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10 motivi per seguire la stagione NBA 2019/20

di Stefano Belli

Sono passati quattro mesi da quando, sulle strade di Toronto, i Raptors hanno festeggiato il loro primo titolo NBA. Eppure, sembra trascorsa un’era geologica. Da giugno a oggi, la lega ha cambiato completamente aspetto. Prima un attesissimo draft, poi i grandi colpi della free-agency, quindi le clamorose trade che hanno ridisegnato gli equilibri. La stagione 2019/20, che apre ufficialmente i battenti il 22 ottobre, segna l’inizio di una nuova era. L’assoluta incertezza nei pronostici rappresenterebbe già di per se una ragione sufficiente per non perdersi neanche una partita, ma di motivi per seguire la stagione 2019/20 ce ne sono molti altri. In questo pezzo, come ogni anno, andremo ad analizzare i principali 10. Partiamo subito!

1 – Hollywood riaccende i riflettori

I Clippers di Kawhi Leonard e Paul George e i Lakers di LeBron James e Anthony Davis sembrano i principali favoriti al titolo NBA 2019/20

I Clippers di Kawhi Leonard e Paul George e i Lakers di LeBron James e Anthony Davis sembrano i principali favoriti al titolo NBA 2019/20

Non era mai successo che le due squadre di Los Angeles fossero le principali favorite per il titolo NBA. Per decenni, i Clippers hanno guardato i Lakers collezionare trofei e riempire di stendardi lo Staples Center. Quando gli arrivi di Blake Griffin e Chris Paul hanno fatto alzare la testa agli ex ‘cugini poveri’, i gialloviola sono sprofondati in una lunga ricostruzione. Alla vigilia di questo 2019/20, invece, Downtown L.A. è a tutti gli effetti il centro del mondo NBA.
Per tornare competitive, le due franchigie hanno seguito percorsi diametralmente opposti. I Clippers hanno proceduto per gradi, creando poco per volta i giusti presupposti per il salto di qualità. Cedendo i protagonisti dell’era di ‘Lob City’ si è ottenuto un nucleo di giocatori solido e affidabile (Patrick Beverley, Lou Williams, Montrezl Harrell) e lo spazio salariale necessario per puntare ai grandi nomi della free-agency. Nella scorsa stagione, gli uomini di Doc Rivers sono riusciti a qualificarsi per i playoff e mettere in difficoltà i Golden State Warriors, dimostrandosi pronti a fare il grande salto. Tutto ciò nonostante la rinuncia a Tobias Harris, miglior realizzatore di quadra fino a quel momento, spedito a Philadelphia per liberare ulteriore spazio. Una volta catturato l’interesse di Kawhi Leonard, la dirigenza ha fatto all-in con i Thunder, spedendo a Oklahoma City Danilo Gallinari, Shai Gilgeous-Alexander e sette prime scelte per avere in cambio Paul George e convincere definitivamente l’MVP delle scorse finali. L’aggiunta di due superstar così versatili e all’apice della carriera a un gruppo profondo e consolidato non può che mettere i Clips in prima fila nella caccia al titolo NBA 2019/20.

I Lakers hanno dovuto fare di necessità virtù. Il fallimento della scorsa stagione ha evidenziato come le esigenze del quasi trentacinquenne LeBron James non fossero compatibili con quelle dei giovani talenti su cui la franchigia dichiarava di puntare. Ecco dunque lo scambio, rifiutato a febbraio ma accettato a giugno, che ha spedito Lonzo Ball, Brandon Ingram e Josh Hart a New Orleans e Anthony Davis a Hollywood. La versione 2019/20 dei Lakers è a tutti gli effetti una squadra di LeBron James; oltre a un ‘secondo violino’ affermato come Davis e all’emergente Kyle Kuzma, il roster a disposizione di coach Frank Vogel presenta una schiera di veterani pronti a contribuire da subito, tra cui veri e propri ‘specialisti’ difensivi (Avery Bradley, Danny Green), protettori del ferro (Dwight Howard, JaVale McGee e lo stesso Davis) e tiratori di professione (Troy Daniels, Kentavious Caldwell-Pope). Un gruppo che forse avrà poco futuro, ma con cui nel presente bisognerà fare di certo i conti. Dopo troppi anni di buio, i riflettori stanno per riaccendersi sulla Città degli Angeli.

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2 – Vecchi padroni, nuovo look

A Ovest, qualsiasi nuova pretendente al titolo NBA dovrà innanzitutto ‘passare sul cadavere’ dei vecchi padroni della Western Conference. Per Golden State Warriors e Houston Rockets è stata una off-season ricca di grossi cambiamenti, ma escluderle dall’elenco delle favorite sarebbe una clamorosa leggerezza.

