Rockets, Harden e Tucker non bastano. Golden State vince nel finale e trema per Durant

La serie di playoff tra Golden State Warriors e Houston Rockets continua a regalare duelli equilibrati, combattuti e spettacolari in cui ogni possesso è decisivo e il minimo errore può risultare fatale: dopo il 2-2 maturato al termine di gara-4 (prime due vittorie per i campioni in carica tra le mura amiche, risposta immediata dei Razzi al Toyota Center), i Warriors si aggiudicano di misura gara-5, imponendosi per 104-99 alla Oracle Arena. Una vittoria fondamentale per i Warriors, preoccupati per l’infortunio di Kevin Durant.

Quest’ultimo ha lasciato il parquet dopo appena 32′ giocati, in cui ha messo a referto 22 punti, 5 rimbalzi, 4 assist e un recupero con percentuali decisamente basse per un giocatore del suo calibro (44% dal campo con 8/18 e 29% da tre con 2/7). Dopo l’infortunio di KD si sblocca Steph Curry, che realizza 16 dei suoi 25 punti totali negli ultimi 14′ e chiude col 39% al tiro (9/23) e il 27% da oltre l’arco (3/11). Si riscatta ampiamente, invece, Klay Thompson, che dopo aver disputato quattro gare sottotono ritrova sé stesso e fa registrare 27 punti, 4 rimbalzi, un assist e 3 palle recuperate col 55% al tiro (11/20) e il 50% dalla lunga distanza (5/10).

Nel finale risultano decisivi anche Draymond Green – che sfiora la tripla doppia (8 punti, 12 rimbalzi e 11 assist) e piazza la tripla del +5 (94-89), prima di farsi espellere per raggiunto limite di falli – e Kevon Looney, che in uscita dalla panchina cattura ben 9 rimbalzi (di cui 5 offensivi) in 22′ e mette a referto anche 5 punti e una stoppata cruciale ai danni di Chris Paul. Ordinaria amministrazione, invece, per Andre Iguodala, che si limita a fare il suo senza strafare: 11 punti, 4 rimbalzi e 5 assist col 56% dal campo (5/9).

Deludono Paul e Capela per i Rockets, Warriors ok nonostante l’infortunio di Durant

Dopo aver segnato 22 punti in 32′, Kevin Durant è costretto a uscire dal campo per infortunio: Warriors in ansia per lui.

I Rockets, dopo un primo quarto in cui sono costretti a soccombere sotto i colpi dei padroni di casa (31-17 per i Warriors) e un secondo piuttosto equilibrato (parziale di 26-26, si arriva alla pausa lunga sul 57-43 per Golden State), riescono a rimettersi in carreggiata nel terzo quarto, piazzando un 29-15 che rimette tutto in discussione a 12′ dalla fine. Protagonisti della riscossa dei Razzi, capaci di rientrare in partita dopo aver subito parziali di 19-3 prima e 15-0 poi dai Dubs, sono soprattutto James Harden e P.J. Tucker: il primo offre un’altra prestazione degna di nota, con 31 punti, 4 rimbalzi, 8 assist, ben 4 recuperi e una stoppata con un ottimo 62.5% al tiro (10/16), mentre il secondo conferma il suo straordinario momento di forma e chiude con una doppia doppia da 13 punti, 10 rimbalzi, un assist, 2 palle recuperate e una stoppata col 56% dal campo (5/9) e il 60% da tre (3/5).

In uscita dalla panchina, invece, danno il proprio apporto alla causa Nenê (6 punti in 4′ con 2/2 al tiro e 2/2 dalla lunetta) e Iman Shumpert (11 punti e 2 rimbalzi con 4/7 dal campo e 3/6 dalla lunga distanza in 16′), mentre Austin Rivers delude ampiamente le aspettative (1/6 al tiro e 0/4 da tre). Eric Gordon parte malissimo rispetto alle precedenti gare della serie, segnando appena una delle prime sette triple tentate, ma nel finale ne infila ben due su tre e si riscatta parzialmente, chiudendo a quota 19 punti con percentuali al tiro molto basse (36% dal campo con 5/14 e 30% da dietro l’arco con 3/10).

A deludere, però, sono anche e soprattutto Chris Paul e Clint Capela, entrambi assenti dal match dal primo all’ultimo minuto di gara-5 e incapaci di mettere in difficoltà i Warriors. CP3 non riesce mai a fare la differenza su entrambi i lati del campo, né a dare l’impressione di poter dare una svolta alla serata: a fine partita il suo tabellino recita la miseria di 11 punti, 6 rimbalzi, altrettanti assist e 2 recuperi con un pessimo 21% dal campo (3/14) e addirittura 0/6 dalla lunga distanza. Non va meglio al centro svizzero, protagonista ancora una volta di un vero e proprio blackout. Appena 6 punti con un inusuale 30% al tiro (3/10). Il fatto che abbia il plus/minus più alto tra i suoi compagni (+8) e che catturi ben 14 rimbalzi, di cui 5 offensivi, non può bastare a salvarlo. Due assenze che pesano tantissimo per i Rockets, il cui gioco – sia in attacco che in difesa – si basa moltissimo sui sopracitati Paul e Capela.

