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Tutti i numeri del nuovo LeBron James: ecco come si è adattato alla NBA che cambia

di Gaetano Gorgone

Siamo giunti al diciassettesimo anno di professionismo per LeBron James. Di conseguenza, capite bene che in 17 anni, in una competizione in continua evoluzione come la NBA le cose cambiano, pure drasticamente.

E proprio “evoluzione” è il termine che ricorrerà maggiormente in questa analisi, perché, in verità, si parlerà di evoluzioni al plurale. Pensiamoci bene: in quel famoso 2003, nel primo quintetto NBA veniva inserito un certo Tim Duncan, che adesso ha appena conquistato la sua prima vittoria come head coach, con la stessa franchigia di allora, gli Spurs. Pensate ad un’altra cosa, a maggioranza dei talenti di quel glorioso draft NBA 2003, nel 2020 hanno smesso di giocare.

A memoria, i sopravvissuti sono: Kyle Korver, che aveva riflettuto sulla possibilità di lasciare già al termine della scorsa stagione, Carmelo Anthony che ha faticato a trovare un contratto fino alla chiamata di Portland e quel trentacinquenne, che fu scelto alla numero 1 e fu rookie dell’anno, e che si trova ancora ai vertici della lega. Questo aspetto è un elemento già detto e ridetto, tuttavia è quanto mai significativo nel sottolineare la capacità di adattamento del figlio di Gloria, capacità che è stata senza ombra di dubbio la sua pietra filosofale, l’elisir di lunga vita che gli ha consentito di non subire il passare degli anni.

LeBron James: expanding the range

LeBron James non passa mai di moda, anzi è lui a fare la moda.

Mangia un pacchetto di caramelle Red Vines e l’azienda in questione guadagna 2.6 milioni di dollari in un amen. Si arresta in scioltezza dal logo e manda per aria un tiro che gente della sua taglia non dovrebbe neanche osare di provare, e per lui sono 3 punti ed un’influenza sui ragazzini di tutto il globo che nei giorni seguenti hanno riprovato ad emulare il gesto tecnico del proprio idolo.

Proprio quest’ultima esibizione del Re, ci dà un pretesto per allargarci su un discorso più tecnico, ricollegato alla sua carriera e al futuro della lega, in generale.

Recentemente, Kirk Goldsberry di ESPN ha ipotizzato che, continuando con il trend attuale, questa sarebbe la mappa di tiro della NBA nel 2025.

Potete notare da soli come l’andamento sia verso una totale scomparsa del mid range e, soprattutto, una totale esasperazione del tiro da tre punti. Questo particolare non trascurabile, è amplificato dalla distanza sempre maggiore dalla quale i giocatori prendono i propri tiri. Esempi banali sono Steph Curry, Damian Lillard, e il baby fenomeno  Trae Young.

Sempre Goldsberry ci ha fornito la mappa della distanza media dei tiri della point guard degli Atlanta Hawks.

28.4 piedi si convertono in 8,65 metri, non esattamente la distanza di un appoggio al vetro.

Quello che più impressiona, in ogni caso, è il fatto che non è possibile ridurre questo stile di gioco ad “un gruppo di pazzi che tirano da metà campo”. Per l’appunto, questa affermazione è smentita dal giocatore più simbolico e rappresentativo per la pallacanestro del 2020, che ha deciso di aggiungere questa specialità al proprio arsenale tecnico (topic abbastanza caldo, parlando di altri temi).

Tra l’altro, non so per quale oscuro motivo, è passato inosservato un altro tiro, che LeBron ha effettuato dal parcheggio dello Staples, mandandolo a bersaglio, e che vi ripropongo.

Forse il coefficiente di difficoltà di questo qui è addirittura superiore, fatto sta, che due indizi fanno una prova.

È un esempio lampante del modo in cui James riesca ad uniformarsi ai grossi cambiamenti che lo circondano. Non è un segreto che i long shots stiano diventando un’abitudine nella NBA moderna, che guarda caso li ha inseriti nel Three Point Contest dell’All Star Game. Ho fatto questa lunga digressione, per ricollegarmi al tema dei paralleli e progressivi miglioramenti del protagonista di questo editoriale.

