Popovich che non fa mancare il suo lucido e puntuale commento sul tema della discriminazione.

Non si è mai nascosto dietro ad un dito, sia nella vita in campo che fuori e questa volta Popovich ritorna a parlare di razzismo. Fa questo durante il Martin Luther King Day, ad Atlanta, dove i suoi Spurs sono andati sfidare gli Atlanta Hawks del nostro Marco Belinelli. Tutte le 22 squadre coinvolte nelle partite della giornata sfoggiavano una maglietta nera con scritto “I Have a Dream”, celebre frase di King.

Popovich-razzismo: le sue dichiarazioni

Ai microfoni del New York Daily News, Popovich è intervienuto così:

Il Dr. King era una persona davvero interessata a rendere l’America un posto migliore per tutti. Capì che il razzismo era il nostro neo e se tutti non si fossero uniti sarebbe stata la fine per tutti, anche delle persone bianche. Questa spinta ha reso grande l’America. La situazione è migliorata, ma conosciamo tutti la situazione attuale. King sarebbe molto triste oggi a vedere che i suoi sacrifici in alcuni casi sono stati vani […] Il razzismo è insidioso ed è ancora un nostro neo, dobbiamo lavorarci.

Non mancano le parole di disappunto verso il presidente Donald Trump, come già in passato aveva fatto:

Si può discutere se sia o meno razzista. La cosa importante da sapere è che lui usa la razza come arma in suo favore e poi dice di essere il meno razzista di tutti […] Dimostra che fa questo per quelli che lo voteranno. Non c’entra nulla con l’America, è solo un modo per atteggiarsi verso il suo “gruppo”. E’ questo che trovo disgustoso.

Insieme a lui anche Steve Kerr, Adam Silver e molti altri sono intervenuti durante l’MLK day per sostenere la protesta che gli Stati Uniti da sempre sono obbligati a discutere in materia di discriminazione razziale. Ci vorrebbero molti più Popovich nel mondo, forse in questo modo si potrebbe dare una svolta significativa.

 

Tony Parker: “Tornerò a giocare un gran basket da gennaio”

Tony Parker

LA LUNGA RIABILITAZIONE

Nell’ultimo periodo, l’infortunio più discusso è di certo quello che vede protagonista Kawhi Leonard, ma questo non fa si che venga dimenticato quello riguardante l’altra stella degli Spurs, Tony Parker, rimediato durante la serie contro Houston.

Infatti, dopo aver preso atto della sconfitta e del non ritorno in campo del numero 2 degli Spurs, l’ambiente di San Antonio ha posto tutta la sua attenzione sui tempi di recupero del loro, forse ultimo, veterano di franchigia.

Dall’infortunio, Tony Parker ha cominciato un’intensa serie di controlli e operazioni chirurgiche che lo hanno portato ad un rapido recupero. Adesso, però, la sua condizione dovrà essere perfezionata attraverso una lunga riabilitazione.

LE PAROLE DI TONY PARKER

Durante una recente intervista al giornale francese L’Équipe, Tony Parker ha dichiarato:

Tornerò a giocare un gran basket da gennaio

Il numero 9 di San Antonio ora è pronto per affrontare la riabilitazione e fa sapere che vuole tornare a giocare da protagonista durante la prossima regular season.

Subito dopo l’infortunio è subentrata una forte frustrazione in me, ma ho cercato di non farla percepire alla squadra, l’obiettivo principale doveva rimanere il titolo NBA.

Infine, Tony Parker ha concesso anche un suo personale pensiero sui playoffs appena affrontati dai suoi Spurs, spiegando: 

Il coach ha studiato bene le partite e noi abbiamo giocato al nostro meglio. Io mi son sentito bene fisicamente e anche dopo l’infortunio son stato vicino ai compagni, avevamo bisogno di rimanere uniti.

tony parker
SAN ANTONIO, TX – JUNE 15: Manu Ginobili #20, Tony Parker #9, and Tim Duncan #21 of the San Antonio Spurs celebrate with the Larry O’Brien trophy after defeating the Miami Heat to win the 2014 NBA Finals in Game Five of the 2014 NBA Finals on June 15, 2014 at AT&T Center in San Antonio, Texas.

Tony Parker, all’età di 35 anni, riesce ancora a spiegare come si gioca a basket e, nonostante il suo minutaggio ridotto, riesce sempre a regalare prestazioni e punti importanti alla propria franchigia.

