Nikola Jokic: la centralità del serbo nel sistema Nuggets

La bandiera europea nella NBA è tenuta saldamente alta. Se il nuovo millennio è stato caratterizzato dalla presenza di Dirk Nowitzki e dei fratelli Gasol (prima Pau e più recentemente Marc), la paura di un vuoto che rappresentasse il vecchio continente oltreoceano dopo il ritiro del tedesco ha attraversato la mente dei più. Non crediamo che il tempo, nel giro di pochissime stagioni, avrebbe potuto dare risposta migliore.

Che Luka Doncic potesse essere fenomenale era la previsione (o forse più speranza) di tutti e questa stagione, e da rookie dell’anno in carica, sta dimostrando il suo talento dinanzi al Mondo. Non parlare di  Giannis Antetokounmpo, MVP in carica, sarebbe da veri eretici del gioco, ma le origini nigeriane della stella dei Milwaukee Bucks vanno evidenziate specialmente quando parliamo delle sue abilità fisiche ed atletiche: se pensi allo stereotipo del cittadino ateniese non pensi di certo a Giannis.

Marc Gasol ha messo tanto del suo nel titolo dei Toronto Raptors, ma la carta d’identità presenterà a breve il conto allo spagnolo che però sembra non volersene accorgere.

Chi invece ha convinto sta provando a scrivere una pagina di storia di un’importante franchigia ad ovest, precisamente in Colorado ed a voler esserlo ancora di più a Denver, è Nikola Jokic.

Il nativo di Sombor, Serbia ( anche se basta aprire Google Maps per accorgersi che per circa 5 chilometri sarebbe potuto essere croato o ungherese, perché la città è proprio al confine) è il prototipo del centro moderno e ricopre il ruolo di leader della squadra allenata da Michael Malone. Un colosso di 213cm per oltre 110 kg che palleggia, passa il pallone come una guardia, tira da tre e spalle a canestro, non ti lascia scampo.

Nikola Jokic con la palla in mano: visione periferica e leadership

“Questo ha gli occhi dietro la testa”. L’abbiamo pensato noi, voi, i telecronisti NBA e chiunque abbia visto almeno un paio di partite del figlio di Branislav.

La visione periferica di Nikola Jokic è qualcosa che fa letteralmente impressione. Fatichi realmente a difenderlo, perché non puoi lasciargli lo spazio per ragionare sulla soluzione migliore possibile, dato che non solo riesce a trovarla ma lo fa ancor prima che il difensore abbia il tempo di ragionare su quale sia la cosa da ‘concedergli’.

Anche dalla punta Jokic si diverte a smazzare assist per i compagni.

La gara di domenica notte vinta dai Nuggets contro i Los Angeles Lakers, se pur privi di LeBron James, mette in evidenza un dato statistico importante: Denver è un collettivo. Anche se Anthony Davis attribuisce più colpe alla propria squadra che meriti agli avversari per la vittoria.

Sei giocatori in doppia cifra, Morris ne fa nove, altrimenti sarebbero stati sette. 31 assist ed il 47% dal campo.

Chi ancora oggi crede nell’equazione Denver Nuggets = Nikola Jokic sbaglia. Non sei di nuovo secondo nella conference più difficile solo perché hai un giocatore fortissimo in quanto, in caso qualcuno non se ne fosse accorto, la NBA di giocatori fortissimi ne ha eccome, se non addirittura illegali. Il sistema fa la differenza, come riesci ad integrare i giocatori al collettivo, come le caratteristiche dei fenomeni si incastrino con quelle dei cosiddetti altri al fine di creare il meccanismo. Ad onere di prova basterebbe guardare gli Atlanta Hawks: Trae Young è un gran prospetto e nessuno sa quali premi individuali e di squadra potrà vincere se continuerà su questi livelli durante la carriera, ma il collettivo costruitogli attorno non è da top team.