Dettagli, questi, che fanno tutta la differenza del mondo e che permettono ai Warriors di far loro una gara risicata e tirata fino all’ultimo. Houston, dal canto suo, ha il rimpianto di non aver sfruttato a dovere l’assenza del suo pericolo numero uno, Kevin Durant, per la parte finale di gara, alla pari dell’espulsione per sei falli di Draymond Green. Ad ogni modo, i Rockets restano ancora in corsa e possono giocarsi le proprie concrete possibilità di passaggio del turno in gara-6 davanti al pubblico del Toyota Center, per forzare una gara-7 che sarebbe sicuramente spettacolare. L’unica certezza di un duello che non smette di regalare emozioni, polemiche e colpi di scena è proprio questa: lo spettacolo, tra Warriors e Rockets, non manca mai.

From The Corner #31: Il faticoso ultimo ballo

A questo punto potevamo facilmente intuire la fine fosse partita dalla firma di KD nella Free Agency 2K16 edition. Gli Warriors erano ben consci di essersi messi in casa una personalità non semplice, molto ben nascosta dietro l’immagine del bravo picciotto ad OKC o forse, più semplicemente, era talmente lampante l’irruenza del Micione col 23, che il natìo del Maryland in confronto era un pupo appena nato.
Perde la finale 2012, è avanti 3-1 nel 2016 prima della irruente implosione e decide di affidarsi a quelli che non possono (quasi mai) perdere. Solo che tra sorrisi ed abbracci si mette in chiaro un, se non ‘IL‘, concetto fondamentale: la squadra è di Steph. Anzi, è più la squadra del paradenti di Curry piuttosto che di Kevin Durant. Quindi automaticamente se vinci e sei due volte MVP delle finali, hai comunque vinto nella squadra di Curry.

Draymond Green nel brutto siparietto messo in piedi dopo i 4 quarti del match contro i Clippers lo ha detto in malo modo ma in fin dei conto ha ragione: “Vincevamo anche prima che tu fossi qui”.
Se non vi piace così abrasivo l’orso ballerino ex Michigan State, allora non vi piace l’orso ballerino ex Michigan State. O abrasivo o niente. E per Diana se ha ragione! Settantatre volte per l’esattezza, con MJ al gradino sotto. Questo è probabilmente quello che pesa di più a KD: è andato a vincere, l’ha fatto, ed ora che ha vinto e l’Hall Of Fame è certa, il non avere in mano la squadra lo fa stare parecchio male. Dite che sbaglio? Cosa hanno fatto contro Houston stanotte? E chi mancava? Esatto! In più senza il 30 nessun giocatore del quintetto ha messo a segno una tripla, cosa che non accadeva da 2054 giorni. E’ clamorosamente la squadra di Curry.

“Non so quello che Kevin farà, non so che farà Klay. So solo che abbiamo avuto delle grandi stagioni”. Green è come sempre abrasivo: multato e sospeso per una partita dalla dirigenza a seguito di quel battibecco, ha comunque accettato con grande professionalità la scelta di Myers & Kerr, nonostante il disaccordo. In risposta sembra che il resto dello spogliatoio abbia fatto quadrato intorno a Dray, staccandosi un po’ da Durant.
Parliamoci chiaro: sono i precursori del basket del domani, ma anche di oggi in fin dei conti. Hanno preso in mano concetti di più squadre e li hanno messi insieme. Ecco la velocità dei Suns di D’Antoni, i meccanismi degli Spurs di Popovich e l’incredibile facilità di metterla da lontano degli Splash Brothers. Pacchetto fatto e venduto: 3 titoli in 4 anni e forse 4 in 5. Anche più di forse. Se poi le loro strade si separeranno sarà doloroso ma necessario. Klay ha bisogno di essere un primo o secondo violino in carriera. Durant vuole tornare a dettare legge e fondamentalmente a Cousins gli hanno già comunicato che non lo potranno ri-firmare. Poi tutto può accadere.
L’unica cosa certa è che per gli Warriors sembra essere arrivati al capolinea, sicuramente sarà un’estate di grande divertimento per tutti i Fan.

 

Klay Thompson: “Creeremo la dinastia dei Warriors”

I Golden State Warriors sono alla ricerca del loro terzo anello in quattro anni, il secondo consecutivo, e vogliono creare una dinastia, come in passato hanno fatto i Boston Celtics, Chicago Bulls, Los Angeles Lakers e più recentemente i Miami Heat.

In questi giorni i Warriors stanno giocando le loro partite di preaseason in Cina, dove hanno già ottenuto un livello di visibilità davvero notevole. In quel roster erano presenti due giocatori del livello di Michael Jordan e Scottie Pippen.

Dopo l’ultima partita giocata dai campioni della lega, è stato chiesto a Klay Thompson se questa squadra ha la capacità di vincere ben sei anelli in otto anni, come fecero i Chicago Bulls.