L’ultimo regalo del veterano infatti, è stata una meravigliosa post-season da 15,9 punti di media che ha dimostrato il valore di un campione come Tony Parker e ha fatto sognare tutti i tifosi Spurs, che in questo periodo hanno dovuto affrontare un durissimo addio, quello di Tim Duncan, e chissà se dovranno esser pronti a salutare anche Manu Ginobili.

From The Corner #12: Quiet Kawhi

Kawhi Leonard Jordan-Kawhi Leonard squadre

Lo ammetto. Il titolo è volontà di testare il vostro livello di scioglilinguisti. Oltre questo è anche un fatto conclamato ed appurato. La fotografia delle finali di conference ad Ovest?
Questa:

Si dai, lo ha detto anche Gallinari: Pachulia lo conosce bene e sa che con i compagni di squadra un’uscita del genere non l’avrebbe mai fatta. Oltretutto ha anche fatto un paio di passi in più per assestarsi meglio. Questo però lo dico io che sto intonso seduto ad una tastiera e mi pregio (colpevolmente) di poter sputare sentenze a migliaia di chilometri di distanza. Cosa ha detto Kawhi, invece? “No, ha solo cercato di ostacolare il tiro, non l’ha fatto apposta.”

Sarà, gli credo, dopo che ha detto la frase più bella degli ultimi 20 anni di pallacanestro, una gemma come “Basketball is fun” (la pallacanestro è divertente), sono pronto a credergli ed abbandonare la strada bellicosa ma, nolentemente a questo punto, Pachulia ha spezzato sul nascere una serie che a ben guardare i minuti in cui era in campo si sarebbe chiusa solo alla sesta o settima partita, magari con vincitore diverso.

TIM DUNCAN E LEONARD A COLLOQUIO

Impazzisco per il modo che ha di essere intenso in entrambe le metà campo, impazzisco per il suo palleggio arresto e tiro, diverso da tutti gli altri in quanto il pallone è portato veramente ad un’altezza vertiginosa, complice la generosità di madre natura in fatto di apertura “alare”, ed impazzisco per la faccia che fa dopo ogni giocata straordinaria, ovvero: nessuna.
La stessa identica faccia che si stacca dal cuscino al mattino quando la sveglia suona, messa su un parquet di 28 metri subito dopo aver inchiodato una raggelante veloce in testa a Tristan Thompson.
Duncan sorride gongolante, Pop pure, Mills non ne parliamo nemmeno.

Se poi ne facciamo un fatto di “consacrazione”, essere tra i finalisti nello stesso anno per il trofeo di MVP e miglior difensore, lo consacra abbondantemente, magari non ne vincerà nessuno dei due ma prova tu a fare una cosa del genere, poi ne riparliamo e giuro che offro io.
Il mio voto, potessi votare (senza mettere in piazza la mia scelta come l’uomo che si fece Quieto su Twitter), per il trofeo di MVP andrebbe sicuramente a lui. Si lo so, Westbrook ha fatto una tripla doppia di media ed Harden una meravigliosa stagione, ma per me il miglior giocatore della regular season deve essere un forte giocatore di basket, accezione che comprende sia la fase offensiva, che quella difensiva.

KAWHI LEONARD AL TIRO

Altrimenti chiamatelo “Best Offensive Player” e sciacquatevi le mani.

Westbrook ha evitato di contestare moltissime triple per prendersi un paio di rimbalzi in più e riempire a dovere il foglio delle statistiche, Harden è da sempre traballante (e gli ho voluto bene) in difesa e nonostante quest’anno abbia espresso una maggiore concentrazione in quell’aspetto, non siamo ancora a livelli accettabili.
Non serve scomodare le cifre per dire che Kawhi (secondo ad Ovest) è una Lamborghini Murcielago sia in difesa che in attacco.

Ma nonostante le sue capacità, la cosa che più mette soggezione è la foto che ho mostrato prima: sembra un bambino che non vuole che mamma e papà si lascino. Ha lo sguardo di chi vede le cose andare male ma che non può fare nulla per rimediare. In barba ai milioni che comunque guadagna e guadagnerà, in barba agli sponsor che lo seguiranno lo stesso.
Kawhi Leonard, signore e signori: la cosa migliore che poteva capitare al basket, ma che dico basket, allo sport intero.

