Three Points - Davis-Lakers, gioco a perdere | Nba Passion
131821
post-template-default,single,single-post,postid-131821,single-format-standard,bridge-core-1.0.4,cookies-not-set,qode-news-2.0.1,ajax_updown,page_not_loaded,,side_area_uncovered_from_content,qode-theme-ver-18.0.9,qode-theme-bridge,disabled_footer_bottom,qode_header_in_grid,wpb-js-composer js-comp-ver-5.7,vc_responsive

Three Points – Davis-Lakers, gioco a perdere

lakers titolo nba

Three Points – Davis-Lakers, gioco a perdere

La volata finale prima della sospiratissima pausa per l’All-Star Weekend è stata vissuta all’insegna delle strisce. Chiaramente non parliamo di droga, sebbene i giocatori siano stremati e soprattutto noi, arrivati a metà febbraio, non abbiamo ancora fatto battute su Mohamed Bamba. James Harden ha allungato a 31 la serie di partite con almeno 30 punti a referto (eguagliando Wilt Chamberlain) e Russell Westbrook ha scritto l’ennesima pagina di storia con 10 triple-doppie consecutive (superando Wilt Chamberlain). Anche i New York Knicks hanno centrato un ‘prestigioso’ record: le 18 sconfitte filate sono quanto di peggio la franchigia abbia mai fatto in 73 anni di vita. E dire che ce ne voleva, d’impegno…
Messa agli archivi la trade deadline, questa edizione di ‘Three Points’ non poteva che partire con il tema più ‘caldo’ delle ultime settimane: L’affaire Davis-Lakers.

 

1 – Davis-Lakers, gioco a perdere

Anthony Davis e LeBron James sognano un futuro insieme in maglia Lakers

Anthony Davis e LeBron James sognano un futuro insieme in maglia Lakers

Come cantava Amy Winehouse, Love is a losing game, ma anche la vicenda Anthony Davis – Los Angeles Lakers si è rivelata un gioco senza vincitori. Piccolo riassunto, per chi si fosse sintonizzato solo ora: Anthony Davis è uno dei migliori giocatori NBA, le cui ambizioni di gloria sono però limitate da una squadra, i New Orleans Pelicans, che non riesce a uscire dal tunnel della mediocrità. Qualche settimana fa, Davis comunica al suo agente, Rich Paul, il suo desiderio di cambiare aria, e quest’ultimo pensa bene di rivelare la notizia al ‘principe’ del mercato NBA, il giornalista Adrian Wojnarowski. Non solo: Paul informa la stampa che al suo assistito piacerebbe davvero giocare con i Lakers, tanto da ritenerli l’unica franchigia con cui rinnoverebbe il contratto, la cui scadenza (con player option sulla stagione successiva) è prevista per l’estate 2020. Nei suddetti Lakers gioca un certo LeBron James, noto per essere il più grande cestista vivente e per avere dunque un’enorme influenza sulle decisioni del front-office. Durante la stagione, James non solo aveva speso parole al miele per Davis, ma si era spinto un po’ oltre, invitandolo a una deliziosa cenetta in cui discutere del proprio futuro, possibilmente comune. Tutte mere supposizioni, fino alla fatidica richiesta di cessione. Piccolo dettaglio: l’agente del signor James è nientemeno che… Rich Paul, lo stesso del signor Davis. Eccoci dunque alle intense settimane appena trascorse: da una parte la dirigenza Lakers, che arriva a offrire a quella dei Pelicans tutti i giocatori del roster, dall’altra New Orleans, che si ostina a rifiutare, oltretutto ‘perculando’ Magic Johnson e soci in svariati modi. Scoccate le 21 italiane di giovedì 7 febbraio, la trattativa sfuma ufficialmente, almeno fino al termine della stagione.

