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Titolo o no, l’era Mike D’Antoni ai Rockets volge al termine

di Dennis Izzo

L’avventura di Mike D’Antoni sulla panchina degli Houston Rockets potrebbe avere i mesi contati. Il 68enne, infatti, è sotto contratto con la franchigia texana fino al termine della stagione attualmente in corso, e difficilmente Mike firmerà un nuovo accordo coi Rockets. Il rinnovo tra le parti sembrava praticamente ufficiale la scorsa estate, ma i contatti tra D’Antoni e il front office si risolsero in un nulla di fatto.

Il general manager Daryl Morey, dal canto suo, nel corso del Media Day 2019 confermò la sua piena fiducia nei confronti dell’ex head coach di Phoenix Suns, Los Angeles Lakers e New York Knicks, sottolineando la volontà di continuare ad averlo con sé.

Di fatto, però, di contatti in merito a un eventuale prolungamento contrattuale non ce ne sono più stati e molti insider NBA ritengono che il ciclo D’Antoni in quel di Houston si concluderà al termine di questa stagione, a prescindere dai risultati. “Ho confermato a Daryl Morey ed a Mr. Fertitta che sono pronto a proseguire, con la stessa energia di sempre, sono pronto per altri 3 anni. Voglio vincere un titolo qui a Houston” Aveva dichiarato D’Antoni pochi giorni dopo l’uscita di scena dei suoi Rockets ai playoffs 2019.

I quattro anni di D’Antoni a Houston, con un finale ancora da scrivere

Approdato in Texas nell’estate 2016, l’ex “Baffo” ha valorizzato il potenziale di tantissimi giocatori, cosa che gli era già riuscita in passato, primo fra tutti James Harden, affidandogli le chiavi dell’attacco dei Rockets: il Barba ha così indossato i panni del “play-maker”, contornato di un mix di tiratori e difensori del calibro di Eric Gordon (vincitore del premio di Sesto uomo dell’anno con 16.2 punti, 2.7 rimbalzi e 2.5 assist col 37% da dietro l’arco nel 2018), Trevor Ariza, Lou Williams, Patrick Beverley e Ryan Anderson, e mettendo a referto medie di 29.1 punti, 8.1 rimbalzi e 11.2 assist e risultando il miglior assist-man della lega.

Dopo la prima stagione, D’Antoni aveva lavorato alacremente per migliorare i Rockets, e l’anno successivo li avrebbe guidati al primo posto della Western Conference col miglior record della loro storia (65-17), con James Harden vincitore del titolo di miglior scorer stagionale (30.4 punti a partita) e del premio di MVP, dopo averlo soltanto sfiorato l’anno precedente (secondo alle spalle del suo migliore amico Russell Westbrook).

mike d'antoni rockets

D’Antoni, Chris Paul e James Harden

La mano del coach italo-americano si intravede anche e soprattutto nel sorprendente adattamento di una delle migliori point guard della lega, Chris Paul, prelevato dai Los Angeles Clippers in una maxi trade estiva in cambio di Lou Williams, Patrick Beverley, Montrezl Harrell e scelte future, al fianco di James Harden, reduce dalla miglior annata della sua carriera proprio nel ruolo di point guard. CP3, inoltre, nel nuovo sistema di gioco tira 6.5 triple a partita, segnandone 2.5 (career-high in entrambi i casi) e anche ai playoffs risulta letale in coppia con Harden.

Nella post-season 2018 , i Rockets sfiorano l’impresa nelle finali di Conference contro i Golden State Warriors di Curry, Durant, Thompson e Green e campioni NBA in carica, arrendendosi per 4-3 al termine di una serie molto combattuta, con Paul costretto a saltare le ultime due partite per infortunio (con il nove volte All-Star in campo, Houston era in vantaggio 3-2 nella serie). Dopo due anni ad altissimi livelli sotto la guida di D’Antoni, i texani hanno iniziato malissimo la stagione 2018\19 (11-14 il loro record a inizio dicembre), anche e soprattutto a causa dei tanti infortuni e di alcune scelte sbagliate sul mercato, tra cui in particolar modo quella di dare una chance a Carmelo Anthony.

Abbiamo tentato quest’estate di fare il colpo, ma non ha funzionato. Melo si è messo in gioco, ha tentato, è stato perfetto in questi due mesi. Non ha funzionato, quali che siano le ragioni. Posso solo ringraziarlo per la professionalità dimostrata, ha davvero tentato di calarsi nella parte, solo non ha funzionato

Melo viene impiegato da spot-up shooter in uscita dalla panchina, con Chris Paul e James Harden a dividersi i possessi, e fa fatica a incidere, tanto che la sua avventura in Texas si conclude dopo appena dieci presenze. A stagione in corso, Morey riscatta i tanti errori commessi in free agency (oltre a Melo, si segnalano i vari Brandon Knight, Marquese Chriss e Michael Carter-Williams) mettendo sotto contratto Austin Rivers, Danuel House e Kenneth Faried.

