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Gone fishin’, il fallimento dei Philadelphia 76ers è servito

di Michele Gibin
philadelphia 76ers

Gone fishing“, out al primo turno e per di più con un cappotto, 4-0 dai Boston Celtics, termina la tribolata stagione 2019\20 dei Philadelphia 76ers.

In gara 4 i Sixers lottano, si battono e tentano di gettare il cuore oltre l’ostacolo anche con gli acciacchi di Joel Embiid, che come riferito da coach Brett Brown ha giocato la serie con una caviglia in disordine, e di Tobias Harris che nel terzo periodo rimedia una tremenda capocciata ed uno spavento, ma termina comunque la partita. Finisce 110-106 per i Celtics di un Jayson Tatum da 29 punti e 15 rimbalzi, e dal miglior Kemba Walker visto sin qui nella “bolla” NBA (32 punti con 4 assist).

Segnali positivissimi per i Celtics che attendono solo l’ufficialità del secondo round di playoffs contro i Toronto Raptors.

Per Philadelphia, gara 4 è solo il preludio della lunga off-season che attende Elton Brand e coach Brett Brown. Senza Ben Simmons i Sixers partivano già parecchio sfavoriti contro Boston, ma l’eliminazione è stata comunque precoce quanto rapida. Giusto recriminare sugli infortuni, ma non può bastare.

La partita si spacca tra terzo e quarto periodo, con Harris fuori a farsi medicare una lacerazione al sopracciglio destro e i Celtics che piazzano il parziale di 12-0 decisivo. Non bastano i 30 punti con 10 rimbalzi e 18 tiri liberi tentati di Joel Embiid, Phila non fa meglio di 9 su 34 al tiro da tre punti mentre i Celtics, seppur con i soli Daniel Theis e Enes Kanter in mezzo all’area, vincono la lotta a rimbalzo.

Il fallimento dei Philadelphia 76ers 2019\20

Nulla di quello che era stato pianificato a inizio stagione dai Sixers ha mai veramente funzionato: il progetto di ingaggiare (a peso d’oro) Al Horford per avere un cambio di livello per Embiid e gestire al meglio il fisico del camerunense è naufragato presto, con l’incapacità di Horford di trovare il suo ruolo in squadra (e di Brett Brown di trovarglielo). La supposta maggiore fisicità dei 76ers su praticamente qualsiasi altra squadra, in difesa, è emersa solo a tratti in stagione, in quelle porzioni in cui Ben Simmons è sembrato davvero quello che potenzialmente può essere, ovvero un possibile vincitore del premio di miglior difensore dell’anno.

Ne Tobias Harris (altro giocatore trattenuto a peso d’oro in estate), ne il pur ottimo Josh Richardson, ne Furkan Korkmaz, il vecchio Mike Scott o Alec Burks hanno saputo dare al “supporting cast” dei Sixers continuità al tiro da tre punti, un dato che fa pensare a quando ad inizio stagione un giocatore come Trey Burke (non certo il salvatore della patria, ma tiratore da oltre 42% in stagione) è stato salutato senza troppe cerimonie e minuti in campo. Shake Milton è stato una bella scoperta di metà stagione, il giocatore solido e trattatore secondario del pallone necessario per sfruttare Ben Simmons come point forward. Di Glenn Robinson III si sono perse presto le tracce, anche per problemi fisici.

L’infortunio al ginocchio di Simmons ha messo la parola fine ad un esperimento fallito. E probabilmente destinato a fallire anche senza pandemia e stop di 4 mesi del campionato: l’australiano si era fermato a inizio marzo per un problema alla schiena piuttosto serio, e non avrebbe potuto probabilmente prendere parte almeno all’inizio dei playoffs (allora i 76ers erano, come oggi, sesti ad Est).

Due stagioni fa, dopo l’exploit dei Sixers guidati finalmente da Embiid & Simmons, di J.J. Redick e puntellati magnificamente da Marco Belinelli e Ersan Ilyasova, a sostituire l’incredibile Bryan Colangelo fu chiamato a fare da general manager una “vecchia gloria” come Elton Brand. Brand che con la piena fiducia e garanzie finanziarie del gruppo proprietario avrebbe varato la più classica delle operazioni “win now” per sfruttare il fiore degli anni di Embiid e Simmons e inserirsi nella breccia apertasi dall’addio di LeBron James alla Eastern Conference e di Kevin Durant ai Golden State Warriors, e la fine (o la pausa di riflessione, quanto meno) della dinastia dei Dubs.

Fuori i giocatori “fatti in casa” Robert Covington e Dario Saric, dentro Jimmy Butler. Fuori Landry Shamet (e altro), dentro Tobias Harris. Fuori anche Markelle Fultz ed il suo jumper perduto, spediti agli Orlando Magic.

E per la verità, solo 4 carambole fortunate sul ferro della ScotiaBank Arena e Kawhi Leonard si sono frapposti tra i Sixers e la finale di conference nel 2019, prima che Jimmy Butler (forse il catalizzatore giusto dell’energia sprigionata da Simmons e Embiid) decidesse di forzare la sua via verso la Florida, offesissimo dalle offerte di rinnovo di Brand.

I 76ers metteranno sul mercato Embiid e Simmons?

Oggi, con un flash forward di 15 mesi, i 76ers sono nella peggior situazione possibile per una squadra (e una proprietà) con ambizioni. Un salary cap affollatissimo e carico dei contratti di Tobias Harris e Al Horford fino al termine della stagione 2022\23, l’estensione (sacrosanta) al massimo salariale quinquennale per Simmons pronta a scattare a fine stagione, il solo Matisse Thybulle come consolazione mentre Philadelphia osserva Mikal Bridges evolvere in un promettente “3 and D” ai Phoenix Suns, e Zhaire Smith languire in infermeria.

Che Brett Brown sarà il primo a fare le spese del fallimento Sixers è previsione facile. Che Brand possa pagare a sua volta, difficile, mentre è oggi insondabile capire se e come i 76ers possano mettere mano al roster. I contratti di Horford e Harris non hanno appeal, per così dire. Ben Simmons potrebbe fruttare meraviglie sul mercato, in teoria, ma sacrificare un giocatore del genere a cuor leggero senza che sia proprio quel giocatore a chiederlo, non è cosa che possa accadere.

E su tutto, i dubbi sull’integrità fisica di Joel Embiid in primis, ma anche di Ben Simmons.

Per disfare la coppia Embiid-Simmons occorre coraggio, lo stesso che Elton Brand ha mostrato nei suoi due anni di operato e trade a ritmo vorticoso.

Oggi però il vento a Philadelphia è cambiato.

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