Harris-76ers, è già amore per ‘The Process’: “Motivato da questa sfida”

Harris-76ers, è già amore per 'The Process': "Sono motivato da questa sfida"

Harris-76ers: ormai il progetto piace al giocatore ex Clippers. L’ultimo grande acquisto della trade deadline di Philadelphia ha espresso amore per organizzazione e tifosi.

Harris sul suo approdo ai 76ers: “Posso giocare con chiunque e per amore di questo gioco”

The Process‘ sta vivendo il momento più importante dopo gli anni passati a costruirsi un futuro tra le contender per il trono di squadra regina dell’Eastern Conference.

La squadra allenata da coach Brett Brown questa notte e nelle scorse ultime settimane ha legittimato la propria volontà nell’essere la squadra che in futuro vorrà essere il regno post-LeBron James e i suoi Cleveland Cavaliers.

Dopo l’inizio non esaltante e l’arrivo importante di Jimmy Butler da Minnesota, i 76ers hanno piazzato il colpo Tobias Harris, che con il rientro anche di un Joel Embiid dominante, ora ha messo la freccia verso il terzo posto nell’Eastern Conference.

L’ex ala dei Los Angeles Clippers, in scadenza contrattuale al termine della stagione, ha parlato in queste ultime ore delle sue aspettative con Philadelphia e del suo gioco in questa stagione.

Ecco le sue parole rilasciate ai microfoni di Shams Charania di ‘The Athletic‘:

Sono motivato da questa sfida. Sono contentissimo dell’affetto della gente qui e dell’ambientamento nel gioco che mi ha dato coach Brown. Posso giocare con chiunque, gioco per amore di questo gioco e per mettermi a confronto con i più forti e per lavorare intensamente per obiettivi importanti”.

Philadelphia 76ers,Thunder KO e intesa perfetta cercasi: “Ci siamo, Tobias Harris fondamentale per noi”

Nonostante l’assenza da una parte di Joel Embiid, e dall’altra di Paul George – due possibili candidati MVP – Philadelphia 76ers e Oklahoma City Thunder danno vita ad una partita equilibrata e tesa sino all’ultimo.

 

I Sixers di Jimmy Butler, Tobias Harris e Ben Simmons spezzano una serie negativa di 19 sconfitte contro i Thunder di Russell Westbrook, e passano per 108-104 alla Chesapeake Energy Arena di Oklahoma City.

 

Un fastidio alla spalla destra tiene fuori Paul George in via precauzionale. Al posto dell’ex giocatore degli Indiana Pacers, coach Billy Donovan schiera il neo acquisto Markieff Morris.

 

 

Un parziale di 8-0 a firma Tobias Harris spezza la parità (94-94) con circa 4 minuti ancora da giocare, donando ai 76ers la prima vittoria contro i padroni di casa dal lontano 15 novembre 2008. Ai Thunder non basta la 25esima tripla doppia stagionale di Russell Westbrook (23 punti, 11 rimbalzi e 11 assist, ma 8 su 24 al tiro): la tripla doppia di Ben Simmons (11 punti, 13 rimbalzi e 11 assist) ed una partita completa di Jimmy Butler (20+8+8) infliggono ad OKC la terza sconfitta consecutiva, e la quarta nelle ultime 5 gare.

 

Phialdelphia 76ers, Butler: “Ci stiamo abituando l’un l’altro”

 

I Philadelphia 76ers proseguono nel delicato processo di assimilazione dei nuovi arrivi Tobias Harris, Mike Scott e Boban Marjanovic (infortunato), aggiuntisi all’arrivo lo scorso dicembre di Jimmy Butler.

 

Il tempo a disposizione prima che i venti di post-season comincino a spirare in casa Sixers è poco, ma coach Brett Brown è fiducioso sul fatto che prestazioni come quella di giovedì notte ad Oklahoma City dimostrino come l’operazione lanciata da Elton Brand alla caccia del titolo NBA si sia instradata sui binari giusti:

 

Oggi ho visto altruismo in campo. Il nostro è un gruppo altruista, e penso che stasera Jimmy (Butler, ndr) sia stato la nostra forza ispiratrice. E’ stato in grado di fare quel qualcosa in più, si è messo a disposizione

 

32 punti, 5 rimbalzi ed una mano quasi infallibile da dietro l’arco (5 su 7) per Tobias Harris, l’uomo deputato ad “aprire la scatola” per l’attacco dei Philadelphia 76ers al fianco di Joel Embiid: “Vogliamo che (Harris, ndr) si prenda i suoi tiri, e che li metta. Dovrà essere sempre così aggressivo, ci permetterà di vincere tante partite” Così Butler sull’ex giocatore dei Los Angeles Clippers.

 

Continua Butler nel post gara:

 

Credo che siamo sulla strada giusta, ci stiamo ambientando. Ci vuole tempo, l’ho detto tante volte dopo la trade (che ha portato Harris ai Sixers, ndr), ma credo che stiamo facendo davvero un gran bel lavoro

 

La trade dello scorso 7 febbraio ha messo a disposizione di coach Brown uno dei quintetti potenzialmente più forti e talentuosi della lega. L’arrivo di Harris, un tiratore da 42% al tiro da tre punti in stagione, unito alla pericolosità dall’arco di J.J. Redick ed all’efficacia in uscita dalla panchina di Mike Scott, hanno sostanzialmente risolto il problema di profondità e “potenza di fuoco” dei Philadelphia 76ers.

 

 

Contro gli Oklahoma City Thunder, i Sixers hanno chiuso la propria gara con 33 assist di squadra, ed il 38% al tiro dalla lunga distanza (su 31 tentativi) nonostante la cattiva serata di tiro di Redick (3 su 14).

 

Il ritorno a pieno regime di Joel Embiid contribuirà a sprigionare l’immenso impatto offensivo potenziale della squadra, tornando però fatalmente ad occupare spazi, possessi e munti per Harris e Butler. Sapranno i Philadelphia 76ers farsi trovare pronti a fine regular season, quando la classifica della Eastern Conference potrebbe arrivare a proporre a Ben Simmons e compagni un primo turno da cuori forti contro i Boston Celtics?

 

I Philadelphia 76ers tornano alla vittoria ma perdono Boban Marjanovic, coach Brown: “Preoccupati”

I Philadelphia 76ers tornano alla vittoria, battendo a domicilio i New Orleans Pelicans di Jrue Holiday e del rientrante Anthony Davis.

 

111-110 il risultato finale. Sixers guidati dai 29 punti e 10 rimbalzi di Tobias Harris e dalle doppie-doppie di Ben Simmons e Boban Marjanovic. Per New Orleans, minutaggio ridotto per Davis, che chiude la sua gara con 18 punti e 6 rimbalzi in soli 21 minuti di gioco.

 

76ers privi di Joel Embiid (ginocchio sinistro), l’ex LA Clippers Marjanovic sostituisce degnamente la star camerunense dei Sixers ma si procura un infortunio al ginocchio destro, quando la sua gamba rimane intrappolata sotto il peso del lungo dei Pelicans Cheick Diallo, girandosi in modo innaturale.

 

Marjanovic ha lasciato il campo sostenuto dallo staff medico di Philadelphia, e come annunciato dal team si sottoporrà nella giornata di martedì a risonanza magnetica. Così coach Brett Brown a fine gara:

 

I miei pensieri sono ora solo per Boban (Marjanovic, ndr), a dire il vero. Abbiamo vinto la partita, anche se abbiamo permesso (ai Pelicans, ndr) di rimontare alla fine. Per quanto possa essere non contento del nostro finale di gara, ora non è il momento di pensarci. Spero che Boban stia bene

 

 

Jimmy Butler (11 punti, 7 rimbalzi e 7 assist a fine partita) dà il +10 ai Sixers a 2:48 dal termine. I successivi errori ai tiri liberi danno però una chance di vittoria ai New Orleans Pelicans con E’twaun Moore.

 

C’è poco da dire: volevamo vincere e siamo contenti di aver vinto, ed un nostro compagni di squadra si è infortunato… è sempre brutto quanto queste cose accadono” Così Ben Simmons a fine gara. “(Marjanovic, ndr) ha fatto una buonissima partita oggi” Così l’uomo partita per i Sixers Tobias HarrisSperiamo di poterlo riavere con noi il prima possibile, è stato un brutto momento“.

