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Three Points – Dal Vangelo secondo LeBron

di Stefano Belli
LeBron James

La settimana NBA appena trascorsa ha portato all’annunciata separazione tra Eric Bledsoe e i Phoenix Suns, con il playmaker spedito a Milwaukee in cambio di Greg Monroe. In attesa di vedere come si integrerà l’ex-Clippers nei meccanismi di Jason Kidd e se il rapporto tra Monroe e Phoenix continuerà veramente (si vocifera di ulteriori trade o di un possibile buyout), il mercato passa in secondo piano. La nuova edizione di ‘Three Points’ si concentrerà infatti su tre dei numerosi spunti offerti da ciò che sta accadendo in campo. A quasi un mese dall’inizio della regular season, i motori sono ben caldi. Diradatosi il polverone della partenza, cominciano a stagliarsi all’orizzonte quelli che potrebbero essere i veri protagonisti di questo 2017/18. Tra loro ci sono sicuramente i Boston Celtics, ai quali dedicheremo lo spazio che meritano la prossima settimana. Oggi, invece, partiamo con un nome piuttosto familiare: quello di LeBron James, che si è conquistato di diritto la nostra copertina.

 

1 – Dal Vangelo secondo Lebron

LeBron James, autore di 57 punti contro gli Washington Wizards

LeBron James, autore di 57 punti contro gli Washington Wizards

Specialmente in queste fasi iniziali, con i playoff ancora lontani, la stagione NBA ci regala svariati spunti di riflessione. Dalle prime sorprese ai giocatori rivelazione, ci sarebbero infinite ‘scuse’ per non tirare in ballo colui che, di solito, si prende il centro del palcoscenico quando conta maggiormente. Eppure, lo scorso venerdì, LeBron James ha deciso di scrivere una pagina indelebile della sua leggenda. Quando i vostri nipoti vi chiederanno chi è stato LeBron, mostrate loro le immagini della partita giocata dai suoi Cavs alla Capital One Arena il 3 novembre 2017.
Fermarsi ai 57 punti con cui ha battuto (quasi) da solo gli Washington Wizards sarebbe un grosso errore. La storia della NBA pullula di prestazioni sopra i 50 punti, e da questo punto di vista ha vissuto momenti ben più significativi. Quell’incontro, però, è stato un vero e proprio manifesto del livello a cui King James ha portato questo sport. Come direbbero negli USA, “LeBron James in a nutshell”.

Partiamo dal contesto in cui è arrivata una prestazione del genere. Non si trattava di una gara di finale (situazione per cui ‘The Chosen One’ ha solitamente riservato le cartucce migliori) e nemmeno di una partita di playoff. La sfida di Washington arrivava però in un momento cruciale della stagione dei Cavaliers, reduci da quattro sconfitte consecutive e da un inizio ben al di sotto delle aspettative. LeBron, come sempre, si è caricato la squadra sulle spalle per provare a scuoterla, ma anche per lanciare un forte messaggio al resto della NBA. Come a dire: “Finché ci sono io, dovrete ancora fare i conti con i Cavs”. Una scossa che, a dire il vero, non sembra aver avuto troppi strascichi, visto che Cleveland ha perso malamente l’incontro successivo contro i derelitti Atlanta Hawks (confidare esclusivamente nelle serate di grazia del ‘Prescelto’ è una strategia piuttosto rischiosa, per chi punta ad arrivare fino in fondo).

E’ però l’aspetto tecnico di quella prestazione ad impressionare più di ogni altro. Sul parquet di Washington, LBJ ha messo in scena un vero e proprio clinic, una manifestazione di onnipotenza con ben pochi precedenti; in altre parole, ha ‘predicato’ pallacanestro.
Innanzitutto, a quei 57 punti ha aggiunto 11 rimbalzi e 7 assist, controllando i tabelloni e provando – come di consueto – a coinvolgere compagni non sempre ispiratissimi. Otto di quei punti sono serviti a raggiungere quota 29.000 in carriera (settimo nella storia – e più giovane di sempre – a riuscirci) e diciannove sono arrivati nell’ultimo quarto di una partita combattuta fino alla fine (e vinta di soli otto punti; il che, considerata la performance del numero 23, è un chiaro sintomo del brutto momento dei Cavs). LeBron ha mostrato a tutti il significato dell’espressione “dominare”. Ha segnato in tutti i modi possibili, alternando, nello stesso incontro, i cinque ruoli classici della pallacanestro. Ecco dunque i coast-to-coast portando palla come un playmaker, i catch-and-shoot da guardia tiratrice, le volate in contropiede da ala piccola, i fade-away dal gomito degni del miglior LaMarcus Aldridge e i canestri nel pitturato tipici dei più grandi centri NBA. Soprattutto nella seconda metà di gara, ha letteralmente umiliato gli Wizards con il suo gioco in post. Nel corso dei 43 minuti con lui in campo, l’allenatore avversario, Scott Brooks, ha provato a farlo marcare da: Otto Porter (spazzato via senza pietà in penetrazione), John Wall e Bradley Beal (a dir poco impotenti ogni volta che James li portava in post basso) e Kelly Oubre (lasciato più volte per terra). A un certo punto gli è comparso davanti anche Marcin Gortat: finta, step-back e retina fulminata dalla lunga distanza. Gli sguardi dei presenti dicevano tutto: ammirati quelli del pubblico di Washington, esaltati quelli dei compagni, rassegnati quelli degli avversari. E consapevoli quelli di chiunque abbia seguito l’incontro da casa. Consapevoli di essere testimoni della Storia in movimento.

