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Italbasket, mai cosi vicini alla fine del tunnel

di Pierluigi Ninni

“Never Back Down”. Chissà in quanti della mia generazione avranno visto questa serie di film, che poco ha a che fare con il parquet e una palla da basket. La teoria del “non arrendersi”, su cui è incentrata tutta il succo della storia, è però uno stile di vita sia nella vita che nello sport. Non a caso, infatti, questo motto è spesso usato come sprone per un team, per una squadra a dare sempre il massimo e non cedere alle pressioni esterne e alle prime difficoltà.

Di difficoltà, nell’ultimo decennio, ne ha dovute affrontare tantissime l’Italbasket. Dal 2006 in poi, sembra che il tempo si sia letteralmente fermato: quasi in coincidenza con l’incredibile involuzione dell’economia italiana, il movimento della pallacanestro italica perdeva piano piano la sua rilevanza a livello mondiale ed europeo. Tra polemiche, cambi di panchina e di scrivania (più che di cambiamento, un ritorno “inusuale”) e nuovi regolamenti FIBA, gli ultimi 12 anni ci hanno restituito uno stato di atarassia da tifo mai vista prima.

La convinzione quasi completamente svanita che dai fallimenti o dalle sconfitte si possa ripartire ancora più forti di prima (come insegna altro cartone animato giapponese abbastanza conosciuto alla generazione dei 90’s). Da Instanbul a Debrecen sono passati solo 370 giorni eppure sembra che una nuova luce accompagni il cammino dell’Italbasket di Meo Sacchetti: un qualcosa che i 90’s ricordano bene..

Da Pechino 2008 a China 2019: la maledizione dell’iride 

L’Italia di Tanjevic sconfigge la Spagna e si laurea campione d’Europa 1999: erano i tempi di Myers, Fucka e A. Meneghin

Dal Giappone alla Cina: nel mezzo, 12 anni di fallimenti, ricostruzioni stentate e progetti discutibili. Fatto sta che, da quel Lituania-Italia 71-68 giocata a Sapporo (ottavi di finale Mondiali 2006), l’inno di Mameli non ha mai risuonato in una competizione sub-continentale.

La manifestazione nipponica, che lanciò definitivamente Marco Belinelli (dopo una gara da 25 punti contro gli States in cui gli entrò di tutto), rappresentò la fine dell’enfatico ciclo d’oro della Nazionale Italiana, iniziato con l’argento agli europei di Barcellona del 1997 e comprendente l’oro ad Eurobasket 1999 e il magnifico argento di Atene 2004 (con solo la generacion dorada che seppe domare l’armata azzurra di coach Recalcati).

Da quel campionato del Mondo, però, l’Italia non ne uscirà benissimo. Nonostante l’arrivo in NBA di Bargnani prima (primo europeo ad essere scelto alla #1) e di Belinelli l’anno successivo; il movimento cestistico italiano stava andando incontro ad un’involuzione impronosticabile ed inaspettata. La mancata qualificazione a Pechino 2008 e, soprattutto, l’incredibile debacle nelle qualificazioni ad Eurobasket 2009 certificarono tale situazione.

I numerosi passaggi di consegne a livello di panchina, che coinvolgeranno Simone Pianigiani e Ettore Messina (al ritorno dopo il quinquennio 1992-1997) non porteranno ai risultati sperati, Il caos del progetto italiano, infatti, si materializza prima nel 2011, con il peggior risultato di sempre ad una manifestazione internazionale (17° posto) e poi con il commissariamento della FIP e l’avvento di Dino Meneghin a capo del massimo organismo nazionale del Basket italiano.

Nonostante la loro notevole esperienza, sia Pianigiani che Messina si fermeranno ai quarti di finale dei successivi europei. Prima Lille e la bestia nera Lituania, poi Istanbul e la Serbia di uno scatenato Bogdan Bogdanovic ricacciano indietro i sogni di tutti gli italiani, cancellando tutto quello di buono che gli azzurri avevano fatto vedere nelle prime fasi dei rispettivi tornei. Nulla rimane, al contrario di due gare: Italia-Germania e Italia-Spagna di Eurobasket 2015, dove l’Italia aveva dimostrato di essere anch’essa una grande, anche solo per 2 notti.