Che esordio per i nuovi 76ers, Elton Brand: “Harris il giocatore giusto. Titolo NBA, il momento è ora”

Embiid-dunk-canestro

Vittoria di prestigio per i nuovi Philadelphia 76ers, che salutano l’esordio di Tobias Harris battendo i Denver Nuggets di Nikola Jokic al Wells Fargo Center di Philadelphia.

 

117-110 il risultato finale per gli uomini di coach Brett Brown. Ai Nuggets non bastano il ritorno a pieno regime di Jamal Murray (ritornato in campo mercoledì a Brooklyn dopo sei gare d’assenza) e la consueta tripla doppia di Nikola Jokic (27 punti, 10 rimbalzi e 10 assist).

 

Coach Mike Malone deve ancora rinunciare a Gary Harris (guai muscolari), fuori anche Paul Millsap. Per i Sixers abili e arruolati invece i nuovi acquisti Tobias Harris, Mike Scott, Boban Marjanovic, James Ennis e Jonathon Simmons.

 

 

Brett Brown schiera in quintetto l’ex Clippers Harris, al fianco di Joel Embiid, Jimmy Butler, Ben Simmons e J.J. Redick. L’esordio del super- quintetto dei 76ers è di quelli da ricordare: i cinque titolari dei Sixers segnano 97 dei 117 punti finali della squadra, Redick segna 6 delle 7 triple tentate ed un Jimmy Butler aggressivo si guadagna ben 14 tiri liberi, e chiude con 22 punti, 7 rimbalzi, 5 assist e 3 recuperi difensivi, senza palle perse.

 

Palle perse che arrivano invece a pioggia da Ben Simmons (9 in totale), mentre Harris chiude la sua prima gara in maglia 76ers con 14 punti e 8 rimbalzi in 32 minuti d’impiego. Philadelphia tira con il 50% dal campo (10 su 22 al tiro da tre punti) e con il 90.6% ai tiri liberi, ma prevale solo nel quarto periodo dopo tre quarti chiusi in assoluta parità.

 

 

Esordio felice per la squadra e per il GM Elton Brand, artefice e “primo responsabile” del profondo restyling dei Sixers, ora pronti – secondo l’ex giocatore di Chicago Bulls e Los Angeles Clippers – a puntare al bersaglio grosso.

 

Philadelphia 76ers, Elton Brand: “La finestra per il Titolo è aperta ora”

Brand non ha dubbi: “Abbiamo la possibilità di competere fino in fondo, e le nostre mosse vanno in questo senso“.

 

Giunti all’anno V dell’era “The Process”, i Philadelphia 76ers hanno deciso di ipotecare buona parte della futura “forma” della squadra, sacrificando scelte future (tante, ben sei tra prime e seconde scelte) e colui che solo un anno e mezzo addietro fu la prima scelta assoluta al draft NBA (Markelle Fultz, volato ad Orlando) per arrivare a giocatori subito pronti a scortare i due gioielli di casa Joel Embiid e Ben Simmons fino alla finale NBA.

 

Jimmy Butler e Tobias Harris saranno free agent a fine stagione. La ferma intenzione del management dei 76ers è quella di trattenere entrambi con accordi pluriennali, e subentrare ai Golden State Warriors (che dalla prossima stagione potrebbero non schierare più Kevin Durant) nella gerarchia NBA a suon di “star power” e pericolosità offensiva.

 

Quando si presenta l’occasione di aggiungere un giocatore del genere (Tobias Harris, ndr), bisogna coglierla. Harris era il giocatore al quale volevamo arrivare, qualora la sua ex squadra lo avesse messo sul mercato. Sappiamo che Harris potrà inserirsi benissimo nel nostro sistema (…) Embiid e Simmons sono migliorati tantissimo in sole due stagioni, l’opportunità è oggi. Ne abbiamo discusso, ed abbiamo deciso che non avremmo potuto attendere oltre, perché la finestra per il Titolo NBA è aperta ora e nessuno può sapere per quanto questa rimarrà aperta (…) ho ricevuto ogni assicurazione da parte della proprietà sul fatto che saremo in grado di trattenere sia Butler che Harris, alla cifra che sarà necessaria. C’è ancora tanta strada da fare, tutto può accadere ma l’intenzione è quella di tenere questo gruppo assieme per tanti anni (…) oggi quattro delle migliori cinque squadre NBA sono ad Est, saremo pronti ad affrontare chiunque

 

– Elton Brand sui Philadelphia 76ers –

 

Tobias Harris-76ers il matrimonio giusto al momento giusto

Tobias Harris-76ers.

Tobias Harris-76ers... chi vince la trade andata in scena prima della deadline con i Los Angeles Clippers? La sessione di mercato NBA del 2019 verrà ricordata come una delle più movimentate dell’ultimo decennio infatti, abbiamo già assistito al cambio di maglia di un giocatore del calibro di Porzingis, passato dai Knicks ai Mavericks, alla richiesta di trade da parte di Anthony Davis e last but not least, come si direbbe dall’altra parte dell’oceano, allo scambio che manderà a Philadelphia Tobias Harris, Boban Marjanovic e Mike Scott in cambio di Landry Shamet, Wilson Chandler, Mike Muscala, 2 scelte future al primo giro ( 2020 via 76ers e 2021 via Miami Heat) e 2 scelte al secondo giro ( 2021 e 2023) ai Los Angeles Clippers. In questo articolo, si analizzerà inizialmente ogni asset facente parte di questo accordo e successivamente, dopo aver delineato le situazioni delle due franchigie alla luce di questa trade, cercheremo di trarre delle conclusioni specificando chi, a mio modesto parere, ha avuto i maggiori benefici dallo scambio.

God does not give us overcoming life. He gives us life as we overcome. #33 #TTP

Un post condiviso da Tobias Harris (@tobiasharris) in data:

Tobias Harris-76ers: che innesto è il ragazzo ex Clippers?

 

I 76ers, con l’innesto di un’ala come Tobias Harris saranno in grado di schierare un quintetto da paura composto da: Simmons, Redick, Butler, Harris ed Embiid. Per quanto riguarda invece la panchina, coach Brett Brown grazie a Mike Scott, stretch four con molti punti nelle mani, e Boban Marjanovic, centro di “soli” 222 cm (!!), potrà vantare una bench unit più completa rispetto a prima che, con le consolidate presenze di McConnell,Bolden,Korkmaz e Amir Johnson oltre al fantasma di Zhaire Smith, ed il nuovo arrivato Simmons con l’ex Rockets James Ennis, sarà in grado di dare un apporto migliore.

 

Questa mossa ci fa capire la mentalità dei Sixers che, integrano ai loro Big 3 un altro giocatore che secondo il parere generale avrebbe meritato la presenza all’All Star Game di Charlotte. Prima di essere scambiato, Harris stava viaggiando con una true shooting percentage intorno al 60%, questo tipo di dato, che sta diventando uno dei più analizzati e rilevanti per gli scout, tiene conto delle percentuali di un giocatore sia per quanto riguarda il tiro da 3, il tiro da 2 ed i tiri liberi, attribuendo ovviamente maggior importanza al tiro dalla lunga distanza. Per dare un termine di paragone, possiamo confrontare le statistiche del prodotto dell’University of Tennessee con quelle registrate da LeBron James nella sua miglior annata statistica con la casacca dei Miami Heat, dal momento che The King aveva una true shooting percentage intorno al 65%, testimoniando come l’annata di Tobias sia one to remember, altro termine preso in prestito dal gergo americano. Dal punto di vista contrattuale invece, Phila scambia dei contratti in scadenza come quelli di Chandler e Muscala e si priva di un sostanziale minimo salariale di Shamet acquisendone altri 3 che termineranno quest’estate, inoltre la dirigenza 76ers da quanto trapela, ha intenzione di rifirmare sia Butler che Tobias, in modo da avere 4 giocatori di riferimento per i prossimi anni.

