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Esclusiva coach Martino: lavoro e dedizione alla base del mio basket

di Gabriele Ramponi

In un periodo in cui tutto lo sport italiano è fermo, a causa del blocco del governo per il virus Sars-coV2, il quale provoca la patologia Covid-19, abbiamo deciso di intervistare il coach della Fortitudo Bologna, Antimo Martino.

Partito dal Molise, coach Martino diventa assistente allenatore della Virtus Roma nel 2005, arrivando anche in finale scudetto nel 2013. Nel 2014 arriva il grande salto e diventa capo allenatore di Ravenna, in serie A2, dove resta 4 anni raggiungendo le semifinali play-off contro la Virtus Bologna, che poi sarebbe stata promossa nel massimo campionato, nel 2017 e arrivando in finale di coppa Italia nel 2018. Nell’estate dello stesso anno arriva la chiamata di una piazza storica come la Fortitudo Bologna, con l’obiettivo dichiarato di tornare in serie A: proprio in quella stagione e con 3 giornate di anticipo la Effe torna nel massimo campionato italiano dopo 10 anni. Le idee di gioco, mostrate durante la  scorsa stagione, hanno fatto conquistare a coach Martino il premio di miglior allenatore della stagione.  Adesso lasciamo spazio alle sue parole.

Antimo Martino: l’intervista

Anche se la stagione è terminata in anticipo, ci può tracciare un bilancio sul campionato appena concluso?

Sicuramente è un bilancio positivo, da neopromossi l’obiettivo era una salvezza tranquilla ma la squadra è sempre stata in zona play-off. Ci siamo qualificati alle final eight di coppa Italia come sesta forza del campionato e guadagnato la possibilità di giocare la semifinale. Abbiamo realizzato vittorie prestigiose contro Venezia e Milano, ma anche alcuni passi falsi come  nel derby con la Virtus e contro Pesaro.

Per questa quarantena forzata, avete pensato ad un allenamento specifico per ogni giocatore?

Con il preparatore abbiamo impostato dei lavori da fare a casa  principalmente finalizzati a tenere in forma i ragazzi qualora ci fosse stata la possibilità di ricominciare. Chiaramente un giocatore di pallacanestro ha bisogno della palla e di un contesto diverso da quello che si può fare in una stanza.

Il gioco della Fortitudo ruota principalmente intorno ad un lungo di peso come Henry Sims, spera di riconfermarlo anche per la prossima stagione?

Sims ha un’opzione per rimanere con noi un’altra stagione. Sicuramente è un ragazzo serio, piacevole da allenare e un giocatore di qualità. Per il momento dobbiamo sistemare un po’ di cose e poi programmeremo la prossima stagione.

Dopo l’infortunio di Kassius Robertson, al quale è conseguito il suo taglio dalla squadra, è arrivato Jerome Dyson. Ha qualche rimpianto per non aver potuto vedere come si sarebbe inserito all’interno del sistema Fortitudo?

Jerome ha fatto con noi una decina di giorni e purtroppo a causa del Corona Virus non abbiamo fatto in tempo a conoscerci. Avevo un po’ di curiosità nel vederlo all’opera ma soprattutto il dispiacere per non aver potuto finire la stagione, che stava andando verso la fase calda. Certamente ci poteva dare una mano importante.

Allargando il discorso alla sua carriera, è stato assistente allenatore a Roma dove ha contribuito a portare la squadra in finale scudetto, poi l’esperienza di Ravenna e infine Bologna. Ha qualche rammarico nel corso della sua carriera o qualche desiderio che invece si è avverato?

No, assolutamente. I tanti anni di gavetta a Roma mi sono serviti, perché nel momento in cui ho deciso di provare l’esperienza da capo allenatore, mi hanno reso pronto per farlo. La crescita è stata lenta ma graduale, lo step di Ravenna è stato fondamentale e importante per il mio percorso, per permettermi di arrivare ad una società prestigiosa come la Fortitudo. Ovviamente essere chiamato per riportare la Effe scudata in serie A e il fatto di esserci riuscito insieme alla società e ai ragazzi, è motivo di grande soddisfazione.

Proprio qualche settimana fa, si festeggiava l’anniversario del ritorno in serie A. Cos’ha provato a riportare una piazza così storica nel massimo campionato italiano?

Ho provato tantissima emozione. Il giorno dell’anniversario sono usciti sui social un po’ di video e immagini di quel giorno, e a distanza di un anno, la sensazione di aver contribuito a qualcosa di importante e magico, è molto forte. Sono emozioni che mi accompagneranno sempre nel corso della mia carriera.

Cosa prova ogni volta che entrando sul terreno di gioco, la Fossa dei Leoni ma comunque tutto il PalaDozza, inneggia il suo nome?

Grandissima emozione. Già salire quelle scalette è qualcosa che si fa fatica a raccontare, se provi a trasmettere quello che provi, non ci riesci. Sentire tanta gente che manifesta il proprio affetto, per me vale moltissimo e sono contento di aver ricambiato questa fiducia insieme alla società e ai giocatori. Si è creato un legame forte che non mi lascia indifferente.

Alla luce di quanto sta accadendo, che si potrebbe arrivare a disputare alcune gare a porte chiuse, come immagina che possa reagire la squadra che fa del pubblico il sesto uomo in campo?

In assoluto la pallacanestro a porte chiuse è qualcosa di difficile da immaginare, d’altronde come tutto lo sport. Chiaramente è una situazione paradossale e dovranno essere prese decisioni importanti. Il discorso della tifoseria vale per tutti,  soprattutto per  l’impatto ambientale che per noi è ancora più esasperante e la differenza sarà sostanziale.

Proprio qualche giorno fa, il suo presidente ha dichiarato di voler dare più spazio agli italiani, in particolare ai giovani. Lei cosa ne pensa?

Credo che sia un’idea da prendere in considerazione, visto che a causa della situazione tutte le società saranno costrette a ridurre il budget. L’importante è immaginare un ruolo che un giovane possa avere nella squadra, non solo lasciandolo in campo ma dandogli anche la possibilità di crescere. L’errore più grande che si può fare è utilizzare i giovani senza pagare un po’ dazio, però sono molto favorevole a questa proposta.

Vista la sua carriera, ha qualche consiglio da dare ai giovani atleti che si affacciano al mondo della pallacanestro?

Il basket è uno sport spettacolare che trasmette valori e lo consiglio a tutti. Come tutti gli sport bisogna metterci passione, che ti spinge ad allenarti, e quando questa passione diventa un lavoro va affrontata con entusiasmo. Ma quando diventa un lavoro, come per tutti gli altri, bisogna essere professionali sia nei confronti del pubblico, in particolare dei più piccoli, che si rivedono in te, ma anche nei confronti della società.

Durante la sua vita, qual è stato il segnale che le ha fatto capire che la sua strada era l’allenatore di pallacanestro?

Quando giocavo in under 14,  davo indicazioni ad un mio compagno sui suoi falli o sui falli del suo avversario e lui mi chiese come facessi ad osservare tutte quelle cose mentre giocavo. Diciamo che ho sempre avuto la predisposizione della visione di gioco in campo, fin da piccolo.

Si ringrazia il coach della Fortitudo Bologna, Antimo Martino, per la grande disponibilità e simpatia dimostrata.

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