Nel mezzo, mettiamoci anche la “disfatta di Torino” (con le lacrime incessanti di tutto il Pala Alpitour dopo il finale thrilling contro la Croazia) le numerose polemiche riguardanti il rapporto tra gli NBA’s e la maglia azzurra. Questioni che, tutt’ora, sono all’ordine del giorno e che coinvolgono soprattutto Danilo Gallinari, reo di non aver dato abbastanza rilevanza alla causa della Nazionale, soprattutto dopo l’episodio della reazione in un Italia-Olanda dell’agosto 2017, match della Trentino Cup in vista degli Europei 2017 (in cui il Gallo colpì un avversario con un pugno, procurandosi la frattura della mano destra)

Romeo Sacchetti, coach della Vanoli Cremona e della Nazionale Italiana

L’incubo Mondiale, oggi, sembra far meno paura: merito di un allenatore e di un gruppo umile a caccia di rivincita e con tanta voglia di stupire. Con 2 vittorie di vantaggio su Ungheria e Polonia a 4 match dal termine del gruppo J, la muraglia cinese non sembra più essere invalicabile: un miraggio durato fin troppo a lungo e che un uomo in particolare vuole cancellare a tutti i costi.

Italbasket, gli albori dell’era Sacchetti

All’inizio della sua avventura sulla panchina azzurra, anche Romeo Sacchetti ha dovuto affrontare la questione riguardante i giocatori NBA. Anzi, per il coach di Cremona la scottatura è stata ancora più evidente. Il nuovo e alquanto scriteriato calendario FIBA non permette di chiamare sia gli NBA’s che i componenti delle squadre di Euroleague, indebolendo notevolmente la qualità del gruppo al servizio del neo allenatore dell’Italbasket.

Nonostante le polemiche e le incomprensioni, questa regola potrebbe aver favorito (e non di poco) l’andamento della prima fase delle FIBA WC European Qualifiers. Le quattro vittorie di fila in 4 gare del gruppo D, comunque, sono state la conferma di una nuova Italia, con identità e carisma totalmente diversi da quelle immediatamente precedenti. La vittoria a Zagabria, contro una Croazia priva di Bogdanovic e Saric, ha ridisegnato le nostre possibilità di qualificazione ma, soprattutto, le ambizioni di un gruppo privo di stelle ma ricco di grandi lavoratori.

Amedeo Della Valle è il giocatore che ha realizzato più triple nelle qualificazioni europee finora (25)

Lavoratore instancabile è il simbolo di questa Italia targata Meo Sacchetti: quell’Amedeo della Valle capace di metterne 18,1 di media in queste qualificazioni (25 al Drazen Petrovic Basketball Center, in un luogo qualsiasi diciamo), tirando con il 48% circa dall’arco. Classe 1993, appena trasferitosi all’Olimpia dopo una grandissima stagione a Reggio Emilia, il numero 00 è il nuovo punto di riferimento della Nazionale. Talento offensivo da vendere, capace di tirare e forzare qualunque tiro dal palleggio o senza ritmo, che ha spesso trascinato gli azzurri nei momenti difficili delle gare. I 28 punti (con 8/11 da 3) di Bologna contro la Polonia sono la dimostrazione eloquente delle sue potenzialità e delle sue qualità da trascinatore.

Lo stakanovismo e la voglia di lottare come emblemi di una Nazionale: con Sacchetti non ci sono gerarchie fisse, tutti sono importanti alla causa del gruppo. La possibilità di avere un roster lungo, composto da giocatori affamati ed in cerca di rivalsa, possono costituire le basi ideali per costruire qualcosa di importante. Ne sono un esempio le prestazioni di Paul Biligha e Ariel Filloy, entrati dalla panchina nell’ultima gara di Debrecen nel momento forse più delicato del cammino mondiale. Nonostante i pochi minuti giocati da entrambi nelle precedenti uscite, il play di origine argentina e il centro dell’Umana Reyer sono stati decisivi ai fini del risultato finale contro l’Ungheria.

L’entrata in corsa di Jeff Brooks, poi, è risultata vera e propria aria fresca per le soluzioni dell’attacco azzurro. Un giocatore duttile, dotato di un QI superiore alla media e di un atletismo straripante, utilissimo alla causa azzurra già nella finestra settembrina appena terminata e che può diventare il compagno ideale di Melli nell’immediato futuro.