 

Passando alla squadra angelena invece, bisogna notare come il GM Jerry West non sia mai banale nei suoi movimenti, anche perchè nell’anno e mezzo in cui ha avuto il controllo delle operazioni di mercato dei Clippers si è “liberato” di giocatori come Griffin, DeAndre Jordan e lo stesso Tobias Harris, senza dimenticare Chris Paul. Ancora una volta mr. The Logo ( soprannome di West dal momento che è sua la sagoma raffigurata nel logo dell’NBA), ha compiuto una mossa scaltra, poichè se è vero che i Clippers si stanno preparando ad una free agency 2019 scintillante, il povero Harris non sarebbe stato rifirmato alle cifre da lui richieste e , pur di perderlo a zero, Los Angeles si è assicurata un buon giovane quale Shamet e ben 4 scelte future che non fanno mai male.

 

La chiave di lettura secondo me è la seguente: i 76ers si assicurano un ottimo giocatore integrandolo ad una squadra già ben strutturata che , una volta rifirmato, entrerà a far parte definitivamente del Process di Philadelphia, dall’altra parte i Clippers si privano a malincuore di quello che stava mostrando a tutti gli effetti di essere il loro miglior giocatore, col solo obbiettivo di liberare ulteriore spazio salariale in modo da poter provare a firmare stelle del calibro di Leonard, Durant e compagnia ed ottengono scelte ottime per provare anche qualche trade interessante in estate. Niente male

 

Se volessimo cercare a tutti i costi una vincitrice, pesando lo scambio pound per pound (prometto che è l’ultima espressione presa dal vocabolario a stelle e strisce), alla luice del fatto che con tutta probabilità i Sixers estenderanno il contartto di Harris è palese che ne traggano loro i  maggiori vantaggi, però è anche vero che i Clippers non potranno essere definiti quali perdenti della trade qualora riuscissero ad accaparrarsi le prestazioni di Leonard piuttosto che di Thompson o altri giocatori di quello spessore.

 

Non ci resta che aspettare il 1 luglio 2019 per vedere come si svilupperà questa vicenda e, in attesa di quella data, godiamoci lo spettacolo che l’NBA è in grado di offrirci ogni giorno

Three Points – An All-Star is born

Uno degli snodi cruciali della stagione NBA è finalmente arrivato. Dopo settimane di rumors incontrollati e di roster rivoluzionati con la fantasia, giovedì 7 febbraio alle 21 italiane scadrà il termine ultimo entro cui effettuare degli scambi. Una trade deadline che verrà seguita da NBA Passion con una maratona di 8 ore (in diretta dalle 15:30 sul nostro canale YouTube) ricca di ospiti. Gli osservati speciali saranno i Los Angeles Lakers, impegnati nella disperata trattativa per portare in gialloviola Anthony Davis. Se avere mezzo roster sul mercato non fosse già di per sé causa di tensione, dopo la recente sconfitta contro i Golden State Warriors è emersa la notizia di un duro confronto tra coach Luke Walton e alcuni veterani del gruppo. Ma il peggio doveva ancora venire. LeBron James è rientrato giusto in tempo per subire la peggiore sconfitta della sua carriera, il pesantissimo -42 di Indianapolis, contro i rimaneggiati Pacers. A sottolineare come la situazione dei californiani sia giunta ai limiti del grottesco, è arrivato il fantastico coro “LeBron’s gonna trade you!” rivolto dai tifosi di Indiana a Brandon Ingram. Cose che succedono, soprattutto all’interno di franchigie smaniose di vincere subito…
Non se la passano bene neanche a Washington, dove è arrivata la notizia di un nuovo infortunio al già infortunato John Wall; lesione al tendine d’Achille, almeno un altro anno di stop. Piccolo dettaglio: tra qualche mese, Wall entrerà nel nuovo contratto, che per le prossime quattro stagioni porterà nel suo disneyano deposito la bellezza di… 170 milioni di dollari!
Gli infuocati giorni che precedono la chiusura del mercato hanno inevitabilmente messo in secondo piano un altro appuntamento tradizionale di questo periodo: l’All-Star Game. Nelle scorse settimane sono stati selezionati i 24 giocatori che si esibiranno domenica 17 febbraio a Charlotte. Come sempre, non sono mancate le sorprese e le delusioni.

 

1 – An All-Star is born

D'Angelo Russell e Ben Simmons faranno il loro debutto all' All-Star Game di Charlotte
D’Angelo Russell e Ben Simmons faranno il loro debutto all’ All-Star Game di Charlotte

La nascita di nuovi All-Star è la miglior notizia possibile per la NBA e per i suoi appassionati. Soprattutto se la convocazione non è un riconoscimento ‘obbligato’ e prematuro (vedi Karl-Anthony Towns, chiamato durante la mediocre stagione passata e confermato – con maggiori meriti – quest’anno), bensì un traguardo ampiamente meritato. Nell’edizione 2019 dell’evento saranno ben cinque i debuttanti: uno per la Western e quattro per la Eastern Conference. Due di questi potrebbero tranquillamente disputare il loro primo e il loro ultimo All-Star Game contemporaneamente: Khris Middleton, convocato abbastanza a sorpresa (forse come premio per la grande stagione dei Milwaukee Bucks), e Nikola Vucevic, che sta mettendo insieme cifre individuali mai registrate prima, e difficilmente registrabili in futuro. Per gli altri tre, invece, questo sembra essere un vero e proprio ‘debutto in società’, il primo passo di una carriera potenzialmente ricca di soddisfazioni.

Ben Simmons è certamente quello che più di tutti aveva l’All-Star Game scritto nel destino. E’ uno dei pochissimi eletti ad essere arrivato in NBA con l’etichetta di ‘fenomeno generazionale’ e ad essere poi riuscito a non far crollare le aspettative (non è andata altrettanto bene, ad esempio, a Markelle Fultz). Certo, un anno e mezzo di professionismo è un campione ampiamente insufficiente per valutare una carriera, ma guardando giocare Simmons si capisce perché i Philadelphia 76ers abbiano speso per lui la prima scelta assoluta nel 2016. Fin dai primi passi nella lega, l’australiano si è imposto come ‘faro’ dei Sixers, guidandoli fuori da un lungo tunnel di mediocrità. Il tiro dalla distanza è ancora un bel problema, ma se a 22 anni è il tuo unico problema, e per il resto hai le doti tecniche dei più grandi e una visione di gioco che raramente si abbina a un atletismo del genere, i tuoi margini di miglioramento non possono che essere sconfinati. Seppur giovanissimo, Ben sarà chiamato a un’importante prova di maturità nel prosieguo della stagione: trarre il massimo da compagni tanto talentuosi quanto ‘impegnativi’ come Joel Embiid e Jimmy Butler (a cui ora si è aggiunto Tobias Harris) per legittimare la posizione di Phila tra le candidate al titolo.

Decisamente più tortuose le strade che hanno portato all’All-Star Game D’Angelo Russell e Nikola Jokic. Il primo era entrato presto nella lista di quelli che, a differenza di Simmons, non erano riusciti a mantenere da subito le esagerate aspettative. Letteralmente ‘schiacciato’ dalla pressione agli esordi con i Lakers, franchigia non particolarmente nota per la pazienza (ogni riferimento all’attualità non è puramente casuale), Russell è invece esploso una volta inserito nel giusto contesto. I Brooklyn Nets stanno vedendo le prime luci dopo gli anni terribili causati dalla nefasta trade per Kevin Garnett e Paul Pierce. Da quando Sean Marks è dietro la scrivania e Kenny Atkinson siede in panchina, la squadra ha pian piano acquisito un’identità, e ora è una credibilissima pretendente ai playoff. Una volta ambientato e finalmente libero dagli infortuni, D’Angelo ha fatto fruttare al meglio l’innato talento, disputando quella che finora è la miglior stagione della sua giovane carriera. La chiamata tra gli All-Star è stata la naturale conseguenza.

