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NBA Power Ranking 2019/20 – Prima parte

di Stefano Belli

Che la nuova era abbia inizio! L’estate che ha cambiato ogni cosa è ormai finita. Purtroppo, visto che costumi da bagno e zaini sono tristemente riposti negli armadi e nelle cantine; ma anche per fortuna, dato che l’attesa per la nuova stagione NBA non era mai stata così febbrile. Il 22 ottobre partirà la regular season 2019/20 e l’impressione della vigilia è che a cambiare non sarà solo il decennio, ma anche il volto della lega. Con la dinastia dei Golden State Warriors che sembra giunta al tramonto e con molte superstar che hanno cambiato maglia, i pronostici sono incerti come non accadeva da parecchio tempo. Come da tradizione, ci avviciniamo alla prima palla a due con il nostro Power Ranking. Metteremo in fila le trenta franchigie NBA, partendo da quella sulla carta meno attrezzata e arrivando a quella che, più di ogni altra, può ambire a chiudere con una parata celebrativa questo 2019/20. Una classifica stilata a giochi fermi, e che quindi verrà quasi certamente stravolta dal responso del campo, ma che è comunque una buona occasione per analizzare come si presentano le squadre sulla griglia di partenza. Tutti in postazione: la grande corsa sta per cominciare!

 

30 – Charlotte Hornets

Miles Bridges (a sinistra) e Terry Rozier, tra le poche attrazioni degli Hornets 2019/20

Miles Bridges (a sinistra) e Terry Rozier, tra le poche attrazioni degli Hornets 2019/20

Gli Hornets sono riusciti a mancare i playoff (nella Eastern Conference, oltretutto) in una stagione in cui Kemba Walker è partito titolare all’All-Star Game ed è stato incluso nel terzo quintetto All-NBA. Ora che il nativo del Bronx ha comprensibilmente fatto le valigie, seguito da Jeremy Lamb (secondo miglior realizzatore di squadra, finito agli Indiana Pacers) e Tony Parker (che ha appeso le scarpe al chiodo), è inevitabile che Charlotte sia il fanalino di coda del nostro Power Ranking. Il 2019/20 rappresenta l’inizio della ricostruzione. E mai termine fu più azzeccato; l’addio di Walker lascia un cumulo di macerie nel North Carolina. Michael Jordan, Mitch Kupchak e James Borrego, rispettivamente proprietario, general manager e allenatore, si trovano ad ammirare il desolante spettacolo provocato da anni di cattiva gestione (anche se parte dei demeriti va divisa con il predecessore di Kupchak, che oltretutto si chiama come un animale: Rich Cho). All’orizzonte si stagliano, come eco-mostri su una spiaggia, i contratti di Nicolas Batum (25,5 milioni di dollari nel 2019/20, player option da 27,1 milioni l’anno dopo) e Cody Zeller (14,4 + 15,4) e quelli perlomeno in scadenza di Bismack Biyombo (17), Marvin Williams (15) e Michael Kidd-Gilchrist (13). La ‘magnifica triade’ dovrà capire cosa fare con queste incolpevoli ‘zavorre’. L’ipotesi più probabile è che giochino molto fino a gennaio, affinché il loro valore di mercato cresca abbastanza da strappare giovani (marginali) e/o scelte future (basse) a qualche squadra da playoff.
Al di là dello scempio di cui sopra, qualcosa su cui lavorare in prospettiva c’è. Malik Monk e Miles Bridges, che avranno maggiore spazio e responsabilità senza Walker, possono diventare elementi importanti per il nuovo corso. Willy Hernangomez, in scadenza di contratto, potrebbe approfittare delle eventuali partenze deI veterani per mettersi in luce, forte anche della trionfale esperienza con la nazionale spagnola in Cina. Sempre in ottica futura, proveranno a ‘rubare minuti’ Devonte’ Graham, Dwayne Bacon e il rookie P.J. Washington, ala grande da Kentucky scelta in lotteria (dodicesima chiamata) all’ultimo draft. Le chiavi della squadra saranno affidate al principale innesto di questa off-season: Terry Rozier. Nelle sue quattro stagioni NBA, il percorso del playmaker da Louisville ha rispecchiato fedelmente quello dei Boston Celtics: in costante crescita fino all’exploit dei playoff 2018 (quelli in cui esplose la mania di ‘Scary Terry’), quindi un netto passo indietro, in termini di resa e coinvolgimento, nell’ultima annata. Che giocatore vedremo in questo 2019/20? In estate ha firmato un contratto importante (triennale da 58 milioni) ma, in questa fase di rebuilding, la scommessa ci può anche stare.

 

29 – Cleveland Cavaliers

Da sinistra: Tristan Thompson, Collin Sexton, Darius Garland, Kevin Porter Jr. e Kevin Love

Da sinistra: Tristan Thompson, Collin Sexton, Darius Garland, Kevin Porter Jr. e Kevin Love

