Wesley Matthews è arrivato in Indiana: cosa porta nel bagaglio (tecnico)?

Wesley Matthews

Si dice che si debbafar di necessità virtù. Se in NBA c’è una squadra esperta in questo, risponde al nome di Indiana Pacers. La squadra di coach McMillan ha perso poche settimane fa la propria stella Victor Oladipo per un grave infortunio al ginocchio, e nonostante questo riesce ancora ad assestarsi nei piani alti della Eastern Conference . Urgeva comunque sostituire ‘Dipo infortunato e per questo è arrivato Wesley Matthews, un giocatore esperto e dai chiari lineamenti tecnici, non una stella, ma un role-player che ogni coach vorrebbe avere nella propria squadra.

Wesley Matthews è arrivato ai Pacers con il difficile compito di sopperire all'assenza della stella Oladipo
Wesley Matthews è arrivato ai Pacers con il difficile compito di sopperire all’assenza della stella Oladipo

WESLEY MATTHEWS: PRIMA DI TUTTO UN GRAN DIFENSORE

Una cosa certa su Wesley Matthews è che ha fatto bene ovunque sia andato. In ogni squadra è stato apprezzato in primo luogo perché è un difensore molto al di sopra della media degli esterni in NBA. Anzi, qualche anno fa probabilmente era tra i migliori in circolazione. Nella fase di non possesso Matthews non ha certo l’atletismo di Oladipo, ma la mobilità laterale, la velocità di piedi e l’intelligenza lo rendono un difensore di spessore sia vicino sia lontano dalla palla. Da questo punto di vista può adattarsi anche a giocare con compagni di reparto (perdonate il termine calcistico) più vulnerabili nelle retrovie e può sprecarsi sui migliori attaccanti avversari.

 

Un’incredibile difesa di Wesley Matthews su Russell Westbrook

Prendiamo come campione quella che è stata la miglior stagione per la nuova guardia dei Pacers, sia individualmente sia a livello di squadra. Parliamo dell’annata 2014/2015, quando il Nostro si trovava a giocare a Portland, a fianco di giocatori come Lillard, Batum, Aldridge e McCollum. In questo quintetto gli unici veri difensori di livello erano Matthews e Batum. Risultato? Un defensive rating (punti subiti su 100 possessi) di 98.5 con Wesley sul terreno di gioco, sostanzialmente una miseria per gli standard della Lega più celebre a livello cestistico. Non importa chi abbia intorno, Wesley Matthews rimane un grandissimo difensore e in un sistema difensivo collaudato come quello dei Pacers è un’aggiunta di livello.

IL TIRO DA TRE

Si parla spesso di 3&D, ovvero di giocatori che siano abili nella metà campo difensiva e in attacco si rendano utili aprendo il campo con il loro tiro da tre punti. La definizione in realtà calza a pennello per ben pochi giocatori (maestro su tutti è Klay Thompson) e l’ex Mavericks merita di essere enumerato in questo ristrettissimo club. Coach McMillan chiederà proprio questo a Matthews nella fase offensiva: generare spazi con la propria pericolosità dall’arco, in modo da rendere più fluido e arioso un attacco che, comunque, ha perso la propria arma principale.

 

Un assaggio della precisione dall’arco di Wesley Matthews

Parliamo d’altronde di un giocatore che ha già segnato 1506 triple in carriera con oltre il 38% di realizzazione e con quasi 7 tentativi per partita nella suddetta specialità. Una sicurezza insomma, che arriva ad Indianapolis portandosi in valigia voglia di difendere e una mano molto educata dalla distanza. Può sostituire Victor Oladipo? La risposta è no, ma Wesley Matthews è giocatore che rende bene in sistemi ben congegnati e quello dell’Indiana Pacers è un sistema più che funzionale da questo punto di vista. Non chiedetegli di sostituire, chiedetegli di integrarsi e sopperire, rimarrete affascinati dalle straordinarie doti di lavoratore di Wesley Joel Matthews.

Pacers, è ufficiale la firma di Wesley Matthews

potenza dei social-Brandon Ingram and Wesley Matthews, Los Angeles Lakers vs Dallas Mavericks at American Airlines Center

Gli Indiana Pacers firmano Wesley Matthews, i termini dell’accordo tra la squadra allenata da coach Nate McMillan ed il veterano in uscita dai New York Knicks non sono stati resi noti.

I Pacers hanno garantito a Matthews un posto da titolare e minuti importanti, fattore determinante il giocatore nella scelta dell sua prossima destinazione NBA, dopo la trade che lo ha spedito a New York e la successiva buonuscita.

Wesley Matthews partirà in quintetto per coach McMillan al posto dell’infortunato Victor Oladipo, consentendo così a Tyreke Evans di tornare ad occupare il consueto ruolo di sesto uomo.

In 46 partite disputate, Matthews ha viaggiato in stagione a 12.8 punti e 2.3 rimbalzi a gara, con un più che discreto 37.4% al tiro da tre punti. Veterano classe 1986, Wesley Matthews ha alle spalle quattro partecipazioni ai playoffs, tra Utah Jazz, Portland Trail Blazers e Dallas Mavericks.

Indiana Pacers-Wesley Matthews: l’ex Mavs ad Indianapolis dopo il buyout

Wesley Matthews

Indiana Pacers-Wesley Matthews sembra essere un matrimonio annunciato, come riportato da Shams Charania sul proprio profilo Twitter.

 

Il giocatore avrebbe raggiunto un accordo con i New York Knicks per il buyout e la squadra più vicina all’ex Dallas Mavericks sembrano essere proprio gli Indiana Pacers. I Pacers ricoprirebbero così il vuoto lasciato dall’infortunio di Victor Oladipo.