Jokic non era stato accolto con lo stesso hype degli altri due. A chiamarlo per quarantunesimo al draft 2014 (l’elenco di quelli selezionati prima di lui è troppo lungo, ma è obbligatorio citare Bruno Caboclo, alla 20) erano stati i Denver Nuggets, alle prese con la fase di transizione post-George Karl. Dopo aver trascorso un altro anno nella natia Serbia, ‘The Joker’ è sbarcato in Colorado. Nel giro di tre stagioni, ha sbaragliato la concorrenza per il ruolo di uomo-franchigia, tanto da guadagnarsi una maxi-estensione contrattuale da 148 milioni di dollari in cinque anni. Merito delle innate abilità di passatore e di un controllo di palla e gioco talmente sopraffini da eclissare un atletismo decisamente sotto media. Con il suo contributo a tutto tondo (fin qui sette triple-doppie stagionali, contro le dieci totalizzate nell’intero 2017/18) sta trascinando i Nuggets in un improbabile testa-a-testa per la vetta della Western Conference con i grandi Golden State Warriors. Vista la giovane età del gruppo di coach Mike Malone (anch’egli presente al prossimo All-Star Game, come allenatore del ‘Team LeBron’), viene da pronosticare che vedremo ancora a lungo Denver tra le grandi del West. E che il suo fenomenale centro sarà protagonista di altre partite delle stelle, in futuro.

 

2 – I grandi esclusi

Derrick Rose e Luka Doncic, tra i principali esclusi nelle selezioni per l' All-Star Game 2019
Derrick Rose e Luka Doncic, tra i principali esclusi nelle selezioni per l’ All-Star Game 2019

Finché la lega sarà popolata da cotanti fenomeni, le selezioni per l’All-Star Game porteranno giocoforza ad esclusioni eccellenti. Sarà anche un’esibizione in cui conta solo lo spettacolo (e ci mancherebbe, visto che si tratta di un’indispensabile pausa dai ritmi frenetici della regular season), ma a partecipare ci tengono tutti, maledettamente. Altrimenti non si spiegherebbero le genuine lacrime di Rudy Gobert, che evidentemente aveva posto la chiamata tra le stelle fra i principali obiettivi stagionali. Se gli Utah Jazz riuscissero a mantenersi stabilmente ai piani alti della Western Conference, però, sia per lui che per Donovan Michell potrebbe trattarsi di un appuntamento solo rimandato.

Fra tutte, l’esclusione più ‘rumorosa’ è stata certamente quella di Luka Doncic. L’ottimo impatto dello sloveno con il mondo NBA ha scatenato una vera e propria ‘LukaMania’, tanto che il voto popolare (valido al 50% solo per i quintetti, giova ricordarlo) lo aveva messo davanti a gente come Kevin Durant, Paul George e Anthony Davis. Fortunatamente, i voti andavano poi uniti a quelli dei media e dei giocatori stessi, che hanno avuto un minimo di senno in più; con tutta l’ammirazione, Doncic dovrà farne di strada, per essere anche solo inserito nella stessa frase con quei tre. Vederlo tra le riserve, invece, non sarebbe stata una follia. Difficile, però, lasciare a casa uno tra LaMarcus Aldridge, Karl-Anthony Towns e Nikola Jokic. Si tratta pur sempre di stelle affermate, e la NBA aveva già dimostrato l’anno scorso, con Simmons, di andarci cauta con i rookie. Forse, prima di Doncic, gli allenatori (che hanno votato per le riserve) avrebbero scelto Tobias Harris, ma il recente calo dei Los Angeles Clippers ha probabilmente influito sulla sua esclusione.

L’altra assenza ‘pesante’ (sempre in relazione al valore dell’evento) tra i prossimi All-Star è quella di Derrick Rose, eroe romantico protagonista della stagione della rinascita con i Minnesota Timberwolves. Anche in questo caso, il ‘lieto fine’ è stato rovinato da una concorrenza troppo agguerrita: chiamare lui avrebbe significato escludere Russell Westbrook, Damian Lillard o Klay Thompson. Senza contare DeMar DeRozan, uno che gli ultimi due All-Star Game li aveva (meritatamente) giocati da titolare.
Per quanto riguarda la Eastern Conference, l’unica esclusione di spicco è quella di Jimmy Butler, a cui è stato preferito un Khris Middleton individualmente inferiore, ma la cui squadra sta dominando incontrastata. Tra i non selezionati ci sarebbe stato anche Dwyane Wade, ma il comissioner Adam Silver, con un inatteso ‘colpo di coda’, ha assegnato due posti ‘bonus’ a lui e a Dirk Nowitzki, entrambi alla stagione d’addio. Per queste due leggende e per quello che ci hanno regalato negli anni non si può che nutrire un’assoluta adorazione e una sconfinata riconoscenza, però Adam… A questo punto, a cosa diavolo servono le votazioni?

 

3 – Trade deadline, si parte coi botti

Kristaps Porzingis e Tobias Harris (qui in maglia Pistons) sono i primi, grandi colpi di questa sessione di mercato
Kristaps Porzingis e Tobias Harris (qui in maglia Pistons) sono i primi, grandi colpi di questa sessione di mercato

In attesa di scoprire il finale della telenovela-Davis, molti scambi sono avvenuti con largo anticipo sulla scadenza delle trattative. I più importanti sono quelli che hanno coinvolto Kristaps Porzingis, passato dai New York Knicks ai Dallas Mavericks, e Tobias Harris, che i Los Angeles Clippers hanno ceduto ai Philadelphia 76ers. Due operazioni per certi versi simili, che spiegano perfettamente quali ingranaggi muovano la gestione di una franchigia NBA.

Sia i Knicks sia i Clippers hanno perso un potenziale All-Star (Porzingis era stato selezionato l’anno scorso, ma non aveva partecipato all’evento causa infortunio) ma, paradossalmente, alla lunga potrebbero rivelarsi le ‘vincitrici’ dello scambio. Anche perché i contratti di questi potenziali All-Star avrebbero dovuto essere ridiscussi in estate, e non si tratta mai di scelte facili.
Per avere il lettone, Dallas ha spedito a Manhattan un giovane di grande prospettiva come Dennis Smith Jr., soppiantato come possibile uomo-franchigia ai Mavs da Luka Doncic (sul fatto che i Knicks avrebbero potuto scegliere proprio Smith nel 2017, ma gli preferirono Frank Ntilikina, meglio sorvolare…). Insieme a lui sono arrivate due prime scelte future (non protetta nel 2021, valida dalla 11 in poi nel 2023) e la coppia formata da DeAndre Jordan e Wesley Matthews. Due nomi di spicco, se non fosse per un particolare fondamentale: il loro nutrito contratto (oltre 18 milioni a testa) scadrà il prossimo luglio. Tradotto: con ogni probabilità, Jordan e Matthews sono a New York solo di passaggio, tra poco verranno ‘scaricati’ via buyout e il monte-salari di New York si abbasserà enormemente. Anche perché in Texas, oltre a Porzingis, sono finiti Tim Hardaway Jr., Courtney Lee e Trey Burke: giocatori superflui, per una squadra che vuole solo perdere da qui ad aprile, e titolari di contratti impegnativi (i primi due sono a libro paga almeno fino al 2020). Ora New York si trova con qualche giovane interessante da far crescere senza fretta e, soprattutto, con lo spazio salariale per poter ‘corteggiare’ due grandi free-agent in estate.

Nella corsa ai vari Kevin Durant, Kawhi Leonard e Kyrie Irving (i cui arrivi, comunque, sono tutt’altro che scontati) ci saranno anche i Clippers. Gli ingredienti della trade che ha portato Harris a Phila sono più o meno gli stessi di quella analizzata in precedenza: ai Sixers sono finiti anche i contratti in scadenza di Boban Marjanovic e Mike Scott, a L.A. quelli di Wilson Chandler e Mike Muscala, più un giovane (Landry Shamet, fin qui sorprendente nel suo anno da rookie) e quattro scelte future (due seconde e due prime, tra cui quella non protetta di Miami nel 2021; attenzione…). Per la franchigia californiana, lo scambio apre anche un ulteriore scenario. Chissà che, con tutte quelle scelte e quei contratti in scadenza, non si possa mettere a punto un’offerta allettante per New Orleans

Naturalmente, anche Dallas e Philadelphia potrebbero aver guadagnato molto da queste trade. I Mavs si ritrovano con una coppia, formata da Doncic e Porzingis, potenzialmente in grado di dominare il prossimo decennio, mentre Phila può schierare un quintetto (Simmons-Redick-Butler-Harris-Embiid) che, nella Eastern Conference, non ha eguali. Per entrambe, le ambizioni di successo dovranno passare attraverso alcuni interrogativi: Quando e come tornerà Porzingis? Riusciranno a coesistere le star dei Sixers? Non ci resta che metterci comodi: this is why we watch.