Un anno fa, tra le righe del Power Ranking sentenziavamo che i Cavs avrebbero potuto ambire ai playoff anche senza LeBron James. Oggi ci troviamo alle prese con una franchigia allo sbando, rivoltata da cima a fondo e reduce da una delle peggiori stagioni della sua storia. Il record di 19 vinte e 63 perse con cui Cleveland ha chiuso il 2018/19 è lo stesso del 2010/11 ed è molto simile a quello del 2002/03 (17-65). In quelle due occasioni, la draft lottery diede al proprietario, Dan Gilbert, esattamente quello che cercava: LeBron James e Kyrie Irving. La nuova formula ha invece messo i bastoni fra le ruote al remake di quel ‘progetto-speranza’ che, dopo un percorso assai tortuoso, ha regalato alla città uno storico titolo NBA. Sfumato il sogno Zion Williamson, con la quinta scelta assoluta la dirigenza ha ripiegato su Darius Garland, playmaker da Vanderbilt. Se la contemporanea presenza a roster di Collin Sexton (pari-ruolo sulla carta) e le sole cinque partite disputate da Garland al college (complice un infortunio che lo ha tenuto fermo per il resto della stagione) fanno pensare a un azzardo, il ragazzo era nettamente il miglior prospetto disponibile a quel punto; prima dell’infortunio veniva indicato persino come una possibile alternativa a Zion per la prima chiamata di Adam Silver. Sempre dal draft sono arrivati Kevin Porter Jr., shooting guard tutta genio e sregolatezza da USC, e Dylan Windler, esterno da Belmont.
Testare la compatibilità tattica tra Garland e Sexton sarà il primo obiettivo di John Beilein, che ha rimpiazzato Larry Drew in panchina. Dopo dodici stagioni da ‘allenatore-santone’ dei Michigan Wolverines, culminate con due apparizioni alle Final Four NCAA, Beilein avrà l’arduo compito di traghettare i Cavaliers lontano dalle glorie e dai tormenti della seconda era-LeBron. Per riuscire nell’impresa bisognerà innanzitutto lasciar partire gli ultimi protagonisti dei ripetuti duelli con Golden State; messo già alla porta J.R. Smith, con ogni probabilità anche Kevin Love e Tristan Thompson chiuderanno il 2019/20 fuori dall’Ohio.
In attesa di trovare il prossimo uomo-franchigia, coach Beilein potrà comunque contare su un gruppo discreto. Oltre che da Garland e Sexton, in ottica futura ci si aspetta molto dai giovani europei Cedi Osman, giunto all’ultimo anno di contratto, e Ante Zizic, che avrebbe chance da titolare nel caso in cui Thompson si accasasse altrove. Jordan Clarkson, Larry Nance Jr. e il neoacquisto Sindarius Thornwell garantiranno ‘sostanza’ per il presente, mentre i veterani Matthew Dellavedova e Brandon Knight fungeranno da ‘polizza assicurativa’ per far crescere con calma i giovani talenti. Ecco, “con calma” è l’espressione chiave; per i Cavs si prospetta un 2019/20 di assoluta transizione, alla ricerca quantomeno di una strada da seguire.

 

28 – Washington Wizards

Bradley Beal (#3), John Wall (#2) e Rui Hachimura (#8)

Bradley Beal (#3), John Wall (#2) e Rui Hachimura (#8)

Il basso piazzamento di Washington in questo ranking si deve alle stesse premesse fatte per Cleveland, ovvero che la stella della squadra (Kevin Love per i Cavs, Bradley Beal per gli Wizards) finirà altrove entro la fine del 2019/20. Trattenere Beal nella capitale non avrebbe alcun senso; né per lui, ormai consacratosi fra le migliori guardie NBA, né per la squadra, alle prese con una lunga ricostruzione. L’intenzione di voltare pagina è stata evidenziata dal licenziamento del general manager, Ernie Grunfeld, a cui nei prossimi mesi potrebbe seguire l’allontanamento di coach Scott Brooks. A partire dallo scorso dicembre, quando John Wall è stato messo k.o. da un complicato infortunio al tallone (che in seguito ha coinvolto il tendine d’Achille), il roster è stato completamente rivoluzionato; durante la passata stagione sono partiti Otto Porter e Kelly Oubre, in estate è toccato a Bobby Portis, Trevor Ariza, Jeff Green e Jabari Parker, mentre Thomas Satoransky è stato inspiegabilmente ‘regalato’ ai Chicago Bulls (in cambio di una seconda scelta 2020 e cash considerations). L’unica riconferma è stata quella del giovane centro Thomas Bryant, grande rivelazione del 2018/19, che ha firmato un triennale da 25 milioni di dollari.
Il passaggio dal backcourt Wall-Beal a quello formato da Isaiah Thomas (purtroppo una copia sbiadita di quello che fece impazzire Boston) e Ish Smith, arrivati dalla free-agency, fa capire perfettamente cosa devono aspettarsi i tifosi Wizards da questo 2019/20. Gli altri innesti si chiamano C.J. Miles e Davis Bertans; con Isaiah. Smith e Bryant formeranno un quintetto solido, ma terribilmente mediocre. L’estate ha portato nella capitale anche i giovanissimi Moritz Wagner, Isaac Bonga e Jemerrio Jones, ‘scaricati’ dai Lakers per fare spazio allo stipendio di Anthony Davis. Tra questi, solo il lungo tedesco ha fin qui mostrato un potenziale interessante, gli altri due potrebbero essere semplicemente di passaggio verso la G-League. Il principale motivo per cui seguire Washington, in questo 2019/20, è Rui Hachimura, ala giapponese scelta con la nona chiamata all’ultimo draft. Cresciuto esponenzialmente nei tre anni trascorsi a Gonzaga, ha mostrato lampi di grande talento sia in Summer League, sia con la maglia della nazionale ai Mondiali cinesi. Che sia l’uomo giusto su cui puntare, per archiviare al più presto quest’epoca di rimpianti?