 

Wesley Matthews fimerà un accordo al “veteran minimum” da 2.3 milioni di dollari con gli Indiana Pacers, una volta uscito dalla “lista degli svincolati” nella quale ogni giocatore rilasciato deve rimanere per 48 ore come da regolamento NBA, come riportato da David Aldridge di The Athletic.

Più squadre interessate a Wesley Matthews

Wesley Matthews

In queste ultime ore di mercato NBA Wesley Matthews è uno dei giocatori più ricercati se dovesse ricevere il buyout dai Knicks: infatti sono diverse le squadre interessate all’ex Dallas Mavericks, tra queste ci sono gli Indiana Pacers (i quali hanno un notevole vuoto da riempire dopo l’infortunio di Oladipo). Oltre alla franchigia di Indianapolis, sulle tracce di Matthews ci sono i Golden State Warriors, Houston Rockets ed i Philadelphia 76ers e gli Oklahoma City Thunder.

 

Ecco le trade ufficiali fino ad ora

Mavericks: trovando la quadra

Rick Carlisle, coach dei Dallas Mavericks.

Rick Carlisle è sempre stato un uomo con le idee chiare in testa, uno che è sempre partito da delle solide basi, idonee a parer suo per lavorare al meglio ed ottenere il massimo. Allo stesso tempo, però, non lo si può etichettare come un integralista. Già, il coach dei Dallas Mavericks ha infatti dimostrato di saper apportare delle piccole modifiche al piano originale, quando serviva: non a caso, nella passata stagione, ha più volte fatto ricorso al quintetto piccolo, ormai un vero e proprio mantra della NBA di oggi.

L’inversione di tendenza pare essere definitiva, in quanto Dirk Nowitzki sta giocando o comunque giocherà per molti minuti come centro. Il tedesco ha ricevuto nuove vesti da indossare nel momento in cui stanno pian piano arrivando i titoli di coda della sua gloriosa carriera. Voglia di iniettare al team una nuova e frizzante verve, o probabilmente semplice necessità, legata appunto all’evoluzione del gioco. Bisogna stare al passo coi tempi che corrono, nel vero senso della parola. Carlisle vuole fare dei ritmi alti e delle transizioni componenti fondamentali, così come accade per molte altre franchigie: l’attuale Nowitzki non ha il passo delle power forward avversarie, tanto meno riuscirebbe a difendere in maniera accettabile su di esse. Ergo, l’assetto con il numero 41 da stretch 5 (almeno a gara in corso) potrebbe alla lunga portare i suoi frutti. In generale, la tendenza è quella di schierare spesso un solo lungo di ruolo durante le rotazioni.

Nowitzki, durante la sua lunghissima carriera ai Mavericks, è stato lungamente utilizzato come centro nel 2001/2002 e nel 2003/2004. Solo di recente è tornato ad occupare quella posizione per più tempo. (Fonte: Baskteball Reference)

Il campo è molto aperto e le spaziature sono abbastanza pulite, agevolando così la circolazione di palla e le penetrazioni dei compagni di squadra, liberi in ogni caso di tagliare per cercare di smarcarsi. Gente come Dennis Smith è dunque libera di addentrarsi in area e andare a concludere. Ma non solo. Il range di tiro e le doti balistiche catalizzano sul cestista teutonico molte delle attenzioni avversarie, col pick and pop che diventa un’arma davvero affilata: una volta ricevuta palla può decidere di tentare la tripla o passarla a chi è messo meglio. Non essendo più il fulcro principale dell’attacco, Dirk svolge spesso e volentieri il ruolo di bloccante, al di là dei giochi a due, per agevolare il tagliante nello smarcarsi e agire di conseguenza. A beneficiarne ovviamente è l’eclettico arciere Wesley Matthews.

La possibilità di tentare la gloria in post col canonico fadeaway c’è, proprio grazie al fatto che nessuno dei componenti del quintetto va a fare l’interno senza intasare le operazioni. Lo stesso vale per Harrison Barnes, che già la scorsa annata si è cimentato in questa giocata spesso e volentieri e che continuerà a a farlo, con costanza. L’ex Golden State Warriors, designato come futuro franchise player dei Mavericks, può caricarsi sul groppone più responsabilità: ha una certa dimestichezza nel liberarsi di difensori più grossi e lenti, grazie ad un discreto primo passo, ed attaccare il canestro; allo stesso modo ha sviluppato un jump shot dalla media (41.8 % nella RS 2016/2017) col quale può essere letale. Inoltre, non bisogna trascurare che all’occorrenza può vestire i panni dello spot up shooter piazzandosi in un angolo e aspettare lo scarico. Una duttilità ed un ampio ventaglio di opzioni che ben si amalgamano con Dwight Powell (nel frontcourt), che sfrutta la sua verticalità ed ama stazionare sull’arco, e il giovane Dorian Finney-Smith (insieme nel pacchetto ali).

I Mavericks aprono spesso il campo e di conseguenza c’è spazio per un tentativo spalle a canestro di Barnes.

 

Nei meccanismi stile small ball, ancora da oliare, importante è il ruolo di Nerlens Noel, forse l’unico big man in grado di garantire una certa intensità in difesa. Il protagonista del turbolento rinnovo estivo ha un buon senso della posizione ed è rapido negli spostamenti laterali, fattori che lo rendono un rim protector affidabile. Sa come compiere il lavoro sporco, a rimbalzo: appena ne acchiappa uno lo consegna a chi di dovere per far scattare subito il contropiede, fulminante per via della presenza di giocatori brevilinei e in grado di percorrere velocemente in campo.