Dopo il traumatico epilogo delle NBA Finals 2019, la Dinastia Warriors sembra arrivata al tramonto. Kevin Durant, Andre Iguodala, Shaun Livingston, Andrew Bogut, Quinn Cook, Jordan Bell, Jonas Jerebko, Damian Jones e DeMarcus Cousins hanno lasciato la Baia. Anche la Oracle Arena non c’è più, sostituita (dopo 47 anni di onorato servizio) dal Chase Center, innovativo palazzetto costruito tra i grattacieli di Mission Bay, San Francisco. Klay Thompson è rimasto, ma l’infortunio al ginocchio patito in gara-6 contro i Toronto Raptors lo terrà fuori almeno fino a febbraio. Toccherà a Stephen Curry, a Draymond Green e a coach Steve Kerr tenere viva la fiamma che ha portato alla franchigia tre titoli NBA e cinque finali consecutive. Dovranno trasmettere la mentalità vincente anche ai nuovi arrivati, tra cui spiccano D’Angelo Russell e Willie Cauley-Stein. Basteranno la presenza dei ‘senatori’ e un ‘supporting cast’ ringiovanito, ma forse più corto, per arrivare un’altra volta fino in fondo? Scommettere il contrario potrebbe essere un grosso azzardo.

Grandi cambiamenti per i Rockets di James Harden e gli Warriors di Stephen Curry

Grandi cambiamenti per i Rockets di James Harden e gli Warriors di Stephen Curry

Anche a Houston si è deciso di voltare pagina. I ripetuti insuccessi ai playoff e le tensioni interne alla squadra hanno convinto il general manager Daryl Morey (oggi nell’occhio del ciclone per il suo tweet a sostegno dei manifestanti di Hong Kong) a liberarsi di Chris Paul e a portare in Texas Russell Westbrook, che ritrova James Harden dopo sette anni. Quelli visti ai Thunder erano due giovani di belle speranze; quelli che oggi indossano le (nuove) divise dei Rockets sono invece due MVP. A livello individuale hanno dimostrato tutto, ora cercano disperatamente di mettere le mani su quel Larry O’Brien Trophy che coronerebbe le loro carriere. Intorno avranno un roster forse non profondissimo, ma di sicuro affidamento. Ai rinnovi di Eric Gordon, Austin Rivers, Gerald Green e Danuel House sono seguiti gli innesti di Thabo Sefolosha, Ben McLemore, Ryan Anderson e Tyson Chandler, in attesa di segnali da Memphis sul fronte Andre Iguodala. E a centro area ci sarà sempre Clint Capela, pronto a inchiodare al ferro le alzate di due dei migliori passatori NBA. Con un clima da ‘ultima spiaggia’ accentuato dall’imminente scadenza del contratto di coach Mike D’Antoni, siamo sicuri che i Rockets lasceranno passare il treno così facilmente?

3 – Occhio alla sorpresa

Nella corsa al titolo NBA 2019/20 potrebbero inserirsi anche i Nuggets di Nikola Jokic e i Jazz di Rudy Gobert

Nella corsa al titolo NBA 2019/20 potrebbero inserirsi anche i Nuggets di Nikola Jokic e i Jazz di Rudy Gobert

Una stagione ricca di novità e incertezze come il 2019/20 potrebbe rappresentare una ghiotta occasione per qualche outsider. L’impresa dei Toronto Raptors dimostra che, a volte, non vince la squadra col più alto tasso di talento, bensì quella maggiormente attrezzata per approfittare delle debolezze altrui. Nella Western Conference attuale ci sono almeno tre formazioni che potrebbero sfruttare l’assetto ancora precario delle grandi favorite per tentare il ‘colpaccio’.

Prendiamo i Denver Nuggets, ad esempio. Nonostante siano una delle franchigie più giovani dell’intera NBA, l’anno scorso si sono dimostrati solidi e profondi, chiudendo la regular season al secondo posto e arrivando a una vittoria dalle finali di Conference. L’estate ha portato alla corte di coach Mike Malone altri giovani di qualità; se Bol Bol è un prospetto a lungo termine, Jerami Grant sembra già pronto a contribuire da subito. Nel 2019/20 debutterà anche Michael Porter Jr., talento cristallino frenato dai gravi problemi alla schiena. Il nucleo della squadra è però rimasto invariato; Nikola Jokic arriva da una stagione da All-Star e da candidato MVP, Jamal Murray (fresco di rinnovo) ha mostrato di reggere alla grande la pressione dei playoff e anche il ‘supporting cast’ si è rivelato all’altezza del contesto. Con un anno di esperienza in più e una delle panchine più profonde della lega, questi Nuggets fanno sempre più paura.