Entrando nel tecnico, LeBron James ha tentato 11 tiri da distanza compresa tra i 30 e i 34 piedi (poco più di 9 metri), segnandone 3, con una percentuale del 27.3%. Approfondendo ancor di più i dati sul suo tiro:

  • Solo l’8.6% delle sue realizzazioni proviene da MRJ (mid range jumper), la percentuale più bassa della sua carriera. Per intenderci, nella sua stagione da rookie il 22.1% del suo fatturato in termine di punti proveniva dalla media distanza, a dimostrazione del ragionamento di poco fa. Inoltre, le sue percentuali dal mid range sono pressoché le stesse rispetto a quelle da dietro i 6.75, parliamo di un 35% per entrambe.
  • Nella sua carriera non aveva mai tentato così tanti tiri da tre a partita, quest’anno ne prende 6,3 a partita, career high per distacco. Possiamo riscontrare questo suo incremento della mole di tiro pesante, negli ultimi tre anni, mentre troviamo i suoi minimi storici nella stagione 2011/12, durante la quale prendeva quasi un terzo dei tiri da tre punti che tenta quest’anno (2.4). Con l’aumento della quantità di tiri, è quasi consequenziale l’aumento del numero di canestri, si tratta, anche qui, di massimi in carriera, 2.2 centri da dietro l’arco ad allacciata di scarpe, per la versione di ‘Bron in modalità quarto titolo.
  • Il 32.2% dei suoi tentativi dal campo provengono dalla più che citata linea del tiro da tre punti. Per quello che concerne, invece, il rapporto dei tiri da tre punti rispetto ai 25.4 punti di media tenuti dall’ex Cavs, questo si attesta al 26.1% dei punti segnati in totale, sottolineando come il tiro dalla lunga sia diventato più che un’opzione di scoring per LeBron. Altra statistica che merita attenzione, è quella che riguarda la percentuale non assistita delle sue triple. Questo numero, ad oggi, è il 54%, ciò sta a significare che più di metà dei suoi canestri dalla lunga distanza se li costruisce da solo. All’apparenza questa cifra sembra indicare un’abitudine marcata di LeBron nel crearsi tiri dal palleggio, in realtà, confrontandola con le statistiche delle ultime due annate, si può denotare come The King abbia alzato il numero di tiri successivi alla ricezione, visto che l’anno scorso i suoi 3FGM erano per il 65.8% (secondo dato più alto della carriera). Questa è un’evidente conseguenza dell’arrivo di Davis, che ha consentito all’altra stella dei Lakers di prendersi più tiri piazzati, non essendoci la necessità di creare soluzioni aggiuntive dal palleggio.

LeBron e l’arte del passaggio

Chiudendo la parentesi tiro, se ci si deve concentrare sull’evoluzione di LeBron, per eccellenza, è chiaro che si deve osservare il suo progressivo passaggio in cabina di regia, con il relativo miglioramento delle doti di playmaking e di passaggio.

Affibbiare a quest’uomo un ruolo, sarebbe riduttivo e significherebbe ingabbiarlo in dei limiti tecnici e fisici che effettivamente non ha. È immediato ascrivere il prodotto di St. Vincent & Mary High School a quella categoria di giocatori moderni, che possono spaziare dall’1 al 5, sebbene tale etichetta non fosse così scontata agli albori della sua carriera, periodo in cui James aveva delle caratteristiche ben precise. Al di là di tutto, sono quei 10.7 assist a partita che stupiscono l’ampio audience della National Basketball Association e non credo ci sia bisogno della mia sottolineatura per comprendere cosa significhino a livello personale e di squadra. Quello che posso fare è portare alla vostra attenzione qualche dettaglio che salta un po’ meno all’occhio:

  • The Akron Hammer, oltre ad essere il miglior passatore della lega in termini quantitativi, è anche colui che ha la miglior percentuale di passaggi vincenti rispetto al numero totali di assist di squadra. L’AST% (così è denominata questa statistica) è del 47.9%, che vuol dire che quasi metà degli assist per i canestri dei Lakers escono dalle mani di LeBron. Un dato notevole se teniamo conto del fatto che solo altri due hanno percentuali sopra il 40%, e quei due sono Luka Doncic e Trae Young.
  • Se mantieni certe cifre a livello di assist e ti esponi in un certo modo a livello di amministrazione del gioco, non è un dramma essere soggetti a qualche palla persa di troppo. Tutto sommato, in questo aspetto LeBron James è riuscito a contenere i danni, mantenendo il numero dei palloni persi per gara su un 4 tondo, per il momento. Un numero che può essere espresso meglio se rapportato al numero di assist smistati e per far questo ci serviamo della statistica AST/TO. James serve 2.65 assist per ogni palla persa, un numero che, oltre ad essere il migliore in carriera, è comunque ampiamente sopra la media del campionato. Per fare un paragone, Russell Westbrook, leader negli assist la stagione passata, con numeri simili al dominatore della classifica di quest’anno (10.7 a gara anche per l’ex OKC), aveva un rapporto AST/TO di 2.41, dunque inferiore.
  • Il compagno con cui interagisce maggiormente, per quanto riguarda le combinazioni intese come passaggi, è Anthony Davis. Il Prescelto concentra il 23% dei suoi assist su “The Brow”, percentuale che si trasforma in assist 2.8 volte a partita, e allo stesso tempo, è il compagno da cui riceve più passaggi (il 19.5%), tramutandoli in assist 0.7 volte a partita.