L’abbondanza di guardie e la contemporanea carenza di swingman (da segnalare Matthews) può essere un grosso grattacapo per la retroguardia.  I vari Yogi Ferrell e JJ Barea faticano a contenere l’attaccante, per via del loro fisico non eccezionale; lo stesso Nowitzki è piuttosto impacciato nel salvaguardare il ferro e nell’inseguire la propria controparte. Vanno ottimizzati i tempi e le scelte di aiuto sul penetratore e la ricerca dell’anticipo sul perimetro.

Carlisle non si fossilizza ad alcuni aspetti: tende a mischiare le carte provando diverse soluzioni. Soprattutto quando c’è da trovare la quadra della situazione. I Mavericks, al momento, hanno l’aspetto di un cantiere aperto dove ci sono dettagli da puntellare, senza che vi sia posto un preciso obbiettivo per l’annata in corso.

Black Sails: Dallas Mavericks

Me, I can’t help myself. I see an opportunity, I take it. It’s a sickness. Truly”. Abbiamo preferito lasciarla così, in originale, perché faceva più effetto. Si legge Black Sails, si scrive Dallas Mavericks.

Il virgolettato è di John Silver, che nel romanzo di Stevenson “L’Isola del tesoro” (di cui Black Sails è un prequel) aggiungerà poi l’aggettivo Long davanti, spiccando per l’ambivalenza del suo carattere.

Se Dirk Nowitzki può essere il testardo e astuto capitano Flint della conosciuta serie tv, Yogi Ferrell è, su tutti, la traduzione in maglia Mavs di John Silver. Giovane, sveglio, e appunto tanto bravo da saper sfruttare l’occasione quando gli si presenta. Come quando da undrafted è passato a essere play titolare di una squadra che fino a qualche giornata dalla fine era in lotta per i playoff.

Una banda di filibustieri vecchi e un po’ meno vecchi sempre pronti a non lasciare nulla d’intentato per arrivare all’obiettivo. In attesa, magari, che Dennis Smith si riveli come il Jim Hawkins del già citato romanzo di Stevenson.

Per guardare la stagione 2017/2018 è necessariamente obbligatorio confrontarsi con l’uomo con cui Mavericks iniziano finiscono da vent’anni a questa parte. Dirk Nowitzki è uno che ha lo sguardo sereno, il tono pacato e una mente lucida, talmente lucida che gli fa aprire bocca se e solo è tenuto a farlo. Dirk è un’eclissi: potrebbe essercene uno simile a lui perché le vie di James Naismith sono infinite, ma uno identico mai. Come Jordan, come Danilovic, come Sabonis, come Gasol.

Dirk Nowitzki, inossidabile baluardo dei Mavericks.

Dallas sa che prima o poi dovrà lasciarlo andare e non vederlo più sul parquet. Ma ci sarà tempo, per il momento è ancora lì a divertirsi e farci divertire.  La stagione 2016/2017 dei Mavericks ha detto chiaro e tondo che Dallas ad oggi non è una squadra da playoff, figurarsi da Finals.  A una prima parte di stagione costellata da infortuni in serie è seguita una seconda dal rendimento continuo e tamburellante. Troppo poco, però, per agguantare la fase a eliminazione.

Sembrano lontani i tempi delle squadre competitive, delle postseason sicure, dei roster chilometrici e composti di grandi giocatori. Non tutti i mali sono venuti per nuocere, però, perché avendo zero da perdere e tutto da strutturare, Rick Carlisle ha varato il quintetto da corsa in stile Warriors, o se preferite in stile Mavs targati Don Nelson.  Magari era sconsigliabile: in fondo, l’unico in linea con la taglia fisica richiesta dal ruolo era Seth Curry. Ferrell è al pelo per lo spot di play, Wesley Matthews per quello di ala piccola, Barnes per quello di ala forte.

Paradossalmente, però, Dallas ha continuato a faticare davanti ma ad essere efficace in retroguardia, segno che, come insegnano i coach, la difesa è prima di tutto mente e fame, e solo in un secondo tempo tecnica (che conta, comunque).

Verosimilmente in questa stagione la rotazione sarà ancora quella già ricordata che ha finito quella precedente, con Dirk sesto uomo o secondo lungo quando si vuole aggiungere peso alla sovrastruttura, e Barea primo cambio degli esterni.  Barea primo cambio degli esterni? No, un momento. Ci sarebbe anche l’unico arrivo dal draft, Dennis Smith jr. Che di natura è un play esplosivo, temerario quando si butta in area accelerando e decelerando alla bisogna, e dal ball handling a elastico al limite nervoso. Che in un contesto di gioco come quello dei Dallas Mavericks potrebbe anche rivelarsi la rubata del draft.

Ecco, ma come svilupperanno la propria manovra offensiva i Mavericks? Presumibilmente si partirà dal pick and roll alto, per lo più frontale, che è stato l’innesco dell’attacco quest’anno, o uno basso sempre centrale per smuovere la difesa avversaria. I tiratori ai lati (uno alto e uno basso che si cambiano, o uno che taglia lungo la linea di fondo verso il lato opposto) e uomo sotto canestro o in post alto offrono due sbocchi offensivi diversi, tre considerando le uscite dai blocchi di Matthews e Curry. Fondamentale sarà Noel, usato spesso l’anno scorso come centro passatore, oltre che grande fattore fisico (ma con necessità di aumentare la cattiveria agonistica) in difesa. La quale punterà probabilmente a contenere e collassare sul penetratore sotto canestro, giocando invece d’anticipo oltre l’arco.