Anche gli Utah Jazz hanno mantenuto inalterata la struttura portante del roster, ma hanno aggiunto alcune pedine che potrebbero far compiere loro il definitivo salto di qualità. Mike Conley e Bojan Bogdanovic toglieranno innanzitutto responsabilità offensive alla giovane stella dei Jazz, Donovan Mitchell. L’ex playmaker dei Memphis Grizzlies porterà anche leadership e attitudine difensiva, formando con Rudy Gobert un tandem difficilmente eguagliabile, nella propria metà campo. Gli innesti di Emmanuel Mudiay, Jeff Green e Ed Davis daranno inoltre profondità a una panchina che, nelle scorse edizioni dei playoff, si è rivelata un grosso punto debole per la formazione allenata da Quin Snyder.
Non dimentichiamoci, poi, dei Portland Trail Blazers, altra franchigia che punta sull”usato sicuro’. Gli uomini di Terry Stotts hanno dovuto arrendersi allo strapotere degli Warriors dopo dei grandi playoff. Ora che non c’è più una rivale nettamente più forte, guai a sottovalutare la ‘fame’ di Damian Lillard, C.J. McCollum e compagni.
In attesa che la NBA trovi un nuovo padrone, scommettere su una vittoria a sorpresa potrebbe non essere poi un grosso azzardo.

4 – Il trono vacante

Tra i favoriti a Est ci sono i Bucks di Giannis Antetokounmpo e i Sixers di Joel Embiid

Tra i favoriti a Est ci sono i Bucks di Giannis Antetokounmpo e i Sixers di Joel Embiid

Se la NBA è in cerca di padroni, anche il trono della Eastern Conference è ancora vacante. E’ vero, l’ultimo titolo è stato vinto da una formazione dell’Est, ma l’addio di Kawhi Leonard toglie parecchie chance ai Toronto Raptors di ripetere l’impresa. L’anno scorso, i Milwaukee Bucks sembravano i principali candidati per occupare quel trono, salvo poi sciogliersi improvvisamente sul più bello. Nel 2019/20 dovranno riuscire a compiere l’ultimo passo, quello che porta alle NBA Finals, nonostante la partenza di Malcolm Brogdon. Per farlo, sarà necessario che l’MVP Giannis Antetokounmpo limi ulteriormente i pochissimi difetti che gli sono rimasti, e che giocatori come Khris Middleton, Eric Bledose e Brook Lopez, i cui contratti sono stati rinnovati a peso d’oro, ripetano (se non migliorino) le eccellenti prestazioni del 2018/19.

La passata stagione avrebbe dovuto essere quella del ritorno alle NBA Finals dei Boston Celtics, invece i troppi alti e bassi e i problemi interni allo spogliatoio hanno fatto naufragare il progetto. In estate, i biancoverdi hanno perso pezzi importanti, tra cui spiccano Kyrie Irving, Al Horford, Marcus Morris e Aron Baynes. Forse il nuovo arrivato Kemba Walker è più adatto, rispetto a Irving, per affiancare le stelle emergenti Jayson Tatum e Jaylen Brown e per integrarsi nel sistema tattico di coach Brad Stevens, ma gli altri innesti (Enes Kanter e quattro rookie, tra cui il promettente Carsen Edwards) non sembrano in grado di sopperire agli addii eccellenti.

Chissà, dunque, che il 2019/20 non rappresenti l’occasione giusta per i Philadelphia 76ers. Nonostante i continui stravolgimenti del roster seguiti agli arrivi di Jimmy Butler e Tobias Harris, la squadra di coach Brett Brown è arrivata a un ‘miracolo’ di Kawhi Leonard di distanza dalle Conference Finals (e forse, chi può dirlo, dal titolo NBA). Ora l’assetto sembra quello definitivo, con le aggiunte di Josh Richardson e Al Horford a fare da contraltare alla partenza di Butler. Il successo dei Sixers passerà ovviamente dai progressi delle loro giovani star, Joel Embiid e Ben Simmons. Il centro camerunese si è presentato al training camp in splendida forma e determinato più che mai a imporsi nella stratosfera NBA. Il fenomeno australiano, con la tripla realizzata contro i Long Lions di Guangzhou (il suo primo centro in carriera da oltre l’arco), ha mostrato di essere sulla buona strada per superare il suo principale limite tecnico. Attenzione a Phila: se per caso dovesse imparare a vincere, fermarla sarebbe piuttosto difficile.