Spurs, senza Tony Parker si esalta il collettivo: Leonard ed Aldridge si portano a casa gara 3

Kawhi Leonard and James Harden

Senza Tony Parker è la forza degli Spurs a tornare alla ribalta: ok il francese stava facendo dei Playoffs super, davvero molto buoni, ma senza di lui, come ha detto Popovich, non succede nulla, si gioca e si va avanti per la stessa identica strada intrapresa nella serie vinta contro i Memphis Grizzlies, nella stessa strada che ha permesso agli Spurs di ribaltare la serie contro gli Houston Rockets, che dopo gara 1 sembrava già tutta pendente dalla parte del Barba. Si sembrava, ma non avevate fatto i conti con Mr Popovich.

Leonard è il solito Leonard, ormai le parole sono quasi diventate superflue: un giocatore totale, in grado di abbinare una fase difensiva incredibile ad una pulizia di tiro, ad una costruzione di tiro e di situazioni offensive non possibili o almeno non immaginabili.

Ma la differenza non l’ha fatta sicuramente solo Leonard, che nei primi quarti non riusciva a trovare la via del canestro: la differenza la stanno facendo anche Danny Green che ha cominciato ad infilare triple aperte, Pau Gasol e LaMarcus Aldridge, ma anche Simmons. Per quanto riguarda i due lunghi hanno completamente cambiato atteggiamento, se erano anelli deboli o giù di lì difensivamente, il loro impegno in gara 3 è stato ammirabile. Non sono giocatori che fanno della velocità di esecuzione, della rapidità il loro punto forte, ma offensivamente possono dire la loro a rimbalzo offensivo, posso dare soluzioni offensive a Popovich e soprattutto Aldridge, possono portare punti facili, facilissimi alla causa. Ed è quanto è successo in gara 2 ed è quanto successo in gara 3.

Serie sul 2-1. Popovich si porta a casa anche questa gara e si riprende il fattore campo. La palla passa a D’Antoni ora.

From The Corner #10: Playoff edition

Playoffs NBA streaming

Dieci.
Decimo scritto sotto l’effige “From The Corner”. Traguardo? “Manco per il….” tuonerebbero in posti meno rinomati di questo. Sicuro un Check Point, prendendo spunto dall’affezione che, da sempre e per sempre, mi lega (e mi legherà) al videogioco Crash Bandicoot.

Houston Rockets

Ed attenzione perché precedentemente ho usato la parola “scritto” con coscienza, in quanto gli “articoli”, quelli belli davvero, sono tutta un’altra cosa. O almeno dovrebbero.

NBA Passion in questi giorni è tale e quale alla rinfusa scrivania di un ansioso studente, quando gli esami sono tanti, ed il tempo è tiranno: libri accatastati, idee sfocate e tanta ottima volontà mischiata a quel sapore agro della paura di incappare in qualche errore. In pratica è come se i Playoff li stessimo giocando noi.
Magari.

Invece no, li giocano loro, quelli bravi (e milionari..) dall’altra parte dell’oceano e finora, in realtà, ci sono state ben poche sorprese: Cleveland ha sbrigato la pratica Indiana con barlumi di bel gioco mescolati ad altri di fortuna sfacciata. Nella vita serve pure quella. Golden State ha sistemato una Portland forse troppo arrendevole nel corso delle singole gare, la quale ha pagato la poca fisicità sotto canestro, dove McGee (si proprio lui, quello degli Shaqtin’) non si è dovuto nemmeno rimboccare le maniche. Curry intanto è tornato ai livelli di MVP delle scorse stagioni, complice anche l’assenza di Durant. Passano anche San Antonio e Houston, i primis dopo 6 partite toste (ed aiutatemi a dire “toste”) contro gli intramontabili Memphis Grizzlies ed i secundis in 5 contro il Russell Westbrook Show & l’allegra combriccola al seguito. Manca solo il verdetto sancito dalla disperata gara 7 tra i Jazz ed i Clippers, in scena stasera.

Thomas e LBJ

Girando la testa verso la parte destra del tabellone non può che tornare un sorriso nel notare che Isaiah Thomas ha ritrovato quella luce che lo ha illuminato per tutta la stagione. Così dopo i primi due stop, Boston ha inanellato 4 successi consecutivi, validi per la semifinale contro i maghi di Washington, ugualmente vincitori in 6 gare contro Atlanta. Toronto, dopo aver sconfitto il Dio Greco, si ritrova ancora una volta contro Cleveland, in una serie che si preannuncia calda come poche.