 

27 – Memphis Grizzlies

Ja Morant (a sinistra) e Jaren Jackson Jr., i giocatori più attesi del 2019/20 di Memphis

Ja Morant (a sinistra) e Jaren Jackson Jr., i giocatori più attesi del 2019/20 di Memphis

Memphis è reduce da una delle off-season più movimentate della sua storia. Il proprietario, Robert Pera, ha fatto ‘piazza pulita’ di qualsiasi rimasuglio dell’era ‘Grit And Grind’. Chris Wallace è stato ‘declassato’ da plenipotenziario a semplice scout, sostituito dalla coppia Zachary Kleiman (presidente) – Jason Wexler (GM). Coach J.B. Bickerstaff è stato rimpiazzato da Taylor Jenkins, già assistente di Mike Budenholzer ad Atlanta e Milwaukee. Soprattutto, se n’è andato Mike Conley, ultimo pilastro del vecchio nucleo. E’ finito agli Utah Jazz, che in cambio hanno spedito nel Tennessee Jae Crowder, Kyle Korver, Grayson Allen e due prime scelte. Una di queste, dopo un ulteriore trade con Oklahoma City, si è tramutata in Brandon Clarke, ala grande da Gonzaga. Il nuovo arrivato si è presentato nel migliore dei modi, guidando la rappresentativa dei Grizzlies alla vittoria in Summer League e venendo eletto MVP della manifestazione. Korver è stato incluso nello scambio che, da Phoenix, ha portato i giovani Josh Jackson e De’Anthony Melton. L’assorbimento dei contratti di Dwight Howard (poi rilasciato), Miles Plumlee, Solomon Hill e Andre Iguodala (per il quale si cercano acquirenti) permetterà un’enorme flessibilità salariale già dal prossimo anno. Rinnovato Jonas Valanciunas, protagonista di un ottimo finale di stagione dopo l’addio a Toronto, sono stati firmati i free-agent Tyus Jones (scappato in fretta e furia dal Minnesota) e Marko Guduric (atteso al salto NBA dopo gli anni al Fenerbahce). La principale novità in entrata, però, si chiama Temetrius Jamel ‘Ja’ Morant. Al secondo anno a Murray State, la sua ascesa è stata inarrestabile. Star annunciata del draft 2019 (con Zion Williamson e R.J. Barrett), è stato letteralmente ‘vinto’ da Memphis, premiata dalla lottery con la seconda scelta.
Al termine di questa ‘folle’ estate, i Grizzlies sono passati da franchigia a rischio di trasferimento a una delle realtà più intriganti della lega. Morant è un playmaker elettrizzante e dinamico, che promette di alzare vertiginosamente il ritmo della squadra (in netta controtendenza rispetto agli anni di Conley e Marc Gasol). Dall’intesa con Jaren Jackson Jr., lungo talentuoso e versatile reduce da un’ottima stagione da rookie, potrebbe nascere una delle migliori coppie del prossimo decennio.
A rendere interessante la Memphis versione 2019/20 non sono solo le due ‘stars in the making’. Coach Jenkins si ritrova fra le mani un roster profondo, malleabile e con grande potenziale. Morant, Jones, Melton, Allen e Dillon Brooks garantiranno freschezza e qualità nel reparto guardie. Tra gli esterni si partirà dalle certezze Jae Crowder e Kyle Anderson, sperando di vincere la scommessa Josh Jackson (che a Phoenix si è distinto più per gli eccessi extra-parquet, che per i miglioramenti come giocatore) e che da Bruno Caboclo esca veramente un giocatore NBA; i pochi mesi in maglia Grizzlies (da gennaio 8.3 punti di media in 23.5 minuti) sono stati decisamente incoraggianti. Jaren Jackson, Valanciunas e Clarke porteranno solidità, atletismo e talento sotto canestro. Per quanto riguarda il 2019/20, Memphis sarà più concentrata sullo sviluppo dei giovani e sul prossimo draft che sulla corsa ai playoff, ma il domani è atteso con grande ottimismo, finalmente.

 

26 – Oklahoma City Thunder

Il nucleo dei Thunder versione 2019/20

Il nucleo dei Thunder versione 2019/20

Valutare con chiarezza le prospettive dei Thunder 2019/20 è impossibile, finché non si saprà quale roster vedremo in campo. Innanzitutto, riordiniamo gli eventi; dopo una buonissima regular season (almeno fino all’All-Star Game), l’ennesima eliminazione precoce dai playoff ha lasciato intendere che la parentesi Russell WestbrookPaul George fosse destinata a chiudersi. L’irrinunciabile proposta dei Clippers (Danilo Gallinari, Shai Gilgeous-Alexander e sette prime scelte, pur con varie protezioni), determinati a portare PG13 e Kawhi Leonard a Los Angeles, ha rotto ogni indugio. Partita la prima stella, poco dopo è toccato a Westbrook, il volto della franchigia, finito a Houston in cambio di Chris Paul e altre quattro prime scelte. Ceduto anche Jerami Grant (a Denver, in cambio di… una prima scelta!), è stato rinnovato Nerlens Noel (un anno al minimo salariale) e firmato Mike Muscala (biennale da 4,3 milioni).
Sulla carta, un quintetto formato da Paul, Gilgeous-Alexander, Gallinari, Andre Roberson e Steven Adams sarebbe una solida base per puntare ai playoff. OKC è però finita al ventiseiesimo posto del nostro Power Ranking perchè è del tutto improbabile che il roster rimanga inalterato, da qui a febbraio. La rinuncia a Westbrook e George è la premessa di un’inevitabile fase di ricostruzione, che potrebbe essere accelerata sacrificando i pezzi pregiati rimasti. Il Gallo è all’ultimo anno di contratto, e le possibilità di rivederlo nell’Oklahoma al termine di questo 2019/20 sono pressoché nulle. Reduce dalla migliore annata in carriera con i Clippers, perderlo senza contropartite non avrebbe alcun senso, pertanto è facile scommettere su una trade che lo coinvolga. Idem dicasi per CP3, anche se il suo faraonico salario (125 milioni da qui al 2022) farà tentennare più di una pretendente. Adams e Roberson saranno gli ultimi del nucleo storico ad abbandonare la nave, seguiti probabilmente da coach Billy Donovan. Con queste premesse, i Thunder diventerebbero la squadra di Dennis Schroder e Hamidou Diallo, di Terrance Ferguson e Mike Muscala, di Nerlens Noel e, ovviamente, del ‘giovane-vecchio’ Shai, grande rivelazione della scorsa classe di rookie. Considerando che molte delle infinite scelte future a disposizione verranno utilizzate per aggiungere altri tasselli, il domani appare piuttosto interessante. Per affrontare la ‘selvaggia’ Western Conference del 2019/20, però, il semplice potenziale non basterà.

