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Josh Owens per NbaPassion: l’intervista

di Daniele Morbio

Durante lo stop del campionato causa COVID, abbiamo deciso io e il collega che segue la Pallacanestro Reggiana, ovvero Francesco Vacondio, di realizzare un’intervista a Josh Owens, centro di Reggio Emilia e unico USA rimasto in Italia durante la quarantena.

Cogliamo subito l’occasione per ringraziare Josh per la grande disponibilità, oltre alla società biancorossa che ci ha gentilmente concesso l’intervista.

 

  • Ti sei laureato a Stanford in economia e hai completato un master in ingegneria civile ed ambientale: una volta terminata la carriera da cestista resterai nel basket o ti dedicherai appieno in uno dei due settori sopra citati?

Certamente farò qualcosa legato al mio percorso di studi; ovviamente ci sarà spazio anche per la pallacanestro, ad esempio tramite il volontariato o aiutando i bambini, ma non credo allenerò, anche se ovviamente resto aperto a tutte le possibilità.

 

  • Tra i tuoi allenatori che hai avuto qua in Italia, chi è quello che più ti ha aiutato nel tuo percorso italiano, sia nel basket che nella vita di tutti i giorni?

Sia Maurizio Buscaglia che Walter De Raffaele mi hanno aiutato molto: con Maurizio, che ho incontrato a Trento per la prima volta, sono cresciuto tanto sotto il profilo della conoscenza del basket europeo, mentre con Walter ho assaggiato per la prima volta i palcoscenici internazionali, dato che disputammo l’Eurocup quella stagione.

 

  • A Venezia hai avuto sia coach Recalcati che Walter De Raffaele. Che differenze c’erano nelle metodologie di lavoro dei due coach?  Ti aspettavi di vedere De Raffaele vincere 4 trofei in altrettante stagioni?

Nono sono sorpreso dei successi di Walter, dato che si vedeva già allora quanto fosse preparato come conoscenza del gioco; come giocatori avevamo grande rispetto per lui quando divenne capo allenatore. Charlie è una leggenda con moltissima esperienza, rispettavo molto anche lui, anche perché è un “peso massimo” (heavyweight ndr) del basket italiano.

 

  • Venezia è stata una tappa comunque importante per te, i tifosi ti vogliono ancora bene. Che rapporto hai con i tifosi e con la società Reyer?

Ovunque vado sono molto rispettoso e apprezzo molto i tifosi, che danno tanto al gioco; Venezia è un palazzetto piccolo, ma era sempre pieno e c’era un’atmosfera con tantissima passione, tanto è vero che ricevo tutt’ora bellissimi messaggi pieni di affetto nonostante non giochi più con la Reyer, e questo mi gratifica molto.

 

  • Sei l’unico giocatore americano di Reggio, e anche di tutta la Serie A, che ha deciso di restare in Italia durante questo periodo: hai provato a parlare con i tuoi compagni americani spiegandogli i vantaggi di restare qui invece che tornare negli USA?

Quando il virus ha cominciato a colpire l’Italia ovviamente si parlava di restare qui o tornare a casa per noi americani, e allora mi sono informato molto e ho parlato con i miei compagni di ciò che pensavo.

Alla fine però ognuno di noi ha delle circostanze personali che ci condizionano nelle decisioni che prendiamo; il fatto che non abbia moglie o figli mi ha sicuramente aiutato nel prendere la decisione di restare qui. Devo dire che mi sento al sicuro qui in Italia e non ho particolare fretta di tornare negli USA.

 

  • Durante questa stagione hai avuto un rookie come cambio: hai accettato subito il ruolo di mentore per Dererk Pardon fin dal precampionato? Come è stato questo processo?

Parlando con lo staff sapevo fin da subito che il mio compito sarebbe stato di aiutare Dererk in ogni maniera possibile nella transizione dal college al basket professionistico.

Lui ha avuto una grande mentalità e un grande atteggiamento, lavorava sempre tanto per migliorare, oltre ad ascoltare moltissimo. Ovviamente ci sono stati momenti in cui era frustrato, ma fa parte del processo di apprendimento di cose nuove. Sono convinto che avrà un grande futuro se continuerà con questa attitudine e questa dedizione.

 

  • Hai un traguardo che non hai ancora raggiunto nella tua carriera e che ti piacerebbe raggiungere?

Mi piacerebbe molto vincere un campionato certamente, ed è il traguardo che mi prefiggo ogni volta che firmo in una squadra, perché solo lavorando duramente puoi provare a competere per la vittoria.

Quest’anno a Reggio secondo me avevamo molto talento, ma non avevamo mai trovato ritmo fino a poco prima della sospensione, dove avevamo fatto delle ottime prestazioni e probabilmente avevamo trovato la nostra vera identità.

 

  • La cosa migliore che hai imparato durante le tue stagioni in Italia, sia in campo che fuori?

In campo ho imparato a leggere le situazioni tattiche molto bene, anche perché il campionato italiano è in assoluto la lega più tattica in cui ho giocato, mentre per quanto riguarda l’extra campo di sicuro i diversi tipi di vino (ride ndr).

 

  • Quali sono stati i giocatori più difficili da marcare durante la tua esperienza in Italia?

Il primo anno in Italia ho giocato con Tony Mitchell a Trento, e lui era veramente super talentuoso e imprevedibile, dato che ogni allenamento faceva vedere qualcosa di diverso dal giorno prima.

Parlando di centri, la versione milanese di Samardo Samuels era davvero una bestia: era fortissimo fisicamente ma anche agile, usava benissimo il corpo in post basso, poi un giocatore leggero e verticale come me lo soffriva parecchio in situazioni statiche.

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