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2020, l’annus horribilis della NBA

di Michele Gibin

Nel 2020 la NBA ha scoperto di avere problemi più grandi di quelli dello spettro, di quando in quando, di una serrata dei proprietari quando i lavori per il rinnovo del contratto collettivo di lavoro vanno per le lunghe, e delle critiche e le sentenze sul problema di fascino del gioco “perché si tira solo da tre, nessuno difende, fanno tutti passi”, e dei giudici che da casa ne decretano la morte, in senso figurato.

La preponderanza del mercato cinese, enorme, ricco da far spavento, affamato di star e meno snob di quello europeo (che in fatto di gusti è anche più educato, ammettiamo), è esplosa come un petardo sugli occhiali sottili di Adam Silver lo scorso ottobre, quando Daryl Morey – un genio nel suo campo – pensò bene di offendere i migliori partner commerciali della NBA sposando via Twitter la causa di Hong-Kong.

Apriti cielo. Ritiro di sponsor e dei colossi di stato cinesi, partite NBA oscurate sulla CCTV, due gare di pre-season a Shanghai e Shenzhen tra Lakers e Nets giocate in un clima da embargo, pretese da Pechino di scuse sentite e dell’esecuzione in pubblica piazza di Morey, ed effigi e magliette di LeBron James che bruciano a Hong Kong, date alle fiamme dalle mani dei manifestanti sentitisi traditi dalle parole cerchiobottiste di un Re per una volta poco accorto.

200, forse 300 milioni di dollari di mancati introiti per la National Basketball Association, il prezzo che Silver ha deciso sostanzialmente di pagare per riaffermare il diritto di dissentire da quel che Morey dice (twitta), ma di garantirne sopra ogni cosa il diritto di dirla (twittarla). Uno dei risultati della crisi cinese fu la correzione al ribasso delle stime per il salary cap e soglia della luxury tax per la stagione 2020\21, il che, tradotto in soldoni, significa (un po’ meno) pecunia per tutti, giocatori in primis.

I cinesi, nel frattempo travolti da un’epidemia di pocopiùdiuninfluenza e costretti a mettere sotto una campana di vetro una provincia di 58 milioni di anime (lavoratori), torneranno. Torneranno a vedere le partite, ad acquistare merchandising e siglare contrattoni, e col tempo anche il basket NBA giocato tornerà in oriente, dove troverà i tappeti rossi ad accoglierlo.

Quel che è piombato però sulla famiglia NBA, sulla sua squadra più iconica (Celtics permettendo) e sulla pallacanestro mondiale il 26 gennaio 2020, quello non era preventivabile in alcun business plan. Un incidente aereo quasi banale, dovuto alla nebbia losangelina, si è portato via a 41 anni il più grande giocatore della sua epoca, assieme alla figlioletta di 13 anni ed altre 7 persone. Kobe Byant aveva parlato al telefono con LeBron James poche ore prima del decollo, complimentandosi per il sorpasso al terzo posto della classifica dei migliori marcatori NBA ogni epoca della sera prima.

Kobe stava andando con tre sue giovani giocatrici, la sua assistente allenatrice ed i genitori delle ragazze, ad allenare una partita di basket. Kobe ed un altro “girlsdad” come lui stavano parlando da padre a padre degli sbocchi professionali delle loro figlie, Kobe si era offerto di dare una mano, senza impegno.

Tutte le lacrime, omaggi, ricordi, iniziative, applausi, minuti di silenzio, petizioni, preghiere e note tristi hanno attraversato il pianeta più velocemente di qualsiasi virus, e raccontato al mondo chi la pallacanestro NBA e mondiale avesse perso, di quanto grande e profondo sarà per sempre il vuoto.

Il terzo colpo basso è storia di ieri. Un giocatore NBA, il primo di chissà quanti nel frattempo (just wait), ha il virus. Rudy Gobert, con la sua sceneggiata anti psicosi con i microfoni della sala stampa appena tre giorni prima, è il primo caso di atleta professionista in America contagiato dal SARS-Cov-2, covid-19 per gli amici. E la conseguenza logica è la chiusura della baracca, a tempo indeterminato quasi fosse un qualsiasi bar del centro, solo da miliardi di dollari di fatturato. Prima che Donnie Stack, membro dello staff sanitario degli Oklahoma City Thunder, fosse visto fiondarsi dagli arbitri che stavano per alzare la prima palla a due della partita contro i Jazz, per avvertirli del test e obbligarli a ordinare l’evacuazione dell’arena, la NBA si baloccava col classico passo lento di una organizzazione così colossale su porte chiuse, numero di staff minimo ad accompagnare le squadre, ed ascoltava la fregnaccia di James Dolan, l’uomo che da vent’anni tiene in ostaggio i Knicks, sul “io a porte chiuse non ci gioco”.

Anche Pacers e Rockets, in maniera più educata, propendevano per una pausa di 3-4 settimane, in attesa di tempi migliori. Mark Cuban si è detto disposto a mettere in campo i suoi anche ad agosto, il torneo NCAA si sarebbe dovuto giocare per decisione del presidente dell’Associazione Mark Emmert a porte chiuse, ma stampa e opinione pubblica hanno premuto per l’annullamento in toto: chiudono i professionisti, perché dovrebbero giocare dei ragazzi? Rudy Gobert ha fatto, suo malgrado, il resto.

Poi, il draft? La free agency? I contratti? Si potrà ripartire? Da dove? E Team USA? E le Olimpiadi? E la stagione 2020\21 quando dovrà iniziare?

Tante questioni, le risposte arriveranno a tempo debito. Il basket NBA va in pausa. anzi in quarantena per un po’, un sipario a pensarci degno di un 2020 finora poco fausto sotto canestro.

D’altronde, “anno bisesto, anno funesto”.

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