Sei campionati in otto anni? Siamo solo a un terzo di strada”. Dichiara la guardia tiratrice della squadra di coach Kerr ai microfoni ESPN. “Penso che non siamo lontani, certo abbiamo ancora tanto da fare ma penso che potremmo farcela”.

“Ogni volta che i Bulls sono venuti in città, era l’evento dell’anno, ora lo è quando arriviamo noi; questo gioco è imprevedibile, e nulla va dato per scontato. Raramente si gioca in uno stadio che non sia pieno, ogni partita è una emozione speciale. Credo che ancora non siamo al loro livello, ma a quello aspiriamo, noi vogliamo diventare una squadra che rimanga per sempre nella memoria di tutti”.

Sul paragone tra i Warriors e i Bulls Klay Thompson dice: “Solo essere paragonati a quella squadra è un onore, c’è sicuramente la motivazione, mi piacerebbe giocare con Michael Jordan e i suoi compagni di squadra. Ovviamente non è possibile, però c’è la volontà di lasciare quel tipo di eredità“.

Il coach dei Warriors, Steve Kerr, ha indossato la casacca dei Bulls negli anni 90 e vinto ben tre anelli in quella squadra che molti definisco la migliore di tutti i tempi. Infatti Kerr non è ancora pronto a paragonare la sua attuale franchigia a quella in cui ha giocato da ragazzo.

“Non possiamo avvicinare quello che abbiamo fatto con quello che hanno fatto i Bulls” ha detto il 52enne. “Con i Tori ho vinto sei campionati in otto anni, con i questi ragazzi ho vinto solo due volte in tre anni, il che è fantastico ma vogliamo vincere di più, visto che abbiamo la possibilità di far bene per diversi anni. Dobbiamo lavorare duro e avere anche fortuna. Faremo del nostro meglio e cercheremo di divertirci, sempre lavorando al massimo.”

I Warriors negli ultimi tre anni sono risultati quasi imbattibili, hanno sfornato prestazioni di livello sia in regular season, sia ai playoffs. Hanno vinto per tre anni consecutivi la Conference a Ovest.

Mercato Cavaliers: It’s a Long Way to the Top 1/3

Mercato Cavaliers

It’s a Long Way to the Top If You Wanna Rock ‘n’ Roll…

Così cantavano negli anni ’70 gli AC/DC e oggi più che mai, e i Cavaliers ne hanno avuto una tangibile dimostrazione.

Le finali 2017 si sono appena concluse e Golden State vede ripagate le scelte fatte questa estate con la contestatissima firma di Kevin Durant.

Il natio di Washington chiude la serie con 35.2 punti con il 55.5% dal campo, 47.4% da tre punti e 92.7% ai tiri liberi conditi da 8.4 rimbalzi, 5.4 assist, 1.8 stoppate, il Bill Russell MVP Award e il tanto desiderato anello di campione NBA.

I Warriors hanno dimostrato di essere di un altro livello rispetto a tutti sia da un punto di vista atletico che tecnico con 5 giocatori su 5 del quintetto principale (con Iggy al posto di Zaza) in grado di mettere palla a terra e creare per la squadra.

Dal punto di vista difensivo poi sono probabilmente la squadra più forte e sottovalutata della lega grazie sia alle loro individualità: Draymond Green (in lizza per il premio di DPOY), Klay Thompson e Andre Iguadola; sia in termini di collettivo: comunicazione, velocità orizzontale e capacità di leggere le situazioni; questi Golden State Warriors sono una squadra di un altro pianeta.

 

Mercato Cavaliers
La vittoria di GS contringerà al mercato Cavaliers

Dall’altro lato della trincea ci sono i Cleveland Cavaliers di King James che insieme al vice-comandante Kyrie Irving, mentre raccolgono i propri fagotti per tornare a casa, si guardano negli occhi e si dicono, “Mo C’arripigliamm Tutt chell Che È nuostr!”.

Questo costringerà i Cavaliers ad effettuare mosse importanti durante la free agency (anche se i Cavs sono piuttosto pieni a livello di cap)e via trade. Urgono aggiustamenti importanti per la prossima post season se vogliono provare a competere contro questi Golden State Warriors che al momento sembrano veramente ingiocabili.

A differenza di quanto sostiene Dan Gilbert (proprietario di maggioranza della franchigia) non basteranno “minor ajustment” (via cleveland.com) per poter avere la meglio in una serie di 7 partite contro questi Warriors.

 

Mercato Cavaliers
LeBron James Mercato Cavaliers

Sicuramente sono la squadra più vicina alla franchigia californiana ma la loro capacità di agire sul mercato è davvero pessima; pochissime carte nel mazzo da poter sfruttare sul mercato per muoversi come la situazione richiederebbe oltre alla necessità di dover gestire due situazioni contrattuali molto spinose, quella del GM e del Re.