Intervista col Gallo: “I miei Clippers, i playoffs, la nazionale, Doc Rivers e l’NBA store a Milano”

Los Angeles Clippers

Danilo Gallinari è in rampa di lancio, super stagione quella cominciata con i suoi Los Angeles Clippers che si stanno togliendo tante, tantissime soddisfazioni in un ovest veramente duro. Doc Rivers ha rilanciato il Gallo e Harrell rendendoli due giocatori fondamentali per il sistema della franchigia di LA.

Il Gallo, figlio di Vittorio, viaggia in stagione ad ottime medie ed ha rilasciato alcune parole molto interessanti alla call alla quale abbiamo preso parte insieme agli altri media italiani e stranieri. Vi riportiamo le sue dichiarazioni, presentando prima il personaggio Danilo Gallinari.

Chi è Danilo Gallinari?

Danilo è nato a Sant’Angelo Lodigiano l’8 di agosto del 1988, gioca nel ruolo di ala. Il Gallo, questo il suo soprannome, è figlio di Vittorio Gallinari, un ex giocatore di Olimpia e Virtus Bologna. 2.09 metri per 102 chilogrammi, il numero 8 dei Los Angeles Clippers ha giocato in diverse piazze prima di trovare un super contratto nella città degli angeli.

New York, Denver ed ora i Clippers. Ecco proprio ad LA sta trovando la sua piazza ideale, vediamo cosa ci ha detto a riguardo.

Conference Call, le parole di Danilo Gallinari: il Gallo è carico

Call conference con i media europei per Danilo Gallinari, organizzata dalla NBA in vista della sfida di sabato 22 dicembre contro i Denver Nuggets di Nikola Jokic. Il match dello Staples Center vedrà opposti due tra i talenti europei più cristallini ad aver calcato i parquet NBA negli ultimi anni.

Danilo Gallinari si presenta alla partita di sabato forte di una delle sue migliori stagioni NBA di sempre, finora: 19.5 punti, 6 rimbalzi e 2.5 assist a partita, col 45% al tiro da tre punti ed un incredibile 92.1% ai tiri liberi.

I Los Angeles Clippers di Gallinari, Tobias Harris, Lou Williams, Boban Marjanovic e Milos Teodosic sono attualmente sesti nell Western Conference, dopo la vittoria di giovedì notte allo Staples Center contro i Dallas Mavericks.

Vittoria sigillata dai 32 punti di Danilo. Di seguito vi riportimano una traduzione della lunga intervista all’azzurro.

Danilo Gallinari call conference: “Yoga ed arti marziali per tornare in forma, obiettivo playoffs per i Clippers”

 

Q: Cosa ne pensi dell’inizio di stagione dei Clippers?

G: Abbiamo avuto un’ottima partenza, ma come ogni squadra abbiamo avuto un periodo di due-tre settimane in cui le cose vanno meno bene. Nelle ultime due partite abbiamo dato segnali di crescita, dobbiamo ripartire da lì. Ci aspettano alcune partite casalinghe, speriamo di poterle sfruttare.

Q: Quali sono state le difficoltà in questo periodo?

G: La difesa. Bene ad inizio stagione, così così nelle ultime partite. Dobbiamo tornare quelli di inizio anno, ed essere più continui lungo l’arco dell’intera partita.

Q: Qual è stato il segreto della tua ritrovata forma fisica quest’anno?

G: La cosa più importante è che mi sento finalmente bene ed in forma. Da qualche anno pratico yoga ed arti marziali quale parte della mia preparazione, ed è una cosa che mi ha aiutato molto. Rimanere in salute è la cosa più importante per un giocatore NBA.

Q: Quale impatto pensi abbiate avuto tu e Marco (Belinelli, ndr) sulla popolarità della NBA in Italia?

G: Difficile da dire. Se oggi ci fossero altri giocatori italiani nella NBA oltre a noi, forse la popolarità della NBA in Italia sarebbe ancora maggiore. Io e Marco siamo gli unici due italiani qui, speriamo di poter essere dei modelli positivi per le nuove generazioni di giocatori.

Q: Quali sono i tuoi obiettivi stagionali? Playoffs, All-Star Game…

G: La cosa più importante per noi è andare ai playoffs. Sia io che la squadra siamo concentrati esclusivamente sul raggiungere la post-season.

Danilo Gallinari call conference: “Nikola Jokic è nel discorso per il premio di MVP”

 

Q: Cosa ti aspetti dalla partita di sabato contro i Denver Nuggets?

G: Denver sta facendo molto bene, sono una delle migliori squadre NBA ad oggi. Buoni giocatori e buona chimica di squadra. La partita di sabato sarà interessante: loro ci hanno battuto alla opening night e noi vogliamo prenderci una rivincita.

Q: Nikola Jokic era il “tuo” rookie a Denver. Credi possa essere considerato oggi un candidato per l’MVP?

G: Sta giocando alla grande. E’ un ottimo giocatore, uno dei migliori in attacco. sa giocare spalle a canestro e può allontarsi, è ambidestro, ha una visione di gioco pazzesca e sta giocando ad un livello tale da poterlo inserire nel discorso MVP, sicuramente. Un vero All-Star.

Q: Pensi di essere parte dell'”età dell’oro” dei giocatori internazionali nella NBA?

G: Assolutamente. La pallacanestro è diventata un movimento globale, l’Europa cresce come nessun’altro continente al mondo. Quando arrivai nella NBA non c’erano così tanti giocatori d’area FIBA come oggi. E’ una cosa positiva per la pallacanestro in generale.

Danilo Gallinari call conference: “Doc Rivers un uomo diretto, il derby coi Lakers partita sentita”

 

Q: Le prossime partite dei Clippers vedranno avversari importanti, cosa sperano di ottenere i Clippers?

G: Le prossime due settimane saranno cruciali per noi. Finire dicembre col miglior record possibile sarà importantissimo, e per andare ai playoffs dovremo battere i top team dell’ovest che incontreremo nelle prossime gare, come Golden State e Lakers. Il “derby” con i Lakers è sempre una partita sentita, contro dei rivali diretti. Un momento chiave per la nostra stagione.

Q: Anni fa con i Nuggets partecipasti agli NBA London Games. Cosa si dovranno aspettare Washington Wizards e New York Knicks, che si affronteranno a Londra il prossimo 17 gennaio?

G: La partita è importante, ma spero che troverano il tempo di visitare Londra, e vivere la città per quanto possibile. La cosa più importate è godersi la trasferta, poi la O2 Arena sarà sold out e piena di ospiti e media internazionali, sarà una grande vetrina per loro.

Q: Chi sarà il prossimo italiano a giocare nela NBA?

G: Bella domanda, non saprei. Prima o poi ci sarà qualcun altro, questo è certo.

Q: Cosa porta un allenatore come Doc Rivers alla vostra squadra?

G: Doc è un grande allenatore, perché conosce il gioco e sa come prendere i suoi giocatori. E’ un u0mo molto diretto, che ti dice in faccia ciò che pretende da te, e non si tira indietro quando fai un errore. Tutto questo fa di lui un grande coach, un coach che ha già vinto e che sa cosa ci vuole per vincere.

Danilo Gallinari call conference: “Spero di esserci ai mondiali FIBA in Cina, Harris un All-Star”

 

Q: Milos Teodosic, Tobias Harris e Shai Gilgeous-Alexander. Cosa pensi di loro? Teodosic potrebbe servire alla tua ex squadra, l’Olimpia Milano? Harris è da All-Star Game?

G: Milos sta trovando più minuti ultimamente, e sta giocando bene. Spero che rimarrà con noi per tutta la stagione, personalmente ho un ottimo rapporto con lui. Shai diventerà un buonissimo giocatore. Finora ha giocato benissimo, cosa non scontata per un rookie. Già al training camp si era visto quanto fosse pronto. Harris è un vero professionista, lavora sodo in palestra ed in allenamento, si prende cura del suo fisico e lavora ogni giorno sul suo gioco. Spero possa andare all’All-Star Game perché è un giocatore di quel livello, e perché se lo merita come persona.