 

25 – Atlanta Hawks

Coach Lloyd Pierce tra i giovani talenti degli Hawks

Coach Lloyd Pierce tra i giovani talenti degli Hawks

Il ‘diabolico piano’ per la conquista della lega procede spedito. Nell’ultima off-season, gli Hawks hanno compiuto passi importanti nel loro brillante progetto di ricostruzione, avviato alla fine dell’era-Mike Budenholzer e continuato con il nuovo corso targato Travis SchlenkLloyd Pierce. Le varie scelte accumulate in precedenza sono servite per arrivare alla quarta e alla cinquantasettesima chiamata del draft 2019, con cui sono stati selezionati De’Andre Hunter (ala da Virginia) e Bruno Fernando (centro da Maryland). Con la decima scelta, Atlanta ha puntato su Cameron Reddish, ragazzo-prodigio di Duke. Da Golden State è arrivato il centro Damian Jones (insieme a una seconda scelta futura), in cambio di Omari Spellman. La free-agency ha visto la firma dell’eterno incompiuto Jabari Parker (chissà che l’occasione per un rilancio non arrivi proprio in Georgia…) e il rinnovo del grande Vince Carter, pronto per la stagione d’addio. Infine, una serie di ‘scambi di favore’ ha portato all’assorbimento dei contratti in scadenza di Evan Turner, Allen Crabbe e Chandler Parsons.
Al termine di questa girandola di affari, gli Hawks si ritrovano con uno spazio salariale che, nel 2020, sarà pressoché illimitato e con un nucleo giovane di enorme prospettiva. Trae Young e John Collins hanno fatto faville al loro primo anno insieme. Il playmaker da Oklahoma ha conquistato pubblico e critica con una stagione da rookie eccezionale (soprattutto nella seconda parte), il lungo da Wake Forest ha approfittato delle invenzioni del compagno per chiudere l’annata intorno ai 20 punti e 10 rimbalzi di media. Con le aggiunte di Hunter e Reddish si è andati sul sicuro: il primo sembra quello più pronto, il secondo quello più talentuoso. Se almeno uno dei due si rivelasse un titolare all’altezza, Atlanta avrebbe fatto centro. Kevin Huerter, DeAndre’ Bembry, Damian Jones e Bruno Fernando completano un’ossatura acerba ma intrigante, che i veterani (prima di cambiare aria) dovranno aiutare a crescere. Pregustando le opportunità future, in questo 2019/20 si continuerà a perdere e accumulare esperienza; a meno che Young e Collins non diventino subito degli All-Star.

 

24 – Phoenix Suns

Ricky Rubio, DeAndre Ayton e Devin Booker con le nuove divise dei Suns

Ricky Rubio, DeAndre Ayton e Devin Booker con le nuove divise dei Suns

Phoenix cerca disperatamente la luce in fondo al tunnel. Il disastro delle ultime quattro stagioni, chiuse sempre sotto le 25 vittorie, ha sbugiardato la validità del concetto di ‘tanking’. In questi anni di sconfitte e scelte in lotteria, i Suns non sono mai riusciti ad assomigliare a una vera squadra. Robert Sarver, il discusso (e discutibile) proprietario, ha optato per l’ennesima rivoluzione: via Igor Kokoskov e il suo staff e dentro Monty Williams, il quinto allenatore diverso negli ultimi tre anni. L’ex coach dei Pelicans sarà affiancato, tra gli altri, da Riccardo Fois, che si occuperà del player development.
Per tentare di uscire dalla perenne ricostruzione, James Jones (riconfermato general manager) e soci hanno irrobustito la squadra con giocatori d’esperienza, senza comunque rinunciare a qualche progetto a lungo termine. La sesta chiamata del draft 2019 (Jarrett Culver) è stata ceduta a Minnesota in cambio di Dario Saric e dell’undicesima scelta, con cui Phoenix ha selezionato Cameron Johnson, lungo ‘moderno’ da North Carolina. Da Boston sono arrivati il veterano Aron Baynes e il rookie Ty Jeromepoint guard dei Virginia Cavaliers campioni NCAA. Il problematico Josh Jackson è stato spedito a Memphis per Kyle Korver (poi tagliato) e Jevon Carter, altro giovane playmaker. Per colmare definitivamente la principale lacuna del roster si è puntato sulla free-agency che, oltre alle ali Frank Kaminsky e Cheick Diallo, ha portato Ricky Rubio, fresco MVP del Mondiale cinese. Per la sua attitudine pass-first, lo spagnolo sembra il playmaker più adatto ad affiancare le aspiranti stelle, Devin Booker e DeAndre Ayton. Finora, i due hanno collezionato statistiche in un contesto assolutamente inadatto a una reale maturazione. Per loro, il 2019/20 sarà una stagione cruciale soprattutto da quel punto di vista. Intorno avranno un gruppo molto più solido, rispetto al recente passato. Kelly Oubre, arrivato da Washington lo scorso dicembre e protagonista di un ottimo finale di regular season in Arizona, è stato premiato con un’estensione biennale da 30 milioni di dollari. Con Rubio, Booker, Saric e Ayton completa uno starting five di tutto rispetto. La panchina è stracolma di talenti acerbi, ma la presenza di Baynes, Kaminsky, Diallo, Tyler Johnson e Mikal Bridges garantirà a coach Williams delle buone rotazioni.
In Arizona non ci si deve aspettare un exploit da questo 2019/20; a meno che Booker e Ayton non brucino improvvisamente le tappe, i playoff rimarranno quasi certamente un miraggio. Un miglioramento, un segnale, qualcosa di incoraggiante, bisogna invece pretenderlo. Altrimenti il sole non sorgerà più, nel deserto.