A tener banco a Clevelend, infatti, c’è la situazione di David Griffin, attuale General Manager che è in scadenza e tentato dagli Orlando Magic per assumere il ruolo di President Of Basketball Association. Gli esperti dicono che non è da escludere una sua permanenza in Ohio anche se al momento tra lui e la dirigenza non ci sono stati ancora incontri e i tempi non aiutano di certo; la settimana prossima c’è il draft e, come se non bastasse, il prossimo anno LeBron sarà in scadenza e a questo punto non credo si possa stare tranquilli.

Nel caso in cui anche il prossimo anno i Cavaliers si dovessero dimostrare inferiori a questi Warriors non escluderei un tentativo del Re di provare le sue ultime cartucce per vincere un altro anello altrove. Per completare il briefing di quella che suona a tutti gli effetti una vera e propria MISSION IMPOSSIBLE c’è la situazione salariale.

LA SITUAZIONE SALARIALE e DOVE INTERVENIRE>>>

Pages: 1 2

Pages ( 1 of 2 ): 1 2Next »

Warriors, altra vittoria targata Kevin Durant

Kevin Durant

Che Kevin Durant volesse a tutti i costi l’anello lo avevamo capito quando in estate aveva accettato l’offerta dei Golden State Warriors: KD, uno dei migliori attaccanti delle lega in un team praticamente perfetto. Il risultato? 1 sola sconfitta per la squadra della Baia da marzo con 14 vittorie consecutive (record all time) nei playoffs NBA.

33 punti in gara 2, con 13 rimbalzi, 6 assist, ottime soluzioni difensive, raddoppio e stoppata su Kyrie Irving, tanta abnegazione, visione di gioco e decisivo quando conta. Kevin Durant si è calato perfettamente nel sistema Warriors, e le due vittorie nelle finals NBA lo attestano. Se aggiungiamo a questo Steph Curry, ma anche i 22 punti di Klay Thompson il gioco è fatto. Il Re è stato nuovamente sconfitto dai Warriors che ritrovano in panchina anche Steve Kerr.

https://www.youtube.com/watch?v=He9kOL5NGPk

I Cavs ci provano, la panchina ci prova a dare segnali, ma è troppo poco: nel terzo quarto i Warriors sfruttano l’onda emotiva e distruggono i Cavaliers portandosi oltre quota 100 punti. Cleveland si affida al Re, ma non c’è verso difensivamente si arginare i tiratori di Golden State.

Kevin Durant
Kevin Durant.

Si torna ora in Ohio, in casa LeBron James, i Cavaliers dovranno vincere a tutti i costi gara 3 e difendere il fattore campo per riaprire una serie di Finals che sembra già ampiamente chiuso…

 

La sfida nella sfida: Kevin Durant vs LeBron James

durant vs lebron

A partire dal 1 giugno i Golden State Warriors ed i Cleveland Cavaliers si daranno battaglia per la conquista del tanto agognato anello per la terza volta di fila. A quella che è diventato oramai un classico per le NBA Finals, i Warriors arrivano con il record di 12-0 (prima squadra a riuscirci) mentre i Cavs con un altrettanto rispettabilissimo 12-1 (unica sconfitta in casa contro i Celtics). Gli ingredienti per una sfida spettacolare ci sono davvero tutti: da una parte i californiani che hanno subìto l’incredibile rimonta da 3-1 nelle passate Finals entrando nella storia dal lato sbagliato e che quindi sono assetati di vendetta, dall’altra i Cavaliers che vogliono ripetersi per dimostrare al mondo intero qual è la squadra più forte e portare la città di Cleveland a festeggiare quello che sarebbe uno storico repeat. In aggiunta a tutto questo c’è tantissima curiosità per quella che potrebbe essere la sfida nella sfida e che probabilmente risulterà determinante ai fini del risultato finale ossia Kevin Durant vs LeBron James.

 

Kevin Durant e LeBron James alle NBA Finals 2012.

I due si sono già affrontati nell’ultimo atto del 2012 ed entrambi vestivano una canotta diversa: Durant era agli Oklahoma City Thunder mentre James vestiva la maglia dei Miami Heat. In quella circostanza dopo un’ottima gara 1 vinta dai Thunder, gli Heat e The King hanno dominato la serie spazzando via gli avversari con un nettissimo 4-1. Per KD quella è anche stata l’unica finale disputata fino ad oggi.

 

Il duello tra queste due superstar assolute si ripropone a 5 anni di distanza, dopo che è passata molta acqua sotto i ponti. Durant questa estate ha scelto di unirsi a quelli che erano stati i suoi nemici fino ad un mese prima, ovvero i Golden State Warriors di Curry,Thompson e Draymond Green per dare l’assalto al titolo NBA mentre LeBron è alla settima finale consecutiva ( 4 con gli Heat e 3 con i Cavs) ed è un giocatore completamente diverso soprattutto nell’atteggiamento mentale da quello di 5 anni fa, anzi si può dire che proprio da quel trionfo ai danni dei Thunder è iniziata la metamorfosi del Re che si è poi ultimata l’anno scorso.