Nella passata annata Barnes è stata la chiave dell’attacco dei Mavs, portando in dote diverse soluzioni. Anche spalle a canestro.

I Mavs sono una squadra né carne né pesce, troppo forti per puntare a una primissima scelta ma troppi boldi per arrivare al top. Stanti così le cose, cercheranno di crescere passo passo, valorizzando Smith, cavando le ultime perle da Nowitzki e lavorando per un futuro più brillante.

Guida alla free agency 2018: cinque nomi che fanno gola a molte franchigie

Il mercato non dorme mai, e noi con lui. Quest’estate ci aspetta una free agency ricca di nomi interessanti (Stephen Curry, Chris Paul, Gordon Hayward, Kevin Durant stesso…), ma quella del prossimo anno potrebbe rivelarsi ancora più scoppiettante. Ecco il quintetto di giocatori che potrebbero uscire dal loro contratto nel 2018 per rifirmare con l’attuale franchigia o trovare fortuna altrove.

Russell Westbrook

Ruolo: Point Guard
Career Stats: 22.6 punti, 6 rimbalzi, 7.9 assist, 43.2% dal campo (31% da tre)
Al cuor non si comanda. Nell’ultima off-season, dopo gli addii di Ibaka e Durant, Oklahoma si era rassegnata a perdere anche la sua ultima superstar, ma Westbrook ha sorpreso tutti e si è legato ai Thunder con un triennale da quasi 90 milioni di dollari. Nel contratto è stata inoltre inclusa la player option da poter esercitare nell’estate 2018. E vissero tutti felici e contenti? Russ è affamato di anelli e difficilmente si sazierà se la sua franchigia attuale, Oklahoma non gli darà garanzie precise. Una occasione per i Thunder potrebbe essere quella di pescare un pesce grosso in questa free agency (magari Blake Griffin) e lottare per il titolo nella prossima stagione o in quella successiva. VAI AL PROSSIMO>>>

Feb 8, 2016; Phoenix, AZ, USA; Oklahoma City Thunder guard Russell Westbrook (0) smiles on the court in the game against the Phoenix Suns at Talking Stick Resort Arena. Oklahoma City won 122- 106. Mandatory Credit: Jennifer Stewart-USA TODAY Sports

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Mavericks, tagliato Deron Williams: Cavs e Rockets in pole ma attenzione ai Jazz

I Dallas Mavericks hanno tagliato il veterano, 11 anni nella lega, Deron Williams: il play è stato rilasciato dalla franchigia del Texas per dare maggior spazio ai giovani nel roster come Seth Curry e Yogi Ferrell.

Il giocatore ora potrà trovare una nuova sistemazione, una franchigia che possa garantirgli l’accesso ai playoffs: sulle sue tracce come detto ci sono gli Houston Rockets, che hanno liberato spazio salariale grazie alla trade per McDaniels finito ai Brooklyn Nets, gli Utah Jazz, con un ritorno al passato per D-Will, ed i Cleveland Cavaliers. In Ohio LeBron James ha spesso dimostrato la sua delusione per non avere una guardia di backup per dare il cambio ad Irving e James nella costruzione delle azioni e nel possesso palla dalla second unit e Deron Williams potrebbe coprire proprio questo vuoto.

Inoltre con l’arrivo di Noel sotto canestro e la presenza di due veterani come Harrison Barnes e Wesley Matthews oltre a Dirk, che però si avvicina a passi rapidi al ritiro, i Dallas Mavericks provano a ricostruire con una base di giocatori giovani ed una base di esperienza.

Deron Williams aveva firmato un contratto annuale in estate con i Dallas Mavericks a 10 milioni di dollari.

Deron Williams

Dallas Mavericks, nome in codice: Enigma…

Partiamo da un presupposto, tanto semplice quanto evidente: i Dallas Mavericks stanno attraversando un periodo di GRANDI difficoltà, come risultati e classifica testimoniano. Le ragioni sono molteplici: l’età che avanza inesorabile, il numero di infortunati (spesso in contemporanea..) da Libro dei Guinness, qualche lacuna nel talento dei singoli, e tante altre piccole e grandi cose. Sta di fatto che, dopo 44 games di RS, il record dei texani è di 15-29, con un posto in classifica costantemente a cavallo fra la quindicesima e la dodicesima posizione in Western Conference.

Così, di primo acchito e senza voler sapere altro, è più che naturale dire “non ci sono speranze, questa sarà una stagione da buttare; il tempo di rifondare è giunto, le mancanze sono troppe“. E poi? Poi, guardando un pò più nel dettaglio numeri, ultimi risultati, dati, e osservando la squadra in azione e le abilità di certi giocatori viene altrettanto spontaneo pensare “beh: la parte negativa è sempre in maggioranza, ma forse si è dato per morto chi per ora morto non è”.

E qui vi è il primo enigma: chi ha ragione? Il disfattismo estremo e brutale di tanti tifosi o le ventate di sano e rinfrancante ottimismo di altri?