 

2 – Sotto il segno dell’Unicorno

Kristaps Porzingis

Kristaps Porzingis

Che Kristaps Porzingis fosse un fenomeno era un fatto ben noto. In questo inizio di stagione, però, ‘L’Unicorno’ è letteralmente deflagrato, conquistando definitivamente le luci della ribalta. Dopo un EuroBasket da protagonista e l’addio di Carmelo Anthony, il gigante lettone si è preso di forza il ruolo di leader assoluto dei New York Knicks. Il suo avvio è stato impressionante; 30 punti di media (in 33 minuti) nelle prime 10 gare, contro i 18.1 (con lo stesso minutaggio) della stagione 2016/17. Sette volte su dieci oltre quota 30, con tanto di prestazione da 40 punti (massimo in carriera), 8 rimbalzi e 6 stoppate (!) nella vittoria casalinga su Indiana. I suoi 300 punti sono il miglior dato, dopo 10 partite, nella storia dei Knicks (il precedente record, fatto registrare dal grande Bernard King nella stagione 1984/85, era di 298). Il Player Of The Week per la Eastern Conference, la scorsa settimana, non poteva che essere lui.

Come nel caso di LeBron James (e come sempre), le pure cifre non dicono tutto. Kristaps è un giocatore in grado di lasciare gli spettatori a bocca aperta, anche in una lega di ‘alieni’ come la NBA, per la varietà del suo gioco. I suoi 221 cm lo rendono inarrestabile sotto canestro (anche se può – e deve – ancora migliorare a rimbalzo), ma il numero 6 può segnare da qualsiasi posizione, con un range di tiro in continua espansione (sempre più affidabile oltre l’arco) e un controllo del corpo del tutto insensato per un atleta della sua stazza. Porzingis appartiene a quella ‘specie rara’ di cui fanno parte anche Anthony Davis, Giannis Antetokounmpo e Ben Simmons; quelli che sembrano destinati a dominare la NBA del prossimo decennio. Manca ancora troppo tempo per parlare della corsa all’MVP; per la prima apparizione ad un All Star Game, in ogni caso, non dovrebbero esserci problemi. Il pubblico del Madison Square Garden (magari gli stessi ‘intenditori’ che lo fischiarono la notte del draft 2015) è tutto ai suoi piedi, con lo sguardo finalmente illuminato dopo anni di buio pesto.

Pur conscia dei propri limiti (la ricostruzione sarà ancora lunga), la squadra di coach Jeff Hornacek viaggia ad un ritmo più che rispettabile; dopo le tre sconfitte iniziali sono arrivate sei vittorie (tra cui quella di Cleveland contro i vice-campioni NBA) in otto partite. L’inevitabile conclusione dell’era Anthony-Phil Jackson ha portato a New York la stessa ventata di aria fresca che l’addio di DeMarcus Cousins aveva portato a Sacramento qualche mese fa. Il futuro sarà una tortuosa salita, ma almeno sarà una strada completamente nuova. Ormai privi dei limiti tattici imposti sia dal vecchio presidente che dalla vecchia superstar e con ben poco da perdere, i combattivi Knicks si gettano nella mischia di una Eastern Conference più incerta che mai. Per tentare il colpaccio in chiave playoff si affidano a Porzingis, ma anche all’entusiasmo di Tim Hardaway Jr., Enes Kanter (le cui prestazioni stanno costando parecchio spazio al promettente Willy Hernangomez) e Doug McDermott, uno dei primi candidati al titolo di Most Improved Player Of The Year. Sempre in attesa di scoprire quanto vale realmente Frank Ntilikina, ottava scelta assoluta allo scorso draft. Se anche questa scommessa, dopo quella su KP, dovesse rivelarsi azzeccata, chissà che questo tragicomico capitolo dell’infinita saga blu-arancio non possa avviarsi (lentamente) alla conclusione…