Come a Ovest, attenzione alle possibili outsider. Gli Indiana Pacers aspettano il rientro di Victor Oladipo e si sono notevolmente rinforzati con gli innesti di Malcolm Brogdon, T.J. McConnell, Jeremy Lamb, T.J. Warren e Justin Holiday. Se i giovani lunghi Domantas Sabonis e Myles Turner facessero finalmente il tanto atteso salto di qualità, la squadra di coach Nate McMillan diventerebbe una pericolosissima mina vagante nella Eastern Conference.
I Brooklyn Nets dovranno aspettare che Kevin Durant recuperi dall’infortunio al tendine d’Achille, per potersi definire una contender a tutti gli effetti. Il roster a disposizione di coach Kenny Atkinson in questo 2019/20, però, è un bel mix di giovani (Spencer Dinwiddie, Joe Harris, Caris LeVert, Dzanan Musa, Taurean Prince, Rodions Kurucs, Jarrett Allen) e affidabili veterani (i nuovi arrivati DeAndre Jordan, Wilson Chandler, Garrett Temple e Lance Thomas) e un giocatore del livello di Kyrie Irving non si vedeva da tempo immemore, a Brooklyn. Converrà dunque utilizzare la massima cautela, nei pronostici; il 2019/20 non è la stagione giusta per sottovalutare qualcuno.

 

5 – Toronto, dal paradiso a…?

Una situazione come quella in cui si trovano i Toronto Raptors 2019/20 non si verificava da vent’anni. I Chicago Bulls iniziarono la stagione 1999, la prima accorciata dal lockout, ricevendo gli anelli e issando lo stendardo di campioni NBA al soffitto dell’arena, ma il futuro immediato appariva come una totale incognita. Quella squadra, però, era stata completamente smantellata; oltre a Michael Jordan, se n’erano andati Scottie Pippen, Dennis Rodman e coach Phil Jackson, chiudendo un’indimenticabile saga. In Canada, la situazione è ben diversa; gli unici ad aver fatto le valigie si chiamano Jeremy Lin, Danny Green e Kawhi Leonard. Quest’ultimo è stato il principale artefice dello storico titolo 2019. In una sola stagione passata a Toronto, ha permesso ai Raptors di scacciare i fantasmi del passato e di acquisire la mentalità vincente necessaria ad abbattere una volta per tutte i malridotti Golden State Warriors. Ora che il ‘Re del Nord’ è tornato nella natia California, quali sono le reali prospettive dei campioni in carica?

Pascal Siakam, Marc Gasol e Kyle Lowry, leader dei Toronto Raptors campioni NBA in carica

Pascal Siakam, Marc Gasol e Kyle Lowry, leader dei Toronto Raptors campioni NBA in carica

Tutti gli altri componenti del gruppo che ha portato il Larry O’Brien Trophy in Canada sono rimasti al loro posto; da coach Nick Nurse al suo assistente Sergio Scariolo (fresco di titolo mondiale con la Spagna), dai super-veterani Kyle Lowry, Marc Gasol e Serge Ibaka ai giovani leader Fred VanVleet e Pascal Siakam. L’ala camerunese è indubbiamente l’ago della bilancia per il futuro dei Raptors. Nella passata stagione è salito imprevedibilmente di livello, rivelandosi un fattore determinante nella corsa al titolo NBA e aggiudicandosi il premio di Most Improved Player Of The Year. Nel 2019/20 dovrà cercare di compiere il passo successivo: diventare una stella NBA e caricarsi sulle spalle il peso della franchigia. La permanenza dei Raptors tra le migliori squadre della Eastern Conference dipende sopratutto dalla sua crescita, ma anche dalla definitiva maturazione degli altri giovani del roster (Norman Powell, O.G. Anunoby, Chris Boucher e i nuovi arrivati Stanley Johnson e Rondae Hollis-Jefferson). Il livello non eccelso delle squadre di media fascia a Est e le 17 vittorie ottenute nelle 22 gare giocate senza Leonard l’anno scorso lasciano più di una speranza, per Toronto, in chiave playoff. Comunque vada a finire, quel titolo NBA non lo porterà via nessuno dal Canada; ciò non toglie che, per i Raptors, questo 2019/20 rappresenti un importante esame di maturità.

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