 

23 – New York Knicks

Da sinistra: R.J. Barrett, Dennis Smith Jr. e Bobby Portis

Da sinistra: R.J. Barrett, Dennis Smith Jr. e Bobby Portis

In virtù delle aspettative della vigilia, la off-season dei Knicks appare come un colossale fallimento. Analizzando tali aspettative, ci si accorge però di quanto poco realistiche fossero; vincere la draft lottery e persuadere Kevin Durant e Kyrie Irving a buttare i migliori anni delle loro carriere nella franchigia peggio gestita della lega non poteva essere considerato un progetto. Dimenticandosi di quegli assurdi proclami e della storica (e inutile) impazienza dei tifosi newyorchesi, ci si accorge che coach Dave Fizdale ha a disposizione una squadra molto interessante, soprattutto in prospettiva.
E’ vero, Zion Williamson è finito a New Orleans, ma i Knicks hanno messo le mani su R.J. Barrett, altra star annunciata dell’ultimo draft. La diciannovenne guardia canadese è la punta di diamante di una nutrita schiera di potenziali stelle. Se anche solo uno tra lui, Kevin Knox, Mitchell Robinson, Dennis Smith Jr., Frank Ntilikina (reduce da un buon Mondiale con la Francia), Allonzo Trier e Damyean Dotson riuscisse a mantenere le incoraggianti promesse, New York avrebbe risolto parte dei suoi problemi. In attesa di capire se in quel cilindro ci sia veramente qualche coniglio, la dirigenza ha utilizzato la free-agency per circondare i giovani prospetti di giocatori pronti subito. Ecco allora Julius Randle e Bobby Portis, che pure hanno ulteriori margini di crescita, Elfrid Payton e i veterani Marcus Morris, Taj Gibson, Wayne Ellington e Reggie Bullock.
Il roster 2019/20 dei Knicks unisce l’esperienza di Gibson e Morris al talento cristallino ma ‘acerbo’ di Knox, la solidità sotto canestro di Portis alla pericolosità dall’arco di Ellington e Bullock, il potenziale offensivo di Smith, Barrett e Randle alla presenza difensiva di Ntilikina e Robinson. Forse ci sono troppi ‘doppioni’ (ma occhio agli scambi in corso d’opera) e alcuni contratti sono esagerati; sicuramente non c’è ancora un’idea di gioco e non ci sono garanzie sufficienti per puntare ai playoff, ma si è visto di molto peggio, a Manhattan. Ecco, peccato solo per la location; giocare ogni sera in un Madison Square Garden impregnato di pessimismo e frustrazione non dev’essere il modo migliore per crescere con serenità…

 

22 – Chicago Bulls

Zach LaVine (#8), Lauri Markkanen (#24), Wendell Carter Jr. (#34) e Coby White (#0)

Zach LaVine (#8), Lauri Markkanen (#24), Wendell Carter Jr. (#34) e Coby White (#0)

Nella scorsa stagione, complice anche un’incredibile sequenza di infortuni, l’ascesa dei nuovi Bulls si è interrotta. La carenza di vittorie (22 in totale, peggior dato dal 2001/02) ha fatto piombare la franchigia nel caos, con il licenziamento di coach Fred Hoiberg e il complicato adattamento dei giocatori al suo sostituto, Jim Boylen, confermato a sorpresa in estate.
In questo 2019/20, Chicago proverà a riprendere il promettente sentiero sul quale sembrava avviata due stagioni fa. La recente off-season ha portato pochi cambiamenti; via Robin Lopez, dentro Thaddeus Young, Luke Kornet e Thomas Satoransky. Le novità più importanti sono arrivate dal draft: la trentaduesima chiamata si è tradotta in Daniel Gafford, lungo iper-atletico da Arkansas, mentre la scelta più preziosa, la settima assoluta, è stata spesa per Coby Whitepoint guard da North Carolina. Playmaker ‘atipico’, vista l’altezza e il particolare ritmo di gioco, il suo arrivo mette in discussione il ruolo di Kris Dunn, su cui Chicago aveva puntato nel 2017. O meglio, il suo ruolo da titolare, visto che i due possono benissimo completarsi; White miglior realizzatore e tiratore (nonostante lo stile poco ortodosso), Dunn più abile in difesa e nel passaggio. Insieme potrebbero rivelarsi un bel ‘motore’ per i giovani Bulls. Una squadra che avrà in Zach LaVine, Otto Porter e Lauri Markkanen i suoi uomini di punta. Il primo sembrava sulla buona strada per l’All-Star Game l’anno scorso, finché non è stato contagiato dalla generale mediocrità del gruppo. Porter è un perfetto two-way player per chi vuole compiere un salto di qualità, Markkanen il ‘diamante grezzo’ da cui potrebbe nascere un gioiello. Gafford e Kornet vanno a completare un reparto lunghi poco profondo, che spera di trovare in Wendell Carter Jr. un perno insostituibile, dopo che la sua stagione da rookie è stata pesantemente condizionata dagli infortuni. La poca profondità è un problema comune a tutto il roster. Gli esperti Young e Satoransy e un mucchio di giovani incognite (Denzel Valentine, Shaquille Harrison, Chandler Hutchison, Cristiano Felicio) sembrano un ‘supporting cast’ insufficiente per ambire realisticamente ai playoff in questo 2019/20. Però, come si dice volgarmente in altri contesti, “crescete bene, che ripassiamo”.

