Home NBA, National Basketball AssociationApprofondimenti L’era di James Harden a Houston: record storici, MVP e un titolo sfumato

L’era di James Harden a Houston: record storici, MVP e un titolo sfumato

di Dennis Izzo
Harden

L’era di James Harden in quel di Houston si conclude dopo poco più di otto anni, con il passaggio via trade ai Brooklyn Nets che rappresenta il terzo, intrigante capitolo della carriera del Barba, ormai da tempo ai ferri corti con la franchigia texana e desideroso di ripartire da un contesto maggiormente competitivo per puntare alla vittoria del tanto agognato anello, sfiorato soltanto tra OKC e Rockets appunto.

Approdato in Texas nell’ottobre 2012, ad appena 23 anni, Harden è divenuto in breve tempo il principale trascinatore dei Rockets, affermandosi come uno dei migliori giocatori della lega e mostrando di avere tutte le carte in regola per recitare un ruolo da protagonista in una squadra ambiziosa. Con il suo arrivo, Houston si mette alle spalle l’era di Tracy McGrady e Yao Ming e spera di inaugurare un glorioso ciclo di successi e trionfi. Un obiettivo raggiunto soltanto in parte, dato che i Rockets hanno sempre raggiunto i playoffs dall’arrivo di Harden, ma non sono mai riusciti a disputare nemmeno una volta le Finals.

Il percorso di James Harden coi Rockets

James Harden

James Harden col titolo di MVP.

A fermarli, infatti, sono stati quasi sempre i Golden State Warriors, che nello scorso quinquennio hanno letteralmente dominato la Western Conference e la lega in generale, mettendo le mani su tre titoli. Dopo tanti anni di tentativi andati a vuoto, l’occasione concreta per una svolta significativa è rappresentata dall’arrivo di Mike D’Antoni in panchina, nel 2016: con l’ex Baffo, James Harden viene schierato come point guard al primo anno, facendo registrare ben 11.2 assist a partita (primo per assist in NBA), quindi fa coppia con Chris Paul nel 2017/2018, adattandosi benissimo al suo fianco nonostante lo scetticismo generale e sfiorando il colpaccio storico. Ai playoffs, infatti, i Rockets superano agevolmente i primi due turni con Minnesota Timberwolves e Utah Jazz, per poi portarsi in vantaggio per 3-2 dopo le prime cinque gare delle Finali di Conference contro i Golden State Warriors. L’infortunio occorso a Chris Paul nel finale di gara 5, però, priva i texani di un pilastro imprescindibile e i Dubs riescono a completare la rimonta e a vanificare i sogni di gloria di Houston, costretta ancora una volta ad arrendersi.

Poche settimane più tardi, il 26 giugno 2018, Harden può consolarsi con la vittoria del primo premio di MVP della sua carriera, ottenuto grazie a medie di 30.4 punti, 5.4 rimbalzi, 8.8 assist e 1.8 palle recuperate col 45% dal campo e il 37% da dietro l’arco in 72 presenze, con cui contribuisce a portare i Rockets al primo posto a Ovest col miglior record della lega e della loro storia (65-17). Il riconoscimento arriva dopo tanti anni di tentativi andati a vuoto per il Barba, già battuto nel 2015 da Stephen Curry e nel 2017 da Russell Westbrook. Tuttavia, il suo vero obiettivo è vincere un titolo che a Houston manca dal 1995. Il percorso iniziato nel 2017/2018, in tal senso, lascia ben sperare, ma quei Rockets si sfaldano a poco a poco.

L’anno successivo, infatti, la regular season di Houston comincia nel peggiore dei modi, con ben 5 sconfitte nelle prime 6 partite e una squadra che non assomiglia per niente al gruppo compatto e coeso ammirato nel 2017/2018. A risollevare le sorti dei suoi ci pensa proprio Harden, che dopo un inizio rivedibile comincia a rendersi autore di prestazioni “for the ages”, come direbbero in America. Dalla tripla doppia da 50 punti rifilata ai Los Angeles Lakers ai 61 punti contro i New York Knicks al Madison Square Garden e contro i San Antonio Spurs, passando per la tripla doppia da 44 punti, 10 rimbalzi e 15 assist con cui stende i Golden State Warriors alla Oracle Arena, infilando la tripla decisiva a un secondo dal termine dell’overtime, nonostante le assenze fondamentali di Paul e Gordon.

Chris Paul e James Harden.

Chris Paul e James Harden.

Nel mezzo, arrivano ben 32 partite consecutive con 30+ punti, un traguardo centrato soltanto da Wilt Chamberlain, primo all-time con 65 gare con almeno 30 punti in carriera. I numeri da capogiro del Barba nell’arco delle 32 partite in cui riscrive una parte della storia della NBA parlano chiaro: 1316 punti, 242 rimbalzi, 234 assist e 92 palle recuperate e medie di 41.1 punti, 7.6 rimbalzi, 7.3 assist e 2.8 palle recuperate per partita col 44% al tiro, il 37% da dietro l’arco e l’89% dalla lunetta e ben 5 triple doppie e 4 partite da 50 o più punti. Harden chiude la stagione con 36.1 punti di media, il più alto quantitativo di punti per partita dai 37.1 fatti registrare da Michael Jordan nel 1986/1987, ma l’MVP va al greco Giannis Antetokounmpo.