 

Dal punto di vista tecnico il duello promette di essere pirotecnico dato che stiamo parlando di due dei migliori attaccanti della lega, se non proprio i migliori. LeBron James in questo momento è il giocatore che più sposta gli equilibri nell’intera NBA: potenza, eleganza,penetrazione devastante, QI nettamente sopra la media, a cui in questi playoff sta anche aggiungendo una incredibile continuità nel tiro da fuori che non sempre ha avuto in carriera,anzi. Kevin Durant invece ha un arsenale offensivo praticamente illimitato: tiratore fenomenale, 1 vs 1 dal palleggio incredibile, capacità di crearsi un tiro come pochissimi, agilità e intelligenza fuori dal comune e potremmo continuare ancora per parecchio.

 

E’ probabile che si ritroveranno uno contro l’altro per gran parte della serie, soprattutto nei momenti chiave delle partite e quindi la differenza la potrà fare quanto uno riuscirà ad arginare o quantomeno limitare l’altro perché con giocatori di questo livello utilizzare la parola “fermare” è pura eresia. LeBron è un grande difensore quando serve e inoltre è in grado di assorbire qualunque tipo di contatto ma potrebbe soffrire leggermente la rapidità di KD soprattutto in transizione; Durant invece è altrettanto bravo nell’ 1vs1 ed ha gambe veramente veloci ma potrebbe andare sotto fisicamente e avere difficoltà a tenere la trasbordante forza di James in penetrazione. Dunque la sfida tra questi due campioni si preannuncia davvero interessante e potrebbe davvero indirizzare la contesa in un senso o nell’altro.

Kevin Durant e LeBron James durante l’ultimo Christmas match.

 

Va comunque sottolineato che nella NBA moderna l’1 vs 1 è solo una parte di un sistema difensivo molto organizzato che comprende tutti e 5 i giocatori che hanno un compito preciso e sanno come comportarsi nelle diverse situazioni , però è chiaro che in alcuni momenti gli accoppiamenti saranno fondamentali per decidere le sorti della serie: un canestro fatto oppure una stoppata(e la mente non può non tornare a gara 7 delle passate Finals) può spaccare in due una partita anche se il punteggio è in bilico.

Non ci resta altro da fare che sederci comodamente e passare le nottate davanti alla TV per ammirare quella che si preannuncia una serie incandescente: Warriors contro Cavaliers, atto terzo. Ormai ci siamo.

Steve Kerr, saltando la finale, entra nella storia

LA CATTIVA NOTIZIA E IL CASO STORICO

Il coach dei Golden State Warriors, Steve Kerr, sembra esser entrato nella storia, oltre che per i suoi successi sportivi, anche per le sue assenze dalle partite del proprio team.

Infatti, proprio in questi giorni, Kerr ha dichiarato che non sarà presente sulla panchina dei Warriors nella partita di apertura dei playoffs NBA, contro i Cleveland Cavaliers.

Se il coach di Golden State non riuscirà a pattugliare la linea laterale durante la serie, creerà un caso storico già vissuto, e che affonda le sue radici nella finale 2016 e nella seconda metà di regular season della stessa annata.

L’assenza darebbe vita alla terza finale di fila, tra Cleveland Cavaliers e Golden State Warriors, con allenatori rispettivamente diversi rispetto a quelli della regular season.

Negli anni precedenti infatti, Steve Kerr dovette cedere il suo posto a Luke Walton e a Cleveland arrivò Tyronn Lue per sostituire il suo predecessore David Blatt.

Questi continui cambiamenti dell’ultimo secondo, hanno fatto si che la rivalità della partita si accendesse molto di più tra i giocatori piuttosto che tra le panchine, che non avendo riferimenti passati, hanno dovuto ogni hanno rivedere le proprie tattiche in base al coach che si sarebbero trovate davanti.

steve kerr
#STEVE KERR
#30 STEPHEN CURRY

LE CONDIZIONI DI STEVE KERR

Nel frattempo, la situazione di Steve Kerr, derivante dall’operazione svolta nel 2015, sembra non migliorare più di tanto e pare che il coach dei Warriors sia destinato a rimanere ancora un’altra volta fuori dai giochi.

L’ultima volta che Kerr abbandonò la panchina, subentrò Luke Walton che portò la squadra a fare il record di Regular Season 73-9 per perdere poi in finale.

Quest’anno la regular season è stata guidata completamente da Kerr ma ora l’head coach di Golden State sarà Mike Brown che dovrà cercare di portarsi a casa il titolo NBA, così da onorare il lavoro svolto dal collega per una stagione intera.

 

 

 

 

 

 

Klay Thompson si prepara alle Finals riguardando “quella” Gara

Klay Thompson

Tra poco meno di quattro giorni, all’Oracle Arena di Oakland, andrà in scena l’evento più atteso da tutti gli appassionati della NBA: le NBA Finals, che vedranno fronteggiarsiper il terzo anno consecutivo, i Cleveland Cavaliers di LeBron James, campioni in carica, e i Golden State Warriors di Klay Thompson.