Dirk Nowitzki in difficoltà, immagine simbolo del mese di Novembre di Dallas

Effettivamente il Novembre dei Mavericks è stato degno di una franchigia allo sbando, ormai defunta ed ampiamente sepolta: 3 vittorie su 14 partite giocate, e una striscia di ben 8 sconfitte consecutive. In compenso, pur con tante difficoltà, Dicembre ha avuto un altro piglio, più nel livello del gioco che nei risultati: 7 W su 17, di cui un paio (contro Clippers e Blazers) più “di spessore”, e soprattutto nessuna striscia particolarmente mortificante. Si arriva così a Gennaio e ad un altro (momentaneo) upgrade: su 10 sfide le vittorie sono state 5, l’ultima delle quali, in serata con i LA Lakers, da segnare con il pennarello rosso sul calendario visto il margine finale di +49 Pts, punteggio che rappresenta la peggior sconfitta nella storia dei californiani. Attenzione: con queste parole non si deve intendere che il buio sia completamente alle spalle, ma principalmente che quella famosa “luce in fondo al tunnel” inizia ad intravedersi anche dalle parti dell’American Airline Center.

Gli elementi che testimoniano questa evoluzione positiva non vanno solo ricercati nel rapporto tra W e L, ma li troviamo soprattutto nell’atteggiamento e nel gioco, direttamente sul parquet, insomma: la squadra è partita con percentuali disastrose, sia a livello di Team che di singoli, le assenze rendevano praticamente impossibile realizzare le idee di gioco di un ottimo coach come Carlisle, e chi era disponibile e chiamato in causa rendeva 1/3 delle reali possibilità. Ora la situazione è cambiata in modo drastico: gli infortunati sono andati via via in diminuzione, le percentuali sono tornate quelle relativamente buone che conoscevamo (fino a livelli top come contro i Lakers, con quasi il 50% dal campo, 43.6% dall’arco e 19/19 ai liberi), e i vari singoli sembrano rinfrancati e in una forma che non si vedeva da un pò.

I nuovi innesti entrano sempre meglio nell’amalgama di squadra, con Barnes che insiste nelle sue buone prestazioni, e Curry (personalmente, la vera marcia in più dei Mavs in questa stagione) che tira alla grande, segna, sforna assist al bacio e si fa trovare sempre prontissimo quando chiamato in causa (d’altronde buon sangue non mente). Anche i più giovani, come Brussino e Finney-Smith hanno una resa ben più alta di quanto il loro status richiederebbe, mentre “veterani” come Matthews e Williams hanno ricominciato ad essere decisivi per la sorte delle partite: l’ex Portland, dopo un inizio che peggiore non poteva esserci, è diventato un muro in difesa difficile da superare per qualunque avversario, e, oltre a questo, ha ripreso a tirare con una certa continuità e precisione dall’arco. Un perfetto 3-and-D Player. Allo stesso tempo, DWill si sta dimostrando un ottimo play (non ai livelli di qualche anno fa, ma comunque..), capace di servire molto bene e con intelligenza i compagni e di fare un buon numero di punti.

Anche altri sarebbero degni di menzione, come i giovani Powell (anch’egli sempre meglio inserito) e Anderson (top scorer contro i Lakers con 19 Pts), o Salah Mejri, centro d’esperienza un pò spigoloso ma efficace come pochi sotto canestro. E poi come non nominare Lui (volutamente maiuscolo), Dirk: non sarebbe corretto nei suoi confronti l’aspettarsi il giocatore di qualche anno fa, quello che con il suo Fadeaway cambiava le partite, ma è inevitabile: ora che ha smaltito l’infortunio che lo ha tenuto fuori per molto tempo, non c’è tifoso che possa trattenere la lacrimuccia quando, nei pochi minuti in cui è impiegato, lo si vede rilasciare il pallone con quelle mani più delicate del cotone, mani che non tengono minimamente conto dell’età.

Seth Curry, una fra le note più positive di questa stagione, in azione contro i Lakers

Ma.. ALT! Sembra (quasi) tutto in grande risalita, il profumo di quella fiducia che sembrava persa sta tornando ad inondare fans e staff, e proprio per questo troviamo il secondo enigma: conviene davvero ai Mavericks tentare questa faraonica risalita, esultare per le vittorie in più, o bisognerebbe essere più felici nell’arrivare il più indietro possibile, rimandando le eventuali soddisfazioni alle stagioni future, con magari qualche baldo giovane pieno di talento finalmente in casacca azzurra?

E’ difficile.. MOLTO difficile. Non è né una nota di merito né di demerito, ma i tifosi dei Mavericks non sono affatto abituati a sentir parlare di Tank, volontario o involontario che sia. Presidente, coach e veterani di squadra hanno l’abitudine di provare sempre e comunque a portare a casa l’intera posta in palio, è una questione di mentalità. Vai a spiegare a giocatori come Dirk o Barea, eroi tra gli eroi del 2011, così come a Harris, DWill o Matthews che in certi casi è meglio perdere! Mission Impossible.

In effetti, guardando i distacchi in classifica, si può affermare che l’ottavo posto non è poi così un miraggio inafferrabile: tra Dallas terzultima e i provvisoriamente ottavi Nuggets ci sono solamente 3.5 gare di distacco. Questo può avere diverse cause, ma la motivazione principale è un netto gap tra le primissime della classe (irraggiungibili e di un altro livello) e la “seconda fascia”; per rendersi conto basta constatare che c’è più distacco tra il settimo e l’ottavo seed (6.5 gare) piuttosto che tra l’ottavo e l’ultimo (4.5). Le posizioni della Western Conference sono ancora tutte in divenire, e la lotta per l’ultimo posto disponibile per l’accesso alla Post-season sarà senza’altro dura e ricca di sorprese, fino alla fine della stagione, anche perchè le franchigie in corsa sono molte. E in questa guerra un posto per la squadra di Cuban c’è eccome.