Da questa patetica commedia escono male tutti i protagonisti coinvolti. In primis lo stesso Davis, ovviamente. Il fatto che abbia voglia di competere per il titolo non è certo una colpa (anzi, ne invocavamo a gran voce la ‘liberazione’ in una recente edizione di ‘Three Points’), ma permettere che le sue intenzioni venissero rese pubbliche in questo momento della stagione gli ha inevitabilmente gettato addosso le ire dei tifosi, pronti a sommergerlo di fischi da qui ad aprile. Davis ha tolto ai Pelicans gran parte del vantaggio nelle trattative, costringendoli a studiare in fretta e furia una soluzione per trarre il maggiore profitto possibile dal suo ormai certo addio. Per la franchigia della Louisiana, la partenza della sua più grande stella non sarà solo un problema tecnico, bensì un fortissimo colpo alla credibilità dell’organizzazione stessa. Se a tutto questo sommiamo la già scarsa affluenza di pubblico e le parole (come sempre a sproposito, ma che potrebbero nascondere un pensiero condiviso da altri) del padre di Lonzo Ball, che di fatto hanno indicato New Orleans come una destinazione indesiderata dagli aspiranti All-Star, capiamo che un possibile trasferimento della franchigia non sia un’idea da scartare a priori.
Poi, ci sono i Lakers. Probabilmente, LeBron James, Magic Johnson e Rob Pelinka avevano un piano ben preciso in testa, nel momento in cui il sodalizio tra le parti è stato ufficializzato. Forse si aspettavano di poter arrivare subito a un’altra stella. Magari Paul George, che avrebbe prontamente seguito il Re a Hollywood. Oppure Kawhi Leonard, che i San Antonio Spurs avrebbero spedito senza problemi in California. Finora, tutti questi progetti sono miseramente falliti: PG13 è rimasto a Oklahoma City, Leonard è finito a Toronto e Davis ‘delizierà’ i tifosi dei Pelicans per almeno altri due mesi. Quello che è certo è che il celeberrimo ‘nucleo giovane’, decantato da Magic e soci come il fulcro del progetto gialloviola, è stato sacrificato senza remore sull’altare del grande colpo, dell’irresistibile richiamo del ‘vincere subito’. Inevitabile, quando il tuo giocatore di punta si avvia verso i 35 anni, mentre a tutti gli altri serviranno forse due o tre stagioni per far fruttare il loro potenziale. Però, ora che la ‘pazza idea’ Davis è sfumata, bisognerà ricucire gli strappi. Saranno pure dei professionisti, ma non si prospetta un’impresa semplice. Nel frattempo, le sconfitte si accumulano, e l’esclusione dai playoff, che suonerebbe come un fallimento epocale, diventa un’ipotesi sempre meno assurda

La principale ‘vittima’ di questa vicenda, però, avrebbe potuto essere il sistema NBA, da sempre basato sul potere contrattuale delle franchigie e ora scosso fino alle fondamenta da casi come questo, o come quelli di Leonard e Kyrie Irving. Casi in cui sono i giocatori, o peggio, gli agenti a cercare di cambiare gli equilibri della lega, forzando la mano ai proprietari. Forse anche questo aspetto ha inciso sulla scelta di Dell Demps, general manager dei Pelicans, di declinare l’offerta. Forse, che Anthony Davis non sia (ancora) finito ai Lakers, o che perlomeno che non ci sia finito in questo modo, è un bene per tutti.

 

2 – Big Four

Ci saranno anche I Raptors di Kawhi Leonard e i Sixers di Jimmy Butler nella corsa alle NBA Finals 2019

Ci saranno anche I Raptors di Kawhi Leonard e i Sixers di Jimmy Butler nella corsa alle NBA Finals 2019

A dire il vero, una vincitrice chiara di questa trade deadine c’è, ed è la tanto vituperata Eastern Conference. Mentre i Lakers si affannavano nel disperato ‘corteggiamento’ ad Anthony Davis, altre squadre hanno approfittato della recente finestra di mercato per mettere a segno importanti colpi.

Particolarmente aggressivi sono stati Philadelphia 76ers e Toronto Raptors. I primi, che a stagione in corso avevano già messo le mani su Jimmy Butler, si sono aggiudicati anche Tobias Harris, protagonista di un eccellente avvio di stagione con i Los Angeles Clippers. Completato il notevole quintetto (Simmons-Redick-Butler-Harris-Embiid), il general manager Elton Brand ha rinforzato anche la panchina, con gli innesti di Boban Marjanovic, Mike Scott, James Ennis e Jonathon Simmons. Toronto si è invece aggiudicata Marc Gasol, ‘scippandolo’ ai Memphis Grizzlies (i contratti da rinnovare di Jonas Valanciunas, Delon Wright e C.J. Miles in cambio dell’uomo-simbolo della tua storia; si poteva fare decisamente meglio…) e ha arricchito la second unit con l’esperienza di Jeremy Lin. Una serie di mosse che estremizza ulteriormente quel concetto di ‘proviamoci subito’ che sembra regnare sovrano, in una Conference senza più LeBron James e (forse) senza ancora Kevin Durant. Se i piani a lungo termine vanno a farsi benedire (soprattutto in casa Sixers), è indubbio che, per il 2018/19, queste due formazioni abbiano tutte le carte in regola per puntare alle NBA Finals.