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Q: Speri di esserci ai prossimi mondiali FIBA in Cina a settembre?

G: Lo spero tanto. Non ho mai giocato ai mondiali, sarebbe un sogno che si realizza.

Q: Los Angeles e Denver, cosa ti manca del Colorado?

G: LA mi piace, è una grande città. Ho giocato a Denver per tanti anni ed ho ancora tanti amici e conoscenti là, questo è ciò che mi manca di più di Denver.

Q: LA NBA ha appena aperto il suo primo store ufficiale a Milano, ed a gennaio Londra ospiterà Wizards e Knicks per gli NBA London Games. Si può dire che i fan europei sono oggi più vicini che mai alla NBA?

G: La pallacanestro è veramente globale oggi, e la NBA è oggi più vicina che mai, è diventato semplice vedere le partite e la decisione di aprire il primo NBA store a Milano, la mia città, è una cosa incredibile per la città stessa e per i tifosi italiani.

 

Butler-Clippers: Minnesota chiede in cambio Harris

Nuova squadra su Jimmy Butler; nelle ultime ore infatti si è fatto vivo l’interesse dei Los Angeles Clippers per la guardia americana di Minnesota, di cui ancora non è chiaro quale sarà il futuro. A riportare la notizia è stato Chris Haynes di Yahoo Sports.

Da una parte il giocatore vorrebbe lasciare, dall’altra il coach, Tom Thibodeau, vorrebbe cercare di convincerlo a rimanere per cercare di migliorare l’annata scorsa. Di mezzo, come è logico sia quando c’è un giocatore di questo calibro, molte franchigie disposte a provarci per cercare di portare l’All-Star nei loro roster.

Butler-Clippers: la richiesta dei T’Wolves

Come detto più volte nel corso delle ultime settimane i Timberwolves non hanno nessuna intenzione di fare sconti in una possibile trade. Non a caso, come contropartita a Butler, Minnesota ha chiesto ai Clippers il cartellino di Tobias Harris, ricevendo un secco no da parte della dirigenza losangelina, assolutamente non disposta a cedere l’ex Detroit Pistons, come riportato da Haynes.

Al momento, dopo il no di L.A., non ci sono stati altri incontri o telefonate, soprattutto perché Thibodeau sta cercando di convincere la dirigenza dei Lupi a togliere Butler dal mercato per provare a convincerlo del tutto a rimanere

I Clippers erano stati indicati dallo stesso Jimmy, al momento della richiesta di trade, come una delle papabili destinazioni. L.A. avrà lo spazio salariale giusto per offrire il contratto massimo a Butler nella prossima estate sempre che l’affondo dei Miami Heat non vada in porto.

Butler-Clippers potrà essere fattibile in questa sessione soltanto se una delle due abbasserà le proprie pretese ed in questo caso, a nostro parere, dovrebbe essere L.A.

Nuova stagione partita a tutto motore per i Detroit Pistons

Pistons nuova stagione Drummond Detroit Pistons

Detroit Pistons, la nuova stagione è cominciata alla grande: la franchigia della Motor City sogna i playoffs? Bella domanda. Alzi la mano chi avrebbe detto che, dopo 10 partite di stagione regolare, i Pistons avrebbero ottenuto un record di 7-3, o almeno un record vincente. Esatto, nessuno.

Il match d’apertura contro i Charlotte Hornets di Howard e Walker era una partita che non si poteva assolutamente sbagliare perché rappresentava il ritorno nella città di Detroit dopo quasi 40 anni di assenza: le parole dei vari Eminem e delle leggende Bing e Lanier, presenti nella nuovissima Little Caesars Arena, devono aver spronato i giocatori che hanno vinto tutto sommato abbastanza agevolmente la partita.

Stan Van Gundy, il condottiero del grande avvio di stagione dei Pistons.

La successiva partita contro i Wizards ha visto i Pistons vincere tre dei quattro quarti, perdendo malissimo il terzo quarto per 33-16. Bravi i maghi a resistere al tentativo di rimonta, pur andando sotto nel quarto periodo dopo essere stati avanti anche di 15 nello stesso parziale. In quell’occasione, il rookie da Duke University Luke Kennard ha esordito mettendo a referto 11 punti. Nella partita contro Porzingis & co, la squadra del Michigan si è trovata in una situazione analoga: costretta ad inseguire dopo che il primo tempo si era chiuso a 64-51 in favore dei Knicks, è riuscita a vincere per 28-16 il terzo quarto, arrivando alla frazione decisiva sotto di un punto, sull’ 80-79. L’ottimo impatto di Anthony Tolliver, di ritorno a Motown dopo una stagione a Sacramento, è una delle chiavi del successo che si concretizza alla fine della partita: i giocatori di Van Gundy tornano da New York con una vittoria.

Nella partita contro Philadelphia arriva la prima, storica, tripla doppia realizzata nella nuova casa dei Pistons: non è però un giocatore della squadra di casa a siglarla, ma il rookie Ben Simmons che diventa così soltanto il terzo giocatore nella storia NBA a siglare la sua prima tripla doppia nelle sue prime quattro partite. Lo scontro tra Andre Drummond ed Joel Embiid (14 punti con 14 rimbalzi il primo, 30 + 9 il secondo) non finisce alla sirena: il camerunense accusa Drummond nel dopopartita di non giocare in difesa e il diretto interessato risponde con un laconico “Ci vediamo il 2 dicembre” (data del prossimo incontro tra le franchigie). Dati oggettivi alla mano, il centro di Detroit non avrà il footwork di Embiid, ma stiamo pur sempre confrontando un giocatore All Star, terzo quintetto All-NBA e leader nei rimbalzi nel 2016 con all’attivo circa 400 partite da professionista con uno che ne ha giocate meno di 40 pur essendo stato scelto al draft 2014.

Le tre partite che seguono vedono i Pistons vincere contro altrettante contender al titolo (o presunte tali): i Minnesota Timberwolves del talento Karl-Anthony Towns e coach Thibodeau, i Los Angeles Clippers di Jordan, Griffin e del nostro Gallinari e i Golden State Warriors campioni in carica. Nel match contro i lupi  sale in cattedra Tobias Harris: sono 34 i punti (career high eguagliato) per il numero 34 di Detroit, accompagnati da un 15+15 di Drummond e dall’altruismo di Ish Smith, 2 punti e ben 13 assist. Allo Staples Center è il Gallo a mettersi in mostra: non il nostro Danilo però, bensì Langston Galloway che, partendo dalla panchina, segna 13 punti in 17 minuti, mentre quattro dei cinque titolari vanno in doppia cifra. Da sottolineare il lavoro in difesa: nel secondo tempo, i Pistons riescono a concedere meno di 20 punti in entrambi i quarti (rispettivamente 17 nel terzo e 15 nel quarto). Il nuovo backcourt di Detroit combina 45 dei 115 punti che permettono di sbarazzarsi dei campioni in carica alla Oracle Arena: Avery Bradley ne segna 23 e Reggie Jackson 22, Ish Smith 16 off the bench e Drummond cattura ben 18 rimbalzi; per i Warriors soltanto gli Splash Brothers Curry e Thompson e l’MVP delle Finals Durant vanno in doppia cifra, ma la chiave di lettura della partita va cercata altrove: sono infatti 13 le palle perse alle quali vanno sommate le 16 rubate per Detroit mentre addirittura 25 sono quelle di Golden State con soltanto 3 rubate. La gita nella West Coast si chiude inciampando sui Los Angeles Lakers, sulla carta la partita più abbordabile delle tre giocate in California.

Andre Drummond
Andre Drummond.

Al loro ritorno a casa, i Pistons erano attesi dall’esame Milwaukee Bucks ma soprattutto Giannis Antetokounmpo, esame superato egregiamente grazie all’ottima difesa sul giocatore greco che chiude con 13/27 al tiro a causa di forzature e tiri presi fuori dal pitturato, dove pochi sono devastanti quanto lui. Ma la notizia del giorno non è la serata opaca di Giannis né i 6 punti e 9 rimbalzi dell’onesto Eric Moreland, ma il 14/16 dalla lunetta di Andre Drummond: grazie ad allenamenti estivi specifici con tecniche particolari (si parla anche dell’utilizzo del visore per la realtà aumentata) per il miglioramento di questo fondamentale, Drummond sta diventando un giocatore solido anche al tiro libero, nonostante sia entrato in stagione come il peggior tiratore di liberi della storia NBA tra quelli con almeno 500 tiri tentati. Il centro dei Pistons aveva segnato in precedenza 13 liberi, ma su 36 tentativi, registrando il record negativo per tiri liberi sbagliati in una partita (23 appunto, vs. Houston nel gennaio 2016). Stan Van Gundy, visti i progressi, ha già fatto sapere che l’Hack-a-Dre non funzionerà più.