Previsioni? Accendetevi il meteo, se volete le previsioni. Nell’ultima puntata a Web Radio 5.9, alla domanda se i Celtics fossero finiti, ho ammesso convinto: “Cavolo se sono finiti! Peccato, dopo l’ottima stagione che hanno fatto. Però almeno questa sconfitta verrà ricordata più per il lutto di Thomas che per tutto il resto..”.
Dopo questa ritengo di essere l’ultima persona al mondo che può dare un pronostico, ma sicuramente la prima con la quale seguire TUTTE le partite che ci separano da qui fino alla consegna del Larry O’Brien Trophy, accompagnati dalla Peroni gelata.
Per il resto: JUST ENJOY.

 

Memphis Grizzlies, questione di buzzer: la serie è riaperta

Tankare o non Tankare-mike-conley

I Memphis Grizzlies riaprono una serie che sembrava già chiusa dopo le due sfide di San Antonio: la squadra di coach Fizdale, dopo la scossa data dal suo coach, vince gara 3 e vince gara 4 all’overtime. Chi la trascina? Mike Conley, soprattutto, ma anche un Marc Gasol in vena di buzzer.

Dopo aver forzato l’overtime, Leonard riporta i suoi a galla anche nel primo supplementare grazie a due triple fantastiche. I Grizzlies provano l’ultima giocata, palla ovviamente ad un Mike Conley ispiratissimo, nessuno spazio per tirare, allora si va da Marc Gasol, che dopo il buzzer sulla sirena dell’half time ci prende gusto e porta i tifosi di Memphis ad esplodere. Si torna a San Antonio per gara 5, la serie tornerà a Memphis sicuramente per gara 6 e se servirà ci sarà anche una gara 7 sempre in Texas. Una serie che sembrava chiusa si è clamorosamente riaperta. Mai sottovalutare il cuore di Memphis.

Memphis Grizzlies
Memphis Grizzlies

Gasol ed il canestro sulla sirena

Il canestro di Marc Gasol con meno di 1 secondo sul cronometro è il buzzer con meno tempo da giocare in un quarto quarto o all’overtime in postseason nella storia dei Memphis Grizzlies. Il precedente era la tripla di Shane Battier con 23.9 secondi nel quarto quarto di gara 1 della serie sempre contro gli Spurs, del 2011.

 

 

Sarà Becky Hammon la prima donna head coach in NBA?

I tempi sono maturi per un head coach donna in NBA, parola di Adam Silver. L’attuale commissioner della National Basketball League si è sempre dimostrato un visionario in tema di cambiamenti, ma quella che auspica in tema di coaching sarebbe una rivoluzione dal tono clamorosamente epocale. Interrogato da ESPN sulla possibilità di vedere una donna al ruolo di comando in un team NBA, Silver ha risposto che di sicuro ci sarà, e prima di quanto ci si possa aspettare.

Dunque la domanda successiva che ci si pone è: “Chi sarà la prima donna a ricevere tanta fiducia?”. Il primo nome che viene in mente è naturalmente quello di Becky Hammon, che già nella stagione 2014-2015 è stata la prima donna ad occupare il posto di assistant coach dei San Antonio Spurs.

Mandatory Credit: Soobum Im-USA TODAY Sports ORG XMIT: USATSI-179528

Scelta sette volte per il WNBA All-Star (2003, 2005, 2006, 2007, 2009, 2010, 2011), Rebecca Lynn Hammon ha cominciato la sua carriera di giocatrice nelle New York Liberty, per poi accumulare una serie di risultati in giro per il mondo e chiudere la sua esperienza col basket giocato con la maglia delle San Antonio Stars.

Mike Monroe del San Antonio Express-News ha raccontato di come Hammon sia entrata a far parte della squadra nero-argento. A pochi giorni dal suo 37esimo compleanno, Hammon sapeva ormai che i suoi giorni da giocatrice erano quasi agli sgoccioli. Un brutto infortunio al legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro e una stagione passata in panchina l’avevano costretta ad ammettere che era ormai giunta l’ora di appendere la maglia al chiodo, ma le avevano anche fatto capire di esser pronta per mettersi alla prova in una sfida nuova: diventare un coach.