Jokic è il leader dei Nuggets, è l’interruttore che Malone non solo deve essere bravo ad accendere, ma soprattutto a tenere acceso.  Il metronomo serbo è la miccia che può innescare il talento di Jamal Murray e l’esplosività di Paul Millsap (che fra l’altro per cifre contrattuali dovrebbe essere il giocatore franchigia guadagnando 3 milioni circa in più di Nikola). Poi Wlll Barton, Gary Harris, Monte Morris, Miles Plumlee, un roster di tutto rispetto, un gioco rodato e la mentalità di un allenatore che sa di non avere i nomi che altre franchigie possono invece schierare, ma che è estremamente convinto che i nomi siano soltanto tali, mentre in campo vadano dei giocatori.

Il post basso e l’apertura degli spazi

La stazza di Nikola Jokic gli consente di essere decisivo anche nel cuore dell’area.

Posizione, ricezione e conseguente preoccupazione della difesa. Importante dato: Le retroguardie hanno paura quando Jokic ha il pallone dentro l’area dei tre punti, ancor di più nel pitturato. Per avere una prova tangibile di quanto detto basta guardare la gara 7 del primo turno degli ultimi playoffs, quella in cui i Nuggets eliminarono i San Antonio Spurs.

A prescindere dalla pessima serata al tiro degli uomini di Popovich, quello che salta subito agli occhi è la personalità con cui il numero 15 attacca con decisione LaMarcus Aldridge (e domenica lo ha fatto con Davis, uno dei due migliori difensori di questo gioco) a più riprese, segnando, scaricando e creando gioco per i compagni. E’ più che mai questo il modello di gioco cucitogli da Mike Malone. Le sue mani d’oro e la visione a 360° del campo gli consentono di trovare il compagno meglio posizionato o lasciato solo dal difensore venuto in aiuto proprio su di lui. I compagni devono esser bravi a farsi trovare pronti, a dettare le linee di passaggio giuste oltre che a capire quando va lasciato al compagno l’1 vs 1, che il più delle volte è micidiale.

Jokic sa farsi spazio in post con eleganza e potenza.

Il bello di questo sistema è che si organizza non solo dalla posizione di post basso del serbo, ma anche quando la palla gli viene consegnata in altra zona del campo. Sarebbe troppo facile pensare “fanne 40, ma noi difendiamo sugli altri”, perché gli altri sono giocatori che fanno male a qualsiasi difesa. Possono sia attaccare a difesa schierata che sfruttare il proprio atletismo, quindi contropiede ed uno contro uno. Tutto questo con dei margini di miglioramento impressionanti in alcuni di loro (Harris è un classe 1994, mentre appena un ’97 Murray)

Fin dove arriveranno i Nikola Jokic e i Nuggets?

Ponetela come volete, questa domanda è ambivalente. I Nuggets servono Jokic quanto Jokic serve i compagni. Forse non sono la squadra migliore della lega, ma probabilmente sono la più squadra, almeno ad Ovest (I Raptors dopo l’addio di Leonard hanno fatto gruppo attorno a chi è rimasto, si vogliono bene ed in campo si vede). Il sistema ed il collettivo sono studiati minuziosamente, nel tentativo di non avere una sola faccia ma anche di sapersi adattare alle situazioni.

Ogni squadra ha i propri leader: non esiste un team con cinque giocatori dello stesso livello, che siano fenomeni o cinque gregari (benedetto competitive balance) e quindi il momento in cui ci si aggrappa ad esso, o ad essi, è il motivo del perché vengono designati, ma torniamo a ripetere che il singolo senza il collettivo è più che mai vano. I Nuggets potrebbero essere la sorpresa di questo campionato se troveranno cinismo nelle gare secche, dato che è indiscutibile la continuità e la solidità della squadra di Malone, che però resta un gran punto interrogativo in chiave post-season.

Mike Malone, head coach dei Denver Nuggets.

In una conference dove la città di Los Angeles torna a farla da padrona, e Houston vuole recitare il ruolo di terzo incomodo, chissà che in Colorado non sorga la vera gatta da pelare di questa stagione, perché Nikola Jokic e compagni saranno avversario scomodissimo per tutti: non ci si stupirebbe di un’eventuale finale di cConference, obiettivo alla portata della squadra di Mike Malone.

NB: le statistiche utilizzate nell’articolo fanno fede alla data di pubblicazione dello stesso.

Lorenzo Poliselli

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