Così, la caccia al trono dell’Est diventa ufficialmente una corsa a quattro (dato che gli Indiana Pacers hanno perso Victor Oladipo, out for the season). Le altre pretendenti, Boston e Milwaukee, sono state più ‘conservative’: i Celtics non si sono mossi (in attesa del secondo capitolo della saga-Davis, in onda a luglio), mentre i Bucks hanno ceduto l’ ‘oggetto misterioso’ Thon Maker e aggiunto Nikola Mirotic. Vero, a New Orleans il serbo-spagnolo è calato vistosamente dopo i due ‘trentelli’ con cui aveva aperto la stagione, ma la sua capacità di aprire il campo è come la Nutella sul pane, per la squadra di Mike Budenholzer e Giannis Antetokounmpo. Tra le ‘Big Four’, Milwaukee è l’unica ad avere già un’identità ben precisa; Toronto e Phila dovranno riorganizzarsi con i nuovi innesti, mentre Boston sembra ancora un cantiere aperto, con la solidità dello scorso anno che sta lasciando sempre più spazio ai dissapori interni. Si preannuncia comunque una lotta entusiasmante, che però dovrà passare da molti ‘se’. Se i Celtics dovessero ritrovarsi, se i ‘maschi alfa’ di Brett Brown si sintonizzassero sulla stessa lunghezza d’onda, se Gasol si rivelasse il tassello mancante per far svoltare un’eterna incompiuta e se Milwaukee tenesse questi ritmi fino alla fine, allora potremmo avere davanti a noi i playoff più entusiasmanti degli ultimi anni. Almeno sulla costa atlantica, e almeno per questa stagione.

 

3 – Ricomincio da capo

Jonathon Simmons e Markelle Fultz, protagonisti dello scambio tra Magic e Sixers

Jonathon Simmons e Markelle Fultz, protagonisti dello scambio tra Magic e Sixers

Nell’omonimo film, Bill Murray ripete continuamente la stessa giornata. Se inizialmente la cosa lo destabilizza, col tempo riesce a trovare il modo di sfruttare al meglio la situazione, cambiando in positivo il corso degli eventi. Per Markelle Fultz, il Giorno della Marmotta sarebbe quasi certamente il 22 giugno 2017, data in cui i Philadelphia 76ers lo hanno selezionato con la prima scelta assoluta al draft.
Quello che per tutti è un grande onore, per moltissimi si trasforma presto in un fardello troppo pesante da reggere. Fultz è arrivato in NBA dopo una carriera collegiale durata la miseria di 25 partite, spesa come unico giocatore di alto livello nei non irresistibili Washington Huskies. A differenza di molte altre top picks, non è approdato in una franchigia in ricostruzione, dove pazienza e minuti non sono mai negati ai giovani. E’ stato invece catapultato in una versione dei Sixers che stava finalmente abbandonando ‘The Process’, pronta a lanciarsi verso una nuova scalata ai vertici della Eastern Conference. Una squadra che non poteva permettersi di aspettare i progressi di Fultz, specialmente se rallentati da un misterioso infortunio a una spalla che sembrava condizionarne la meccanica di tiro. Dopo qualche apparizione in regular season e i playoff visti dalla panchina, i nuovi problemi fisici e la contemporanea impennata delle ambizioni di Phila hanno decretato come una separazione fosse l’unico epilogo possibile. Il giorno della trade deadline, ecco l’offerta degli Orlando Magic: Jonathon Simmons, una prima e una seconda scelta futura in cambio del talento proveniente dal Maryland.

In Florida, Markelle avrà la possibilità di svegliarsi di nuovo su quel letto, magari con I Got You Babe di Sonny & Cher alla radio, e di ricominciare da capo la sua carriera NBA. Si troverà in una realtà che ha ormai perso ogni speranza di trovarsi in casa un uomo-franchigia, dopo anni passati ad accumulare ‘oggetti misteriosi’, giocatori dall’indubbio potenziale, ma mai in grado di esplodere. Questo 2018/19 era iniziato con gli squilli di tromba, anche grazie a Nikola Vucevic, unico All-Star dei Magic dopo Dwight Howard, salvo poi inabissarsi come tutte le altre stagioni. Il buon avvio, oltretutto, ha compromesso un buon piazzamento alla draft lottery, riducendo all’osso le chance di accaparrarsi lo Zion Williamson di turno. Chissà che la via d’uscita da questa tetra spirale non possa essere proprio Markelle Fultz. Dovrà soltanto lasciarsi alle spalle i complicatissimi esordi e mostrare sul campo il motivo per cui, alla vigilia di un draft così ricco, nessuno avesse dubbi su chi sarebbe stato scelto per primo. Facile, no?

Stefano Belli
stefmiik@hotmail.it

Creatore di Angry At The Rim e redattore per NBA Passion e American SuperBasket. Infanzia con Jordan & Malone, adolescenza con Kobe & Jason Kidd e 'maturità' con LeBron & Durant, può vantare lo stesso numero di canestri rotti di Shaq: 2, nella vecchia cameretta.

No Comments

Post A Comment