 

21 – New Orleans Pelicans

Da sinistra. Zion Williamson, Lonzo Ball, Jrue Holiday e Brandon Ingram

Da sinistra. Zion Williamson, Lonzo Ball, Jrue Holiday e Brandon Ingram

A volte basta davvero poco per cambiare la storia di una franchigia. Per l’esattezza una pallina, quella che ha assegnato ai Pelicans la prima scelta assoluta al draft 2019 nonostante il 6% di probabilità. Fino a quel momento, il pessimismo regnava sovrano, In Louisiana. Il caso-Anthony Davis aveva minato la credibilità dell’organizzazione e, qualora non si fosse adeguatamente sostituito il numero 23, le possibilità di un trasferimento si sarebbero fatte sempre più concrete. Poi, l’urna ha sputato quella pallina, che si poteva tradurre in un solo modo: Zion Williamson. Lo ‘scherzo della natura’ da Salisbury, North Carolina, è indiscutibilmente l’uomo del rilancio. Se il suo impatto con il mondo NBA è tutto da verificare (ma era da verificare anche quello con il pianeta NCAA, e abbiamo visto com’è andata), il suo approdo a New Orleans ha acceso i riflettori su una franchigia incapace di creare interesse nemmeno con un fenomeno come Davis in campo. Se poi dovesse mantenere le aspettative da ‘superstar generazionale’ che gravano su di lui, prepariamoci a un proliferare di maglie numero 1 in ogni angolo del mondo.
Con la certezza di poter contare sulla nuova sensazione del basket americano, le prospettive dei Pelicans sono cambiate drasticamente. La questione-Davis è stata chiusa con minore pressione; la nuova dirigenza, guidata da David Griffin e dal neo-general manager Trajan Langdon, ha accettato l’offerta dei Lakers, più o meno la stessa che Dell Demps aveva rifiutato a febbraio. La ‘stella scontenta’ è finalmente sbarcata a Los Angeles, in cambio del giovane trio formato da Lonzo Ball, Brandon Ingram e Josh Hart, più tre prime scelte. Una di queste, la numero 4, è stata ceduta ad Atlanta per la numero 10 e la numero 17, con cui sono stati chiamati Jaxson Hayes, centro da Texas, e Nickeil Alexander-Walker, guardia da Virginia Tech. I due rookie, che hanno mostrato lampi eccezionali in Summer League, aggiungono talento e freschezza a un gruppo già molto interessante. A dimostrazione del rinnovato ‘appeal’ del progetto sono arrivate le firme dei free-agent J.J. Redick, Derrick Favors e Nicolò Melli, pronto al salto in NBA dopo la consacrazione in Europa con la maglia del Fenerbahce.
In questo 2019/20, coach Alvin Gentry potrà contare su un roster molto valido, in cui l’esperienza e la solidità dei veterani (anche Jrue Holiday è rimasto in Louisiana) si uniscono al puro talento. Lontani dal difficile ambiente gialloviola, i tre ex-Lakers potrebbero rivelarsi innesti determinanti. Il nuovo contesto, ricco di realizzatori e schiacciatori, sembra perfetto per lo stile di gioco che aveva reso celebre Ball a UCLA, incentrato più sulla creazione che sulla finalizzazione. Per gli stessi motivi, sarà più difficile per Ingram emergere tra tutte le aspiranti stelle del roster. Male che andrà, verrà utilizzato come pedina di scambio per migliorare ulteriormente una squadra che promette scintille nei prossimi anni. Per quanto riguarda il 2019/20, invece, ambire ai playoff sembra ancora prematuro. In ogni caso, teniamoci pronti: lo spettacolo sta per cominciare.

 

20 – Minnesota Timberwolves

Il nucleo dei Minnesota Timberwolves 2019/20

Il nucleo dei Minnesota Timberwolves 2019/20

Anche i Timberwolves, come oggi i Pelicans, sembravano destinati a grandi cose, soprattutto con l’aggiunta di Jimmy Butler alla coppia di astri nascenti Andrew WigginsKarl-Anthony Towns. Invece, qualcosa non ha funzionato; Butler e coach Tom Thibodeau non hanno trovato nelle giovani promesse la loro stessa ‘fame’ di vittorie, e presto si è creata nello spogliatoio una spaccatura insanabile. I pezzi del puzzle sono caduti uno dopo l’altro; prima Butler, scambiato con Philadelphia, poi ‘Thibs’, licenziato e sostituito da Ryan Saunders, infine Tyus Jones e Derrick Rose (una delle poche note liete della scorsa stagione), ‘fuggiti via’ alla scadenza dei rispettivi contratti.
Minnesota è giunta in una fase di stallo. Towns è diventato un All-Star, ma non ha mai dimostrato di poter guidare una squadra da playoff (l’unica qualificazione, datata 2017, aveva indubbiamente il timbro di Butler); Wiggins è addirittura involuto e sembra destinato a cambiare aria al più presto; tutte le altre scommesse (da Gorgui Dieng a Kris Dunn) sono state perse. La prossima si chiama Jarrett Culver, guardia da Texas Tech pescata con la sesta chiamata al draft 2019. Lui e Josh Okogie sono gli ennesimi prospetti intriganti della storia recente della franchigia; quanti ne dovranno passare ancora, prima che i Timberwolves diventino una squadra vera? Anche le altre aggiunte di questa off-season (Noah Vonleh, Jordan Bell, Jake Layman, Tyrone Wallace, Shabazz Napier) sono tutto, fuorché ‘prodotti finiti’; le uniche certezze sono Jeff Teague e Robert Covington, ma il primo è in scadenza di contratto e non ha mai convinto fino in fondo, il secondo sembra sprecato in un contesto senza reali ambizioni. L’unico modo per uscire da questo limbo e dare una scossa a un 2019/20 che promette di terminare ad aprile (come quattordici delle ultime quindici stagioni) sembra una trade, che per forza di cose dovrà includere Wiggins; giocatore pieno di talento, ma non all’altezza delle enormi aspettative. Esattamente come la sua squadra.