I tre diventano in poco tempo pedine fondamentali nello scacchiere di D’Antoni, che permette loro di risollevarsi e di imporsi a suon di prestazioni notevoli: Rivers si ritaglia uno spazio importante in quintetto in virtù del lungo infortunio di Paul, House ha modo di esprimere finalmente il suo enorme potenziale, passando dal 43% al 47% dal campo e dal 26% al 42% da dietro l’arco rispetto alla precedente stagione coi Phoenix Suns, mentre Faried – che in molti ritenevano ormai inadatto alla NBA moderna – rimpiazza al meglio l’infortunato Capela, totalizzando ben dodici doppie doppie e tirando col 35% dalla lunga distanza (7/20 da tre, prima di allora in carriera era fermo a 3/25).

Golden State Warriors, l’ostacolo più grande dei Rockets di D’Antoni

“Non abbiamo fatto il nostro dovere a rimbalzo, concedendo loro troppi tiri. Non puoi regalare tutti quegli extra possessi ai Warriors e noi lo abbiamo fatto troppo spesso” Mike D’Antoni a mente fredda dopo l’eliminazione ai playoffs 2019, che avrebbe potuto costargli il posto “Se avessimo fatto meglio a rimbalzo, avremmo avuto più opportunità in transizione di quelle che abbiamo avuto. Nella metà campo difensiva Golden State è davvero brava. Penso che la combinazione delle nostre difficoltà a rimbalzo e delle mancate opportunità in transizione abbia fatto la differenza. Il mix di questi due aspetti ci è stato fatale.

I sopracitati House, Rivers e Faried sono soltanto tre dei giocatori rivitalizzati da D’Antoni: nella lista, infatti, tra i tanti, figurano anche i nomi di P.J. Tucker, Gerald Green e Ben McLemore, col primo che si è imposto come uno dei migliori difensori della lega e gran tiratore dalla lunga distanza (quest’anno sta tirando col 42% su 4.7 tentativi a gara, la miglior percentuale in carriera sul maggior numero di tiri) e l’ultimo che nella stagione attualmente in corso sta viaggiando a medie di 10.6 punti col 42% al tiro e il 37% da tre (miglior stagione dal 2014\15 a livello individuale).

Oltre a ciò, i Rockets hanno anche stabilito numerosi record sotto la guida di D’Antoni: Houston occupa i primi tre posti All-Time della classifica delle squadre capaci di segnare il maggior numero di triple per partita (16.1 nel 2018-2019, 15.3 nel 2017-2018 e 14.4 nel 2016-2017) e lo scorso 7 aprile ha stabilito il nuovo primato di conclusioni vincenti da dietro l’arco in una singola gara, mandando a bersaglio 27 triple nel successo per 149-113 contro i Phoenix Suns.

Mike D’Antoni: “Harden più Westbrook? Funzionerà, io felice qui”

L’altra faccia della medaglia dell’era D’Antoni, però, mette in evidenza alcune lacune della filosofia di gioco dell’head coach nativo di Mullens. Il tiro da tre, tanto caro ai Rockets, si è spesso rivelato un’arma a doppio taglio, tanto da condannarli nella decisiva gara 7 del 2018 persa contro i Golden State Warriors, capaci di rimontare lo svantaggio nel secondo tempo e di approfittare di ben 27 errori consecutivi da dietro l’arco da parte dei texani. Frequentemente, inoltre, D’Antoni ricorre al quintetto piccolo, rinunciando a un centro di ruolo per avere cinque tiratori sul parquet: una scelta di cui talvolta la sua squadra ha pagato le conseguenze, soffrendo a rimbalzo e nel pitturato.

In molti non apprezzano il gioco dei suoi Rockets, fondato principalmente su isolamenti e tiri da tre e abolizione del mid-range (eccezion fatta per gli specialisti Chris Paul prima e Russell Westbrook poi), ma con l’arrivo dell’ex point guard degli Oklahoma City Thunder Houston sta tornando a mostrare un gioco più corale e elettrico, simile a quello di due anni fa, tant’è che i texani hanno attualmente un pace di 103.9 (terzo posto nella lega) e catturano 48 rimbalzi per gara (quarti a pari merito coi Brooklyn Nets).

Lavoro di squadra in casa Rockets

“Sono sicuro che funzionerà. Non abbiamo intenzione di cambiare, Russell è un MVP della lega e deve essere sé stesso” Così Mike D’Antoni in apertura di stagione “È di questo che abbiamo bisogno. Sono felicissimo di allenare questa versione dei Rockets”.

Dopo aver reso Harden una delle migliori point guard della lega, aver fatto convivere il Barba con Chris Paul (e ora con Russell Westbrook), aver centrato il miglior piazzamento della storia della franchigia in regular season e aver quasi sconfitto una delle squadre più forti di tutti i tempi, se non la più forte, ovvero i Golden State Warriors di Durant, Curry, Thompson, Green e Iguodala, Mike D’Antoni ha intenzione di riportare i Rockets alla vittoria dell’anello: basterà per meritarsi la conferma o il suo quarto anno in Texas sarà, come sembra sempre più probabile, anche l’ultimo al di là dei traguardi che sarà capace di raggiungere?

Voglio vincere un titolo qui a Houston“. Comunque vada, la strada per Mike D’Antoni è segnata.

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