 

3 – I nuovi Pacers

Tra i protagonisti più inaspettati di questo inizio di stagione anche gli Indiana Pacers di Victor Oladipo (#4) e Domantas Sabonis (#11)

Tra i protagonisti più inaspettati di questo inizio di stagione anche gli Indiana Pacers di Victor Oladipo (#4) e Domantas Sabonis (#11)

A proposito di franchigie libere da vincoli tecnico-tattici, i nuovi Indiana Pacers sono stati protagonisti di un avvio di stagione a due facce; cinque vittorie nelle prime otto gare (battendo, tra le altre, Minnesota, San Antonio e Cleveland), poi quattro sconfitte consecutive. Salutato Paul George, uomo-simbolo del passato recente, la squadra di coach Nate McMillan sta pian piano assumendo la fisionomia dei migliori team collegiali; carta bianca all’allenatore, progetto tecnico incentrato più sul gruppo che su un singolo giocatore (attualmente ci sono sei giocatori in doppia cifra di media) e gerarchie da trovare strada facendo. Il contesto ideale per Victor Oladipo e Domantas Sabonis, arrivati in NBA dopo eccellenti carriere universitarie. Reduci da una stagione particolare nella Oklahoma City di ‘Mr. Triple-Double’ Russell Westbrook i due, giunti a Indianapolis in cambio di PG13, sembrano aver trovato finalmente il posto giusto per potersi esprimere al meglio.

Oladipo, tornato nello Stato e al numero di maglia che lo avevano reso un idolo (vestiva il 4 ai mitici Hoosiers), ha ritrovato una fiducia nei propri mezzi che sembrava smarrita già nell’ultimo periodo con gli Orlando Magic. Miglior realizzatore dei Pacers nelle prime sei gare stagionali, ha impreziosito il suo ottimo inizio con i 35 punti rifilati ai suoi ‘vecchi’ Thunder (solo 10 punti, dall’altra parte, per Paul George) e con la gran tripla che ha sancito la vittoria sugli Spurs. Per lui è arrivata la nomina a Eastern Conference Player Of The Week nella settimana tra il 23 e il 29 ottobre.
Il figlio del grande Arvydas, piuttosto incostante nella sua stagione da rookie, si sta ritagliando sempre più spazio in questa nuova avventura. In termini di cifre, sta viaggiando a velocità doppia rispetto al 2016/17: 13,5 punti (contro i 5,9 dell’anno scorso), 10,3 rimbalzi (3,6) e 3 assist (1) di media. Ma è vedendolo giocare che si può realmente intuire il grandissimo valore del ragazzo. Se sotto canestro può ancora migliorare (il fisico è ancora acerbo per gli standard NBA), la pulizia tecnica e le notevoli doti da passatore sono sotto gli occhi di tutti. Non stupiamoci di vedere questi due in lizza per il premio di giocatore più migliorato (anche se Sabonis, essendo al secondo anno, dovrebbe essere fuori concorso) nel 2018.

Come molti atenei di vertice della NCAA, anche i Pacers hanno una ‘star in the making’, un prospetto di grande livello pronto a esplodere. Si tratta di Myles Turner, nominato capitano dopo due stagioni in continuo crescendo. L’ex centro di University Of Texas ha aperto la nuova stagione con 21 punti e 14 rimbalzi contro Brooklyn, poi ha saltato sei partite per uno dei tanti infortuni (questa volta una commozione cerebrale) che hanno già intaccato la sue giovanissima carriera. Fisico imponente e mani ‘educate’, Turner ha tutti i requisiti per diventare il nuovo giocatore di riferimento di Indiana. In attesa della sua consacrazione e aspettando di capire il reale valore dei promettenti rookie T.J. Leaf e Ike Anigbogu, coach McMillan si gode il buon momento di forma del cecchino Bojan Bogdanovic (gran perdita per la panchina degli Wizards) e di ‘insospettabili’ veterani come Darren Collison, Thaddeus Young, Al Jefferson e Lance Stephenson. Tutti giocatori, come Oladipo e Sabonis, in cerca di riscatto. Le aspettative sono più da draft lottery che da playoff, però attenzione: ci sono stati casi (vedi i Detroit Pistons degli Anni 2000) in cui un gruppo di ‘reietti’ si è trasformato, col tempo, in una squadra da titolo…

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1 commento

gilberto 10 Novembre 2017 - 16:39

su il re lebron concordo, si deve anche dire che probabilmente cavaliers pensava che irving era meno importante e invece guarda ora i celtics dove stanno, con un infortunio grave poi, speriamo che thomas riesca un po’ a rimediare ma da ricordarsi che thomas è il secondo peggior difensore di lega.

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