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From The Corner #25: Ma quanto era forte Derrick Rose?

Come quella del 2010-2011 non ne sono passate tante di stagioni. E’ stata chiaramente un annata spartiacque che ha diviso ciò che c’era prima e ciò che avverrà dopo.
Il campionato venne scosso immediatamente dalla Decision del Micione di immergere i suoi talenti (“talents”) nel sud della Florida e nei colori pastello di Miami e si è chiuso da un altro tremendo scossone, quando un tedescone di Wurzburg ed il sosia di Jim Carrey sconvolgono il mondo battendo gli Heat del nervoso LeBron alle Finali NBA.
A Los Angeles, in febbraio, Blake Griffin lanciò la palla al tabellone ed infilò un braccio dentro al ferro e poi saltò il cofano di una KIA per essere coronato vincitore dello Slam Dunk Contest.

Ma a maggio, mentre i Playoff entravano nel vivo, da qualche parte a Chicago, un ragazzo stava piangendo mentre le sue mani tenevano con presa salda il trofeo più agognato di tutta la NBA. Aveva lo sguardo rivolto a sua madre, seduta in prima fila, e le stava dedicando quel trofeo. A lei che lo aveva ispirato. Derrick Rose ne aveva viste di cose nella sua vita. Padre assente, mamma che come per Isiah Thomas allontanava le gang col fucile e nonna ai fornelli a fargli il pollo per cena. Il southside di Chicago non teme nulla e nessuno, anzi. Per Derrick però le cose divennero presto diverse: stella splendente del firmamento a Simeon HS e poi si segue John Calipari a Memphis.

Perchè solo il John sa rendere un qualsiasi giocatore, un vero giocatore. E diamine se Rose lo è sempre stato. E quando arriva il 2011, lui già prima scelta assoluta, dichiara che l’MVP quell’anno è suo. E se l’è preso come quando da bambini ci prendevamo il pacco di natale col nostro nome sopra: è suo!
Non poteva essere di nessun altro, Lebron l’aveva vinto le due stagioni prima e lo vincerà le due stagioni dopo, ma come Rose nel 2011, forse solo Iverson nel 2001. Dieci anni di attesa a chiedersi come sarebbe stato un Iverson più atletico oltre che veloce, ed eccolo lì. Same Results.

Ci si stupisce dell’impresa di Westbrook delle due triple doppia di fila, che se vogliamo ben guardare, vediamo anche quanto è favorito dai compagni, soprattutto a rimbalzo dove a volte fanno proprio finta di non andarci nemmeno. Ma quello che erano i Bulls in quegli anni rendeva Rose ancora più forte e lui era il motore irrefrenabile di Coach Tom Thibodeau. La velocità di movimenti, l’hang time, le scelte. Era spaziale, irriverente in certe frazioni di gara, i playmaker avversari il più delle volte lo vedevano prendere l’apertura, tempo di sbattere le palpebre ed era al ferro contro un lungo che nulla poteva fare per stopparlo. Non c’era storia con lui. Ed era una persona di statura “normale” che affrontava “cristoni grandi e grossi per 48 minuti”. Come Iverson.

Poi purtroppo il terribile infortunio appena un anno dopo ha chiuso tutto. Il ginocchio era partito ma più che il ginocchio, era partita la sua testa. Ormai non si sentiva più il giocatore di prima e le prestazioni lo dimostravano sempre più.
Adesso siamo arrivati al punto che quando abbiamo appreso che Minnesota lo avrebbe messo sotto contratto ci siamo chiesti che impatto avrebbe avuto dalla panchina. Poi però ti passa un video sotto gli occhi ed in quelle immagini, il numero 1 dei Bulls svetta sopra le teste di tutti, divora parquet in due palleggi e galleggia in aria come fosse trasportato dal vento.
E la malinconia riesce a sopraffarti.
Dannati infortuni.

Raffaele Camerini

Un abbraccio a tutti i tifosi dei Kings. Come me.

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Raffaele Camerini

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