Parlando di statistiche:

  • la squadra tre volte campione NBA si trova al 25esimo posto per rimbalzi, pur potendo contare sul secondo miglior rimbalzista della lega, Andre Drummond (14.7 a partita);
  • è ottava per punti concessi, 101.2 a serata: un ruolo chiave è svolto sicuramente da Avery Bradley, per due volte inserito nell’All-Defensive Team, dimostratosi leader della squadra grazie anche al suo impegno e alla sua determinazione in difesa. Coach Van Gundy è convinto che Bradley abbia cambiato l’atteggiamento della squadra;
  • terza per turnovers (13.9 a partita) e seconda per palle rubate (9.7), altri elementi che rendono la franchigia seconda nella Eastern Conference e prima nella Central Division, e che non possono che entusiasmare i tifosi di Detroit, da sempre amanti delle versioni dei Pistons che fanno della difesa il loro punto di forza;
  • nella scorsa stagione, il record nei back to back era di 3-14, mentre adesso la stagione è iniziata con un 3-0 nelle partite giocate consecutivamente.

La lunghissima maratona di 82 partite è appena cominciata, le classifiche dopo meno di un mese lasciano il tempo che trovano (i Pistons secondi ad Est con i Cleveland Cavaliers fuori dai Playoff, cosa abbastanza inverosimile ad aprile), però la qualità di gioco e la mentalità viste in questo inizio di stagione lasciano ben sperare i fan della Motor City, che sperano di vedere la loro squadra almeno al primo turno dei playoff in questa stagione, per poi diventare una seria contender al titolo nelle prossime.

Stan Van Gundy: “Tobias Harris in quintetto? Tutti sono in considerazione”

Stan Van Gundy head coach dei Detroit Pistons parla alla vigilia della nuova stagione della sua squadra, che potrebbe tornare dopo tanto tempo ai playoffs della eastern Conference.

Una delle squadre più deludenti della passata stagione sono stati i Detroit Pistons. La squadra allenata da coach Stan Van Gundy va alla caccia di un possibile ritorno ai Playoffs; sperando nell’esplosione definitiva di due talenti come Reggie Jackson e Andre Drummond.

Per Stan Van Gundy tutti i componenti sono potenziali titolari

Oltre all’asse play-centro delle ultime stagioni, coach Van Gundy si affiderà al nuovo arrivato Avery Bradley ex Boston Celtics, e alla possibile crescita di un giocatore importante come Tobias Harris; dopo l’addio di Caldwell-Pope volato ai Lakers.

In queste ultime ore lo stesso head coach della franchigia del Michigan ha parlato del tanto potenziale talento presente nel suo roster, in una recente intervista pubblicata proprio dal sito della franchigia del Michigan.

Ecco le sue parole rilasciate a Keith Langlois addetto stampa dei Pistons :

“Con l’arrivo di Bradley possiamo puntare in alto per la prossima stagione, ma qui in questa squadra nessuno deve essere timoroso oppure non considerato importante. Qualsiasi membro del roster è importante, come lo è anche Tobias Harris. Ho pensato che lui sia più importante in uscita dalla panca, ma può darsi che in questa stagione le cose possono cambiare anche in corso d’opera.”

Detroit Pistons: Leftovers

E se un giorno ti svegliassi e gran parte di chi conosci fosse scomparso nel nulla? Come ti sentiresti? Sicuramente dapprima sconfortato, spaesato, stupito.

Poi però cercheresti delle risposte, vorresti capire l’accaduto. Un po’ come Kevin Garvey, il protagonista della serie TV Leftovers, che cerca di scoprire cosa sia accaduto nel mondo, quando scompaiono nel nulla oltre 140 milioni di persone, di cui oltre 100 suoi compaesani. C’è chi sostiene di trovarsi davanti ad un fenomeno mistico, il cosiddetto ‘Rapimento della Chiesa’; c’è chi invece sposa lo scetticismo più totale, sostenendo che nessuna profezia regge. Sta di fatto che nessuno, compreso Kevin, riesce a darsi pace, riesce a trovare una spiegazione logica a tale fenomeno. Senza però perdersi d’animo.

Devono essersi sentiti cosi i tifosi dei Detroit Pistons quando i giocatori con più talento sono scomparsi improvvisamente dalla città dei motori dopo anni di successi e trionfi, e questo da un giorno all’altro.

Avery Bradley - Detroit Pistons
Avery Bradley, nuova guardia dei Detroit Pistons.

Dopo una stagione disastrosa che li ha visti non partecipare ai playoffs, Stan Van Gundy dovrà cercare di ritrovare il gioco e la quadratura del cerchio scomparsi quasi misteriosamente. Cerchiamo di capire i Pistons che verranno: salutati Kentavious Caldwell-Pope e Marcus Morris, in estate i Pistons si ritrovano con una guardia di sicuro affidamento sia difensivo che offensivo come Avery Bradley, uno degli artefici della stupenda stagione dei Celtics culminata con l’arrivo alle Eastern Conference Finals. Il classe 1989 potrà aiutare a far crescere inoltre la scelta numero 12 di questo draft, Luke Kennard, sul quale la franchigia del Michigan ripone speranze di un’esplosione rapida, così da poter fronteggiare la questione rinnovo di Bradley con più opzioni sul tavolo a fine anno.

Il problema principale rimane però quello della costruzione del gioco: Reggie Jackson non ha dato garanzie lo scorso anno, e la mancanza di fluidità nella circolazione di palla, unita alla lentezza e alla prevedibilità della stessa, ha reso i Pistons una delle squadre col peggior attacco ad Est (ventiquattresimi nella graduatoria riguardante l’offensive rating). Per questo come backup nello spot di playmaker è stato firmato Langston Galloway, che potrà dare dalla panchina soluzioni diverse a quelle di Reggie. Se uniamo a questo anche le poche soluzioni dall’arco capiamo che la matassa per Van Gundy è davvero complicata da sbrogliare. Nella posizione di centro ci sarà ancora Andre Drummond, una macchina da doppia doppia di media ma fin troppo monodimensionale per la NBA che oggi si sta sviluppando, che trova difficoltà ad essere lasciato in campo nei momenti finali della partita perchè preda fin troppo facile dell’ Hack-a-Shaq (38.6% di realizzazioni dalla lunetta nella stagione passata).

Andre Drummond.

Tobias Harris, salvo clamorose sorprese, dovrebbe partire come sesto uomo, ruolo nel quale, nonostante la mediocrità della stagione passata del suo team, è spiccato per efficienza e continuità (16.1 punti di media per 31 minuti). La lineup sarà quasi sicuramente composta da Jackson, Bradley, Johnson, Leuer e Drummond, gruppo che sulla carta non è poi così male.

La parola chiave per i Pistons dev’essere ritrovarsi. L’aspettativa minima sarebbe quella di combattere per l’ottavo posto, anche per giustificare un salary cap stracolmo che non porta ai successi sperati nonostante la poca competitività ad Est. Stan Van Gundy deve essere come Kevin Garvey e riportare a Detroit l’entusiasmo e il gioco, scomparsi come gli abitanti di Mapleton ormai da troppo tempo.

Detroit become regular

Andre Drummond con Van Gundy

Forse è tutto iniziato quel primo giugno del 2011, lo stesso giorno la vedova di Bill Davidson raggiunse l’accordo con Tom Gores per la cessione dei Detroit Pistons all’imprenditore nato a Nazareth (ma fermiamo qui eventuali paragoni biblici). Quello stesso giorno, in uno degli scherzi del destino più velenosi della storia della NBA, annunciava il suo ritiro Shaquille O’Neal, che dalla franchigia del Michigan era stato battuto (lui e tutti i Lakers, chiaramente) nel 2004 nell’atto conclusivo.