E siamo a tre, numero perfetto. Terzo grande enigma: come detto, i distacchi tra le prime della classe, a livello di gioco, personalità e atteggiamenti, e le altre sono oggettivamente abissali; sarebbe seriamente la best choice per i Mavericks il ricercare un posticino ai Playoffs, soprattutto per rendere il dovuto onore alle ultime (ultima?) stagione di Nowitzki, o il fatto di essere al 99.9% buttati fuori al primo turno con un 4-0 (o nel migliore dei casi 4-1) renderebbe questa fatica inutile se non dannosa?

Mark “TheBoss” Cuban, tra alti e bassi la perfetta rappresentazione dello spirito dei Mavs

I punti di domanda sono tanti, le incognite altrettante. I tifosi sono divisi, soprattutto sulla scelta del finale più appropriato per questa stagione piena di tribolazioni. La cosa che pare certa è una sola, cioè che, a discapito dell’epilogo, giocatori, coach, staff e dirigenza hanno un obiettivo comune: il lottare in ogni game, su ogni pallone, con tutti i mezzi a disposizione, aldilà di infortuni o altri problemi, per raggiungere la vittoria, e quel che sarà… Sarà. Potrebbe sembrare un atteggiamento poco prudente o scarsamente lungimirante (e forse lo è), ma verrà messo in pratica, possiamo starne certi. Per gratificare e inorgoglire chi la squadra la ama e la supporta, ma soprattutto per rendere onore a quella casacca troppo spesso bistrattata e scarsamente presa in considerazione. L’orgoglio texano vince su qualunque logica, la #MavsNation è questa, che piaccia o no.

Dallas Mavericks, non solo Bogut: anche Wesley Matthews in partenza

Wesley Matthews
Non solo basket giocato, i Dallas Mavericks vivono ore particolari, giorni particolari in queste ultime settimane prima della trade deadline del 23 di febbraio: ancora poco più di un mese e sapremo chi lascerà il Texas, se la franchigia deciderà di gettare la spugna per un accesso ai playoffs, che ora meno di prima, sembra difficile ma non impossibile.
Dopo i rumors riguardo un addio del centro arrivato in estate da Golden State, Bogut, un altro giocatore è in partenza dal Texas: secondo quanto riportato da Kevin Arnovitz di ESPN, Wesley Matthews anche potrebbe partire in caso di buona offerta.
Ecco il suo tweet:

11-25 il record dei Mavs, davanti ad un bivio: ricostruire e gettare la spugna, o provarci fino in fondo. La shooting guard Wesley Matthews potrebbe non essere parte, in caso si scelga la prima opzione, del futuro di Dallas. 3-and-D player, l’ex Portland Trail Blazers sarebbe una aggiunta importante in tante squadre della lega per le sue doti di difensore e di attaccante.

A 30 anni ha anche la giusta esperienza per diventare un fattore durante i playoffs: 15.5 punti, 3.1 rimbalzi, 2.1 assist con il 37.5% da tre punti che può tornare veramente utile. Il suo ingaggio però potrebbe frenare eventuali interessamenti: 17 milioni in questa stagione, scambiarlo vorrebbe dire rinunciare ad un contratto pesante per una franchigia. I Mavericks a questo punto dovrebbero assorbirsi un contratto altrettanto pesante, ma magari in scadenza per liberarlo o trovare una terza squadra che lo possa prendere a carico.

 

Dallas Buyers Club (parte I)

Harrison Barnes

Torna in mente quanto raccontava Dan Peterson in un paio di suoi scritti. Racconta il leggendario Coach che a Navy, nel suo primo anno di assistentato sotto coach Ben Carnevale, la squadra era partita 0-2. L’uomo di Evanston era preoccupatissimo, così chiese al suo capo allenatore consigli. La risposta: “Dan, abbiamo giocato solo due partite”. Sic et simpliciter. Questo per dire che il record di 0-3 dei Dallas Mavericks non deve poi spaventare più che tanto, o essere parimenti motivo di ansia. Certo, un inizio così è bruttarello parecchio, ma succede, alcune squadre ci mettono più tempo ad entrare in ritmo, e d’altra parte i conti si fanno alla fine. Le cicale che cantano prima, che costruiscono in maniera arruffona, poi dopo soffrono. Quindi, niente panico, gettare le fondamenta non è opera tanto immediata.

Concorrenza imperfetta

Che poi, non c’è neanche da farne troppo una tragedia greca. Riflettiamo un attimo: ad Ovest la concorrenza è tutto sommato livellata verso il basso. Verso il basso? Sì, signori. Facciamo un rapido check.

I Warriors sono nel pieno dei lavori in corso, se è lecito chiamare lavori in corso il metabolizzare Kevin Durant da seconda punta, la retrocessione di Klay Thompson a terza, e gli arrivi sotto le plance di David West e Javale McGee. Dal canto loro Gli Spurs hanno inserito Gasol, stanno trovando un Aldridge gagliardo anche se su di lui pesano ancora i rumors di mercato prestagionali, hanno trovato Mills galvanizzato dall’esperienza olimpica e… sono contatissimi. Simmons non è il fenomeno visto contro Golden State, l’età media della squadra è elevata e prima che Laprovittola e Bertans possano essere pronti per le platee NBA occorrerà almeno una stagione, forse anche due. Leonard fa sempre il Leonard, bontà sua, ma certo bisognerà che siano tutti sani per reggergli l’orlo quando verrà il momento del dunque, e come si sa sperare che siano tutti sani in una stagione che conta ottantadue partite di stagione regolare è come sperare di trovare una fontana zampillante nel Sahara.