Altri sviluppi si possono estrapolare da altre statistiche di carattere generico:

  • Il suo Usage Rating, ovvero la statistica che misura l’impatto sui possessi di un giocatore relativamente ad una squadra (in pratica la percentuale di possessi gestiti), non è calato di molto con l’arrivo di AD, come si poteva immaginare, poiché è aumentato il numero di possessi gestito in prima persona. La percentuale di relazione con il resto del team che più ha subito l’arrivo di Davis, è quella che implica la percentuale di punti rispetto ai punteggi complessivi %PTS, che si ferma al 30.2%, terzo dato più basso di sempre per LeBron. Questo riflette l’impatto realizzativo che l’ex NOLA sta imprimendo sui giallo-viola, essendo uno dei compagni di James con più contributo realizzativo in assoluto (26.6 punti di media).
  • James è secondo per PIE (Player Impact Estimate), la nuova statistica della NBA, che è una sorta di efficience rating, in sostanza misura l’impatto di un determinato giocatore su una partita, in base alle statistiche totali della stessa. Il numero che questa statistica attribuisce a LeBron è 19.6, lo stesso di Joel Embiid ed inferiore soltanto all’impatto di Giannis Antetokounmpo, obiettivamente irraggiungibile in parecchi particolari quest’anno (23,9 per lui).

Tutti i numeri che abbiamo elencato e sciorinato sembrano essere lì per tessere le lodi di “The Chosen One”. Eppure qualche difetto che non è riuscito a limare negli anni, se lo porta dietro anche in questa stagione, durante la quale sta sfoggiando la sua maturazione, quasi come fosse un vino pregiato o una forma di formaggio. In verità, parliamo dei suoi due talloni d’Achille:

  • I tiri liberi. Se c’è un luogo in cui il re sembra essere più umano e vulnerabile, quello è sicuramente la lunetta. La scorsa stagione è andato particolarmente in crisi, sbagliando anche liberi pesanti, ma la “linea della carità” è storicamente un punto in cui l’ex Heat si trova in difetto rispetto a Michael Jordan o Kobe Bryant (per fare due nomi a caso). Le percentuali numeriche sono statisticamente migliorate, è passato dal 66.5% del 2018\19 (di gran lunga il dato peggiore) al 69.3% della stagione del nuovo decennio. C’è da dire, però, che le gite in lunetta sono diminuite rispetto a praticamente ogni annata del suo viaggio. Mai così pochi liberi tentati, 5.4 per match contro i 7.6 della fallimentare sessione passata. Che abbia capito di poter lasciare qualcosa per strada in lunetta o è un sintomo dell’incremento del tiro perimetrale, preferito alla ricerca del fallo al ferro?
  • La difesa. Punzecchiato continuamente da questo o quell’esperto, la fase difensiva di LeBron è un topic piuttosto esplorato nei salotti americani. Le statistiche sulla difesa sono parecchio relative e non ci danno una grossa mano, per questo le correnti di pensiero sono diverse. Quel che mi sento di poter constatare come vero, è che la difesa del tre volte MVP, negli ultimi tempi non è stata all’altezza delle magie che ci regala in attacco. Quando si fa questo ragionamento, è bene ricordare che si sta parlando di un membro dell’All-Defensive First Team dal 2009 al 2013, poi, è sotto gli occhi di tutti che sia arrivata una flessione. Il colmo è arrivato ancora nella scorsa stagione, quasi paradossale, con la spinta d’incitamento difensivo da parte di Kyle Kuzma, un atto forse esagerato, ma significativo. Le chase down in campo aperto non sono sinonimo di una buona difesa, lo è una concentrazione costante per tutti e 24 i secondi dell’azione, un qualcosa che sarà interessante osservare nei playoffs di quest’anno.

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Il nuovo LeBron James: l'adattamento alle mutazioni dell'NBA
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Il nuovo LeBron James: l'adattamento alle mutazioni dell'NBA
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L'evoluzione del gioco di LeBron James, ancora dominatore assoluto della lega, nonostante 16 stagioni nelle gambe. La sua capacità di adattarsi ai cambiamenti dell'NBA, la chiave della sua longevità.
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