Ai playoffs, però, Houston si arrende nuovamente al cospetto dei Golden State Warriors, stavolta al secondo turno (4-2). Poche settimane più tardi, approda in Texas Russell Westbrook in cambio di Chris Paul. La ritrovata coppia Harden-Westbrook sembra promettere grandi cose, ma l’apice dell’uno coincide spesso e volentieri col calo dell’altro e i due non raggiungeranno mai una vera e propria intesta sul parquet. Oltre a ciò, l’azzardo targato Morey-D’Antoni, ossia la decisione di passare allo small ball, con una starting lineup senza centri di ruolo e con cinque tiratori, non paga affatto e si rivela poco adatta allo stile di gioco di Harden.

Harden saluta Houston e i Rockets lo ringraziano

Quest’ultimo, infatti, viene costantemente raddoppiato e per liberarsi delle asfissianti marcature delle difese avversarie non può più ricorrere al passaggio sotto canestro al lungo e al pick and roll eseguito per anni in maniera magistrale con giocatori del calibro di Dwight Howard e Clint Capela. I Rockets convincono soltanto a sprazzi, non trovando mai una vera e propria continuità di risultati e rendimento e alternando vittorie tanto nelle quanto inaspettate a sconfitte pesanti ed evitabili, per poi deludere anche ai playoff, con una sofferta vittoria per 4-3 contro gli Oklahoma City Thunder al primo turno e un sonoro ko coi futuri campioni dei Los Angeles Lakers (4-1).

Prima dell’inizio dell’attuale stagione, i Rockets salutano due dei personaggi più influenti nella carriera di Harden: l’head coach Mike D’Antoni, che non tratta un eventuale accordo per il rinnovo e entra a far parte dello staff di Steve Nash ai Brooklyn Nets, e il general manager Daryl Morey, che rassegna le proprie dimissioni. Lo scenario porta Harden a chiedere la trade, giustificando più volte la propria decisione, dettata in primis dalla volontà di provare a vincere. Houston vuole provare a far cambiare idea al Barba, offrendogli un contratto biennale da poco più di 50 milioni di dollari ma ricevendo un due di picche come risposta. I Rockets si rassegnano, ma lasciano intendere che scambieranno il giocatore soltanto per un’offerta molto importante. Harden sfoglia la margherita e inserisce tra le sue destinazioni preferite numerose contender della Eastern Conference, su tutte i Brooklyn Nets, i Philadelphia Sixers e i Miami Heat. Nel frattempo, il numero 13 comincia la stagione 2020/2021 coi Rockets, disputando 8 delle prime 9 partite stagionali: dopo un ottimo avvio a livello individuale, le sue prestazioni calano sempre più per qualità e apporto alla squadra e ogni tenue speranza di trattenerlo almeno fino a fine stagione termina nel momento in cui Harden – al termine della recente gara persa coi Lakers rilascia pesanti dichiarazioni circa la competitività della squadra, definendo la situazione “difficilmente riparabile.”

È questo il momento che cambia definitivamente la storia presente e futura degli Houston Rockets (e non solo). Harden saluta la squadra che l’ha reso grande agli occhi del mondo intero e con cui ha scritto numerose pagine di storia del basket a suon di record da applausi, tra cui le 23 partite da almeno 50 punti, le 4 gare con 60 o più punti, la tripla doppia da 60 punti (prima e tuttora unica nella storia) contro gli Orlando Magic, il doppio career-high da 61 punti e tanto, tanto altro. Come tutte le storie più belle, anche quella di Harden in quel di Houston giunge al termine nella maniera più burrascosa e imprevedibile possibile. Un’avventura del genere avrebbe meritato un epilogo decisamente diverso, ma alcuni comportamenti rivedibili del giocatore e le sue ultime 5 gare a dir poco sottotono prima della trade contribuiscono al malumore dei tifosi dei Rockets. Il Barba lascia Houston con medie di 29.4 punti, 6 rimbalzi, 7.6 assist e 1.8 palle rubate col 44% al tiro e il 36% dalla lunga distanza in 706 presenze tra regular season e playoffs, e si prepara a un nuovo inizio.

Kevin Durant e James Harden

Ai Nets James Harden ritrova Kevin Durant, suo ex compagno di squadra agli Oklahoma City Thunder e avversario in postseason negli anni recenti.

Sfumato il sogno di vincere il titolo nella ‘sua’ Houston, Harden intende provarci seriamente al fianco di Kevin Durant e Kyrie Irving a Brooklyn, per zittire definitivamente tutti i suoi numerosi critici e dimostrare di poter essere in grado di poter recitare un ruolo di primo piano nella corsa all’anello e di giocare al fianco di due superstar del calibro di Durant e Irving. Il suo stile di gioco, caratterizzato da una quantità industriale di isolamenti, triple e tiri liberi, è finito spesso nel mirino dei suoi haters, che sostengono che giocando in questo modo l’8 volte All-Star non riuscirà mai a vincere un titolo. Per questo e per tutta una serie di motivi, sarà lecito attendersi un Harden più carico che mai ai nastri di partenza della nuova pagina del libro che il Barba sta scrivendo dal 2009, anno in cui entrò in NBA con la terza scelta assoluta.

Nel frattempo, i Rockets ringraziano il loro ex numero 13 con un post ufficiale sui propri canali social e con un comunicato di Tilman Fertitta. “Insieme a tutta l’organizzazione dei Rockets e alla città di Houston, vorrei ringraziare James Harden per questi fantastici otto anni a Houston.”, il testo del messaggio pubblicato dal proprietario della franchigia texana. Da poco meno di 48 ore, Harden rappresenta il passato dei Rockets, mentre il presente del Barba è Brooklyn e lo sarà almeno fino al 2022, anno in cui il classe 1989 potrà decidere se esercitare la player option per il 2022/2023.

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