Ci sarebbero i Clippers, che però trovano sempre il modo di spararsi sul piede. Auspicare che non lo facciano richiede lo stesso sforzo di fantasia della metafora precedente. Quindi in fondo i Mavs potrebbero anche farcela, ad iscriversi nelle prime posizioni, magari attorno al quarto/quinto posto. Portland forse sta davanti, come solidità, valore assoluto del roster e fluidità dell’attacco, e in effetti i rossoneri dell’Oregon sono il primo nome che faremmo se, con una pistola puntata alla tempia, qualche malcapitato dovesse chiederci il pronostico della sorpresa. In alternativa Minnesota, che fino ad ora ha giocato alla Thibodeau più in attacco (palla in movimento, passaggi) che in difesa, non ancora aggressiva come le squadre del coach ex Bulls hanno abituato a essere.

Ad oggi, a giocarsi le prime posizione sono le squadre nominate più Dallas. Non Houston che è il solito casino organizzato alla D’Antoni, il quale può anche avere convinto Harden a passarla di più (anche se l’impressione non è stata proprio questa…), ma come ci insegna la psicologia cognitiva nei momenti di forte stress tendiamo ad agire secondo risposte incondizionate dimenticando quelle condizionate, quindi non faremmo troppo affidamento sulla generosità della Barba quando si verrà al dunque. Magari gli Utah Jazz potranno essere pericolosi, ma con l’incognita che alla predicazione di coach Snyder basata su gioco di squadra, esecuzione e princìpi sloaniani nella metà campo propria come in quella altrui non corrisponda una adeguata cattiveria agonistica dei componenti del roster.

Aggiungiamo Grizzlies e Thunder ridotti all’osso per motivi diversi, ma insomma, la concorrenza pare andare in guerra armata di stuzzicadenti. Chiaro che la Lega delle Meraviglie ci ha abituato sempre a qualche uppercut, anche se per la prima quest’anno all’orizzonte se ne vedono proprio pochi.

 

 

Più di là che di qua

Ovviamente la situazione non è rose e fiori se il record di Dallas è quello che è, e anche siamo fiduciosi che i semi intravisti diano frutto, è pur sempre vero che tra il… riscontrare e il fare c’è di mezzo tutto quel che segue.

In particolare, i Mavs sono apparsi volenterosi ma non abbastanza arcigni in difesa. Contro i Pacers i primi tre canestri sono stati subito a un pollice dal ferro, il quarto con i guardiani a collassare sul penetratore che però ha panierato ugualmente. La difesa in occasione dell’esordio è stata lenta a reagire sui dai-e-vai o sui backdoor, e quando ha giocato d’anticipo Indiana per eluderla ci ha messo i gucciniani 3”2 decimi, non omologati perché con vento a favore. Identico discorso contro Houston, con l’aggravante stavolta che le squadre di D’Antoni una volta che ti hanno superato in anticipo poi è difficile che non ti segnino davanti agli occhi.

Segnali di miglioramento ce ne sono stati però, perché se Bogut alla prima aveva agito da protettore del pitturato, alla Chandler dei giorni d’oro per intenderci, ma con freno a mano tirato, perché evidentemente ancora condizionato dall’infortunio, alla seconda già era più mobile, da ambo i lati. La difesa allineata sotto la linea del tiro libero ha prodotto una maggiore efficacia nel chiudere l’area ma ha lasciato ai Rockets ampie praterie per trovare conclusioni da fuori o penetrazioni partendo da lontano. È stata una scelta, è andata male, ma la difesa qualcosa deve pur sempre concedere. Comunque della retroguardia ha tenuto, ha fatto sentire il fisico, non cambiando sui blocchi, lasciando l’uomo libero ora in punta, ora in ala, alla bisogna. Il difetto comune in entrambe le gare è stata la ricerca spasmodica della palla che ha portato più volte i difensori in maglia Dallas a perdere il proprio uomo. Più scienza e meno incoscienza avrebbero portato maggiori benefici. Ora l’auspicio è che l’esperienza insegni.

Le note positive, visto che di qua se ne sono viste poche, si sono avute… di là, ossia nella metà campo offensiva. L’impostazione in penetra-e-scarica, o le uscite dai blocchi con triple, si sono via via più affinate. Bogut come detto dopo l’esordio da semi-immobile è stato più dinamico, consentendo anche in attacco una maggiore e migliore spaziatura. Barea, promosso in quintetto per l’assenza di Nowitzki nel primo derby e con 31′ all’attivo nel secondo, in questo senso è stato cruciale: la sua rapidità di piedi, ma soprattutto quella di pensiero, ha consentito al play portoricano di buttarsi dentro e decidere al momento se le condizioni richiedevano un arrivo al ferro o uno scarico al compagno. La serie di blocchi sul lato o in ala hanno permesso varie volte di liberare il tiratore di liberarsi, mentre è successo che uno dei bloccanti (Anderson) “poppasse”, ovvero si aprisse lato per ricevere il passaggio. Il fronte dell’attacco di Dallas, poi, restava sempre attivo, soprattutto sul lato debole con blocchi, e cerca spesso l’extrapass, magari per il compagno che tagliando dietro ha creato un’occasione favorevole.

Con una rapida menzione Deron Williams, che ha giocato con il sangue agli occhi come se fosse in missione per conto di Carlisle, e che ancora possiede una lucidità formidabile in fase di tiro e un palleggio celestiale (a volte ruminato un po’ troppo, ma poi ha segnato…), le vere chiavi dell’attacco di Dallas sono state Matthews e Barnes. Il diavolo e l’acqua santa, perché al gettarsi ferocemente dentro del primo, il secondo, che si è trovato a suo agio tanto nello spot di “3” quanto di “4”, ha risposto giocando con raziocinio, selezionando di volta in volta quale fosse la soluzione più agevole. Wes jr., dal canto suo, al Toyota Center in un momento di trance agonistica ha infilato una serie notevole da oltre l’arco, e se avesse tirato D’Antoni avrebbe messo dentro pure lui.