 

19 – Dallas Mavericks

Luka Doncic (a sinistra) e Kristaps Porzingis, la nuova coppia d'oro dei Mavs

Luka Doncic (a sinistra) e Kristaps Porzingis, la nuova coppia d’oro dei Mavs

Tramontata ufficialmente l’era di Dirk Nowitzki, volto della franchigia per ventuno stagioni, i Dallas Mavericks sperano che sia già arrivata una nuova alba. Se l’eccellente debutto di Luka Doncic aveva caricato l’ambiente di entusiasmo, l’acquisizione di Kristaps Porzingis alla scorsa trade deadline ha scatenato le fantasie dei tifosi, pronti a sognare grazie alle magie della giovane coppia europea. Coppia sulla quale Mark Cuban e Rick Carlisle puntano tutto, a giudicare dal maxi-rinnovo (158 milioni di dollari in cinque anni) concesso al lungo lettone. Affinché i sogni si tramutino in realtà c’è però da superare la dura prova del campo. Le incognite maggiori riguardano Porzingis, fermo da febbraio 2018 per un grave infortunio al ginocchio. Riuscirà a tornare il giocatore di prima, che a New York era diventato un All-Star? E qualora lo facesse, sarà in grado di mettere da parte le gerarchie e inserirsi a dovere in una squadra in cui a tirare le redini sarà Doncic? Le risposte a queste domande faranno la differenza tra una possibile protagonista del domani e un progetto fallimentare.
Per favorire la ricerca dell’alchimia tra le giovani star, il roster è stato riempito di veterani. Rinnovati gli accordi con J.J. Barea, Dorian Finney-Smith, Maxi Kleber e Dwight Powell, in estate sono arrivati Seth Curry, Boban Marjanovic e Delon Wright. Quest’ultimo dovrebbe alternarsi con Jalen Brunson e con lo stesso Doncic nel ruolo di point guard titolare, quello in cui il roster dei Mavs appare maggiormente scoperto. Gran parte del ‘supporting cast’ appare più utile nell’immediato che in prospettiva, con le rare eccezioni di Brunson, Finney-Smith e Justin Jackson, esterno arrivato da Sacramento lo scorso febbraio. A guidare l’attacco saranno inizialmente Doncic e Tim Hardaway Jr., nell’attesa che Porzingis smaltisca la ‘ruggine da inattività’ e che la dirigenza si muova per ulteriori rinforzi. Al via di questo 2019/20, infatti, i Mavs somigliano più a un cantiere aperto che a una credibile pretendente ai playoff. Per superare l’agguerrita concorrenza a Ovest bisognerà passare da una serie di crocevia importanti. Il primo sta per arrivare; dal 22 ottobre si capirà se il percorso intrapreso è davvero quello che porta alla grandezza.

 

18 – Sacramento Kings

Bogdan Bogdanovic, Harrison Barnes e De'Aaron Fox con coach Luke Walton

Bogdan Bogdanovic, Harrison Barnes e De’Aaron Fox con coach Luke Walton

Sacramento è pronta per il grande salto. Dopo averli attesi invano dal 2006 e soltanto ‘annusati’ la scorsa stagione, l’obiettivo dichiarato per questo 2019/20 è il ritorno ai playoff. La prima fase dell’ennesima ricostruzione dei Kings, quella in cui perdere e accumulare talento, sembra finita. Il nucleo giovane attorno al quale costruire è stato trovato. De’Aaron Fox è cresciuto esponenzialmente al secondo anno da professionista, prendendo saldamente il timone della squadra e rendendola una macchina da transizione offensiva. Nella breve esperienza al raduno di Team USA ha mostrato che può diventare una stella NBA a tutti gli effetti, e chissà che non bruci le tappe con la sua proverbiale velocità. Innescato dalle invenzioni del playmaker, Buddy Hield ha disputato un 2018/19 da ‘quasi-All-Star’, chiuso a 20.7 punti di media, e le matricole Marvin Bagley e Harry Giles hanno avuto un impatto molto incoraggiante, sebbene i loro margini di miglioramento siano ancora da definire. Nel frattempo, Bogdan Bogdanovic ha aggiunto ulteriori cartucce al suo vastissimo arsenale. In Cina si è visto un giocatore micidiale e completo che, se sfruttato a dovere, potrebbe rivelarsi un’arma letale in uscita dalla panchina. La stessa panchina da cui si alzerà il suo compagno d’avventura Nemanja Bjelica, e che è stata rinfoltita dagli innesti dei veterani Trevor Ariza e Cory Joseph e dei giovani Richaun Holmes, Dewayne Dedmon e Kyle Guy, Most Oustanding Player delle ultime Final Four NCAA con Virginia. A proposito di Cina, l’avventura mondiale, seppur deludente, potrebbe tornare utile anche a Harrison Barnes, uno dei più utilizzati e responsabilizzati del Team USA targato Gregg Popovich. Fresco di un rinnovo da 85 milioni di dollari in quattro anni, la sua esperienza e la sua versatilità serviranno come il pane a una squadra che punta a salire di livello. Con un roster così profondo e ricco di alternative tattiche, coach Luke Walton e il suo assistente Igor Kokoskov potranno sbizzarrirsi alla ricerca dell’assetto ideale. Già, coach Walton; nonostante una stagione eccezionale, Dave Joerger è stato silurato dal riconfermato general manager Vlade Divac, con cui aveva avuto più di un contrasto. Affidarsi all’ex allenatore dei Lakers, più adatto a lavorare con i giovani che con le superstar, potrebbe rivelarsi la mossa più azzeccata per un doppio rilancio: quello dei Kings e quello dello stesso Walton.