Se i campioni in carica, guidati ancora da coach Tyronn Lue, hanno rinforzato il loro roster con gli arrivi di Kyle Korver e Deron Williams, che hanno potuto agevolare un cammino incredibile fino alle Eastern Conference Finals, vinte contro i Boston Celtics per 4-1 nella serie, i Golden State Warriors, con l’arrivo di Durant, hanno confermato lo strapotere fisico e tecnico nella Western Conference, dopo aver annientato ogni avversario in questi Playoffs NBA con un record impressionante di 12 vittorie e 0 sconfitte.

Dal punto di vista di Golden State, però, si può considerare che in questi Playoffs il talento di Durant  ha oscurato il potenziale offensivo di Klay Thompson, decisamente sottotono in questa post season dei Warriors.

Il #11, soprattutto durante le Western Conference Finals, non ha dimostrato di essere quel giocatore decisivo che era stato in game-6 delle finali di Conference dello scorso anno contro gli Oklahoma City Thunder. In quella partita, Klay Thompson si prese la scena e mise a segno il suo career-high di 41 punti con 11 triple, costringendo così Russell Westbrook e soci alla decisiva game-7 poi persa all’Oracle Arena.

A distanza di un anno da quella partita, Klay Thompson, in un’intervista rilasciata all’insider americano Tim Kawakami, parla proprio del match contro i Thunder dello scorso anno, che potrà essere fondamentale in vista di queste NBA Finals.

“È stato bellissimo rivedere quella partita, e soprattutto ricordare quanto è stato importante l’apporto che ho dato in quel match. Ho rivisto ogni singola mia giocata per vedere cosa sono capace di fare, soprattutto per essere decisivo anche in questa Finale NBA.”

Warriors: e se la crisi fosse già arrivata nella Baia senza che nessuno se ne sia accorto?

“E se la crisi fosse già arrivata nella baia senza che nessuno se ne sia accorto?”

Siamo al secondo turno di playoff, avversario gli #UtahJazz.
Game 1 Warriors – Jazz 106-94
Game 2 Warriors – Jazz 115-104
Game 3 Jazz – Warriors 91-102

I ragazzi della baia affrontano questo secondo turno con molti più dubbi e con molte insicurezze in più.
I Warriors sono sulla bocca di tutti da quando coach Steve Kerr ha dovuto lasciare la panchina, a tempo inderminato, per dei problemi alla schiena.
Quest’assenza può essere fonte di grandissima motivazione, ma durante una partita può portare la squadra a dei deragliamenti più frequenti, trasformandosi in un’arma a doppio taglio.
Durante la serie contro Portland abbiamo assistito alla parte positiva di quest’assenza: infatti, proprio da gara-3, la prima senza Kerr, i Warriors hanno mostrato per la prima volta a tutti cosa sono in grado di fare come collettivo.

La dimostrazione di questa “lunaticità” di Golden State, dovuta alla situazione tecnica, si sta rendendo ben visibile nella serie contro Utah.

In gara-1, all’apparenza, Golden State sembra sempre in controllo ma, se guardiamo i particolari, i dettagli, con attenzione, riusciamo a vedere che c’è qualcosa di strano, qualcosa di diverso rispetto a prima.

I maggiori indicatori di questa “diversità” sono:
– le rimesse, le uscite dai time out sono ad ogni azione, ad ogni time out, un po’ meno efficaci.
– gli SplashBros, con percentuali molto al di sotto delle loro abitudini sia per Curry che per Klay.
Klay sta attraversando il suo classico momento di “calo” , mentre per Curry la ragione del suo modo di giocare va cercata nel rapporto con Steve Kerr: i due infatti hanno un rapporto umano prima che professionale che nessuno, a parte loro due, può conoscere a pieno. Curry deve molto a Kerr per il giocatore che è diventato.

Gara-2 è l’altra faccia della medaglia: partita sontuosa di Draymond Green che è stato il fattore trainante per tutta la squadra. Leggendo tra le righe della partita si notava come i ragazzi della baia calassero un pochino non appena Green andava a sedere in panchina.
Green è il giocatore che più sposta gli equilibri all’interno dei Warriors, nel bene e nel male.

A questo punto dei playoff si inizia a intravedere cosa vuol dire giocare con la sempre più pressante consapevolezza che il coach, probabilmente, non rientrerà.
Gara 3… E’ l’ennesimo capovolgimento della medaglia: le dimostrazioni più lampanti di questa perdita di lucidità si hanno nel secondo e nel quarto quarto.
Nel secondo quarto il protagonista è Green che, dopo aver passato tutta la prima parte di partita a lamentarsi con gli arbitri, raggiunge il suo massimo livello di nervosismo: se la prende con gli arbitri, non ascolta i compagni di squadra, urla qualcosa in faccia a Mike Brown per poi, dopo essere andato in panchina, prendere un tecnico (il primo per lui nei playoff di quest’anno).
Questa ricaduta di Dray è dovuta al fatto che sul ponte di comando è venuta a mancare una figura importantissima nei confronti verbali e caratteriali con i giocatori. Si, è vero, lo faceva anche prima, ma una cosa è scontrarsi con il “poliziotto cattivo” Steve Kerr ed un altro è scontrarsi con la figura che ha sempre preso il ruolo di “poliziotto buono” negli scontri all’interno dello spogliatoio, Mike Brown.
Nel quarto quarto è la volta di Durant che, dopo aver ricevuto una spinta da Gobert sotto canestro per prendere posizione, reagisce in malo modo, prendendo tecnico.