Presa questa decisione, il passo successivo fu quello di andare dal suo allenatore alle San Antonio Stars, Dan Hughes, e raccontargli quello che voleva diventare. “Aveva avuto l’intero anno per star lì seduta ad osservare tutto dalla panchina. Aveva saputo studiare benissimo le partite e aveva imparato molto, durante tutto l’arco della stagione. Potevo vedere nella forza del suo sguardo che allenare era veramente una cosa che voleva fare. Quando mi chiese che cosa dovesse fare per prepararsi ad essere un coach, seppi che era arrivato il momento di coinvolgere Pop e R.C. (Buford, general manager degli Spurs).”

Popovich e Buford conoscevano ed apprezzavano già la sua competitività, la sua intelligenza cestistica ed il livello delle sue capacità. Sapere che voleva allenare non fu una sorpresa e da quel momento la invitarono a trascorrere tutto il tempo che volesse con lo staff degli allenatori degli Spurs. Hammon divenne una presenza fissa ai meeting e agli allenamenti, diventando a tutti gli effetti un membro dello staff, anche se non un membro ufficiale.

“Stavo lì, come una mosca sul muro ad immergermi in tutto ciò che veniva fuori durante la visione dei filmati. Ho passato un sacco di tempo ad ascoltare tutti i commenti che i coach facevano guardando e riguardando ogni piccolo spezzone di gara. Sul serio, era fantastico poter portare le relazioni che avevo con queste persone ad un livello diverso, ero una spugna avida di imparare da loro”.

Mai un dubbio sulla scelta fatta da parte di Pop: “La rispettavamo sia come individuo che come giocatore e averla attorno era grandioso, perchè Becky è una che sa vivere la vita. Avendola osservata lavorare per il team durante tutto l’arco della stagione, credo che il suo basketball IQ, la sua etica del lavoro e le sua capacità di gestione dei rapporti interpersonali siano di grandissimo beneficio per gli Spurs“.

Viste le premesse, il rapporto di Becky con gli Spurs non potè far altro che prendere forme sempre più solide. Il 23 luglio 2014, Becky Hammon annunciò il suo ritiro dal basket giocato. Meno di due settimane dopo, il 5 agosto, i San Antonio Spurs la nominarono assistant coach full-time, e pagata, per la stagione 2014-2015 (prima volta nella storia NBA) e, un anno dopo, Becky divenne la prima head coach donna a guidare una squadra NBA in Summer League, portandola per di più alla vittoria.

Ormai da più tre anni, Becky Hammon fa parte della famiglia nero-argento. Pop ha continuato ad esprimersi con la massima stima nei suoi confronti: “Sa esattamente come fare le cose e i nostri giocatori rispondono benissimo al suo impatto. Le viene naturale. Ha un contatto diretto con la gara, la capisce. Ti da l’impressione di essere quel tipo di coach come Avery Johnson, Steve Kerr o Budenholzer“.

Andare a scuola da Gregg Popovich non è un lusso per tutti. Becky Hammon ha conquistato questo diritto sul campo, concretamente, ma tre anni di scuola dal miglior maestro in circolazione non sono un pass automatico verso una panchina. Mike Budenholzer ha passato la bellezza di 17 anni alla corte di Popovich prima di approdare su una panchina NBA, e 12 stagioni hanno visto Brett Brown rimanere assistente agli Spurs, prima di diventare l’head coach dei Philadelphia 76ers.

Dunque, realisticamente, nonostante il paragone più che lusinghiero con uno come Steve Kerr, quanto passerà prima di poter vedere Becky Hammon a dirigere da head coach una squadra NBA?

Nonostante le rassicurazioni di Adam Silver, in realtà, i tempi non sembrano del tutto maturi per immaginare uno scenario del genere, anche solo per non rischiare di bruciare, come troppo spesso avviene nel calcio italiano, un nome in grado di far bene in futuro ma troppo inesperto per essere ingaggiato già da adesso. Becky Hammon e le altre sue colleghe, come Nancy Lieberman, Dawn Staley o Tamika Catchings, sanno di poter contare sull’appoggio, per lo meno su quello manifesto, dell’attuale Commissioner NBA (il che è già una notizia in un mondo come quello del coaching NBA, dominato dagli uomini), ma sanno anche che dovranno lavorare e studiare ancora tanto, prima di poter ambire ad un ruolo del genere.