 

17 – Toronto Raptors

Pascal Siakam, Marc Gasol e Kyle Lowry, colonne dei Raptors anche nel 2019/20

Pascal Siakam, Marc Gasol e Kyle Lowry, colonne dei Raptors anche nel 2019/20

Il ‘sogno di una notte di mezza estate’ dei Raptors non è ancora finito. Il dolce risveglio è previsto per il 22 ottobre, quando lo stendardo con la scritta “2019 NBA Champions” verrà issato al soffitto della Scotiabank Arena e gli anelli verranno consegnati ai giocatori. Toronto e il Canada riserveranno l’ultimo tributo (in attesa dell’arrivo dei Clippers e del loro nuovo numero 2, l’11 dicembre) agli eroi delle Finals, poi arriverà per tutti il momento di tornare alla realtà.
Il percorso della franchigia negli ultimi 12 mesi è stato qualcosa di irripetibile; l’arrivo di Kawhi Leonard aveva dato la spinta decisiva per trasformare una buona squadra in un gruppo da titolo, la sua partenza rende i campioni in carica una delle tante squadre che dovranno sudarsi un posto ai playoff. Il roster 2019/20 è in gran parte lo stesso che, lo scorso giugno, ha alzato il Larry O’Brien Trophy alla Oracle Arena, ma i nuovi innesti (Stanley Johnson, Rondae Hollis-Jefferson e Cameron Payne) non sembrano sufficienti per colmare il vuoto lasciato dai partenti. Se il ruolo di Jeremy Lin poteva considerarsi marginale, Danny Green e (soprattutto) ‘The King Of The North’ hanno contribuito in maniera determinante alla crescita tecnica e mentale dei Raptors. Senza un fenomeno come Leonard, un back-to-back di Toronto è difficilmente pronosticabile.
A difendere il trono ci sarà comunque un nucleo diventato campione non per caso, ma in virtù di una crescita costante. Giocatori come Kyle Lowry, Marc GasolSerge Ibaka e Fred VanVleet (tutti in scadenza di contratto) hanno coronato le loro carriere grazie a prestazioni grandiose nelle partite più importanti; costringerli a cedere lo scettro sarà un’impresa ostica per chiunque. Anche perchè a Toronto è rimasto Pascal Siakam. Il Most Improved Player della scorsa stagione promette di compiere un ulteriore salto di qualità in questo 2019/20, magari facendo un pensierino all’All-Star Game. La sua crescita, così come quella di VanVleet, di O.G. Anunoby (la cui seconda stagione NBA è stata condizionata dagli infortuni), di Norman Powell e di Chris Boucher, sarà fondamentale per capire se a Toronto, oltre che un indimenticabile passato, resta anche un radioso futuro.

 

16 – Miami Heat

Jimmy Butler è la principale novità in casa Heat

Jimmy Butler è la principale novità in casa Heat

Come nel caso di Oklahoma City e Washington, un giudizio più obiettivo sulle reali ambizioni di Miami si potrà avere solo quando il roster sarà definitivo. E l’impressione è che ancora non lo sia. L’operazione con cui sono arrivati in Florida Jimmy Butler e Meyers Leonard (una trade a quattro che ha spedito Josh Richardson a Philadelphia e Hassan Whiteside a Portland) sembra il prologo di un progetto più ampio, volto a riportare gli Heat ai piani alti della Eastern Conference. Facile dunque immaginare che, da qui alla trade deadline di febbraio, Pat Riley e soci imbastiscano ulteriori scambi, per affiancare a ‘Jimmy G. Buckets’ almeno un’altra stella (sfumato Russell Westbrook, i nomi più caldi sono quelli di Chris Paul e Bradley Beal). Una mossa del genere comporterebbe il ‘sacrificio’ di alcuni veterani (Goran Dragic, Dion Waiters, James Johnson e Kelly Olynyk i maggiori indiziati a fare le valigie) e, molto probabilmente, la rinuncia a qualche giovane (Derrick Jones Jr. o addirittura Tyler Herro, promettente tiratore da Kentucky scelto all’ultimo draft).
In attesa di capire quale sarà il roster a disposizione di Erik Spoelstra per i playoff, all’avvio di questo 2019/20 i Miami Heat si presentano con una superstar al suo meglio (Jimmy Butler) inserita in un gruppo mediocre e senza troppi margini di crescita. Gli unici elementi con un minimo di prospettiva sono Justise Winslow e Bam Adebayo, oltre ai già citati Jones e Herro. I primi due dovrebbero avere maggiore spazio, con la partenza di Whiteside e il ritiro dello storico capitano, Dwyane Wade; gli altri dovranno rubare minuti e responsabilità ai più esperti e (molto) più pagati compagni. Oppure attendere gli sviluppi di mercato, prima di ricominciare la carriera con la maglia dei Thunder o degli Wizards.
Allo stato attuale, vista anche la concorrenza tutt’altro che spietata, Miami può ambire certamente a un ritorno ai playoff. Per dare fastidio a Milwaukee, Philadelphia e Boston sono però indispensabili ulteriori ritocchi.

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