Tutti gli addetti ai lavori aspettano la prima sconfitta per parlare di “crisi” dovuta alla situazione (tecnico-mentale) che si sta vivendo della baia.
E se invece la crisi che tutti aspettano si sia presentata proprio contro Utah ed il solo fatto che non sia ancora arrivata una sconfitta è solo l’ennesima prova della vera forza di questa squadra?

Che qualcosa non vada lo si vede da come giocano, dal movimento di palla, dal movimento senza palla, dalla quantità di passaggi in un’azione, dalle facce in panchina, dalle percentuali di tiro ma sopratutto dai continui cambi di umore all’interno di una partita.
Non è niente di allarmante, i ragazzi della baia ci stanno già facendo i conti e stanno già affrontando questa difficile prova, che li renderà ancora più forti.

Di Luca Poggianti

Warriors avanti 2-0,adesso la serie si sposta nella terra dei mormoni

Nessuna sorpresa nelle prime due gare della semifinale di conference tra Golden State Warriors e Utah Jazz: come da copione, i californiani hanno vinto entrambe le partite giocate all’Oracle Arena portandosi 2-0 nella serie che adesso si sposterà a Salt Lake City per gara3 e gara4. I Jazz hanno dovuto praticamente sempre rincorrere i Warriors nei primi due episodi della serie (su 96 minuti di gioco delle due gare, Golden State è stata in vantaggio per 94 minuti e 8 secondi) e non hanno mai dato l’impressione di poter portare a casa la vittoria. Sicuramente nelle prossime due partite i Jazz cercheranno di sfruttare il fattore campo e con il sostegno del proprio pubblico proveranno ad allungare la serie che al momento sembra saldamente nella mani dei campioni in carica della Western conference.

 

GARA 1: UTAH JAZZ@GOLDEN STATE WARRIORS  94-106

 

GARA2: UTAH JAZZ@GOLDEN STATE WARRIORS 104-115

 

Golden State Warriors: ritmi alti e attacco che gioca sul velluto

 

I californiani finora sono riusciti ad imporre il proprio ritmo di gioco e questo,come già annunciato in fase di presentazione della serie, ha fatto la differenza. La banda di coach Kerr (che non partirà per Salt Lake City) sta trovando le giuste soluzioni offensive con i big four che stanno segnando a ripetizione (71 punti su 106 in gara1 e 83 su 115 in gara2). Curry è in pieno controllo, Draymond Green sta facendo il bello e il cattivo tempo, Durant sembra completamente ristabilito e Klay Thompson sta facendo il suo senza strafare. La chiave tattica (e non è certo una novità) è stata il death line up contro il quale Utah ha sofferto molto; molti minuti quindi ad Andre Iguodala a discapito di Pachulia che ha giocato poco nelle prime due gare.

 

Per quanto riguarda l’aspetto difensivo, i californiani sono riusciti a limitare alcune opzioni offensive degli avversari (una su tutte Joe Johnson) che invece avevano fatto la differenza nella serie precedente. E’ probabile che a Salt Lake City la musica cambierà e le cose si complicheranno quantomeno, ma ad oggi i Warriors sembrano in totale controllo tecnico ed emotivo della serie.

 

Utah Jazz: a questi ritmi non c’è una serie

 

I Jazz escono sconfitti dai primi 2 episodi della serie in quel di Oakland, dove i padroni di casa sono riusciti a tenere un ritmo di gioco altissimo (come quasi sempre in casa). A queste condizioni i mormoni hanno veramente pochissime chance di riacciuffare questa serie. La mossa di coach Snyder di lanciare in quintetto Joe Johnson insieme ad Hayward con Gobert da 5  non ha dato i frutti sperati,anzi, ha forse permesso ai Warriors di utilizzare con ancora meno remore il temibilissimo death line up. Hayward è venuto fuori in gara2 con una prestazione di altissimo profilo dopo l’opaca prova di gara1 ma questo non è bastato per restare in partita fino in fondo.

 

C’è necessità di cambiare marcia per i Jazz, di abbassare il numero di possessi e rendere la vita più difficile ai big four dei Warriors che stanno veramente facendo quello che vogliono. Curry al momento è un rebus di difficile soluzione, ma non è l’unico. Resta il fatto che i Jazz in casa propria sono una delle migliori squadre dell’intera Lega, quindi certamente si faranno rispettare.

 

Gara3 ci dirà davvero molto di questa serie: se i Jazz vogliono in qualche modo rientrare devono vincere a tutti i costi per mettere un po’ di pressione ai Warriors che d’altra parte sono determinati a chiudere i conti nel più breve tempo possibile.

Chi può interrompere il dominio dei Cavaliers e dei Warriors?