L’analisi: pregi e difetti dell’Italia di Meo Sacchetti

Attacco spesso al massimo, difesa da rivedere: sono questi gli aspetti topici che sono sorti spontanei dopo i due primi match di qualificazione della seconda fase, contro Polonia e Ungheria. Vero è che, nonostante le assenze importanti, l’Italia ha reso al di sopra delle più rosee aspettative nelle gare finora disputatesi. Altrettanto significativo è stato, però, l’apporto dei due veterani (esclusi Gallinari e Belinelli) del Fenerbache: ovvero Luigi Datome e Niccolò Melli.

L’urlo del capitano Gigi Datome, arrivato a quota 1500 punti in Nazionale con la Polonia

Gigione è quel leader carismatico di cui la Nazionale ha assolutamente bisogno. Carisma ed esperienza, abbinata ad una classe immensa, completamente al servizio del gruppo (vedasi il canestro da 2 e la stoppata che hanno sovvertito l’andazzo della partita contro i magiari). Paradossalmente, in questo momento, l’Italia può anche prescindere da Gallinari e Belinelli, ma non Datome, vero punto di riferimento in marcatura ed in fase difensiva.

Altro elemento fondamentale di questa Nazionale è Niccolo Melli. Unico vero lungo della rosa azzurra, in grado di catturare rimbalzi importanti e di protector in fase difensiva. La sua energia, cosi come quella di Biligha, di Brooks e di Sacchetti, rappresentano l’unico appiglio azzurro alla voce rimbalzi, aspetto del gioco rivelatosi storicamente anello debole del nostro basket.

Ball movement e scarichi all’angolo o a rimorchio per i tiri di Della Valle, Aradori, Datome e Abass sono il must dell’Italbasket di Meo Sacchetti. Con l’inserimento di Brooks, un altro possibile schema offensivo sono i tagli al centro o alle spalle del difensore di competenza, con possibilità di giocare un mismatch spalle a canestro. L’obiettivo principale rimane quello di creare il più possibile tiri puliti, sfruttando la visione eccezionale di Luca Vitali, altro punto fermo di questa Nazionale.

Con un Pietro Aradori in giornata, l’Italia può contare su due realizzatori di elevata caratura, soprattutto tra le mura amiche, alla quale può anche aggiungersi un Gigi Datome in giornata. Importante, inoltre, avere una second unit ben assortita in tutti i reparti, come ben evidenziato nell’ultima apparizione di Debrecen, con le grandi prestazioni di Filloy e di Biligha.

Il tallone d’Achille di queste prime uscite della nuova gestione sembra essere la difesa a uomo. Soffriamo tantissimo i penetratori alla AJ Slaughter e i cambi forzati sui piccoli, cosi come le squadre fisiche ed in grado di giocare bene in post. Aradori e Della Valle, in fase difensiva, sono da rivedere cosi come i due fratelli Vitali. A livello di peso e centimetri paghiamo molto rispetto al resto delle contendenti a livello europeo ed è sicuramente questo il problema più gravoso che l’Italia dovrà affrontare in ottica doppia sfida con la Lituania.

Il più grande punto interrogativo di questa selezione è la tenuta psico-fisica durante la gara: in molte occasioni, l’Italia ha patito a livello di testa e di esperienza. Veri e propri blackout che possono costare caro, come in Ungheria, e compromettere un’intera gara (come già accaduto in Olanda, gara passata in secondo piano vista la qualificazione già in tasca alla seconda fase).

Un’Italia laboriosa, povera di talento ma con grinta e cuore da vendere. Non saremo la squadra più bella da vedere, ma la concretezza ora vale molto più della pura estetica. Per tornare a far battere forte il cuore dell’Italia, per tornare a vivere e calcare i parquet che ci spettano, per tornare a sognare ad occhi aperti, serviva una Nazionale maschia, da battaglia. Sacchetti ha indicato la via, noi non dobbiamo far altro che seguirla assieme ai nostri ragazzi.

Contro la Lituania potremmo spezzare l’incantesimo che ci perseguita da anni: potremmo festeggiare proprio davanti agli artefici di alcune delle nostre più amare e recenti delusioni. Ci sono voluti quasi 13 anni per trovare il gusto antidoto, ma ora andiamoci a prendere tutto il tempo perduto. Concludendo con una citazione del film sopra citato, “per essere il migliore, devi sfidarti con i migliori” e noi non vediamo l’ora di farlo ancora, come se fosse la prima volta, dopo 13 lunghissimi anni di attesa.

 

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