Nel complesso,  non possiamo ovviamente dire con certezza quale il futuro attenda Dallas. La gara contro Utah, una sfida con tra due squadre “di sistema”, può dire molto o ancora nulla. Chiaro per arrivare dove possono arrivare i texani dovranno mettere a posto quei difettucci che finora hanno tradotto con zero il numero di vittorie, e tuttavia tempo per lavorare ce n’è e per recuperare terreno pure. In fin dei conti, poi, questa è ancora la fase della stagione dove è un peccato non avere peccati.

Appuntamento al prossimo episodio di Dallas Buyers Club, ricordandovi sempre che per rimanere collegati a NBA Passion e non perdervi gli appuntamenti futuri potete disporre della app: https://play.google.com/store/apps/details…

Stay tuned for seeing our next episode.

 

 

Qualcosa di buono sta succedendo ai Mavericks

Nella partita disputatasi questa notte i Dallas Mavericks sono riusciti ad agguantare una vittoria importantissima contro i New York Knicks. I Mavs, infatti, hanno vissuto attimi di terrore puro, quando hanno visto il tiro sulla sirena di Langston Galloway partire da dietro l’arco per poi, per sollievo di tutti i tifosi texani, toccare il ferro e cadere al di fuori della retina.
“Quando era in aria il loro ultimo tiro da tre, sembrava che potesse rimanerci per sempre.” – ha commentato Dirk Nowitzki ai microfoni di mavs.com“Se avessimo perso questa partita, non avremmo potuto dormire questa notte.”

Wesley Matthews
Wesley Matthews

Per anni il front office dei Mavericks ha cercato di costruire una squadra che ruotasse attorno al tedesco, cercando di sostenerlo quando avrebbe espresso opache prestazioni. Nel 2011 infatti, l’anno del titolo, quando il n.41 in gara 4 delle Finals si ammalò, producendo un 1 – 12 nel primo tempo, l’intera squadra alzò il proprio ritmo, consentendo di raggiungere così il tanto ambito anello.
Nel 2016, a 37 anni, la musica sembra che non sia cambiata, seppur abbia dovuto abbandonare il terreno di gioco varie volte per evitare un logorio maggiore sul suo fisico dato dal minutaggio che da infortuni veri e proprio. Wesley Matthews e Chandler Parsons però, seppur rallentati da i vari infortuni patiti un anno fa e che li hanno costretti ad un intervento chirurgico, nell’ultimo periodo hanno cominciato a lasciare dubbi sull’effettiva valenza dei loro contratti, inducendo l’idea che fossero stati sopravvalutati. Parsons, oltre a ciò si è dovuto fermare la scorsa settimana per l’intera stagione per un’operazione di riconsolidamento al menisco del ginocchio operato la scorsa estate. Come loro anche Zaza Pachulia, dopo aver condotto una prima parte della stagione in maniera sublime con medie da doppia doppia a partita, ha rallentato il ritmo, mostrando tutti i suoi lati deboli e rendendo evidente che la sua presenza non è la soluzione al mancato arrivo di DeAndre Jordan. In tutto ciò, Deron Williams si è dovuto fermare per ben quattro partite a causa di un infortunio agli addominali, nel momento in cui i Mavericks avevano bisogno disperatamente dei suoi tiri. In questa situazione così negativa e con una striscia di partite che annunciava un desolante 3 – 7, sembrava che a causa di questi infortuni e di alti e bassi dello starting five, le responsabilità della squadra dovessero ricadere nuovamente sul tedesco. Nella partita contro i Knicks, infatti, durante il terzo quarto i suoi compagni di squadra cercavano spesso le mani del n.41 per riuscire ad interrompere il ritmo dei Newyorkesi che li portava a un parziale sfavorevole di 26 – 16, seppur non riuscisse ad essere incisivo.
“È strano… Ero caldo per due settimane e abbiamo perso tutte le partite.” – ha commentato Nowitzki – “Ora sto tirando male e abbiamo un record 2 – 0.”

Il rookie Justin Anderson
Il rookie Justin Anderson

Il roster per poter invertire questa tendenza negativa in realtà già c’era. C’era J.J. Barea con i suoi 26 punti, grazie a un 10 su 18 al tiro; c’era il rookie Justin Anderson, autentico trascinatore nella fase difensiva della squadra e capace di portare una carica di atletismo in un roster composto da veterani e c’era anche Matthews, capace di ritrovare la cattiveria agonistica nel difendere forte su Carmelo Anthony nel 4 quarto.
“Siamo con le spalle al muro.” – ha commentato Anderson“Siamo consapevoli che stiamo giocando per Dirk e per la sua carriera. Vogliamo però mettere quest’organizzazione nel posto che merita e dove siamo abituati a stare. È un gran orgoglio avere questa scritta sul petto della maglia. In questo momento stiamo giocando duro, stiamo giocando un basket ‘solido’.”
Ha concluso poi Nowitzki: “Sono ovviamente felici che i ragazzi stiano giocando bene e ci portino su con queste vittorie. Ma se dobbiamo correre in questa striscia di partite, dovremmo metterci ancora qualcosa di più. Nella situazione in cui ci troviamo, ci dovremo conquistare ogni vittoria, felici a prescindere da come l’abbiamo conquistata.”