Programma Sky Sport NBA 2016 NBA Finals - Game Seven

Sarà ma anche quest’anno tutto sembra andare nella stessa identica direzione: Cavaliers sul 6-0 in questi playoffs NBA, stesso discorso per i Warriors 6-0 da quando sono iniziati i PO.

 Est scarso? Beh ad ovest non si può di certo dire che ci sia tutta questa competizione almeno fino ad ora.
I Cavaliers, secondi ad Est, hanno cominciato a fare sul serio quando contava. Sweep ai Pacers, 2-0 contro i Raptors nelle semifinali con gara 3 da giocarsi questa notte a Toronto che potrebbe solo prolungare l’agonia della franchigia canadese.
LeBron James
LeBron James
I Warriors hanno imposto lo stesso trattamento ai Trail Blazers, 4-0 secco. Ora gli Utah Jazz sembrano solo una vittima sacrificale. Zero lotta, zero competizione.
Chi potrebbe mettergli i bastoni fra le ruote? Ad ora ci sono due franchigie che potrebbero dire la loro nelle finali di conference, ma che sembrano comunque non all’altezza delle rivali. Da un lato gli Houston Rockets, complice l’infortunio di Tony Parker, sembrano aver la strada spianata per le finali. I Warriors se giocheranno contro la squadra di D’Antoni dovranno stare attenti alla vena offensiva della franchigia texana, soprattutto con i tiratori da tre davvero on fire in questi playoffs.
Dall’altro lato qualche grattacapo LeBron James potrebbe averlo contro Boston, non fosse per altro che per il fattore campo a favore di Thomas and co. Anche se la differenza ad ora appare veramente abissale tra le due squadre.
The Finals per il terzo anno consecutivo saranno tra Cleveland Cavs e Golden State Warriors?

From The Corner #10: Playoff edition

Playoffs NBA streaming

Dieci.
Decimo scritto sotto l’effige “From The Corner”. Traguardo? “Manco per il….” tuonerebbero in posti meno rinomati di questo. Sicuro un Check Point, prendendo spunto dall’affezione che, da sempre e per sempre, mi lega (e mi legherà) al videogioco Crash Bandicoot.

Houston Rockets

Ed attenzione perché precedentemente ho usato la parola “scritto” con coscienza, in quanto gli “articoli”, quelli belli davvero, sono tutta un’altra cosa. O almeno dovrebbero.

NBA Passion in questi giorni è tale e quale alla rinfusa scrivania di un ansioso studente, quando gli esami sono tanti, ed il tempo è tiranno: libri accatastati, idee sfocate e tanta ottima volontà mischiata a quel sapore agro della paura di incappare in qualche errore. In pratica è come se i Playoff li stessimo giocando noi.
Magari.

Invece no, li giocano loro, quelli bravi (e milionari..) dall’altra parte dell’oceano e finora, in realtà, ci sono state ben poche sorprese: Cleveland ha sbrigato la pratica Indiana con barlumi di bel gioco mescolati ad altri di fortuna sfacciata. Nella vita serve pure quella. Golden State ha sistemato una Portland forse troppo arrendevole nel corso delle singole gare, la quale ha pagato la poca fisicità sotto canestro, dove McGee (si proprio lui, quello degli Shaqtin’) non si è dovuto nemmeno rimboccare le maniche. Curry intanto è tornato ai livelli di MVP delle scorse stagioni, complice anche l’assenza di Durant. Passano anche San Antonio e Houston, i primis dopo 6 partite toste (ed aiutatemi a dire “toste”) contro gli intramontabili Memphis Grizzlies ed i secundis in 5 contro il Russell Westbrook Show & l’allegra combriccola al seguito. Manca solo il verdetto sancito dalla disperata gara 7 tra i Jazz ed i Clippers, in scena stasera.

Thomas e LBJ

Girando la testa verso la parte destra del tabellone non può che tornare un sorriso nel notare che Isaiah Thomas ha ritrovato quella luce che lo ha illuminato per tutta la stagione. Così dopo i primi due stop, Boston ha inanellato 4 successi consecutivi, validi per la semifinale contro i maghi di Washington, ugualmente vincitori in 6 gare contro Atlanta. Toronto, dopo aver sconfitto il Dio Greco, si ritrova ancora una volta contro Cleveland, in una serie che si preannuncia calda come poche.

Previsioni? Accendetevi il meteo, se volete le previsioni. Nell’ultima puntata a Web Radio 5.9, alla domanda se i Celtics fossero finiti, ho ammesso convinto: “Cavolo se sono finiti! Peccato, dopo l’ottima stagione che hanno fatto. Però almeno questa sconfitta verrà ricordata più per il lutto di Thomas che per tutto il resto..”.
Dopo questa ritengo di essere l’ultima persona al mondo che può dare un pronostico, ma sicuramente la prima con la quale seguire TUTTE le partite che ci separano da qui fino alla consegna del Larry O’Brien Trophy, accompagnati dalla Peroni gelata.
Per il resto: JUST ENJOY.