Forse è superfluo, o forse no, ricordare che in quelle Finals i californiani erano usciti talmente sconquassati dentro lo spogliatoio, prima che sul campo dagli avversari, che sull’altare di Kobe erano sacrificati gli altri due volti principali del ciclo vincente: uno Shaq, l’altro Phil Jackson.

Ecco, tornando a quel primo giugno, Gores si prese in mano una patata parecchio torrida. La squadra non incocciava nell’appuntamento poststagionale da soli due anni, quando aveva preso uno sweep abbastanza amaro dai Cavaliers entrati ai playoff papi (Mike Brown allenatore dell’Anno, LeBron James MVP del viaggio su ottantadue tappe) e usciti frustrati cardinali per mano dell’Orlando furiosa.

Le umiliazioni successive, con lo zenit raggiunto attraverso lo sciopero-più-risate contro coach Kuester del 2010/2011, avevano fatto scendere la catena a tutto l’ambiente detrotiano. Quelle successive, forse, pure. Anche se, a quasi sei anni di distanza, Gores pare aver preso appunti.

https://www.youtube.com/watch?v=cyW2ajAVyfA

Nel 2014, dopo aver cambiato Lawrence Frank, rimasto in carica due anni, Maurice Cheeks, che mangiò il panettone ma non arrivò al Mercoledì delle Ceneri, nella primavera del 2014 è giutno alla corte dei Pistons Stan Van Gundy. Contratto di cinque anni, carica presidenziale e la netta sensazione che in lui fossero riposte tutte le speranze di rilancio rossoblù.

Non immotivate, peraltro. Se tornate su, giusto di qualche riga, trovare un riferimento en passant alla Orlando del 2009, che vedeva sulla panchina proprio SVG. Al timone dei Magic, il coach si guadagnò le Finals. Il suo era un basket gagliardo, con Nelson a condurre la transizione, Redick a bombardare da fuori, Turkoglu a creare dall’ala, Rashard Lewis ad allargare il campo lasciando il pilone Dwight Howard a fare il bello e il cattivo tempo dentro l’area. I Lakers erano però troppo concentrati, e Kobe (altro protagonista già incontrato) non voleva lasciarsi l’occasione di pareggiare le dita occupate dell’ex-frenemy Shaq (idem). Risultato, 4-1 per i Lakers e tanti applausi per i Magic.

Sotto Van Gundy, i Pistons sono tornati a giocarsi la fase a eliminazione diretta lo scorso maggio, ma dal 2009 al 2016 non è mutata manco una virgola: 4-0 contro i Cavs teste di serie ad Est. Aspettando un paio di mesi, sapremo se Detroit arriverà, dopo nove anni, a portare a casa una gara di playoff, giusto per togliersi una scimmia (che non è nuda, e non balla) dalla spalla, verosimilmente sempre contro quelli dell’Ohio.

Quanto visto finora potrebbe finire nella categoria “bene non benissimo”. Per carità, la franchigia del Michigan ad oggi supera una concorrente ben attrezzata, i Bucks, una tignosa, gli Hornets, e una tremendista, gli Heat, e questo anche tagliando fuori New York dal discorso playoff, pratica pericolosa perché se c’è un posto dove possono succedere miracoli è proprio Quello Lì. Il problema è che i difetti dei Pistons sono vistosissimi, sempre uguali e forse irrisolvibili, di certo irrisolti ad oggi.

Partiamo però dai pregi, giusto per non sembrare catastrofisti, dato che in fondo Motown ha popolato i sogni di molti fedeli alla spicchiata con quel ciclo fantastico ad inizio millennio. Van Gundy ha dato ordine, e un ordine: correre, correre bene, correre ogni volta che si presenta la chance.

E Detroit corre. Che sia rimessa da fondo o recupero della sfera da rimbalzo, il portatore di palla, di solito Reggie Jackson, cerca subito l’uomo che ha rapidamente occupato la fascia laterale allargando il campo, e allo stesso tempo costringendo la difesa avversaria a non avere (virtualmente) il tempo di risistemarsi perché un pericolo è subito portato in ala. E quella è una posizione infida, perché da lì chi ha ricevuto può decidere di attaccare il ferro e cercare appoggio con l’opposizione non a puntino della difesa, o di sparare da tre direttamente. Questo, ovviamente, quando il meneur con la palla non decide di servire centralmente Drummond e provocare scompiglio nel pitturato. Il capitolo AD, comunque, lo trattiamo in un secondo momento.

Come è intuibile, le avversarie hanno preso le contromisure agli uomini del Michigan, così non è raro che predispongano già dal tiro un abbozzo di difesa per evitare cattive sorprese sul ribaltamento di campo. Nema problema: se non c’è spazio per una conclusione immediata, la palla viene riportata in punta dove si riorganizza il gioco.

E la riorganizzazione solitamente prevede due opzioni: la piratata diretta al ferro o il penetra-e-scarica. In entrambi i casi, arma non impropria, ma anzi alquanto efficace, è Tobias Harris: dinamico e fisicamente prestante, attacca bene dal palleggio, colpisce dalla media e lunga distanza e si inventa ogni tanto persino quell’arresto di forza che fa scendere qualche lacrima ai nostalgici.

La difesa dei Pistons, poi, è solida, con cinque uomini focalizzati sul lato forte che a volte sembrano una muraglia umana non valicabile. Lo stesso Harris, poi, tiene benissimo le incursioni avversarie, mentre Morris è un mastino che marca in modo asfissiante il proprio uomo e ha l’esplosività per stargli dietro nel caso questi gli sgusci via.

Le difficoltà sotto il proprio canestro, e qui arriviamo ai difetti di Detroit, iniziano quando l’opponente di turno escogita il modo per aggirare la muraglia e materializzare la palla nell’anello dei rossoblù. Sul pick&roll centrale permane una sorta di insicurezza su quale distanza tenere, e il risultato, ma in generale, anche su blocchi lontano dalla palla, i cambi spesso non sono efficaci perché l’attaccante girare a suo vantaggio il mismatch. Gli aiuti-e-recuperi lenti e i taglianti dietro persi in stile Vispa Teresa aggravano ulteriormente la situazione. Come se non bastasse, ci si mette di mezzo anche Andre Drummond.

Chiariamolo subito: Drummond nella NBA dei quintetti piccoli e dei centri proporzionati a questi ultimi è un gioiello. È fisico, atletico, imponente, roccioso. O meglio, sarebbe, perché fino a questo momento è parso accontentarsi di quanto riusciva a raccogliere. In difesa è lento, letargico, e sarebbe pure passabile nei casi in cui mette il corpaccione ed esegue il tagliafuori, ma quando questo non succede è un più che altro un peso. Lui e Baynes sono due centri piuttosto plantigradi, tant’è che forse (absit ignuria verbis) complessivamente e fatte le debite proporzioni il miglior lungo dei Pistons in questo 2016/2017 è stato John Leur: alto, magro come un chiodo, perché capace di essere pericoloso in più modi. Ma lui è un’ala forte, mentre sui due centri di ruolo per ora il giudizio è da rimandare. Il confronto con il Monroe (ma davvero non serviva?) arzillo e in grado di mettere palla per terra è impietoso, ancorché lo stesso prodotto di Georgetown non sia a onor del vero privo di difetti.

Tornando a Drummond l’Howard sotto Van Gundy era tutta un’altra cosa, in difesa e in attacco. Il che ci porta a concludere che anche quei Magic erano tutta un’altra cosa rispetto a questi Pistons. Se vi è scappato un “Capitan Ovvio al salvataggio” è comprensibile, ma con l’ultima affermazione l’intenzione era semplicemente puntualizzare come, se un’impostazione come quella ha fruttato solo una finale nazionale e una di Conference con una squadra dai valori tecnici superiori, lascia perplessi che a Detroit abbiano voluto replicare l’esperienza avendo a disposizione un roster meno forte.

Quella di Gores e Van Gundy è una strada a senso unico: scommettere, per limiti oggettivi di mezzi (leggi: grandi giocatori), su una struttura che forse ti porterà lontano o forse fallirà. Dipende come andrà a finire. In ogni caso, il proprietario prenderà appunti.